Francesco Sala, I gelati sono finiti, romanzo, Transeuropa, pp. 150 € 14, Lettura di Giorgio Linguaglossa, narrazione pandemica e panoramica: chiacchiere, personaggi fasulloidi, retroscene, finzioni, peones, backstages, cialtroni, cialtronerie, refrainerie, furfanterie, accalappiatopi e bevute di birra, campari, castronerie, un aforismario di bazzecole e di plebeismi, un parlare in mezze maniche di camicia, paesaggi suburbani desolatamente sghembi, decolorati… un repertorio kitsch per una narrazione pre-kitchen, ibrida, tutta tenuta sul piano basso del linguaggio, personaggi da psicorealismo

Francesco Sala cover

Narra la quarta di copertina :

«Biagio galleggia sulla crisi incombente della sua attività di ristoratore, all’inizio di un’estate impietosa. Incapace di trovare soluzioni per invertire la rotta, incapace persino di trovare in sé le ragioni per reagire. O anche solo resistere. Sul lento fallimento della Pizzeria Vulcano, si specchia quello intimo di chi ruota attorno a quel luogo – dipendenti e clienti – ma anche il fallimento collettivo di una provincia desertificata, inacidita; incattivita in una insofferenza, facile e consolatoria, nei confronti degli immigrati. Insofferenza che cova sotto le ceneri».

Siamo davvero fortunati a vivere in un paese come l’Italia nell’epoca della comunicazione di massa: un grande paese davvero che è davvero problematico da rappresentare in una narrazione se non come narrazione pandemica e panoramica. La rappresentazione che esce da questo romanzo «collettivo» ambientato in una periferia della grande Milano di Francesco Sala è un campo minato disseminato  di chiacchiere, personaggi fasulloidi, retroscene, finzioni, peones, backstages, cialtroni, cialtronerie, refrainerie, furfanterie, accalappiatopi e bevute di birra, campari, castronerie, un aforismario di bazzecole e di plebeismi, un parlare in mezze maniche di camicia, paesaggi suburbani desolatamente sghembi, decolorati… un repertorio kitsch per una narrazione pre-kitchen, ibrida, tutta tenuta sul piano basso del linguaggio, personaggi che non sanno che dire né che fare, perché il reale è diventato in sé stesso un manufatto psicopatologico, quelle che un tempo erano le categorie della politica, dell’estetica e della poetica adesso sono diventati luoghi della psicopatologia della vita quotidiana adatti alla resa narrativa da psicorealismo. Per questi motivi fare oggi un romanzo in qualche misura neorealistico o privatistico è diventato davvero problematico: non c’è vita privata scissa dalla vita pubblica, di qui il privatismo tribale dei personaggi ritratti con i loro linguaggi tribali; di frequente delle voci-interferenze occhieggiano nella texture della voce parlante dell’autore, ma sempre come filtrate e ripetute da colui che parla in terza persona, fraseologie distorte, stranite, si direbbe, da una inconfondibile sfumatura di sarcasmo. Una polifonia di secondo grado condita da apodissi apodittiche e chiacchiere da bar. È la narrazione che è possibile fare oggi in epoca di piena de-politicizzazione; si tratta di frasari de-politicizzati, chat suburbane, gestualità. In fin dei conti, che cosa può raccontare un narratore oggi?, il fatto è che un narratore non ha un «luogo» da raccontare o una «storia» da rimembrare, e allora deve andarselo a cercare questo «luogo» e questa «storia» nella realtà brulicante di plebeismi  forfettari degli esseri umani ridotti ad emittenze linguistiche. C’è qualcosa di sbalorditivo nella metalepsi, come la usa Francesco Sala, che adotta un ritmo narrativo frenetico, ininterrotto, avvolgente, ricchissimo di anacoluti e di periodi paratattici il tutto condito con sprazzi di dialoghi sconclusionati, profilattici, casuali che rafforzano la sensazione di straniamento che promana dalla narrazione. Il lettore si trova davanti ad un romanzo che narra una storia anagrammatica, sgrammaticata, scialba, casuale come è casuale l’esistenza dei personaggi ritratti nell’epoca di stagnazione prolungata e pervicace che ha colpito l’Italia, un mondo in piena crisi che impiega la crisi per guarire dalla malattia della crisi. Un romanzo come lo si può scrivere oggi, che narra il nulla perché non c’è nulla da raccontare.

(Giorgio Linguaglossa)

[Francesco Sala è nato a Voghera nel 1982. Ha fatto l’aiuto falegname, l’operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l’addetto stampa, il giornalista, il cuoco. Ha lavorato in un teatro e due cinema. Oggi vive a Londra].

Francesco SalaEcco alcuni brani del romanzo

L’uomo senza nome che agita la giacca e ferma la fila di carri armati in colonna verso piazza Tienanmen. L’uomo che si arrampica sul mezzo annoiato che gli frena davanti e parla al carrista attraverso la fessura che questo dovrebbe usare per puntare e fare fuoco. L’uomo che scende e altri arrivano e lo sostengono per le braccia e infine lo guidano altrove, lo portano via.
– Tutte stronzate. –
La voce da sotto la mascherina suona impastata e Biagio non capisce se è per la stoffa blu notte con sopra stampato il grifone dorato e la data 1898 o per l’età della bocca che ci sta sotto o per tutte e due le cose insieme e ci mette un attimo a inquadrare il vecchio che stava al ristorante qualche ora prima: lo riconosce per gli occhiali da sole da sportivo degli Anni Novanta e per le mani di carta da forno che si muovono sulla rastrelliera e scorrono le copie di Tuttosport.
– Dicevano che erano i servizi segreti che l’hanno portato via, a quello. –
– Invece no? –
– No. –
– E chi era, allora? –
– Era gente normale che non voleva rotture di coglioni. –
– Dice? –
– La gente fa la sua vita e ci va bene così. Alla gente non piace la rivoluzione. –
Un uomo dimentica la porta aperta ed entra un po’ d’aria e altri la chiudono perché altrimenti fa corrente e dà fastidio. Biagio si imbeve dell’odore di petrolio che la carta caccia fuori.
– No. Alla gente non piace la rivoluzione. –
– Ecco. Quello si è messo a fare casino in piazza, ma gli altri mica
erano d’accordo: a loro alla fine andava bene così com’era. E allora
se lo sono tirato giù e portato via. –
– Ma non era solo lui, a protestare. –
– E infatti hanno portato via anche quegli altri. –
– Non è stato il governo? La polizia? –
– Perché avrebbero dovuto? –
Nadia s’è voluta fermare che le serviva il cesso, e ora torna verso di lui con un cornetto Algida: gli shorts di jeans con le frange biancastre che battono sulle gambe nude, scure del sole rapito nellepoche ore passate in piscina. La mano sinistra agita il cesto dei cd in offerta speciale – il meglio di Renato Zero e Loredana Berté, di Guccini e De Gregori: solo il meglio del meglio per le vesciche in sosta – e la teoria dei bracciali suoi risuona, i neon dilavano la maglietta bianca Emporio Armani che le ha regalato saranno un paio di settimane. Forme perfette di caciocavallo, avvolte lucide nella cera e strette nello spago, si offrono turgide nella paglia finta, sdraiate in una mangiatoia di cesti in vimini; le scatole rosse dei Ritz, quelle gialle dei Tuc, le buste Haribo con i bombi che frizzano.
Caramelle gommose distillate dal grasso dei maiali. Il sovrapprezzo. Passare dall’aria condizionata dell’autogrill al caldo del parcheggio è come prendere una secchiata di ghiaia in pieno petto: Biagio si
rende appena conto di richiudersi un poco nelle spalle, mentre butta fuori respiri spessi. Nadia gli passa avanti per guadagnare lo sportello suo: il retro di una coscia si segna di una goccia di sudore che scende piano, il candore della maglietta si ingrigisce umido alla base della schiena, appena sopra la cinta di Guess che tiene a galla gli shorts.
Questa dove l’hanno presa? Fidenza, forse? O era Vicolungo? I giorni passati insieme si mescolano in una sequenza di camerini, di tende che obliano; l’odore sempre uguale di centinaia di piedi chesi denudano per cavare gonne e pantaloni; grumi di polvere e capelli ed etichette con taglie e prezzi. Grucce fatte a pezzi sotto le panche, le dita che scrollano il visore dell’iPhone nell’attesa.
– Prendilo. –
– Non so, mi fascia un po’ troppo il culo. –
– Prendilo anche se non sei sicura. –
La chiave nell’accensione, Nadia tarda a chiudere la portiera: sta spogliando il cornetto; ecco, ha fatto: lecca la panna rimasta sul cerchio di cartone – frammenti di cioccolato, granella – e lo lascia andare in terra, poi finalmente prende posto e possono mettersi in marcia Rientrano in strada che a Biagio viene in mente quella cosa lì di quando erano bambini e si scendeva nel cortile a giocare, e quando faceva caldo – caldo come oggi – si aspettava nel fresco dell’androne del condominio l’ora che Pessina avrebbe riaperto dopo la pausa per il pranzo; l’ora di andare a prendersi il ghiacciolo che sulla busta trasparente aveva stampata la faccia gialla dell’indiano che sorride, due graffi sulla guancia di destra e due uguali su quella di sinistra, la piuma bianca e rossa dritta sopra la fascia tesa sulla fronte. Prendevano a passare davanti alla saracinesca abbassata che erano ancora le tre, anche se sapevano era troppo presto, ma lo facevano 56 uguale perché magari oggi – proprio oggi – quello scende prima e apre prima; e facevano il giro dell’isolato e tornavano nell’androne al fresco – le biciclette scomposte ruote all’aria sul marciapiede, le vittime stupite e disordinate di un’esplosione – provavano a indovinare il correre del tempo su orologi immaginari, si figuravano quando il momento buono – no, è ancora troppo presto; ecco: adesso invece sì – sarebbe finalmente arrivato. E quando giravano l’angolo e vedevano i riflessi sulla porta a vetri partiva lo scatto a chi arriva prima, il cicalino all’ingresso valeva la campanella dell’ultimo giro per i mezzofondisti; Pessina di spalle dietro al bancone a riordinare le piramidi di barattoli, oppure tuffato dentro la vetrina del banco dei salumi a spostare i prosciutti, gli occhiali da presbite agganciati a una catenina in metallo, il camice grigio-azzurro come quello di un elettrauto. Gli spintoni davanti al frigo dei gelati, la locandina in metallo con le fotografie dei prodotti e le barre di pennarello nero su quelli esauriti; le mani abbronzate – le chiazze più chiare della pelle rinata sotto i graffi e le cicatrici e il grattarsi per le punture delle zanzare, pelle nuova e fresca ancora salva dall’esposizione al sole – quelle mani loro buttate dentro a spostare le scatole ammaccate di Viennetta per vedere se sul fondo ce n’erano ancora, di gusti buoni, o se davvero restavano solo l’anice e la menta. Così per tutti i giorni di tutta l’estate di tutte le estati; fino a quando l’aria cambiava odore e si rientrava a casa un po’ prima e ci si copriva la carne un pezzo alla volta e c’era da finire tutti i compiti lasciati indietro nelle settimane precedenti. Ed era così che si perdevano il flusso delle cose, come queste se ne correvano naturali, e capitava il momento in cui si andava un’ultima volta da Pessina e nel frigo era rimasta giusto la brina sopra un paio di scatole ammaccate di Viennetta.
– I gelati sono finiti. –

– Scusa: il bagno? –
Si erano incrociati in quel trancio di corridoio e gli faceva strano non dire proprio niente. E ne avrebbero riso, poi, di come a lei era sembrata scema una domanda così, fatta a mezzo metro dall’omino nero dipinto sulla porta, e ad ogni buon conto era successo di finire con lei inquartata con le spalle al muro e una mano di Biagio tra le cosce.
La destra diretta a coppa sulla figa – la riga indovinata attraverso il cotone misto spandex – la sinistra già dietro che tirava l’elastico dei leggings e si portava dietro quello delle mutande fino a trovare il culo nudo e indovinarne la consistenza.
– Non qui: vieni. –
Chiusi nel cesso per i disabili, Nadia appoggiata alla barra in plastica che serve per reggersi sulla via per la tazza, la coscia destra tirata su come le ballerine che fanno gli esercizi davanti allo specchio – i leggings e le mutande un unico grumo nero sceso alla caviglia sinistra – la lingua di Biagio sulla faccia, dalla guancia destra
fino alla bocca e poi dentro – l’acido dei gin tonic di lui e quello della gastrite cronica di lei, coperta male dalla Daygum Protex con i cristalli azzurri – la fibbia della cintura slacciata fuori controllo sulla carne – la fatica di Biagio a entrare, il culo di Nadia troppo in alto, lui in punta di piedi che strusciava il cazzo sull’interno delle cosce di lei fino a farcela; i colpi portati morbidi, senza mai uscire – il ciac delle pance velate di sudore quando si staccavano e di nuovo si incollavano – le bocche aperte spalancate poggiate labbra contro labbra senza più baciarsi, molli nel respiro – Biagio concentrato su cose futili lontane per non fare quello che viene subito e si ammoscia prima del tempo.
– Dai. Vai prima tu che non è bello ci vedono uscire insieme. Io mi devo rimettere le mollette ai capelli. –

*

– Che fine di merda, povero Colombo: è morto rincoglionito. –
– Che? – la voce dall’altra stanza arriva sottile.
– Quello che faceva Colombo, l’attore: gli è andato in pappa il cervello. –
– Capisco. –
Giamma torna in cucina e si mette all’opera: ha quella cosa che scende la quantità giusta su un piatto e la scalda sopra la fiamma del fornello, fa andare i polsi come uno che passa la sabbia di un fiume cercando pepite.
– È buona, pure troppo: grani belli grossi, se li scaldi almeno si rompono un po’. –
– Bene. –
– Mica le schifezze che danno ai ragazzini nelle discoteche. Nello è un signore, lo sa fare il mestiere. Non ’ste merde di albanesi con le loro mignotte. –
– Bene. –
Giamma lo conosce che saranno quarant’anni, Nello: gliele aveva date lui le prime spade e l’aveva seguito quando si era lasciato prendere la mano e non aveva insistito quando se ne era cavato fuori. Si erano ritrovati tempo dopo, per caso, in quel bar là sulla circonvallazione interna e avevano parlato parecchio di come
andavano le cose e tutto quanto. E Giamma l’aveva detto, che allo zuccherificio dove lavorava lui ce n’erano di ragazzi che ci andavano dietro, a quelle storie lì, e si lamentava dello schifo che ci piazzavano, a quei bimbi – che non era come ai tempi loro, quando la faccenda era anche un’esperienza, mica tanto per fare e dire di farlo o averlo fatto; e non ci era voluto tanto a che Nello lo convincesse a lasciare giù qualche bustina.
– Prendila come una questione culturale, mi ha detto, una missione educativa. –
Poca roba, niente di impegnativo, senza patemi d’animo; e la cosa era rimasta in piedi così, negli anni, e ancora sta in piedi adesso.
– Meno male che c’è, almeno si alza qualcosa oltre la mobilità. –
Giamma raggiunge il tavolo con il piatto in ceramica blu e le due strisce apparecchiate sopra. Arrotola il dieci euro e fa il suo, poi offre a Yoghi che dice di no con la testa.
– Sicuro? –
– Sicuro. –
Giamma raddoppia perché le cose non si avanzano ché poi Gesù piange. Sulla parete vicino al frigorifero c’è la cartolina di una Madonna che il prete ha lasciato quando è venuto a benedire la casa per Pasqua e un rametto rinsecchito di ulivo fatto su con un nastro fermapacco rosso. Giamma apre e chiude la bocca un paio di volte, come uno sbadiglio – le immagini dei morti quando aprono le bare dopo anni e li trovano ingessati così a sorridere a niente.
Yoghi si alza e infila il pacchetto con i soldi nel marsupio.
– Chi cazzo lo usa ancora il marsupio? –
– Vaffanculo. –
– Davvero: dove l’hai preso? Con i punti del Dixan? –
– Davvero: vaffanculo. –
– Bello il tuo marsupio. –
– Ho detto vaffanculo. –
Giamma si avvicina con la testa incassata nelle spalle, molleggia le braccia.
– Ti sei offesa? – si mette in posizione di guardia e allunga molle un jab stuzzicando il mento di Yoghi, che tira indietro il collo.
– E dai: ma che cazzo vuoi? La pianti? –
– Fai la difficile, con il tuo marsupio? – e insiste a punzecchiare con il sinistro, il destro ripiegato con le nocche strette bianche sotto il mento.
– Guarda che poi abbuschi. –
– Abbusco da chi? Da una figa con il marsupio? –
Yoghi scatta in avanti e lo stringe forte, finge un paio di ganci bassi sotto le costole e tutti e due ridono. Giamma lo fa forte, con la bocca spalancata – la bocca sua come quella dei morti. Yoghi affonda la testa sulla spalla dell’avversario, spinge con il mento tra la base del collo e la scapola: l’odore del Denim, violento, è lo stesso di quando era bambino e l’avevano ricoverato per l’appendicite e Giamma si era presentato in reparto con il Mivar staccato dal salotto e la consolle del Sega Master System perché già doveva mangiare di merda, in ospedale, che almeno non si rompesse i coglioni.
Finisce subito, vanno verso la porta.
– E tu? Non hai niente da lasciarmi? –
– ’Sto giro c’è un problema. –

*

– Sei in anticipo, potevi anche cominciare a sederti: che, stai a prendere caldo? –
– Tranquillo, sono arrivato adesso. –
Non c’è nessuno ai tavolini arrangiati oltre le fioriere di cemento, sotto l’ombrellone quadrato bianco segnato dai piccioni e dalle strisce di ruggine. Sul pavé sotto i portici restano le tracce degli adesivi di quando c’era da fare la fila fuori dall’ufficio postale che si entrava massimo in cinque per volta: un postulante ogni due m etri, che poi a occhio mica erano due metri per davvero.
– Dove ci mettiamo? –
– Chiediamo al tizio? –
– Ma va, a questi che gli frega delle distanze. Tanto poi non c’è nessuno. –
Uno spritz e una Ceres. L’Aperol luccica al sole, con l’unghia del pollice Yoghi gratta la pellicola di carta bianca argentata dal collo della bottiglia una striscia alla volta. Il posacenere in plastica blu decorato con la pubblicità dell’Orangina.
– Le patatine sono posse. –
– Chissà quant’è che fanno avanti e indietro dal sacchetto. –
– Alla faccia dell’igiene. –
– Prova a farlo te, di prendere la roba dal piatto di un cliente e darla a un altro: vedi il pieno che viene fuori. –
– Se ti beccano. –
– Ti beccano sì, se lo fai tu. –
Biagio si china un po’ in avanti e mette i gomiti sul tavolo, stringe lo stelo del calice tra indice e pollice di entrambe le mani e lo gira piano come quelli che aprono una cassaforte: mezzo giro antiorario, mezzo giro orario, un quarto di giro, un giro pieno.
– Senti, dobbiamo parlare che le cose non stanno andando bene. –
– Ho fatto qualcosa che non va? –
– No, ma va: non sei tu. Lo vedi però com’è la situazione: stiamo facendo poco. Qui ci stanno ammazzando: dopo l’altr’anno non siamo più ripartiti come una volta, non so più cosa inventarmi. –
– Capisco. –
– Avevano detto che c’erano i ristori ma non è arrivato un cazzo:
sono andato dal commercialista e ha detto è grigia. –
– Capisco. –
Biagio si distende, si abbandona contro lo schienale della sedia.Prima avevano le poltrone che sembravano di vimini intrecciato anche se in realtà era plastica colore antracite, bei mobili da giardino solidi possenti con i cuscinoni bianchi; ora hanno messo seggiole tubolari in metallo leggero che nemmeno gli esterni del McDonald in Centrale.
– D’estate magari le cose vanno un po’ meglio, ma con settembre conviene che ti guardi intorno perché non ce la faccio a tenerti fisso.
Capace magari ho bisogno qualche volta nel fine settimana, ma non riesco a fare piani. –
– Capisco. –
Biagio accavalla le gambe e appoggia il polso sinistro sul ginocchio:con il pollice gratta la base dell’anulare, dove è rimasto il callo della
fede finita nel cassetto del comodino.
– Stando messi così non ha senso tenere in piedi il contratto: con le trattenute è più quello che si incula lo Stato di quello che viene in tasca a te. Facciamo che quando riesci a venire che c’è bisogno ci arrangiamo in qualche modo. Intanto puoi cominciare a muoverti per la disoccupazione. Vai magari da quelli dell’ACLI che ti aiutano loro con le pratiche. –
– Va bene. –
– Un’altra la bevi? –

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11 risposte a “Francesco Sala, I gelati sono finiti, romanzo, Transeuropa, pp. 150 € 14, Lettura di Giorgio Linguaglossa, narrazione pandemica e panoramica: chiacchiere, personaggi fasulloidi, retroscene, finzioni, peones, backstages, cialtroni, cialtronerie, refrainerie, furfanterie, accalappiatopi e bevute di birra, campari, castronerie, un aforismario di bazzecole e di plebeismi, un parlare in mezze maniche di camicia, paesaggi suburbani desolatamente sghembi, decolorati… un repertorio kitsch per una narrazione pre-kitchen, ibrida, tutta tenuta sul piano basso del linguaggio, personaggi da psicorealismo

  1. milaure colasson

  2. milaure colasson

    Il romanzo moderno dovrebbe trattare personaggi fantasmatici, fantasmi, avatar che nuotano nell’albume del nulla, nel vuoto sotto frigobar, dei blablaismi di cui ci nutriamo quotidianamente, e questo mi sembra che faccia Francesco Sala.

  3. milaure colasson

    Esercitarsi a scrivere prosa è un ottimo allenamento per un aspirante poeta.

  4. antonio sagredo

    Credo che Joyce abbia già detto “quasi” ogni cosa dentro e fuori le regole, anche quelle fantasmatiche, immaginarie, inesistenti, reali, ecc.
    Qundi non esisterà una nuova prosa o nuova poesia, ma una prosa e una poesia che si sottraggono a se stesse.
    Come? : è quello che si deve realizzare, ma in altre dimensioni che ancora non conosciamo, ma il tragitto è già segnato. ed è un sistema fuori da ogni sistema.

  5. raffaele ciccarone

    Kitchenpoem, Esercizi di Stile,

    Un unicorno ha urtato una Trialce sull’Appia.
    Un carceriere ha permesso a un terzo di entrare in Piazza del Popolo.
    Anitra col cappello, gamberi per contorno in padella.
    Rosso e nero com’era una volta.

  6. Tiziana Antonilli

    I dialoghi del romanzo di Francesco Sala mi sono familiari, si possono sentire in molti bar e in diverse zone del nostro Paese. Non solo il linguaggio è indovinato, lo è anche il ritmo .Giorgio Linguaglossa scrive che ‘ non c’è vita privata scissa dalla vita pubblica’, era vero per noi che in piazza scandivamo ‘ il privato è politico ‘, è vero in questa nostra era in cui il politico ha fatto a pezzi il privato. E i dialoghi dei personaggi di Sala lo dicono senza giri di parole.

  7. Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura,inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta.

    MILAN KUNDERA

    • Guido Galdini

      Diego de Landa, un francescano spagnolo, dopo aver fatto distruggere decine di codici maya, ha scritto una “Relazione sulle cose dello Yucatan”, dove tratta della civiltà maya ai tempi della conquista.
      Chissà se Kundera aveva in mente queste circostanze.

  8. milaure colasson

    L’Italia si attaglia perfettamente alla diagnosi di Milan Kundera, è un paese che ha perduto la memoria. Gran parte della responsabilità di questa strage è di Berlusconi con le sue TV private che hanno riversato sul paese una immensa quantità di detriti e di liquami solforosi in questi ultimi trenta anni, gli effetti di questo disastro antropologico si possono scorgere nella esistenza quotidiana degli uomini e delle donne italiane. Il sorgere di partiti padronali e leninisti della destra ha completato l’opera, ma anche il PD e i partitini di sx sono in realtà il prodotto di alcuni “padroncini”. Le tracce di questo disastro si possono rinvenire anche nella narrativa (quella di Sala ad esempio) e nella poesia, quella non solo di Franco Arminio ma anche in quella di poeti celebrati come Magrelli. Stesso discorso per le altre branche di attività. Che altro dire?

  9. antonio sagredo

    “E i dialoghi dei personaggi di Sala lo dicono senza giri di parole.”, se mai cara Antonilli, è vero il contrario:
    “senza parole in giro” !

  10. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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