Con la Krisis del Covid è finito il Postmoderno, Frammenti di Lucio Mayoor Tosi, Negli anni sessanta, nel giro di pochi anni escono otto raccolte poetiche di otto autori diversi: Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Amelia Rosselli, Alfredo de Palchi, Edoardo Sanguineti, Pier Paolo Pasolini, Wassily Kandinsky, Schwarzes Dreieck, Dalla poesia comica di Ennio Flaiano Anni Cinquanta alla poetry kitchen di Francesco Paolo Intini

Lucio Mayoor Tosi frammento con rosso 2021
Lucio Mayoor Tosi frammento con nero
Lucio Mayoor Tosi frammento a strisce 2021Lucio Mayoor Tosi, frammento, 2021 – «Acrilico su legno e altri materiali (polistirene e tarlatana) 35×35 cm, Pop e modernità consunta. Su una navicella spaziale, in assenza di gravità. Ai frammenti ho aggiunto un “rumore di fondo”, diverso per ognuno. Il rumore (colore) porta tracce di quel che è stato. Un po’ come nei sacchi di Alberto Burri, ma le colorazioni sono odierne… ho tratto ispirazione dai muri esterni delle case, o comunque da superfici vissute, logore, che serbano un qualche valore affettivo» (l.m.tosi)

.

Giorgio Linguaglossa

Con la Krisis del Covid è finito il Postmoderno

Non c’è altro da fare che voltare pagina, la antiquitas della forma-poesia del secondo novecento va abbandonata, dis-messa, lasciata cadere; però va riparametrata e riconfigurata la mappa della poesia del tardo novecento. E ripartire dall’opera poetica fortemente innovativa di Alfredo de Palchi è assolutamente indispensabile.

Negli anni sessanta, nel giro di pochi anni escono otto raccolte poetiche pubblicate a distanza di pochi mesi l’una dall’altra: Le case della Vetra (1966), Poesia in forma di rosa di Pier Paolo Pasolini e di Giovanni Raboni, Gli strumenti umani di Sereni, La vita in versi di Giudici (1965), Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee di Caproni (1965), Nel magma di Luzi (1966), una prima edizione, con un numero minore di testi, era uscita già nel 1963; Variazioni belliche di Amelia Rosselli è del 1964 e Sessioni con l’analista di Alfredo de Palchi del 1967 che però raccoglie poesie scritte dal 1946 in poi. Nel 1956 Sanguineti aveva pubblicato la sua prima raccolta, Laborintus, che rappresenta la rottura più energica della tradizione lirica della poesia italiana: il soggetto lirico viene colpito in maniera, in apparenza, mortale. E invece la poesia con soggetto lirico riprenderà quota a metà degli anni settanta e durerà fino ai giorni nostri. Quella che sembrava una Canne del soggetto lirico, si è dimostrata invece una vittoria di Pirro.
In questi libri si possono rilevare diverse posture dell’io: Luzi, Sereni, Giudici, Caproni, Rosselli, Raboni, de Palchi, Sanguineti sono autori di generazioni e poetiche diverse che danno ciascuno un contributo alla deflazione del soggetto lirico.
Ma si possono annoverare, ovviamente, altre opere significative: Ecloghe (1962) di Zanzotto, Una volta per sempre di Fortini (1963), Il seme del piangere (1959) di Caproni, negli anni cinquanta le poesie di Ennio Flaiano contenute ne Una e una notte (1959) e in La donna nell’armadio (1957) oltre che ne “L’Almanacco del pesce d’oro” (1960); ma ci sono anche altri titoli del 1957 come Vocativo di Zanzotto, Le ceneri di Gramsci (1957) di Pasolini e La ragazza Carla di Pagliarani (1957), opere tutte che rappresentano delle interpretazioni personali alla «deflazione del soggetto» di cui ha parlato la storiografia letteraria. Resta il fatto indiscutibile che dalla metà degli anni settanta si verifica un passo indietro: la messa in ombra della crisi della forma-poesia con la crisi dell’io lirico tradizionale che si era inequivocabilmente manifestata già all’inizio del Novecento con i poeti neocrepuscolari.

Oggi, a distanza di settanta anni dagli anni sessanta, quali libri di poesia dovremmo prendere in considerazione per individuare la crisi della soggettività lirica, ovvero, il cambiamento del paradigma lirico e la sua sostituzione con un «nuovo paradigma»?, ma, mi chiedo, c’è mai stato un «Cambio di paradigma» del soggetto lirico nella poesia italiana del tardo novecento? E, se non c’è stato, chiedo: quali sono le ragioni storico-stilistiche che hanno ostacolato e/o impedito il «Cambio di paradigma»?

Faccio un passo indietro e riepilogo qui quanto ho già scritto a proposito della poesia di Ennio Flaiano:

«Il poeta che compendia e riflette le contraddizioni, le inquietudini degli anni Cinquanta è Ennio Flaiano: un non-poeta, uno sceneggiatore, uno scrittore di epigrammi, di pseudo poesie, uno scrittore di non-romanzi, o meglio, di romanzi mancati, «ridanciano, drammatico, gaglioffo, plebeo e aristocratico» come egli ebbe a definire Il Morgante di Luigi Pulci. «Perché io scrivo? Confesso di non saperlo, di non averne la minima idea e anche la domanda è insieme buffa e sconvolgente», scrive Flaiano, poeta lunatico, irriverente, un arcimbolodo antidemagogico, antiprogressista, anti marxista e anti borghese, personalità assolutamente originale che non può essere archiviata in nessuna area e in nessuna appartenenza letteraria. Personaggio tipico della nuova civiltà borghese dei caffè, che folleggia tra l’erotismo, l’alienazione, la noia dell’improvviso benessere. Con le sue parole: «In questi ultimi tempi Roma si è dilatata, distorta, arricchita. Gli scandali vi scoppiano con la violenza dei temporali d’estate, la gente vive all’aperto, si annusa, si studia, invade le trattorie, i cinema, le strade…». Finita la ricostruzione, ecco che il benessere del boom economico è già alle porte. Flaiano decide che è tempo di mandare in sordina la poesia degli anni Cinquanta, rifà il verso alla lirica che oscilla tra Sandro Penna e Montale. Prova allergia e revulsione verso ogni avanguardismo e verso la poesia adulta, impegnata, seriosa, elitaria. Ne La donna nell’armadio (1957) si trovano composizioni di straordinaria sensibilità e gusto epigrammatico con un quantum costante di intento derisorio verso la poesia da paesaggio e i quadretti posticci alla Sandro Penna, le punture di spillo alla poesia di Libero De Libero:

Quando la luna varca la città
Da levante a ponente
Io la guardo e mi piace
La sua pallida puntualità.

*

Su carta gialla un inchiostro viola
su giallo, odio una sola speranza
sulla speranza un sole giallo splende
sulla speranza che rimane sola.

*

L’orto dei frati era l’orto del lupo mannaro
Dietro la siepe trovarono disteso il morto.
La luna si specchiava nel pozzo dell’orto.
Il freddo era quello dei bambini.
E la campagna, quella che io ricordo.

Lucio Mayoor Tosi frammento con giallo 2021

Lucio Mayoor Tosi, frammento con giallo, 2021 – «Pop e modernità consunta. Su una navicella spaziale, in assenza di gravità»

È paradossale che sia proprio Flaiano l’autore della poesia più moderna e sofisticata dell’Italia degli anni Cinquanta che inizia la sua corsa al Moderno; colui che aveva in orrore la trivialità dell’Italia degli scandali, delle speculazioni e della società di massa vista come volgarità di massa, è costretto a invertire la rotta della sua intelligenza e a occuparsi dei ritagli, degli accidenti della visibilità, dei dettagli, delle fraseologie da ricettario, ad assumere un tono assertorio-derisorio, interrogativo-irrisorio e blasé da intellettuale sorpassato, antiquato, non à la page; nel suo stile fa ingresso, per la prima volta nella poesia italiana, lo stile delle pubblicità, delle didascalie da autobus, delle fraseologie da sussidiario, da bugiardino e da educazione civica.
Leggiamo da L’almanacco del pesce d’oro (1960):

Chi apre il periodo, lo chiuda.
È pericoloso sporgersi dal capitolo.
Cedete il condizionale alle persone anziane, alle donne e agli invalidi.
Lasciate l’avverbio dove vorreste trovarlo.
Chi tocca l’apostrofo muore.
Abolito l’articolo, non si accettano reclami.
La persona educata non sputa sul componimento.
Non usare l’esclamativo dopo le 22.
Non si risponde degli aggettivi incustoditi.
Per gli anacoluti, servirsi del cestino.
Tenere i soggetti a guinzaglio.
Non calpestare le metafore.
I punti di sospensione si pagano a parte.
Non usare le sdrucciole se la strada è bagnata.
Per le rime rivolgersi al portiere.
L’uso del dialetto è vietato ai minori dei 16 anni.
È vietato aprire le parentesi durante la corsa.
Nulla è dovuto al poeta per il recapito.

Per un caso davvero singolare, la migliore e più evoluta poesia degli anni Cinquanta la si ritrova nell’autore che con più circospezione e tenacia ha esperito ogni tentativo per allontanare da sé il pericolo di presentarsi con l’etichetta di «poeta». In sostanza, Flaiano mette in scena la sua personale avanguardia: una sorta di retroguardia sistematizzata, in giacca e cravatta, dandystica, contro tutto ciò che il Moderno propina con le sue mode, la rivoluzione televisiva, i suoi abiti firmati, con i suoi miti letterari (Arbasino, Bertolucci, Penna, Moravia etc.), ed i suoi riti apotropaici».*

* da Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) Roma, Edilet, 2011 p. 40 € 16.

da La donna nell’armadio (1957)

Quante cose guardiamo in realtà
Che non valgono il tempo d’esser viste.
questo si chiama: l’infelicità.

*

Una parola, un’altra parola,
Un’altra parola.
Come il pensiero vola avanti
E uccide la parola al passaggio!

*

Il poeta dice no alla verità.
Egli ne ha un’altra più rara – ma solo metà.

L’altra metà,
Che il poeta non ha,
La sanno soltanto i morti –
Nell’Aldilà.
Ma non la possono dire.
Qui tutto il loro morire.

da Una e una notte (1959)

La funzione è finita
L’organo suona Bach,
E il Cardinale, ossequiato,
Riparte in Cadillac.

*

Chi disprezza sarà sempre ammirato,
Compra e rivende, spesso viene comprato,
Batte le mani il pubblico a chi sputa
Per aria. Ma aiuta il Cielo chi da sé s’aiuta.

da L’Almanacco del pesce d’oro 1960

Sublime attesa
Canzone-fox di Anonimo Flaiano

Ho letto con ritardo
Lolita e il Gattopardo.
Così passai l’estate
tra speranze infondate.

Perché non scrivi più?
Mi abbandoni anche tu?

L’inverno si fa avaro
e il ricordo più amaro.
Tempo ne ho d’avanzo:
sto scrivendo un romanzo.

Io t’aspetto quassù.
Vieni quando vuoi tu.

Penso alla primavera
e a una vita più vera.
faccio pittura astrale.
verrai alla «personale»?

Se mi lasci anche tu,
Io non resisto più.

Leggo e scrivo poesie,
appunti, cose mie.
il suicidio ho tentato.
Niente. M’hanno salvato.

Io non t’aspetto più.
Fa’ quello che vuoi tu.

*

Il gatto di Moravia sta facendo le fusa,
arriva e se lo mangia il Gattopardo di Lampedusa.

Autunno romano

Ritornano i giorni puntuali
col loro accento sul’ì.
Ritornano i mesi, i secoli uguali.
telefoniamoci, vuoi! Lunedì.

Scambio di persona

Il poeta Arbasino, gentile e documentato
Dormiva nella biblioteca del Senato.
Passò il presidente e disse: Questo è Arpino.
– No, replicò il poeta, sono proprio Arbasino.

I male informati

Quest’anno è andata male al poeta Bertolucci,
Gli hanno tolto il premio Nobel per darlo a Carducci.

Cronaca di Roma

Il dramma dello scrittore realista:
i suoi personaggi perde di vista.
Uno è in galera. Un altro frega il socio
e scompare. Il terzo si mette con un frocio.

Ragguagli manzoniani

Sai chi ho incontrato a Ponza?
La monaca di Monza.
Stava con il suo amico,
il Cardinale Federico.

Tutto da rifare

Sale sul palco Sua Eccellenza,
Esalta i valori della Resistenza,
S’inchina a Sua Eminenza.

da Inediti di noto anonimo abruzzese (1959)
“Souvenir”

Mino, ricordi la Marcia su Roma?
Io avevo dodici anni, tu ventuno.
Io in collegio tornavo e tu a Roma
guidavi la squadraccia dei Trentuno.
Mino, ricordi? Alle porte di Roma
ci salutammo. Avevi il gagliardetto,
il teschio bianco, il pugnale tra i denti.
Io m’ero tolto entusiasta il berretto
e salutavo tra un gruppo di studenti.
Mino, ricordi? Tu eri perfetto
nella divisa di bel capitano.
Io salutavo agitando il berretto.
Tu andavi a Roma, io andavo a Milano.

Lettera del commesso viaggiatore

Un tempo commettevo l’errore
di partire con la macchina per scrivere.
Oggi non credo al mio rancore,
porto il necessario per vivere.

*

Lunga la noia che mi sostiene
nei paesaggi visti dal treno!
Bieca la noia della notte che viene
nelle strade, a stomaco pieno.

*

Colme di ipotesi restano le città,
i desideri hanno un prezzo infamante.
È intollerabile, la verità –
se ti scopre da casa distante.

A proposito del «Marziale» di Cesare Vivaldi

Lettera a Bilbili

Non ritornare, Marziale, resta nella tua Bilbili.
Roma è rimasta sempre quella palude d’un tempo,
ma una realtà senza luce offusca il riso alla satira
e l’impotente epigramma affonda nella brodaglia.
Un mondo ha finito di vivere quando il poeta va via.

Risposta di Bilbili

Tutta la sana provincia è già una fogna ulteriore:
il puzzo della metropoli vi arriva fresco di stampa.

Lamento della luna e dintorni

Rimane sempre alta sull’orizzonte, poveraccia,
bella a vedersi così, senza impegno.
Ma non andarci, figliolo, evita la delusione.
Erbacce, un vento di desolazione, barattoli.
Bella,sì, nella sua putrefazione.
All’alba, larve di filosofi in fila
e cani che vanno frettolosi
verso un destino da intellettuali.

Epigrammi, anni ’40

Disse un ermetico – triste e splenetico
– M’ami, o pio Bo?
Rispose pratico – quel problematico
– Sì. Ma. Però.

*

Pastonchi annunzia un’opera di mole
La lingua batte dove il Dante duole.

*

Fa Matacotta
Poesia scotta?
Non vi capisco,
A luci spente
Vi garantisco
Ch’è proprio al dente.

*

Guardare la radio spenta
Chiudere la televisione
dormire un poco al cinema
questa è la mia passione.

(1950)

La posizione di un poeta oggi, qualsiasi sia la sua poetica, non può che essere questa. Simile a quella di un acrobata che cammina sul filo o di un trapezista che volteggia tra le piattaforme sospese sul vuoto. È una posizione instabile, molto precaria, ma è da qui che può nascere la nuova poesia.

(Marie Laure Colasson)

Astronomia tolemaica, con un’appendice di astrologia caldaica.
Medicina ippocratea, con approfondimenti sulla teoria dei quattro umori.
Fisica aristotelica, contro le recenti innovazioni galileiane.

(Guido Galdini)

Francesco Paolo Intini

LA FARFALLA JONAS CHE SOFFRIVA LA GUERRA DEL PELOPONNESO

Disse che avrebbe buttato via la carta
Perché era martedì

Prendere e lasciare suonò lo spartito
Liberare il vento e gracidare rane

A far serena l’Orsa il Nulla suggeriva
Gobbo.

Maldivivere all’uno orizzontale
completo in verticale.

Finita la raccolta del fanciullino?
A Blek E Blanc I Joker

E dunque Fantozzi a centro tavolo
più Soldino per elettrone Genova per noi,
Akim e Super Pippo sui bordi della via lattea

L’eredità si riprese il malloppo
Malmenando nonna Abelarda.

Tutti staccati gli indicatori, sigilli sulla luce.
Dal mascara riconosci il pianeta Terra.

Galeotto fu il COVID?
La strega disse di voltarsi
Ma Antonius non vide nulla

Il circo della Luna montato dai crateri
cubisti il Sole e le altre stelle.

Partita a golf con meteorite.
Beep…Beep… Willy in buca.

Una pallottola brilla in ciel:
Da quando colpisci le capanne?

Vincenzo Petronelli
19 novembre 2021 alle 15:06

Carissimo Giorgio, ti ringrazio infinitamente per la tua risposta al mio commento e per i tuoi spunti di riflessione, come sempre puntuali e stimolanti. Trovo convincente la panoramica di nomi della storia della nostra poesia da te riportati e che, almeno in determinati capitoli della loro produzione, rimangono comunque dei punti di riferimento anche per un progetto di “riforma” (uso questo termine nel senso positivo originario ovviamente, ben sapendo che la storia ci abbia insegnato come possa essere anche un concetto scivoloso) degli schemi poetici, qual’è il nostro.
Le rivoluzioni sono spesso fallite per la frenesia, il furore orgiastico di disfarsi semplicisticamente di tutto quanto fosse “passato”, nell’ignoranza di come invece gli esempi positivi del passato contenessero già in nuce i germi del cambiamento. E’ ciò che scorgo nel tuo intervento e che, ripeto, riflette perfettamente il mio pensiero, accrescendo ulteriormente il mio entusiasmo per aver elencato alcuni nomi che mi sono cari, primo fra tutti proprio quello di Flaiano, anti-poeta per eccellenza e grande esempio di come anche in poesia, la giocosità, l’ironia, la deformazione del comico risultino estremamente efficaci per trasporre artisticamente in termini critici la realtà, come nella narrativa ed ancor di più nel teatro e nel cinema, di cui proprio egli stesso è stato un grande artefice come uno dei maggiori scenggiatori della tradizione della nostra commedia.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  Natomaledue è in preparazione.

16 commenti

Archiviato in Senza categoria

16 risposte a “Con la Krisis del Covid è finito il Postmoderno, Frammenti di Lucio Mayoor Tosi, Negli anni sessanta, nel giro di pochi anni escono otto raccolte poetiche di otto autori diversi: Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Amelia Rosselli, Alfredo de Palchi, Edoardo Sanguineti, Pier Paolo Pasolini, Wassily Kandinsky, Schwarzes Dreieck, Dalla poesia comica di Ennio Flaiano Anni Cinquanta alla poetry kitchen di Francesco Paolo Intini

  1. Mariella Bettarini

    Grazie di cuore, sempre, per i vostri davvero ottimi, preziosi invii.

    I miei più cari auguri e complimenti, con un vivo saluto,

    Mariella (Bettarini)

  2. gino rago

    Alle acute meditazioni di Giorgio Linguaglossa aggiungerei questa mia riflessione sulla poiesis odierna.

    Reduce della guerra che la poesia moderna ha fatto al «mondo», sembra che la poesia «odierna» abbia del tutto abbandonato l’idea della dimensione parodica e/o ironica, che in qualche modo – lo dice anche Agamben – dipendeva dal legame ombelicale che la legava al canto, al carmen.

    Nell’orientamento della Nuova Ontologia Estetica non c’è (se mai c’è stato), più alcun collegamento con il carmen. C’è stato il passaggio del Rubicone, il carmen è alle spalle, come è alle spalle tutto intero lo Zanzotto da Dietro il paesaggio (1951), a Ecloghe (1962) a La Beltà (1968) in quanto erede del «canto» e quindi ancora in qualche misura la poesia zanzottiana dipende da ciò verso cui pende prendendone la misura: dalla impostazione neoermetica.
    Oggi la poesia moderna sembra fuoriuscita dal «canto», siamo fuori dal Petrarca e da Zanzotto, e siamo fuori anche dagli anti petrarchisti come Mario Lunetta o Ennio Flaiano.
    Ormai il «canto» è dato per sepolto e morto.

    Negli autori della poetry kitchen non si dà più alcuna dimensione parodica, questo è un fatto storico. Il derisorio, se c’è, è in re, non sopra la res. Al posto del significante si dà il fuori-significante, al posto del significato si si dà il fuori-significato. Elementi essenziali della NOE kitchen sono il «montaggio» e i salti spaziali e temporali, in mancanza di questi fattori la poesia rischia di tornare (inconsapevolmente) verso il significato ironico o parodico che dir si voglia.
    E Amen, si torna indietro.

  3. Guido Galdini

    Per Gianni Celati

    non ti è rimasto quasi più niente da fare
    le scarpe sono slacciate accanto al letto
    le stringhe non si sanno più annodare
    e il viottolo, appena fuori di casa
    aspetta che qualcuno sappia indicargli la strada

    quando ti chiederanno, al termine del terzo atto
    di fare un esempio, comprensibile a tutti
    del tuo modo scoraggiato di credere
    la risposta salirà pronta alle labbra
    non sono i viaggi a finire, sono solo gli oceani.

    • Guido Galdini

      Errore nell’ultimo verso: ecco la nuova versione.

      non ti è rimasto quasi più niente da fare
      le scarpe sono slacciate accanto al letto
      le stringhe non si sanno più annodare
      e il viottolo, appena fuori di casa
      aspetta che qualcuno sappia indicargli la strada

      quando ti chiederanno al termine del terzo atto
      di fare un esempio comprensibile a tutti
      del tuo modo scoraggiato di credere
      la risposta salirà pronta alle labbra
      non sono i viaggi a finire, finiscono solo gli oceani.

  4. Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno


    17 novembre 2015 alle 10:10

    penso che la poesia che si deve e si può fare oggi nessuno lo sa, nessuno lo può sapere, perché per fare poesia bisogna «fratturare l’impensato alla parola», o fratturare la parola al pensiero della parola, come dice un filosofo moderno, Meyer. E io dico di più: il pensiero della parola deve fratturare il pensiero, deve tentare di andare oltre il pensato del pensiero. Il mito ci può aiutare in questa direzione. la bellissima poesia di Milosz nella grande traduzione di Paolo Statuti ci dà un aiuto impensato. Ma una cosa è fare poesia del mito e un’altra è fare poesia sul mito. Grandissima parte della poesia mitomodernistica (mi dispiace dirlo), è appiccicata come un francobollo, al mito. Ed il mito resta estraneo e vuoto. E la poesia diventa una operazione neoclassica, narcisistica.
    Di fatto, una poesia è sempre mitica, anche quando parla dei trucioli presenti sul mio/nostro scrittoio, Questo è quanto. La poesia è il Primario che irrompe, ma occorre appunto pensare il Primario. e torniamo al punto: che cos’è il Primario? Che cos’è la Domanda Fondamentale che dobbiamo porci? È possibile fare poesia senza pensare il nocciolo, il noumeno, la Domanda Fondamentale? Si badi che io non voglio affatto negare che si possa fare poesia anche dei trucioli, anche fare questo tipo di poesia è possibile, perché anche lì si può nascondere la profondità, la verticalità, ma il fatto è che per troppi decenni ci siamo abituati ad una poesia dei trucioli e delle targhe delle macchine o a una poesia paesaggistica…

    *
    ore 16.26

    il mondo è stato sempre pieno di pusillanimi, di arroganti, di incolti e di portaborse, di malfattori e di malvissuti. Quando io ero ragazzo il mondo era egualmente pieno di mediocri. Certo, c’erano i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino, i Ripellino, i Bertolucci (il poeta), i Raboni. Oggi, certo i tempi sono cambiati, dai poeti non si vuole nulla e non si chiede loro nulla, e così essi hanno smesso di fare domande e di sollevare domande, semplicemente si sono acquietati in un mezzo dire, in un dire di piccolo cabotaggio, in un non dire, in un non osare, in una timidezza… diciamolo pure, in una incapacità a formulare e a sollevare le grandi questioni. Cara Angela, se i poeti che oggi sono più osannati sono i Buffoni e i Magrelli, con tutto il rispetto a questi due onesti pariolini della penna, che cos’altro, ti chiedo, ti aspetti da questa povera inciviltà letteraria? Il problema non è la mediocrità del proprio tempo (tutte le epoche sono state vili e mediocri), è la mediocrità del vivere civile di questa nazione, la sua corruttela intellettuale, la sua corruttela etica, il volersi predisporre ai traffici più iniqui e rozzi pur di raggiungere l’agognata vetrina. Gli scrittori poi sono i più sordidi nella loro inesausta ricerca della vetrina e del successo. E fanno una legittima concorrenza ai politicanti del nostro tempo.
    Ma io credo che un poeta debba concentrarsi, fare un enorme sforzo di concentrazione e studiare, studiare, e pensare molto, assumersi le responsabilità della scrittura poetica. Pasolini diceva che quando leggeva un poeta poteva dire quale salario incassava alla fine del mese. ed io dico che quando leggo i miei contemporanei posso dirti anche i bottoni della loro giacca. Sono tutti uguali, tutti cercano il linguaggio che dia loro maggiore visibilità e vetrina… ma non è certo una cosa seria. Purtroppo, scrivere una poesia è una cosa seria, che presuppone lunghi studi e lunga preparazione spirituale.

  5. ad una tavola rotonda con Citati, Fortini e Sanguineti, Calvino sostiene che:

    La letteratura è un‟operazione sulle parole, è un‟operazione sulle immagini, e in quanto tale condiziona in una sua modesta ma pure essenziale parte il
    procedere di altri modi dell‟operare umano […]. Il poeta agisce sugli strumenti delle operazioni mentali dello scienziato, del tecnico, del politico, del filosofo,anche quando questi non lo sanno. E naturalmente tutti questi agiscono sulle operazioni mentali del poeta, anche quando lui non lo sa. In questo senso, un lavoro specificamente letterario, cosciente anche della limitatezza del suo campo, ma responsabile di quello che può contare in un quadro generale, può essere una cosa seria.1

    È bene fare una precisazione. L‟insistenza sul concetto di “ideazione” e di “costruzione” del nuovo progetto letterario non è una forzatura ermeneutica,ma consegue logicamente dalle stesse indicazioni dello scrittore, secondo il quale una profonda razionalità è «implicita in ogni operazione letteraria»2.
    Queste convinzioni si estremizzeranno negli anni dello strutturalismo, periodo in cui Calvino aggiungerà alle sue opere anche una componente personale di gioco e di calcolo combinatorio, dovuta in parte all‟adesione all‟Ouvroir de littérature potentielle dell‟amico Queneau. Proprio nell‟introduzione all‟edizione Einaudi dei saggi dell‟autore francese, egli ribadisce l‟importanza del progetto e delle regole che presiedono alla costruzione dell‟opera d‟arte.

    La struttura è libertà, produce il testo e nello stesso tempo la possibilità di tutti i testi virtuali che possono sostituirlo. Questa è la novità che sta nella idea della molteplicità «potenziale» implicita nella proposta di una letteratura che nasca dalle costrizioni che essa stessa sceglie e s‟impone. […] L‟automatismo per cui le regole del gioco generano l‟opera si contrappone all‟automatismo surrealista che fa appello al caso o all‟inconscio cioè affida l‟opera a determinazioni non padroneggiabili, cui non resta che obbedire. Si tratta insomma di opporre una costrizione scelta volontariamente alle costrizioni subite, imposte dall‟ambiente (linguistiche, culturali, ecc.).3

    Calvino alla fine degli anni cinquanta intraprende la via della trasfigurazione fantastica, la via del fiabesco e la via problematica> «scrivere ha senso solo se si ha di fronte un problema da risolvere»4.
    Infatti nelle sue opere, «il ricorso al fantastico si identifica come strumento di investigazione del reale, analogo a un reagente chimico o a una cartina tornasole […]. In altre parole il fiabesco per Calvino significa soprattutto la logica della fiaba, l‟architettura della fiaba. La fiaba conta essenzialmente come modello costruttivo, come logica narrativa» 5.
    L‟architettura fiabesca come mezzo d‟indagine del reale, per tentare di raggiungere una conoscenza che sarebbe risultata inattingibile con le sole risorse narrative tradizionali. Riflettendo sulla presenza del fiabesco in Calvino, nella presentazione di un volume di qualche anno fa, Cesare Segre ricordava la pagina finale di Molteplicità, la quinta delle Lezioni americane, della quale si evidenziano soprattutto le ultime righe:

    Qualcuno potrà obiettare che più l‟opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s‟allontana da quell unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d‟esperienze, d‟informazioni, di letture, d‟immaginazioni, ogni vita è un‟enciclopedia, una biblioteca, un inventario d‟oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
    Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un‟altra, magari fosse possibile un‟opera concepita al di fuori del self, un‟opera che ci permettesse di uscire dalla prospettiva limitata d‟un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l‟uccello che si posa sulla grondaia, l‟albero in primavera e l‟albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…6

    1 In La letteratura si trasforma. Cosa diventerà?, «Il Giorno», 10 novembre 1965, p. 7; poi in F. FORTINI, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di V. Abati, BollatiBoringhieri, Torino 2003, p. 72.
    2 CALVINO, Leggerezza, in Saggi, cit., p. 654.
    3 CALVINO, Introduzione a R.QUENEAU,Segni, cifre, e lettere e altri saggi, Einaudi, Torino1981, p.XXII
    4 Entrambe le citazioni da ID., Situazione 1978, in Saggi, cit., pp. 2829-30.
    5 BARENGHI, Il fiabesco nella narrativa di Calvino, in AA.VV., Inchiesta sulle fate. Italo Calvino e la fiaba, cit., p. 34
    6 CALVINO, Molteplicità, in Saggi, cit., p. 733

  6. milaure colasson

    caro Lucio,

    anch’io ho preso ispirazione dal colore dei palazzi di Roma, i colori, le fessure, le scissure, anch’io ho fatto dei lavori su… in me rimane come una forma di memoria, un imprinting inconscio di un vissuto di ciò che è stato e non c’è più ed è di ventato un’altra cosa… la sequenza di questi lavori è veramente molto riuscita anche perché i tuoi frammenti sono incardinati in una struttura di superfici a quadrato che li imprigiona e, nello stesso tempo li esalta… i rapporti di colore tra le superfici sono molto riusciti. E la pittura non è altro che rapporti di colori e di linee.

  7. milaure colasson

    per quanto riguarda la poesia di Ennio Flaiano, condivido il giudizio di Giorgio, si tratta di un poeta straordinario che non conoscevo; apprezzo in particolare il suo modo di mettere in derisione tutto un mondo pieno di banalità e di volgarità…

  8. Nelle arti visive il minimalismo è datato anni ’60 (tra gli artisti più noti, Frank Stella, Agnes Martin, Yves Klein). Con Minimalismo non si intende un’arte piccola, di piccolo formato, ovvio; minimalista è l’arte che adotta il “No” a pratiche considerate inadeguate per il tempo della tecnica: no alla rappresentazione, no a espressioni di sentimento; nessuna emozione, praticamente nessun contenuto, trama o realtà. No alla progettazione, che potrebbe trasmettere un’emozione o un’idea; nessun impatto psicologico, nessun gesto o mano dell’artista; no all’impiego di materiale organico, perché l’opera non ha a che fare con la natura che ci circonda. Si preferiscono le forme geometriche in quanto sono le meno espressive. Oggetti e sculture lasciate a terra, esposte senza piedistallo o cornice (l’oggetto agisce nello spazio reale degli spettatori). Spariscono anche i titoli delle opere.

    Ecco, io penso che “No” sia l’atteggiamento critico che accompagna anche la poesia noe o kitchen nel suo farsi. Nell’espungere versificazioni di vecchio conio, dapprima si incontra il vuoto; poi, dall’afasia emerge la poesia che si sta facendo, kitchen. Ma tutto parte da quei No. – Il “Sì” è ancora tutto da scoprire perché gli artisti di solito sono specchi dell’umanità che fornisce e permea il loro linguaggio, poetico e visivo. Il “Sì” fa discutere, è divisivo, la pratica del No è più facile perché nel disagio ci si riconosce meglio e tutti. Io, che inseguo il Sì (tantra filosofico) per questo evito temi sociali, la rivendicazione, il tono presunto veritativo insito nella contrapposizione, l’atto di fede (nel passato) ma guardo intorno e avanti. Se si vuole stare nel divenire servono porte aperte, non chiuse.

    Ho detto del minimalismo nell’arte perché tutto sommato anche i miei manufatti artistici risentono di quell’idea: purezza e semplicità come sfida alla monotonia e apertura al nuovo (ciò che non esisteva). Ma c’è disincanto postmoderno, che ingloba esperienze passate (astratto, informale, ecc.). Poi, qui dove vivo, nessuno può sfuggire al piatto orizzonte, quella linea che segna gli infiniti, li vanifica e posiziona l’uomo sul traguardo della perdita. È un No diverso, che considero ontologico. Quindi le composizioni sono segnate da orizzonte, gli oggetti (i miei sono frammenti di pittura) senza essere simbolici, sono messi lì come simboli di cose che non hanno significato. E in poesia lo stesso, adesso scrivo Instant p. perché confido in una ripartenza dalle ceneri.

  9. antonio sagredo

    a Flaino accosterei Alberto Arbasino; ambedue fustigatori geniali di una italietta che oggi impera più di 60 anni fa.

  10. CON LA PANDEMIA DEL COVID è FINITO IL POSTMODERNO

    Che cosa significa questa formula?, significa che l’ideologia del postmoderno, con i corollari di una letteratura e di un’arte di intrattenimento, una letteratura e un’arte di avanguardia e di retroguardia, una letteratura e un’arte alta e una bassa, una letteratura da linea Maginot o lombarda e di «canoni», di «linee» regionali e provinciali… tutte queste categorie non sono più idonee a capire il mondo di oggi che si dischiude al nostro sguardo. Il mondo del Dopo pandemia non sarà più uguale a quello del Prima pandemia.
    Per venire alla poesia, i «conflitti» e la «coesistenza antagonistica» tra disparati registri linguistici rinvenibili all’interno della forma-poesia kitchen sono un elemento fondante della nuova forma-poesia. Non si tratta tanto di un rifiuto della poesia elegiaca (che prevede il ruolo passivo del lettore e dell’autore), quanto di dis-missione, di abbandono di un intero universo di retorismi che non sono più in grado di garantire una posizione privilegiata all’io lirico. È che l’io lirico si rivela essere un reperto di un vecchio e inadeguato modo di intendere il ruolo e la funzione del poeta nelle nuove condizioni del capitalismo cognitivo e finanziario. È tutta l’antica metafisica che va dis-messa e posta in liquidazione.

    La poesia non deve essere intesa ai sensi di una visione pedagogica come educazione dei lettori, non è questione di alcuna educazione, che presupporrebbe una diversità di altezza tra l’autore (l’educatore) e il lettore (l’educato), non c’è alcuna rendita di posizione nella altezza presunta dell’io lirico, sono semmai le condizioni esterne alla forma-poesia che penetrano, osmoticamente, nella forma-poesia, è prioritario far convergere nella forma-interna della poesia quelle tensioni serendipiche e quelle stratificazioni stilistiche antagonistiche che conferiscono al genere poetico quel suo inconfondibile aspetto di «altruità», di «straniamento», di «stralunamento». Non quindi una visione di «opposizione» e tanto meno di «resistenza» alla massa ineducata dei lettori che devono essere ricondotti sulla giusta via a colpi di rime bizzochere e anti rime smargiasse. Ci è estranea la visione di una poiesis di «opposizione» e di «resistenza» alla fruizione dell’opera nella socialità intesa come snobismo e privilegio delle classi benestanti del capitalismo parassitario (visione comune a poeti marxisti come Fortini e Mario Lunetta), «che perpetua la ricostituzione di un’ideologia per dirigenti», «aroma spirituale», «vino di servi», per usare delle formule linguistiche di Fortini; ma ci è estranea anche la visione di chi considera la poesia una forma d’arte a carattere contemplativo, autolalico e autocentrico, uno pseudo orfismo da operetta e da vaudeville che ha contrassegnato le liturgie dei poeti posiziocentrici di questi ultimi decenni privi di visione storica e di visione critica e interessati alla propria auto stima e all’auto storicizzazione.

  11. milaure colasson

  12. antonio sagredo

    “La poesia non deve essere intesa ai sensi di una visione pedagogica come educazione dei lettori,” (Linguaglossa)
    “altruità», di «straniamento», di «stralunamento».”…
    è OVVIO CHE SIANO BENVENUTE.
    ——————————
    Guai per la POESIA e il POETA stesso se ci fosse anche una presenza minimale pedagogica e similari tendenze, ma nemmeno un pensiero deve esistere o farsi avanti sotto mentite spoglie di qualsiasivoglia insegnamento:
    sarebbe, più che la morte, l’inizio di una fine per una qualsiasivoglia presenza di un “umano” vivere, esistere, essere, ecc.
    Per me è valsa la pena di esistere ecc. per il solo fatto che ho costruito, realizzato, ecc. da una parola o serie di parole un verso poetico degno della Poesia… è una impresa titanica scrivere:
    BRINDEREMO SUI TRENI DI NOTTE
    oppure
    ORO DELLA VILLA ACCESA
    o il coraggioso:
    STERILE LO STELO STERILE A CACCIA DI GEMME

  13. Una mia poesia kitchen

    il pappagallo Portobello

    «C’è da dare identità al Domopak
    and you can unsubscribe here»,
    ha detto il 15 gennaio del 1983 un poeta kitchen intimando un alt
    al pappagallo Portobello acquistato dal presentatore
    Enzo Tortora
    nella omonima trasmissione televisiva di Rai1 nel 1983
    «Diceva parolacce e dovemmo sistemarlo in bagno,
    dove poteva sporcare liberamente,
    in tv però se ne stava muto.
    Dopo infiniti tentativi, il 1° gennaio dell”82,
    Paola Borboni riuscì nell’impresa di farlo parlare»
    ha ricordato la figlia Silvia a “Vanity Fair” nel 1989.
    Durante la sua permanenza nel negozio
    di via Niccolini a Milano,
    Portobello
    era solito salutare i passanti, suo tratto distintivo
    era il fischio
    che dedicava soprattutto alle bionde formose
    una vera e propria «passione»,
    ma davanti alle telecamere era timido e posato;
    non per questo, tuttavia, la fama non arrivò,
    al contrario,
    Portobello riceveva 10mila lettere a settimana
    e 15mila telefonate a puntata.
    Il pappagallo però era odiato dai nani
    perché dovevano guardarlo con il naso all’insu, ma era amato
    soprattutto dai bambini,
    e anche dai proprietari dei negozi di animali.
    Comunque
    la sua notorietà fece bene ai suoi simili:
    infatti, le vendite di pappagalli salirono di oltre il 40%

    2a versione

    «C’è da dare identità al Domopak
    and you can unsubscribe here»,
    ha detto il 15 gennaio del 1983 un poeta kitchen intimando un alt
    al pappagallo Portobello acquistato dal presentatore
    Enzo Tortora
    presso il negozio di via Niccolini a Milano
    per la omonima trasmissione televisiva di Rai1 nel 1983

    «Diceva parolacce e dovemmo sistemarlo in bagno,
    dove poteva sporcare liberamente,
    in tv però se ne stava muto.
    Dopo infiniti tentativi, il 1° gennaio dell”82,
    Paola Borboni riuscì a farlo parlare»
    ha ricordato la figlia Silvia a “Vanity Fair” nel 1989.

    Portobello era solito salutare i passanti, suo tratto distintivo
    era un gracchio che indirizzava ai poliziotti che passavano di là
    il fischio modulato
    lo dedicava invece alle bionde formose e procaci
    che deambulavano davanti al negozio
    una vera e propria «passione»
    davanti alle telecamere però era timido e assennato

    Non per questo, tuttavia, la fama non arrivò,
    al contrario
    tutte le pappagalle dello stivale si innamorarono di Portobello
    il quale però era odiato dai nani
    perché dovevano guardarlo con il naso all’insu
    ma era amato
    soprattutto dai bambini e dai pensionati

    Comunque
    la sua notorietà fece bene,
    infatti, le vendite di pappagalli in Italia salirono di oltre l’80%

  14. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.