Intervista ad Alfonso Berardinelli di Nicola Mirenzi, Nella poesia kitchen è del tutto assente la funzione provocatoria, proprietà tipica delle avanguardie novecentesche. Oggi la poesia ha cessato di essere provocazione, il reale è diventato già di per sé una provocazione che non richiede l’ausilio di altre strutture provocatorie. Oggi il coraggio della poiesis sta proprio nel non voler apparire provocatoria, Poesie di Raffaele Ciccarone, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago

da HuffingtonPost del 27 dic. 2021
Intervista ad Alfonso Berardinelli
by Nicola Mirenzi

Per Alfonso Berardinelli questa intervista è come se non esistesse. “Se un testo non lo vedo stampato – dice – per me è come se non ci fosse”. Forse è per la stessa ragione che ha accettato di parlare con un giornale che pubblica solamente online, nonostante non ami particolarmente essere intervistato: “Ho imparato a scrivere bene le cose che penso e non capisco perché dovrebbe essere un altro a farlo al posto mio”. La prova che non mente quando autostima la propria scrittura è in ‘Giornalismo culturale’ (Il Saggiatore), il libro che finalmente raccoglie un’ampia selezione degli articoli che ha scritto dal 2013 al 2020, centinaia di piccoli saggi che sono allo stesso tempo dei gioielli letterari e delle felici testimonianze di intelligenza, spesso anche umoristica, della realtà culturale del nostro Paese. “Le idee” mi dice mentre camminiamo per Piazza Navona, a Roma, per raggiungere un posto che conosce e dove crede che potremo stare tranquilli, “non stanno nel mondo delle idee, non possono essere separate dalle persone che le pensano, anzi le idee sono anche le persone che le pensano”.

Nel suo caso, non sono chiacchiere. È l’unico docente italiano a essersi dimesso dall’Università perché riteneva incompatibile la sua idea di cultura con quella dell’istituzione che gli pagava lo stipendio. “Ho lasciato l’insegnamento a Ca’ Foscari perché non sopportavo di essere chiamato ‘professore’. Non me ne sono pentito. Mi sono stupito semmai di essere rimasto lì dentro così a lungo”. Spesso gli capita di giudicare i suoi contemporanei con lo stesso metro, misurando attentamente la distanza tra le parole che dicono e le cose che fanno. Difficilmente sbaglia. Già sette anni fa criticava Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, i due filosofi che più hanno denunciato il governo (secondo loro) tirannico della pandemia e per questo sono stati anche parecchio criticati, almeno quanto ieri erano stati celebrati. Del primo aveva colto chiaramente dove sarebbe andato a parare: “Il solo vero nemico di Agamben – scriveva – sono sempre e comunque le democrazie capitalistiche, il loro essere ‘sistema’. Secondo questo metodo critico il primo e unico compito è smascherare queste democrazie mostrando che in realtà sono dittature”. Del secondo aveva descritto precisamente la funzione scenica della sua maschera: “A Cacciari va comunque riconosciuto un merito. Come icona e parodia dell’intelligenza ha raggiunto la perfezione”.

Lei è l’unico che non si è stupito.

Devo ammettere che però non credevo che sarebbero arrivati a questi livelli di stupidità. Li consideravo entrambi abbastanza scaltri da non cadere nella trappola della propria logica. E invece in questa occasione hanno rivelato l’inconsistenza della loro stessa attitudine filosofica.

Perché lei, critico letterario, si occupa raramente di letteratura?

Perché gran parte dell’attuale letteratura non è più un oggetto che abbia interesse critico, né gli studiosi che la leggono sono interessati a esprimere giudizi. Per questo la critica letteraria è in via di sparizione.

E quindi si occupa di politica?

Ma per me la politica è un tema letterario.

In che senso?

Nel senso che ascolto i personaggi che la interpretano perché mi interessa chiarire ciò che accade nella realtà e che spesso è sconosciuto anche a loro stessi. Non scrivo certo per influenzare la politica o per essere preso in considerazione. So bene che è impossibile, scrivendo, ottenere effetti pratici. Per questo mi fanno ridere i giornalisti politici, gli editorialisti, gli intellettuali che invece si illudono di contare politicamente.

A lei basta essere letto?

In realtà ambisco a essere letto solo dalle persone che possono capire quello che scrivo. Mi rendo conto che è un pubblico in costante diminuzione, ma lo preferisco comunque alla massa.

È vero che scriveva poesie?

L’ho fatto intorno a vent’anni. Era un esperimento per capire come funziona la testa di un poeta. Partivo da un’immagine o da un verso e poi continuavo. Lasciavo per un giorno il testo lì e poi ci tornavo nei giorni seguenti. Rielaboravo e correggevo in continuazione. Finché non arrivavo alla conclusione che non mi interessavano i miei stessi enunciati e buttavo via tutto.

Cosa ha capito della testa del poeta?

Ho capito che almeno per me era una pratica così iperselettiva che sconfinava nella distruttività.

Ma questo era il modo in cui funzionava la sua di testa.

Certo. Ma come qualsiasi esperienza umana – la guerra, l’amore – anche la poesia non può che essere sperimentata di persona.

Cosa non le piaceva dei suoi versi?

Che mi venivano fuori più degli aforismi che dei veri e propri versi. E l’aforisma, si sa, è l’inizio del saggio.

A casa sua si leggevano più poesie o più saggi?

A casa mia si leggevano soprattutto romanzi russi. I miei genitori erano operai comunisti che non facevano parte del Pci ma avevano comunque il mito della Russia e dei suoi scrittori. Il primo libro di Cechov me l’ha regalato mio zio, che faceva il meccanico. A Testaccio gli amici lo chiamavano “il re della lima”.

E i suoi genitori che facevano?

Mia madre ha fatto anche la lavandaia in un albergo di lusso di via Veneto. Mio padre da giovane fu assunto come manovratore nelle Ferrovie dello Stato grazie all’intercessione di un prete a cui aveva chiesto una raccomandazione mia nonna che era, come si diceva una volta a Roma, una bizzoca, una bigotta. Ma non durò tanto.

Perché?

Perché a ventidue anni partecipò allo sciopero generale dei sindacati contro lo squadrismo e venne immediatamente licenziato. Tornò a fare il mestiere del padre, lo scalpellino, un lavoro massacrante con il quale si producevano sanpietrini come quelli che vediamo in questa piazza.

Niente intellettuali in casa?

Ma mio padre era in realtà più intellettuale di molti intellettuali. Alla sua età aveva capito che il fascismo era il fascismo mentre Pirandello e un po’ anche Croce non lo avevano capito. Difficile a quell’età essere più consapevoli di così. Per questo mi viene sempre naturale chiedermi quanto siano davvero intelligenti gli intellettuali.

Ma anche lei è un intellettuale o no?

Lo sono, ma allo stesso tempo detesto le categorie generali, le corporazioni, comprese quelle che presumono di possedere l’intelligenza in esclusiva, come le categorie degli intellettuali e dei professori.

Per questo non sopportava di essere chiamato ‘professore’?

All’università i professori fanno tutti parte della categoria degli intelligenti, anche se sono degli stupidi. Io credo che l’intelligenza debba essere giudicata di volta in volta, in base alle cose che si dicono e si scrivono. Non sopportavo di essere chiamato professore perché in generale non sopporto che l’autorità culturale venga certificata burocraticamente da un’istituzione. La mia, se c’è, voglio che venga soltanto da me stesso. Me ne prendo tutta la responsabilità.

L’autorevolezza di suo padre da dove veniva?

Gli operai di allora amavano veramente la cultura, ne avevano il mito, proprio perché non avevano potuto averla. Mio nonno, scalpellino anche lui, per esempio chiamò i suoi quattro figli Socrate, Omero, Dante e Virgilio. Incredibile, eroico e comico nello stesso tempo.

Sì, ma in lei mi sembra ci sia anche dell’altro, un sentimento anti borghese.

È vero che sento odore di borghesia anche da lontano. Per farle capire, ho provato a lungo una forte curiosità erotica per le ragazze borghesi ma quando in loro la borghesia veniva fuori, il mio desiderio sessuale diminuiva.

Cosa c’è nella borghesia che la respinge?

Direi il senso del denaro come privilegio e la tendenza a trattare gli esseri umani che svolgono lavori gerarchicamente inferiori come persone inferiori. Odio chi tratta male le donne di servizio e i camerieri, credendo che sia normale farlo e che anzi questo rafforzi la propria identità.

Ci sono borghesi che, invece, li trattano molto bene.

E infatti ci sono anche borghesi intelligenti. Non è meccanica la coincidenza tra l’individuo e la classe sociale d’appartenenza, altrimenti non avrei mai potuto fare una rivista come ‘Diario’ con Piergiorgio Bellocchio che viene da una famiglia integralmente borghese.

Lei che cos’è?

Io sono estraneo a entrambe le classi, perché non faccio più parte della mia classe di provenienza, quella operaia, né sono mai davvero entrato a far parte della classe sociale d’arrivo. Ho preferito non “fare carriera” e non diventare una “persona seria”.

Cos’ha contro la serietà?

Niente. Mi sono solo reso conto nel corso del tempo di quanto poco serie siano, spesso, le cosiddette persone serie.

Per esempio Umberto Eco?

Eco mi considerava il suo miglior nemico. Era un uomo dotato di una forma di intelligenza che io ritengo minore, ovvero un misto di efficienza mentale e di furbizia.

Perché furbo?

Perché era un intellettuale di élite che per avere successo ha abbracciato la cultura di massa. O meglio, per essere più precisi: era un intellettuale mascherato di élite la cui vera passione era la cultura di massa.

Lei detesta la cultura di massa?

Non la detesto, ma non la mitizzo e non mi attira. Contesto l’atteggiamento degli intellettuali italiani verso la cultura di massa, di cui Eco era un macrosintomo, ossia l’idea che sia un valore in sé, una meta trasgressiva, un feticcio estetico che va accettato acriticamente.

Questo anche nell’Università?

Anche all’Università. I miei la consideravano il luogo supremo della cultura e per questo credevano fosse una gran cosa essere professore. Invece l’Università può essere, e a volte è, il luogo della sottocultura.

Ma ai suoi è dispiaciuto quando l’ha lasciata?

Poco prima di morire mia madre aveva capito che stavo per dimettermi e mi ha chiesto spaventata cosa avevo in mente. Le ho mentito. Perché non volevo addolorarla e sconcertarla.

Ma lei non sarebbe potuto essere se stesso anche da professore?

Non ci riuscivo. Perché per essere uno di loro bisogna essere come loro. Bisogna crederci, trovarcisi bene. Io ero a disagio.

Non sopravvaluta troppo le persone rispetto alle idee che hanno?

No. Perché le idee non possono mai essere separate dalle persone che le hanno.

Perché no?

Perché la verità non può essere detta da una persona che ama la menzogna e la pronuncia per mentire meglio.

Nemmeno occasionalmente?

No. Perché chi dice la verità conta quanto la verità stessa. La verità non è una formula verbale, è una presenza reale. Un testo medievale apocrifo riferisce questo dialogo. Ponzio Pilato domanda a Gesù: “Cos’è la verità?”. E Gesù risponde: “È l’uomo che ti sta davanti”. Questa risposta va intesa anche in senso laico.

Quindi se io sono un peccatore è escluso possa dire una cosa vera?

Non è detto.

E come potrei farlo?

Dicendo la verità. Cioè che lei è un peccatore e perché lo è.

Praticamente una confessione.

Ma senza assoluzione, perché i preti non c’entrano.

Allora chi c’entra?

C’entrano gli individui reali.

Perché l’ha detto al plurale?

Perché è questa la verità. Tutti abbiamo dei peccati! Anche se capirlo non è facile, anzi è la cosa più difficile. Ma oggi vogliamo sentirci tutti innocenti. Lo consigliano i terapeuti. Ma se si hanno delle colpe non sarebbe normale e sano sentirsi in colpa?

Suppongo di sì.

Ecco.

Le sue quali sarebbero?

Non ci penso nemmeno a dirglielo. Questa è un’intervista. Non una confessione.

Marie Laure Colasson

L’interrogante chiede ad Alfonso Berardinelli:

Domanda: Perché lei, critico letterario, si occupa raramente di letteratura?

Risposta: Perché gran parte dell’attuale letteratura non è più un oggetto che abbia interesse critico, né gli studiosi che la leggono sono interessati a esprimere giudizi. Per questo la critica letteraria è in via di sparizione.

La risposta è disarmante ma salutare. E fa bene Berardinelli a non leggere più opere letterarie, non c’è nulla che valga la pena di essere letto. Centinaia di romanzieri che scrivono romanzi, centinaia di poeti che scrivono poesie, centinaia di pittori che fanno pittura. E’ terribile. Questa non è più cultura di massa ma siamo entrati nel Museo immaginario dell’immaginario, il condominio del protagonismo dove ciascun condomino è alla ricerca dei suoi 5 minuti di celebrità.

Lucio Mayoor Tosi

Il signor Wang il laureato
ride della mia povera prosodia.
Non conosco la vita di una vespa
tanto meno il ginocchio di una gru.
Non riesco a mantenere i miei toni piatti dritti,
tutte le mie parole vengono alla rinfusa.
Rido delle poesie che scrive-
le canzoni di un cieco sul sole!

(Hanshan ( IX secolo) è una figura associata a una raccolta di poesie della dinastia cinese Tang nella tradizione taoista e chan (Zen). Adotterò il verso “canzoni di un cieco sul sole!” per indicare la poesia del tempo della metafisica).

Raffaele Ciccarone


il segno l’allegato alla parola
sprizza raggi di sole
la gibigiana salta di palo in frasca

In genere nella poesia kitchen è del tutto assente la funzione provocatoria, proprietà tipica delle avanguardie novecentesche. Oggi la poesia ha cessato di essere provocazione, il reale è diventato già di per sé una provocazione che non richiede l’ausilio di altre strutture provocatorie. Oggi il coraggio della poiesis sta proprio nel non voler apparire provocatoria, questo  è il suo segno di maturità.
«Tramite il coraggio delle avanguardie artistiche, dal futurismo a dada, dal surrealismo al ready made, sino al loro prolungamento nel dedalo dell’arte concettuale post-bellica, la provocazione è divenuta oggi una pratica non più provocatoria e una forma codificata. […] in grado forse di darci
qualche segno, qualche storta sillaba intorno alla nostra contemporaneità»1

(g.l.)

1 I. Pelgreffi, Slavoj Žižek, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014, p. 32.

Gino Rago

da Storie di una pallottola e della gallina Nanin (di prossima pubblicazione)

n. 16

All’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani n.18
il titolare,
il poeta Giorgio Linguaglossa, riceve il commissario Belfagor
che ha sostituito gli incompetenti Ingravallo
e Montalbano.

Belfagor dice:
«Dopo mesi di indagini, intercettazioni, pedinamenti
e appostamenti
quei due incapaci non hanno ancora detto una parola chiara
sul revolver calibro 7,65 e sulla pallottola
di Marie Laure Colasson.
All’Ambasciata di Francia di Piazza Farnese
c’è aria di maretta».

Piazza Cavour.
Davanti al Palazzaccio scoppia una rissa.
I poeti del “Verri” e di “Officina” si avventano contro i nuovi scrittori
di “Nuovi Argomenti”:
Luciano Anceschi è furioso con Moravia, Roberto Roversi aggredisce
Enzo Siciliano.

Alfredo Giuliani vuole strangolare un tizio della “parola innamorata”,
un celerino prova a separarli.
Arriva il commissario Belfagor.
Scappano tutti verso il circo alla Circonvallazione Clodia
per confondersi con la folla degli avvocati
e degli assistenti alle udienze.

Luna Park dell’Eur.
Dal tiro a segno un colpo va a sbattere sulle montagne russe
entra nell’atelier di Madame Colasson.
La pallottola squarcia la Birkin posata su un divanetto rococò
e buca la gonna della pittrice
che sta terminando il collage Notturno n. 14
in acrilico.
Fa volare pennelli, tele, vinavil, tubetti di colore, limature di ferro,
cartoncini, risme di carte, cartoline illustrate,
album di foto, macchine fotografiche, cavalletti
ed entra
nel sogno del poeta ceco Karel Šebek.

La pallottola viaggia così lenta che il commissario Belfagor
riesce a seguirne la traiettoria sempre nello stesso sogno.

Infine, si spiaccica sul busto di bronzo di Eugenio Montale.
E qui finisce la storia.

Il commissario Belfagor telefona al poeta Giorgio Linguaglossa
all’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani.
Dice:
«Dottor Linguaglossa, ho risolto il caso,
la pallottola dell’egregio poeta Gino Rago ha finito la sua corsa,
si è spiaccicata sulla statua in bronzo
di Eugenio Montale…
Dia la notizia all’Ambasciata di Francia».

Gare de Lyon.
Louis Malle gira l’ultima scena del film Zazie dans le métro
e festeggia con Queneau e Philippe Noiret.

Madame Colasson beve un Pernod con ghiaccio.
Telefona a Madame Philoméne Rago:
«Finalmente tutto è finito. Era diventato un incubo.
Madame Rago, accetto il Suo invito.
Questa estate verrò in vacanza
all’Antica-Dimora-Palazzo-Rovitti».

La voce narrante si disperde nella descrizione accurata delle ipotiposi di una pallottola che viaggia lenta, così lenta che lo sguardo della voce narrante la può seguire nelle sue vicissitudini e nelle sue performances. Lo sguardo penetra tra le superfici delle situazioni, tra i ribaltamenti di piani narrativi e dei personaggi che vengono man mano sostituiti da una mano fuori scena, un vero e proprio deus ex machina che interviene qui e là, a suo piacimento, a modificare l’assetto della narrazione e gli eventi. Di chi è la narrazione? Di chi è questo sguardo? È uno sguardo neutro, neutrale, fuori scena, che si limita a prendere atto della sequenza di eventi del tutto irragionevoli che si incrociano e si sovrappongono. Il lettore rimane sbalordito, sorpreso, spaesato, non conosce l’identità di questo osservatore privilegiato che sembra presiedere alla inverosimile sarabanda degli eventi. Ci si muove in un luogo-non-luogo, una scena della ribalta, una superficie continua che non è abitata ma neppure disabitata; la pallottola si muove lentamente, personaggi reali e personaggi inventati entrano ed escono di scena, sono marionettizzati, sembrano dei pupi tirati da fili invisibili maneggiati da un regista invisibile. Tutto è apparentemente in disordine, ma tutto ritorna in ordine, il disordine estremo appare ordinato per via dell’intervento demiurgico dei commissari Ingravallo e Montalbano e per gli uffici dell’Ufficio Affari Riservati che agiscono ope legis e propria sponte.

La sequenza cronologica deraglia subito: interni ed esterni, fantasia e realtà si sovrappongono e si elidono, situazioni reali e sognate sono sullo stesso piano, che è quello della superficie continua sospesa tra passato, presente e futuro senza soluzioni di continuità, che rimangono sullo stesso piano, indistinguibili tra di esse; il filo della narrazione anche è spezzato: senza interruzioni si passa da una scena all’altra dove la scena è illuminata dai riflettori della ribalta, la struttura temporale salta del tutto, e così la struttura spaziale, ciò che è già accaduto si insinua in ciò che potrà ancora accadere, tutto sembra aleatorio, sul punto di non accadere o di accadere, senza ragione sufficiente o insufficiente. È il principio di ragione che sembra venir meno.
Alla fine, è evidente che è crollato un mondo o stia lì lì per crollare, e la scena finale con la pallottola che si spiaccica sulla statua in bronzo di Montale è inequivoca, ci vuole dire che quella poesia è giunta al capolinea, è stata inesorabilmente affondata dal moderno iper moderno:

la pallottola dell’egregio poeta Gino Rago ha finito la sua corsa,
si è spiaccicata sulla statua in bronzo
di Eugenio Montale…

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  1. Guido Galdini

    Poche parole

    Dobbiamo cambiare il mondo.
    Dove hai messo i pannoloni?

    Tutte le strade portano a Roma.
    Ma io volevo andare a Frascati.

    Cosa cerchi?
    Se lo sapessi l’avrei già trovato.

    Lasciate agli altri una fede incrollabile.
    Vi basti qualche incrollabile perplessità.

    Chi non conosce la storia può ripetere gli stessi errori.
    Ma chi la conosce può trarne ispirazione.

    Voglio girare il mondo.
    Non ti piace da questa parte?

    Un piccolo passo per l’uomo.
    Figurarsi per l’umanità.

    Mi vergogno come un ladro.
    Ma si vergognano i ladri?

    La storia si ripete due volte: la prima in tragedia e la seconda in farsa.
    Ma se la prima è già una farsa, è proprio una tragedia.

    Che beata innocenza.
    Fra un po’ la faranno santa.

    A dire “io” si finisce subito.
    Per questo continuiamo a ripeterlo.

    Ci sono cose che non si spiegano.
    Meglio le cose dei paracaduti.

    È fuori discussione.
    Perpiacere riportatelo dentro.

    Bisogna mantenere le promesse.
    Non ce la fanno a cavarsela da sole?

    Solo gli imbecilli non cambiano mai idea.
    È quello che dicono gli imbecilli quando la stanno cambiando.

    Ho una collezione di trenta libri sull’infinito.
    Sono comunque troppo pochi.

    Guerra civile.
    Prego, bombardi prima lei.

    Non giudicare gli altri.
    Come se potessimo farne a meno.

    Sempre lì a rimpiangere il passato.
    Non posso mica rimpiangere il futuro.

    Come vincere la timidezza.
    Mi accontenterei di pareggiare.

    Il contrario di bianco è nero.
    E il contrario di giallo?

    Siamo nel basso impero.
    No, il basso impero era molto più alto.

    Siamo una repubblica di banane.
    Prego, non offendiamo le banane.

    Hai trovato una bella risposta.
    Adesso ti manca solo una domanda passabile.

    Lotta di classe.
    Senza stile non ci sprechiamo.

    È scesa la sera.
    Ma ha sbagliato fermata.

    Perché si torna sul luogo del delitto?
    Perché il mondo non è infinito.

    Correva l’anno…
    E va’ un po’ più piano.

    I veri intellettuali rileggono sempre.
    Anche la prima volta.

    Dove nascono i cavoli?
    Sotto le cicogne.

    … se son rose sfioriranno …

    Giorgio Linguaglossa
    dalla raccolta inedita Una giraffa seduta sul sofà chiede un Campari

    Il primo orologio atomico NIST-F1

    «Tuttavia – opinò K.
    dopo un girotondo attorno al tavolo –
    il secondo è l’intervallo di misura del tempo in cui un atomo di cesio, opportunamente eccitato, compie 9 192 631 770 oscillazioni»

    «Nascosto da qualche parte in una di queste oscillazioni c’è il Signor dio»
    sentenziò Z.
    esautorando in qualche modo la precedente asserzione

    Al circo Orfei un puma sortì fuori della gabbia
    e azzannò un fantino
    Una ipotenusa se la diede a gambe dal triangolo isoscele
    tracciato da Archimede
    e capitò nell’armadio dell’appartamento del poeta Michal Ajvaz
    – che all’epoca abitava davanti al wine bar “V Zátiší” in piazza Betlémské
    a Praga –
    dove
    su un trespolo soggiornava un pappagallo con il becco di avorio
    che cominciò a starnutire e a inveire
    nei confronti
    di una giraffa fuggita dal Circo Orfei
    l’alterco non finì qui
    ma ebbe degli strascichi giudiziari
    finché
    molti anni dopo
    il procedimento non cadde in prescrizione…

    Dopo questo preambolo,K. imperturbabile,
    riprese:
    «Il primo orologio atomico NIST-F1 è entrato in funzione nel 1999, ma nel 2014 è stato soppiantato dal suo successore, tre volte più accurato, il NIST-F2, l’orologio che non sgarra neppure in un milione di anni. Dieci milioni di atomi sono raggruppati in una sfera e raffreddati ad una temperatura di – 193° C, in modo da eliminare il più possibile le vibrazioni termiche e isolare l’oscillazione naturale degli atomi»

    «Sotto vuoto – replicò il Signor Z. –
    la sfera è sotto vuoto!»
    E lanciò un bergamotto in direzione del pallone aerostatico
    che conteneva il nulla
    compresso in una scatoletta di tonno
    provocando un incendio aerospaziale

    Al che il filosofo Cogito si limitò a rovesciare il tavolo da gioco
    disse:
    «Di ciò che ho scritto e di ciò che non ho scritto,
    questa seconda parte è quella importante»
    E aggiunse:
    «Una volta saliti in cima alla scala devi dare un calcio alla scala»

    «Si ricordi, emerito Cogito, che i fotoni vengono intercettati da un metaldetector. Il valore 9 192 631 770 Hz coincide così con la frequenza naturale del cesio, ed è quella oggi utilizzata per definire il secondo»
    Così, infine, sigillò la questione il Signor K.

    Nel frattempo tre dobermann sbranarono Odoacre impedendogli di dichiarare la fine dell’Impero romano d’Occidente

  2. di Michal Ajvaz

    https://wordpress.com/post/lombradelleparole.wordpress.com/15509

    • milaure colasson

      la struttura in distici della poesia di Guido Galdini rende ancora più assurdo il composto linguistico che resta di composita eleganza.

  3. L’implosione dell’ordine simbolico

    Leggendo queste ultime composizioni di Guido Galdini, Mimmo Pugliese, Lucio Tosi e altri, ho capito quanto il linguaggio tradizionale della critica letteraria sia inadatto e inidoneo. Ho capito che ci troviamo di fronte ad una questione ben più radicale che richiede un nuovo linguaggio ermeneutico che raccolga lessemi nobili e volgari e li sappia mixare per farne un Gin fix: è che ci troviamo di fronte alla implosione dell’ordine simbolico.

    Adoperare oggi il termine «marxista» suona quasi un abominio, quasi inverecondo per il suo essere fuori moda, ma tant’è, io lo impiego perché non ne ho altri di migliori a disposizione. Sarebbe bene volare basso e posare la poetry kitchen sul piano basso dei linguaggi con una consapevolezza alta della complessità dei linguaggi contemporanei, in particolare dei linguaggi della poiesis nell’epoca del «turbo capitalismo», come è stato definito, nel momento di trapasso dall’epoca della stagnazione (posteriore alla crisi del 2008) ad una nuova epoca di sviluppo ecocompatibile.

    Per Žižek il Reale è ciò che si sottrae a qualunque simbolizzazione o significazione, ciò che resta alla simbolizzazione e che resiste alla significazione. Il Reale è sempre relativo ad un soggetto. Il Reale è ciò che sta «là fuori» (esterno e contrapposto al mondo interno del soggetto) e che non dipende da noi. Esso è ciò che può essere compreso da leggi sotto il nome di realtà scientifica ma anche da ciò che la legge simbolica ricopre e che alla legge sfugge come residuo non simbolizzabile.
    Il Reale resiste ad ogni rimozione, si presenta negli oggetti osceni dei fantasmi amorfi (frammenti del lacaniano «oggetto petit a»), è ciò che esplode in modo inaspettato alla maniera del Covid19, e verso il quale siamo disarmati. Esso pre-esiste al processo di soggettivazione e post-esiste, è ciò che si configura come un trauma, qualcosa che è inassimilabile a noi. E allora, non ci resta che convivere e coabitare con Esso.

    Il contatto col Reale è a rischio di morte. Il Reale žižekiano richiama il godimento osceno, la jouissance, il godimento collocato al di là del principio del piacere. Žižek opera una torsione del Reale lacaniano nel senso che per il filosofo di Lubiana sappiamo che «il Reale non è impossibile nel senso che non può mai accadere. No, il problema con il reale è che esso accade e questo appunto è il trauma. Il punto non è che il reale è impossibile, ma piuttosto che l’impossibile è Reale».1

    Che cosa significa fare oggi poesia? Penso significhi fare una poiesis che sia all’altezza della richiesta di linguaggi complessificati e non definitori che l’attuale fase storica del capitalismo richiede.

    Poetry kitchen è tutto ciò che resta nella dispensa, nei cassetti dimenticati del frigidaire. Il poeta kitchen, hölderlinianamente pieno di de-merito, im-poeticamente abita la terra, proprio come la gallina della cover della poetry kitchen che becca il mangime lasciato cadere per terra dagli umani. Oggi il poeta è diventato non più e non solo uno «straccivendolo» ma anche un ladro di becchime, usa le parole a perdere della civiltà dello spettacolo e del consumo e le reimpiega; oggi la poesia è un oggetto-da, è fatta da oggetti-da, che provengono dal ciclo della produzione e della sovrapproduzione e del consumo per finire nella pattumiera che segue al consumo; in questo modo la terra può essere di nuovo abitata e resa abitabile; le parole anche possono essere rese abitabili una volta recuperate e riciclate dalla loro opacità e insignificanza. Banditi per sempre l’epifania, il quotidiano, il sublime, il genere elegiaco con gli ideologemi collegati con chihuahua e smart working, ciò che resta lo fondano i poeti nell’universo in espansione del mondo di oggi. Dall’implosione dell’ordine Simbolico quello che ci resta è il misto fritto di una poesia usufritta fatta con i retro pensieri e uno specchietto retrovisore, gostbusters e ologrammi.

    1 Slavoj Žižek Glyn Daly Psicoanalisi e mondo contemporaneo, 2006 p. 97.

  4. Dal fiato delle didascalie le parole allineate come sempre sulle gradinate urlavano.

    Dalle curve obsolete i sorrisi e le urla per la carica dei cavalieri dei denari.

    La durata della storia dipendeva dal peso degli zoccoli sulla bilancia gravitazionale.

    I grandi Decapitati studiavano le firme irregolari di semplici orme di gallina.


    Grazie OMBRA.

  5. ESENIN IL LIRICO

    La crescita dell’ ontano fu inarrestabile.
    Rami nelle lavastoviglie e bicchieri verdi.

    Un odore di resina cadde dalle antenne
    Fin dentro la bocca di un carro armato.

    Parole simili a viticci d’oro
    Entravano nei salotti di Leningrado.

    Si trattò di pensare all’origine della specie
    E dunque un ramo osè subentrò al kazachok.

    Si coniarono piastrine rosse
    cercando di stare al tema del giorno.

    Foreste che per inchinarsi a Esenin
    Si riempivano di vodka.

    Uno che si è appena impiccato perché ha letto
    un verso di Bucharin sulla cintura della valigia.

    Perché non fare un concorso di bellezza
    tra le plastiche facciali?

    I tram sputavano logica e dunque
    il prezzo delle banane superò quello del metano.

    L’idrogeno irruppe con pretese di Plutonio.
    Si trattava di una scena del Monello

    e in effetti una betoniera versò cemento
    nella bocca del bambinello biondo.

    La crescita al mercato di Kostantinovo
    si poteva misurare col microonde

    e di certo sarebbe sfuggito al suo destino
    se una vacca avesse preso il Palazzo d’Inverno.

    Di un poeta è insopportabile il genio
    non l’odore di putrescina.

    ———— —————— —————–
    AGORAFOBIA

    La corsia di accelerazione urla al mandorlo
    Che s’è fatto secco e non vede le distanze

    Cosa sono i nidi sotto le ascelle?
    -Ma tu che guardi?

    Fu sulla tua pelle, caro mio
    Che la velocità cedette al vento

    Le cornacchie bevono gin caldo
    ma non è facile masticare un topo in TV

    -A stare sulle antenne non si fa business
    ma i battibecchi sono insopportabili

    Di cosa si nutrono i velociraptor?
    La richiesta passò al Dna di falco

    Un gene attivato da un anticorpo
    Spinge in alto il prezzo dei torroni

    E poi di questi tempi come si fa
    a spiegarlo ad una mandorla?

    I colombi imparano a mercanteggiare sulle molliche
    scroccare l’asfalto delle galline o finire in un raggiro?

    (Francesco Paolo Intini)

    BUON ANNO A TUTTI GLI AMICI e le AMICHE dell’OMBRA

  6. Ricevo e pubblico questi frammenti poetici di Antonio Sagredo

    da Pornofania (1999)

    Teatro infantile che senza colpa mi sgomenta,
    nessun testo atteso nutre il Verbo… mio?

    ———————————————————————————————–
    Divertimenti, inni, finzioni… (2000)

    Tu, Morte, morrai sul palco di una colpa,
    non io, che il mio Dèmone non sai…
    e più il libro mio unico sfoglio
    più si sottrae al pubblico il cordoglio.

    —————————————————————–
    A me stesso (2003)

    La mia innocenza fu tanto grande da essere una colpa,
    troppo disumana per essere soltanto la mia dimora!

    —————————————————————————-
    Beffa fittizia (2005)

    Non euclidea
    geometria del tempo
    perché, fino a quando e qual è la mia colpa?
    Se la maschera è un papiro egizio
    e meso-tavoletta
    perché i poeti quando non c’è Canto?

    ———————————–
    Canto per Maddalena (2006)

    Io conobbi la Via della Spada che travaglia la colpa… sono vuoti gli accesi candelabri,
    per voi, che invano aspettate chi mai non verrà, e folli se credete il contrario.

    —————————————————————————————————
    da Tholosae Combustum (2007)

    Nessuna colpa mi tormenta più della mia recisa lingua,
    il vino mi ricrea lo spirito della mia parola ammutolita,
    ora ho un volto taurino – già il fumo esce dalle froge,
    hanno strozzato la mia gola, ma non la mia teologia!

    ———————————————————-
    da Carta n°3 (2008)

    Chi sono io prima di un soggetto che mi reclama un volto,
    che con un trucco si ostina a celebrare una legnosa colpa?
    Il patibolo della parola è approntato – il sonetto di una corda
    è teso – il carnefice ha scuoiato la rima, la figura, e la sua maschera!

    ————————————————————————-
    Infanzia infinita (2011)

    Il furore e il riso… e ti sei assolto da una condanna inesistente
    per una colpa che ti sei inventato inorridita,
    e di ritornare umana a malincuore è più che una farsa –
    è una finzione!

    —————————————————————————–
    Il numero del pianto (2012)

    Non sai qual è! Non sai qual è la scena, e la parola. La colpa
    del miracolo è il palco e allora mi sovvien l’eterno divenire e la sua
    beffa – mi resta di tradire il copione della storia e la miserabile
    figura di un dio che nei cervelli la creazione umana ha deturpato!

    ——————————————————————
    Labirinti contorti (2005)

    Una vigilia pagana le sei colonne corinzie, la soglia dei miei passi declinava sonore udienze… non sapevo le istanze o le condanne sottratte ad una colpa recidiva! Il tribunale mi chiese se le mie lagrime come quelle delle sante speranzose
    fossero vergini come le navate mai percosse dai voli di candide colombe

    —————————————————————————–
    Lamentazioni (2020)

    E lei mi tradiva per la mia gioia e per una colpa trascorsa in giudicato, per il mio desiderio in fuga, in contumacia sbirciandomi di sbieco

    • caro Antonio,

      questi tuoi frammenti mi convincono pienamente, frammenti di frammenti che preludono ad altri frammenti, o provengono da altri frammenti, perché ormai la frammentazione e il prodotto di una precisa patologia che ha invaso il Paese: la frammentopatia, che va di pari passo con l’aggravarsi della Crisi dell’ordine simbolico e dei linguaggi che gli corrispondono. Questi frammenti possono essere annoverati, a mio avviso, alla poetica kitchen, nel modo del tuo stile e della tua personale lessicologia.
      Colgo l’occasione per augurare a tutti un sereno Fine Anno e un Nuovo Anno che vedrà la pubblicazione della Antologia delle Poetry kitchen.

      • vincenzo petronelli

        Caro Giorgio,
        condivido il tuo commento alle poesie di Antonio Sagredo. Mi sembra che in effetti nella sua poesia il frammento abbia ormai raggiunto uno stadio sublimante, mi verrebbe da dire ultimativo, perché leggendo questi suoi scritti mi riesce difficile immaginare una segmentazione ulteriore della scrittura poetica e quindi mi riesce altresì difficile focalizzare una rappresentazione maggiormente significativa della frattura epistomologica che caratterizza il nostro tempo. Dopodiché è vero anche che il progetto Noe è un cantiere in continuo movimento, per cui c’è un ulteriore stadio di sviluppo nalla ricerca di una nuova ontologia, costituito dalla Poetry kitchen, che oltrepassa, secondo me, la fase della compulsazione e della raccolta dei flutti della storia, per rimetterli insieme mediante un lavoro di patchwork, cercando dunque di ipotizzare a suo modo un nuovo paradigma.
        Complimenti vivissimi al nostro Antonio Sagredo, che unisce la sua straordinaria opera di traduttore ad una scrittura poetica di grande efficacia.

  7. Instant.

    Il momento andato è stato sostituito,
    Maestà!

    Abbiamo al tramonto due automobiline
    con fari accesi.

    Ci si domanda, per fare discorso,
    se abbia senso ripetere con maggiore
    espressività.

    LMT

    Buon anno!

  8. antonio sagredo

    ma i versi su Esenin di Franco Intini mi son piaciuti.
    Ma sappia che Eseini è stato ucciso in modo così rozzo…
    pure Majakovskij… basta vedere le loro foto di “APPENA UCCISI”…
    le prove non le ho, ma ne so tanto… abbastanza per pensare così.

  9. https://wordpress.com/comment/lombradelleparole.wordpress.com/76238
    Messaggio per il Nuovo Anno

    La precarietà del pensiero non identificante che indugia sulle cose. La tranquilla consapevolezza che ciò che possono dare le parole poetiche forse non è granché ma è pur sempre qualcosa di importante.

    Pensare con un pensiero non identificante significa precisare che questa cosa qui è differente da quella cosa là, che le cose (e le parole) non sono mai eguali l’una all’altra e che stabilire le differenze è importante. Tra una parola e l’altra, tra una cosa e l’altra ci sono differenze abissali, è da qui che ha inizio il cambiamento delle cose del mondo. La realtà è il prodotto delle parole che usiamo, quindi non resta altro da fare che pronunciare parole nuove, indicare le cose con parole nuove. Le cose non sono mai sole, sono alleate alle parole che le indicano.

    Il vero cambiamento è innanzitutto il cambiamento linguistico. Prima cambiamo le parole, poi verrà il cambiamento delle cose, le cose seguono sempre le parole; per cambiare la nostra esistenza dobbiamo quindi prima cambiare le nostre parole. E la nuova poesia che stiamo facendo è un non piccolo contributo al cambiamento delle cose del nostro Paese. Per cambiare le cose non dobbiamo più utilizzare le vecchie parole, in primo luogo le parole fumose, indecise, indefinite: Sperare, Credere, Opinare, Non-dire, e sostituiamole con: Pensare, Fare, Dire, Asserire. Diamo certezze alle nostre parole, nell’incertezza generale dei nostri tempi, pronunciamo parole delimitate ma definite, non ambigue, non indefinite.

    Ieri sera il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha pronunciato parole precise, definite, delimitate e disambigue; ha delimitato con precisione l’ambito delle pertinenze della funzione di garanzia che deve avere il ruolo del Presidente della Repubblica, chiunque sarà il suo successore. Quante parole precise, definite e delimitate ha pronunciato in questi sette anni Mattarella! Un lavoro di Sisifo di cui dobbiamo essergliene grati.

    Le parole che oggi usiamo, provengono dal passato, le parole che oggi scegliamo di dire, ci parlano del futuro, dove vogliamo andare. Anche noi nella nostra trattazione delle parole dobbiamo avere la stessa severità, lo stesso acume e la stessa onestà di Mattarella, abbiamo il dovere di pronunciare parole delimitate e definite, non ambigue, non circondate dal fumo della imprecisione e dell’ammiccamento. Lo so, questo è difficile, ma è da qui che la nostra poiesis può trarre la sua forza dirompente, altrimenti le nostre parole finiranno in fumo, nell’ammicco e nel plauso alla corte del principe di turno.

  10. da Andrea Zanzotto di Filò del 1976 alla poesia di Francesco Paolo Intini del 1980

    Si riproduce in lingua italiana parte del “Filò” di Andrea Zanzotto, riprodotto in, Andrea Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo. Le poesie in dialetto 1938-2009 (Quodlibet, 2019); una edizione del “Filò. Per il Casanova di Fellini” è stata pubblicata, con prefazione di Giuliano Scabia, da Einaudi nel 2012

    Vecio parlar che tu à inte’l tó saór
    un s’cip del lat de la Eva,
    vecio parlar che no so pi,
    che me se á descunì
    dì par dì ‘inte la boca (e no tu me basta);
    che tu sé cambià co la me fazha
    co la me pèl ano par an
    (…)
    Girar me fa fastidi, in médo a ‘ste masiére
    De ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp
    Inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta, e manco
    De tut i zhimiteri: òe da dirte zhimithero?
    Elo vero che pi no pól esserghe ‘romai
    Gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal
    Ai fiói ‘l petel e i gran maestri lo sconsiglia?
    (…)
    Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
    te desmentegarà senzha inacòrderse,
    ghén sarà osèi –
    do tre osèi sói magari
    dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
    doman su l’ultima rama là in cao
    in cao se zhiése e pra,
    osèi che te à in parà da tant
    te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

    [da Andrea Zanzotto, Filò, 1976]

    Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
    un gocciolo del latte di Eva,
    vecchio dialetto che non so più,
    che mi ti sei estenuato
    giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
    che sei cambiato come la mia faccia
    con la mia pelle anno per anno
    (…)
    Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
    di te, di me. Dal dente accanito del tempo
    avanzi non restano nel piatto, e meno
    di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
    E’ vero che non può più esserci oramai
    nessun parlare di néne nonne-mamme? Che fa male
    ai bambini il pètel e gran maestri lo sconsigliano?
    (…)
    Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
    ti dimenticheranno senza accorgersene,
    ci saranno uccelli –
    due tre uccelli soltanto magari
    dagli spari e dal massacro volati via -:
    domani sull’ultimo ramo là in fondo
    in fondo a siepi e prati,
    uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
    ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

    Francesco Paolo Intini
    Sta qui il mio Sud
    (1980)

    Sta qui
    il mio sud
    dove
    il sole arde
    -con fiamme d’ invidia-
    talenti quasi artistici
    poeti disperati, falliti, anarchici.

    Pozzanghera dove pullula in miniatura
    la lotta di classe.
    Lotta tra amici
    sotto un cielo di bolle.

    Si rosicchia come tarli
    la stessa porta
    lo stesso gusto d’arraffare.

    Reduci del ‘68
    grassi e ricchi
    di un ’68 mai vissuto
    con ferite dentro al corpo
    ma violente discussione
    quelle sì
    con fucili e cannoni
    che sparavano sogni
    frustrazioni non più represse
    Rivoluzioni.

    Ancora urlano
    da una porta all’altra
    dialettiche prese di coscienza
    sensibilizzazioni di massa
    ed un sangue
    vernice rossa sui muri
    testimonia ancora il fuoco nelle vene
    di folli incazzati col potere
    ora panciuti impiegati
    ex intellettuali.

    Teatro di gran battaglie
    sul filo del suicidio sotto i treni
    e d’aneddoti maliziosi
    da ridacchiare insieme.
    Con radio che educano all’ idiozia
    nullità geniali che s’ingozzano d’avanguardia
    ed il gioco della birra
    a dettar legge nei partiti.
    Miserabile teatro dei quattro venti
    dove il sole si schifa di sorgere personalmente
    partorisci imitatori
    mimi
    del gran baccano che chiamano

    Arte, Cultura, Politica.

    Sopra le antenne
    vive una tribù di corvi,
    qualcuno era di passaggio
    ma ora è un piatto prelibato
    questo paese di vive carogne.

    Scrive Zanzotto:

    «la mia infanzia è stata ricca di emozioni anche se non felice, ricca di stimoli di ogni genere, anche culturali, e (a proposito delle lingue) essendo sempre stata la nostra una zona di emigrazione, soprattutto francese e tedesco echeggiavano facilmente. […] mi venivano frammenti di tedesco minimo dalla nonna paterna che era stata, a Vienna, cameriera di una Prinzessin austriaca… mio padre Giovanni lavorò all’estero, soprattutto in Francia; ma nella prima fase era stato anche lui emigrante in Austria, cioè a Trieste. E già il nonno Andrea e suo fratello continuavano una tradizione secolare di migrazione in Cacania e più in su».
    Il dialetto zanzottiamo vive in osmosi con il francese, il tedesco e l’italiano in un conglomerato linguistico che, in quanto tale, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla lingua materna, dalla lingua «latte di Eva» del paradiso terrestre. Zanzotto da una parte tiene ferma la lingua del latte materno, una lingua ipotetico originaria, dall’altro innesta su questa lingua lessemi scarti e sintagmi rammemorati da altre lingue, in una certa ampia misura contraddicendo l’ipostasi di una lingua edenica e materna.

    Logos erchomenos, la “parola che viene”. Andrea Zanzotto si è servito più volte dell’espressione che nei Vangeli e nell’Apocalisse designa il Messia, logos erchomenos, per definire il dialetto come sorgività della parola, qualcosa che viene direttamente dalla immediatezza di una pura interiorità.

    Io ho sempre sospettato che dietro questa tesi si celasse un sottocosto, un prezzo aggiuntivo. L’etichetta della «immediatezza» e del «latte materno» linguistico mi ha sempre fatto venire l’orticaria… penso, anzi, sono convinto che non ci sia nessuna immediatezza alla base del linguaggio poetico, perché di questo passo finiremmo per divinizzare e teologizzare il mito della sorgività e dell’origine. La poesia non ha niente a che vedere con questo pseudo mito.

    Tanto è vero che, in un momento di rara sincerità, Zanzotto ha detto che «il mio linguaggio poetico in lingua era fasullo», pronunciando un verdetto inequivocabile di discredito sulla sua produzione poetica in italiano.

    Che Francesco Paolo Intini abbia potuto scrivere questa (tra l’altro molto bella poesia) nel 1980 non mi stupisce, ha fatto una poesia singolare-plurale che ha raccontato la storia di una generazione sconfitta e disillusa in pieno rigoglio e riflusso alla utopia della poesia rurale e della poesia adamitica in pieno inverdimento negli anni ottanta. Quella era una poesia con certificato vidimato di inautenticità e di programmatica falsa coscienza. La poesia di Intini io la leggo, oggi, come reazione a tutta quella fumisteria di buoni sentimenti e di buone intenzioni, di cuore aperto… le buone intenzioni lastricano sempre la via verso l’inferno.

    Adesso capisco come l’ultima poesia kitchen di Intini sia in un certo senso imparentata con la sua produzione degli anni ottanta; nella poesia ultima di Intini non c’è nulla della immediatezza, tutto è meditato e mediato dal mondo del contemporaneo e dalla distanza che lui ha saputo mettere tra il linguaggio poetico e la sua interiorità. È stato il prezzo che Intini ha dovuto pagare per transitare, trenta anni più tardi, verso una idea di poesia oggettiva, che impiega le parole come oggetti linguistici e non come oggetti liturgici o mitologici, quello che ha fatto invece, con falsa coscienza, la poesia elegiaca.

    • Caro Giorgio
      Non scriverei mai nel mio dialetto, ossia la lingua con cui ho imparato a distinguere gli oggetti e a dire mamma e babbo semplicemente perché lo sento sterile, privo di quell’alone immaginifico e di collegamento con la realtà attuale che impregna la composizione di una poesia almeno di quella mia. Talvolta però mi tornano i verbi inconsueti e altre cose interessanti. Un esempio che mi ha tenuto a lungo sulle corde è: “SCREARE”, ossia sparire nel nulla. Che i miei avi avessero così chiara l’idea della creazione dal nulla da coniare un verbo uguale e contrario è davvero sorprendente. Ma ciò che in generale non mi convince è il riferirsi a una lingua morta o al massimo morente perchè assorbita da altro. Tutto ciò che era la lingua primitiva trova espressione nelle immagini indelebili di una specie di grotta di “Altamira” ma è archeologia di comportamenti, valori e bestiario che non hanno senso mettere a tema e che al massimo possono suscitare sentimenti di nostalgia verso tempi, luoghi e persone che appartengono esclusivamente al mio Io. Sono armi di bellissima fattura ma inefficaci quanto potrebbero essere le frecce o i sassi contro i carri armati. Il covid ha portato allo scoperto il pugno potente di chi ci vive fuori e dentro cioè l’intelligenza molecolare della natura, ma nello stesso tempo ha rivelato in modo chiaro la potenza della tecnica, manifestata nel saper opporgli tutta umana resistenza. Non saranno i lock down, né le mascherine o gli scongiuri e le processioni ma i vaccini adeguati a parlare di questa epoca e dunque i numeri, le statistiche, la capacità preventiva delle equazioni e dei grafici. La mia domanda è sempre la stessa: che ci facciamo con i nostri racconti zeppi di nostalgia, di amori disperati, di dolori e martirii ed infine di narcisismo in questo mondo di cifre, meccanismi e cheap sempre più potenti e adeguati? La risposta sta qui:
      “Chi ha contatto quotidiano con la sofferenza sa che ci sono momenti in cui la parola deve poter subordinarsi alle ragioni della scienza medica.” (Intervista a Recalcati in questo post)
      Far silenzio, a cominciare dal proprio insieme di sofferenze, premure, ordine di impellenze che si raccolgono intorno al proprio Io, per guardare alla realtà dello scontro gigantesco in atto, sia un impegno etico. Se proprio si vuol dire qualcosa, a mio parere solo l’oggettività della poesia nel senso espresso da te riferendoti al sottoscritto, sembra adeguata allo scopo:
      ” È stato il prezzo che ha dovuto pagare per transitare, trenta anni più tardi, verso una idea di poesia oggettiva, che impiega le parole come oggetti linguistici e non come oggetti liturgici o mitologici, quello che ha fatto invece, con falsa coscienza, la poesia elegiaca”.

      APETTANDO WATERLOO

      Il gatto bianco fa una mossa che il nero capisce
      e dunque non è giorno!

      Chi ha stabilito l’angolo d’alfiere?
      E la linea della torre?

      Adesso è il molare a muoversi da Re.
      La gengiva non corre ai ripari.

      C’è stato chi ha smobilitato concetti da sotto la lingua
      Blocchi che sembravano cemento invece erano carie.

      Succede quando c’è la libertà di mezzo.

      Uno dei canini prega intorno al letto dell’incisivo
      Pochi giorni, forse ore.

      Non addentare il mondo
      Stai lontano dalle mele.

      Ma quello non sente, si sporge troppo
      azzarda un mossa di cavallo.

      C’è Napoleone su quello bianco. Vuole entrare tra le labbra
      adotta una strategia di martello e vince la battaglia.

      La Russia si mostra accogliente,
      trova l’esofago al posto della steppa.

      Sarà lo stomaco a rispolverare il vecchio fuoco.
      Nemmeno un maloox a consolare.

      Mio caro imperatore non è detto che Wellington vinca
      E nemmeno i restauratori hanno una bella faccia

      Ma il gatto nero non aspetta due volte la mossa vincente.

      BUON ANNO A TUTTI\E

      (Francesco Paolo Intini)

      • Esercitare la riflessione ermeneutica sulla “rovina” delle cose, sui materiali di scarto e di risulta della realtà, sul banale, sui banalismi, sui blablaismi del nostro tempo è la grande lezione che è stata trascurata dalla filosofia. Walter Benjamin ci ha lasciato una investigazione acutissima a partire dal suo Il dramma barocco tedesco (Ursprung des deutschen Trauerspiels) pubblicato nel 1928, lezione che invece deve essere ripresa per portare avanti un’analisi che non riguarda solamente la realtà che ci circonda, ma anche e soprattutto la nostra condizione di soggetti in un’epoca che non rilascia alcun attestato di benemerenza alla poesia di oggi che si professa elegiaca. Provare ad essere dei soggetti in una realtà di blablaismi e di banalismi mi sembra un atto di sconvolgente attualità. Non resta che ripartire dunque dagli appunti di Benjamin su Baudelaire, Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (24 euro), edito da Neri Pozza a cura di Giorgio Agamben, una topografia di scritti vissuti come assemblaggio di «peripezie».
        La «nuova poesia» che stiamo facendo riprende questo assunto fondamentale, quello di «peripezia» e di «esperienza dei blablaismi» per costruire una poesia all’altezza dei tempi di oggi. Ad un mondo che pone il soggetto al limite, Francesco Intini contrappone un linguaggio-limite, che fa del limite la sua stessa presupposizione e giustificazione di esistenza, nel senso che il linguaggio resiste, sempre e in ogni modo, è incoercibile, imprendibile, irresistibile quantunque sia lo sforzo messo in atto dalla soggettività; a questa situazione di scacco il soggetto reagisce come può: con un linguaggio limite, un linguaggio pre-ontologico, un linguaggio monstre che indica una possibile via di uscita in un universo pre-ontologico. Un duello impossibile, certo, ma che non può essere evitato. Per Žižek questa realtà pre-ontologica, è il Reale mostruoso, orrifico, spontaneità trascendentale allo stato puro, privo di ogni subordinazione simbolica alla Legge di Edipo e alla Legge dell’Altro, soggetto soltanto alla soggettità dello stato caotico e caosforme del primordiale che rifugge ogni soggezione al regime del significante e del significato. Abbiamo a che fare con un protolinguaggio,
        con la cacofonia del Reale, da tenere sempre ben distinto dal logos significante pienamente costituito all’interno della struttura simbolica.

    • vincenzo petronelli

      Concordo sull’illusorietà di ricercare una lingua pura, edenica, come giustamente la definisci tu caro Giorgio: inoltre, al di là dell’illusorietà, tutti i miti sull’origina, sulla “sorgività”, contengono sempre delle derive pericolose, come la storia del ‘900 insegna ampiamente e non a caso, la sorgività riconduce direttamente all’idea delle ampolle alle sorgenti del Po. Il fatto è che il confine tra la buona fede ed il rischio di strumentalizzazione politica maldestra, in questo caso è decisamente labile.
      Io stesso, nella mio vecchio usus scribendi, utilizzavo molto il mio idioma locale o dialetto che dir si voglia ed ho sempre pensato che di per sé, come qualsiasi altra lingua (e lo dico frequentando abitualmente anche diverse lingue estere) anche i dialetti, così come le varie lingue minoritarie, comunitarie, possano avere piena dignità poetica: tant’è vero che ne avevo fatto una sorta di “koinè” nella quale tradurre immagini e stimoli provenientimi da ogni parte del mondo, avendo avuto la possibilità di viaggiare molto ed essendo in contatto ogni giorno con un’ampia geografia relazionale.
      Ciononostante, devo riconoscere che da quando ho intrapreso il viaggio rigeneratore e palingenetico nel progetto Noe, in effetti non sono più riuscito a comporre in dialetto: non escludo a priori di poterlo fare, poiché la mia capacità immaginifica e poietica mi giunge proprio dal mondo contadino materno, di cui quella lingua evidentemente era il veicolo espressivo, ma non riesco ancora (e non so se mai ci riuscirò) a svellerla da quella superficie materica veritativa, operazione necessaria per oltrepassare la crosta apparente del visibile.
      Chissà, forse un giorno riuscirò a convertire il frammento, la Poety kitchen nel mio dialetto: in fondo, come scrivevo prima, siamo un cantiere in perpetuo movimento.
      Concludo complimentandomi con Francesco Intini per il suo vecchio componimento: sicuramente siamo di fronte ad un altro tipo di scrittura, ma mi piace, come del resto prerogativa anche dell’Intini di oggi, mutatis mutandis, la sua capacità descrittiva ed analitica.

  11. raffaele ciccarone

    Set 38

    con le spalle rivolte
    alla Fontana di Trevi
    i poeti di Kitchen Poetry
    lanciano monetine nella fontana
    augurandosi un buon nuovo anno
    un drone Kitchen dall’alto
    scatta foto ricordo

  12. milaure colasson

  13. antonio sagredo

    Ricordo che Carmelo Bene prossimo alla sua fine terrestre tramite Goffredo Fofi fece pervenire (anno 2000) a Zanzotto il suo ” ‘l mal de’ fiori”.:.. tour de force tutto scritto in vari dialetti di alcune regioni italiane.
    Stimava moltissimo Zanzotto. Ma non ricordo la risposta del poeta, ma di certo fu positiva.
    Non ho vergosgna a confessare – come sempre ho fatto – l’invidia per i poeti capaci di scrivere in un dialettio. Confessione che feci due anni a Annamaria De Pietro quando mi venne a visistare nella mia campagna salentina, lei visionaria per eccellenmza scrisse in dialetto napoletano tardivamente dei versi sublimi in ” SI VUO’ ‘O CIARDINO ” .
    Anche Ennio Abate scrive in dialetto salernotano.

    Insomma mi inchino a questi poeti,, a tutti quelli che ne sono capaci, e non posso altrimenti, perciò non mi inchino affatto a me stesso!
    Ma poichè non posso dire come Zanzotto (riferisce Linguaglossa) che “il mio linguaggio poetico in lingua era fasullo ” – perchè non scrivendo in dialetto, posso dire di certo che “il mio linguaggio poetico in lingua.”.. non è affatto fasullo !
    as

  14. antonio sagredo

    Antonio Sagredo
    FRAG…MENTAZIONE

    Incontrai sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera… deforme
    di tutte le finzioni che sul selciato i passi dei monatti e i segni lasciavano
    interdetti i testimoni, e sui portoni il loro volto ornavano di ceppi e di capestri….
    i corpi decollati delle Erinni smarrivano i riti circoncisi su pagani altari fra Centauri e Giganti.

    *

    I cardini legnosi dei tre regni vomitavano ruggine urlando che era quello del Verbo,
    originario tradito dalla volgarità cristiana, il volto senza maschera di un sogno…
    il toscano Cordigliero, per inferni e paradisi creò la parola più sottile con la sua cetra
    maledetta e i crudeli battiti del sangue conteggiò per un viaggio al centro

    *

    oltretombale della teologia, e traguardi ignoti indicò nella geometria degli imbuti,
    e le sfere che celesti non so dire… dubitò del cosmo di Tolomeo e predisse
    la caduta nel regno di Como di tragiche figure e la sacralità dell’Erebo pagano,
    mollò dubbioso come Caronte i remi alle correnti poi che il traghettare anime buffe

    *
    o bizzarri corpi non seppe mai – si scocciò infine… Cerbero col veleno delle note
    crollò il Tempo Assoluto, schifò il trono Minosse, e Colui che si nasconde dalla Notte
    col belletto della ruggine… il grecoro si pinse il sogno d’una finzione… e il canto
    del cerchio terzo recitò: maledetto, consùmati la maschera – con le lacrime!

    Roma, 27-28 ottobre 2015

    *

    e ancora mi scrive…
    che quando Dante leggerà Shakespeare
    lo specchio mostrerà le sue ossa,
    che i poeti si premiano tra di loro
    come al trucco più bello,
    come tra puttane!

    (2006)
    *
    Ah, Dante, non avevi più urina e saliva, ma la tua lingua era ancora toscana,
    cordigliera e velenosa… perfino gli uccelli scansano questa croce! – gridò.

    Il cielo si scurì per neri ombrelli… tuniche codarde e orbite di livide veroniche
    oltraggiarono i tramonti – chiodato dai suoi miracoli l’Incarnato pulsava
    per un coito dismesso a malincuore – per un altro sesso, come un velo mestruato,
    depose il divino Verbo nel postribolo – fu l’inizio della nostra croce, e la sua gloria!

    *
    “Che fece me a me uscir di mente”
    (Dante)
    Giulio, io ti lascio al tuo nevicare,
    al tuo grondare di ricordi e di nostalgie,
    ma non una lacrima deve atterrire il tuo volto
    che già su due rive desolate hai sparso i tuoi occhi
    e una benevola sentenza avrai in dono:
    tu sarai più forte del tuo autoesilio e delle lontananze!

    *

    E il trionfo dei miei versi senili non vorrei passaporto universale per una immortalità come dantesco imbuto o filtro immagnifico per una beatitudine di ombre rivelate, tornasole a le parole di una soglia e al sacrificio di una cornice e… a un ritmo nuovo che poco mi sorregge –ora!
    E i musicali muscoli di una gola al più estremo grido e a la bocca un ovale tra disperate
    mani nordiche!

    (2014)

    *

    La corda e la trave smaniavano per un collo
    che non soffriva ancora – che ancora non si offriva!
    L’esilio dantesco come un deterrente sognava
    un requiem, un trionfo d’ossa, una fine comune.

    *

    Una nera carrozza notturna brillava di neri stivali,
    non più cortese si fermò sotto un fanale d’orange
    in Via della Mortalità dell’Arte:
    c’era posto soltanto per milioni di poeti…

    (2014)

    *
    Mi chiamarono: “Via Dante Accattone! sul Ponte delle Legioni –
    proprio a me che fui il loro liberatore, e ora sono soltanto un martire
    trascorso. Tutto il tuo volto, per intero è una Necropoli, come fosse
    uno stendardo da offrire agli altari del Dubbio e della Consolazione.

    (marzo 2020)

    • Ci hai messo un po’ a capire che la frammentazione aiuta a perdere lungaggini, e che non si tratta di riadattare quel che i tuoi poeti preferiti avevano già capito cent’anni fa. E che nella frammentazione le qualità di ogni singolo poeta restano invariate, nel bene come, è inevitabile, nel male. Buon 2022, Antonio.

    • milaure colasson

      complimenti ad Antonio Sagredo per questi suoi frammenti che registrano una rarefazione dell’io. Il primo frammento io lo vedrei senza il verbo (Incontrai) declinato alla prima persona. Lo riporto qui di seguito:

      sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera… deforme
      di tutte le finzioni che sul selciato i passi dei monatti e i segni lasciavano
      interdetti i testimoni, e sui portoni il loro volto ornavano di ceppi e di capestri….
      i corpi decollati delle Erinni smarrivano i riti circoncisi su pagani altari fra Centauri e Giganti.

  15. bisticci, ready language, kitsch language, sketch di languages, parodie di linguaggi un tempo melensi, parodie di linguaggi dismessi, follie, carambole, estravaganze, tic commisti ad esuberanze, insensatezze, grotesque, palinodie contro cacofonie, linguaggi cabriolet che caracollano senza senso alcuno sopra nessun binario, linguaggi da grocery store, linguaggi apriscatole del vuoto a perdere, esibizionismi da stampelliere disoccupato, istrionismi, narcisismi e vagologismi prodotti del vacuo e del vuoto…

    Ergo: poetry kitchen!

  16. EWA TAGHER

    Auguri di buon anno agli amici de L’Ombra con una poesia di Brodskij.

    “Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
    Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
    Venga l’inverno e copra tutto presto,
    le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
    Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
    finchè non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
    come il cane che sfugge al cieco e che traversa
    lungo le strisce pedonali. E’ libertà
    se scordi il patronimico del capo,
    se è dolce la tua bocca più della chalvà
    di Shiraz e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
    dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.”

  17. Massimo Recalcati: “A Cacciari e Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi”
    Il più noto psicanalista italiano: nella polemica sui vaccini hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. “Aggiungerei anche la miseria di certo giornalismo di destra…”

    Di Davide D’Alessandro
    02/01/2022 huffingtonpost

    È il più noto psicoanalista italiano, inutile girarci intorno. Chi lo adora, chi lo detesta. Il successo, diceva qualcuno, bisogna farselo perdonare e Massimo Recalcati non sembra affatto preoccupato del rumore di fondo che accompagna il suo cammino. Continua a studiare, a scrivere, a parlare. Gli ho chiesto, direbbe Lacan, di marcare l’inizio, di marcare quest’anno che si annuncia, come i precedenti, molto complesso. E sono tanti, forse troppi, ad affrontare la complessità con superficialità e insensatezza, a ridurla a mera contrapposizione di dati, mentre si muove altro dentro l’essere umano. Chiedo a lui, che ha percorso gli studi filosofici prima di approdare alla psicoanalisi, a lui che era stato costruito per una carriera filosofica prima di inciampare, prima di essere costretto a guardare dentro la propria sofferenza e a seguire un’altra strada, una lettura del presente e una parola per un futuro consapevole.

    Con quale spirito entri nel 2022? Come immagini sarà?

    “Una luce. Siamo stati al buio per troppo tempo. Adesso abbiamo bisogno di luce. Gli esseri umani sono fatti per nascere e non per morire, diceva Hannah Arendt. Noi siamo fatti per la luce e non per il buio. Eppure, sappiamo anche che il buio esiste e può cadere sulle nostre teste in ogni momento. In questi tempi così duri ho citato spesso Franco Basaglia. Diceva che la cura consiste nel riuscire a fare qualcosa del buio. Bene, io penso che noi abbiamo bisogno di vedere la luce nel buio. Mi auguro dunque più luce per l’anno che inizia”.

    La pandemia ha segnato profondamente gli ultimi due anni. Hanno parlato tutti, molto meno chi vede i pazienti quotidianamente. Non pensi che sia mancata la parola della psicoanalisi? Quale può essere la sua parola su questa tragedia epocale?

    “Io ho parlato. Non ho disdegnato né di parlare pubblicamente, né di scrivere su quanto ci è accaduto. Non è un compito della psicoanalisi quello di provare a dire qualcosa di ciò che lascia senza parole? D’altronde, non è proprio vero che gli psicoanalisti in generale non abbiano preso la parola. I collegamenti da remoto imposti dalla pandemia ci hanno riunito da Londra a Buenos Aires, da Barcellona a Città del Messico, da Roma ad Atene, per parlare di ciò che stava avvenendo. Due i grandi temi: come rispondere al trauma quando esso è collettivo, quando travolge intere popolazioni? Che contributo ha potuto dare e può dare la psicoanalisi? Come si è poi modificata la nostra pratica? Che cosa cambia nello svolgere una seduta da remoto rispetto all’incontro in presenza? Si tratta solo di un’emergenza o di un’emergenza che ha reso più elastico il nostro setting? Ci sono state anche numerose iniziative cliniche nella città per mettere la psicoanalisi a disposizione di chi ha sofferto di più la pandemia. Penso al personale sanitario all’inizio della pandemia. Ma penso anche ai lutti rimasti sospesi e poi ai sintomi che hanno avuto in questi due anni un’amplificazione evidente: depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni, dipendenze. Per non parlare dei giovani. Insomma, non condivido il quadro che tu rappresenti, anche se esiste nella psicoanalisi una tendenza a isolarsi dal mondo, dalla vita della polis. È del resto una tendenza che ho contrastato sin da giovane”.

    Attraverso alcuni libri continui il confronto con il testo biblico. Guardi a quelle pagine come rifugio, come speranza o come insegnamento perenne?

    “Chi conosce, anche superficialmente, il testo biblico sa che in primo piano non c’è l’esperienza del rifugio, ma quella dell’esodo, del deserto, dell’erranza, della spada che separa. Io non sono un biblista ma un semplice lettore della Bibbia; però, sono anche uno psicoanalista e i grandi temi che attraversano la Bibbia sono gli stessi che attraversano la psicoanalisi: il rapporto tra le generazioni, la fratellanza, l’odio e l’invidia, l’idolatria, il narcisismo, il senso dell’esistenza, la sofferenza, il rapporto tra Legge e desiderio, la vacuità dell’essere, la libertà, la vita e la morte. Dunque, io non pretendo in nessun modo di psicoanalizzare il testo biblico, ma ritrovo in quel testo le radici stesse della psicoanalisi. L’ebreo Freud e il cattolico Lacan, quanto meno nella sua formazione giovanile, sono stati del resto lettori molto appassionati della Bibbia”.

    Sei stato giustamente critico con le posizioni assunte sulla pandemia da alcuni intellettuali. Perché è così difficile comprendere la strada giusta da seguire?

    “La filosofia può rendere ciechi. Pensa a come Heidegger ha letto l’avvento terrificante del nazismo. Perché ha potuto commettere un errore simile? Perché la filosofia rischia sempre di cadere nell’ideologia, se per ideologia intendiamo, come ricorda Arendt, far prevalere l’Idea sulla realtà. È quello che è accaduto a Heidegger: l’idea del destino nichilistico dell’Occidente, della storia come oblio dell’essere, ha voluto vedere nel nazismo una possibilità di ritornare a pensare gli dei, la verità come aletheia, la resistenza di fronte al narcisismo umanistico dell’Occidente. Un delirio ideologico. Lo stesso che ha accecato pensatori di grande spessore, come Agamben e Cacciari. Con il riferimento ideologico alla biopolitica, al biopotere, allo stato di eccezione, eccetera, hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. A questo aggiungerei, se mi permetti, una dose non irrilevante di vanità. Chi ha contatto quotidiano con la sofferenza sa che ci sono momenti in cui la parola deve poter subordinarsi alle ragioni della scienza medica. Nessuno, tra coloro che si sono sottoposti a interventi chirurgici importanti, ha mai questionato sulla ratio dell’intervento che ha dovuto subire. Ci siamo affidati al discorso medico come ci affidiamo ai piloti quando saliamo su un aereo. Aggiungerei anche la miseria di un certo giornalismo, soprattutto di destra, che ha cavalcato questa crisi in modo indegno perseguendo un mero obiettivo di visibilità. È lo stesso che abbiamo visto nei talk show, dove la presenza proliferante dei no vax è servita a mantenere l’audience. Che pena!”.

    Come ti sono parse le parole e le azioni della politica?

    “Penso che la politica sia stata travolta da quanto accaduto. Non poteva essere altrimenti. I commentatori twitter del nostro tempo hanno dato fiato ancora una volta all’antipolitica, mantenendosi nella posizione innocente dell’anima bella che giudica senza mai interrogare la propria responsabilità. In senso stretto, una svolta importante credo sia stata quella del governo Draghi, non solo dal punto di vista della sua efficacia operativa. Si trattava di restituire dignità alle istituzioni, travolte, prima che dal covid, da anni di qualunquismo antipolitico e di cultura populista. Il grillismo non poteva salvarci da questa crisi che esigeva innanzitutto un recupero del valore delle istituzioni, che esso ha contribuito più di ogni altro movimento a denigrare pesantemente. È stata la cultura che ha preceduto il Covid: da una parte la purezza del popolo, della vita, dall’altra il marcio e la corruzione delle istituzioni. Il populismo ha contrapposto, in modo ideologico, la vita alle istituzioni, come se fossero il bene e il male. La crisi legata alla pandemia ci ha invece insegnato che senza le istituzioni, penso anche all’istituzione della famiglia e a quella ospedaliera, non solo a quelle governative, le nostre vite sarebbero finite malissimo. La politica ha oggi il compito primario di recuperare la dignità delle istituzioni, di mostrare che le istituzioni non sono la faccia sporca della vita, ma il suo fondamento”.

  18. antonio sagredo

    Auguri di buon anno agli amici de L’Ombra con una poesia di Sagredo
    ——————————————————————————————-
    PERDONATEMI UN RINASCIMENTO

    ——————————————————————————
    Dovrei, forse, rivedere i miei tormenti e i miei sinistri umori
    e l’aspra farsa che ha per credo una seria lacrima, e di legno
    il mio sangue destro che celebra la metastasi dell’ignominia,
    e la maschera che in falsetto mi vive, e mi rintrona: Fatina, Fatina!

    Non avevo quel giorno dell’Apocalisse l’alibi di un sintomo diacronico,
    non conoscevo le epoche, il cervello di bronzo e i capelli di stoppa,
    ma sparse le tue dita si rizzavano come palizzate contro i massicci indiani,
    perché dai disastri non fosse erosa la carne dei tuoi fianchi.

    Le strade come ventriloqui simulavano le mie voci recitando il cantare,
    per incidere le tue voglie coi denti di una bandiera bianca
    e rossa la vela sul rogo di lui che si dimenava come il randello di un Arlecchino,
    e io ti supplicavo, io, dal Golgotha!, come il poeta: fammi entrare, Maria !

    Mi ritornava cristallina l’infanzia come una purissima condanna… di neve
    la via consolare era battuta dai mosti, e torturata dai traini Leuconia –
    il bacchino malato dalla contrada dei Cappuccini vomitava dagli altari
    alle arcate la mia gola per celebrare il Canto dell’Alcool sulle piazze.

    E me ne andai… lacrimavo trucioli e chiodi, dinoccolato il cammino
    di legno, le morse serravano gli snodi, il lento sale e la mia carne
    di tufo… contorta, deformata dal panico e dal vuoto: Ora, basta!
    Non sono rientrato nella creazione per essere, di nuovo, carne recidiva!

    Antonio Sagredo
    2011
    (ora terza del nuovo giorno)

  19. Alfonso Cataldi

    Reven è atterrata in una bolla di fieno e fiori profumati.
    Scava il primo tunnel

    all’uscita sorprende le velleità preindustriali della ruota.
    “Cosa avrò sbagliato nella vita?”

    Esterrefatta, Francesca separa i bianchi dai capi colorati.

    “Non cadrà più la neve sulle agenzie immobiliari di nuova apertura”
    si sbilancia il guardiano all’ingresso della città

    che alza e abbassa la sbarra
    su nessuno che entra e nessuno che esce.

    Il massaggiatore spunta nei sottotetti esistenziali
    porta con sé il lettino a valigia sempre carico

    I residenti attendono la meraviglia della resa
    della cecità che prepara il riscatto.

    31/12/2021

  20. gino rago

    Giorgio Linguaglossa scrive:
    «Nella poesia kitchen è del tutto assente la funzione provocatoria, proprietà tipica delle avanguardie novecentesche.
    Oggi la poesia ha cessato di essere provocazione, il reale è diventato già di per sé una provocazione che non richiede l’ausilio di altre strutture provocatorie.
    Oggi il coraggio della poiesis sta proprio nel non voler apparire provocatoria».
    In totale accordo con questo pensiero di Giorgio Linguaglossa, individuo nella parola «Provocazione» la parola-chiave di questa pagina de L’Ombra delle Parole. Vorrei su questa parola-chiave soffermarmi, con un occhio aperto verso la Treccani.

    Provocazione (pro-vo-ca-zió-ne)

    SIGNIFICATO Condotta volta a suscitare una reazione, in particolare violenta, di desiderio sessuale o di stimolo intellettuale

    ETIMOLOGIA dal latino: provocatio, derivato di provocare, composto di pro fuori, avanti e voco chiamare.

    Una parola di uso comune e problematico. I problemi nel suo impiego non sorgono quando si parli di provocazioni che scatenano una rissa o di provocazioni sessuali; certo sono atti che hanno i loro profili di problematicità, ma la parola non ne ha colpa. È invece il significato di provocazione come stimolo intellettuale che si presta ad essere pervertito.

    Pensiamo al salotto (specie televisivo, o a quello virtuale di un forum), in cui qualcuno la spara grossa, suscitando reazioni forti e magari poco compassate, e poi corregge il tiro dicendo che «era una provocazione». La provocazione intellettuale gode di una presunzione di perspicacia, di finezza mentale che così si cerca di estendere ex post ad un atto che intelligente e fine magari non è; c’è sempre il modo di esprimere il proprio pensiero in maniera posata ed efficace senza scatenare l’aggressività di chi partecipa alla discussione, e il tirare in ballo il fine provocatorio spesso non è che un alibi rispetto ad un’azione scorretta, non ponderata. Alibi sciocco, a ben vedere, perché dopo aver pronunciato un’offesa ci si dovrebbe scusare, non dire «l’ho fatto apposta», significato implicito nel dire «era una provocazione».

    Si badi bene, il provocatorio in sé non è qualcosa di sbagliato: molte posizioni interessanti sono provocatorie e in grado in effetti di aprire dibattiti; ma questa parola provocazione non va confusa con una formula universale di assoluzione e/o “intelligentificazione” per ciò che è uscito senza filtri dalla bocca non connessa o mal connessa al cervello. Questo uso comunissimo è completamente alieno, ad esempio, alla tesi provocatoria di un capitolo di un saggio, che vuole sì provocare ma con l’intento di mettere in luce le incoerenze di una teoria.

  21. https://www.repubblica.it/cultura/2022/01/03/news/e_morto_gianni_celati_aveva_84_anni-332496415/

    È morto Gianni Celati
    di Franco Marcoaldi

    C’è qualcosa di terribilmente struggente nella morte di Gianni Celati, avvenuta la scorsa notte a Brighton, in Inghilterra. Perché ora che il suo cerchio vitale si è chiuso, a 84 anni, l’impressione è che immaginazione e realtà, scrittura e vita, si siano sovrapposte tra loro in un travaso reciproco e continuo. Baudelaire parlava di correspondances, alludendo a quella rete misteriosa di concordanze, analogie, coincidenze che percorrono segretamente le vicende di ciascuno: un’intuizione che sembra attagliarsi perfettamente all’esistenza di Celati.

    La tesi di laurea l’aveva fatta su Joyce, e quarant’anni dopo proprio all’autore irlandese sarebbe tornato per l’ultimo suo grande lavoro: la traduzione dell’Ulisse, un’immane fatica che avrebbe compromesso il suo stato di salute. Il folgorante esordio è del 1971, con Comiche, un libro che prende spunto dagli appunti tenuti da un vecchio paziente del manicomio di Pesaro. E guarda caso, con “i matti” Gianni avrà sempre un rapporto privilegiato: “in effetto mi trovo più a disagio con i sani di mente”, mi disse una volta.

    I termini irregolare, eterodosso, appartato – spesso utilizzati a sproposito per definire artisti e scrittori che si atteggiano a drop-out – si sposano benissimo invece con l’avventura di Celati, la cui parabola esistenziale e artistica è stata sempre raminga, all’insegna del nomadismo e dell’inquietudine. Basta rileggere la breve e stravagante nota autobiografica scritta per Conversazioni del vento volatore (Quodlibet).

    Spizzico qua e là: nato nel ’37 a Sondrio, il futuro scrittore fa il liceo a Bologna, poi ha “il raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona – Italo Calvino propone di farne un libro – Passa il tempo succedono delle cose”. Va in Tunisia per imparare l’arabo, ottiene una borsa di studio a Londra (dove, tra l’altro, si mette a tradurre La botte di Swift), passa due anni alla Cornell University, “conosce un certo Sironi che lo mette a scrivere film falliti in partenza”. Poi è di nuovo a Bologna, dove insegna all’università (“I presidi!!!Roba da matti”), e anche da lì “Fuga – Si trasferisce in Normandia – Con amici vari trovati per strada inventa Il Semplice, Almanacco delle prose – Contenti tutti – Passa il tempo – Trasferimento in Inghilterra – Libri – Fa anche documentari (…) Africa, la sua patria, come Ferrara – Un anno a Berlino senza far niente – L’Italia invivibile – È andata così – Dal 1990 vive a Brighton, Inghilterra, con sua moglie”.

    Alla fine di questo ininterrotto andirivieni, che lo ha visto chiamarsi progressivamente fuori dai giochi, Celati ci ha lasciato un tesoro – alcuni dei libri più belli di narrativa e saggistica degli ultimi decenni: Comiche, Parlamenti buffi, Finzioni occidentali, Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze, Verso la foce. Ma, se possibile, prima ancora ci ha lasciato un luminoso esempio di vita. La letteratura è una cosa seria, e dunque lo scrittore non può assistere impotente alla sua penosa deriva: perché a giudizio di Celati è in atto un’involuzione drammatica, che premia soltanto il narcisismo solipsistico degli autori, il loro agonismo intellettuale, un ridicolo e febbrile attaccamento all’attualità. Tutto questo a detrimento dell’immaginazione, dello scatenamento fantastico, “dell’interiorità come patria ultima dell’uomo”.

    Gli effetti sulle persone comuni, su noi tutti, sono catastrofici: perché così si spegne l’istinto narrativo di ciascuno; perché “il lettore moderno tende a sopportare sempre meno le parole, e sempre più aspira al nudo ‘significato’ dei fatti, da leggere alla svelta”; perché la forbice tra linguaggio ed esperienza reale si allarga a dismisura.

    Celati ha combattuto a lungo, per come ha potuto, contro tale deriva. Lo ha fatto cercando di tornare alle origini della nostra tradizione, dal Novellino a Teofilo Folengo, recuperando così il fiorire della pura narrazione, la gioia della sonorità delle parole, la pazzia della voce e del dire. Ma lui per primo sapeva, come mi disse in un’intervista, “che il nostro non è un tempo predisposto alla fantasticheria, alla fola, all’immaginazione, che difatti è stata smontata, disfatta, distrutta. Anche e soprattutto dalla letteratura che ci circonda”. Allora, testardamente, ha sperimentato strade tutte sue, destinate per lo più alla sconfitta. Come quando ha cercato di eludere l’agone da sovraffollamento delle librerie proponendo all’editore di distribuire lui, in prima persona, e gratis, un suo volume di sonetti. “Ma mi sono reso conto che la cosa non funzionava. Perché nel momento in cui regali un libro, è come se quel libro perdesse valore. Soltanto uno su mille, capisce il significato del dono”.

    Quel gesto fuori dal tempo e da ogni logica ordinaria, era comunque coerente per chi, come lui, non si è mai considerato uno scrittore professionista, in carriera. Celati infatti ha sempre pensato alla scrittura come a un atto gratuito: “si scrive per passare le serate, per coltivare l’interiorità, perché la gratuità è fonte di contentezza. Invece ora pare che si scriva soltanto per fare colpo sul pubblico, per vendere copie, avvinghiati ai fatti e all’attualità, perdendo così completamente la dimensione avventurosa della scrittura, la sua potenza immaginativa. In fondo, scrivere racconti, favole, novelle, sonetti, è come spedire delle lettere. Anche se mi rendo conto che non è più tanto chiaro a chi queste lettere sono indirizzate”.

    • “non si è mai considerato uno scrittore professionista”.
      Condivido appieno questo atteggiamento. Scrivere poesia è uno sport adatto a tutte le menti, ma si sa che i poeti sono pochi… Non bastasse, devono vedersela con gli “scrittori di poesia”, e questi la sanno lunga. Il tempo, il tempo è quel che manca.

  22. Guido Galdini

    Segno dei tempi è che sul sito del Corrierre della sera non c’è questa notizia. Su quello di Repubblica è nascosta in un angolino in basso a destra, quasi per non sporcare.

  23. antonio sagredo

    Dal “Corriere della Sera” e dalla “Repubblica” non c’è da tempo che aspettarsi fandonie culturali, Non mi meraviglia che la morte di questo genaile scrittore sia messa nell’estrema periferia di giornali “venduti”, per ultimo “La Repubblica” non vale nulla, comonciando dal suo direttucolo!
    —————————————————
    Le “Comiche” del 1971( di cui posseggo due esemplari) mi presero in quell’anno per la gola fintanto fui esausto da numerose e ripetute letture e lasciai che lavorassero dentro di me …. e questa comicità raffinatissima mi è restata fissata nella mia carne! Specie nelle prose, e talvolta nei mie versi.
    ——————————————-
    Proprio l’altra notte in un delirio leucano mi ripassavo chi fossero stati i poeti e gli scrittori che mi hanno donato il loro ingegno (restando a quelli del ‘900), e stabilivo, non gerarchie, ma un ordine affettivo… e l’amore che ho sempre avuto per gli irregolari mi ha confortato… Celati veniva , p.e. ,dopo Ceronetti e Zanzotto e poi altri, ma pochissimi.
    E ora che se ne è andaro anche lui non ci resta che creare le nostre piccole “comiche”, almeno la mia è già da tempo in atto.
    as

  24. milaure colasson

    Anche Kafka era irregolare. Tra gli irregolari si sta meglio, purché non siano degli psicopatici.
    Attualmente in giro ci sono così tanti auto poeti che si sentono dentro la storia letteraria che fanno venire da ridere!

  25. antonio sagredo

    e avete ragione! –
    “tanti” è dire poco –
    ————————————————————————————-
    … un tempo pensavo,
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.

    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    camminano i poeti a lungo incalliti dal vagabondare,
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

    Majakovskij da “La nuvola in calzoni”
    (trad. di AMR)

  26. vincenzo petronelli

    Vorrei chiudere i miei interventi odierni, inerenti quest’articolo di alcuni giorni fa, con una riflessione che si ricollega direttamente al riferimento di partenza dell’articolo stesso e cioè l’intervista a Berardinelli, sulla quale mi sono già soffermato per altri versi alcuni giorni fa e che presenta diversi spunti interessanti.
    Personalmente dissento solo su un passaggio, ma lo evidenzio non tanto per sottolineare il mio disaccordo (in fondo penso che interessi relativamente) ma semplicemente perché ne è scaturita una constatazione che si riallaccia al progetto Noe. Mi riferisco all’affermazione in cui Berardinelli critica Eco, tacciandolo di opportunismo intellettuale per il fatto di aver furbescamente e snobisticamente riscoperto la popular culture (uso volutamente il termine inglese poiché nel vocabolario delle scienze sociali c’è una sfumatura attribuita peculiarmente ad esso, che è l’accezione di “cultura di massa”, laddove intesa in italiano questa locuzione lascia pensare in prima battuta al nesso classico di cultura popolare in senso antropologico).
    Non riesco a vedere in quest’operazione alcuna mistificazione intellettuale (poi naturalmente dipende sempre dall’onestà con cui si approccia qualsiasi percorso culturale) poiché ho sempre amato la commistione di “alto” e “basso”: credo che l’intersezione, il sincretismo dei linguaggi produca sempre risultati mirabili, poiché non esiste mai un’unica visione del mondo, ma tutte partecipano del nostro cosmo. Semmai si tratta di distinguere gli elementi dignitosi all’interno della produzione di massa, ma ho potuto verificare, essendomene interessato professionalmente soprattutto in ambito musicale, che c’è stata tanta creazione culturale ed artistica valida anche nella produzione pop.
    Antropologicamente inoltre, qualsiasi “prodotto” culturale costituisce una testimonianza, una documenatazione di un’epoca e di contesto socio-culturale, anche indipendentemente dal livello intrinseco del livello qualitativo; e noi della Noe ne siamo in qualche modo una dimostrazione, dato che la nostra ricerca si muove proprio tra gli anfratti, i brandelli, le discariche del tempo, nello sforzo di ricreare le tessere del mosaico.
    Credo dunque che, in particolare il concetto di Poetry kitchen abbia una startificazione “pop”.
    Buona serata amici.

  27. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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