Il montaggio è la pratica teoretica della poiesis kitchen, Poesie di Francesco Paolo Intini, Guido Galdini, L’immaginario è la fantasizzazione del reale, è la trasduzione del reale in fantasy. La fenomenologia delle odierne società delle immagini non è esperibile entro le coordinate della ermeneutica. La fantasy si è internalizzata, è diventata una adiacenza della psicopatologia, nelle società de-politicizzate anche la fantasy si è de-politicizzata

Joseph Cornell (1903-1972)scatola

Joseph Cornell (1903-1972) scatola magica

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Il montaggio è la pratica teoretica della poiesis kitchen

La poiesis essendo costituente della realtà è, in se stessa, nel senso antropologico, sempre fiction, funge da «sostegno» del Reale lacunoso. La poiesis è ciò che costituisce il Reale ma ha una consistenza insostanziale, invisibile, come invisibile è il fantasma che lo abita.

La nuova poiesis ha acuta consapevolezza del legame che sussiste tra il fantasma e il Reale, nega legittimità al mito di un significante fondamentale, di un dire originario e di una metafora fondamentale; non si dà nulla di fondamentale né di originario, e il fantasma ne è la contro prova. Ciascun essere pensante ha i propri fantasmi, la propria solitaria scena fantasmatica, se non ci fossero i fantasmi il soggetto non potrebbe sopportare il trauma dell’irruzione del Reale nell’ordine simbolico; così, la smagliatura nell’ordine simbolico ristabilisce il contatto con la realtà.

Nelle società post-democratiche del capitalismo cognitivo si assiste alla liberalizzazione del fantasma, la società è diventata fantasizzante, si ha un liberi tutti con i liberi fantasmi. E ciò è in consonanza con le istanze del liberalismo e del capitalismo cognitivo.

È nella opposizione fra fantasia e realtà che il Reale si gioca la sua «consistenza», il Reale è dal lato della fantasia e della facoltà fantasizzante. In ordine a ciò il Reale e la fantasy sono le due facce della stessa medaglia: il Reale non ha alcuna «consistenza» ontologica, è spettrale e fantasmatico, mentre la fantasy è il fantasma che interviene nella realtà; ed è traumatico l’ingresso del fantasma nella realtà e sempre spostato rispetto a se stesso – può sì fungere da sostegno, da supporto alla realtà, ma solo come cornice, come spazio vuoto ontologico intorno al simbolico, vuoto da riempire.

Non vi è nessuna formula universale che abita l’immaginario, afferma Žižek; ognuno possiede un proprio singolarissimo «Fattore» che regola e gestisce il proprio Fantasma (una donna, vista da dietro, poggiata su mani e ginocchia era il fattore dell’Uomo dei Lupi; una donna statuaria, algida, evanescente, nuda, priva di peli pubici era il fantasma di Ruskin), afferma sempre Žižek, e così via. Per il pensatore di Lubiana la mancanza di un universale comune della fantasia costituisce il tratto autenticamente universale di essa – ecco perché possiamo qui trovare un punto di contatto fra fantasy e immaginario. Si ha fantasy in quanto si ha un immaginario. E viceversa.

Il fattore F (fantasia) è diverso per ciascuno di noi, ma ogni soggetto è caratterizzato dal fatto di possederne almeno uno.

Nella singolarità della propria fantasia personale, ciascuno coltiva una propria peculiarissima fantasia. Il neoliberalismo ha sdoganato la fantasia personale. Si ha diversità in quanto la fantasia abita l’immaginario. L’immaginario è diventato plurale. Al contrario di ciò che sosteneva Jung, non c’è un inconscio collettivo delle fantasie, ciascuno possiede una propria peculiarissima fantasia che non può fare a meno di coltivare nel segreto delle stanze mentali. Questa identità nella diversità è il tratto trascendentale che unisce l’evento traumatico della fantasy (fattore F) entro le dimensioni strutturali dell’immaginario e del simbolico.

La poesia del «montaggio» è un atto teoretico, un atteggiamento mentale. L’immaginario è la fantasizzazione del reale, è la trasduzione del reale in fantasy. La fenomenologia delle odierne società delle immagini non è esperibile entro le coordinate della ermeneutica. La fantasy si è internalizzata, è diventata una adiacenza della psicopatologia, nelle società de-politicizzate anche la fantasy si è de-politicizzata: non c’è una fantasy di destra e una di sinistra, qui vige l’egualitarismo di una fantasia egalitaria. La fantasy è apparenza, prospera dietro il giubbotto anti proiettile dell’interno.

Il tema dell’immaginario de-politicizzato si inserisce come un dato da immettere nel «montaggio» del materiale poetico in quanto indizio di una inversione radicale, nella quale il pensiero poetico si disidentifica da se stesso per farsi fantasy, filmografia; la fantasy si disidentifica da se stessa, per divenire pensiero-filmografico, filmografia, truismo grafia dell’immaginario. In sé la fantasizzazione è innocua.  Questo spiega perché la pratica del «montaggio» kitchen non è inscrivibile nelle consuete estetiche novecentesche, dal detournément situazionista, alla «macchina desiderante» di Deleuze-Guattari, e chiarisce anche il motivo della importanza capitale del «montaggio dell’immaginario», della della coppia Reale immaginario/Immaginario reale.

La riduzione del Reale da trauma a spettro, e dell’Immaginario da riflesso narcisistico e scenario fantasmatico a categoria ontologica, è uno dei punti decisivi e più importanti della modalità kitchen e del suo modo di operare. In questa ottica, il fantasma che inerisce al soggetto (fantasy) differisce di molto dalla ideologia (social fantasy) delle società della rappresentazione, esempi ne sono la moda e la letteratura di intrattenimento, ma può dispiegare un livello di fantasizzazione del reale come autentica dimensione trascendentale intersoggettiva. L’immaginario è la determinazione di un momento dialettico.
Il montaggio del materiale poetico non è un mero succedaneo del momento dialettico ma è il momento dialettico stesso nel suo operare attraverso la fantasizzazione del reale.

L’immaginario è il colpo di bacchetta magica capace di trasformare il nulla della fantasy in qualcosa, in un ente: il nulla della fantasy, pur restando nulla, può produrre effetti reali diventando un sostegno del reale in quanto il reale è insufficiente a colmare le lacune del soggetto. La dialettica che si svolge nell’inconscio del soggetto comporta una implicazione decisiva: che per creare un oggetto immaginario anche il soggetto debba «irrealizzarsi», diventare immaginario.

Non c’è alcuna fantasia fondamentale perché, se ci fosse, una volta realizzata si dissolverebbe. Non è la verità fondamentale ma la menzogna fondamentale, la bugia secretata, ben nascosta, che tiene oscenamente insieme i frammenti sparsi della soggettività.

(Giorgio Linguaglossa)

Francesco Paolo Intini

GOLIA OVVERO IL BELLO DELLA MUTAZIONE

Dopo l’allontanamento il molare ritornò in sede
Troppi indicatori l’avevano corrotto.

La tonsilla prese la parola. Una ciliegia
Tra gli artigli di zanzara.

Al rhum! Al nido! Un’ idea viva
Mangiata dal significato.

Cesio sgorga dal dentifricio
e colesterolo scola in mare.

Fu come recare a Chernobyl
un mazzolin di rose e viole.

Corium finalmente, di quello bono:
crema gianduia e muscoli sul calendario.

Salta un Allende al giorno
zzzz di elicotteri dalla pipa.

Se un’intera nazione si fa piombo
Un’altra pescherà nei mari del SUD.

Statue di Cristo vagano
nelle valli dell’ orca.

Altre se ne vedono nei Cloud.

Magellano in persona spara tra i canini
Ma è colpito da Pantelleria e cade nella carie.

Pablo è morto e la moglie va in TV
Solo insalata e babbuini al posto della lingua.

*

Questa poesia di Francesco Intini è un mirabile esempio di plurilinguismo e pluristilismo kitchen. Assembla locuzioni onomatopeiche (zzzz di elicotteri), catacresi (Chernobyl/ un mazzolin di rose e viole), interiezioni di matrice plebea (Al rhum! Al nido!), locuzioni derisorie e sarcastiche (La tonsilla prese la parola. Una ciliegia/ Tra gli artigli di zanzara), enunciati ultronei e abnormi (Cesio sgorga dal dentifricio/ e colesterolo scola in mare), il tutto amalgamato in una cornice di eleganti distici che collidono con la materia verbale tipicamente plebea e infiammabile.
Qui parlare di non-senso è un errore, ci troviamo in un universo plurisenso, cioè, fuori-senso.
La dimensione dell’immaginario è propriamente la fantasy, il regno della libera fantasizzazione del reale. Il reale è laddove si presenta in forma di trauma, di trauma linguistico: la poesia è la dove il linguaggio poetico fa festa. Oggi per fare poesia occorre aver riflettuto a lungo su questi tre assunti:

1 Quali esperienze significative la poesia deve prendere in considerazione?
2 la mancanza di un «luogo»,di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
3 è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

(g.l.)

Tra le mie carte ho ritrovato questa composizione, piuttosto antica. Mi chiedo se sia cambiato qualcosa nel frattempo, da queste parti.

Francesco Paolo Intini

STA QUI IL MIO SUD (1980)

Sta qui
il mio sud
dove
il sole arde
-con fiamme d’ invidia-
talenti quasi artistici
poeti disperati, falliti, anarchici.

Pozzanghera dove pullula in miniatura
la lotta di classe.
Lotta tra amici
sotto un cielo di bolle.

Si rosicchia come tarli
la stessa porta
lo stesso gusto d’arraffare.

Reduci del ‘68
grassi e ricchi
di un ’68 mai vissuto
con ferite dentro al corpo
ma violente discussione
quelle sì
con fucili e cannoni
che sparavano sogni
frustrazioni non più represse
Rivoluzioni.

Ancora urlano
da una porta all’altra
dialettiche prese di coscienza
sensibilizzazioni di massa
ed un sangue
vernice rossa sui muri
testimonia ancora il fuoco nelle vene
di folli incazzati col potere
ora panciuti impiegati
ex intellettuali.

Teatro di gran battaglie
sul filo del suicidio sotto i treni
e d’aneddoti maliziosi
da ridacchiare insieme.
Con radio che educano all’ idiozia
nullità geniali che s’ingozzano d’avanguardia
ed il gioco della birra
a dettar legge nei partiti.
Miserabile teatro dei quattro venti
dove il sole si schifa di sorgere personalmente
partorisci imitatori
mimi
del gran baccano che chiamano

Arte, Cultura, Politica.

Sopra le antenne
vive una tribù di corvi,
qualcuno era di passaggio
ma ora è un piatto prelibato
questo paese di vive carogne.

*

Logos erchomenos, la “parola che viene”. Andrea Zanzotto si è servito più volte dell’espressione che nei Vangeli e nell’Apocalisse designa il messia, logos erchomenos, per definire il dialetto come sorgività della parola, qualcosa che viene direttamente dalla immediatezza di una pura interiorità.

Io ho sempre sospettato che dietro questa tesi si celasse un sottocosto, un prezzo aggiuntivo. L’etichetta della immediatezza mi ha sempre fatto venire l’orticaria… penso, anzi, sono convinto che non ci sia nessuna immediatezza alla base del linguaggio poetico, perché di questo passo finiremmo per divinizzare il mito della sorgività e dell’origine. E la poesia non ha niente a che vedere con questo pseudo mito.

Tanto è vero che, in un momento di rara sincerità, Zanzotto ha detto che «il mio linguaggio poetico in lingua era fasullo», pronunciando un verdetto inequivocabile di discredito sulla sua produzione poetica in italiano.

Che tu abbia potuto scrivere questa (tra l’altro molto bella poesia) nel 1980 non mi stupisce, hai fatto una poesia singolare-plurale che ha raccontato la storia di una generazione sconfitta e disillusa in pieno rigoglio e riflusso alla utopia della poesia rurale e della poesia adamitica in pieno inverdimento negli anni ottanta. Quella era una poesia con certificato vidimato di inautenticità e di programmatica falsa coscienza. La tua poesia io la leggo, oggi, come reazione a tutta quella fumisteria di buoni sentimenti e di buone intenzioni, di cuore aperto… le buone intenzioni lastricano sempre la via verso l’inferno.

Adesso capisco come la tua ultima poesia kitchen sia in un certo senso imparentata con la tua produzione degli anni ottanta, nella tua ultima poesia non c’è nulla della immediatezza, tutto è meditato e mediato dal mondo e dalla distanza che tu hai saputo mettere tra il linguaggio poetico e la tua interiorità. È stato il prezzo che hai dovuto pagare per transitare verso una poesia oggettiva, che cioè impiega le parole come oggetti linguistici e non come oggetti liturgici, quello che fa, con falsa coscienza, la poesia elegiaca.

(Giorgio Linguaglossa)

Guido Galdini

Ripasso di matematica e geometria otto

fin dal primo anno del corso di platonismo
è noto che ogni cerchio
tracciato, immaginato o sognato
è un modesto riscontro del cerchio
che dimora nell’inattingibile mondo delle idee

ripeto, è una filosofia elementare
diffusa da autori senza pretese
da prefatori la cui voce non osa
avventurarsi nella bufera dei testi
contentandosi delle note a piè pagina
dove possano esprimere il loro smorto fulgore

ma tutto il resto, le figure più sghembe
gli ovali mal riusciti, gli sgorbi tracciati
con mano tremante o indecisa
avranno anch’essi il loro timido luogo
nel mondo delle idee sopracitato?

la precisione negli occhi del volto
si ribella a quella negli occhi della mente
cospargendo di terriccio lo splendore
il muschio cresce sui muri delle case crollate
schiaffeggia le ambizioni dell’intonaco
ma non cessiamo di rovistare nello scrigno
che rinchiude i tesori e le loro vendette

siamo i gingilli della perfezione.

(2015)

La tua poesia del 2015 è ancora una poesia racconto, che vuole raccontare qualcosa che è accaduto nella storia. Anche io a quell’epoca mi muovevo nell’orbita di una poesia racconto, come tutti. Poi dev’essere cambiato qualcosa, ci siamo trovati tra le mani questa poesia della disillusione e del racconto della nostra disillusione e abbiamo capito che non potevamo ancora continuare a raccontarci una storia che già sapevamo, che non dovevamo raccontare più perché i media raccontano molto meglio di quanto possa fare un singolo. Non c’era più niente che valesse la pena di essere raccontato, perchè non c’era più una storia da raccontare…

(Giorgio Linguaglossa9

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8 risposte a “Il montaggio è la pratica teoretica della poiesis kitchen, Poesie di Francesco Paolo Intini, Guido Galdini, L’immaginario è la fantasizzazione del reale, è la trasduzione del reale in fantasy. La fenomenologia delle odierne società delle immagini non è esperibile entro le coordinate della ermeneutica. La fantasy si è internalizzata, è diventata una adiacenza della psicopatologia, nelle società de-politicizzate anche la fantasy si è de-politicizzata

  1. ci sono dei fenomeni sociali che operano a livello molecolare e molare, fenomeni imprevedibili e non concertabili, avvengono a basta. Come sia avvenuto che un indirizzo di ricerca della poesia buffet o poetry kitchen sia accaduto e si sia consolidato nessuno lo può dire, è accaduto e basta. I fenomeni sociali non hanno una regia, sono il frutto di un numero indeterminato di forze e di spinte indipendenti. Non ci sono burattinai, ma solo burattini che spingono il teatrino, ognuno a suo modo, con più o meno forza, in una direzione o nell’altra, spesso a dispetto delle proprie intenzioni consapevoli. Forse, non è nemmeno un caso che la poesia buffet si sia affermata durante la pandemia. Forse tra i due fenomeni c’è una connessione. Quando l’epidemia sarà finita, ci sarà sicuramente un ritorno festoso alla socialità che nessun governo democratico si sognerà di proibire, i caffè saranno di nuovo popolati, i ristoranti anche, e così le discoteche… può anche darsi che allora la poesia buffet si esaurirà, perderà la sua spinta propulsiva ma è certo che tornare indietro non si può più, io ad esempio sono letteralmente incapace di scrivere la poesia elegiaca che si scrive oggi, e come critico sono letteralmente incapace di commentare una poesia tradizionale. È che sono cambiato e anche la mia poesia è cambiata. Penso sempolicemente che chi avrà praticato per un po’ la poetry kitchen sarà incapace a tornare indietro, c’è in essa una forza che guida le cose…

  2. … sento dire nei talk show e leggo nei giornali frasi fatte, frasari fritti e usufritti, frasi di plastica o di plastilina come : «Punto di caduta, Trovare la quadra, Alto profilo, Inciucio, Squadra di governo, Sgrammaticatura istituzionale, elezioni anticipate, una donna al Quirinale»… etc.
    Si tratta di linguaggi usufritti, plastificati, posiziocentrici, già fatti, pronti per l’impiego… linguaggi che tendono a nascondere più che a svelare il reale stato delle cose. Così avviene anche in poesia, nei linguaggi degli ermeneuti, quelli che scrivono le prefazioni dei libri e nei linguaggi poetici… là ci sono fraseologie che vanno bene per tutti gli usi e per tutti gli utenti.
    Si tratta di linguaggi plastificati, di pensieri plastificati. Oggi viviamo tra pensieri plastificati e parole plastificate che tutti capiscono all’istante. Siamo arrivati al punto che è davvero difficile oggi evitare l’uso, inconsapevole, di linguaggi siffatti. Si tratta di linguaggi di plastica monouso, prendi e getta, di linguaggi pubblicitari. Moltissimi libri di letteratura sono scritti con questo tipo di linguaggi. Io quando vado in libreria spesso apro a caso un libro e leggo quello che c’è dentro. Accade che richiuda subito il libro inorridito e disgustato… siamo dentro un universo di linguaggi anisotropici… che crescono a dismisura propria sponte…

  3. Ha fatto benissimo Giorgio Linguaglossa, articolando,su di essa lucidamente il suo pensiero, organizzando acutamente intorno a essa le sue riflessioni estetico-stilistiche, a ricordare ancora una volta quella che anche per me rimane la parola-chiave delle composizioni in stile kitchen: il montaggio.

  4. Dalla’Accademia Griffith si apprende che il montaggio nel campo cinematografico è una delle fasi più importanti di realizzazione di un film.
    Per alcuni, il montaggio è il momento in cui si manifesta la vera forza creativa della realtà filmica

    Per ricostruire, scena dopo scena, la storia del film così come era stata concepita in fase di sceneggiatura, il montatore dovrà ordinare e scegliere tra le diverse riprese della stessa inquadratura quella più efficace, per poi unire i segmenti scelti tra loro.

    Unire tra loro due inquadrature (raccordo) è qualcosa di più che una semplice operazione tecnica perché l’associazione di due immagini può produrre un senso diverso da quello che ognuna di esse ha in sé e per sé.

    I diversi tipi di montaggio sono finalizzati alla creazione di “significati” che devono stimolare e guidare lo spettatore verso una forma di interpretazione della realtà cangiante, sempre diversa.

    Tutte queste indicazioni o meditazioni possono essere estese dal campo cinematografico a quello di una com-posizione in stile Kitchen.

    Propongo da Storie di una pallottola e della gallina Nanin, di prossima pubblicazione (Ed. Progetto Cultura-Roma), la Storia di una pallottola n.11.

    Gino Rago
    n. 11

    L’uccello Petty è un pieno di collera.
    Dice:
    «Egregio critico Linguaglossa,
    la informo che la “Bestia” di cui parla il Conte di Kevenhüller
    l’ho catturata io, è un sedicente poeta elegiaco,
    una vera canaglia,
    le cui auto pubblicazioni oscillano fra lo “Specchio” Mondadori
    e la collana bianca dell’Einaudi,
    l’ho chiusa a chiave nella toilette dell’atelier di Piero Tevini
    al piano quinto
    dello stabile sito in Circonvallazione Clodia n. 21.
    Resto in attesa dei 49 milioni di euro a suo tempo trafugati
    dalla Lega lombarda di via Bellerio;
    mi sto preparando per la cerimonia della targa all’ex Presidente della Repubblica
    Carlo Azeglio Ciampi.

    Che è che non è la squadra omicidi del commissariato del dott. Ingravallo
    ha manomesso il nome deturpandolo,
    allora la ex sindaca dell’Urbe,
    Virginia Raggi,
    ha dichiarato essere stata vittima di un complotto
    ordito dalla Lega lombarda e da Fratelli d’Italia per detronizzarla
    dalla carica di sindaco
    e far decollare la candidatura della leghista Irene Pivetti
    (l’ex Presidente della Camera dei deputati).

    Il Conte di Kevenhüller
    ha già ordinato alla Tesoreria Generale della Banca d’Italia
    di corrispondere 49 milioni di euro
    a chi colpirà la “Bestia”,
    somma che verrà corrisposta al Regio Cassiere
    don Antonio Porta
    per il tramite del direttore dell’Ufficio Affari Riservati
    di via Pietro Giordani, 18.

    Accade che il pentastellato Lucio Mayoor Tosi
    decida di contattatare il filosofo Žižek
    il quale ha appena affibbiato un ceffone in pieno viso
    al segretario della Lega lombarda,
    tale Salvini,
    ben noto al commissariato del dott. Ingravallo
    in quanto reo di aver baciato in pubblico il rosario
    della Madonna Santissima Addolorata
    dopo aver deglutito alcuni panini alla mortadella e alla porchetta di Ariccia,
    pregandolo di risolvere a suo modo la questione.

    Allora, Žižek
    ha telegrafato al commissario Ingravallo
    intimandogli di sortire fuori dal romanzo
    di Carlo Emilio Gadda
    e assumere servizio presso il commissariato della Garbatella
    in subordine al commissario Montalbano
    il quale ha risolto il caso chiamando in servizio operativo
    nientemeno che il filosofo Giorgio Agamben
    autore di una interpellanza al Presidente del Consiglio Mario Draghi
    il quale a sua volta ha ordinato al Generale Figliuolo
    di intercedere presso la Santa Sede
    per via della Madonna Santissima Addolorata
    baciata dal nominato Salvini sul pubblico palco del “Papeete”
    quando i sondaggi lo davano al 34%
    mentre il nominato chiedeva «pieni poteri» per poter risanare lo Stivale.

    La storia non finisce qui, potrebbe continuare, ma noi la vogliamo
    interrompere proprio qui…».

  5. raffaele ciccarone

    Set 50

    Martin Heidegger scrive
    poesie d’amore per Hannah
    consuma le rime
    col linguaggio filosofico
    spera di spiazzare
    l’avanguardia, la post avanguardia
    e sviare la moglie Elfride
    Minni e Paperina vedono
    Topolino e Gastone al bar
    Paperino va su tutte le furie
    mangia tutti gli Hot dog ordinati

  6. Ha scritto, su questa testata, sul post a lui dedicato un autore, Guglielmo Aprile, che ha tentato di allinearsi all’Ombra ma che si è spaventato e ha battuto in retromarcia:

    «Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione. Ma gli Dei abitano nelle lande più antiche della psiche dell’uomo moderno; sono soltanto addormentati, eppure la loro presenza si lascia percepire, anche in forme non consapevoli, in alcuni oggetti, che si fanno loro emissari e messaggeri, assurgendo a simboli: ecco allora le irruzioni del numinoso nella nostra vita, che sconvolgono e stupiscono, e di fronte alle cui epifanie ci sentiamo spiazzati e temiamo di rasentare gli stati pericolosi del delirio e dell’allucinazione, ossia del disordine mentale. In fondo il mio libro enumera una serie di figure riconducibili tutte al perturbante freudiano: prima fra tutte quella del “bambino”, che è però spogliato di innocenza roussouiana, in quanto è selvaggio, vicino alla dimensione dei progenitori arcaici, e proietta in sé le pulsioni istintuali dell’Es e i corollari schemi difensivi che l’Io adotta per reazione al dilagare di questi; volevo quindi riprendere il tema dell Ombra, ma risemantizzandolo in direzione psicoanalitica, rispetto ai connotati di ‘copia imperfetta di un modello ideale’ che gli attribuiva il platonismo».

    Sono sempre sospettoso però quando si imposta il discorso di oggi sulla poiesis con la terminologia della «dipartita degli dei» e delle «cicatrici» che ha lasciata la loro scomparsa. Mi sembra un discorso mitico e mitizzante che, quantomai deve essere aggiustato con dei correttivi, parlando della situazione attuale dell’arte almeno dall’Illuminismo e della nostra epoca. Il discorso mitico sulla dipartita degli dèi ci fa perdere di vista la situazione attuale di crisi e rischia di portarci fuori strada. Si rischia di andare a sbattere sul muro della impenetrabile tediosità di questa terminologia arcaica.

  7. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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