“Interverrà l’autore”, Poesie di Eva Tagher, Ermeneutica di Giuseppe Gallo, Erwin Blumenfeld, Collage, Marquis de Sade,

foto Marquis de Sade 1921 collage di Erwin Blumenfeld 24, 5 × 25

Erwin Blumenfeld, Collage, Marquis de Sade, 1921 24,5×25 cm

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Poesie di Ewa Tagher
TALENT SHOW

“Karl Marx… sei stato eliminato”!
La classe operaia ha deciso:
preferisce bere sangue e fango.

Ἰώ μοί μοι

Ieri per un guizzo, l’étoile de L’Opera
ha aperto il Palazzo della Borsa
e, sulle punte, ha giocato a dadi

-Sono stata promossa?-
-m a g n i f i c ! –

ἰώ μοί μοι

Le comparse di Cinecittà
prendono a calci i cestini,
rilanciano battute scritte per altri,
bluffano in coro.

ἰώ μοί μοι

Chi lascia sola Medea,
ha perso a poker
il coraggio del tragico.

ἰώ μοί μοι

La musica è così assordante
che la pioggia ha perso volume.

La neve ha perso due toni di bianco.
Siddharta Gautama ha perso il filo:
non ritornerà più.

HIC ET NUNC

Alla Porta di Magda
non bussa più nessuno.

Solo il vento,
con un calcio,
si fa carico dell’attesa.

In fondo alla strada
i ciottoli masticano
l’ultima luce del giorno.

Gli uccelli. Hanno freddo.
-Alzati o farai tardi!

Il tempo, materiale di risulta,
annerisce i denti.

Questo istante,
un rintocco osceno.

Perfino le orecchie urlano
che è troppo.

UMAMI

Il conforto della casa
una ciotola vuota.

Dove sono finiti
gli ultimi abbracci?

Polimeri,
nelle porcellane della nonna.

Ho schegge di ricordi
nelle orecchie
lo senti, almeno tu,
il tintinnio delle posate?

Al pasto mancano gli attori.
Il dramma della tavola
è stanco di ripetersi:

ha preferito l’India
e una ciotola di riso al tramonto.

VUOTO 1

Suona il corno.

Mentre contorci la bocca,
solo parole marce.

Cosa hai detto?

Hai parlato un dialetto
che non è la mia infanzia,
sibili,
una sabba di fricative.

Banditore!
Lo sai che la parola è sacra?

Un accento, un accenno,
combatti per la resa.

Un cane ti fa eco.

“Udite!Udite!”

Proclami,
un mucchio
di lenticchie.

“Sole a tratti”.

Un nuovo ordine
sull’Olimpo.

VUOTO 2

Torniamo sul ring.

Il marciapiede gocciola
gli umori di una notte fa.

“Vorrei che mi dicessi queste cose
Con un filo di voce”.

Parte un destro.

La tua faccia,
un cuscino di lava.

Ti rialzi.

“Ho solo un desiderio: tornare a dieci anni fa
E non riattaccare la cornetta del tel…”.

Gancio.

Impara a parare,
altrimenti finisci
nell’angolo dell’usato.

“… ho due biglietti
per Berlino, ci riproviamo?”

Su un tappeto di ortiche
inizia la conta:
10,9,8,7….alzati!

Su di te non una scommessa.

Piuttosto a piedi
fino a Capo Nord.

ADDIO ROUTINE

Stamattina gli abitanti di Roma Nord
sono scesi in strada.

I letti, nella notte, hanno ingoiato
chiavi, bancomat e forbicine.

Non sono più possibili
i ritagli di tempo.

Per le strade si discute
se scendere nelle catacombe
o lasciare la città ai nuovi venuti.

Qualcuno, per disperazione,
si accovaccia sui rami della tangenziale
e batte i denti a tempo.

La Pasqua non sarà trionfo di trombe.
Cristo si rifiuta di morire.

Gli piace pensare che
gli uomini siano inutili.

Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario
e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

[Ewa Tagher, trapezista presso il circo di Lubiana (occasionalmente si occupa anche di riassettare le gabbie dei leoni e dei dromedari). Spesso viene inviata dalla famiglia Dzjwiek, proprietaria del circo, alla ricerca di curiosità esotiche e fenomeni da baraccone.]

.

Intenti poetici: ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio dopo aver sapientemente realizzato un paio di mocassini. I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie. Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità. Di certo vi è che nessuno di loro ha dignità di diventare calzatura: qualcuno è uno scarto di lavorazione, un altro è un tentativo venuto male, un altro ancora semplicemente un errore. Le mie poesie sono errori di manifattura. (E.Tagher)

Ermeneutica di Giuseppe Gallo

Bastano sei componimenti a delineare il campo e i confini entro cui si aggirano i pensieri e le inquietudini della pseudo curatrice di gabbie Eva Tagher?
Penso proprio di sì. Le parole abitano un luogo che è fatto di spazio-tempo e di memoria. Le parole sono entità temporali. Nel senso che hanno un senso in quanto devastate dalla nostra presenza in esse, cioè (kantianamente parlando) sono il risultato dell’esperienza dell’Io soggettivo calato nel tempo. Non possono esistere parole se non frutto della nostra esperienza che si attua in questo tempo e in questo spazio, ovvero sono state caricate di quel senso che la nostra soggettività ha sperimentato. E che si esprime, però, rappresentando, ora e qui, le parole stesse. Le parole oggetto delle parole. La scrittura, ripete continuamente Giorgio Linguaglossa, non è un vestito o “un peplo” da indossare per ogni travestimento possibile e per illudere scenicamente i lettori o noi stessi. Il linguaggio ci abita e noi abitiamo il linguaggio. E d’altronde, “Il linguaggio- ci ricorda Agamben- deve necessariamente presupporre se stesso”. Non c’è scampo! Noi siamo intessuti delle parole delle nostre esperienze. Viviamo il linguaggio che ci fa respirare la vita e la morte.
Recitava Montale in Diario del ’72: “Non si è mai saputo se la vita/sia ciò che si vive o ciò che si muore”. Però sappiamo che senza linguaggio non possiamo accedere a nessun messaggio. Il linguaggio è lo specchio di fronte al quale “non possiamo essere o crederci altri.”
Allora, queste poesie o “errori di manifattura”, viaggiano tra due estremi. Tra la certezza iniziale della prima poesia:

“Karl Marx…sei stato eliminato”!
La classe operaia ha deciso:
preferisce bere sangue e fango.

e quella finale dell’ultimo componimento:

Poi piega con cura il sudario
e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

Ewa Tagher

Questi due momenti delineano ciò che io chiamerei la “Storia di tutti i giorni”, altro titolo di una poesia del Montale del ’75. Una storia individuale e sociale. Soggettiva e oggettiva. Tra metafore e richiami della tradizione classica: il lamento “ἰώ μοί μοι”, “Chi lascia sola Medea”, “Un nuovo ordine/ sull’Olimpo”;
della cultura laica e borghese: “Karl Marx”, “la classe operaia”, “L’Opera”, “il Palazzo della Borsa”, “le comparse di Cinecittà”,“La Porta di Magda”, romanzo della Szabò;
di quella cristiana: “bere sangue e fango”, che evoca il vino e il pane dell’ultima cena, “…un mucchio di lenticchie”, quelle dell’ Esaù biblico, “La Pasqua non sarà un trionfo di trombe” o resurrezione, “Cristo si rifiuta di morire”, “Poi piega il sudario”;
e infine anche gli inserti simbolici, o simulacri, del mondo moderno: “…ho due biglietti/per Berlino”, “fino a Capo Nord”, “ha preferito l’India”, “Siddharta Guatama” e “Umami”.
Se questi sono gli elementi con i quali si è impastata questa “storia” di ordinaria follia quotidiana, da Cinecittà a Casaletto, da Roma Nord ai rami della Tangenziale, cosa si agita nelle nervature esistenziali degli abitanti della città e dei suoi quartieri, all’interno delle sue case e delle sue “catacombe”?

Il conforto della casa
una ciotola vuota.

Dove sono finiti
gli ultimi abbracci?

Polimeri,
nelle porcellane della nonna.

Ecco, pure a volerlo, non possiamo travisare, imbellettare o nascondere “le nostre piaghe”!

Torniamo sul ring.

Il marciapiede gocciola
gli umori di una notte fa.
……………………………
Parte un destro.

La tua faccia,
un cuscino di lava.

Ti rialzi.
………………………………
Gancio.

Impara a parare,
altrimenti finisci
nell’angolo dell’usato.

Il ring su cui si combattono continuamente questi round di “cinque minuti” ha un “tappeto di ortiche”.
Anche i luoghi della città sono un ring.

……………………………………….
Solo il vento,
con un calcio,
si fa carico dell’attesa.

In fondo alla strada
i ciottoli masticano
l’ultima luce del giorno.

Gli uccelli. Hanno freddo.
-Alzati o farai tardi!

Il tempo, materiale di risulta,
annerisce i denti.

Questo istante,
un rintocco osceno.

Perfino le orecchie urlano
che è troppo.

Ma tutto è un urlo! L’urlo del vento e del vuoto, l’urlo del corno, delle bocche contorte, delle parole marce; anzi l’urlo di quel “supervuoto” montaliano “duro come un sasso” o come un sampietrino di città.

Suona il corno.

Mentre contorci la bocca,
solo parole marce.

Cosa hai detto?

Eh, sì! Ecco, finalmente, l’interrogazione! Ecco la questione!
La richiesta è lecita. Leggevo in questi giorni un post di Lucio Mayoor Tosi su “L’Ombra delle parole” che metteva in evidenza la questione delle domande in poesia.

“Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa…” ( L.M.Tosi, L’Ombra delle parole, 17 dic. 2019)

Eva Tagher, trapezista, volteggiando nell’aria, ha cominciato ad assaporare l’attrazione “inguaribile” della sospensione sull’orlo del vuoto…
La domanda “Cosa hai detto?” è rivolta a tutti. In primo luogo a lei stessa. Ecco dove sta il quid di ciò che chiamiamo poesia! È in questa pausa che interroga le inquietudini degli umani e l’impassibilità degli oggetti. Pausa che si scosta dagli sguardi degli spettatori del circo e attende…
Cosa? Un’immagine! Un’immagine che riporti sulla scena dell’esistenza quello altrove indicibile, imago di un deserto punteggiato da oasi noumeniche. E ciò che colpisce è che nell’attesa di questa immagine Eva Tagher non si straccia le vesti, non lacrima, non grida alla paralisi del dolore, all’innocenza perduta, all’io defraudato da se stesso. No! La sua è una pausa deprivata di suggestione lirica, di qualsiasi compiacimento eufonico e retorico. Tra le 489 parole di questi suoi componimenti ho riscontrato solo un aggettivo espressionista: “Il rintocco osceno del tempo” e poi altri tre o quattro aggettivi, ma tutti senza un cedimento al colore e alla descrizione, tipo: “ciotola vuota”, “parole marce”, “ultimi abbracci, “Un nuovo ordine…”

Ma si può fare poesia con gli scarti, con i residui del cuoio, già trinciato, del mastro calzolaio, come vorrebbe Eva Tagher?
E forse abbiamo altro? Grandi ideali? Teorie conclusive? Soluzioni finali? No! Abbiamo solo ideologie già disfatte e una comunicazione mediatica che pullula di schiume e di rifiuti. Abbiamo solo rimasugli, spazzatura e stracci, direbbe Gino Rago, ed è con questi brandelli, tarlati, urticanti e tossici, che dobbiamo confrontarci. Eva Tagher lo ha capito così bene che ne ha fatto un intento programmatico:

“ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio”, “ I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie. Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità.”

Tentativo riuscito? Non riuscito? Purtroppo lo sappiamo bene ormai tutti: quelli che tentano un balzo e un controbalzo negli spazi enfiati dei nostri tempi non possono che concludere i propri volteggi atterrando, sempre e comunque, su un “tappeto di ortiche”!

Metrica
Tutte le poesie di questa raccolta sono componimenti polistrofici. Variano da un minimo di 6 strofe ad un massimo di 13. Moltissimi sono i versi isolati e a sé stanti. Si segnalano solo 3 strofe costituite da quattro versi. Le restanti sono o di tre versi o distici. Cosa significa tutto ciò? Che Eva Tagher ha lavorato di bulino, eliminando il superfluo, liberando la propria versificazione dalle strutture omogenee e unilineari della tradizione. E non solo… ha abbandonato anche il concetto di metro quale unità di misura fissa e statica. Gli endecasillabi e i settenari sono rarissimi e quando compaiono sono senza la ritualità degli accenti, ma appaiono come sequenza prosodica rompendo la fluidità determinata dall’endecasillabo della tradizione.
Ecco qualche esempio:

“La neve ha perso due toni di bianco”
“Il tempo, materiale di risulta,”

Anche i settenari hanno lo stesso andamento:

“-Sono stata promossa?-”
“dove sono finiti…”
“Ho schegge di ricordi…”

Il metro e “la mensura” utilizzati da Eva Tagher, quindi, non fanno altro che rompere il ritmo e la rappresentazione fonosimbolica confezionando una struttura versificatoria “segmentata” e frammentaria, a immagine e somiglianza di quei residui verbali, o di cuoio, scartati dal suo calzolaio. Non vi sembra che “il pentagramma acustico e sonoro” della lirica nazionale sia definitivamente evaporato?

30 commenti

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30 risposte a ““Interverrà l’autore”, Poesie di Eva Tagher, Ermeneutica di Giuseppe Gallo, Erwin Blumenfeld, Collage, Marquis de Sade,

  1. Siamo lontani, molto lontani dalle soluzioni patiche della poesia neorealista germogliata come una gramigna in Italia già dieci anni prima della caduta del muro di Berlino nel 1989, siamo lontani anche dall’enfasi zanzottiana tutta giocata sui raggi ultravioletti dei significanti, dagli ipersonetti e dagli pseudo haiku mascherati e truccati, questa di Ewa Tagher è in assoluto contrasto con qualsiasi «escatologia del quotidiano» o «poetica del quotidiano» e con lo stesso concetto di «éskaton», con qualsiasi utopia rivolta al futuro, e finanche al presente. La discesa apatica lascia per terra la terra promessa della poesia idiosincratica, i raggi ultravioletti della colonna sonora del novecento (come bene rimarca Giuseppe Gallo), pàtica e apatica della poesia a «progetto» e da risultato sicuro che è stata scritta in questi ultimi decenni di decadenza e di discredito del «poetico».

    Dice bene nel suo commento Giuseppe Gallo sulla severissima sorveglianza della poesia della Tagher sulla sua «materia verbale» sempre vigile riguardo alla rimozione e alla forclusione di qualsiasi asserzione che sappia, anche di lontano, di assertorietà e di positivo, di «sonoro» e di elegiaco; di qualsiasi menzione, diretta o indiretta, dell’io e delle sue adiacenze e pertinenze. Non c’è nulla di «positivo» in questa poesia che valga la pena di essere mostrato in parole e assertorizzato, né nel significato né nel significante… sembra questo l’unico vero «progetto» di Ewa Tagher che, chissà, tra un dromedario e le tigri del Bengala dei suoi circhi equestri si è esercitata, con il frustino in mano, a svellere qualsiasi eco o fonema che rimandi a un qualsiasi significante o significato disperso e forcluso nella tenebra di quella che fu l’antica patria metafisica della poesia del significante che tanti guasti ha prodotto in Italia presso gli imitatori del loro maestro indiscusso: Andrea Zanzotto, sicuramente il maggiore rappresentante dello sperimentalismo del secondo novecento, e anche presso gli ingenui acquerelli dei neoveristi padani e romani, fermo restando che la possibilità di riconoscibilità di un oggetto non si misura affatto sulla possibilità di conoscibilità del soggetto, il quale è, per l’appunto, inconoscibile e non presentabile se non per diffrazioni e discontinuità secondo la visione di una ontologia metastabile del quotidiano e del non quotidiano.

    Scrive Filippo La Porta in una recensione al libro di Andrea Cortellessa (Zanzotto, il canto della terra, Laterza, 2021, pp. 425 € 22,80 del 14 gennaio 2022 su “Il Riformista”:

    «Perché la sua radice – “dietro Zanzotto” – è un trauma (Agosti), qualcosa di esterno alla letteratura stessa, di non del tutto formalizzabile (il limite della poesia!) e di cui tutti facciamo esperienza: un amore non corrisposto, una totalità infranta, un paesaggio perduto, una preghiera laica senza destinatario, una dialettica senza sintesi. Se però si dice, come fa Cortellessa, che il mondo –- nella poesia già citata – è solo il filo di seta del baco dell’io, allora tutto diventa solo Immaginario (troppo liberamente manipolabile) e non c’è più dialettica: se cade uno dei due termini – io e mondo – non c’è più nemmeno il tragico, resta un solipsismo che riassume la intera filosofia moderna (secondo Giacomo Noventa). Sì, come giustamente si osserva nel saggio, Zanzotto chiude un’epoca, e al tempo stesso ne apre un’altra. Abbiamo bisogno di questi geniali traghettatori: nichilismo estremo e stupore infantile di fronte alla “beltà” (impastata di orroroso sublime), consapevolezza del vuoto di senso e insieme apertura su un senso che sempre si manifesta nella doppiezza del mondo.»

    Sicuramente, un’epoca del fare poesia si è chiusa inesorabilmente, e se ne è aperta un’altra la cui strada è lastricata di impervie difficoltà.

    • EWA TAGHER

      “Di tutto l’uomo non resta che una parte
      del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.”
      Scrisse Iosif Brodskij. E’ vero quanto dice Giuseppe Gallo “il linguaggio ci abita e noi abitiamo il linguaggio”. Ma come lo abitiamo oggi il linguaggio, come viviamo la “langue” se non per frammenti, spezzoni, a tratti perentori, poi sensuali, ricattatori, e ancora scandalistici, dittatoriali, sempre più allarmistici. E come sperimentiamo tale universo linguistico, nel nostro intimo, nell’abisso del pensiero, se non desiderando profondamente la sua totale dissoluzione?

  2. Nella psicoanalisi lacaniana la forclusione del Nome-del-Padre indica l’assenza della funzione del Terzo nel rapporto tra soggetto e Altro. La presenza di un Terzo in grado di modulare il rapporto tra soggetto e Altro è la condizione di possibilità della significazione. La primarietà del significante con il corollario della secondarietà di tutto ciò che esorbita dal significante, finisce per aprire le porte alla dimensione psicotica e alla primazia primordiale e indiscussa del Nome-del-Padre il quale d’ora in poi può parlare dal Totem della propria indiscutibile primazia.
    È il gesto linguistico ad essere un vuoto di soggettivazione da parte del soggetto, tramite il soggetto si dà l’iscrizione del Reale all’interno del grande Altro. Questo processo è propriamente l’operazione ideologica: è l’ideologia che permette al Simbolico di prendere vita nello specifico della soggettività
    e di non rimanere nel generico, è l’ideologia che crea un campo di significati e di significanti entro i quali si muoverà il soggetto e tutta la realtà sociale attorno al totem del Nome-del-Padre.

  3. Mauro Pierno

    A conferma dell’avvenuta “evaporazione, caro Giuseppe Gallo, posto questo compostaggio omaggio ai versi della Tagher che spero apprezzi. I versi della Tagher evocano cori greci. Frammezzi di echi di canti classici. Perfetti per una rappresentazione teatrale. Complimenti.

    Un cane ti fa eco.

    Banditore!
    Lo sai che la parola è sacra?

    Qualcuno, per disperazione,
    si accovaccia sui rami della tangenziale
    e batte i denti a tempo.

    Torniamo sul ring.

    Non sono più possibili
    i ritagli di tempo.

    Proclami,
    un mucchio
    di lenticchie.

    Al pasto mancano gli attori.
    Il dramma della tavola
    è stanco di ripetersi:

    Solo il vento,
    con un calcio,
    si fa carico dell’attesa.

    Le comparse di Cinecittà
    prendono a calci i cestini,
    rilanciano battute scritte per altri,
    bluffano in coro.

    Ieri per un guizzo, l’étoile de L’Opera
    ha aperto il Palazzo della Borsa
    e, sulle punte, ha giocato a dadi.

    Grazie OMBRA.

    • EWA TAGHER

      Gentilissimo Mauro,
      apprezzo e molto il suo compostaggio. D’altra parte con gli scarti cos’altro si può fare se non metterli insieme, ammucchiarli, e aspettare che i batteri facciano il proprio dovere? Anche in questo caso ne è venuto fuori terreno fertile!

  4. Guido Galdini

    Un doveroso omaggio a Ewa Tagher, dal pozzo senza fondo dei miei “non è”

    non è l’acrobata, che sceso dallo spettacolo
    non riesce a trattenere l’amarezza
    d’aver deriso le suppliche della fune

  5. Direi che scarti ed “ errori di manifattura” sono di comune impiego in poesia o almeno in quella che scriviamo noi.

    NELLA GIUNGLA DEGLI SCAFFALI

    Il grizzly ha divorato uno scaffale di miele
    E ora dorme sui tre lati della Narrativa

    Napoleone avanza nella sua pancia
    sognando lo sbarco in Normandia

    che degusta quando un paffuto prussiano
    gli sbatte in faccia il piatto di Filosofia

    se l’orso annette la Poesia e guarda la Germania
    perché negare ai lupi la Scienza?
    ….

    Così dall’ uscita senza acquisti entra Caspar
    lascando Friedrich di spalle

    Manca la Tv ma la luna a pezzi
    ha forma d’ululato.

    Il solito orecchiette e rape divora
    un reparto intero di Tragedia greca.

    Il salotto si colora in Giallo:
    qui colpì il logos?

    Tra gli accidiosi
    chi alza una spalla chi stenta uno sguardo.

    In musica il verso d’animale non funziona.
    C’è un tratturo che porta al sublime?

    Due tombini inseguono un cassonetto
    E tra le cime
    un coretto di cinghiali fa tam-tam

    Francesco Paolo Intini
    ……………………………………
    ciao

  6. milaure colasson

    Io direi che due cassonetti inseguono un tombino — scherzi a parte, le poesie di Ewa Tagher sono l’esatto antidoto della poesia di Zanzotto. Ve ne siete accorti? Nella Tagher non c’è un solo suono che risuoni neanche a cercarlo con la lanterna di Diogene. Ci sono solo schiocchi, rumori, clash soffocati, urti… c’è tutta una falsariga di parole deiettate, usuali, usate, anche transgender, buone per tutti gli usi. Ewa Tagher fa poesia con le parole come resti di pellami, con le colle rimaste.
    Quale altra poesia si può fare oggi?

    • EWA TAGHER

      Gentile Milaure,
      è proprio il frastuono che mi soffoca a offrirmi il materiale necessario!
      Materiale di scarto che però non è mai gratuito…

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2022/01/15/interverra-lautore-poesie-di-eva-tagher-ermeneutica-di-giuseppe-gallo-erwin-blumenfeld-collage-marquis-de-sade/comment-page-1/#comment-76420

    Adesione de lombradelleparole.wordpress.com alla
    Lettera aperta di giuristi e accademici alla Casellati, Presidente del Senato della Repubblica
    : “Renzi scelga se appartenere al Parlamento”.
    L’appello alla presidente di Palazzo Madama: «Il leader di Italia Viva scelga: no ad altri organismi promozionali di altri stati a cui per sua ammissione appartiene»

    15 Gennaio 2022

    (ansa)
    «Gentile Presidente, incombe al Senato che Ella presiede, il diritto e il dovere di imporre al senatore Matteo Renzi la scelta tra la sua appartenenza al Senato medesimo o ad organismi promozionali di altri stati a cui, per sua ammissione, pure appartiene». Comincia così la lettera aperta alla presidente Casellati scritta da un gruppo di costituzionalisti, giuristi, magistrati, ambasciatori, accademici, filosofi, docenti universitari e intellettuali italiani. «Non occorre alcuna nuova legge e nemmeno apposito regolamento parlamentare -si legge nel documento- perché egli sia tenuto a ottemperare a tale obbligo. Esso si evince dall’art. 67 della Costituzione, secondo cui ‘ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione’, e dall’art. 54 che statuisce che ‘I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore’. Nemmeno le procedure giudiziarie che lo riguardano, come la natura dei governi al cui servizio egli si è posto, aggiungono o tolgono alcunché a tale obbligo, che evidentemente esclude ogni doppia appartenenza».

    «È da osservare -si prosegue nella lettera- che diversi uomini di governo di altri stati -ad esempio, Tony Blair e Gerhard Schroeder- hanno assunto incarichi analoghi, ma sempre successivamente alla scadenza dei loro mandati parlamentari e di governo. Ne deriva che il perdurare dell’attuale posizione del senatore Renzi costituirebbe un precedente negativo per tutti gli stati democratici, che si rifletterebbe sul rispetto anche internazionale, che merita il Senato della Repubblica italiana. Tanto più negativo in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica che richiede a ciascun parlamentare decisioni in rappresentanza e a servizio di una e una sola Nazione». Tra i primi firmatari del documento Gian Giacomo Migone, Luigi Ferrajoli, Tana de Zulueta, Nadia Urbinati, Francesco Pallante, Anna Falcone, Marco Revelli, Tomaso Montanari, Domenico Gallo, Alfiero Grandi, Mario Bova, Alberto Bradanini, Alfonso Di Giovine, Stefano Bonaga, Livio Pepino, Silvia Manderino.

  8. Ewa Tagher scrive:

    «è proprio il frastuono che mi soffoca a offrirmi il materiale necessario!
    Materiale di scarto che però non è mai gratuito…».

    Appunto, Ewa Tagher avverte disagio per il «frastuono» delle parole di oggi. La sua poesia nasce dal disagio, le parole poetiche hanno questo di speciale: che nascono dal disagio per il «frastuono». Oggi che le parole che si pronunciano nel nostro Paese sono così corrive, mentitorie che non c’è altra guisa di poesia possibile che reimpiegare quelle parole, il cacofonico e il brutto sono i sintomi di un male oscuro che affliggono la poiesis e il mondo; al poeta non spetta il compito di abbellire la lingua della tribù, quello è il compito dei demagoghi e dei letterati di corte, al poeta spetta essere fedele alle parole, non tradirle, non modificarle, non alterarle, mostrarle nella loro nudità. Oggi un poeta non può fare altro che dimorare in questo «frastuono» interlinguistico quale suo condominio pubblico.

    «Il “disagio” che la forma simbolica porta scandalosamente alla luce è quello stesso che accompagna fin dall’inizio la riflessione occidentale sul significare, il cui lascito metafisico è stato raccolto senza beneficio d’inventario dalla semiologia moderna. In quanto nel segno è implicita la dualità del manifestante e della cosa manifestata, esso è infatti qualcosa di spezzato e di doppio, ma in quanto questa dualità si manifesta nell’unico segno, esso è invece qualcosa di ricongiunto e di unito. Il simbolico, l’atto di riconoscimento che riunisce ciò che è diviso, è anche il diabolico che continuamente trasgredisce e denuncia la verità di questa conoscenza. Il fondamento di questa ambiguità del significare è in quella frattura originale della presenza che è inseparabile dall’esperienza occidentale dell’essere [corsivo nostro] e per la quale tutto ciò che viene alla presenza, viene alla presenza come luogo di un differimento e di un’esclusione [corsivo nostro] nel senso che il suo manifestarsi è, nello stesso tempo, un nascondersi, il suo essere presente un mancare. È questo coappartenenza originaria della presenza e dell’assenza, dell’apparire e del nascondere che i Greci esprimevano nell’intuizione della verità come aleteia, svelamento […] Solo perché la presenza è divisa e scollata, è possibile qualcosa come un “significare”; e solo perché non vi è all’origine pienezza ma differimento (sia questo interpretato come opposizione dell’essere e dell’apparire, come armonia degli opposti o come differenza ontologica dell’essere e dell’essente [corsivo nostro]) c’è bisogno di filosofare. Per tempo, tuttavia, questa frattura viene rimossa e occultata attraverso la sua interpretazione metafisica come rapporto di essere più vero e di essere meno vero, di paradigma e di copia, di significato latente e di manifestazione
    sensibile.»
    (G. Agamben, Stanze, p. 61)

    • EWA TAGHER

      SOLITUDO

      Una città.

      Dentro le mura seduti e bendati.

      Fuori acuti, misti a ferraglia.

      “Che ci fai nel mezzo”?

      “Guardo l’orizzonte e mi mordo le labbra”.

      Il tre giugno alle porte della città

      un commesso viaggiatore.

      “Parola d’ordine”!

      “Solitudo…”

      L’elemento sottile sotto gli usci,

      tra le fessure,

      fin nelle orbite vuote.

      Ci si accalca come folla allo stadio

      in attesa di ascoltare un ronzio.

      • È una definizione poetica della parola “Solitudo”, priva di alcuna enfasi e pathos. La poesia si presenta con una sequenza di enunciati solitari separati da uno spazio tipografico, anch’essi intervallati da voci fuori campo: domande e risposte di anonimi abitanti di un paese straniero che abitano in un recinto sorvegliato, questo lo deduciamo da una immaginaria sentinelle che intima: “Parola d’ordine”! E la parola magica non si fa attendere: “Solitudo…”.
        Si tratta di un tema caro alla poesia e al romanzo dell’esistenzialismo, che però nella civiltà attuale è stato smobilitato e derubricato a cartografia di una situazione ben precisa e determinata, infatti la nuova poesia si limita a prendere atto, giuridicamente, di questa situazione, anzi, di questa posizione che sembra immodificabile.

  9. Oggi soltanto una peritropè integrale e una procedura serendipica affiancati da una robusta dose di fantasmi, di icone, avatar, sosia etc. è la forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dai virus del populismo, del sovranismo e della pandemia mentale che ha colto gli abitanti dell’Occidente. La crisi del capitalismo cognitivo è diventata crisi dell’Antropocene che accomuna Occidente ed Oriente, Nord e Sud. La crisi ormai ha assunto dimensioni planetarie. E la poesia? Penso che la poesia abbia l’obbligo di riformulare i propri parametri fideistici.

  10. «Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta» è il titolo di un libro di poesia di Grace Paley è in uscita per i tipi di Big SUR, 41 poesie, il titolo è indicativo di una modalità kitchen di una scrittrice americana di talento.

    Grace Paley (1922 – 2007)
    Grazie a Dio non c’è nessun Dio
    da Fedeltà

    Grazie a Dio non c’è nessun Dio
    o saremmo tutti perduti

    se fosse Lui che ci fa gridare
    di angoscia feroce di fronte alla tortura
    all’odio tre o quattro volte per generazione
    non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
    alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
    di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
    muoversi piano una contro l’altra terremoto

    se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
    su cui siamo esortati a passare
    senza paura mentre intorno a noi
    i vecchi gli zoppi i maldestri i
    bambini scalpitanti ruzzolano giù
    e a volte vengono spinti nell’orrido
    precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

    se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
    solo ogni tanto strano dono
    per un popolo che abbia appena distinto
    la mano destra dalla sinistra
    ma se siamo noi i responsabili con-
    sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
    perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
    guardarci negli occhi
    a grande distanza questo è il tele-
    fonico elettronico digitale giorno d’oggi
    celebre per il denaro e la solitudine ma noi

    abbiamo sconfitto Babele accettando parole
    straniere in gloriose traduzioni se

    sappiamo essere responsabili se siamo
    diventati responsabili
    Thank God there is no god
    form “Fidelity”

    Thank God there is no god
    or we’d all be lost

    if it is He who sends us howling
    in murderous despair at torture
    hatred three or four times a generation
    there’d be no hope and if He permitted
    peace to appear then one day great plates
    of stone beneath the orchards and sea may
    move slowly against one another earthquake

    if it is He who built that narrow a bridge
    across which we are invited to walk
    without fear while all around us
    the old the lame the awkward the jumping-
    up-and-down children are tumbling off
    or sometimes pushed into the hideous
    gorge if it is He then we are surely lost

    if it is He who offers free will but
    only sometimes a peculiar gift
    for a people who have just distinguished
    their right hand from their left
    but if we are responsible con-
    sider our frequent love for one another
    because this is nowadays we may be able
    to look over great distances into
    each other’s eyes these are the tele-
    phonic electronic digital nowadays
    famous for money and loneliness but we

    have defeated Babel by accepting the words
    of strangers in glorious translations if

    we can be responsible if we have
    become responsible

    Alternativa episodica del poeta

    Stavo per scrivere una poesia
    invece ho fatto una torta ci è voluto
    più o meno lo stesso tempo
    chiaro la torta era una stesura
    definitiva una poesia avrebbe avuto
    un po’ di strada da fare giorni e settimane e
    parecchi fogli stropicciati

    la torta aveva già una sua piccola
    platea ciarlante che ruzzolava tra
    camioncini e un’autopompa sul
    pavimento della cucina

    questa torta piacerà a tutti
    avrà dentro mele e mirtilli rossi
    albicocche secche tanti amici
    diranno ma perchè diavolo
    ne hai fatta una sola

    questo non succede con le poesie

    a causa di una inesprimibile
    tristezza ho deciso di
    dedicare la mattinata a un pubblico
    ricettivo non voglio
    aspettare una settimana un anno una
    generazione che si presenti il
    consumatore giusto

    The Poet’s Occasional Alternative
    form ”
    Begin Again: Collected Poems

    I was going to write a poem
    I made a pie instead it took
    about the same amount of time
    of course the pie was a final
    draft a poem would have had some
    distance to go days and weeks and
    much crumpled paper

    the pie already had a talking
    tumbling audience among small
    trucks and a fire engine on
    the kitchen floor

    everybody will like this pie
    it will have apples and cranberries
    dried apricots in it many friends
    will say why in the world did you
    make only one

    this does not happen with poems

    because of unreportable
    sadness I decided to
    settle this morning for a re-
    sponsive eatership I do not
    want to wait a week a year a
    generation for the right
    consumer to come along

    Avevo bisogno di parlare con mia sorella
    da Fedeltà

    Avevo bisogno di parlare con mia sorella
    parlarle al telefono intendo
    come facevo ogni mattina
    e anche la sera quando i
    nipotini dicevano qualcosa che
    ci stringeva il cuore

    Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
    potete immaginarmi trattenere il respiro poi
    c’è stato un terribile rumore telefonico
    una voce ha detto questo numero non è
    più attivo che meraviglia ho
    pensato posso
    ancora chiamare non hanno assegnato
    il suo numero a un’altra persona malgrado
    due anni di assenza per morte.

    I needed to talk to my sister
    from Fidelity

    I needed to talk to my sister
    talk to her on the telephone I mean
    just as I used to every morning
    in the evening too whenever the
    grandchildren said a sentence that
    clasped both our hearts

    I called her phone rang four times
    you can imagine my breath stopped then
    there was a terrible telephonic noise
    a voice said this number is no
    long in use how wonderful I
    thought I can
    call again they have not yet assigned
    her number to another person despite
    two years of absence due to death.

    Certe volte adesso quando dormo sola
    da Fedeltà

    Certe volte adesso quando dormo sola
    mi do un’annusata
    e mi chiedo in tuti questi anni è questo
    l’odore che ti è stato familiare
    e se è così ti piaceva davvero non
    semnra gradevole tu stranamente
    sudi poco per un uomo tanto attivo ma sai
    di dolce quando ti abbraccio di questi tempi
    (o tu abbracci me) o appoggio la testa sul tuo
    cuscino nel letto so che sei tu
    un delicato odore di camino e ti
    respiro un po’ non sono sorpresa
    ti ricordo sempre delizioso

    Sometimes now when I sleep alone
    from Fidelity

    Sometimes now when I sleep alone
    I get a whiff of myself
    and wonder all these years is this
    the odor familiar to you
    if so did you really like it doesn’t
    seem so nice you’re unusually non-
    sweaty for such an active man but slightly
    sweet when I hug you nowadays
    (or you me) or put my head on your
    pillow in our bed I know it’s you
    a delicate odor of woodsmoke and I breathe
    you in a little not surprised
    I remember you were always delicious

  11. raffaele ciccarone

    Ritorno sull’esiguità delle parole a disposizione…

    St 43

    scarsi gli avanzi lasciati
    su Ewa Tagher, neppure
    qualche virgola o punto
    da sbriciolare per commento
    Medea prova un sortilegio
    A.F. Augustus Sandys la ritrae

  12. Ewa Tagher scrive la poesia che mi piace leggere oggi.
    Nelle poesie qui proposte utilizza anche l’epigramma, ma aggiunge intervenendo con voce viva “-Sono stata promossa?- / -m a g n i f i c ! –
    L’incursione verbale mi ha fatto pensare agli acrobati, l’inchino rivolto al pubblico che aveva il fiato sospeso: qualcuno fa spettacolo rischiando la morte. Tragica ironia, ma spiega il fondo di tristezza, il dramma.
    Comunque sia, a me piace la voce viva, l’intervento non meditato ma voluto; parole che giungono improvvise, volteggi che non ti aspetti nel vuoto che le accompagna. Qui il frammento è perfetto, se contiene quel vuoto, per me è perfetto.
    In questo giorni sto leggendo poesie di Hanshan, poeta cinese del IX secolo. dalla traduzione capisco che i cinesi non amano gli aggettivi; e infatti senza aggettivi la lingua scorre limpida, il lettore vede quel che gli pare, può sentirsi in viaggio, presente al concepimento delle parole. Ewa Tagher scrive poesia viva, con attimi di suspense. Un po’ mi ricorda De Palchi, ma erano altri tempi. Anche di scrittura.

  13. giorgio linguaglossa
    16 marzo 2017 alle 16:36

    Il monito di Franco Fortini

    Pier Paolo Pasolini, Franco Di Carlo legge Trasumanar e organizzar (Garzanti, 1971)- Intervento di Franco Di Carlo tenuto al Laboratorio di Poesia dell’8 marzo 2017 Libreria L’Altracittà, Roma –  Il momento di svolta della poesia italiana del secondo Novecento – Un articolo di Francesco Erbani e alcuni brani poetici del libro

    Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962: «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi. La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».

    Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

    Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

    In Italia si è cessato di pensare sulla forma-poesia

    Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo.
    Però, però, bisogna anche dire dei limiti di Pasolini e di Fortini, e bisogna spezzare una lancia in favore di Vittorio Sereni che volle pubblicare il primo libro di Alfredo de Palchi nella nuova collana della Mondadori dedicata ai «poeti nuovi» nel 1967: Sessioni con l’analista, che riunisce le poesie scritte nel decennio precedente.
    A rileggere oggi le poesie di de Palchi risalta la modernità del suo linguaggio poetico. Forse nessun altro linguaggio poetico degli anni sessanta ha l’immediatezza e l’incisività quasi brutale del linguaggio di de Palchi, al cui confronto sbiadiscono anche gli esperimenti linguistici dei “novissimi”.

    Però, però…

    sono cinquanta anni che in Italia si è cessato di pensare sulla forma-poesia, i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia, di Mito, di mini canoni… etc, in realtà ciascuno si faceva i fatti propri con il proprio corteo privato di sostenitori e apprendisti, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico, inesistente, inconsistente.

    La «nuova ontologia estetica» vuole essere questo. Per chi ancora non l’ha ben compreso, vuole rimettere in moto il pensiero critico, vuole rimettere in moto il linguaggio poetico…
    Il limite della impostazione culturale della critica di Fortini e di Pasolini alla poesia del loro tempo è che guardano il reale con occhiali ideologici, vedono il problema poesia in termini di linguaggio, in termini di interventismo sul linguaggio, come se il poeta fosse «fuori» del linguaggio e fosse possibile operare una manipolazione, un intervento sul linguaggio dal di «fuori». quando invece il poeta si trova «sempre» «dentro il linguaggio» e che non è possibile alcuna «manipolazione o interventismo» sul linguaggio per chi si trova già «dentro» il linguaggio.
    È questa la novità concettuale introdotta dalla «nuova ontologia estetica», la consapevolezza che noi siamo sempre e comunque «dentro il linguaggio» e non possiamo uscirne mai e per nessuna ragione.

    E comunque, noi della «nuova ontologia estetica» riteniamo ancora valido il principio espresso da Fortini negli anni sessanta:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi»

    Jurij Tynianov si opponeva a una concezione evolutiva della letteratura

    che procede per salti e per spostamenti piuttosto che secondo uno sviluppo uniforme. In ogni genere, osservato a un dato momento, si distinguono tratti fondamentali e tratti secondari. E sono proprio i tratti secondari, i risultati e le deviazioni «casuali», anche gli errori che producono nella storia dei generi mutamenti più cospicui da annullarne in certa misura la continuità. Si può parlare di continuità per la nozione di «estensione», che oppone le «grandi forme» (romanzo, poema, racconto lungo) alle piccole (racconto breve, poesia), e di continuità per i «fattori costruttivi» (per esempio, il ritmo nella poesia e la coerenza semantica – trama – nella prosa) o per i materiali; ciò che cambia è ben più importante per la individualità del genere: è il principio costruttivo che fa utilizzare in modi sempre nuovi i fattori costitutivi e i materiali.

    Gli spostamenti e le mutazioni all’interno di uno stesso genere

    mettiamo, la poesia, sono molto importanti per comprendere come a volte delle piccole novità conseguite in periferia (il caso Alfredo de Palchi con Sessioni con l’analista è manifesto) o presso delle riviste sconosciute (“Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi e ci metto anche “L’Ombra delle Parole”) possano avere ripercussioni, per vie sotterranee, sulle linee maggioritarie della poesia del secondo Novecento, espressioni delle due più grandi città italiane: Roma e Milano. Ecco allora che la spinta al rinnovamento avviene spesso, anzi, quasi sempre, per il concorso di circostanze anche fortuite: tipo una rivista (oggi telematica) che riunisce intelligenze di varia provenienza come L’Ombra delle Parole.

    Ascoltiamo questo pezzo geniale di Salvatore Sciarrino. Ascoltiamo queste voci singhiozzate.

    Questi singhiozzi ci parlano molto da vicino, sono dei punteruoli nelle nostre carni… chi non riesce ad apprezzare questi singhiozzi sciarriniani non può neanche apprezzare una poesia della scuola della nuova ontologia estetica. Io percepisco la musica di Sciarrino molto ma molto vicina alla poesia che andiamo facendo noi, e bene ha fatto Donatella Giancaspero a darcene un assaggio. Quei silenzi, o meglio, quei vuoti tra una parola e un singhiozzo ci parlano in modo eloquente della nostra condizione esistenziale, sono i nostri singhiozzi, le nostre parole, quelle che dobbiamo cercare di tradurre in poesia. Chi non è capace di percepire la forza dirompente del «vuoto» che aleggia tra un singhiozzo e l’altro, non potrà che fare della letteratura, della onesta e scadente letteratura.

  14. La tragedia porta uno scialle arancione
    scommesse su roulette ortogonali.

    Fiches senza valore nelle preghiere sovrapposte
    così semplicemente incolonnate.

    Alle parole, sulle scacchiere, addormentati sui dorsi delle sedie torri che assillano il tempo.

    Grazie OMBRA.

  15. milaure colasson

    Ewa Tagher sta facendo una operazione difficilissima, incide il linguaggio portandolo al limite, impiega un linguaggio limite per una condizione storica arrivata al limite della rottura. La nuova poesia della Tagher avvista questo limite, ne dà l’annuncio con grande efficacia espressiva. E’ la solitudine delle parole, che non sanno più dove andare, che hanno perduto il canto.

  16. Caro Giorgio, Impossibilitato ad accedere a L’Ombra, puoi postare tu stesso. A presto.

    Scrive Linguaglossa, rimarcando l’auspicio di Fortini:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

    Ebbene, chi frequenta L’Ombra delle parole questo lo fa da tempo. Perché, generalmente, su queste pagine non si descrive la realtà, piuttosto la si interroga; non ci si inginocchia davanti ai ripiegamenti dell’Io su se stesso, non ci si immerge nella “palus putredinis” della contemporaneità per annegare in turbamenti fisici e spirituali, tesi a edulcorare l’affaticamento e gli affanni del nostro sopravvivere. No! Qui non si hanno speranze del genere. Così Ewa Tagher, per dirla con la felice espressione di Milaure Colasson, avverte “la solitudine delle parole, che non sanno più dove andare, che hanno perduto il canto” e che ormai sono solo rumore. Ma non ne evoca il frastuono, i cicalecci e i borborigmi… non si appiglia alle catene dei “significanti”, come buona parte degli “sperimentatori” degli anni sessanta. È vero, Pasolini, Sanguineti, lo stesso Fortini, utilizzavano il linguaggio per giungere a poetiche ideologizzate. Uno dei saggi più importanti di Sanguineti indagava proprio i rapporti tra Ideologia e linguaggio ( Feltrinelli , 1965), schierando sullo stesso fronte Marx, Freud e psicolinguistica. Oggi dobbiamo “produrre” forse una letteratura come frutto di una ideologia e magari una poesia in senso “metalinguistico”? Non credo.

    Tuttavia, nel momento in cui siamo consapevoli “che noi siamo sempre e comunque «dentro il linguaggio» e non possiamo uscirne mai e per nessuna ragione.”, come ribadisce ancora una volta Linguaglossa, qualche problema esiste. Perché parliamo e scriviamo. Perché usiamo parole: sia che siano stracci da cucina o rimasugli di cuoio. Sospettare o affermare che dobbiamo porre attenzione ai “silenzi” e a “quei vuoti tra una parola e un singhiozzo” perché questi “ci parlano in modo eloquente della nostra condizione esistenziale, (e che) sono i nostri singhiozzi, le nostre parole, quelle che dobbiamo cercare di tradurre in poesia…”, non significherebbe condannarci al silenzio? Per essere attuali dovremmo tacere? Non so.
    Come si può notare, nonostante tutto, siamo ancora alla ricerca di un “senso”, sia in termini contenutistici che semantici. È verosimile che siamo interessati ad esprimere radici e rizomi umani fondamentali? Non siamo all’ombra di una tragedia che sfonda i limiti del tempo e dello spazio? Non siamo ai conati di un’estinzione sempre più prossima? In questo contesto, allora, che posto occupa “l’espressione di sé?’ Non dovremmo, piuttosto, comunicare questo mondo a chi vuole vedere? E concludo. Ewa Tagher, accostandosi al circo degli spettacoli, afferma che

    “Ci si accalca come folla allo stadio
    in attesa di ascoltare un ronzio”

    che equivale al bel titolo della raccolta di poesie di Grace Paley, evocato da Linguaglossa:
    Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta.
    Beh, anch’io! Volevo continuare a scrivere, ma ho bruciato la macchinetta del caffè.

    Giuseppe Gallo

  17. Guido Galdini

    Volevo fare una torta
    invece è venuta fuori una poesia
    non me l’ha mangiata nessuno.

  18. milaure colasson

    “Berlusconi triste, sta meditando una via d’uscita onorevole”
    (ansa)
    Salvini molla Berlusconi: “In arrivo per il Colle una proposta della Lega”
    di Emanuele Lauria
    17 Gennaio 2022

    Sgarbi da giorni contatta deputati e senatori per conto del Cavaliere: “Oggettivamente non si va avanti”. La replica piccata di Tajani: “Non è il suo portavoce, parla a titolo personale”

    Si è autodefinito “l’acchiappa farfalle” di Berlusconi. Telefona e, se nessun risponde, telefona ancora. Vittorio Sgarbi, da giorni, sta lavorando alacremente alla scalata al Colle di Silvio Berlusconi. Operazione improba, definita anche “operazione scoiattolo”, il soprannome della strategia portata avanti dal Cavaliere per conquistare quei 50-60 voti (ma c’è chi dice che debbano essere forse il doppio) per fargli ottenere la maggioranza assoluta al quarto scrutinio e consentirgli così la clamorosa elezione alla presidenza della Repubblica. Col passare dei giorni, l’ottimismo di Sgarbi si è affievolito. Come anche quello dello stesso fondatore di Forza Italia. Che ora, dalle parole consegnate proprio da Sgarbi a “Un giorno da pecora”, su Radio 1, è “abbastanza triste”.

    “Ci devono essere delle inquietudini di natura psicologica, non degli elettori, ma nel candidato, perché è rimasto a Milano – continua il deputato e critico d’arte – Credo che questa, come dire, pausa dipenda dal fatto che starà pensando se c’è una via d’uscita onorevole, con un nome che sia gradito a lui, forse Mattarella”. L’operazione, aggiunge Sgarbi, “si è fermata oggettivamente”. Una conferma alle voci che giravano anche ieri e che parlavano di un passo indietro da parte di Berlusconi nel giro di due-tre giorni con l’indicazione di un nome sul quale provare a far convergere le altre forze parlamentari. Un modo anche, pur nella rinuncia alle personali aspirazioni del Cavaliere, per assegnarsi il ruolo di kingmaker in questa complicata partita per il Quirinale.
    *

    Siamo davanti ad un Teatro della Crudeltà, ormai le comparse hanno preso il posto degli attori di professione, Liala parla a nome di Tomasi di Lampedusa, i lanzichenecchi parlano a nome di Mattarella, lo spettacolo indecente volge finalmente al termine, la destra italiana mostra la sua vera faccia di immondizia e di sudiciume. In queste condizioni anche la poesia kitchen rischia di apparire inadeguata, Con la pagliacciata del Cavaliere e dei suoi camerieri: Meloni e Salvini siamo arrivati al capolinea della seconda Repubblica…

  19. milaure colasson

  20. milaure colasson

    Chiedere ad un poeta elegiaco di capire una poesia kitchen, sarebbe come chiedere a un Homo Erectus che cosa ne pensa della cultura e della storia degli Homo Sapiens o come chiedere ad una lucertola di comprendere la malinconia degli scimpanzè.

  21. vincenzo petronelli

    https://wordpress.com/comment/lombradelleparole.wordpress.com/76602

    La poesia di Ewa Tagher, si pone senza dubbio come una delle espressioni emblematiche della Nuova Ontologia Estetica e gli scritti riportati in quest’articolo lo evidenziano.
    A mio avviso, la produzione di Ewa Tagher è in assoluto tra le più corrosive, abrasive, del nostro panorama e quindi della poesia italiana tutta (giacché non ne circola molta al di fuori del nostro alveo), totalmente incurante delle false certezze che costellano l’orizzonte dell’uomo occidentale. Certezze false, sicuramente di comodo, maturate in questi decenni di edonismo, di egotismo, in cui il benessere diffuso ha determinato l’nstaurazione di un clima di acquiescenza verso l’ordine vigente: un appiattimento dei valori, barattati in nome della gratificazione meschina di una piccola fetta della grande abbuffata della tavola d’occidente.
    La nuova ontologia estetica, in tutte le sue varie declinazioni, spazza via tutte queste false promesse, gli strascichi della loro ubriacatura, per mettere a nudo l’essenza, la coscienza del soggetto, di fronte all’artificiosità degli oggetti di cui si è circondato, che emerge impietosa nel momento in cui dall’oggetto, si passa alla cosa, si depurano cioè, dalla mera simbologia ritualei di cui l’uomo li ha corredato per sua conve(i)nzione.
    In questo senso i versi di Ewa Tagher sono particolarmente incisivi, poiché fanno l’effetto di un uppecut, tagliando il velo delle costruzionei egotiche, ponendo domande aperte: non ha alcun intento finalistico la poesia di Ewa:, bensì si preoccupa esclusivamente di squarciare la crosta superficiale della realtà.
    Per il lettore incauto, abituato ai comodi stereotipi consolatori è come aprire la porta in un mattino di gennaio e sentire il volto sferzato dal vento di tramontana, Vuole farci capire Ewa, che un’intera epoca, quella del mondo occidentale e dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, è definitivamente tramontata: più che tramontata, dovremmo dire più correttamente che è già morta e sepolta, con tutto le sue “magnifiche sorti e progressive”, mentre restano solo i suoi residui ad illuminare il lavoro di ricerca intellettuale delo storico, dell’antropologo, dell’archeologo, del poeta Noe; è un mondo in dissoluzione ed una ricerca intellettuale seria non può che prenderne semplicemente atto, come fa Ewa, senza alcuna traccia di passatismo, di nostalgia, bensì in maniera chirurgica, senza neanche il conforto di un aggettivo, di un indugio descrittivo e per di più con l’aggiunta di un sarcasmo feroce, deformante, al limite del grottesco.
    E’ questa dimensione critica che urge ritrovare alla poesia odierna, così come riesce a fare al Tagher, laddove la poesia prevalente negli ultimi decenni è andata esattamente nella direzione opposta: quella suadente del balbettio con pretese cosmiche, ma in realtà assolutamente anestetizzata ed anestetizzante, terribilmente assonante con la politica populistica imperante nella nostra epoca: suasiva, accomodante, illusoria, perché senza un costrutto reale. per cui una volta ascesa al potere può solo trasformarsi nel più bieco affarismo o in declinazioni autoritarie,
    Ecco la poesia di Ewa Tagher in questo senso è un violento contraccolpo per farci comprendere come la “facies”, la veste esteriore, con cui la realtà ci appare, è nient’altro che la morfologie di una narrazione, di una rappresentazione, antropologicamente dettata dagli enti al potere, contando sulla, sulla compartecipazione della maggioranza.
    Pensavo, in questi giorni di commemorazione della figura di Monica Vitti, a “deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, film che decreta senza possibilità alcuna d’appello, il decadimento morale della visione borghese, optando per un codice espressivo distopico: difficile da metabolizzare per chi non solo condividesse quel mondo di valori, ma vivesse l’esaltazione di un periodo di progressivo arricchimento (per quanto di tale processo si cominciassero ad intravedere gli scricchiolii), ma straordinariamente profetico ed epifanico in un’ottica di lettura critica; fatta salva la vitalità con cui Ewa denuncia le convenzioni della società ed il suo sarcasmo, l’effetto deformante che scaturisce dalla sua poesia, mi fa riaffiorare alla mente proprio il film di Antonioni.

    Buonanotte amici dell’ “Ombra”.

  22. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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