Nell’ottobre 1958, per una relazione interna alla rivista «Officina», Franco Fortini scrive: “Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana”, con una messa a punto di Marie Laure Colasson: Occorre un Grande Progetto, Un Nuovo Paradigma della poiesis, Poesie di Mauro Pierno da Compostaggi, Guido Galdini, un Estratto di Piero Dorfles

Lucio Mayoor Tosi, Quattro Ombre, 2021
Se puoi vedere l’ombra, puoi vedere anche la figura dietro l’ombra, che è invisibile. Per vedere l’invisibile devi raffigurare il visibile. I segni della poiesis forniscono la cornice di ciò che l’ideologia della significazione vuole celare, indicano ciò che non può essere rammemorato, non può essere significato e non può essere indicato, indicano il negativo che  si nasconde appena dietro la significazione che l’ideologia del tutto vuole significare; alludono, accennano, ammiccano a quel qualcosa che non può risolversi nella significazione, ma che sfugge ad essa.

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Nell’ottobre 1958, per una relazione interna alla rivista «Officina», Franco Fortini scrive:

“Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana, in seguito alle fratture storiche subite dal nostro paese; ovvero al riconoscimento di antenati quasi simbolici, appartenenti di fatto a tutte le eredità europee». «Nell’odierna situazione, credo che le postulazioni fondamentali di “Officina” – agire per un rinnovamento della poesia sulla base di un rinnovamento dei contenuti, il quale a sua volta non può essere se non un rinnovamento della cultura – con i suoi corollari di civile costume letterario, di polemica contro la purezza come contro l’engagement primario ecc. – siano insufficienti e persino auto consolatorie. Rappresentano il “minimo vitale”, cioè un minimo di dignità mentale, di fronte alla vecchia letteratura evasivo-ermetizzante e alle nuove estreme-destre letterarie ma sono anche, di fatto, assolutamente prive di forza e di prospettiva di fronte alla letteratura e alla critica nuove.1

Gli appunti di Fortini illustrano come fosse ben chiara, in lui più che nei redattori della rivista «Officina», l’idea che la vera questione sulla quale ruotavano le scelte strategiche del gruppo era la cosiddetta «ontologia letteraria del Novecento»; un «piccolo mito» creato «a favore d’una definita cerchia di autori e critici degli Anni Trenta». «Alcuni di noi – continua Fortini – ed io fra questi, ebbero in sorte di far coincidere l’inizio della propria attività letteraria con la critica a quel mito e al gusto di quel decennio».2

L’idea poi che la letteratura e soprattutto la poesia del nostro Novecento si sia sviluppata secondo criteri e caratteristiche speciali e assolutamente innovatrici rispetto all’epoca precedente, tanto da rendere possibile la redazione di un “canone”, è stata lungamente vulgata da critici come Bo, Ferrata, Anceschi e da molti altri. Ma chi più la prende sul serio? Attaccata da tutti i lati, nell’ultimo quindicennio i suoi stessi settatori l’hanno ampiamente corretta. L’inizio del gusto novecentesco silenziosamente si è venuto spostando dai fiorentini a Gozzano, Campana prendeva il posto (modesto) che era il suo, accanto a Jahier si poteva ormai leggere anche Michelstaedter, Rebora diventava una figura centrale, un Tessa o un Clemente non erano più soltanto scialbe figure di periferia e di provincia. Si veniva a sapere, seppure di malavoglia, che negli Anni Trenta aveva operato un poeta della statura di Noventa e che Pavese aveva pur scritto Lavorare stanca. Lo schema “novecentesco” è andato anche troppo in pezzi… Oggi, comunque, la categoria del Novecento letterario, il suo “ontologismo”, il suo “assolutismo” mi paiono formule polemiche inutilizzabili, fantocci di comodo.3

Franco Fortini da un lato addita gli errori della rivista «Officina»:

non vedere quanto il nostro “Novecento letterario” fosse appena un episodio della cultura letteraria europea tardo-simbolista e avanguardistica (…) La sua polemica contro la destra novecentesca era in ritardo di dieci anni; quello che la faceva parer nuova era la simultanea polemica contro l’impegno e il social realismo. Non a caso teneva a suggerire una poetica “civica” bensì ma di “disimpegno” dalle parti politiche»;4 dall’altro, invita a riflettere sul fatto che «L’idea che la letteratura del ventennio, o meglio la letteratura della prosa d’arte e della lirica, novecentesca prima ermetizzante poi, sia stata la “via italiana” dell’antifascismo culturale non nasce con la restaurazione successiva al 1948. È invece l’idea centrale, il mito scrupolosamente predisposto prima ancora che il fascismo cadesse, fondato sull’equivoco stesso dell’antifascismo cioè sul suo frontismo, che vedeva schierati da una medesima parte un A. Gide e un B. Brecht. In forma non scritta quell’idea circolava durante la guerra nella fascia di autori e scrittori che erano contigui all’antifascismo liberale o liberalsocialista. La formulazione più autorevole e più abile, anche per la sede ed il momento, è in uno scritto di G. Contini che nel 1944, sulla rivista svizzera “Lettres” introdusse una antologia letteraria italiana da Campana a Vittorini. Vi si sosteneva esplicitamente che la “resistenza” culturale italiana andava identificata col rifiuto dei nostri scrittori migliori ad imboccare la tromba sociale e tirteica. Nell’Italia del dopoguerra quella tesi divenne poi pressoché ufficiale. Nessuna forza o gruppo organizzato sorse a confutarla: nessuno rovesciò apertamente la tesi per affermare che al di là del fascismo di Mussolini c’era una classe ed una ideologia generalizzata e che proprio la letteratura della astensione e dell’ascesi, del “reame interiore” o das Innere Reich era la fedele voce, lo specchio devoto della classe che i fascismi creava e disfaceva.5

In un articolo del 1960 Fortini individua con lucidità le modificazioni che l’industria culturale ha introdotto nelle istituzioni della letteratura in Italia. È una analisi oggettiva, che coglie la crisi di legittimità e di rappresentatività dell’intellettuale, i legami di dipendenza tra l’attività del critico e del poeta e l’apparato dell’industria culturale: da una parte, la nascita di un nuovo tipo di critico «contemporaneista», un «misto di cinismo, moralismo e intuizionismo», dall’altra, l’industria culturale, afferma Fortini, «ha bisogno di questo tipo di eclettismo, almeno quanto ha bisogno di fabbricare le nuove avanguardie». Rispetto alla generazione precedente, i contemporaneisti di nuovo conio «sono più informati, hanno forse più studi e letture. Ma la loro posizione all’interno della società italiana è proporzionalmente la medesima… dei Serra, dei Cecchi, dei Pancrazi, e dei De Robertis: l’umanesimo zoppo».6 E concludeva:

Oggi una parte essenziale dell’attività critica è invisibile. Le scelte fondamentali si compiono nelle direzioni editoriali, dove confluiscono quei giudizi dal cui equilibrio o squilibrio scaturisce l’atto di politica culturale e commerciale (e insieme di indicazione critica) che è la pubblicazione d’una o di più opere letterarie. Non voglio dire, con questo, che la vera critica sia quella esercitata dai lettori delle case editrici o dai critici e letterati che esse impiegano; e che la verità critica sia quella depositata negli archivi degli editori. Non voglio dirlo, perché il carattere cerimoniale e convenzionale dell’articolo e del saggio ha pur una sua ragione critica, proprio per l’ossequio formale preteso dalla sua pubblicità, quale non può esistere nella schiettezza del giudizio privato. Ma non c’è dubbio che oggi il critico svolga, se non sempre almeno spesso, una indispensabile funzione tecnica nei confronti di un apparato industriale e commerciale e che, per di più, nell’atto di esercitarla, si faccia latore di tendenze ideologiche e politiche in misura infinitamente più responsabile di quanto non facciano il narratore o il poeta.”6

 

 di Marie Laure Colasson:

Nell’Italia di oggi una critica di poesia, semplicemente non esiste, si fa critica di compagnia, di accompagnamento, di corteggiamento o di cortesia, cerimoniale e di adescamento, cioè di scambio di favori, ovvero, critica strumentale a posizioni di poteri, e di influenze, critica di chierici e di aspiranti chierici che scrivono per altri chierici e aspiranti chierici.
Il discorso sarebbe più di antropologia della nazione piuttosto che di sociologia del fatto letterario.
Questa situazione il nostro amico Massimiliano la sa, la conosce bene, è una situazione correlativa alla stazionarietà della poesia italiana diciamo ufficiale, quella degli uffici stampa che genera schedine editoriali da uffici stampa.
A questo punto, l’unico genere di critica che si può fare oggi in Italia è appunto una critica di nicchia, militanza di nicchia, ovvero, di parte e soltanto di parte.
A questo punto di arrivo parlare di tradizione è come parlare dell’involucro del pacco, ciascuno la nomina per quello che più gli conviene. Non c’è nessuna questione della tradizione, c’è solo una questione di involucro e di marchio di fabbrica, questo il Signor “Massimiliano” (n.d.r. Claudio Borghi) lo sa bene, e se non lo sa, buon per lui che ancora si illude.
Giorgio Linguaglossa ha pronunciato alcuni anni fa una frase: occorre un «UN GRANDE PROGETTO» e un’altra odierna che suona blasfema ai normografi di oggi, che parla di un «UN NUOVO PARADIGMA»; dicendo questo sa bene che il suo lavoro non solo dà fastidio, perché va in contro tendenza, sa bene che questo significa andare in salita, contro corrente, contro i narcisismi in lista di attesa e contro le società per azioni letterarie, ma sa che fa una mossa da scacco matto, come quella che ha fatto Guido Oldani nel 2010 quando ha sfoderato il Manifesto del «Realismo terminale», come quella tirata fuori da Mario Lunetta con la sua «Scrittura materialistica» negli anni novanta. Noi siamo consapevoli che non c’è altra soluzione: tracciata una via, ciascuno deve scegliere in quale direzione camminare, e proseguire per quella.

1 Franco Fortini, Verifica dei poteri, Milano, Il Saggiatore, 1965 p. 64
2 Ibidem, p. 58
3 Ibidem, p. 59
4 Ibidem, p. 59
5 Ibidem, p. 46
6 Ibidem, p.44

da https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/piero-dorfles-intervista/?fbclid=IwAR2sBqSBetj1UFh0cAuAsZx0SmesuXROlMONoHeCHN4Nfnh4lNQtHL3cXrY

Estratto di Piero Dorfles

Il giornalismo culturale è andato corrompendosi, negli ultimi decenni, fino a diventare irrilevante. Ma non è mai stato esente da difetti più o meno gravi. I grandi stroncatori, i critici severi e giusti erano rari anche cinquant’anni fa. Ma il comportamento opportunistico, fatto di scambi di favori e di ricattucci reciproci, sempre esistito, oggi è diventato pervasivo. I premi di cui si parla li vincono gli amici degli amici e, entrati in giuria, restituiscono il favore. Si fa scrivere sul proprio giornale chi recensisce il proprio libro o quello dei clientes; se ne allontana chi ha osato esprimere opinioni critiche. Si recensiscono libri che non si sono letti, alle volte nemmeno sfogliati, raramente capiti. Più che svolgere un ruolo di servizio, il giornalismo culturale persegue l’interesse personale, occasionalmente tenta lo scoop e, se può, alimenta polemiche pretestuose. A complicare le cose è arrivato il predominio del marketing. Chi vende bene è praticamente costretto a pubblicare un libro l’anno, ed è tormentato dall’editore se tarda a mantener vivo il rapporto con i lettori. Chi vince un premio guadagna anche lo spazio di commentatore sui grandi giornali, indipendentemente dalla sua capacità di scrittura pubblicistica. Chi è amico dei dirigenti e dei conduttori di programmi radiofonici e televisivi avrà ampio spazio di promozione su tutti i canali, mentre chi non coltiva amicizie e terrazze non avrà nessun sostegno dalla comunicazione di massa. In definitiva: si recensisce solo chi già vende bene, si tengono d’occhio gli editori che domani potrebbero tornare utili, e si parla con entusiasmo di libri insignificanti, scritti da giornalisti e politici il cui potere, altrimenti, potrebbe danneggiare chi scrive. Ma perché stupirci? C’è forse un comparto della vita pubblica, nel nostro paese, che sfugga a questo paradigma? Non mi pare proprio. Né mi pare che ci sia più chi, con autorevolezza, possa stigmatizzare il sistema di piccola e mediocre mafia intellettuale che domina il panorama culturale. Non mi limito a rimpiangere i Vittorini, i Fortini, i Milano. Guardo e vedo una società nella quale, nel suo complesso, i valori della conoscenza e l’onestà intellettuale sono non solo poco vitali ma, ove carsicamente compaiano, derisi. Se nelle vene della società non scorre il valore della cultura, perché dovremmo trovarne traccia nel suo specchio fedele, e cioè il sistema dell’informazione?

Mauro Pierno

da Compostaggi, 2021

L’albero socchiuso ha una palpebra accennata,
Eva tollera in eterno questo alternarsi di funi.

Il sipario che si alza ha un giardino meraviglioso,
la vita scrostata di polvere colorata, quando cala.

Indossa un grembiale nell’atto di saldare,
Adamo attorciglia il prato con le stelle.

*

D’accordo spengo la luce.
Ti racconto dei gatti al buio.

Dei politici, Kitdog e Kitwoman,
elegantissima al ballo stasera nel suo abito di strass,

la felpa del cane orrenda però! Deduco che dormi.
Se vuoi non starmi a sentire. Una visione a soggetto.

Al party, tra le chiacchiere, escludendo gli altri,
taluni annuivano sull’ennesimo candidato,

Salviti?! Non ricordavano bene il nome
e oscillavano sempre di più dal lunotto.

*

Infondo la piccola porta apriva anche all’esterno,
nei semplici cardini
svolazzanti. Al saloon si sorbivano idee,
gli sputi da un angolo all’altro
mostravano traiettorie fantastiche.
Ramon, nell’esatto momento che traballò stramazzando
riconobbe volare una spirale via Lattea,
sfuocata, verdastra.
Joe sparava e rideva.

*

Il quadrato costruito sull’ipotenusa il teorema applicato
nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Nei brani sgranati si arrotolano esistenze piè
e a cena le rive si allontanano.

Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati.
Dalla forma più casuale un ricettario pubblico.

Una rivoluzione portatile per l’ipnosi.
Questa tua apparizione a capotavola,

Tomas, rimette tutto in ballo.
Lo sai che le farfalle son alte alte alte.

*

Eppure al collo si attorciglia il nodo una formica.
A cerimonia terminata

le congratulazioni ostruiscono un nido all’alba,
quanto un torrente, un cimelio o un cumulo di ortiche,

quanto le nuvole rientrate sulla bilancia della ragione.
Con una cravatta a pois.

Retro di copertina 

«Ciò che resta lo fondano i poeti» ha scritto Hölderlin. E infatti, ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, il biossido di carbonio, gli scarti della combustione, gli scarti della produzione, le parole sporcificate…

Le parole delle poesie di Mauro Pierno sono errori di manifattura, errori del compostaggio, errori della catena di montaggio delle parole biodegradate, fossili inutilizzabili. Sono queste parole che richiedono la distassia e la dismetria, sono le parole combuste che richiedono un nuovo abito fatto di strappi e di sudiciume. Non è Mauro Pierno il responsabile. Bandito il Cronista Ideale di un Reale Ideale, resta il cronista reale di un reale reale. Il «reale» del distico è dato dalla compresenza e complementarietà di una molteplicità di punti di vista e di interruzioni e dis-connessioni del flusso temporale-spaziale e della organizzazione sintattica e metrica. La forma-poesia della nuova poesia diventa così un distico distassico e dismetrico che contiene al suo interno una miriade di dis-allineamenti fraseologici, dis-connessioni frastiche, di interruzioni, di deviazioni sintattiche e dinamiche, di interferenze e rumori di fondo. Il distico è una gabbia metrica dinamica che contiene al suo interno le pulsioni e le tensioni che si sprigionano da decadimento chimico delle parole, che consente una sorta di compostaggio delle parole un tempo nobili e nobiliari.

È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, Mauro Pierno e i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza. «Solo i pensieri che non comprendono se stessi sono veri», ha scritto Adorno.

(Giorgio Linguaglossa)

Strilli Mauro Pierno Dopo aver saltellato

Guido Galdini

[In un post dedicato a filosofi (o ex-filosofi) un mio pezzo in argomento (probabilmente troppo presuntuoso).]

Ripasso di matematica e geometria otto

fin dal primo anno del corso di platonismo
è noto che ogni cerchio
tracciato, immaginato o sognato
è un modesto riscontro del cerchio
che dimora nell’inattingibile mondo delle idee

ripeto, è una filosofia elementare
diffusa da autori senza pretese
da prefatori la cui voce non osa
avventurarsi nella bufera dei testi
contentandosi delle note a piè pagina
dove possano esprimere il loro smorto fulgore

ma tutto il resto, le figure più sghembe
gli ovali mal riusciti, gli sgorbi tracciati
con mano tremante o indecisa
avranno anch’essi il loro timido luogo
nel mondo delle idee sopracitato?

la precisione negli occhi del volto
si ribella a quella negli occhi della mente
cospargendo di terriccio lo splendore
il muschio cresce sui muri delle case crollate
schiaffeggia le ambizioni dell’intonaco
ma non cessiamo di rovistare nello scrigno
che rinchiude i tesori e le loro vendette

siamo i gingilli della perfezione.

(2015)

Il soggetto, che è il soggetto dell’inconscio, secondo Lacan è l’effetto della strutturazione del significante, cioè di una presa del linguaggio che, per il fatto stesso di determinarlo, gli «rispedisce» indietro un «residuo» che non riesce a simbolizzare, un «resto» non-linguistico, irriducibile tanto alla lingua quanto alla Legge. Ciò che ritorna, questa volta nell’ambito del Reale, è das Ding, che esorbita dal linguaggio significante, che sfugge alle regole stesse che strutturano la soggettività e si pone come un nucleo di ciò che è unverstanden, di ciò che non è del tutto comprensibile. Ciò che sfugge alla linguisticità è Das Ding. Essere consapevoli di ciò che sfugge alla linguisticità è il precipuo della poetry kitchen, il suo tratto fondante.

(g.l.)

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica.
Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

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Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014), Ramon, (2017)  Compostaggi (2020); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.

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16 risposte a “Nell’ottobre 1958, per una relazione interna alla rivista «Officina», Franco Fortini scrive: “Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana”, con una messa a punto di Marie Laure Colasson: Occorre un Grande Progetto, Un Nuovo Paradigma della poiesis, Poesie di Mauro Pierno da Compostaggi, Guido Galdini, un Estratto di Piero Dorfles

  1. Nell’ottobre 1958, per una relazione interna alla rivista «Officina», Franco Fortini scrive: “Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana”, con una messa a punto di Marie Laure Colasson: Occorre un Grande Progetto, Un Nuovo Paradigma della poiesis, Poesie di Mauro Pierno da Compostaggi, Guido Galdini, un Estratto di Piero Dorfles


    Appunto di Giorgio Linguaglossa sulla «Nuova poesia».

    L’affermazione di Agamben dell’artista come «l’uomo senza contenuto» si attaglia in maniera mirabile alla poesia della nuova ontologia estetica che ha convertito la «mancanza di contenuto» in forza propellente. Nella poesia kitchen vengono riciclate le situazioni rigorosamente pop, le parole ibernate, gli stracci, i bottoni delle divise da netturbino, le tessere dell’Atac, i biglietti dell’autobus, minutaglie, rigatterie… i poeti kitchen sono dei rigattieri, commercianti del bric à brac, chirurghi di fasullerie, trafficanti di opzionerie, di reperti; pongono nella rigatteria dei bottoni demodé anche l’«io» con tutto il repertorio di pessima metafisica e dei suoi corollari servizievoli; riutilizzano i cimeli come carta assorbente, incartapecorita, carta da tappezzeria invecchiata e fuori uso. La poesia kitchen parla del nulla al nulla, sa di nulla, totalmente occupata dall’inessenziale, ingombra di masserizie, di referti, di cadaveri, di scarti, di isotopi dismessi e radioattivi, composta di superfluità; poesia effimera, melliflua, antimetafisica, situazionale, posizionale, che manca di essenza e aborrisce qualsivoglia essenza, qualsiasi posizione privilegiata o punto di vista altometrico o altolocato; poesia composta da attrezzerie inutilizzabili, infungibili, oggettistica da Buster Keaton. Poesia impermeabile alle lusingherie delle poetiche impegnate sul senso o sul decoro, sulle soperchierie da guida Michelin della ricerca del «fare anima» e del «fare senso» con tanto di stellette dei ristoranti à la page.

  2. antonio sagredo

    Scopro oggi ( 23 gennaio 2022) che il termine “Nulla” nei miei versi ricorre155 volte: non avrei mai sospettato questa “passione” e grazie all’intervento di Linguaglossa che scrive centrando il punto:
    “La poesia kitchen parla del nulla al nulla, sa di nulla, totalmente occupata dall’inessenziale, ingombra di masserizie, di referti, di cadaveri, di scarti, di isotopi dismessi e radioattivi, composta di superfluità…
    ….poesia composta da attrezzerie inutilizzabili, infungibili, oggettistica da Buster Keaton. ”
    questa ultima frase avrebbe mandato in visibilio A. M. Ripellino!
    ——————————————————————–
    E da qui il nulla e il tutto osservo… indistinta fascinazione vede la mente, e poi…
    e qui, su questo inesistente punticino ci si appiglia ancora a calcolare assoluti sistemi!
    E dove io sono nemmeno il pensiero di un numero che è ovunque, o non è.
    Impossibile nascere, rinascere, generare qualcosa dove già ogni cosa è, o non è.

    —————————————————————————————–
    —————————————————————————————–
    Quale sogno in vita è reale se la neve è davvero lieve
    e ovale nel debutto?
    E il montaggio degli arti nella tarlata rovina
    delle quinte è caduto giù e pure la voce degli avanzi
    reclama una vittoria di macerie e trucioli …
    un solo passo avanti per l’occhio di bue e lo sfacelo
    è dei trionfi dei legnosi suoni e delle gesta epicuree.
    … e si risveglia e rifiorisce dalle ceneri del Nulla
    una forma vaga di risurrezione…
    umana mai sapremo, ma al nuovo giorno almeno
    ci ridestiamo da defunti…

    marzo 2021

  3. Lettera di Tallia a Germanico e risposta, Poesie, riflessioni, citazioni di Giorgio Agamben, Gigi Roggero, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini


    Giuseppe Talìa

    Tallia a Germanico

    L’oracolo di Delfi mi ha parlato. Mi ha detto che io
    Sono il filosofo e tu sei il poeta. Mi ha sorpreso.

    Apollo figlio di Apelle, fece una palla di pelle di pollo…
    Ricorda sempre – dice la Pizia – le viscere dell’aruspicina.

    Dunque io filosofo e tu poeta. E chi l’avrebbe mai detto!
    -Su ciò che non si può parlare si deve tacere. Ora mi spiego
    Il mio lungo silenzio.

    E se dunque non so, come realmente non so, perché l’Oracolo
    Dice che io sono il filosofo e tu il poeta? I grandi problemi.

    Ecco. La neve. La neve, tra gli altri, è un grande problema.
    La neve non cade più, né più si scioglie al sole. Sparita.

    Sparita come sparite le correlazioni: neve come cotone;
    Il silenzio della neve; bianca come la neve; il fiocco vagabondo.

    Parole in estinzione. Parole già estinte. Parole svanite.
    Che fortuna, caro Germanico, la tua, di essere poeta.

    (Tallia)

    *

    Leggo solo ora la stanza n. 13. Mi viene in mente
    il percorso che ogni mattina abitualmente faccio
    per andare a lavoro.

    Attraverso la passerella Fortini sul Mungnone.
    Incontro qualche Chichibbio e in primavera qualche gru.
    Arrivo a Piazza della Libertà. Passo sotto l’arco
    di Porta San Gallo, saluto Rolandino da Canossa.
    Lungo via Palestrina l’organo del traffico suona il Magnificat.
    A pochi passi da Piazza San Marco, l’ascensore mi porta
    al terzo piano. Entro nell’enigma.

    *

    Giuseppe Talìa costruisce, si potrebbe pensare, alla maniera tradizionale del far versi per argomentazione. Ma è solo una apparenza, un inganno, in realtà Talìa decostruisce il significato nel mentre che lo edifica. E questo procedimento non ha un bisogno stretto del distico. Il distico apre il vuoto del nulla dietro di sé. Intendo il distico NOE. Di distici tradizionali se ne possono trovare a josa nella poesia di accademia, ma quello è un altro distico, è un artificio per la pagina bianca, una belluria. Nella NOE il distico ha una carta di identità del tutto diversa, è un marchio di fabbrica, indica il nulla che precede e segue ad ogni distico.

    Infatti, i poeti di accademianon riescono a percepire la differenza tra un distico NOE e un distico di accademia. Recentemente me lo ha chiesto anche un amico che scrive poesie. Ma io ho rinunciato a spiegargli alcunché perché non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

    Il distico è più e meno di un binario che ordina il pensiero. È un binario che scompiglia il pensiero, come ha ben arguito Lucio Mayoor Tosi nel commento che precede.

    Se con la fenomenologia consideriamo la coscienza come una struttura di operazioni intenzionali, la metafora non è altro che un elemento di disturbo, un Fattore che apre un varco nella intenzionalità della coscienza, che fa balenare la presenza di un’altra coscienza in-intenzionale che è in azione con essa. Probabilmente non si ha intenzionalità della coscienza senza la presenza della metafora, che è una funzione della in-intenzionalità della coscienza medesima, ed entrambe, intenzionalità e inintenzionalità procedono assieme. La coscienza può essere ragguagliata a una struttura piramidale di atti intenzionali e atti inintenzionali, di atti consci e atti inconsci.

    Se quanto detto sopra è vero, ne deriva che la NOE pende più verso gli atti inintenzionali della coscienza piuttosto che verso quelli intenzionali.

    *
    20 febbraio 2020 alle 17:07

    Giorgio ha colto nel segno. Il mio è un artificio, un trompe l’oeil, un edificio dove apparentemente i diversi piani concorrono nella costruzione del significato. Il distico, nel mio caso, rappresenta la scala per accedere ai vari piani, ma non sempre il lettore sale o scende quella scala. Succede che la scala nel corso dei versi sembra far salire e invece scende, oppure ti porta in un luogo diverso rispetto a quello in premessa. Così, tra una discesa o una salita, una deviazione, il significato si deostruisce nel mentre e alla fine, in conclusione, non è detto che si trovi il significato promesso, semmai lo si trova decollato, oppure totalmente diverso, un’altra cosa rispetto a ciò che ci si aspettava di trovare.
    Tutta la silloge di “Germanico” è costruita a partire da questo tropo o traslato.

    (Giuseppe Talia)

  4. Due versi di Mauro Pierno che trovo particolarmente riusciti, perché miracolosamente visivi: “Adamo attorciglia il prato con le stelle” e “e oscillavano sempre di più dal lunotto”.
    Il miracolo però non si ripete, piuttosto lo si cerca nel fuori-tutto delle parole; parole di tastiera in libertà, ami gettati per la voce che vorrà farne collana. Se avviene, altrimenti sono robotiche ricreazioni (lo so bene anch’io).

    Trovo bellissimi i versi di Guido Galdini, datati 2015. Li terrò a commento dei miei ultimi quadri con Frammenti.

    “il muschio cresce sui muri delle case crollate
    
schiaffeggia le ambizioni dell’intonaco
    
ma non cessiamo di rovistare nello scrigno
    
che rinchiude i tesori e le loro vendette
    siamo i gingilli della perfezione.”

    A Galdini ruberei la “prosa necessaria”. Per quando non serve altro.
    Giorni fa, ad esempio, ho scritto un distico Instant in prosa, senza ricorrere al fuori-tutto:

    L’arte è per il pubblico che, leggendo o assistendo, ne usufruisce.
    È forma di piacere. Altre forme di piacere sono il cibo, il sesso, lo sport.

    LMT

  5. Mauro Pierno

    Le finestre socchiuse, riposte sul margine
    destro. La facciata sorride. Sul tavolo

    si esaltano le patate bollite,
    il profumo schiacciato ne carezza la stanza.

    Il profilo è un odore contratto, connesso.
    Alle guance non porti il rispetto che

    al viso si addice, lo spelli come fosse un pensiero,
    né poni un rimedio alle sedie malferme,

    ti risiedi al margine opposto e t’osservo parlarmi.

    *

    Il tempo aperto
    Punto in discesa.
    Divincola. Divampa. prende alla gola
    arretra, si ferma. All’angolo
    opposto è li che aspetta. È ombra o roulette
    poi tenta di entrare. Quella sbatte
    si chiude e riparte a girare.
    Non sfugge a se stessa l’uscita
    che chiude una porta di fronte alla Storia.
    La pallina è lontana ha un balzo, soltanto felice.

    *

    Giuseppe Talia

    Perché sono qui?

    Chi ha deciso che io debba stare qui?

    Mia madre se ne è andata e non è più tornata!

    Perché mi aggiro tra questi rettangoli di cemento?

    Qual è la via d’uscita?

    Sterminio? Che significa sterminio?

    Chi e perché mi ha separato?

    גט et גיטים.

  6. da mayoorblog.wordpress.com

    Il bene.
    di Lucio Mayoor Tosi

    Il male, il bene. Mettimi a letto tu. Sono Camilla
    la Magacirce del suolo amico. Vengo per abbracciarti meglio.

    Guarda qui, ho un pettirosso al posto del cuore. Tira
    sassi sul fiume. L’allegro terzetto. Finiamola con le moine,

    in salsa di crocefisso. Alle balere, non stop! prima di morire.
    L’albero che sul piede di guerra starnutiva. Il confine.

    Se dici baci a me viene camomilla. Scambiamoci l’anello.
    Tuttodiseguito.

    Lao Tzu sul crocevia. A me piacciono gli amaretti. Ti do
    l’inizio: tappeto e decorazioni in casa signorile. La prima volta

    di un maschio, durata mesi di preghiera. La A di amore
    sotto le coperte. Fiume di parole trattenute. Come non morire

    fino all’ultimo. La mente sa, ma non lo vuole dire. Lao Tzu
    cammina lungo le sponde del Po. – Vai, chiedigli una sigaretta!

    M di amore. Il primo baccalà. Svenuti sull’alzaia; nel libro
    di Bassani, quello solo. Nero, marrone…

    Stava per finire male, invece ci siamo mossi. Con larghi passi
    sulle minuterie del mondo. Un manuale che spieghi il senso della vita.

    Come e perché ci ritroviamo continuamente in questo momento;
    al qua delle Alpi, in sera d’abisso. Nemmeno controluce

    il Paradiso. Nessuno che ama, e tutti lo sentono.
    In abito di cerimonia imboccarti, tra le maniche l’oscuro orologio

    dei mappamondi. Vento solare. Mare di riconoscenza.
    Filtro separato. Come andare. In senso percorso.

  7. giorgio linguaglossa
    21 febbraio 2020 alle 8:29

    In quanto a trompe l’oeil la poesia di Lucio Mayoor Tosi non scherza. La bizzarria, l’aleatorio, il casual, il mixage fanno parte integrante della poesia NOE, al contrario della poesia di accademia.

    Ad ogni emistichio Lucio si cambia d’abito, cambia le carte in tavola, spiazza il lettore, lo inganna, lo illude e lo disillude, lo prende in giro e lo invita a seguirlo, si prende gioco della poesia che ha un filo conduttore e che srotola come se fosse d’oro, prende in giro la seriosità della poesia di accademia ma anche la seriosità della poesia ironica. Nella poesia di Lucio non c’è ironia, non c’è gioco linguistico perché il linguistico è evaporato, si è liofilizzato e non è più attingibile, almeno, non è attingibile con il linguaggio suasorio e infusorio, quella è roba «usufritta»

    Giuseppe Talìa
    21 febbraio 2020 alle 23:54

    Caro Lucio Mayoor Tosi,

    in definitiva abbiamo uno stesso genitore, un genitore arcobaleno.
    Io ho scelto un padre e tu hai scelto una madre, anzi no, il genitore
    ha deciso che per me serve un padre e per te serve una madre.

    Ed ecco che con me il padre lotta nell’arena.
    Con te la madre infonde coraggio e identità.

    Un padre senza diritto di proprietà, nel mio caso.
    Perché se mio padre dice di essere un calzolaio

    e io, invece, dico di essere un arrotino, la castrazione
    si perde nel continuum univoco-collettivo-universale.

    Una madre, l’archetipo, la Grande Madre di Neumann.

    Edipo è una favola. Io un portatore d’acqua nell’arena.
    E tu, Tosi, fratello mio, uno stakeholder.

    Lucio Mayoor Tosi
    22 febbraio 2020 alle 2:11

    Caro Talia,
    a modo mio so riconosce una buona penna, e dove c’è talento in quel che si fa. Quindi ti stimo, anche perché leggo nelle pieghe dei versi – coi piedi per terra, non da chiromante–. A me le faccende della psiche interessano solo se posso dare una mano, mi sono già sottoposto a 20 anni di psicanalisi e ora sono passato ad altro. Faccio parte della squadra perché così ha deciso Giorgio, che da diversi anni segue l’evolversi della poesia che scrivo. La ricerca che insieme, con te, stiamo approfondendo, mi entusiasma. E’ nelle mie corde questa scrittura. Anche un piacevole martirio. Dovremmo confrontarci nel modo di pensare il pensiero che in me è quasi del tutto scomparso. Il pensiero. Scomparso nelle parole. Ma ho riferimenti, esperienze del passato che, grazie a questa scrittura si stanno riproponendo. Però non dico, perché so che parole come Satori a te fanno venire l’orticaria. Josef Albers, un bravo pittore astrattista, disse che “L’arte non è un oggetto, l’arte è un’esperienza”. Giorgio, nella sua ricerca filosofica, si sta avvicinando sempre più ai terreni dove sono cresciuto io, di meditazione e percezione non teoretica. Io so come declinare le sue teorie nella pratica, proprio perché a me interessa l’esperire. Potrei anche dare utili consigli pratici ma mi astengo. Lasciamo fare ai filosofi, ne ho incontrati nel mio percorso. Tra questi ho incontrato il Maestro che aspettavo… il quale, a dire la verità, non ha mai detto tanto bene della filosofia, epperò ne aveva la cattedra all’università. Il mondo è davvero strano.

    • raffaele ciccarone

      Concordo con Lucio Mayoor Tosi, complimenti a tutti.
      Set 48

      Pinocchio nella balena
      non trova Geppetto
      con l’Hyperloop va alla bottega
      incontra la Fata Turchina
      che gli regala il libro dei codici
      del linguaggio, contiene segreti
      e bugie da assemblare
      per costruire un antidoto
      per non far allungare il naso
      Botero ama le rotondità
      ritrae Gargantua e Pantagruel
      mentre bevono birra scura

  8. dal post odierno viene in evidenza la tesi di Fortini secondo il quale un cambiamento del linguaggio poetico non deriva necessariamente e semplicemente da un mero cambiamento del clima macro culturale e neanche da un cambiamento micro culturale, come ad esempio dalla innovazione culturale impressa da una piccola rivista di letteratura quale era “Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi.

    I processi che afferiscono ad un cambiamento «sovrastrutturale» quale quello che attecchisce uno o più linguaggi artistici (come ad esempio il futurismo, il surrealismo, l’espressionismo tedesco, Tel Quel, il Gruppo 43, il Gruppo 63 etc.) avviene quando vengono in presenza, coincidono, diversi e disparati eventi (sociali, politici, economici, filosofici, religiosi e scientifici) che convergono dando vita ad un mutamento di alcune correnti artistiche. Affinché prenda luogo un Nuovo Paradigma, non sono sufficienti dei mutamenti del gusto o di posizione politica o di posizione di alcune élites artistiche, né è condizione sufficiente l’emersione di alcuni ceti sociali (ad esempio la piccola borghesia nel novecento), ma occorre qualcosa di più: cioè che tutti questi Fattori convergano (casualmente e stocasticamente) in una precisa direzione di sviluppo, ciò che dà luogo ad un Nuovo Paradigma, un qualcosa che poco prima che avvenisse non era assolutamente prevedibile. Questo è per l’appunto un Evento, una cosa che, una volta che accade, cambia le carte in tavola di ciò che c’era prima sulla tavola.

    Una fondamentale componente del linguaggio è quella che permette di fare riferimento a episodi avvenuti in passato, o che avverranno nel futuro. Questa capacità che i linguisti chiamano displaced reference (dislocazione del punto di riferimento) permette di sganciarsi dalle vicende presenti e di scambiare conoscenze con gli interlocutori: gli animali che la padroneggiano possono veicolare una quantità di informazioni assai più consistente, rispetto al semplice “qui e ora”.

    Un esempio di opera letteraria caratterizzata da displaced reference è senz’altro la Commedia di Dante; un esempio in cui la displaced reference è invece assente è il Canzoniere di Petrarca. Due Paradigmi difficilmente coinciliabili.

    È una tesi paradossale, lo so, quella che sto per esternare: ma io penso che un motore, un impulso determinante del Nuovo Paradigma della nuova fenomenologia del poetico o poetry kitchen sia intervenuto in Italia a causa del lunghissimo periodo di stagnazione stilistica e della ricerca poetica che è accaduta in Italia dal 1971 ad oggi. Ciò è avvenuto per ragioni storico sociali e anche per una, per così dire, saponificazione delle istituzioni stilistiche introdotta dall’alto delle istituzioni stilistiche e per la interruzione della trasmissione dell’eredità culturale intervenuta tra le generazioni a partire dagli anni settanta.

  9. milaure colasson

    la lettera di Fortini è un esempio mirabile di lucidità, sarei curiosa di conoscere il parere dei poeti italiani di oggi.

  10. Tiziana Antonilli

    Ho apprezzato molto i testi di queste pagine dell’ombra, sembra di respirare aria fresca dopo aver trascorso del tempo in una stanza con aria viziata (l’Accademia della poesia tradizionale?). Mi chiedo : riuscirà mai la nostra società, o, se preferite, la nostra generazione , ad andare oltre la ‘rivoluzione portatile’ di cui scrive Mauro Pierno?

  11. milaure colasson

    cara Tiziana,

    viaggiamo con il buio portatile.

    Mi sembra evidente che in Italia la 2a Repubblica si stia chiudendo, manca solo il terzo atto: la liquidazione di Draghi, l’elezione di un presidente delle repubblica di destra e le dimissioni di Draghi con sua sostituzione con un governo di centro destra.

  12. Tiziana Antonilli

    Cara Marie Laure,
    negli ultimi due anni una sinistra che ha rinnegato se stessa e la propria storia ha calpestato la democrazia, la Costituzione e il Parlamento. Assistiamo da due anni a un colossale smottamento di senso delle parole. Sono ormai oltre ogni etichetta e definizione, specie in politica.

  13. milaure colasson

    cara Tiziana,

    convengo con te sul default della sinistra, speriamo che Letta sappia raddrizzare la barra e rimetterla in sesto.

  14. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

  15. Vincenzo Petronelli

    Buonasera cari amici e ben ritrovati. Mi congratulo con Mauro Pierno, Guido Galdini, Giuseppe Talia ed Antonio Sagredo, per le loro poesie qui riportate e che contribuiscono a precisare sempre più il percorso evolutivo compiuto dalla poesia Noe e dalla poetry kitchen. Affinando il proprio percorso, questa ha individuato la sua dimensione valorizzante nella poetica delle sedimentazioni della parola, partendo dalla raccolta differenziata dei residui, dai reflui depositati tra le macerie dei discorsi e delle scritture, per giungere alla ricostruzione delle tessere affastellate nel vuoto della nostra epoca, tratteggiandone, ma con la peculiarità di un attitudine quasi pre-analitica, la filogenesi stessa. Il concetto di vuoto, più volte qui ripreso da Giorgio è illuminante nel rappresentare epistemologicamente della Noe. La nuova ontologia estetica, in fondo, si caratterizza per il suo impegno verso una ridefinizione critica della poiesis e, conseguentemente, di una sua palingenesi, che non può non partire, come sempre del resto, nelle fasi di ri-generazione dell’uomo, da un’iniziale deflagrazione, che disarticoli le impalcature del “sistema”.
    Del resto si tratta di una riflessiona ben nota ai filosofi, agli antropologi e storici delle religioni, agli studiosi di psicanalisi: «In ogni chaos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto» così suona un aforisma di Carl Gustav Jung.
    Il vuoto come, sottolinea Giorgio, che nella visione materialistica dominante nella nostra società, viene inteso come nulla, come dissoluzione di spazi pieni (semplicemente perché lo spazio vuoto non è contemplato nella cultura del “riempimento”, dello sfruttamento intensivo dei contorni) è in realtà l’anfratto in cui si cela lo spazio vitale, l’energia creativa del cosmo.
    Si sa che le scienze suddette, fondano proprio sulle contrapposizioni binarie, le spiegazioni delle teorie della vita e del cosmo: esattamente come evidenziato nell’aforisma di Jung, chaos e cosmos. La ricerca antropologica ha da tempo messo in evidenza come alla base di vari sistemi e modelli culturali, sia antichi che contemporanei, si trovino teorie e credenze che ripropongono tale classificazione dualistica della realtà, fondate ad esempio sulla polarità sessuale, oppure su opposizioni proprie della sfera spirituale: basti pensare ad esempio alla contrapposizione sacro/profano, puro/impuro. Come ha evidenziato la filosofa Francesca Gambetti, lo stesso logos, il ragionamento, la matrice della riflessione filosofica, nasce come tentativo di sottrazione ordinante delle vicende umane dal caos. I grandi miti cosmogonici della Teogonia esiodea si basano proprio sulla narrazione della nascita dell’universo, a partire dallo spazio del chaos primigenio, del kosmos, come verrà definito dai Pitagorici. La teogonia, a partire dalle vittorie di Kronos e di Zeus, ritrae cosmicamente il trionfo dell’ordine sovrano sulla natura, per poi successivamente, quando tempo cosmico, tempo religioso e tempo degli uomini finalmente si integrarono, a partire dal VI secolo a.C., sostituire alle genealogie divine quelle umane, che fondandosi sugli stessi schemi, raccontano colonizzazioni, fondazioni di città ed esplorazioni, per approdare dalle cosmogonie ale cosmografie, ed essere infine traslate verso le narrazioni dei primi filosofi.
    Ecco, la potenza del vuoto è nella sua immensa forza creatrice, ma c’è bisogno di uno sconvolgimento tellurico per valorizzarla, essendo ormai la nostra società imballata comodamente nei suoi depositi ingombranti, nei quali è ormai scaffalata anche buona parte della cosiddetta intelligencija, protesa esclusivamente ad una concezione dell’impegno intellettuale, intesa come perpetuazione del proprio scranno.
    Guardandosi bene ovviamente, dai rischi insiti in qualsiasi forma di “ordinamento” post rivoluzionario, la Noe si pone precisamente come detonatore di tale forza tellurica, in grado di ristabilire non tanto un nuovo modello poetico in sé per sé, quanto una nuova visione del mondo, per il tramite della poesia, che rifletti realmente la condizione dell’uomo di oggi.
    Ringraziando la filosofa Francesca Gambetti per i pregevoli spunti di riflessione, auguro a tutti voi, cari amici dell’ “Ombra”, una buona serata.

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