da Andrea Zanzotto di Filò del 1976 alla poesia di Francesco Paolo Intini del 1980, Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Baudelaire letto da Giorgio Agamben, La «nuova poesia» che stiamo facendo riprende questo assunto fondamentale, quello di «peripezia» e di «esperienza dei blablaismi» per costruire una poesia all’altezza dei tempi di oggi, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Ad un mondo che pone il soggetto al limite, Francesco Intini contrappone un linguaggio-limite, un linguaggio monstre

Joseph Cornell scatola piena di tecnologia

Joseph Cornell, scatola magica

.

Giorgio Linguaglossa

da Andrea Zanzotto di Filò del 1976 alla poesia di Francesco Paolo Intini del 1980

Si riproduce in lingua italiana parte del “Filò” di Andrea Zanzotto, riprodotto in, Andrea Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo. Le poesie in dialetto 1938-2009 (Quodlibet, 2019); una edizione del “Filò. Per il Casanova di Fellini” è stata pubblicata, con prefazione di Giuliano Scabia, da Einaudi nel 2012

Vecio parlar che tu à inte’l tó saór
un s’cip del lat de la Eva,
vecio parlar che no so pi,
che me se á descunì
dì par dì ‘inte la boca (e no tu me basta);
che tu sé cambià co la me fazha
co la me pèl ano par an
(…)
Girar me fa fastidi, in médo a ‘ste masiére
De ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp
Inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta, e manco
De tut i zhimiteri: òe da dirte zhimithero?
Elo vero che pi no pól esserghe ‘romai
Gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal
Ai fiói ‘l petel e i gran maestri lo sconsiglia?
(…)
Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi –
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à in parà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

[da Andrea Zanzotto, Filò, 1976]

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
un gocciolo del latte di Eva,
vecchio dialetto che non so più,
che mi ti sei estenuato
giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
che sei cambiato come la mia faccia
con la mia pelle anno per anno
(…)
Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
di te, di me. Dal dente accanito del tempo
avanzi non restano nel piatto, e meno
di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
E’ vero che non può più esserci oramai
nessun parlare di néne nonne-mamme? Che fa male
ai bambini il pètel e gran maestri lo sconsigliano?
(…)
Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli –
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Francesco Paolo Intini
Sta qui il mio Sud
 (1980)

Sta qui
il mio sud
dove
il sole arde
-con fiamme d’ invidia-
talenti quasi artistici
poeti disperati, falliti, anarchici.

Pozzanghera dove pullula in miniatura
la lotta di classe.
Lotta tra amici
sotto un cielo di bolle.

Si rosicchia come tarli
la stessa porta
lo stesso gusto d’arraffare.

Reduci del ‘68
grassi e ricchi
di un ’68 mai vissuto
con ferite dentro al corpo
ma violente discussione
quelle sì
con fucili e cannoni
che sparavano sogni
frustrazioni non più represse
Rivoluzioni.

Ancora urlano
da una porta all’altra
dialettiche prese di coscienza
sensibilizzazioni di massa
ed un sangue
vernice rossa sui muri
testimonia ancora il fuoco nelle vene
di folli incazzati col potere
ora panciuti impiegati
ex intellettuali.

Teatro di gran battaglie
sul filo del suicidio sotto i treni
e d’aneddoti maliziosi
da ridacchiare insieme.
Con radio che educano all’ idiozia
nullità geniali che s’ingozzano d’avanguardia
ed il gioco della birra
a dettar legge nei partiti.
Miserabile teatro dei quattro venti
dove il sole si schifa di sorgere personalmente
partorisci imitatori
mimi
del gran baccano che chiamano

Arte, Cultura, Politica.

Sopra le antenne
vive una tribù di corvi,
qualcuno era di passaggio
ma ora è un piatto prelibato
questo paese di vive carogne.

Scrive Zanzotto:

«la mia infanzia è stata ricca di emozioni anche se non felice, ricca di stimoli di ogni genere, anche culturali, e (a proposito delle lingue) essendo sempre stata la nostra una zona di emigrazione, soprattutto francese e tedesco echeggiavano facilmente. […] mi venivano frammenti di tedesco minimo dalla nonna paterna che era stata, a Vienna, cameriera di una Prinzessin austriaca… mio padre Giovanni lavorò all’estero, soprattutto in Francia; ma nella prima fase era stato anche lui emigrante in Austria, cioè a Trieste. E già il nonno Andrea e suo fratello continuavano una tradizione secolare di migrazione in Cacania e più in su».
Il dialetto zanzottiamo vive in osmosi con il francese, il tedesco e l’italiano in un conglomerato linguistico che, in quanto tale, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla lingua materna, dalla lingua «latte di Eva» del paradiso terrestre. Zanzotto da una parte tiene ferma la lingua del latte materno, una lingua ipotetico originaria, dall’altro innesta su questa lingua lessemi scarti e sintagmi rammemorati da altre lingue, in una certa ampia misura contraddicendo l’ipostasi di una lingua edenica e materna.

Logos erchomenos, la “parola che viene”. Andrea Zanzotto si è servito più volte dell’espressione che nei Vangeli e nell’Apocalisse designa il Messia, logos erchomenos, per definire il dialetto come sorgività della parola, qualcosa che viene direttamente dalla immediatezza di una pura interiorità.

Io ho sempre sospettato che dietro questa tesi si celasse un sottocosto, un prezzo aggiuntivo. L’etichetta della «immediatezza» e del «latte materno» linguistico mi ha sempre fatto venire l’orticaria… penso, anzi, sono convinto che non ci sia nessuna immediatezza alla base del linguaggio poetico, perché di questo passo finiremmo per divinizzare e teologizzare il mito della sorgività e dell’origine. La poesia non ha niente a che vedere con questo pseudo mito.

Tanto è vero che, in un momento di rara sincerità, Zanzotto ha detto che «il mio linguaggio poetico in lingua era fasullo», pronunciando un verdetto inequivocabile di discredito sulla sua produzione poetica in italiano.

Che Francesco Paolo Intini abbia potuto scrivere questa (tra l’altro molto bella poesia) nel 1980 non mi stupisce, ha fatto una poesia singolare-plurale che ha raccontato la storia di una generazione sconfitta e disillusa in pieno rigoglio e riflusso alla utopia della poesia rurale e della poesia adamitica in pieno inverdimento negli anni ottanta. Quella era una poesia con certificato vidimato di inautenticità e di programmatica falsa coscienza. La poesia di Intini io la leggo, oggi, come reazione a tutta quella fumisteria di buoni sentimenti e di buone intenzioni, di cuore aperto… le buone intenzioni lastricano sempre la via verso l’inferno.

Adesso capisco come l’ultima poesia kitchen di Intini sia in un certo senso imparentata con la sua produzione degli anni ottanta; nella poesia ultima di Intini non c’è nulla della immediatezza, tutto è meditato e mediato dal mondo del contemporaneo e dalla distanza che lui ha saputo mettere tra il linguaggio poetico e la sua interiorità. È stato il prezzo che Intini ha dovuto pagare per transitare, trenta anni più tardi, verso una idea di poesia oggettiva, che impiega le parole come oggetti linguistici e non come oggetti liturgici o mitologici, quello che ha fatto invece, con falsa coscienza, la poesia elegiaca.

(g.l.)

Caro Giorgio
Non scriverei mai nel mio dialetto, ossia la lingua con cui ho imparato a distinguere gli oggetti e a dire mamma e babbo semplicemente perché lo sento sterile, privo di quell’alone immaginifico e di collegamento con la realtà attuale che impregna la composizione di una poesia almeno di quella mia. Talvolta però mi tornano i verbi inconsueti e altre cose interessanti. Un esempio che mi ha tenuto a lungo sulle corde è: “SCREARE”, ossia sparire nel nulla. Che i miei avi avessero così chiara l’idea della creazione dal nulla da coniare un verbo uguale e contrario è davvero sorprendente. Ma ciò che in generale non mi convince è il riferirsi a una lingua morta o al massimo morente perchè assorbita da altro. Tutto ciò che era la lingua primitiva trova espressione nelle immagini indelebili di una specie di grotta di “Altamira” ma è archeologia di comportamenti, valori e bestiario che non hanno senso mettere a tema e che al massimo possono suscitare sentimenti di nostalgia verso tempi, luoghi e persone che appartengono esclusivamente al mio Io. Sono armi di bellissima fattura ma inefficaci quanto potrebbero essere le frecce o i sassi contro i carri armati. Il covid ha portato allo scoperto il pugno potente di chi ci vive fuori e dentro cioè l’intelligenza molecolare della natura, ma nello stesso tempo ha rivelato in modo chiaro la potenza della tecnica, manifestata nel saper opporgli tutta umana resistenza. Non saranno i lock down, né le mascherine o gli scongiuri e le processioni ma i vaccini adeguati a parlare di questa epoca e dunque i numeri, le statistiche, la capacità preventiva delle equazioni e dei grafici. La mia domanda è sempre la stessa: che ci facciamo con i nostri racconti zeppi di nostalgia, di amori disperati, di dolori e martirii ed infine di narcisismo in questo mondo di cifre, meccanismi e cheap sempre più potenti e adeguati? La risposta sta qui:
“Chi ha contatto quotidiano con la sofferenza sa che ci sono momenti in cui la parola deve poter subordinarsi alle ragioni della scienza medica.” (Intervista a Recalcati in questo post)
Far silenzio, a cominciare dal proprio insieme di sofferenze, premure, ordine di impellenze che si raccolgono intorno al proprio Io, per guardare alla realtà dello scontro gigantesco in atto, sia un impegno etico. Se proprio si vuol dire qualcosa, a mio parere solo l’oggettività della poesia nel senso espresso da te riferendoti al sottoscritto, sembra adeguata allo scopo:
”È stato il prezzo che ha dovuto pagare per transitare, trenta anni più tardi, verso una idea di poesia oggettiva, che impiega le parole come oggetti linguistici e non come oggetti liturgici o mitologici, quello che ha fatto invece, con falsa coscienza, la poesia elegiaca”.

(f.p.i.)

APETTANDO WATERLOO

Il gatto bianco fa una mossa che il nero capisce
e dunque non è giorno!

Chi ha stabilito l’angolo d’alfiere?
E la linea della torre?

Adesso è il molare a muoversi da Re.
La gengiva non corre ai ripari.

C’è stato chi ha smobilitato concetti da sotto la lingua
Blocchi che sembravano cemento invece erano carie.

Succede quando c’è la libertà di mezzo.

Uno dei canini prega intorno al letto dell’incisivo
Pochi giorni, forse ore.

Non addentare il mondo
Stai lontano dalle mele.

Ma quello non sente, si sporge troppo
azzarda un mossa di cavallo.

C’è Napoleone su quello bianco. Vuole entrare tra le labbra
adotta una strategia di martello e vince la battaglia.

La Russia si mostra accogliente,
trova l’esofago al posto della steppa.

Sarà lo stomaco a rispolverare il vecchio fuoco.
Nemmeno un maloox a consolare.

Mio caro imperatore non è detto che Wellington vinca
E nemmeno i restauratori hanno una bella faccia

Ma il gatto nero non aspetta due volte la mossa vincente.

(Francesco Paolo Intini, 1980)

Esercitare la riflessione ermeneutica sulla «rovina» delle cose e delle parole, sui materiali di scarto e di risulta della realtà, sul banale, sui banalismi, sui blablaismi del nostro tempo è la grande lezione che è stata trascurata dalla filosofia. Walter Benjamin ci ha lasciato una investigazione acutissima a partire dal suo Il dramma barocco tedesco (Ursprung des deutschen Trauerspiels), scritto nel 1925 e pubblicato nel 1928; lezione che invece deve essere ripresa per portare avanti un’analisi che non riguardi solamente la realtà che ci circonda, ma anche e soprattutto la nostra condizione di soggetti in un’epoca che non rilascia alcun attestato di benemerenza alla poesia di oggi che si professa elegiaca interpretando la soggettività in accezione plenipotenziaria e acritica. Provare ad essere dei soggetti in una realtà di blablaismi e di banalismi mi sembra un atto di sconvolgente attualità. Non resta che ripartire dunque dagli appunti di Benjamin su Baudelaire, Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (24 euro), edito da Neri Pozza a cura di Giorgio Agamben, una topografia di scritti vissuti come assemblaggio di «peripezie».
La «nuova poesia» che stiamo facendo riprende questo assunto fondamentale, quello di «peripezia» e di «esperienza dei blablaismi» per costruire una poesia all’altezza dei tempi di oggi. Ad un mondo che pone il soggetto al limite, Francesco Intini contrappone un linguaggio-limite, che fa del limite la sua stessa presupposizione e giustificazione di esistenza, nel senso che il linguaggio resiste, sempre e in ogni modo, è incoercibile, imprendibile, irresistibile quantunque sia lo sforzo messo in atto dalla soggettività; a questa situazione di scacco il soggetto reagisce come può: con un linguaggio limite, un linguaggio pre-ontologico, un linguaggio monstre che indica una possibile via di uscita in un universo pre-ontologico. Un duello impossibile, certo, ma che non può essere evitato. Per Slavoj Žižek questa realtà pre-ontologica, è il Reale mostruoso, orrifico, spontaneità trascendentale allo stato puro, privo di ogni subordinazione simbolica alla Legge di Edipo e alla Legge dell’Altro, soggetto soltanto alla soggettità dello stato caotico e caosforme del primordiale che rifugge ogni soggezione al regime del significante e del significato. Abbiamo a che fare con un protolinguaggio, con la cacofonia del Reale, concetto da tenere sempre ben distinto dal logos significante pienamente costituito all’interno della struttura simbolica.

Francesco Paolo Intini

Poesie del 2021

ESENIN IL LIRICO

La crescita dell’ ontano fu inarrestabile.
Rami nelle lavastoviglie e bicchieri verdi.

Un odore di resina cadde dalle antenne
Fin dentro la bocca di un carro armato.

Parole simili a viticci d’oro
Entravano nei salotti di Leningrado.

Si trattò di pensare all’origine della specie
E dunque un ramo osè subentrò al kazachok.

Si coniarono piastrine rosse
cercando di stare al tema del giorno.

Foreste che per inchinarsi a Esenin
Si riempivano di vodka.

Uno che si è appena impiccato perché ha letto
un verso di Bucharin sulla cintura della valigia.

Perché non fare un concorso di bellezza
tra le plastiche facciali?

I tram sputavano logica e dunque
il prezzo delle banane superò quello del metano.

L’idrogeno irruppe con pretese di Plutonio.
Si trattava di una scena del Monello

e in effetti una betoniera versò cemento
nella bocca del bambinello biondo.

La crescita al mercato di Kostantinovo
si poteva misurare col microonde

e di certo sarebbe sfuggito al suo destino
se una vacca avesse preso il Palazzo d’Inverno.

Di un poeta è insopportabile il genio
non l’odore di putrescina.

AGORAFOBIA

La corsia di accelerazione urla al mandorlo
Che s’è fatto secco e non vede le distanze

Cosa sono i nidi sotto le ascelle?
-Ma tu che guardi?

Fu sulla tua pelle, caro mio
Che la velocità cedette al vento

Le cornacchie bevono gin caldo
ma non è facile masticare un topo in TV

-A stare sulle antenne non si fa business
ma i battibecchi sono insopportabili

Di cosa si nutrono i velociraptor?
La richiesta passò al Dna di falco

Un gene attivato da un anticorpo
Spinge in alto il prezzo dei torroni

E poi di questi tempi come si fa
a spiegarlo ad una mandorla?

I colombi imparano a mercanteggiare sulle molliche
scroccare l’asfalto delle galline o finire in un raggiro?

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  Natomaledue è in preparazione.

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25 risposte a “da Andrea Zanzotto di Filò del 1976 alla poesia di Francesco Paolo Intini del 1980, Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Baudelaire letto da Giorgio Agamben, La «nuova poesia» che stiamo facendo riprende questo assunto fondamentale, quello di «peripezia» e di «esperienza dei blablaismi» per costruire una poesia all’altezza dei tempi di oggi, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Ad un mondo che pone il soggetto al limite, Francesco Intini contrappone un linguaggio-limite, un linguaggio monstre

  1. Mimmo Pugliese

    A UN METRO

    A un metro dall’inverno
    la ruota panoramica butta via la lanugine
    e risale la corrente tra l’Africa e l’America
    Prima
    che una rana in creolina coronasse il suo sogno:
    predire il futuro a giovani leoni
    dall’oblò del transatlantico dismesso
    Mentre
    preti e alfieri spalmano specchi
    e vecchi alberi bulimici
    fuggono su aerei supersonici tamponati
    Quando
    di nascosto sull’alveo del fiume verticale
    la ballerina di prima fila
    arrota tacchi di brina
    Dopo
    che in un campo di isobare
    la balena in abito scuro
    ha sotterrato il pianoforte a coda di rondine
    Durante
    lo sforbiciato matrimonio
    su una gondola
    dell’ultimo torero con la donna di Botero.

    • vincenzo petronelli

      I miei più vivi complimenti a Mimmo Pugliese. Rischio probabilmente di ripetermi, ma mi affascina decisamente la sua capacità di saper abbinare la grande capacità di disarticolazione e ri-assemblaggio stilistico in chiave kitchen e Noe ad una spiccata qualità narrativa. E’ sicuramente un riferimento ulteriormente diversificante ed arricchente per il nostro progetto ed il nostro percorso.
      Buona serata a tutti gli amici dell’Ombra.

  2. Mariella Bettarini

    Grazie di tutto cuore, sempre, e mille, rinnovati AUGURI per un nuovo anno, che speriamo sia migliore di quello appena trascorso.

    Un affettuoso saluto da

    Mariella (Bettarini)

  3. antonio sagredo

    sulla SCIENZA, IL SILENZIO E la SOFFERENZA
    ———————————————

    Costruiamo invano cattedrali perché alla loro ombra dissetiamo
    La nostra scienza, e il suo dire ci è caro come la bellezza di un numero
    Ci traduce in quegli spazi che beati crediamo saturi d’orrore…
    Recidivi siamo nell’errore…

    Macchine fanno mite la sofferenza, ma è un inganno!
    E questa offesa ci canta uno scabroso madrigale,
    Come se lontanasse da noi uno specchio offuscato che è la tenera rovina
    Di un trucco, e dietro la scena ignora il canto di un sospeso gesto…
    fra le quinte la maschera che io ho scelto mi travolge come una novella
    Storia senza fine
    E io ritorno in una pozza nera di periferia
    Per un groviglio di dettagli nel mio volto
    E celebrare fra me e gli Universi
    Infine un armistizio…
    E siamo insieme…
    E insieme è questo vincolo…
    È la vera comunione come nell’infanzia la carezza inesauribile di una Madre…
    E di un padre tollerato.
    E la risposta sono gli occhi che con le mani cercano uno simbiotico Sguardo.

    Cercano e non sanno ancora la domanda che sulla pietra fossile è già data.
    Non cercavamo che un incontro, non d’anime materiali,
    Né di corpi immateriali,
    Cercavamo una intesa che fosse gioco inaudito,
    Disinvolta speranza fra gli anelli incontrare altre creature
    Che in fuga compresero l’abbandono e il canto,
    Da rifondare una terra
    Che non fosse eguale a quella,
    Che già per noi è l’ignoto che conoscemmo a fondo
    e non vorremmo mai più conoscere.

    A. S.
    (da Parole Beate,, 205\16)

  4. Tiziana Antonilli

    Cinema sprangato da anni per biglietteria contaminata
    la pandemia è un’invasione di panda su sfondo giallo-invidia.

    Che fai chiedi con lo sguardo pre-commiato
    hanno divelto il pioppo della hall
    i fiocchi simil-neve intasavano i cofani delle auto.

    il viale ha l’ordine delle tombe
    e nessuno scrive la terza data.
    Tiziana Antonilli

  5. milaure colasson

    le teorie di Zizek sono indispensabili per capire il mondo odierno e anche la poesia kitchen o kitsch che stiamo percorrendo. Suggerisco di leggere questi due libri di Zizek: 1 Il soggetto scabroso e 2 L’oggetto sublime dell’ideologia. Possono aiutare a fare chiarezza e a comprendere meglio la poesia di Intini e di Mimmo Pugliese che con questa poesia ha raggiunto un livello molto alto.
    La relazione che corre tra la poesia di Zanzotto, Filò, del 1976 e la poesia “impegnata” di Intini del 1980 segna una divaricazione, entrambe le poesie nascono dal mito della «immediatezza», ma Intini pensa ancora ad un discorso poetico da engagement, Zanzotto lo pensa liberato da qualsiasi engagement che non sia fedeltà genuina al linguaggio, fedeltà intesa come un originario che appartiene al linguaggio poetico, e bene fa Linguaglossa a cogliere in questa teoria dell’«originario» un residuo di una concezione teologica in Zanzotto.
    L’ultima poesia di Intini ovviamente ha fatto il salto decisivo: ha abbandonato qualsiasi concetto legato alla bontà dell’autenticità, dell’originario etc. – la nuova ontologia del discorso poetico nella quale è impegnata la rivista ci porta molto lontano dalle spiagge mmitologiche dell’origine e di un linguaggio originario.

  6. antonio sagredo

    1) “Baudelaire letto da Giorgio Agamben,…”
    2) “per costruire una poesia all’altezza dei tempi di oggi,”
    ————————————————————————–
    1) BISOGNA ESSERE GRATI, a Agamben e a Benliamin … MA…
    “Questo libro presenta la ricostruzione – resa possibile dai manoscritti benjaminiani ritrovati da Giorgio Agamben nel 1981 nella Biblioteca nazionale di Parigi – del libro su Baudelaire cui Benjamin aveva lavorato negli ultimi due anni della sua vita, quando, interrompendo la stesura dei “Passages di Parigi”, decide di trasformare in un’opera autonoma quello che all’inizio si presentava come un capitolo del libro”.

    Resta la questione che quantunque di più gran talento Il Benjamin rispetto ad Agamben… entrambi sono dei filosofi fino all’osso midollo compreso. Ecco questo è il punto: il sentire del Poeta è differente fin dagli albori della poesia e della filosofia al massimo grado… anche se vi sono stati fin dall’inizio filosofi- poeti , ma non poeti-filosofi. Il filosofo non potrebbe mai comporre una poesia come fece Baudelaire (o come, scusate la presunzione, il componimento poetico, qui sopra , di Antonio Sagredo) poichè
    il punto di partenza del Poeta al filosofo è interdetto: qui si tratta che il poeta possiede per eccellenza ed è il DUENDE ! Quella che in sintesi si definisce “passione divorante” (informarsi da Garcia Lorca che cosa è porecisamnte). Il filosofo non possiede affatto il DUENDE !.
    Possiede strumenti filosofici per indagare, e non so se strumeti di critica letteraria, che è altra cosa.
    ——————————————————-
    2) Cosa vuol dire precisamente il secondo punto non lo so: mi piacerebbe che qualcuno dell’Ombra o altro me lo spieghi per avere più chiarimenti…
    “all’altezza di oggi” vuol significare forse avere la conoscenza quella più comprensiva della poesia mondiale ?
    Capire i tempi non vuol dire che fino ad ora qualcuno li abbia già capiti e quindi sarebbe più facile per lui “costruire una poesia…”… ma come si costruisce una poesia? — Majakovskij all’inizio del secolo scorso, proprio 100 anni fa scrisse ” COME FAR VERSI”
    Il Poeta si distende e comincia a scrivere per i non addetti al lavoro, ma anche per poeti già formati e a questi si rivolge appunto per “stare al passo coi tempi”, ma è da questi che riceve maggiore resistenza, proprio da quelli da cui subito dovrebbe avere consensi , come dire spontanei, naturali, e invece no, soltanto ostruzionismo e opposizione. Per cui, adesso, mi pare estremamente lontano se non impossibile “costruire”, ma è necessario capire bene cosa vuol dire “all’altezza dei tempi di oggi” e poi agire .
    E come agire non ho idea alcuna, per mia esperienza i versi nascono perchè il poeta ne ha estremamnte bisogno ….
    ————————————–
    Versi miei, in fretta, in fretta

    Versi miei, in fretta, in fretta.
    Di voi ho bisogno come non mai.
    C’è una casa all’angolo del viale,
    dove s’è infranta la serie dei giorni,
    dove vano è il benessere e abbandonato il lavoro
    e si piange, si pensa e si aspetta,
    dove si beve come acqua il bromo amaro
    di mezze insonnie, di mezzi sopori.
    Una casa dove il pane è come atrepice,
    una casa – bisogna andarci in fretta.

    Ululi dalle vie la bufera di neve, –
    Voi – siete arcobaleno su cristallo,
    voi – siete sogno, voi – notizia: io vi mando,
    io vi mando, vuol dire che amo.

    O scalfitture intorno al collo delle donne
    per gli amuleti che vi sono appesi!
    Come li conosco, come li ho compresi
    io che ad essi mi sono aggrappato.
    Tutta la vita ho trattenuto un grido
    sull’evidenza delle loro catene,
    ma sempre le soverchia la menzogna
    degli altrui giacigli raggelati,
    e l’immagine di Barbablù
    è più forte delle mie fatiche.

    Retaggio orrendo dei borghesucci,
    li visita ogni notte,
    irreale come il Vij,
    l’oltraggio fantasma del disamore,
    e deformato da quello spettro
    è il naturale destino delle spose migliori.

    Oh, come era ardita quando,
    appena uscita di sotto l’ala
    della madre diletta, scherzando,
    mi diede il suo riso infantile
    senza contraddizioni e senza impacci,
    il suo mondo infantile e il suo riso infantile,
    bambina ignara delle offese,
    le sue inquietudini e le sue faccende.

    Boris Pastyernàk
    1931/1932
    (trad. di A;Ripellino)

  7. La marginalizzazione del discorso poetico è la conseguenza della marginalizzazione del Politico e della nostra democrazia

    Alcuni sostengono che siano tramontate le categorie politiche del Novecento, può darsi, io non lo credo. È vero il contrario, le categorie ci possono aiutare a capire… senza categorie la società diventa ancora più liquida, anzi, gassosa. Il punto ora è tentare di arrestare la deriva, invertire al più presto la tendenza alla marginalizzazione cognitiva della nostra democrazia. Che i libri di poesia dei letterati vendano poco o niente, importa alla fine ben poco, quello che dovrebbe importare è la qualità di poesia che oggi viene fabbricata; quella che si pubblica non è gran che. Non la democrazia è in pericolo, ma, quel che è più grave è l’idea stessa di democrazia che è in pericolo, di questo si dovrebbe occupare un poeta degno di questo nome… ma io leggo da parte degli auto poeti solo parole neutrali e neutralizzate… da qui capisco che è l’idea stessa di democrazia ad essere in pericolo… ad essere un ricordo lontano e sbiadito.

    *
    21 dicembre 2015 alle 11:42

    « Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia. Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà, aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)
    L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione. »

    Sono parole di Giorgio Agamben (in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114). Tra gli stereotipi più persistenti che hanno afflitto i geografi (e i geologi) della poesia italiana del secondo Novecento, c’è quello della ricostruzione dell’asse centrale del secondo Novecento a far luogo dalla poesia di Zanzotto, già da Dietro il paesaggio (1951) fino a Fosfeni (1983). Di conseguenza, far ruotare la poesia del secondo Novecento attorno al «Signore dei significanti» come Montale ebbe a definire Zanzotto, dal punto di vista di fine secolo può considerarsi un errore di prospettiva. Ma se rovesciamo il punto di vista del secondo Novecento con cui si guarda alla geografia del primo, Campana appare come il poeta nella cui opera vengono a confluire i due momenti: quello innico e quello elegiaco…*

    * Giorgio Linguaglossa, Dopo il Novecento, 2013, Società Editrice Fiorentina, Firenze.

    ***
    L’identificazione di una Linea poetica elegiaca come dominante è un atto critico e politico

    Il problema della forbice tra la componente «innica» rappresentata da Dino Campana e quella «elegiaca» impersonata da Montale, è una visione tattica e strategica di Contini, il quale era interessato, per motivi “politici”, di politica del poetico, a privilegiare la seconda componente e a dimidiare la prima. Ma il problema è che questa visione dualistica è stata architettata da Contini proprio per obbligare a schierarsi o di qua o di là, ma non corrisponde al vero, o, almeno, non esaurisce il problema della conflittualità che afferisce alle linee portanti (alle categorie) della poesia italiana del Novecento.

    Il punto di vista di Contini, non è da privilegiare, ma da ribaltare. Ed è quello che io ho tentato di fare con il mio libro titolato La poesia italiana 1945-2010. Dalla lirica al discorso poetico (EdiLet. 2011). A mio parere la poesia del secondo Novecento (e, di conseguenza anche del primo) va vista da questa prospettiva: la progressiva trasformazione della lirica in Discorso poetico, ergo l’abbassamento del linguaggio poetico al piano del parlato e lo spostamento delle tradizionali tematiche paesaggistiche e del foro interiore in direzione delle tematiche urbane, psicologiche ed esistenziali.

    Applicando questa prospettiva alla poesia italiana del secondo Novecento, vedremo dissolversi la linea cosiddetta «elegiaca» di continiana memoria. Ecco come Agamben riassume la questione: «L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini».

    L’identificazione della Linea elegiaca dominante è un atto critico che si può, anzi, si deve ribaltare nell’altra Linea da me proposta: dalla lirica al discorso poetico. In questa prospettiva, vedremo che i valori assodati da Contini vengono ad essere modificati, come quel giudizio di Contini su Zanzotto considerato come il più grande poeta dopo Montale. Dal mio punto di vista, invece, Zanzotto devce essere valutato come il più grande rappresentante dello sperimentalismo del secondo Novecento e nulla più, sperimentalismo che trova il suo apice ne La Beltà del 1968. Dopo quella data lo sperimentalismo italiano entra in crisi irreversibile e si produce un fenomeno di dislocazione delle «isoglosse» di continiana memoria, avviene che non sarà più possibile identificare una «Linea dominante» perché si assiste alla polverizzazione dei «modelli», ad una disseminazione dei linguaggi poetici e dei «canoni». Fenomeno questo postmodernistico che sarà bene tenere a mente quando si affronta il problema della valutazione della poesia del tardo Novecento.

    Al momento, ritengo che siamo ancora dentro questo grande rivolgimento dei linguaggi poetici, all’interno del più grande rivolgimento costituito dal villaggio globale. Insomma, per farla breve, le isoglosse continiane sono saltate, quel che occorre fare è individuare le nuove isoglosse del poetico; penso che non sia un caso l’avvenuta disseminazione narrativa dei linguaggi poetici di queste ultime decadi, le cose non capitano per caso, penso che questo fenomeno sia il segnavia di un lunghissimo momento di riflusso e di transizione in contemporaneo con l’emergere di una economia planetaria interdipendente tra tutti i paesi del globo. Il discorso poetico non è una invariante, non può non avvertire al suo interno questo gigantesco processo extralinguistico.

  8. ARROTONDANDO GOETHE A POCHI TESLA

    Le finestre sulle cime e l’ azoto puro dalle visceri.
    Il vecchio sputò sangue a meno duecento e giurò di aver visto Dio.

    Troppo idrogeno in giro. L’inflazione ha portato al fallimento
    La miniera di carbonio e più non possono gli uccelli.

    Ai minatori mandò a dire, guardate le budella del Sole, come si sfrangiano.
    Tra stelle ci si intende, tra stelle corre voce di un nulla e settanta.

    Che c’entrano questi versi con Goethe? Qui si parla di uno strumento di risonanza, un microscopio nelle visceri della materia capace di svelare una formula chimica. Nella poesia “ canto notturno del viandante” del sommo poeta si avverte una specie di epochè fisiologica dinnanzi al mistero della natura. L’oggetto di riferimento è lo stesso ma nel corso dei secoli ha cambiato fisionomia. A un minor mistero corrisponde un maggior trasferimento di razionalità in uno strumento, frutto di elettronica applicata all’ interpretazione quantistica della materia. Ecco dunque una riformulazione della domanda: che farebbe un poeta come Goethe nella nostra epoca? Nella poesia di sopra c’è la mia risposta, nel suo porre a tema lo strumento e con esso la potenza dell’intelligenza umana e non ciò che indaga. Se c’è da meravigliarsi, da aspettare risposte, da rimanere scioccati è per ciò che si riesce a fare e a capire. La prospettiva diventa universale se includiamo qualunque tipo di strumento d’uso comune e non solo quelli di indagine scientifica. La natura è passata in second’ordine e dunque anche concetti come “spontaneità” che in qualche modo vi corrispondevano hanno bisogno di essere riformulati. Orientarsi in questa perdita di prospettiva con un linguaggio sbagliato che utilizza l’io per ogni cosa è come pretendere che uno scienziato parli di sé stesso in un articolo scientifico. Se il Goethe antico si aspetta un ritorno di pace nel suo animo inquieto dalla constatazione di ciò che gli viene offerto in natura, il contemporaneo potrà aspettarselo da questo cambio di prospettiva e dunque di oggetto?

    Grazie Ombra, ciao

  9. antonio sagredo

    alla casta Amelia e al puttaniere Wolfang Goethe

    Non essere cattivo coi morti…
    e se mai svolsi una danza
    mortuaria…
    braccata da una lingua pubblica
    devi sapere che
    le pesanti foglie dei castani predicono misfatti.

    Dovrò allora far amicizia con la mezzanotte
    tutto da solo…
    non mi è servito a niente trattenerti
    con biscotti di Jena.

    E ripresi a camminare smarrendo i passi,
    pensando al continuo mutamento della natura,
    che dietro di esso riposa un essere eterno.

    Solo dopo posso dirti ciò che non ho mai pensato,
    come se a uno specchio si decapita il riflesso
    perché l’immagine non sia soltanto un’ombra,
    ma quel sangue di me che non ragiona!

    Hocusposus… Urphänomen… ripeteva,
    come una litania rassegnata all’inspiegabile.
    Scossi il mio capo taurino,
    mirai i castani e dissi:
    “non bisogna pretendere
    maggiori spiegazioni,
    Iddio stesso non ne sa più di me”.

    Dalla Legge non puoi conoscere se non miserie
    umane…
    io sono già quasi vecchio e mi piace
    palpeggiare ancora le fanciulle!
    Ulrike, mia ultima passione,
    io ho 76 anni e tu 18 !

    Io sono un vero pagano,
    farò volare la tua farfallina!

    Ma il decollo fu un tracollo annunciato:
    una commedia charmante tra zio e sua nipote.

    a. s.
    Vermicino, 3 ottobre 2007

  10. Cari interlocutori,
    Ecco una poesia che fuoriesce dalle secche della tradizione recente della poesia italiana. Leggiamo questa poetessa irachena che fa un tipo di poesia che fuoriesce dalla griglia concettuale Inno-elegia di Contini e rientra invece nella categoria di “Discorso poetico” da me ripresa dal Mandel’stam degli Anni Dieci, già pubblicata su L’Ombra delle Parole :

    Dunya Mikhail
    (1965)

    La partita

    È soltanto una pedina
    salta sempre nella casella opposta
    non si volta a destra né a sinistra
    non si guarda indietro
    è mossa da una regina demente
    che attraversa la scacchiera in lungo e in largo
    e non si stanca di portare bandiere
    e insultare gli alfieri
    È soltanto una regina
    mossa da un re sventato
    che conta i quadrati ogni giorno
    sostenendo che sono di meno
    e prepara torri e cavalli
    sognando un accanito rivale
    È soltanto un re
    mosso da un abile giocatore
    che si rompe la testa
    e perde il suo tempo in una partita infinita
    È soltanto un giocatore
    mosso da una vita vuota
    in bianco e nero
    È soltanto una vita
    mossa da un dio confuso
    che un giorno ha provato a giocare con l’argilla
    È soltanto un dio
    che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato.

    Traduzione di Elena Chiti

    Poesia n. 309 Novembre 2015
    Dunya Mikhail. Il mito più forte della guerra
    A cura di Elena Chiti

    da isoladeipoeti.blogspot.it

    In Risposta ad un interlocutore, Pasquale Balestriere

    30 dicembre 2015 alle 9:03 Modifica
    caro Pasquale Balestriere,
    davvero, il giudizio sulla valutazione di una poesia può essere spesso addirittura agli antipodi. In questo caso il tuo e il mio giudizio sono agli antipodi. Ma è normale quando si valuta la poesia contemporanea che il giudizio su di essa possa essere il più vario. Anzi, sono convinto che una poesia di livello obbliga i lettori ad adottare valutazioni differenti e spesso opposte. Ecco la poesia:

    È soltanto una pedina
    salta sempre nella casella opposta
    non si volta a destra né a sinistra
    non si guarda indietro
    è mossa da una regina demente
    che attraversa la scacchiera in lungo e in largo
    e non si stanca di portare bandiere
    e insultare gli alfieri
    È soltanto una regina
    mossa da un re sventato
    che conta i quadrati ogni giorno
    sostenendo che sono di meno
    e prepara torri e cavalli
    sognando un accanito rivale
    È soltanto un re
    mosso da un abile giocatore
    che si rompe la testa
    e perde il suo tempo in una partita infinita
    È soltanto un giocatore
    mosso da una vita vuota
    in bianco e nero
    È soltanto una vita
    mossa da un dio confuso
    che un giorno ha provato a giocare con l’argilla
    È soltanto un dio
    che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato.

    Veramente, non saprei da dove cominciare per “difendere” la poesia di Dunya Mikhail. La poesia inizia informando il lettore che si tratta «soltanto di una pedina», una cosa da nulla, una nugae, che, insomma, si tratta di un gioco. Nel prosieguo, siamo avvertiti che c’è una «regina». La poesia inizia con la presentazione di una «pedina» «regina», che non può voltarsi né «a destra né a sinistra», una «pedina», che «salta sempre nella casella opposta», una «pedina» che «è mossa da una regina demente / che attraversa la scacchiera in lungo e in largo», che deve andare sempre avanti, che è condannata ad andare sempre avanti. C’è una duplicità tra la «pedina» e la «regina», o sono la stessa persona? Ecco, qui si ha la prima ambiguità concettuale: la pedina e la regina forse sono la stessa persona. Dunque, si tratta di una poesia concettuale e iconica, ma l’ambiguità concettuale fa dissolvere la univocità del concetto. Ma se andiamo avanti nella lettura scopriamo che si tratta soltanto di una «regina demente», che «non si stanca di portare bandiere / e insultare gli alfieri». Dunque, siamo nel mezzo di una battaglia, nel mezzo di una partita di scacchi, ecco la seconda ambiguità della poesia, che adesso, senza accorgercene siamo giunti in mezzo ad una battaglia, e la «regina» è sempre lì. Però qui il lettore viene informato che la «regina» è «mossa da un re sventato». E qui c’è un’altra duplicazione e un altro traslato. Riepilogando, prima c’era una pedina che è diventata una regina che, a sua volta, è guidata da «un re sventato». Davvero, è una strabiliante duplicazione di scatole cinesi!. Ma, andiamo avanti nella lettura. e scopriamo che «È soltanto un re / mosso da un abile giocatore». Siamo arrivati al centro della poesia. Ancora un traslato. Ancora una trasposizione. Dunque, c’è un «abile giocatore» che dirige tutti i movimenti di tutti questi personaggi (che forse sono soltanto un personaggio, che si traveste, un pagliaccio, una figura dell’inconscio, chissà!). Questi personaggi sono mossi dalla necessità, e la necessità è data dalla scacchiera, con il suo ingegnoso ingranaggio di regole poste lì per essere infrante, infrante da una misteriosa entità che aleggia per tutta la composizione, ma che non si manifesta mai, una entità che potrebbe intervenire, perché ne ha la facoltà ma che invece si astiene, e lascia che gli Eventi accadano come per spontanea volontà degli uomini (rectius, dei personaggi). Più avanti la poesia ci informa che questo «abile giocatore» «È soltanto un giocatore / mosso da una vita vuota / in bianco e nero». E qui il cerchio si chiude. Allora, si chiede il lettore: chi è questo «giocatore» che gioca con le vite degli altri personaggi, cavalli, alfieri che cadono sotto la sua mannaia? Ecco, bella domanda alla quale la poesia non può rispondere che andando avanti, riproponendo il medesimo meccanismo ossessivo che l’ha prodotta, un meccanismo psichico difensivo messo in atto dai bambini quando vogliono difendersi dalla pulsione ad abbattere il padre, il totem, l’inconscio cerca una via di fuga, la cerca ma non la trova. È un universo chiuso, mosso da una legislazione ossessiva dominata dalla legge della coazione a ripetere, ripetere gli stessi atti che sono andati a vuoto, ripetere le medesime duplicazioni che si sono rivelate impotenti. Ma la poesia non può fermarsi, neanche se lo volesse, è presa nella morsa delle sue intime, interne contraddizioni. Questo mostruoso giocatore il quale «perde il suo tempo in una partita infinita». Dunque, abbiamo un ulteriore elemento per capire questo infernale ingranaggio che muove la «pedina», la quale, a desso lo sappiamo, non potrà che soccombere, una forza soverchiante la sta attirando nel centro di una partita distruttiva che conosce soltanto cadaveri.
    Beh, è chiaro che qui siamo davanti ad una rappresentazione del Potere, una rappresentazione dell’io e della impossibilità di uscire dal Labirinto costruito da un dio ottuso e «confuso», dal Potere imperiale che obbliga i personaggi (i duplicati) ad andare sempre avanti, verso la conclusione finale, verso il finale di partita. Chi è costui? È soltanto un dio che

    un giorno ha provato a giocare con l’argilla
    È soltanto un dio
    che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato.

    Caro Pasquale, tu dici che la poesia ha un tono «ironico sarcastico», ebbene io credo invece che la poesia abbia un tono disperato, e il finale mi induce a ritenere che essa sia senza speranza. La terribilità che la poesia ha narrato induce l’autrice di questa magnifica poesia nella condizione di essere senza speranza, e il suo sguardo è oggettivo, ossessivo, di maniacale chiarezza. E l’apertura dell’ultimo verso, assolutamente geniale («un dio / che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato»), in realtà è una chiusura, indica che il Labirinto non ha una via di uscita. La «pedina» verrà inesorabilmente schiacciata.
    Ecco,forse sbaglierò, ma io ritengo questa poesia una delle cose più belle che abbia letto in questi ultimi anni. Basterebbe questa sola poesia a riconoscere che Dunya Mikhail è, senza dubbio, un poeta.

    *
    caro Pasquale Balestriere,

    io do per scontato che davanti ad un testo di poesia, le valutazioni siano le più disparate, quindi capisco il tuo punto di vista, comprendo le eccezioni che sollevi.

    Tu parli degli «scacchi come metafora della Vita». Esatto. Ma nella «Vita» c’è il problema del «Potere» e il problema dell’esistenza degli uomini (le «pedine» della poesia). Ora, in tutta la grande poesia occidentale il problema vero, quello al centro della poesia è il problema del potere e della Morte che proviene dal Potere. Anche in questa poesia di Dunya Mikhail non si parla certo dei problemi piccolo borghesi tra un «io» e un «tu», degli innamorati che cincischiano come si fa nella pseudo poesia dei nostri giorni climatizzati dal riscaldamento globale. Oggi c’è in Occidente una sorta di cecità globale forse dovuta al riscaldamento globale delle menti per cui viene apprezzato un altro tipo di poesia psicologica, ironica, giocosa, ilare, auto ironica etc. Io personalmente ritengo che la vera poesia non si debba occupare di queste briciole esistenziali ma debba andare direttamente al centro dei problemi della nostra epoca, ormai non c’è più tempo per gli indugi e per le strategie difensivo elusive.

    La poesia di Dunya Mihhail parlando del gioco degli scacchi in realtà ci parla della CRISI DELLA RAGIONE, la ragione assertoria e della omogeneità assertoria che fonda giuridicamente il Logos occidentale e, quindi, alche il logos della poesia.

    Quello che mi affascina in questa poesia è che tutto ciò che vi accade, tutti gli eventi descritti indica che c’è all’interno della Ragione Occidentale un momento indicibile, ed è l’indicibile dell’ordine assertorio. Ecco perché la poesia fa appello, come tu giustamente e acutamente scrivi, alla «mente» piuttosto che al «cuore», fa riferimento alla Crisi di quella Ragione che ha fondato la razionalità occidentale perché ha creato, insieme alla penicillina e agli antibiotici, insieme alle astronavi e all’arte anche le stragi degli innocenti e gli eccidi di massa. Qui c’è un problema, sembra dirci Dunya Mikhail, che Dio è morto e che QUELLA Ragione che era il punto di partenza della razionalità, è scomparsa, che non si sa più di che cosa render ragione nella catena proposizionale se non della catena stessa, che sopravvive, come mostro proposizionale. E tutto l’edificio della Ragione Occidentale ne risulta minato. La ragione intesa come concatenarsi proposizionale giustificatorio, che è priva di fondamento. E questo spiega la CRISI perché non c’è più un Originario, non c’è più un Fondamento. Il punto debole della razionalità occidentale è il suo punto di partenza. Quello che la poesia di Dunya Mikhail ci vuole far capire è che il punto debole è innervato in quella «pedina» con cui ha inizio la poesia. È essa che è minata dal Discorso assertorio che dissimula nella propria assertoricità il suo ordine interno malato, la propria infermità. È lo stesso Ordine assertorio con il quale è fatta la poesia. Paradossalmente, l’aspetto geniale di questa poesia, io la rinvengo proprio in questo atto: quello di parlare della Crisi della Ragione proposizionale con la stessa stoffa con la quale essa ci parla, con un ordine assertorio che parla alla «mente» (come tu acutamente scrivi) senza nulla concedere al «cuore». Per la poesia del cuore ci sono gli sterminati eserciti dei piccoli poetini abatini…

  11. milaure colasson

    Ecco l’ultima poesia dalla mia raccolta in corso di stampa
    Les choses de la vie

    “Dites Monsieur Camenbert” demande Eredia
    “aimez-vous les genoux qui louchent?”

    “Que dit un mur au mur d’à coté?”
    Salinger inoxydable regarde en coin Gérard de Nerval

    La blanche geisha rit à mourir
    et met un collier sur le cou d’une mouche à trois pattes

    Gérard de Nerval promène en laisse une écrevisse vivante
    aux jardins du Luxembourg

    Joseph Cornell la met dans une de ses boîte magiques
    Gérard de Nerval désespéré se pend à une grille
    rue de la Vieille-Lanterne

    Démosthène s’empoisonne avec de l’anhydride de carbone
    D’Artagnan impavide galoppe à dos de sanglier
    pour surprendre Greta Garbo

    “Jolie ma bouche et verts mes yeux”
    bredouille un insecte aux énormes globes oculaires

    “the bastards the phonies and the jerks”
    – hurle Salinger à bâtons rompus –

    Et si au delà en dessous des mots
    – propose Monsieur Camenbert – on se couchait sur l’inconscient?

    *

    “Mi dica Signor Camenbert” chiede Eredia
    le piacciono i ginocchi strabici?”

    “Cosa dice un muro al muro di fianco?”
    Salinger inossidabile guarda di sbieco Gérard de Nerval

    La bianca geisha ride a crepapelle
    e mette una collana sul collo di una mosca a tre zampe

    Gérad de Nerval passeggia con un gambero vivo al guinzaglio
    per i giardini di Lussemburgo

    Joseph Cornell la mette in una delle sue scatole magiche
    Gérard de Nerval disperato s’impicca ad una cancellata
    rue de la Vieille-Lanterne

    Demostene si avvelena con l’anidride carbonica
    D’Artagnan impavido galoppa in sella ad un cinghiale
    per sorprendere Greta Garbo

    “Carina la mia bocca e verdi i miei occhi”
    farfuglia un insetto dagli enormi globi oculari

    “The bastards the phonies and the jerks!
    – urla Salinger a rotta di collo –

    E se al di là al di sotto delle parole
    – propone Monsieur Camenbert – ci sdraiassimo sull’inconscio?

  12. La realtà non esiste se non la si guarda. E il tempo non ha direzione –
    Nella Nota anonima, ma da attribuire a Leonetti, è scritto
    :
    https://www.reccom.org/tempo-passato-futuro-meccanica-quantistica/

    «In una cena romana “da Cencio”, in attesa dei poeti sovietici in ritardo, ai 6 di ottobre, lo Zanzotto (presenti Fortini, Pasolini, Leonetti) si lagnava di aver perso il sonno per colpa di Sanguineti, affermando diabolico il suo Laborintus è degno di punizione se non era “sincera trascrizione di un esaurimento nervoso”: ecco dunque uno, Zanzotto, di cui la buona coscienza, il sonno nelle convenzioni petrarchesche, è rotto da quella illeggibile e furiosa ironizzazione delle forme, e niente, niente affatto, dalle nostre costruzioni ideologiche e critiche; quella può essere, dunque, in un certo ambito, mordente. […] Per Sanguineti continuerà a valere in poesia la situazione immobile, che da alcuni, astrattamente, si è voluta identificare con quella di Leopardi (mentre è angoscia del secolo, che si riduce poi alla sensazione del paesaggio – ora con la modulazione poetizzante, mettiamo, di Zanzotto: “perch’io dispero della primavera”»(nella cit. antologia della rivista, cfr. pp. 334-9: 335 e 338). Alla battuta di Zanzotto replicherà com’è noto Sanguineti (nel brano Poesia informale? accluso nell’antologia I novissimi. Poesie per gli anni ’60 [1961], a cura di A. Giuliani, Torino, Einaudi, 2003, pp. 201-4: 202) accettando la definizione «ma con una non piccola correzione: e cioè che il cosiddetto “esaurimento nervoso” che io tentavo di trascrivere sinceramente era poi un oggettivo “esaurimento” storico».

    Possiamo affermare con Marie Laure Colasson che:

    «Demostene si avvelena con l’anidride carbonica»

    dove Demostene ovviamente sta per Zanzotto. Perché penso sia chiaro che Zanzotto nella sua poesia (dagli anni cinquanta fino a Sovrimpressioni del 2001) abbia confezionato un petrarchismo moderno1 (leggansi le numerosissime locuzioni che parlano del silenzio e dei silenzi e delle mutezze, in una parola Zanzotto si è avvelenato con una problematica da «anidride carbonica»), abbia confezionato un linguaggio aggiornatissimo in chiave petrarchesca. Se pensiamo che il petrarcheggiare è stato ed è la malattia fondamentale dell’Italia letteraria (e anche di quella politica, con il bizantinismo e i suoi riti malmostosi), non possiamo non convenire con questa diagnosi. La poesia zanzottiana con il suo registro da sismografo lessematico è, a mio avviso, un modello da evitare, con tutti i suoi bizantinismi linguistici, a tutti i costi e da ribaltare con un modello di poesia da «Commedia». Il fatto che l’Accademia abbia acclamato Zanzotto come il più grande poeta dopo Montale, dice molto della presbiopia concettuale e culturale dell’accademia.

    Ben disposti silenzi
    indisseppellibili
    ma pur sparsi in scintillamento
    nudo o in nebbiuscole cieche
    ordinati
    Silenzi
    sempre innovati
    e pur sempre in fedeltà protrusi
    entro innumerabili estrazioni di tempo
    Silenzi sottratti
    ad ogni speculazione […]

    Nessuno può far parlare quei silenzi seppelliti nel silenzio della storia, silenzi rimossi alla verbalizzazione, come anche il “tacere” della voce lirica (presente come citazione nel testo, poiché la lingua su cui si basava è stata posta a «fuori idioma»: quel “dire” è ormai diventato una utopia: «Oh, almeno potessi io dirvi […]». Ecco un momento significativo di Sovrimpressioni, Dirti «natura».
    Qui la natura sopravvive come luogo testuale, evocato per eccitazione magica: una natura sconvolta e divisa, scissa dalla parola articolata. È una natura silente, virtuale, dereferenziata; ormai i «nomi» hanno perduto leggibilità, il «paesaggio» è diventato non-nominabile. E qui si chiude la lunga ricerca della nominazione del paesaggio iniziata nel 1951 con Dietro il paesaggio, con Elegia e altri versi, del ’54, e Vocativo, del ’57.
    Per concludere, io la penso come Sanguineti, la poesia di Zanzotto è la sismografia di «un oggettivo esaurimento storico», di cui sarebbe da prendere atto a distanza di tanti anni. Per cambiare strada.

    1 A. Zanzotto, Sovrimpressioni, Sp, Ligonàs, II, p. 16, v. 37; e p. 15, vv. 1-9: «No, tu non mi hai mai tradito, [paesaggio] | su te ho | riversato tutto ciò che tu | infinito assente, infinito accoglimento | non puoi avere […] tu che stemperi in quinte/ silenzi indifferenti | e pur tanto attinenti, dirimenti | l’idea stessa di trauma»

  13. La poesia di super nicchia che si fa in Italia e in Occidente da alcuni decenni, si è rivelata nell’epoca Covid invasiva e ha registrato un altissimo tasso di gradimento; si è fatta poesia come demanio privato delle strutture psicologiche dell’io, con le conseguenti malattie esantematiche e psicosomatiche e compiacente fibrillazione della malaise dell’io.
    Il giudizio su questa pseudo poesia non può che essere severamente negativo. Si tratta nel migliore dei casi di episodi, di sintomi traumatici e psicanalitici che registrano una malaise. Il disagio esistenziale non fa una poetica. Si tratta di una miserabile e regressiva strategia di sopravvivenza alla crisi politica delle democrazie de-politicizzate dell’Occidente con un superpiù di auto lacerazione e di auto flagellazione con i lacerti di dell’io posticcio e positivizzato. Riassumo qui i punti principali della pandemia che ha attinto la poiesis di oggi:

    – Si fa consapevolmente una poesia da supernicchia;
    – La pseudo poesia positivizzata ed edulcorata che si fa oggi in Italia la si fa avendo già in mente un certo indirizzo dei destinatari e un calcolo di leggibilità e di comunicabilità privatistica;
    – Si circoscrive il microlinguaggio poetico a misura delle dimensioni lillipuziane dell’io;
    – Si rinuncia del tutto alla questione del ruolo della poesia e della letteratura nel mondo storico di oggi;
    – Ritorna in vigore una certa mitologia del «poeta» visto come depositario di seriosità, tristezza, pensosità ombelicale;
    – Ritorna in auge il mito di una «poesia» come luogo neutro della ambiguità e della astoricità in una posizione di involucro dell’anima ferita e malata (ingenuo alibi ideologico e smaccata mistificazione culturale);
    – Nessuna capacità di rinnovamento della idea di linguaggio poetico visto come un che di separato dai linguaggi della comunicazione;
    – Moltiplicazione delle tematiche private, privatistiche e quotidiane opportunamente devalutate in chiave privatistica e de-politicizzata;
    – Moltiplicazione di forme narrativizzate ad imitazione della prosa;
    – Moltiplicazione del taglio narrativo, diaristico, quotidiano e prosastico;
    – Moltiplicazione di un super linguaggio de-politicizzato e lucidato;
    – Adozione delle pratiche onanistiche, auto assolutorie e regressive confezionate in forma poetica.

    Se il luogo del poeta è il suo linguaggio, chiediamoci: qual è il «luogo» del linguaggio poetico? È ovvio che qui si parla di un «luogo» particolare, che sta nella storia e fuori della storia, in un luogo-non-luogo, in quel Zwischen (frammezzo) individuato da Heidegger, in quella barra della significazione S/s (Significante su significato, di Lacan), la barra che divide il significante dal significato. Il poeta è quel «luogo» che è sempre scisso, dilaniato da forze diversive e conflittuali; non si tratta affatto di un «luogo» pacifico e positivizzato come vorrebbe una vulgata acritica e ipnagogica di stampo regressivo, ma di un luogo attraversato da forze telluriche e conflittuali, esposto alle conflittualità della storia e delle ideologie. La poesia quindi è un campo dell’experimentum linguae, che «rivela» il luogo proprio del linguaggio. Agamben afferma che le cose non sono fuori di noi, nello spazio esterno misurabile, come gli oggetti neutrali (ob-jecta) di uso e di scambio, ma sono invece esse stesse che ci aprono il luogo originale a partire dal quale soltanto è possibile l’esperienza dello spazio esterno misurabile; sono esse stesse, le cose, prese e com-prese fin dall’inizio nel topos outopos in cui si situa la nostra esperienza. L’esperienza ha luogo in quel topos outopos che è il linguaggio.

  14. Riprendo da un post del 22 dic 2017

    L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Giancaspero
    https://lombradelleparole.wordpress.com/…/comment…/…
    In una certa misura la problematica del Fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia». Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il Fattore T.
    Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (Fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del Fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.
    In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal Fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhill con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del Fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.
    Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disanima precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.
    È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…
    Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

  15. Di chi è questo verso?

    “Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

    (che io trovo straordinario)

    E quest’altro:

    Ho lasciato il mio guardaroba
    tra mille anni.

    (davvero esilarante)

    • milaure colasson

      “Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

      Il verso di sopra è di quel pazzo geniale di Lucio Tosi Mayoor.
      Il secondo verso :

      Ho lasciato il mio guardaroba
      tra mille anni.

      mi sembra di ricordare di averlo letto nel libro di Gino Rago (I platani sul Tevere diventano betulle), al quale vorrei dire di cambiare il cappello, che è un po’ liso e sdrucito, con un Borsalino !?

  16. antonio sagredo

    UNA VOLTA FACEVO QUESTI PROPONEVO QUESTI INDOVINELLI
    E A PROPOSITO DI LUMACHE… DI CHI SONO QUESTI VERSI :
    ——————————————————————————————
    Io, girino di lumache moresche – nei sogni dei galli –
    proclamo inutilmente
    Amore.
    —————————————————————————

    Solevivo, accogli i crepuscoli annosi!
    Le cortecce di marine erbe e i ventosi incensi!
    Nutri le rocce e la sabbia di fischianti: ehi!… ehi!
    Ma umide corazze di lumache dissetano
    gli occhi miei, e i pensieri aguzzi dei granelli.
    Sulle mie labbra luminose granate di bestemmie!

  17. L’epoca del Covid segna fine del post-moderno.

    Le parole imbruttite, le parole smargiasse e ipoveritative che pronunciano i politici italiani e le massaie di pordenone, le parole erranee dei filosofi italiani (Cacciari e Agamben), le parole dei cabarettisti dei media e delle televisioni a pagamento pubblicitario, le parole pubblicitarie, le parole zambracche stanno seminando una zizzania malefica e obbrobriosa.
    La Commedia kitchen è appena agli inizi, è appena agli indizi.

    “Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone”, ha scritto Philip K. Dick, talento visionario del romanzo fantascientifico.

    la Commedia degli equivoci è pensare che si possa ancora poetare alla maniera di Zanzotto ed epigoni e della poesia della «sbobba lirica» per dirla con Predrag Bjelosevic.

    Una nuova poesia può sorgere soltanto quando muore il linguaggio della poesia precedente affetta da balbuzie, da afasia e dalla confusione delle parole.
    La nuova poesia può sorgere soltanto mettendo in archivio il linguaggio della poesia di Zanzotto e dei suoi epigoni.

  18. Ho ritrovato questa mia poesia del 2017 che era andata dispersa.

    Giorgio Linguaglossa

    Io, Zosimo

    Fu al tempo di Cirillo, vescovo di Alessandria.
    Ormai, penso con recrudescenza a quelle vicende lontane.
    I parabolani presero Ipazia in strada e la squartarono viva,
    poi appiccarono il fuoco alla Biblioteca.
    Presero a perseguitare i pagani ovunque si trovassero,
    perché, dicevano, «C’è un unico pensiero, il pensiero di Dio,
    agli uomini sia sufficiente quello», così
    almanaccavano quei fanatici.

    Io, Zosimo, portai con me, celati sotto la tunica
    quanti più rotoli potei, e li nascosi in una madia segreta:
    gli studi sulle orbite dei pianeti di Ipazia
    e altre formule incomprensibili.

    Fu allora che mi abituai al silenzio delle parole,
    nascondevo con sospetto le parole ricche di senso
    come cose perdute e dimenticate.
    Così, avvenne che un giorno la lingua si stancò di essere lingua.
    Se ne andò per i fatti suoi. Scomparve.

    Io mi vergognavo a dire che ero rimasto senza lingua,
    che non potevo più parlare.
    Fu a quel tempo che presi a tossire.
    Segnalavo la mia presenza con dei colpi di tosse,
    dei singulti rauchi.

    Nel frattempo, cercavo la lingua: di qua, di là,
    di sotto, di su. Mi chiedevo:
    «Ma dove s’è cacciata quella maledetta lingua?».
    Alla fine, dovetti imparare a stare senza lingua,
    ad emettere dei borborigmi, anche con mia moglie
    e i miei figli, ad esprimermi con dei sibili,
    dei fischi, dei cenni del capo…

    E il bello era che essi mi capivano perfettamente,
    non si accorsero mai che fossi rimasto privo di lingua.
    Fu così che mi abituai a quel mio strano abisso.

    «Dopotutto – mi dissi – è una condizione infausta
    che ha però i suoi vantaggi».
    Ben presto mi dimenticai della cosa.
    E non ci pensai più.
    Dimenticai perfino che un tempo
    avevo avuto una lingua che si muoveva oscenamente
    nella mia bocca.

  19. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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