Poetry kitchen di Alfonso Cataldi, Mimmo Pugliese, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, La soggettività non è mai «autentica», è sempre impura, contaminata; fin dall’inizio è impregnata di impersonale, perché solo la lingua pubblica (cioè di nessuno, arbitraria e presoggettiva) le offre i dispositivi grammaticali per formare l’“io”, Lacan: «Lalangue sert à de toutes autres choses qu’à la communication». Il pre-individuale precede la soggettività, ergo la lingua del pre-individuale è più vera di quella della soggettività

Alfonso Cataldi

Reven è atterrata in una bolla di fieno e fiori profumati.
Scava il primo tunnel

all’uscita sorprende le velleità preindustriali della ruota.
“Cosa avrò sbagliato nella vita?”

Esterrefatta, Francesca separa i bianchi dai capi colorati.

“Non cadrà più la neve sulle agenzie immobiliari di nuova apertura”
si sbilancia il guardiano all’ingresso della città

che alza e abbassa la sbarra
su nessuno che entra e nessuno che esce.

Il massaggiatore spunta nei sottotetti esistenziali
porta con sé il lettino a valigia sempre carico

I residenti attendono la meraviglia della resa
della cecità che prepara il riscatto.

Mimmo Pugliese
A UN METRO

A un metro dall’inverno
la ruota panoramica butta via la lanugine
e risale la corrente tra l’Africa e l’America
Prima
che una rana in creolina coronasse il suo sogno:
predire il futuro a giovani leoni
dall’oblò del transatlantico dismesso
Mentre
preti e alfieri spalmano specchi
e vecchi alberi bulimici
fuggono su aerei supersonici tamponati
Quando
di nascosto sull’alveo del fiume verticale
la ballerina di prima fila
arrota tacchi di brina
Dopo
che in un campo di isobare
la balena in abito scuro
ha sotterrato il pianoforte a coda di rondine
Durante
lo sforbiciato matrimonio
su una gondola
dell’ultimo torero con la donna di Botero.

poesia in stile kitchen
di Gino Rago

I

Marie Laure Colasson elude la sorveglianza
Dell’agente segreto Popov
Che il direttore dell’Ufficio Affari Riservati
Di Via Pietro Giordani n. 18,
– Il poeta Giorgio Linguaglossa –
Le ha messo ai calcagni.
Il giorno 2 del mese di ottobre
Dell’anno domini 2021, alle 19:56,
La poetessa Marie Laure Colasson in fretta verga questo biglietto

su un papiro d’Egitto:

«Egregio poeta Gino Rago,
Lei ha colto nel segno, adoro deglutire
I sandwich al jambon con la baguette.

Di solito mi reco, in compagnia del Mago Woland,
Nel bistrot sito in rue des Aubergines,
Chez le Batignolles.

Ma sto attenta alla signora dal tailleur color ciclamino,
Gioca sempre ai tarocchi
E beve Enfer d’Arvier e Arnad-Monjovet
Quando va in vacanza in Val d’Aosta…

Da francese amo la légereté, un baiser et un vol de pigeon

De chez moi à Montparnasse n.  23

Merci beaucoup».

 

II

L’agente Popov intercetta il biglietto
di Marie Laure Colasson.

Risponde:
«Madame Colasson,
La bottiglia del latte è il latte.
L’albero è sempre un albero
Anche se il gufo ci fa il nido.

Il poeta Giorgio Linguaglossa
Prima di andare a letto beve sempre una tisana al miele.

E l’artista Lucio Mayoor Tosi
Brinda sempre con spumante dell’Oltrepò Pavese.

Ma stia attenta a quel poeta kitchen
Che al chiar di luna
Beve sempre il Vino Est! Est! Est! di Montefiascone, è un ruba cuori!».

Giorgio Linguaglossa

receipt 77869

L’Ikea ha messo in produzione dei mini appartamenti in legno
“Tiny home project”

che puoi smontare e rimontare
in qualsiasi posto
17 metri quadri a partire da 40 mila €
50 mila se ci vuoi anche i mobili:
un letto matrimoniale
con ampio spazio per camminarci intorno
un vano portaoggetti
un bagno con lavatrice e asciugatrice
una cucina completa con cappa e frigobar
una pompa di calore, scaldabagno
lampade a luce calda
un armadio fronte retro con specchio
prese USB, tablet Android, divano pieghevole
ricomponibile…

«Bene – commenta il poeta Gino Rago –
ho deciso
mi trasferisco sulla luna e monto lì la mia casetta
intorno ci voglio
crateri con giardino di polvere lunare con isotopi di Elio 3
fiorellini
di deuterio, trizio e itterbio, un acex
con foglie di camarda
una mongolfiera con dentro una bombola di ossigeno per respirare
alla parete
ci metto pure il calendario Pirelli con le foto di Letizia Castà
e della tgirl Korra Del Rio
semisvestite
e il pappagallo Totò»

«Schield your wallet from unespected cost of repairing or replacing a home applaiance»
(traduzione: Proteggi il tuo portafoglio da costi imprevisti di riparazione o sostituzione di un elettrodomestico)
disse il pc a forma di semaforo posteggiato sopra una cassapanca

In questo appassionato monitoraggio della poesia italiana dell’epoca della stagnazione Linguaglossa ci dà il meglio delle sue capacità critiche (nota dell’Editore, Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia contemporanea, Società Editrice Fiorentina, 2013 pp. 150 € 12)

«“Andiamo verso la catastrofe senza parole. Già le rivoluzioni di domani si faranno in marsina e con tutte le comodità. I Re avranno da temere soprattutto dai loro segretari”. Era l’aprile del 1919 quando Vincenzo Cardarelli scriveva queste parole. Era iniziata la rivoluzione della società di massa, la rivoluzione industriale era ancora di là da venire, e l’epoca delle avanguardie era già alle spalle, il ritorno all’ordine era una strada in discesa, segnato da un annunzio che sembrava indiscutibile. Oggi, a distanza di quasi un secolo dalle parole di Cardarelli, è avvenuto esattamente il contrario di quanto preconizzato dal poeta de “La Ronda”: oggi andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole. Le rivoluzioni di domani non si faranno né in marsina né in canottiera, né con tutte le comodità né con tutti gli incomodi: non si faranno affatto. Una poesia come questa del Dopo il Novecento non può che nascere in un’epoca in cui parlare di “rivoluzione” è come parlare di ircocervi in scatola. Non c’è opera della rappresentazione letteraria del secondo Novecento che non tenda, in qualche modo, al verosimile e, al contempo, non additi la propria maschera. La poesia e il romanzo dello sperimentalismo, rispetto alla poesia del post-ermetismo e dell’ermetismo, ha una sofisticata coscienza del carattere di “finzione” dell’opera letteraria, ha coscienza della propria maschera, anzi, c’è in essa una vera e propria ossessione della “maschera”».

Ciò che Lyotard chiamava il «sublime tecnologico» potremmo tradurlo con il nostro linguaggio come poiesis kitchen. La fine della metafisica ci pone davanti a questo nuovo orizzonte nel quale viene e cadere il confine che per duemilaecinquecento anni ha costruito la poiesis sulla nozione aristotelica di mimesis e sulla distinzione tra il possibile e l’impossibile. Prendere atto di questo dato di fatto implica prendere una direzione ben precisa per la collocazione della poiesis nell’ambito della civiltà della tecnica dispiegata. Il sublime si è desublimato, e questo lo ha dichiarato il trionfo della tecnica. Se la poetry kitchen adotta il linguaggio desublimato del mondo della tecnica, ciò deriva dalla presa d’atto che i nuovi linguaggi del mondo della tecnica sono i soli sopravvissuti della antica e nobile esperienza del sublime che è stata derubricata.

receipt n. 787321

Notizia
Anche Salman Rushdie ha adottato una scrittura narrativa kitchen, un feuilleton elettronico con tantissimi gangster
Nuovo romanzo a puntate, in forma di newsletter, e solo su Internet. Verrà pubblicato da una piattaforma californiana che sta scalando il mercato, e via via modificato dall’autore in base alle reazioni dei lettori

Notizia

la narratrice J. K. Rowling ha spiegato l’urgenza di scrivere Harry Potter al gabinetto («una chimica meravigliosa»)
L’autrice della saga confessa in un podcast di aver composto qualche paragrafo in una toilette pubblica e di averne ricavato una «consapevolezza nuova»

Notizia

L’Armée si arma: di fantascienza
L’esercito francese svela di aver arruolato una task force di scrittori e sceneggiatori per prevedere le eventuali minacce del futuro. Le loro analisi sono segrete, i nomi invece no

Notizia

Slavoj Žižek, tutto il virus minuto per minuto
Il filosofo sloveno pubblica un libro online sull’emergenza, la malattia, la democrazia. La sfida dell’Europa, – è la sua conclusione – è dimostrare di saper replicare quanto ha già fatto la Cina, attenendosi però a principi democratici e di trasparenza»

The unmistakable lightness of the lemon cake

Al cavalcavia di Orte sulla Autostrada del Sole
qualcuno ha scritto:
«Il Nulla non ha direzione»

Il filosofo marxista Adorno ha detto:
«Il Tutto è falso»,
mandando a farsi benedire la dialettica hegeliana
e anche
la dialettica degli zoppi epigoni di oggi

«Ergo, ne deduco
– disse il Signor Cogito con un abito in versione quirinalizia –
che oscilliamo tra il falso del Tutto
e la indirezione del Nulla.
Ci muoviamo a tentoni tra disfanie, discrasie, dispepsie,
disformismi«

«L’erezione fallica del Nulla!»
pronunciò il nano Azazello con un gridolino di supponenza
trotterellò di qua e di là
visibilmente orgoglioso del suo humour anglosassone
e postillò:
«The unmistakable lightness of the lemon cake»
(traduzione:
«L’inconfondibile leggerezza della torta al limone»

Madame Hanska dall’Alaska spedisce al Signor Cogito
una cartolina piena di ghiaccio.
«Ci sei?, sei tutto per me»

Risponde Cogito:
«Mia cara Musa, tu invece sei nulla per me»

«Come dire che la parete bianca del Nulla è un fotogramma
che dura
un bimillesimo di secondo
e viaggia alla velocità di un nanometro,
unità di misura della lunghezza che corrisponde a 10⁻⁹ metri»,
interloquì Azazello dall’altalena
nettandosi il muso con il bavero della giacca a quadretti.

Mimmo Pugliese è nato nel 1960 a San Basile (Cs), paese italo-albanese, dove risiede. Licenza classica seguita da laurea in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esercita la professione di avvocato presso il Foro di Castrovillari. Ha pubblicato, nel maggio 2020, Fosfeni, edito da Calabria Letteraria- Rubbettino, una raccolta di n. 36 poesie.

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Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019
Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia metastabile,  cioè un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo cognitivo di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io. In queste condizioni l’enunciato poetico assume la forma del frammento e del polittico. Nasce la poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry.

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Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”. È in corso di stampa Storie di una pallottola e della gallina Nanin con Progetto Cultura.

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Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Omaggio contemporaneo Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud.

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22 risposte a “Poetry kitchen di Alfonso Cataldi, Mimmo Pugliese, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, La soggettività non è mai «autentica», è sempre impura, contaminata; fin dall’inizio è impregnata di impersonale, perché solo la lingua pubblica (cioè di nessuno, arbitraria e presoggettiva) le offre i dispositivi grammaticali per formare l’“io”, Lacan: «Lalangue sert à de toutes autres choses qu’à la communication». Il pre-individuale precede la soggettività, ergo la lingua del pre-individuale è più vera di quella della soggettività

  1. gino rago

    Marcel Duchamp propose la Gioconda con i baffi. Con il suo gesto voleva sfregiare un capolavoro? No. Duchamp intendeva soltanto contestare la venerazione tributata passivamente dalla opinione pubblica al capolavoro di Leonardo, secondo la critica d’arte a cominciare da Argan.
    Assumendo come arte un orinatoio, un portabottiglie, una ruota di bicicletta spostando questi oggetti d’ogni giorno dal contesto quotidiano ad un contesto diciamo “privilegiato”, quello dell’arte, appunto, Duchamp fece qualcosa di rivoluzionario: spostò l’idea di arte dall’opera all’artista, fece sì che l’idea di arte si spostasse su quella di artista. In che senso? Nel senso che l’artista, per il solo e semplice fatto di denotare come “opera d’arte” un oggetto della quotidianità spostato dal suo abituale contesto, per questo gesto soltanto, sanciva lo status di opera d’arte all’oggetto spostato, affermando così la centralità dell’artista e non dell’opera nel fare artistico.
    Cioè, Duchamp impose all’arte contemporanea un mutamento di paradigma e mutarono di conseguenza anche linguaggio e parametri di lettura del “fare arte”.
    Nella com-posizione in stile kitchen avviene anche questo: un mutamento di paradigma che impone il dire la realtà del mondo così com’è e il poeta non può fare altro che “montare”, “assemblare” ciò che la realtà gli impone quotidianamente, senza finzioni e senza menzogne.

    • gino rago

      Ho usato la parola “assemblaggio”, accanto a quella di “montaggio”, perché ho pensato a Jean-Michel Basquiat, all’impiego che ne ha fatto diffusamente nella sua ricerca estetica in cui, senza freni, si mescolano e si fondono desiderio e istinto, orrido e bello, spiritualità e materia, e altro e altro ancora.
      La mostra di Basquiat, allestita qualche anno fa a Roma, al Chiostro del Bramante, lasciò in me suggestioni, riflessioni, pensieri di cui non mi sono più liberato, in quel mescolamento di immagini e parole e musica e ritmi.

  2. Guido Galdini

    Per Gianni Celati

    Mi ha colpito in profondità, in modo del tutto imprevedibile, la recente scomparsa di Gianni Celati. Quando manca una settimana per compiere ottantacinque anni non è certo un evento inaspettato, ma la sua figura di eterno ragazzo mi aveva fatto illudere che avesse conseguito una forma misteriosa di immortalità.
    Lui stesso ha riferito la teoria elaborata da Ermanno Cavazzoni, suo compagno di avventure, secondo la quale, mentre l’età anagrafica inesorabilmente procede, quella reale a un certo punto si arresta: per Celati era avvenuto a diciotto anni, mentre per Cavazzoni a ventidue, da cui l’evidente maggior affidabilità di quest’ultimo. I capelli lunghi e lievemente ribelli al pettine, gli abiti sportivi e quasi trasandati, la figura slanciata, l’andamento dinoccolato ed elastico, erano tutti elementi che contribuivano a far di lui un ragazzo vecchissimo che sì era dimenticato di crescere.
    Celati è molto presente, su YouTube e nei suoi documentari: ci sembra di conoscerlo da sempre, con il suo accento di dolcezza ferrarese, le sue parole indugianti, quasi timorose di procedere, che accarezzano invece di pugnalare, eppure perfettamente adeguate e inflessibili. La consuetudine con la sua figura fisica, seppur filtrata dal mezzo elettronico, ha avuto una parte importante nell’alimentare il mio stato d’animo, come se fosse la perdita di una mio conoscente che avessi a lungo frequentato.

    Nei commenti in rete a seguito della sua scomparsa, ho riscontrato un’uniformità di giudizi sostanzialmente riduttivi. Viene elogiato il narratore, il saggista, il cineasta, il traduttore, ma sopra tutto viene posto in evidenza il legame con la sua terra, quasi fosse un cantore vernacolare della bassa, con la nebbia, il Po, i casolari rossi di cotto, l’infinità della pianura: un ruolo degnissimo ma che gli va troppo stretto. Pochi scrittori contemporanei sono stati più vagabondi di lui: ha studiato o insegnato in Inghilterra (dove abitava da trent’anni), negli Stati Uniti, in Francia, in Svizzera e in Germania, ha avuto un rapporto meraviglioso con un villaggio dell’Africa tropicale, dove per anni si recava ogni estate, e da cui ha tratto ispirazione per un volume di fantaetnologia (Fata Morgana, dedicato a una inesistente tribù africana), una raccolta di appunti (Avventure in Africa) e un documentario (Passare la vita a Diol Kadd), l’affettuoso riscontro della vita in un villaggio del Senegal, appena sfiorato dai richiami della civiltà. L’Africa gli appariva come il luogo della semplicità e dell’allegra approssimazione, due termini che gli erano particolarmente cari, e che noi abbiamo (forse provvisoriamente) perduto.
    Non che la sua terra gli fosse indifferente o ostile, anzi, ne era del tutto coinvolto, ma a livello esemplare per il lento affievolirsi su sé stessa in un esperimento di annientamento programmato. Un esempio è il documentario “Il Mondonuovo”, in cui vaga tra cremonese, reggiano e ferrarese, tra ricordi di famiglia e riflessioni sulla letteratura e sull’arte. Ma comprimere in questo tema tutta la sua produzione, fino a farne uno stemma, significa lasciarsi sfuggire la sua proposta, tutt’altro che semplice, di confrontarsi con l’imperscrutabile semplicità del mondo.
    Oltretutto, proprio in questo documentario pronuncia le seguenti aspre parole: “Non credo all’identità locale, e non credo a un’appartenenza a un territorio, e non credo alle cosiddette radici, e mi spiace dirlo”.
    “Un libro di Celati è pranzare in una trattoria di una frazione del reggiano e fermarsi a discorrere con la vecchia proprietaria”: ecco un perfetto esempio del travisamento postumo, in un testo dove l’aggettivo più rischioso è un innocuo “piacevole”. E l’autore conclude consigliando, per chi avesse tempo (da perdere, verrebbe da aggiungere), la lettura dei “Narratori delle pianure”, rassicurando che si sarebbe completata in poche ore.

    È stato comunque, da irregolare da tenere a bada e a cui non dare troppa confidenza, sostanzialmente accettato dall’ufficialità letteraria: ne è prova il volume dei Meridiani Mondadori, in cui è raccolta ampia parte della sua opera, privilegio concesso in vita a pochi autori italiani, in prevalenza in odore di normalità (ad esempio Alberto Bevilacqua, Claudio Magris, Dacia Maraini, Raffaele La Capria).

    Esordisce, come narratore, con un romanzo sperimentale (Comiche), pressoché la trascrizione delle riflessioni scatenate di un alienato: un modo imperioso di mettere le cose in chiaro fin dall’inizio, sganciandosi sia dalle manette della realtà sia dall’avanguardia che alimenta ferocemente sé stessa.
    Ha poi fatto seguire una trilogia di romanzi picareschi (Le avventure del Guizzardi, La banda dei sospiri e Lunario del paradiso), stralunati e motorii, memori dei raccontatori di storie (Folengo, Pulci, Boiardo, Ariosto). Di Boiardo ha poi reso in prosa l’Orlando Innamorato (non è un caso che invece il Furioso l’abbia trascritto Calvino). Gli era perfettamente congegnale questo autore allegro, un alto cortigiano che scriveva per puro divertimento, con i suoi personaggi piatti, quasi sgangherati, senza un minimo di profondità psicologica, pronti a mutare l’amore in odio (o viceversa) al solo abbeverarsi ad una fonte incantata, disponibili a vagare per mezzo mondo, dalla Francia fino al Catai. Con questa superficialità Celati andava a nozze, gli riusciva di trasferire nella contemporaneità la stessa travolgente felicità narrativa.

    Dopo alcuni anni di silenzio si è costruito uno stile all’apparenza umile, ritroso, evanescente, che come pochi altri riesce a rendere l’evanescenza delle nostre vite. Di queste opere centrali (“Narratori delle pianure”; brevissimi schizzi quasi immateriali, “Quattro novelle sulle apparenze” racconti più estesi ma immersi nella stessa atmosfera) mi è particolarmente caro “Verso la foce”, un diario di viaggio sui generis lungo il Po, dalle parti di Cremona fino al mare, che, temo, abbia contribuito più di ogni altro alla sua fama di cantore di queste terre. Eppure, dei comuni racconti di viaggio (anche suggestivi, come quelli di Paolo Rumiz, che, in “Morimondo”, narra la sua discesa del gran fiume in canoa con alcuni amici), qui non c’è alcuna traccia. C’è, al contrario, una descrizione paziente e lenticolare dei luoghi, visti attraverso un vetro opaco che, oltre ad attenuare la luce, inconcepibilmente rallenta lo scorrere del tempo. La semplicità si prosciuga fino a fare di queste pagine il grado zero del racconto di viaggio. Cos’altro ci si può attendere da un narratore e saggista, docente universitario e affermato intellettuale, che non si fa scrupolo di raccontare che, in attesa della corriera, si è fatto una partita a flipper in un bar di periferia? A questo proposito è doveroso citare un passo di “Alice disambientata” (a cui farò cenno più avanti), di uno dei suoi studenti del Dams: “Gli umanisti credevano fermamente che l’uomo non fosse una macchina, semplicemente perché non avevano mai giocato a flipper”.

    La sua seconda personalità, di saggista eruditissimo, sembra quasi litigare con il narratore, come se i suoi saggi fossero stati scritti da qualcun altro. Raramente si lascia andare al suo stile narrativo svagato e indugiante: un po’ ci rammarichiamo di questa prosa trattenuta ed asciutta. Mi fa sempre venire in mente Machiavelli, che, in una lettera a Francesco Vettori (ambasciatore fiorentino presso il papa), racconta la sua giornata: dopo aver passato il pomeriggio all‘osteria, a giocare a dadi e a carte in abiti dimessi, tornato a casa, indossa vesti “eleganti e curiali” e passa la serata a leggere i classici di filosofia e di politica.
    Tuttavia questa scissione è legittima, se non addirittura necessaria. Celati non è un narratore-saggista (come Calvino, Borges, Manganelli, in cui l’opera saggistica non si discosta granché da quella narrativa, anzi, talvolta è arduo stabilirne i confini), ma un narratore “e” un saggista. In questo secondo mestiere deve dotarsi di uno stile adeguato, professionale, dato l’approccio inflessibile con tanto di accurata bibliografia acclusa, indice dell’estensione delle letture.
    Colpisce la vastità di interessi: oltre all’approfondita ricognizione, a partire da “Finzioni occidentali”, del romanzo occidentale degli ultimi secoli e della strada che ha preso nel Settecento, quando si è messo a rigare dritto dopo l’iniziale libertà, è significativo il suo interesse per la sociolinguistica e sugli aspetti più quotidiani e nascosti della comunicazione umana.

    L’attività di traduttore l’ha accompagnato per tutta la vita, con opere di letteratura francese e angloamericana che gli stavano particolarmente a cuore (tra le altre La certosa di Parma, Il richiamo della foresta, Tom Sawyer, I viaggi di Gulliver, parecchi lavori di Céline che l’hanno spinto a investigare in profondità sull’argot e, in generale, sui gerghi di strati della popolazione meno centrali: carcerati, prostitute, ambulanti), conclusasi trionfalmente con la traduzione dell’Ulysses di Joyce che gli ha richiesto sette anni. Di quest’opera, in una presentazione al pubblico, ha riferito un gustoso aneddoto che mi pare valga la pena riportare.
    Quando l’ha letto da giovane, in traduzione italiana, ha scoperto che il primo capitolo si concludeva con una riga dove appariva soltanto questa sigla misteriosa: “MMM”. Ha messo in moto la sua mente indagatrice, ed è riuscito a trovare un gran numero di possibili significati, uno più strabiliante dell’altro. Quando poi ha conosciuto il traduttore, gli ha subito chiesto di mettere in chiaro quel punto, avendone come risposta: “Quello? È un errore di stampa”. Ho consultato la mia copia (Medusa Mondadori) e ho ritrovato, commosso, a pagina settantaquattro, quelle MMM. Chissà perché non me ne ero accorto. In quel romanzo era tutto così singolare che quella sigla mi era sembrata la cosa più normale del mondo.
    Particolarmente significativa è la traduzione di “Bartelby, lo scrivano”, il racconto di Melville, che accompagna con una prefazione, una serie di lettere dell’autore del periodo e un elenco dei interpretazioni di quest’opera enigmatica come il suo protagonista.
    La frase “I would prefer not to”, che Bartelby ripete ad ogni richiesta del suo datore di lavoro (un avvocato), di mettersi al lavoro, e che costituisce il cuore dell’intero racconto, è stata tradotta in modi via via più elaborati: dal semplice “Preferisco di no”, all’appena più esteso “Preferirei di no”, fino al debordante “Preferirei non farlo”. Celati sceglie un elegante “Avrei preferenza di no” che, oltre a ricalcare in modo adeguato l’originale, emana un senso di educata ritrosia, già di suo un’interpretazione dell’opera, senza ricorrere alle elucubrazioni critiche più astruse (e talvolta di comicità involontaria) riportate nella parte conclusiva del volume. Non interpretare, ma lasciare che l’interpretazione scorra nei dettagli, è un modo molto evoluto di interpretare. Un’opera enigmatica vuole essere lasciata in pace: le decine di interpretazioni della Tempesta del Giorgione non ci fanno avanzare di un palmo nell’ammirazione del “paesetto in tela con la tempesta con la cingana e il soldato”.
    Celati ha espresso in modo perentorio questo concetto: “Ed è così che le immagini della poesia scansano i significati parassitari ed altri vizi dell’intelligenza, concentrando nella tensione dell’implicito ciò che deve restare impensato”.

    Della sua lunga e variegata attività di insegnante è sufficiente ricordare il periodo a cavallo degli anni Ottanta, docente di letteratura inglese al Dams di Bologna. Grande maestro del settantasette, epoca controversa, di un’allegria morbosa, sfuggita di mano e sfociata in violenza, di cui è testimonianza “Alice disambientata”, sintesi dei suoi corsi su questo personaggi di Lewis Carroll, indagando i risvolti più nascosti, psicanalitici, politici e sociali. A prendere appunti e a svilupparli in quest’opera c’era gente che in seguito non si è persa per strada, malgrado le premesse di quegli anni: Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Freak Antoni, Enrico Palandri, Claudio Piersanti.
    A quegli anni risale un aspetto teatrale della sua personalità artistica, testimoniato da una fotografia in cui appare, nel carnevale proprio del settantasette a Bologna (a quarantun anni suonati e docente universitario di letteratura inglese), con baffi finti e cappello a cilindro, mentre recita una filastrocca sconclusionata, parente stretta di quelle di Dulcamara nell’Elisir d’amore. Questa passione non l’ha abbandonato: nel novantasei ha scritto una commedia: “Recita dell’attore Attilio Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto”, in cui narra di un grande attore costretto, negli anni Trenta, ad emigrare mietendo successi in mezzo mondo, autore di una raccolta di sonetti satirici sulle vicissitudini dell’Italia, il cui responsabile, il Badalucco, non è certo di ardua individuazione. Vecchiatto, tornato in Italia, pone fine alla sua carriera con una recita di questi sonetti nel teatro quasi vuoto di Rio Saliceto (un piccolo comune del reggiano), davanti a una massaia entrata per caso, per riposarsi con in mano i sacchetti della spesa.

    Celati aveva la dote di non rinchiudersi nel suo mondo, ma di tessere una una rete di collaborazioni, di riviste letterarie uscite per qualche numero ed altre solo progettate, di rapporti che rapidamente diventavano collaborazioni, amicizie e fraternità.
    Ne sono testimonianza i quattro documentari realizzati a cavallo del millennio. In particolare, nel primo “Strada provinciale delle anime” (non è uno scherzo: esiste davvero a Portomaggiore, in provincia di Ferrara, che, oltre al nome strepitoso, ha la qualità di non portare in nessun posto) ha raccolto una combriccola di amici e parenti, li ha caricati in corriera e si sono messi a gironzolare per le campagne fino al delta del Po, senza altro scopo oltre quello di fare una scampagnata di qualche giorno, chiacchierando con la gente del posto, perdendo e ritrovando la troupe che procedeva in automobile. Tra gli altri viene arruolato Luigi Ghirri, uno dei fotografi più famosi del mondo (che sarebbe venuto a mancare pochi mesi dopo, a quarantanove anni), con il compito di scattare le foto ricordo, da gita scolastica o aziendale. Mentre il gruppo si sta mettendo in posa e lui si predispone a scattare, una voce fuori campo impone perentoria: “In posa. Fate finta di essere voi stessi”.

    Tra i rapporti più strettamente personali, merita di riportare qualche notizia almeno di quelli con Italo Calvino e, appunto, con Ghirri.
    Celati andava a trovare Calvino, che in quel tempo abitava a a Parigi, di passaggio per l’Inghilterra (dove insegnava), e gli esponeva le sue ultime elucubrazioni. Calvino, per sua stessa ammissione più lento a mettere in moto i pensieri (del resto, chi ha scritto l’elogio della lentezza?), passava il tempo a rimuginare, e, al successivo incontro, di lì a sei mesi, esponeva orgoglioso le sue osservazioni. Celati, di mente più rapida, rispondeva che nel frattempo aveva cambiato idea, che quello che gli aveva raccontato la volta prima era del tutto sbagliato, ed esponeva crudelmente i suoi nuovi pensieri, lasciando il povero Calvino a riflettere per i successivi sei mesi. Presumo sia stato lo smisurato candore di Celati nel presentare le sue giravolte intellettuali ad evitare la rottura dell’amicizia.
    Con Luigi Ghirri (il grande fotografo che ha subito la stessa maledizione di “cantore padano”, avendo ritratto con grande sensibilità queste terre, che erano casa sua: ma è “povera cosa limitarsi al paesaggio senza arrivare all’immagine”, come Ghirri ci invitava). Andavano insieme, Ghirri a fotografare e Celati a prendere appunti: praticamente facevano lo stesso mestiere.
    Nelle introduzioni a uno dei libri fotografici di Ghirri risulta evidente l’adesione ai suoi modi piuttosto che ai suoi temi: ”Ghirri … è riuscito a raccontare la fissità dello spazio vuoto, lo spazio che non si riesce a capire”.
    I volumi di Feltrinelli avevano in copertina le sue immagini (purtroppo sostituite, nelle riedizioni di Quodlibet, da disegnini assai meno efficaci). La mia preferenza va a quella di “Quattro novelle sulle apparenze”, che di suo è un titolo strepitoso, e che mi fa sempre venire in mente le parole di Giorgio Colli: “Chi non ha sguardo per l’apparenza è incline alla calunnia”. Troppo spesso ci dimentichiamo che l’apparenza è quello che appare: a voler scavare non troviamo sempre tesori, spesso c’è solo altra terra.
    E che è, come Celati ci avverte: “tutto quello che abbiamo per orientarci nello spazio”.
    Questa fotografia ritrae una coppia di anziani visti di spalle (ma di sicuro felici) che, tenendosi per mano, si avviano per i campi, sullo sfondo dell’Alpe di Siusi. Siamo lontani dall’immobilità contemplativa (e alquanto tetra) delle figure di Caspar David Friedrich davanti a paesaggi tenebrosi, piuttosto questo scatto mi ricorda la “Passeggiata”, un affresco di Giandomenico Tiepolo, dove tre personaggi ancien régime, accompagnati da un servo, si stanno lietamente incamminando verso la fine di un’epoca.

    Negli ultimi racconti (riuniti in “Costumi degli italiani”) ritornano protagonisti i picari degli esordi, ora immersi in un mondo molto meno spensierato, di corruzione, affarismo e volgarità sopraffina.
    Anche nelle interviste, si fa in lui sempre più acuta l’insofferenza tendente all’ostilità nei confronti delle strade che ha preso la modernità più sfacciata, di cui l’industria culturale (insultata sia nel sostantivo sia nell’aggettivo) provoca i suoi furori più accesi
    La prosa si fa più grezza, più disarticolata, da novelliere di piazza, quasi fosse un cantimbanco cinquecentesco che racconta con tutta l’irrisione che gli è permessa le amare vicende dei suoi tempi.
    Spesso la conclusione è sospesa, il finale evapora, e si accentua il tema dell’andarsene, del perdersi e dello scomparire: la definitiva quiete raggiunta in manicomio, ascoltando il rumore dello sciacquone; l’inconsapevole fuga di un distinto e mansueto funzionario, che, diretto in treno a Roma per perorare una causa che non ha ben capito, ha sbagliato la coincidenza ed è finito in Svizzera a fare il giardiniere, trovandovi una pace perfetta; il padre di un ragazzo che si è accasato, sposando la figlia di un industriale dolciario, che, resosi conto durante il pranzo di nozze della sua totale estraneità a quell’ambiente, decide all’istante di fuggire per non farsi più raggiungere, fino a ridursi a mendicare qua e là, come pare a qualcuno di averlo scoperto.
    Gianni Celati li ha raggiunti tutti, nella stessa assenza di luogo.

  3. EWA TAGHER

    Scrive Noam Chomsky in “La scienza del linguaggio” (2012):
    “Qual è il suo [del linguaggio] uso caratteristico?
    Probabilmente, per il 99,9 per cento il suo uso è interno alla mente.
    Non passa un minuto senza che parliamo con noi stessi. Non parlare
    fra sé e sé richiede uno sforzo di volontà incredibile. Quando
    parliamo con noi stessi spesso non usiamo delle frasi complete. […]
    È assolutamente vero che il linguaggio viene usato per la
    comunicazione. Ma tutto quel che facciamo è usato per comunicare
    – il taglio dei capelli, le maniere, la camminata, e via dicendo. È
    ovvio che anche il linguaggio viene usato per la comunicazione.
    Tuttavia solo una piccolissima parte di linguaggio viene esternalizzata”.
    E’ lo stesso Chomsky a parlare dell’ipotesi Merge, ovvero «un’operazione che consente di prendere oggetti mentali [o concetti di un qualche
    genere] già costruiti, e di assemblare a partire da essi oggetti mentali più grandi. […] Non appena lo possiedi, possiedi un’infinita varietà di espressioni [e pensieri] gerarchicamente strutturati a disposizione».
    Ebbene forse il mio è un azzardo, ma partendo dall’assunto di Chomsky, mi sentirei di dire che quella della NOE è una Merge-poesia: è una poesia del linguaggio interno, una trascrizione a tratti fedele delle nostri passaggi mentali, di quanto rimane dopo una giornata passata a difendersi dagli attacchi di una eccessiva mole di informazioni, rumori, suggestioni, stimoli.

    • cara Ewa,

      azzardo anch’io: io penso la testualità ibrida della poiesis kitchen come qualcosa che trasforma il concetto stesso di testo che abbiamo ereditato dalla tradizione in una morfologia vivente, ultronea, abnorme, non programmata, vissuta per non essere assoggettata ad alcun modello di lettura e ad alcun dominio. Tutto il corpus poetico agisce quindi politicamente come un prolungamento di qualcosa che esiste già ma che non sappiamo dove sia ma che noi sappiamo che c’è. Un qualcosa che spinga il lettore ad una indecisione indecidibilmente, verso che cosa sia il testo e dove voglia arrivare. Il testo poetico, in altri termini, agisce ora, qui, ma senza sapere in che modo in quanto esso è indecidibile e non programmabile a-priori. E quindi si tratta sempre di un imprevedibile.

      • milaure colasson

        Il primo elemento della nuova poesia è la sua indecidibilità. E”imprevisto il motore della nuova poesia (e anche del romanzo, ecco spiegata la grande diffusione della giallistica che è fondata appunto su questo elemento); allora sarà necessario entrare in una nuova falsariga del pensiero: bisogna esser giunti al capolinea del pensiero per poter osare di voler andare oltre il pensiero stesso, oltre il discorso assertorio della tradizione. Fratturare il pensiero è possibile per il tramite di un escamotage: tenere le porte aperte e fabbricare delle sliding doors affinché l’imprevisto possa trovare pronto accoglimento. E’ una procedura tipica di un nuovo concetto di sperimentalismo, uno sperimentalismo senza verità, senza soggetto certificato e senza veredizione, privo di verificazione e di falsificazione e, ovviamente, privo di soggettività; si tratta di uno sperimentalismo di nuovo conio concettuale che ha alla base una soggettività espansa capace di approvvigionarsi di ready languages e ready objects che abbondano nei podcast, nelle registrazioni, nelle iscrizioni telematiche, nelle infinite emittenti linguistiche del web. Disparatissimi linguaggi possono così trovare la loro ubicazione proprio nei componimenti della nuova poesia senza il bisogno di sottoporli alla preventiva certificazione della origine controllata dell’io, del soggetto egolalico che ormai non ha più l’antica nobiltà certificata del discorso del soggetto assertorio.

  4. Quattro autori kitchen presentano quattro modi diversi di approcciare la realtà con un procedimento kitchen. Presupposto del procedimento kitchen è che la realtà è già in sé kitchen, ovverossia, la realtà si dà sempre come una connessione inestricabile di razionale e di irrazionale, di reale e di fantasia, reale e irreale… tutto ciò forma quel guazzabuglio innominabile a cui diamo per abitudine il nome di realtà. Detta realtà è formata da un immenso numero di ready made, di ready languages, ed è entro questa immensità che si situa l’atto del parlante il quale seleziona certe locuzioni, certi colori, certe aure etc. Il soggetto in quanto «mediatore evanescente» (Zizek) è un soggetto che, proprio nell’atto della nominazione, evapora, evanesce, e ricade sempre di nuovo nella propria impalpabile evanescenza.
    Qui di seguito c’è un esempio di ready language che ho preso da notizie di cronaca senza cambiare una virgola:

    receipt n. 787321

    Notizia
    Anche Salman Rushdie ha adottato una scrittura narrativa kitchen, un feuilleton elettronico con tantissimi gangster
    Nuovo romanzo a puntate, in forma di newsletter, e solo su Internet. Verrà pubblicato da una piattaforma californiana che sta scalando il mercato, e via via modificato dall’autore in base alle reazioni dei lettori

    Notizia

    la narratrice J. K. Rowling ha spiegato l’urgenza di scrivere Harry Potter al gabinetto («una chimica meravigliosa»)
    L’autrice della saga confessa in un podcast di aver composto qualche paragrafo in una toilette pubblica e di averne ricavato una «consapevolezza nuova»

    Notizia

    L’Armée si arma: di fantascienza
    L’esercito francese svela di aver arruolato una task force di scrittori e sceneggiatori per prevedere le eventuali minacce del futuro. Le loro analisi sono segrete, i nomi invece no

    Notizia

    Slavoj Žižek, tutto il virus minuto per minuto
    Il filosofo sloveno pubblica un libro online sull’emergenza, la malattia, la democrazia. La sfida dell’Europa, – è la sua conclusione – è dimostrare di saper replicare quanto ha già fatto la Cina, attenendosi però a principi democratici e di trasparenza»

  5. I No-vax sono un prodotto-scoria del Todestrieb (pulsione di morte), una disfunzionalità radicale che mina il processo di soggettivazione del soggetto,
    quel soggetto che si costituisce nel corso del processo di soggettivazione che avviene durante l’oscillazione tra il reale e il simbolico. Il soggetto, dalla nascita, è sempre immerso nella dimensione della pulsione di morte, che cerca di esorcizzare mediante il principio di piacere. Da questo squilibrio dinamico e traumatico, il soggetto subisce uno sradicamento dal reale, un colpo che si traduce in un contraccolpo che va dalla realtà al reale, e dal reale torna alla realtà mediante l’ausilio del «fantasma» che funge da sostegno del reale. L’uomo come tale è una natura scissa, malata, deragliata, fatta sloggiare dai binari del simbolico in quanto dipendente dalla attrazione verso una Cosa letale: l’oggetto del piacere, della jouissance. La Cosa fatale si tramuta in Cosa letale. La Cosa fatale del principio di piacere si traduce, durante il processo di soggettivazione, in Cosa letale, pulsione di morte (Todestrieb) del principio di realtà. Il processo di soggettivazione dunque, è il passaggio che il soggetto deve attraversare per giungere alla propria intimità-extimità. E proprio in questo tragitto di attraversamento della soggettivazione il soggetto cade preda dell’agguato della Todestrieb, di quella disfunzionalità radicale che lo consegna alla pulsione di morte. È un processo dialettico che però non conosce sintesi. Ogni ulteriore squilibrio prodotto dalla disfunzionalità radicale del Todestrieb porta in avanti di un gradino il processo complessivo riproponendo su un piano differente e più alto la conflittualità che mina alla base ogni processo di soggettivazione del soggetto.
    Il risultato della scomparsa del grande Altro e dall’insistente universalizzazione della autoriflessività del soggetto, è un soggetto post-postmoderno che cade in uno stato di autoassegnazione narcisistica di una identità fittizia costantemente spinto verso una paranoica ricerca di un Altro dell’Altro nel reale. Le nuove forme di soggettività postedipiche generano un costante bisogno di assoggettamento e devozione del totem a fronte della perdita del grande Altro. La poiesis kitchen è il luogo dove l’origine pulsionale, i desideri, gli auto-inganni, i fantasmi identitari possono trovare una abitazione comune, per quanto precaria e autocontraddittoria, perché non c’è un luogo dove le linee di forza della extimità possano convivere contraddittoriamente se non in quel luogo eminentemente autocontraddittorio qual è la poiesis.

  6. milaure colasson

  7. milaure colasson

  8. milaure colasson

  9. milaure colasson

  10. Nel nuovo mondo di oggi dominato dalla tecnica, la filosofia tende a diventare un discorso antropologico e la poesia tende ad un discorso sulla storia celata, indecifrabile e indecidibile della mutazione antropologica.
    La tecnica cessa di essere un problema filosofico perché è diventata un dato di natura, è essa stessa il problema principale perché modifica irrimediabilmente le strutture categoriali e antropologiche. Questo per tre motivi principali, in primo luogo, perché il mondo in cui oggi viviamo è un mondo interamente tecnico, costituito da immagini, protesi, oggetti tecnici; in secondo luogo, perché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha radicalmente mutato la nostra esperienza percettiva del mondo trasfigurando il cosiddetto mondo reale in immagini già date, già elaborate dalle emittenti mediatiche; in terzo luogo, lo stesso concetto di «esperienza» subisce una radicale modificazione: se l’esperienza era un tempo il risultato intellettuale di una elaborazione di dati sensoriali, la tecnica interviene modificando le strutture concettuali e psicologiche e i limiti, la qualificazione della nostra percezione sensibile: l’esperienza tende a diventare una abreazione di pressioni inconsce che pulsano alla coscienza e chiedono udienza, trattasi di una mera registrazione inconscia di un processo di abreazione inconscia. L’esperienza artistica tende così a diventare anch’essa inconscia, tende a sottrarsi alla coscienza e la poiesis tende a trasformarsi in (mi si passi il termine) antiprassi inconscia in rotta di collisione con le ragioni del conscio. Al mondo diventato mondo artificiale della tecnica corrisponde una poiesis diventata anch’essa manufatto artificiale interamente tecnico, che della tecnica impiega il lessico e l’orizzonte mondano. Il che equivale a dire che l’orizzonte della poiesis tende ad identificarsi con l’orizzonte della tecnica. La poiesis odierna dell’età della tecnica non può che oscillare tra metafisica e giornalismo senza poter mai trovare un abito proprio ed è così costretta ad indossare abiti e lessici presi in prestito dal vocabolario della tecnica e adottati per l’occasione, per le festività domenicali dell’homo ciberneticus. Così, la poiesis tende a diventare un interludio delle festività natalizie.

  11. PASTA AL DENTE

    Una pentola sogghigna:
    Si sono viste navi affondare tra gli incisivi.
    Il nervo della sottrazione spalmarsi sul pane

    -E dunque caro mio
    L’era appena iniziata si mantiene con la giarrettiera

    Il triangolo abbandona le sue proprietà
    E le trasferisce al campo di calcio.

    L’incremento di virus aumenterà il tasso di natalità:
    se Eliot avrà discendenza sarà merito dei cinghiali.

    Persino il Covid è saltato nel letto dell’antivirus
    Dove ha imparato l’orgasmo?

    Sulla protesi rimane un residuo d’angoscia:
    Manca un pezzo di tempo all’ebollizione?
    L’aria maligna impedisce di ghiacciare.

    La fabbrica del tempo non produce più minuti
    E il sindacato difende traverse da un’ora

    Fino al tramonto nuvole di stormi
    mangiano falchi pellegrini.

    (Francesco Paolo Intini)

  12. «Siamo giunti così ad una dimensione del soggetto lirico totalmente estranea alla poesia novecentesca.»

    Scrive Pier Aldo Rovatti:
    «Bisogna essere “aperti” all’evento, alla sua irruzione, altrimenti non si produce alcun “nuovo” evento (cioè, alcun “evento”). Apertura resta una parola chiave dee pensiero contemporaneo, ma siamo in grado di abitarne e custodirne la distanza? “Apertura” e “chiusura” vengono allora a formare una strana coppia; i nostri normali giochi linguistici entrano in una sorta di “impazzimento”, il giocatore deve farsi giocare dal proprio gioco e solo a questa condizione è uno che sa giocare… A partire da qui si disegna, a mio parere, un nuovo stile di pensiero, meno violento, più poroso e, in definitiva, più “debole”. E, naturalmente, si profila anche una diversa idea di “soggetto”, insieme più leggera e più esplosiva, più utile e meno rassicurante. Soprattutto, c’è da fare un ingente lavoro filosofico, di cui possiamo rintracciare tutte le premesse nel ricchissimo pensiero contemporaneo, ma sulla cui realizzazione siamo ancora molto incerti e poco determinati».1]

    1] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Raffaello Cortina Editore, 2007. XII

  13. milaure colasson

    Noto con ammirazione l’ottimo livello delle poesie postate – segno che il lavoro quotidiano sull’Ombra sta dando eccellenti prodotti, ormai la poesia kitchen mostra caratteri che la fanno pendere verso un surrazionalismo estremo, e questo è un bene, solo una fantasy sbrigliata è adeguata a rappresentare il mondo odierno. Complimenti a Mimmo Pugliese, Alfonso Cataldi e a Gino Rago. Linguaglossa lo lasciamo per ultimo.

    *

    Scrive Mario Perniola:

    «Le generazioni che crebbero dopo la fine della seconda guerra mondiale non hanno ereditato questa concezione del mondo [quella storicistica che ha dato vita alla resistenza al nazifascismo] basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale e progressivo della storia: tale concezione è diventata per loro tanto più estranea quanto più la loro data di nascita si allontanava dalla fine della seconda guerra mondiale. Esse sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, in cui significato resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre a concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Questa generazioni si trovano perciò oggi nella condizioni di non aver ancora capito niente degli eventi che hanno vissuto e nei quali hanno perfino talora pensato di giocare un ruolo di protagonisti.

    Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001. Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (impossibile, e nondimeno qui!)…

    È noto che i contemporanei non sono i migliori conoscitori del loro presente: la maggior parte della gente non vive nell’attualità, e anche i meglio informati si sbagliano. Proverbiale è diventato l’esempio di Lenin che, poche settimane prima dello scoppio della rivoluzione russa, diceva agli operai svizzeri che sarebbe morto prima che questa avesse luogo. In linea di massima, il senso di ciò che è stato vissuto individualmente e collettivamente si scopre solo alla fine. È sempre stato difficile prevedere l’avvenire: tuttavia gli eventi successivi agli anni Sessanta del Novecento presentano un aspetto più refrattario alle interpretazioni che si valgono delle categorie storiche e ideologiche moderne.

    Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento o realizzazioni di utopie; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto. Certo è che nel momento in cui la società umana sembra diventare più razionale grazie alle straordinarie invenzioni della tecnoscienza, irrompono nell’esperienza individuale e storica fatti che sembrano caratterizzati da un’irrazionalità che appartiene all’orizzonte artistico e religioso più che a quello scientifico e filosofico, più a sindromi psicotiche che all’esplosione di contraddizioni o crisi che possono essere superate».1]

    Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 6

  14. Nunzia Binetti

    Carissimi, non so se questi miei versi siano poetry kitchen o altro. So tuttavia che da tempo mi domando se questo mondo post- moderno abbia un senso e se la mia stessa vita ne abbia. Per quel senso che non so più attribuire a quanto vedo, sento e percepisco ho compreso che non posso comporre versi che abbiano un significato lineare e compiuto. Ciò che desidero mentre scrivo è perdermi nel labirinto del non senso e restarci in assoluta libertà, perché nessun labirinto è realmente chiuso, né da temere.

    Potrei smarrire il tu in una vestaglia
    Potrei non dirtelo
    Perdere l’impressione-soppressione
    E ruvide si affollano le tane di talpe
    Nell’invernale ascolto l’uomo sordo.
    Corda stringe e tinge lo scorrere quaresimale l’uno marzo.
    Dorme Marte, discaccia I suoi coloni
    Ma se il risveglio urla e regge il peso,steso
    Sul ramo da un timore acceso, dove il fuoco
    Mai osa e l’acqua addiaccia
    È amore.
    Riconsegnarti il tu è impossibile.
    Partito il treno, il viaggio è dimidiato
    Medesima sentenza scioglie il vulcano
    Pilli e lapilli. Sono.

    • cara Nunzia,

      scrive Adorno in Dialettica negativa: «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi»*, pensiero quanto mai esatto se lo riportiamo nell’ambito della poiesis. I pensieri che si comprendono li possiamo gettare nel dimenticatoio, subito e senza remore, restano soltanto quei pensieri (poetici e non) che non possono essere afferrati nella immediatezza. La tua poesia ne è una esemplificazione, le sue parti migliori sono proprio quelle dove i pensieri esorbitano dalla comprensibilità immediata. Ti auguro di continuare così, senza remore.

      * T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42

      Pochi poeti del secondo novecento si sono posti il problema della de-fondamentalizzazione della «forma-poesia» (intendo dire delle ripercussioni che tale fenomeno ha avuto all’interno della forma-poesia), fenomeno intervenuto in Europa (non so in America ma mi sembra che li le cose non siano state diverse). Ecco una serie di problemi: che cosa significa decostruzione in poesia? Che cosa significa la dis-locazione dell’io? Che cosa significa dis-locazione dell’oggetto? – Ecco, un poeta che non si pone questi problemi è un «poeta di fede», dobbiamo credergli sulla parola, dobbiamo credere che lui sia veramente un poeta anche se non capisce niente di che cosa significa la tridimensionalità in poesia e il quadri dimensionalismo in poesia.
      Come ha scritto una volta Brodskij: «dal modo con cui metti un aggettivo capisco che tipo di poeta sei». Ma è anche vero che dal modo in cui metti i sostantivi e declini i verbi posso capire da dove vieni e dove sei diretto.

      • Ninzia binetti

        Caro Giorgio, provo soddisfazione àd esprimermi ormai in questa forma. Credo che mai riuscirò a tornare indietro. Qui dove vivo e non sono distante da Franco Intini, non potrei leggere in pubblico dei versi come questi. Se poi le portassi nella mia pagina Fb subire attacchi terribili. Per fortuna ci sei tu e c’è l’ombra a darmi l’occasione per farlo. Grażiedi cuòrett

  15. Comunico che ieri sera è venuto a mancare il poeta Salvatore Martino, era in attesa di un intervento al cuore ma le sue condizioni di salute erano molto scadute. Salvatore è stato un poeta che ha percorso un tragitto in diagonale della poesia italiana dagli anni settanta fino ai giorni nostri ed ha collaborato con l’Ombra delle Parole fino a qualche anno fa.

    Notizia biobibliografica

    Salvatore Martino (è nato a Cammarata, Sicilia, il 16 gennaio del 1940 ed è morto il 21 gennaio 2022). Attore e regista, viveva in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Ha ottenuto i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Davide di Michelangelo, nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento- Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio. Nel 2014 esce con Progetto Cultura di Roma, in un unico libro, la sua produzione poetica, Cinquantanni di poesia. È stato direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010 con la direzione di Sergio Campailla , insieme a Fabio Pierangeli ha tenuto un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008, un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

    Salvatore Martino, Aforismi testamentari,  Nota di lettura di Giuseppe Talìa, la fedeltà ad un proprio statuto di poeta

  16. Una riflessione sugli oggetti

    L’oggetto è tale grazie alla sua conformazione all’uso, altrimenti cesserebbe di essere oggetto. L’oggetto fonda l’oggettualità, la conformazione di più oggetti è tale per l’uso che noi ne facciamo, ma l’uso è il rapporto che intercorre tra di noi e gli oggetti e, se c’è «uso», c’è linguaggio. È il linguaggio che ci consente di esperire gli oggetti e di avere esperienza del mondo. La «questità degli oggetti» è la forma che chiama in causa il positivo e il negativo, che convoca la possibilità del loro essere e la possibilità del loro non-esserci. Il mondo è un insieme mirabolante di «questità di oggetti» misteriose, misteriose in quanto «ciò che appartiene all’essenza del mondo, il linguaggio non lo può esprimere»,1] proprio in quanto «gli oggetti formano la sostanza del mondo».2]
    La percezione che noi abbiamo del mondo, la cosiddetta oggettualità della nostra esperienza, contiene una in-determinatezza implicita in ogni oggetto, anche di quello più semplice. Ogni determinazione predicativa contiene l’in-determinato.

    Afferma Wittgenstein:

    «A chi veda chiaro è manifesto che una proposizione come “Quest’orologio è posto sul tavolo” contiene una gran quantità d’indeterminatezza, quantunque esteriormente la sua forma appaia affatto costruita».3]
    La proposizione che dice la semplicità della propria determinazione (l’oggetto) – è la stessa che dice appunto la semplicità della propria in-determinazione. Può sembrare paradossale quanto andiamo dicendo ma è qui che si innerva, in questo punto, quella particolare conformazione d’uso del linguaggio poetico che ci mostra al più alto quoziente di significazione che ogni determinato è in sé in-determinato.

    1 L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, Oxford, 1953, Osservazioni filosofiche, trad. it. M. Rosso, Einaudi, Torino, 1976. p. 41
    2 Ibidem p. 39
    3 Ibidem, p. 168

  17. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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