Charles Simic, Poesie, Il mondo non finisce, The world doesn’t end, La storia è un libro di ricette, I dittatori sono i cuochi. I filosofi quelli che scrivono il menu. I preti sono i camerieri. I militari i buttafuori. Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina, traduzione, Intervista e una glossa a cura di Giorgio Linguaglossa, La macchia di Marie Laure Colasson, acrilico su legno 30×30 cm. 2020

Marie Laure Colasson Struttura ignea 30x30 2021Marie Laure Colasson, Macchia, 30×30 cm acrilico, 2020

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La macchia è la «materia-immagine» della disintegrazione, l’idea della de-figurazione stessa del soggetto e dell’oggetto nel testo, tanto che a realizzare opere di de-figurazione attraverso una lingua-corpo è stato anche il già Antonin Artaud, in testi e disegni dove la de-figurazione non è una banale lacerazione sanguinante né un puro e semplice annientamento della figura. Al contrario, essa è la forza di destabilizzazione che intacca la figura, la forza che mette la figura in movimento e le imprime una rotazione vertiginosa, un ilinx, che è la risposta alla percezione che vede germinare sciami di corpuscoli e striature laddove dovrebbe esistere un solo volto, una sola riconoscibile figura. Ci sono in atto delle forze, invisibili alla percezione quotidiana, che minano alle fondamenta la figuralità della immagine e la distorcono in macchia abnorme. Si tratta delle forze storiche della de-figurazione che agiscono nel profondo dell’inconscio del capitalismo cognitivo e dell’inconscio di ogni individuo, esse sono in azione da un bel pezzo, sono le forze della de-valorizzazione e della de-figurazione.

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«La storia è un libro di ricette. I dittatori sono i cuochi.
I filosofi quelli che scrivono il menu.
I preti sono i camerieri. I militari i buttafuori.
Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina»
(Charles Simic)

Charles Simic

The world doesn’t end (Il mondo non finisce)

Part I

We were so poor I had to take the place of the bait in the mousetrap. All alone in the cellar, I could hear them pacing upstairs, tossing and turning in their beds. “These are dark and evil days,” the mouse told me as he nibbled my ear. Years passed. My mother wore a cat-fur collar which she stroked until its sparks lit up the cellar.

*

The flies in the Arctic Circle all come from my sleepless nights. This is how they travel: The wind takes them from butcher to butcher; then the cows’ tails get busy at milking time.

At night in the northern woods they listen to the moose, the lion…  The summer there is so brief, they barely have time to count their legs.

“Brave as a postage stamp crossing the ocean,” they drone and sigh, and already it’s time to make snowballs, the little gray ones with stones in them.

Parte I

Eravamo così poveri che ho dovuto prendere il posto dell’esca nella trappola per topi. Tutto solo in cantina, li sentivo camminare su e giù per le scale, rigirandosi e rigirandosi nei loro letti. “Questi sono giorni bui e malvagi”, mi disse il topo mentre mi mordicchiava l’orecchio. Passarono gli anni. Mia madre portava un collare di pelliccia di gatto che accarezzava finché le sue scintille non illuminavano la cantina.

*

Le mosche nel Circolo Polare Artico provengono tutte dalle mie notti insonni. Ecco come viaggiano: il vento li porta da macellaio in macellaio; poi le code delle mucche si danno da fare al momento della mungitura.

Di notte nei boschi del nord ascoltano l’alce, il leone… Lì l’estate è così breve che hanno appena il tempo di contare le gambe.

“Coraggioso come un francobollo che attraversa l’oceano”, borbottano e sospirano, ed è già ora di fare le palle di neve, quelle piccole grigie con i sassi dentro.

Part II

A poem about sitting on a New York rooftop on a chill autumn evening, drinking red wine, surrounded by tall buildings, the little kids running dangerously to the edge, the beautiful girl everyone’s secretly in love with sitting by herself. She will die young but we don’t know that yet. She has a hole in her black stocking, big toe showing, toe painted red…And the skyscrapers… in the failing light… like new Chaldeans, pythonesses, Cassandras…because of their many blind windows.

*

Dear Friedrich, the world’s still false, cruel and beautiful…

Earlier tonight, I watched the Chinese laundryman, who doesn’t read or write our language, turn the pages of a book left behind by a costumer in a hurry. That made me happy. I wanted it to be a dreambook, or a volume of foolishly sentimental verses, but I didn’t look closely.

It’s almost midnight now, and his light is still on. He has a daughter who brings him dinner, who wears short skirts and walk with long strides. She’s late, very late, so he has stopped ironing and watches the street.

If not for the two of us, there’d be only spiders hanging their webs between the street lights and the dark trees.

*

The dead man steps down from the scaffold. He holds his bloody head under his arm.

The apple trees are in flower. He’s making his way to the village tavern with everybody watching. There, he takes a seat at one of the tables and orders two beers, one for him and one for his head. My mother wipes her hands on her apron and serves him.

It’s so quiet in the world. One can hear the old river, which in its confusion forgets and flows backwards.

*

My guardian angel is afraid of the dark. He pretends he’s not, sends me ahead, tells me he’ll be along in a moment. Pretty soon I can’t see a thing. “This must be the darkest corner of heaven,’ someone whispers behind my back. It turns out her guardian angel is missing too. “It’s an outrage,” I tell her. “The dirty little cowards leaving us alone,” she whispers. And of course, for all we know, I might be a hundred years old already, and she’s just a sleepy little girl with glasses.

*

Once I knew, then I forgot. It was as if I had fallen asleep in a field only to discover at waking that a grove of trees had grown up around me.

“Doubt nothing, believe everything,” was my friends idea of metaphysics, although his brother ran away with his wife. He still bought her a rose every day, sat in the empty house for the next twenty years talking to her about the weather.

I was already dozing off in the shade, dreaming that the rustling trees were my many selves explaining themselves all at the same time so that I could not make out a single word. My life was a beautiful mystery on the verge of understanding, always on the verge! Think of it!

My friend’s empty house with every one of its windows lit. The dark trees multiplying all around it.

Parte II

Una poesia circa il sedersi su un tetto di New York in una fredda sera d’autunno, mentre beviamo vino rosso, circondato da edifici alti, i bambini che corrono pericolosamente al limite, la bella ragazza di cui tutti sono segretamente innamorati seduti da sola. Morirà giovane, ma non lo sappiamo ancora. Ha un buco nella calza nera, l’alluce in vista, la punta dipinta di rosso… E i grattacieli… nella luce fioca… come nuovi caldei, pitone, cassandre… a causa delle loro numerose finestre cieche.

*

Caro Friedrich, il mondo è ancora falso, crudele e bello…

Stanotte ho visto il lavandaio cinese, che non legge né scrive la nostra lingua, girare le pagine di un libro lasciato da un cliente in fretta e furia. Questo mi ha reso felice. Volevo che fosse un libro dei sogni, o un volume di versi stupidamente sentimentali, ma non ho guardato da vicino.

È quasi mezzanotte ormai e la sua luce è ancora accesa. Ha una figlia che gli porta la cena, che indossa gonne corte e cammina a grandi falcate. È in ritardo, molto in ritardo, quindi ha smesso di stirare e guarda la strada.

Se non fosse per noi due, ci sarebbero solo ragni che appendono le loro tele tra i lampioni e gli alberi scuri.

*

Il morto scende dal patibolo. Tiene la testa insanguinata sotto il braccio.

I meli sono in fiore. Si sta dirigendo verso la taverna del villaggio con tutti a guardare. Lì si siede a uno dei tavoli e ordina due birre, una per lui e una per la testa. Mia madre si asciuga le mani sul grembiule e lo serve.
È così tranquillo nel mondo. Si può sentire il vecchio fiume che nella sua confusione dimentica e scorre all’indietro.

*

Il mio angelo custode ha paura del buio. Fa finta di no, mi manda avanti, mi dice che arriverà tra un momento. Ben presto non riesco a vedere nulla. “Questo deve essere l’angolo più buio del paradiso”, sussurra qualcuno alle mie spalle. Si scopre che anche il suo angelo custode è scomparso. “È un oltraggio”, le dico. “I piccoli sporchi codardi che ci lasciano soli”, sussurra. E ovviamente, per quanto ne sappiamo, potrei avere già cent’anni, e lei è solo una bambina assonnata con gli occhiali.

*

Una volta che lo sapevo, poi l’ho dimenticato. Era come se mi fossi addormentato in un campo solo per scoprire al risveglio che un boschetto di alberi era cresciuto intorno a me.

“Non dubitare, credi a tutto”, era l’idea della metafisica dei miei amici, anche se suo fratello era scappato con sua moglie. Le comprava ancora una rosa ogni giorno, rimase seduto nella casa vuota per i successivi vent’anni a parlarle del tempo.

Stavo già sonnecchiando all’ombra, sognando che gli alberi fruscianti erano i miei tanti io che si spiegavano tutti insieme in modo da non riuscire a distinguere una sola parola. La mia vita era un bellissimo mistero sul punto di capire, sempre sull’orlo! Pensaci!

La casa vuota del mio amico con tutte le finestre illuminate. Gli alberi scuri che si moltiplicano tutt’intorno.

Part III

The time of minor poets is coming. Good-by Whitman, Dickinson, Frost. Welcome you whose fame will never reach beyond your closest family, and perhaps one or two good friends gathered after dinner over a jug of fierce red wine… while the children are falling asleep and complaining about the noise you’re making as you rummage through the closets for your old poems, afraid your wife might’ve thrown them out with last spring’s cleaning.

It’s snowing, says someone who has peeked into the dark night, and then he, too, turns toward you as you prepare yourself to read, in a manner somewhat theatrical and with a face turning red, the long rambling love poem whose final stanza (unknown to you) is hopelessly missing.

After Aleksandar Ristović

O the great God of Theory, he’s just a pencil stub, a chewed stub with a worn eraser at the end of a huge scribble.

Parte III

Il tempo dei poeti minori sta arrivando. Arrivederci Whitman, Dickinson, Frost. Ti diamo il benvenuto la cui fama non andrà mai oltre la tua famiglia più vicina, e forse uno o due buoni amici si sono riuniti dopo cena davanti a una brocca di vino rosso feroce… mentre i bambini si addormentano e si lamentano del rumore che fai mentre frughi nel armadi per le tue vecchie poesie, temendo che tua moglie possa averle buttate via con le pulizie della scorsa primavera.

Nevica, dice qualcuno che ha sbirciato nella notte oscura, e poi anche lui si volta verso di te mentre ti prepari a leggere, in maniera un po’ teatrale e con il viso che diventa rosso, la lunga e sconclusionata poesia d’amore la cui strofa finale (a te sconosciuto) manca irrimediabilmente.

Dopo Aleksandar Ristović

O il grande Dio della teoria, è solo un mozzicone di matita, un mozzicone masticato con una gomma consumata alla fine di un enorme scarabocchio.

Aforismi

da Il mostro ama il suo labirinto, Monster Loves His Labyrinth 2008

Dove il conformismo è considerato un ideale, la poesia non è la benvenuta.

Faccio parte di quella minoranza che si rifiuta di far parte di qualsiasi minoranza ufficialmente definita.

Gli orrori del nostro tempo ci faranno provare nostalgia di quelli del passato. Non credo in Dio, però evito di aprire l’ombrello in casa.

I nostri ricchi sono più bravi a rubare dei nostri ladri comuni.

Il miglior argomento a favore del vino, del tabacco, del sesso e dei discorsi a vanvera consiste nel fatto che ogni maggioranza cosiddetta morale li condanna.

Il nazionalismo è amore per l’odore della nostra merda collettiva.

Il poeta vede quello che il filosofo pensa.

L’ambizione segreta di ogni opera letteraria è quella di obbligare dèi e diavoli ad accorgersi di lei.

L’utopia: una sostanziosa torta al cioccolato protetta dalle mosche sotto una campana di vetro.

La bellezza di un attimo fuggente è eterna.

La gentilezza di un essere umano verso un altro in tempi di odio e violenza di massa merita maggior rispetto delle prediche di tutte le chiese dall’inizio del tempo.

La stupidità sta conoscendo un revival nazionale. Basta accendere la TV per vedere il suo largo bonario sorriso.

Le fotografie ci mostrano quello che non abbiamo le parole per dire.

Notte d’autunno fredda e ventosa. Sull’angolo, una barbona parla con Dio; lui, come al solito, non ha niente da dire.

Qualunque cosa è uno specchio, a guardarla abbastanza a lungo.

Qualunque ideologia o fede che non sia insaporita dall’odio non ha alcuna possibilità di successo popolare. Per essere veri credenti bisogna essere campioni d’odio.

Reading di poesia. I quattro poeti continuarono a urlare per tutta la sera: «Il mio dolore è più grande del tuo».

Tra la verità che si sente dire e la verità che si vede, preferisco la verità silenziosa di ciò che viene visto

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Charles Simic è nato a Belgrado nel 1938. Nel 1990 è stato insignito del premio Nobel. Dal 1953 risiede negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura inglese all’università del New Hampshire. Nel 1967 è apparsa la sua prima raccolta di poesie, What the Grass Says. Da allora ha pubblicato un cospicuo numero di opere fra cui ricordiamo Prose Poems (1990), che gli è valso il Premio Pulitzer, e Jackstraws (1999), insignito dal «New York Times» del titolo di «Notable Book of the Year». Ha tradotto in inglese poeti serbi, croati, macedoni, sloveni, francesi.

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In una intervista Simic dichiara:

“A pagina uno del mio libro dei sogni/ è sempre sera/ in un paese occupato./ L’ora prima del coprifuoco./ Una cittadina di provincia./ Le case tutte al buio./ I negozi sventrati”. Ricordi certo non nostalgici. Quando aveva tre anni giocava alla guerra come tutti i ragazzini quando all’improvviso fu sbalzato da una bomba tedesca; “Le mie agenzie di viaggio sono state Hitler e Stalin” ha dichiarato, caustico, parlando del suo arrivo in America. “I tedeschi e gli alleati mi bombardavano a turno, mentre giocavo, sul pavimento della mia stanza, con la mia collezione di soldatini”. Un’immagine che è finita in una sua poesia: “Giocavamo alla guerra durante la guerra,/ Margaret. I soldatini erano molto richiesti,/il tipo in terracotta./ Quelli di piombo finivano sciolti a far pallottole,/ immagino”. Humor balcanico?

Domanda:

A proposito della lingua serba, lei spesso racconta un aneddoto divertente e surreale. Di quando, con suo zio Boris, mentre discutevate animatamente in un bar americano, una signora si è avvicinata per chiedere in che lingua parlavate. E voi…

Risposta:

“Noi abbiamo risposto che eravamo gli unici due superstiti di una tribù di africani bianchi, che parlava una lingua ormai estinta. Ci ha creduto. Gli americani del resto hanno un’idea molto vaga della geografia mondiale, nonché della storia, quindi sono sempre tentato di prenderli in giro. Una volta – ero su un treno che attraversava l’Ohio – ho raccontato a una giovane donna che ero un principe russo in esilio, e le ho descritto, minuziosamente, tutti i palazzi che possedeva un tempo la mia famiglia. Lei era incantata”.

charles simic photo

il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.
(Vincenzo Vitiello)

Glossa di Giorgio Linguaglossa

Non sorprende che Charles Simic, poeta intellettualissimo ma che ama presentarsi al pubblico come illetterato, se non trasandato, abbia sostenuto che «il vero poeta è specializzato in una sorta di metafisica della camera da letto e della cucina» e che il poeta è «il mistico della padella e dei piedi rosa del [suo] amore». Il suo gusto per i dettagli è legato all’apprezzamento per la semplicità e la brevità della poesia che non deve mai superare per lunghezza una pagina e non più di sedici versi. «I musicisti blues sanno che poche note giustamente posizionate toccano l’anima, e anche i poeti lirici». Simic, da poeta post-lirico, si è espresso anche mediante la metafora culinaria: «L’idea è che è possibile preparare piatti sorprendentemente gustosi con gli ingredienti più semplici». Alcuni dei migliori cuochi lo hanno osannato. Escoffier ha preso come motto la sua frase «Faites simple», un’ingiunzione che è anche un principio compositivo.
La dizione e la sintassi sono quelle dell’inglese di base. Si legge sulla sovracoperta di un suo libro che «il suo lavoro è apparso in traduzione in tutto il mondo». Un altro retro di copertina ci dice che il libro «evocherà una varietà di ambientazioni e immagini… [e] soggetti», ma in realtà le sue poesie trattano una serie di motivi strettamente correlati: l’oscurità, i senzatetto, impiegati, cinesi, slums, edifici vuoti e fatiscenti, macelli, pompe funebri, cimiteri… È la varia umanità del capitalismo che popola le sue poesie, senza etichette, senza sovraesposizioni ideologiche né retorica, il lessico ed il tono sono crudi, diretti, come se si dovessero dire cose impellenti ma non importanti.

La poesia è una forma d’arte anteriore alla alfabetizzazione. Nelle civiltà pre-letterate, la poesia era impiegata come mezzo di registrazione di storia orale, narrazione, ovvero, poesia epica. Le svariate forme di espressione presso le società moderne sono sempre state trattate tramite la prosa. Il Ramayana, un poema epico in sanscrito, fu probabilmente scritto nel 3 ° secolo a.C. in un linguaggio descritto da William Jones come “più perfetto del latino, più abbondante del greco e più squisitamente raffinato di entrambi.” La poesia nasce e si sviluppa con la liturgia presso le civiltà arcaiche pre-letterarie, in quanto la natura formale della poesia la rende più facile da ricordare sotto forma di incantesimi sacerdotali o di profezie. La maggior parte delle scritture sacre in tutte le antiche civiltà sono rese tramite la poesia piuttosto che tramite la prosa.
Dispositivi retorici come similitudine e metafora sono frequentemente utilizzate in poesia fin dai tempi più antichi. Infatti, Aristotele scrisse nella sua Poetica che “la cosa più grande in assoluto è quella di essere un maestro della metafora”. Tuttavia, in particolare dopo l’ascesa del modernismo, alcuni poeti hanno optato per l’uso ridotto di questi dispositivi, preferendo piuttosto di tentare la presentazione diretta delle cose e delle esperienze. Altri poeti del XX e XXI secolo, tuttavia, in particolare i surrealisti, hanno spinto i dispositivi retorici ai loro limiti, facendo uso frequente di catacresi.
Non mi meraviglia dunque che un poeta del tardo modernismo come Charles Simic utilizzi il verso libero come strumento chirurgico per veicolare il suo peculiarissimo parlato misto a perifrasi gnomiche nel bel mezzo della forma-racconto; in tal modo rivitalizza la forma-racconto della poesia. È paradossale ma vero che oggi la poesia nelle civiltà tecnologicamente evolute se vuole sopravvivere a se stessa debba riprodurre in qualche modo le forme di espressione delle antiche civiltà pre-letterarie. La forma-racconto in poesia aveva già mostrato tutti i suoi limiti ne La ragazza Carla (1959) di Pagliarani, il lungo poema narrativo con epicentro la dattilografa Carla alla lunga mostra tutti i suoi punti deboli. La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi non può fare a meno di riappropriarsi delle forme di espressione del parlato, con annesso tutto il bagaglio de il colloquiale, il soliloquio, il monologo, il dialogo, il non detto, i pensieri inespressi, i retro pensieri, il linguaggio dell’inconscio.
La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi è questa di cui stiamo parlando.

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39 risposte a “Charles Simic, Poesie, Il mondo non finisce, The world doesn’t end, La storia è un libro di ricette, I dittatori sono i cuochi. I filosofi quelli che scrivono il menu. I preti sono i camerieri. I militari i buttafuori. Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina, traduzione, Intervista e una glossa a cura di Giorgio Linguaglossa, La macchia di Marie Laure Colasson, acrilico su legno 30×30 cm. 2020

  1. Bè, adesso che si gioca a carte scoperte voglio dire che nella poesia del post non c’è niente di misterioso. C’è il racconto e il senso e dunque perchè mixarlo come se si trattasse di parole scritte a caso ? Parlo di me stesso come raramente accade ultimamente (ma come accadeva talvolta in passato) e di questa strana propensione a mescolarmi le ossa come direbbe il bravo Ligabue oltre che la mente tra un me delle ragioni che vo cercando e il suo gemello che versa le ragioni in un bicchiere senza fondo. Indissolubilità piuttosto classica tra entità che vivono nella stessa persona facilitate da contatti inaspettati serviti sul piatto dell’ entanglement. Che ci fa Transtromer sulla tavola Periodica? Che ci fa Hegel a braccetto con Mendeleev tra le righe? Provare a rispondere a queste domande e poi tagliarlo con altri vini in modo intelligente come avrebbe fatto l’amico Pierno, abilissimo maestro di montaggio e non a casaccio come saprebbe fare una mano qualsiasi in un sacchetto della tombola. Saluti.
    (F.P. Intini)

    Provo a fare del commento di Francesco Paolo Intini una composizione kitchen:

    Bè, adesso si gioca a carte scoperte
    voglio dire:
    nella poesia del post non c’è niente di misterioso.
    C’è il racconto e il senso
    e dunque perché mixarlo come se si trattasse di parole
    scritte a caso ?
    Parlo di me stesso come raramente accade ultimamente (ma come accadeva talvolta in passato)
    e di questa strana propensione a mescolarmi le ossa come direbbe il bravo Ligabue oltre che la mente
    tra un me delle ragioni che vo cercando e il suo gemello
    che versa le ragioni
    in un bicchiere senza fondo.
    Indissolubilità piuttosto classica tra entità che vivono nella stessa persona facilitate
    da contatti inaspettati serviti sul piatto dell’ entanglement.
    Che ci fa Tranströmer sulla tavola Periodica?
    Che ci fa Hegel a braccetto con Mendeleev tra le righe?
    Provare a rispondere a queste domande
    e poi tagliarlo con altri vini
    in modo intelligente come avrebbe fatto l’amico Pierno,
    abilissimo maestro di montaggio
    e non a casaccio
    come saprebbe fare una mano qualsiasi in un sacchetto della tombola.
    Saluti.

  2. da Charlie.

    L’Economist e l’Italia
    Ha meno fama, ma anche la scelta annuale dell’Economist del “paese dell’anno” rientra tra i rituali di marketing di un giornale come “la persona dell’anno” di Time, la classifica dei miliardari di Forbes, eccetera. Quest’anno il rito ha avuto maggiori attenzioni da noi perché l’Economist ha scelto l’Italia, avendo il giornale immaginabili sintonie con la guida del governo da parte di Mario Draghi.
    L’Economist è un settimanale londinese di lunga storia e grande autorevolezza (fu fondato nel 1843), noto per il suo lavoro divulgativo sull’attualità internazionale e le sue posizioni di liberismo economico che uniscono una fiducia nel sistema capitalistico di libero mercato a indirizzi progressisti su molti temi politici. Pubblica quasi soltanto articoli non firmati e omogenei nella scrittura e nell’impostazione; ha un grande pubblico di lettori abbonati in tutto il mondo di età media piuttosto alta e finora non ha investito molto in una sua identità e ruolo online; e dal 2015 il suo maggiore azionista è Exor, la società della famiglia Agnelli-Elkann che possiede anche il gruppo GEDI, l’editore di Repubblica e Stampa in Italia. La direttrice dell’Economist dal 2015 è Zanny Minton Beddoes, 54 anni, giornalista esperta di economia che è al giornale da 27 anni.

  3. Mariella Bettarini

    Grazie sempre, amiche e amici care/cari e mille auguri per le imminenti Feste e per il nuovo Anno, con la mia più viva stima.

    . Un affettuoso saluto da

    Mariella (Bettarini)

  4. Guido Galdini

    Charles Simic ha scritto una bellissima monografia su Joseph Cornell, un artista che ha fatto dei rimasugli (scatole, nastri, giocattoli rotti) la materia prima delle sue opere. Di particolare interesse, in questa voce di Wikipedia, la parte dedicata a “Scultura e assemblage”.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Cornell

  5. milaure colasson

  6. Tiziana Antonilli

    Trascrivo un potente haiku di Simic con ben tre metafore.
    Watermelons

    Green Buddhas
    On the fruit stand.
    We eat the smile
    And spit out the teeth.

    Angurie

    Verdi Buddha
    Sulla bancarella della frutta.
    Noi mangiamo il sorriso
    E sputiamo i denti

  7. gino rago

    Estraggo da Storie di una pallottola e della gallina Nanin di prossima pubblicazione con le Edizioni Progetto Cultura di Roma questa com-posizione da intendere come un dispositivo poetico fondato sul montaggio, come mostra di fare anche nei suoi aforismi Charles Simic, in anticipo anche rispetto alla poetry kitchen.

    Gino Rago
    La gallina Nanin
    Charles Simic e la giacca di Magritte

    La gallina Nanin della cover dell’Antologia Poetry kitchen
    è piena di collera per il suo papà,
    tale Lucio Mayoor Tosi.
    «Mi ha fatto nera, con la cresta tutta rossa,
    le coscette come due stuzzicadenti…
    Così vado da lui».

    Detto fatto.
    Zampettando svolazza sul tavolo rotondo di mattonelle quadrate
    con intorno quattro sedie a dondolo
    proprio al centro del giardino del poeta Lucio
    e ci fa la cacca.

    Poi entra nel soggiorno, vede un quadro di Magritte.
    È qui che la gallina si innamora della sua giacca.

    Il fatto è che la giacca si era annoiata di stare
    tutti quegli anni
    sulle spalle dell’omino che saliva al cielo:
    «Basta, ne ho le tasche piene del Signor Magritte!»,
    grida…

    Così, se ne va a zonzo
    fin quando non incontra il poeta Charles Simic
    il quale aveva lasciato gli USA perché a un reading di poesia
    quattro poeti neocrepuscolari continuarono a urlare
    per tutta la sera:
    «Il mio dolore è più grande del tuo!».

    Charles Simic tremava di freddo. E allora
    la gallina Nanin che fa?
    Gli dice di prendersi una cioccolata calda
    e si sistema sulle spalle del poeta
    il quale,
    ignaro di tutto,
    era diretto alla Posta per spedire un plico postale,
    ma non aveva fatto i conti con la gallina
    la quale sta mettendo lo scompiglio allo sportello gridando
    che i poeti sono tutti degli sporcaccioni e dei sudicioni
    e altre corbellerie…

    E qui che succede?

    Succede che con il becco buca la copertina del libro
    La ragazza Carla e altre poesie di Elio Pagliarani.
    Da una finestra della dacia la voce di un situazionista:
    «Esagerate, signora gallina, o meglio,
    vi sbagliate.
    Per quanto possiate cercare, qui non troverete niente,
    Sharon Stone non esiste!
    Quella del film è una controfigura!
    Le uniche cose tangibili qui sono l’alcol, la nostalgia
    e la passione per le corse dei cavalli.
    Nient’altro, ve lo assicuro!
    Signora Nanin,
    ma non l’avete ancora capito?
    Siamo nella spettacolo,
    l’immagine è la forma finale della reificazione!».
    *

  8. antonio sagredo

    Charles Simic ha scritto una bellissima monografia su Joseph Cornell, un artista che ha fatto dei rimasugli (scatole, nastri, giocattoli rotti) la materia prima delle sue opere. Di particolare interesse, in questa voce di Wikipedia, la parte dedicata a “Scultura e assemblage”.
    Caro Galdini, se mai è uno degli ultimi artisti ad aver usato questi manufatti che ha elencato: nulla di nuovo ha realizzato.

  9. Scrive Alessio Brandolini su Fili d’Aquilone:

    Il cacciatore di immagini (con il sottotiolo: L’arte di Joseph Cornell) è apparso la prima volta nel 1992 ed è stato pubblicato in Italia, dalla casa editrice Adelphi, nel 2005.
    Nel libro ci sono otto riproduzioni degli strani lavori artistici di Cornell e nei testi s’incontrano varie citazioni tratte dai suoi diari o appunti. I due artisti (Simic e Cornell) potrebbero essersi incontrati a New York, non solo perché entrambi ci vivevano, ma perché era loro abitudine vagabondare per le stesse strade di Manhattan negli anni 1958-1970.
    Scrive Simic:

    Non ricordo quando vidi per la prima volta le sue creazioni, e neppure dove. A quell’epoca mi interessavo di surrealismo (…). Cominciai a pensare che anch’io avrei dovuto confrontarmi con qualche cosa di simile, ma per parecchio tempo non ebbi un’idea chiara di quello che Cornell stava veramente facendo. Come spesso accade, fu solo dopo la sua morte che iniziai a riflettere seriamente sulla sua arte. (…) Per parecchio tempo ho desiderato avvicinarmi al suo metodo, fare poesia con frammenti di linguaggio. E volevo anche capirlo. Cornell – la cosa mi è diventata via via più evidente – è un artista americano degno d’imitazione. Quello che alla fine sono riuscito a fare è rendergli omaggio con una serie di brevi testi nello spirito dei poeti che amava.

    Joseph Cornell nasce nel 1903 a Nyack, da una famiglia benestante di origine olandese, appassionata d’arte, ma quando il padre muore di leucemia nel 1917 la situazione economica precipita rapidamente. Nel 1919 la famiglia si trasferisce a New York e Joseph, il più grande di quattro fratelli, di cui uno disabile, inizia a lavorare presso una fabbrica di tessuti. Dal 1921 al 1931 fa il venditore porta a porta e girando a piedi la città inizia a collezionare libri, dischi, fotografie, stampe, cimeli teatrali, vecchi film…
    Nel 1929 la famiglia Cornell acquista una casetta in legno a Bayside: nel seminterrato di quella casa, dove vivrà fino alla morte, Cornell crea, giorno dopo giorno, l’intera sua opera.
    Nel 1932 espone per la prima volta i suoi lavori in una mostra d’arte surrealista: sono collage bidimensionali che lui chiama montage. In seguito Cornell prova a usare vari tipi di scatole, poi comincia a costruirsele con le proprie mani. Incontra Marcel Duchamp ed espone alla mostra Arte fantastica, Dada, Surrealismo, allestita presso il Museo d’Arte Moderna di New York. Lavora come disegnatore di tessuti, collabora a “Vogue” e altre riviste. Durante la seconda guerra mondiale incontra molti artisti e scrittori francesi in esilio a New York. Max Ernst e Sebastian Matta visitano il suo studio.
    Dopo la guerra le sue opere vengono esposte in diverse mostre e Cornell ingaggia assistenti per lavorare su più progetti. Pur conoscendo tutti nel mondo dell’arte continua la sua vita appartata e non esce mai dalla sua città. Dopo la morte della madre e del fratello invalido vivrà da solo nella vecchia casa di legno, dove muore per un attacco cardiaco il 20 dicembre 1972. Pur rallentando, non aveva mai smesso il suo lavoro, quel “tentativo disperato di dare forma alle ossessioni”.

    Il libro di Simic è diviso in tre parti. La prima s’intitola “Medici slot machine” ed esplora la vita di Cornell, quella sua attenzione alle cose più strane o apparentemente insignificanti: un piccione che becca una carta; Miss Delphine che colleziona forcelle di oca, tacchino e pollo; un vagabondo; lo stesso Cornell: “un solitario, un eccentrico che ammirava gli scritti dei poeti francesi, romantici e simbolisti. Il suo eroe era Gérard de Nerval, celebre perché passeggiava per le strade di Parigi con un’aragosta viva al guinzaglio”; le prime “scatole” di Cornell; un racconto di Poe (“L’uomo della folla”) per introdurre il concetto della città: “luogo dove gli opposti più improbabili si incontrano, il luogo dove le nostre separate intuizioni per un attimo convergono. Il mito di Teseo, del Minotauro, di Arianna e del suo filo qui continua. La città è un labirinto di analogie, una foresta simbolista di corrispondenze. Come l’Uomo Ragno dei fumetti, il voyer solitario si muove lungo una rete di forze occulte”; l’incastro di cose diverse che, insieme, formano un’opera d’arte, oggetti che si trovano in una città tutta da scoprire, nella “terra incognita” piena di detriti provenienti dal Vecchio Mondo, in mostra nei piccoli mercati dei rigattieri, esposti sulle bancarelle: l’arte non si crea, si trova.
    “Waste Land di Eliot è un collage, e altrettanto i Cantos di Pound. La tecnica del collage, l’arte di assemblare frammenti di immagini preesistenti in modo tale da far nascere una nuova immagine, è la più importante innovazione artistica di questo secolo. Cose rinvenute, creazioni casuali, confezioni (articoli prodotti in serie che vengono promossi a oggetti d’arte) aboliscono la separazione tra arte e vita. La banalità è miracolosa se vista nel modo giusto, se riconosciuta”; i frammenti, quindi, che possono formare un nuovo mondo: il modernismo ha abolito le gerarchie della bellezza e “ha consentito il combinarsi degli stili e l’aprirsi all’esperienza quotidiana”, così qualsiasi cosa ha sempre un duplice aspetto, l’uno corrente e l’altro spettrale o metafisico (De Chirico); le “scatole” che diventano “slot machine” e creano “zone magiche”.

    Nell’ultimo brano della prima sezione Simic si chiede se Cornell era cosciente di quello che veniva realizzando giorno dopo giorno.
    Non è facile saperlo.
    “Dada e surrealismo gli fornirono un precedente e la libertà. Penso soprattutto alla sorprendente scoperta che la poesia lirica può nascere da operazioni casuali. Anche Cornell credeva nella stessa magia, e aveva ragione! Tutta l’arte è un’operazione magica o, se si preferisce, una preghiera per una nuova immagine. (…) La città è un’immensa macchina di immagini. Una slot machine per i solitari”.

    Nella seconda sezione del libro, “La piccola scatola”, Simic entra nel mondo di Cornell, nelle sue “scatole magiche”, le descrive poeticamente: Scatola di fiammiferi con mosca, scatole come giochi e piccoli teatrini, mondi in miniatura, “miscugli di stregone”, stanze come scacchiere, scatole oniriche, d’incantesimi e d’illusioni, scatole che racchiudono (o ricordano) l’infanzia: “non sorprende che dalle scatole volti infantili ci fissino fino a confonderci, e che abbiano l’aria sognante dei bambini intenti al gioco. La loro è una solitudine felice di un tempo senza orologi dove i bambini sono i signori del mondo. Le scatole di Cornell sono reliquari dei giorni in cui regnava l’immaginazione. C’invitano, come è ovvio, a rivedere i sogni della fanciullezza”.
    Scatole, quindi, come giochi, dove il giocattolo è un oggetto poetico, un mondo dove è possibile dare libero sfogo alla fantasia. E il gioco è sempre strettamente relazionato al sacro.
    Il libro si chiude con la terza parte, “Hotel immaginari”, dove i pezzi di Simic parlano dei film realizzati da Cornell, giuntando spezzoni di vecchie pellicole, con frammenti di dialogo e immagini misteriose, senza il benché minimo accenno di trama. Collage filmici dove gli attori parlano ma non si sa a chi, dove le scene s’interrompono continuamente. Quel che conta è l’immagine, l’immagine che si fa scatola che contiene molte cose, anche le stanze segrete del nostro inconscio. E ogni cosa, ogni stanza, è correlata in qualche modo ad altri oggetti, ad altre stanze.

  10. Guido Galdini

    Mi permetto di riportare un mio piccolo pezzo relativo a questo argomento, tratto dagli Appunti Precolombiani.

    “l’America è il luogo
    dove l’Europa ha fatto naufragio”
    scrive Charles Simic nei suoi appunti
    sull’arte timida di Joseph Cornell

    un continente non fa eccezione
    alla regola dell’incudine e della piuma
    come ogni cosa raggiunge il proprio scopo
    quando si priva dell’obbligo di galleggiare.

  11. La poesia del «montaggio» è un atto teoretico

    La poesia del «montaggio» è un atto teoretico, un atteggiamento mentale. L’immaginario è la fantasizzazione del reale, è la traduzione del reale in fantasy.
    A questo livello, il confronto con le apparenze, con la fenomenologia della “società delle immagini” contemporanea, non è più riconducibile entro le coordinate della interpretazione letteraria, ma deve fare un passo “fuori”, nel mondo “out there”, deve scendere sul terreno stesso di quelle immagini, di quelle Apparenze, riflettere su di esse, dal loro “dentro” e dal loro “fuori”.
    Il tema dell’immaginario, allora, si inserisce nel «montaggio poetico» non solo come una costante soggiacente – ma rappresenta un’inversione radicale, il livello in cui il pensiero poetico si disidentifica da se stesso per farsi fantasy (“film del pensiero”), ma anche la fantasy si disidentifica da se stessa, per divenire pensiero-filmografico, filmografia. Questo spiega perché la pratica del «montaggio» non è inscrivibile nelle consuete estetiche novecentesche, dal detournément situazionista, alla “macchina desiderante” di Deleuze-Guattari, e chiarisce il motivo della importanza capitale del «montaggio dell’Immaginario», e da ultimo su quella della “coppia” Reale immaginario/ Immaginario reale.
    La riduzione del Reale da trauma a spettro, e dell’Immaginario da riflesso narcisistico e scenario fantasmatico a categoria ontologica, è uno dei punti decisivi e più importanti della modalità kitchen e del suo modo di operare. In questa ottica, il fantasma che inerisce al soggetto (fantasy) differisce di molto dalla ideologia (social fantasy) della società e della rappresentazione che ad esempio ne danno la moda e la letteratura di intrattenimento, ma dispiega un livello di fantasizzazione del reale come autentica dimensione trascendentale intersoggettiva, laddove l’immaginario appare come la determinazione di un momento dialettico.
    Il montaggio non è un mero succedaneo del momento dialettico ma è il momento dialettico stesso nel suo operare attraverso la fantasizzazione del reale.
    L’immaginario è il colpo di bacchetta magica capace di trasformare il nulla della fantasy in qualcosa, in un ente: il nulla della fantasy, pur restando nulla, può produrre effetti reali diventando un sostegno del reale in quanto il reale è insufficiente a colmare le lacune del soggetto. La dialettica che si svolge nell’inconscio del soggetto comporta una implicazione decisiva: che per creare un oggetto immaginario anche il soggetto debba «irrealizzarsi», diventare immaginario.

  12. Francesco Paolo Intini

    GOLIA OVVERO IL BELLO DELLA MUTAZIONE

    Dopo l’allontanamento il molare ritornò in sede
    Troppi indicatori l’avevano corrotto.

    La tonsilla prese la parola. Una ciliegia
    Tra gli artigli di zanzara.

    Al rhum! Al nido! Un’ idea viva
    Mangiata dal significato.

    Cesio sgorga dal dentifricio
    e colesterolo scola in mare.

    Fu come recare a Chernobyl
    un mazzolin di rose e viole.

    Corium finalmente, di quello bono:
    crema gianduia e muscoli sul calendario.

    Salta un Allende al giorno
    zzzz di elicotteri dalla pipa.

    Se un’intera nazione si fa piombo
    Un’altra pescherà nei mari del SUD.

    Statue di Cristo vagano
    nelle valli dell’ orca.

    Altre se ne vedono nei Cloud.

    Magellano in persona spara tra i canini
    Ma è colpito da Pantelleria e cade nella carie.

    Pablo è morto e la moglie va in TV
    Solo insalata e babbuini al posto della lingua.

  13. Questa poesia di Francesco Intini (che prendo da fb) è un mirabile esempio di plurilinguismo e pluristilismo kitchen. Assembla locuzioni onomatopeiche (zzzz di elicotteri), catacresi (Chernobyl/ un mazzolin di rose e viole), interiezioni di matrice plebea (Al rhum! Al nido!), locuzioni derisorie e sarcastiche (La tonsilla prese la parola. Una ciliegia/ Tra gli artigli di zanzara), enunciati ultronei e abnormi (Cesio sgorga dal dentifricio/ e colesterolo scola in mare), il tutto amalgamato in una cornice di eleganti distici che collidono con la materia verbale tipicamente plebea e infiammabile.
    Qui parlare di non-senso è un errore, ci troviamo in un universo plurisenso, cioè, fuori-senso.
    La dimensione dell’immaginario è propriamente la fantasy, il regno della libera fantasizzazione del reale. Il reale è laddove si presenta in forma di trauma, di trauma linguistico: la poesia è la dove il linguaggio poetico fa festa.
    Oggi per fare poesia occorre aver riflettuto a lungo su questi tre assunti:

    1 Quali esperienze significative la poesia deve prendere in considerazione?
    2 la mancanza di un «luogo»,di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
    3 è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

  14. raffaele ciccarone

    Set 31 , ancora un spezzone inedito della mia pseudo raccolta!
    ….
    Simic vende i suoi libri di poesia
    nella famosa libreria di Piazza Cavour
    a Milano, Montale fa la passeggiata
    quotidiana da Via Bigli a Piazza Meda
    poi incontra Manzoni in Piazza Belgioioso
    ..

  15. milaure colasson

    Charles Simic ci mostra come si scrive un racconto breve, o, se preferite, una poesia priva di a-capo, una poesia che ha abbandonato per sempre l’esibizione del dolore. Simic ha imparato a tenere il dolore a debita distanza, lascia il dolore ai poeti di serie B, loro lo sanno capitalizzare bene, sono una società per azioni. Simic ci mostra come non sia più possibile scrivere in prosa e in poesia con il dolore sotto il braccio, come fanno i poeti esperti in dolorifici.
    A ragione Raffaele Ciccarone scrive che

    Simic vende i suoi libri di poesia
    nella famosa libreria di Piazza Cavour
    a Milano…

    la poesia va lasciata stare in un angolo, bisogna dimenticarla, e tornare a coltivare i papaveri e ad ammaestrare le tigri nel circo di Lubiana, come ha fatto Ewa Tagher.

  16. milaure colasson

    Sasso

    Càlati in un sasso,
    io farei così.
    Lascia che altri si facciano colomba
    o digrignino i denti come tigri.
    Mi basta essere un sasso.

    All’esterno è un enigma:
    nessuno sa come rispondere.
    Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
    Anche se una mucca lo calca col suo peso,
    anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
    il sasso affonda, lento, imperturbato,
    fino al fondo,
    dove i pesci bussano alla sua soglia
    e vengono a origliare.

    Ho visto scintille schizzar via
    quando due sassi sono strofinati
    forse là dentro non fa così buio;
    forse c’è una luna che brilla
    da chissà dove, spuntando magari dietro un colle —
    un chiarore appena sufficiente a decifrare
    quelle strane scritte, mappe stellari
    sui muri interiori.

    Charles Simic da Hotel Insonnia, edito da Adelphi, 2002, traduzione di Andrea Molesini

    Hotel insonnia

    dal risvolto

    Charles Simic, ironico, sfrontato, guizzante e tenero poeta, è maestro della lirica breve e della sprezzatura. Il suo mondo, folto di immagini balenanti («Le stelle – impronte di denti sulle matite dei bambini»), è una sottile, tenace esplorazione di quanto ci sta intorno. L’insonnia è la sua malattia. Il suo sguardo, attratto dalle zone di confine, si posa spesso su una regione sospesa tra il sogno e la veglia, la fantasticheria e la contemplazione, in cui il lettore si trova, in un primo momento, spaesato. Le sue parole ricreano fotogrammi dall’inquadratura decentrata, ritraggono dettagli della realtà per mostrarne l’elemento alieno che vi è inglobato, allegramente terrifico, eppure consueto. Un elemento che vive a nostra insaputa e sotto i nostri stessi occhi: «e a mezzogiorno il soffitto / è un sontuoso viluppo / d’ombre frondose / che s’aggrovigliano e sgrovigliano». Il tono discorsivo, il lessico semplice, la sintassi elementare e il verso libero danno forma a visioni terse, sorprendenti quanto icastiche, trama di un cantare zingaro che costeggia la morte opponendole il sorriso di un’intelligenza ardente quanto vigile.

  17. milaure colasson

    da Hotel insonnia

    Paesaggio con stampelle

    Quante stampelle. Ora anche per la luce del giorno,
    anche per il fumo che sale. E le baracche –
    una per persona – che si spostano
    in unica fila con difficoltà,

    Volevo dire, con sforzo infernale…
    e gli alberi, dietro, lì lì per inciampare,
    e le formiche sulle stampelle giocattolo,
    e il vento con la sua stampella fantasma.

    Nessuna pace qui intorno:
    il pane sui suoi arti finti,
    una bambola senza testa sulla carrozzella,
    e mia madre, pensate, che si serve di due coltelli
    come stampelle piegata per pisciare.

    A Landscape with Crutches

    So many crutches. Now even the daylight
    Needs one, even the smoke
    As it goes up. And the shacks –
    One for customer – they move off
    In a single file with difficulty,

    I said, with a hell of an effort…
    And the trees behind them about to stumble,
    And the ants on their toy crutches,
    And the wind on its ghost crutch.

    I can’t get any peace around here:
    The bread on its artificial limbs,
    A headless doll in a wheelchair,
    And my mother, mind you, using
    Two knives for crutches as she squats to pee.

    ***

    Stanco di proporzioni epiche

    Mi piace quando Achille viene ucciso
    e anche il suo compagno Patroclo –
    e quella testa calda d’Ettore –
    e anche quando tutta la giovinezza
    d’oro greca e troiana è massacrata
    per quanto con alterna perizia

    così finalmente pace e quiete
    (gli dei per un momento zitti)

    si può sentire un uccello cantare,
    una figlia chiedere alla madre
    se può andare alla fonte
    e certamente può
    per quel delizioso viottolo
    che si snoda attraverso l’uliveto

    My Weariness of Epic Proportions

    I like it when
    Achilles
    Gets killed
    And even his buddy Patroclus –
    And that hothead Hector –
    And the whole Greek and Trojan
    Jeunesse dorée
    Are more or less
    Expertly slaughtered
    So there’s finally
    Peace and quiet
    (The gods having momentarily
    Shut up)
    One can hear
    A bird sing
    And a daughter ask her mother
    Whether she can go to the well
    And of course she can
    By that lovely little path
    That winds through
    The olive orchard

    ***

    Il grande gufo cornuto

    Un mattino il Grand Seigneur
    è così buono da farsi vedere.
    Siede in un piccolo albero scheletrico
    del mio giardino.

    Quando lo chiamo a voce alta,
    gira la testa
    e mi guarda
    quasi non ci crede.

    Gli mostro la mia cintura,
    come devo stringerla negli ultimi tempi
    fino all’ultimo buco.

    Arruffa le penne,
    osserva la legnaia vuota,
    la vecchia Chevy rossa sui blocchi.
    Ahimè! E’ ora di andare!

    The Great Horned Owl

    One morning the Grand Seigneur
    Is so good as to appear.
    He sits in a scrawny little tree
    In my backyard.

    When I say his name aloud,
    He turns his head
    and looks at me
    In utter disbelief.

    I show him my belt,
    How I had to
    Tighten it lately
    To the final hole.

    He ruffles his feathers,
    Studies the empty woodshed,
    The old red Chevy on locks.
    Alas! He’s got to be going.

    ***

    Ad uno del piano di sopra

    Autorità di tutte le autorità dell’universo.
    Signor Sotutto, capo traffichino plagiatore,
    e qualsiasi altra cosa in cui sei bravo.
    Vai, mischia i tuoi zero questa notte.
    Intingi nell’inchiostro code di comete.
    Spilla la notte con luci di stelle.

    Faresti meglio a leggere i fondi del caffè,
    o sfogliare le pagine dell’Almanacco dell’Agricoltore.
    Ma no! Ami darti arie,
    e coltivare la tua famosa serenità
    mentre siedi al grande scrittoio
    con niente di niente nella cassetta della posta in arrivo
    e niente di niente nella cassetta della posta in uscita,
    e tutta quell’eternità sparsa intorno a te.

    Non ti fa rabbrividire sentirli implorare in ginocchio,
    farfugliare tenerezze come se tu fossi
    una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
    Di’ loro di riprendersi e andare a letto.
    Smettila di fingerti troppo occupato per accorgertene.

    Le tue mani sono vuote come i tuoi occhi.
    Non c’è niente su cui mettere la tua firma,
    anche se tu sapessi come ti chiami,
    o credessi ai nomi che continuo a inventare
    mentre scribacchio questa nota per te
    nel buio.

    To the One Upstairs

    Boss of all bosses of the universe.
    Mr. know-it-all, wheeler-dealer, wire-puller,
    And whatever else you’re good at.
    Go ahead, shuffle your zeros tonight.
    Dip in ink the comets’ tails.
    Staple the night with starlight.

    You’d be better off reading coffee dregs,
    Thumbing the pages of the Farmer’s Almanac.
    But no! You love to put on airs,
    And cultivate your famous serenity
    While you sit behind your big desk
    With zilch in your in-tray, zilch
    In your out-tray,
    And all of eternity spread around you.

    Doesn’t it give you the creeps
    To hear them begging you on their knees,
    Sputtering endearments,
    As if you were an inflatable, life-size doll?
    Tell them to button up and go to bed.
    Stop pretending you’re too busy to take notice.

    Your hands are empty and so are your eyes.
    There’s nothing to put your signature to,
    Even if you knew your own name,
    Or believed the ones I keep inventing,
    As I scribble this note to you in the dark.

  18. milaure colasson

    Hotel Insonnia

    Mi piaceva quel mio piccolo buco
    con la finestra che dava su un muro di mattoni.
    Nella stanza vicina c’era un piano.
    Un vecchio storpio veniva a suonare
    My Blue Heaven
    due tre sere al mese.

    In genere, però, era tranquillo.
    Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
    che cattura la mosca nella rete
    fatta di fumo e cerimonie.
    Era così buio laggiù
    che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

    Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
    Lo “Zingaro” che legge la fortuna
    (ha il negozio all’angolo)
    va a pisciare dopo una notte d’amore.
    Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
    Era così vicino che per un attimo
    pensai di singhiozzare io.

    Hotel Insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. A. Molesini

  19. Viene rabbia, vero? Per puro caso scopre la poesia e subito ne scrive di bellissime. Innocenza e osservazione, cerebro destro e sinistro dilaganti.

  20. antonio sagredo

    Scrivere è mestiere pericoloso. (Mayoor Tosi)

    —- è vero è molto pericoloso…. leggere grazie

    as
    ——————————————————————
    Vorrei uscire dal mio idioletto:
    far disperare i fonemi, i canti…
    strappare, cavare, estrarre epoche
    epopee, ere, storie, novelle storie:

    È QUESTO IL MIO MESTIERE !

    antonio sagredo
    Roma, 1981
    ——————————————————————————————
    Stermini, e ti lasci andare al sogno ovunque e rosicchiano i secoli
    il chiavistello della tranquillità, e t’accorgi inerme come la voce assenta
    la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
    un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza.

    2014
    ————————————————————————————–
    ah, questi mondi come mi sono noti fino al sangue!

    Ma guarda come canto questo affilare il cuore,
    Questo mestiere che ti traduce diritto alle parole,
    Questo massacro del pensiero al nulla recidivo:
    Non ho dunque atteso l’aurora per vedere la luce.

    2015
    ——————

  21. da Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. N. Gardini

    Snowy morning Blues

    The translator is a close reader
    He wears thick glasses
    As he peers out the window
    At the snowy fields and bushes
    That are like a sheet of paper
    Covered with quick scribble
    In a language he knows well enough
    Without knowing any words in it.

    Only what the eyes discern
    And the heart intuits of its idiom
    So quiet now, not even faint
    Rustle of a page being turned
    In a white and wordless dictionary
    For the translator to avail himself
    Before whatever words are there
    Grow obscure in the coming darkness.

    *

    Blues di un mattino di neve

    Il traduttore è lettore e critico.
    Porta lenti spesse
    mentre guarda fuori dalla finestra
    i campi e i cespugli innevati
    che sono come un foglio di carta
    coperto di scarabocchi veloci
    in una lingua che sa abbastanza bene
    senza saperne una sola parola,

    se non quello che gli occhi distinguono
    e il cuore intuisce della sua estraneità.
    Che pace adesso, neppure il lieve
    fruscio di una pagina voltata
    in un dizionario senza parole, bianco,
    di cui il traduttore possa valersi
    prima che le eventuali parole
    diventino oscure nel buio che scende.

    *
    Il mio ineludibile entourage

    Non siamo mai stati presentati formalmente.
    Non avevo idea di quanti fossero.
    Era come un discreto entourage
    di angeli e demoni nostrani
    che avessi incontrato prima
    e poi in gran parte dimenticato.

    Nei momenti di pericolo si facevano vedere poco.
    Dove sparivano tutti?
    Una notte lo domandai a un criminale
    che mi puntava un coltello alla gola,
    ma anche lui era spaventato,
    e mi lasciò andare senza una parola.

    Sconcertante, agghiacciante
    dover pensare alla propria solitudine,
    come aprire un libro per bambini –
    non avendo niente di meglio da fare –, leggere delle stelle,
    che possono permettersi di impiegare secoli
    per giungere fino a noi su un barbaglio di luce.

    *
    Negozio di vestiti usati

    Un’ampia scelta di vite passate
    in mezzo a cui frugare
    alla ricerca di quella che ti vada bene
    pulita e stirata,
    però consunta al collo.

    Un manichino vestito di nero
    è all’ingresso per servirti.
    I suoi occhi non ti lasciano andare.
    I suoi baffi sembrano disegnati
    con la punta di un sigaro spento.

    Vedi torri pendenti di pantaloni.
    Appena ti volti per scappare,
    i cappelli di uomini morti rotolano
    sul pavimento per accompagnarti
    premurosi all’uscita.

    *
    lezione di astronomia

    la risata silenziosa
    delle stelle
    nel cielo di notte
    ci dice tutto ciò
    che ci serve sapere
    .
    astronomy lesson

    the silent laughter
    of the stars
    in the night sky
    tells us all
    we need to know

  22. Charles Simic:

    not really. i mean i’ve written poems in a couple of different languages but english is my language. next year will be 50 years of my poetry in english.

    Scrivere è una partita a scacchi: guardo la pagina nel modo in cui un giocatore guarda la scacchiera. Provo a immaginare le mie possibilità di vincere o perdere. e mi servono giorni a volte mesi per vedere cosa ho esattamente sotto il naso. Per capire quale pezzo è nella posizione migliore per far male all’avversario.

    How do you balance the large thematic concerns – generational and geographical scope – with its eight-line constraint?

    Of all the things ever said about poetry, the axiom that less is more has made the biggest and the most lasting impression on me. I have written many short poems in my life, except ‘written’ is not the right word to describe how they came into existence. Since it’s not possible to sit down and write an eight-line poem that’ll be vast for its size, these poems are assembled over a long period of time from words and images floating in my head. A brief poem intended to capture the imagination of the reader requires endless tinkering to get all its parts right.

    How have your opinions changed on poetry and poetic movements over time? How do you feel your own poems have changed?

    Poetic movements are great fun for their participants. like dogs barking in unison in some village at night at some real or imaginary adversary, after a while they just bark for the pure enjoyment of it. my discovery teaching twentieth century literature over many years is that good poems can be written from radically different and even contradictory ideas of poetry, so I keep an open mind. what bores me to death, however, is the view that poetry needs to keep changing to accommodate itself to new technology and the short attention span of today’s readers.

    Dentro la mia bottiglia vuota stavo costruendo un faro
    mentre tutti gli altri stavano facendo navi

    Mi rubarono gli zingari

    I miei mi rubarono per riavermi. poi gli zingari mi rubarono di nuovo. E così via per qualche tempo. Un minuto ero lì nella roulotte a succhiare il capezzolo scuro della mia nuova madre, quello dopo sedevo in un’ampia sala da pranzo, a fare colazione con un cucchiaio d’argento. Era il primo giorno di primavera. Uno dei miei padri cantava nella vasca da bagno; l’altro dipingeva un passero vivo e coi colori di un uccello tropicale .

    Scrivo per irritare dio e per far ridere la morte
    scrivo perché non ci arrivo . scrivo perché voglio che ogni donna del mondo s’innamori di me
    alla fine tutto si riduce al fatto che scrivo perché scrivo

    Una poesia è come una rapina in banca. l’idea è di entrare – attirare l’attenzione – prendere i soldi e scappare …
    Fare una cosa che ancora non esiste ma che una volta creata sembra sia sempre esistita

    Ogni volta che ci sdraiamo siamo più vicini al cielo
    se non ci credete guardate il gatto come si rotola sulla schiena con le zampe in aria
    un mattino di sole dopo il temporale notturno è un invito in paradiso

    da Il mondo non finisce

    I am the last napoleonic soldier

    It’s almost two hundred years later and i am still retreating from Moscow. The road is lined with white birch trees and the mud comes up to my knees. The one-eyed woman wants to sell me a chicken, and i don’t even have any clothes on. The germans are going one way; i am going the other. The russians are going still another way and waving good-by. I have a ceremonial saber. I use it to cut my hair, which is four feet long.

    Sono l’ultimo soldato napoleonico

    Sono passati quasi duecento anni e mi sto ancora ritirando da Mosca. La strada è fiancheggiata da betulle bianche e il fango mi arriva alle ginocchia. La donna con un occhio solo vuole vendermi un pollo e io non ho nemmeno i vestiti addosso. I tedeschi stanno andando da una parte; io vado dall’altra. I russi stanno andando ancora da un’altra parte e salutano con la mano. Ho una sciabola cerimoniale. La uso per tagliarmi i capelli, che sono lunghi quattro piedi.

    Ghost stories written as algebraic equations.

    Little Emily at the blackboard is very frightened. The x’ look like a graveyard at night. The teacher wants her to poke among them with a piece of chalck. All the children hold their breath. The white chalk squeaks once among the plus and minus signs, and then it’s quiet again.

    Storie di fantasmi scritte come equazioni algebriche.

    La piccola Emily alla lavagna è spaventatissima. Le x sembrano un cimitero di notte. La maestra vuole che frughi tra di esse con un pezzo di gesso. Tutti i bambini trattengono il respiro. Il gesso bianco stride una volta tra i più e i meno, poi torna il silenzio.

    Ragazzo prodigio

    Sono cresciuto chino
    su una scacchiera.
    Amavo la parola scaccomatto.
    Il che sembrava impensierire i miei cugini.
    era piccola la casa
    accanto a un cimitero romano.
    I suoi vetri tremavano
    per via di carri armati e caccia.
    Fu un professore di astronomia in pensione
    che m’insegnò a giocare.
    L’anno probabilmente il ’44.
    Lo smalto dei pezzi che usavamo
    quelli neri
    era quasi del tutto scrostato.
    Il re bianco andò perduto
    dovemmo sostituirlo.
    Mi hanno detto
    ma non credo che sia vero
    che quell’estate vidi
    gente impiccata ai pali del telefono.
    Ricordo che mia madre
    spesso mi bendava gli occhi.
    Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
    la testa sotto la falda del soprabito.
    Anche negli scacchi mi disse il professore
    i maestri giocano bendati
    i campioni poi, su diverse scacchiere
    contemporaneamente.

    prime poesie scelte 1999

    Occhi cuciti con gli spilli

    Quanto sodo lavori la morte
    nessuno lo sa quanto lunga
    sia la sua giornata.
    Le stira la biancheria
    il consorte lasciato a casa.
    Le belle figlie
    le apparecchiano
    la tavola per cena.
    I vicini giocano
    a pinnacolo in cortile
    o bevono la birra
    seduti sui gradini. e la morte
    frattanto, in città
    in angoli remoti cerca
    qualcuno con una brutta tosse,
    ma l’indirizzo è, chissà perché, sbagliato
    nemmeno la morte può scovarlo
    fra tutte quelle porte sprangate.
    Ecomincia a cadere la pioggia.
    l’aspetta una lunga notte di vento.
    Non ha nemmeno un giornale
    per coprirsi il capo, nemmeno
    un gettone per chiamare chi si consuma
    l’uomo assonnato che piano si spoglia
    e nudo si distende sul letto
    dal lato che spetta alla morte.

    Chiedo al piombo

    Perché ti sei lasciato
    fondere in pallottola?
    Ti sei forse scordato degli alchimisti?
    Hai perso la speranza
    di diventare oro?
    Nessuno mi risponde.
    Pallottola. Piombo. Con nomi
    del genere
    il sonno è profondo e lungo.

    I say to the lead

    Why did you let yourself
    be cast into a bullet?
    Have you forgotten the alchemists?
    Have you given up hope
    in turning into gold?
    Nobody answers.
    Lead. Bullet. With names
    such as these
    the sleep is deep and long.

    Autumn sky

    In my great grandmother’s time
    all one needed was a broom
    to get to see places
    and give the geese a chase in the sky.

    The stars know everything
    so we try to read their minds.
    as distant as they are,
    we choose to whisper in their presence.

    Oh Cynthia
    take a clock that has lost its hands
    for a ride.
    get me a room at hotel Eternity
    where time likes to stop now and then.

    Come, lovers of dark corners
    the sky says
    and sit in one of my dark corners.
    There are tasty little zeroes
    in the peanut dish tonight.

    Cielo d’autunno

    Ai tempi della mia bisnonna
    tutto quello che serviva era una scopa
    per arrivare a vedere luoghi
    e dare alle oche una sedia nel cielo.

    Le stelle conoscono tutto
    così cerchiamo di leggere nella loro mente
    per quanto così distanti
    optammo per il sussurro alla loro presenza-

    Oh Cynthia,
    prendi un orologio che ha perso le lancette
    per un giro.
    prenotami una stanza all’ hotel Eternità
    dove al tempo piace fermarsi ogni tanto.

    Venite amanti degli angoli oscuri
    dice il cielo
    e sedetevi in uno dei miei angoli oscuri.
    Ci sono stuzzichini molto leggeri
    nel piatto di noccioline stasera.

    Un libro pieno di figure

    Mio padre studiava teologia per posta
    ed era giunto il momento degli esami.
    Mia madre sferruzzava.
    io sedevo in silenzio con un libro
    pieno di figure. cadde la notte.
    Le mani mi diventavano fredde
    sfiorando i volti
    di re e regine morti.
    C’era un impermeabile nero
    al piano di sopra
    che pendeva dal soffitto.
    Ma cosa ci faceva là ?
    mia madre faceva rapida
    croci all’ uncinetto
    erano nere
    come l’ interno della mia testa
    proprio in quel momento
    le pagine che giravo risuonavano come ali
    ” l’ anima è un rondine”, disse una volta.
    Nel mio libro pieno di figure
    infuriava una battaglia: lance e spade
    creavano una specie di foresta gelida
    col mio cuore trafitto e sanguinante
    tra i rami.

    A book full of pictures

    Father studied theology through the mail
    and this was exam time.
    mother knitted.
    I sat quietly with a book
    full of pictures. night fell.
    my hands grew cold touching the faces
    of dead kings and queens.
    There was a black raincoat
    in the upstairs bedroom
    swaying from the ceiling,
    but what was it doing there?
    mother’s long needles
    made quick crosses.
    They were black
    like the inside of my head just then.
    The pages i turned sounded like wings.
    “the soul is a bird,” he once said.
    In my book full of pictures
    a battle raged: lances and swords
    made a kind of wintry forest
    with my hearth spiked and bleeding
    in its branches.

  23. 1 Quali esperienze significative la poesia deve prendere in considerazione?

    Charles Simic sembra dire che le parole servono al discorso, più precisamente al racconto; ma dal racconto le parole possono uscire singolarmente…
    Forse solo in poesia le parole si presentano ben distinte, particelle nel “vuoto” che le precede, le fa brillare e subito tornare al vuoto. Quindi parole e discorso andrebbero considerati, secondo me, separatamente. Impegnarsi unicamente nel discorso, fare discorso, comporta che delle parole si abbia potere assoluto. Parole funzionali. Ma se usate, le parole non sono sole, e se non sono sole viene a mancare alla poesia il loro vuoto rigenerante. Ed è pieno discorso. Pieno, non vuoto.
    Le parole generano discorso, perché da sole non saprebbero dove andare. Lo sa chi scrive poesie di viaggio, che di per sé non può annoiare, accade sempre qualcosa e può bastare una descrizione. Poesie di viaggio e avventura sono poesie facili, o favorite. O chi insegue immagini, e le parole gli servono da reticella per afferrare storie, concetti, sentimenti.
    In poesia le parole tendono a uscire dal discorso. Quando accade, brillano. Charles Simic ne offre validissimo esempio; ma anche il nostro amato Tranströmer, che il discorso lasciava aperto proprio per loro. Versi come
    ”La fame è un alto edificio / che si sposta di notte” sono resi possibili dalle parole, non da discorso descrittivo. Le parole spiazzano al loro apparire, impreviste, il discorso che dice o insegue immaginazioni è più laborioso, affatica. Langue, se le parole singolarmente non l’aiutano. Le parole nelle headline pubblicitarie impattano più che se fossero calate in un discorso, ma chiaramente è un trucco.

  24. Caro Agamben, ora dobbiamo salvare te e la filosofia dal tuo complottismo
    di Donatella Di Cesare – 20 dic 2021

    da espresso.repubblica.it

    È stato il filosofo più significativo di questi ultimi decenni. Ma da quando ha iniziato a commentare gli eventi legati al coronavirus ha abbracciato il negazionismo. Sarà quindi necessario preservare Agamben da Agamben, il lascito del suo pensiero da questa deriva

    Mentre volge al termine il secondo anno della pandemia planetaria non si può fare a meno di riconoscere, tra i tanti devastanti effetti dell’immane catastrofe, un evento tragico che investe in pieno la filosofia. Vorrei chiamarlo il “caso Agamben”, non per oggettualizzare il protagonista, a cui invece mi rivolgo, come scrivendogli una lettera da lontano, bensì per sottolinearne l’importanza.

    Giorgio Agamben – piaccia o no – è stato ed è il filosofo più significativo di questi ultimi decenni, non solo nello scenario europeo, ma in quello mondiale. Dalle aule universitarie statunitensi ai più periferici gruppi antagonisti latinoamericani il nome di Agamben, per qualche verso anche al di là del filosofo, è diventato l’insegna di un nuovo pensiero critico. Per quelli della mia generazione, che hanno vissuto gli anni Settanta, i suoi libri – soprattutto a partire da “Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita” del 1995 – hanno costituito la possibilità non solo di scrutare il fondo inquietante e autoritario del neoliberismo, ma anche di smascherare la pseudosinistra vincente e annacquata, che oggi si autodefinisce progressismo moderato. Nessuna critica del progresso, un inventario filosofico fermo tutt’al più agli anni Ottanta, una pratica della politica che la riduce a governance amministrativa sotto il dettato dell’economia. Sulla scia della migliore tradizione del Novecento – da Foucault ad Arendt, da Benjamin a Heidegger – Agamben ci ha offerto il vocabolario e il repertorio concettuale per tentare di orientarci nel complesso scenario del XXI secolo. Come dimenticare le pagine sul “campo”, che dopo Auschwitz, anziché scomparire, entra a far parte del paesaggio politico, e ancora quelle sulla nuda vita, anzitutto di chi è esposto senza diritti, o sulla democrazia post-totalitaria che mantiene un legame con il passato?

    Tanto più traumatico è quel che accaduto. Nel blog “Una voce”, ospitato sul sito della casa editrice Quodlibet, Agamben ha preso a commentare l’irruzione del coronavirus in termini semigiornalistici. Il primo post del 26 febbraio 2020 era intitolato “L’invenzione di una pandemia”. Oggi suona come una funesta profezia. Allora Agamben non era però il solo a illudersi che il Covid-19 fosse poco meno che un’influenza. Mancavano dati e l’entità del male non si era ancora rivelata. Nel mio pessimismo, che mi spingeva a scorgere nei primi segnali l’ingresso di una nuova epoca, mi sentivo circondata da persone che preferivano minimizzare o rimuovere.

    Durante il lockdown fummo tutti colpiti dalle misure prese per contrastare il virus, tanto indispensabili quanto scioccanti. La vita confinata tra le mura domestiche, consegnata allo schermo, privata degli altri e della polis, ci sembrò quasi insopportabile – fin quando non emerse la sofferenza di chi, senza respiro, lottava per la vita nelle terapie intensive. L’immagine dei camion che a Bergamo trasportavano i feretri segnò per tutto il mondo il punto di non ritorno. Il virus sovrano, che i regimi sovranisti, da Trump a Bolsonaro, pretendevano o di ignorare grottescamente o di piegare ai propri scopi, si manifestò in tutta la sua terribile potenza. La catastrofe era ingovernabile. E metteva allo scoperto meschinità e inettitudine della politica dei confini chiusi. L’Europa reagì.

    Per Agamben era tempo di riconoscere a chiare lettere: «Ho commesso un errore interpretativo, perché la pandemia non è un’invenzione». Ma Agamben non ha mai rettificato. I suoi post si sono susseguiti fino a luglio 2020 con lo stesso tenore. Mentre la notizia del suo incipiente negazionismo si diffondeva all’estero, leggevo quelle righe imbarazzanti convinta che l’incubo sarebbe presto finito. Così non è stato. I post sono diventati materia di due libri e la “voce” del blog ha continuato a vaticinare raggiungendo il punto più basso con due interventi del luglio 2021 – “Cittadini di seconda classe” e “Tessera verde” – dove il green pass viene paragonato alla stella gialla. Un paragone osceno, che ha dato la stura ai peggiori movimenti no vax legittimandoli. Il resto, compresa la “Commissione per il dubbio e la precauzione”, è storia recente.

    È motivata la preoccupazione per una deriva securitaria. La politica della paura, la fobocrazia che governa e sottomette il “noi” instillando il timore per ciò che è fuori, fomentando l’odio per l’altro, è il fenomeno politico attuale che caratterizza le democrazie immunitarie e precede la pandemia. In modi diversi lo hanno denunciato filosofi, sociologi, economisti, politologi. Altrettanto giusto è sostenere che il contesto italiano è sotto questo aspetto un laboratorio politico senza uguali. Tuttavia non si può confondere lo stato d’emergenza con lo stato d’eccezione. Un terremoto, un’alluvione, una pandemia sono un evento inatteso che va fronteggiato nella sua necessità. Lo stato d’eccezione è dettato da una volontà sovrana. Certo l’uno può sconfinare nell’altro e siamo perciò consapevoli sia del pericolo di uno stato d’emergenza istituzionalizzato sia della minaccia rappresentata da quelle misure di controllo e sorveglianza che, una volta inserite, rischiano di diventare incancellabili. È vero: non c’è governo che non possa valersi della pandemia. Manteniamo il sospetto, che è il sale della democrazia.

    Ma il passo ulteriore, quello della deriva complottistica, non lo compiamo. Perciò non diciamo né che l’epidemia da Covid-19 è un’invenzione né che viene presa a pretesto intenzionalmente, come fa Agamben nell’avvertenza del suo libro: «Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia – a questo punto non importa se vera o simulata…». Personalizzare il potere, renderlo un soggetto con tanto di volontà, attribuirgli un’intenzione, significa avallare una visione complottistica. E vuol dire anche non considerare il ruolo della tecnica, quell’ingranaggio che, come insegna Heidegger, impiega quanti pretenderebbero di impiegarlo. I progettisti diventano i progettati. Non si può oggi non vedere il potere attraverso questo dispositivo. Proprio il virus sovrano ha mostrato tutti i limiti di un potere che gira a vuoto, ingiusto, violento, e tuttavia impotente di fronte al disastro, incapace di affrontare la malattia del mondo.

    No, non mi associo alla vulgata anticomplottista di quelli che, certi di possedere ragione e verità, riducono un fenomeno complesso a un crampo mentale o a una menzogna. Con tanto più rammarico dico che le cupe insinuazioni di Agamben, le sue dichiarazioni sulla «costruzione di uno scenario fittizio» e sulla «organizzazione integrale del corpo dei cittadini», che rinviano a un nuovo paradigma di biosicurezza e a una sorta di terrore sanitario, lo inscrivono purtroppo nel panorama attuale del complottismo.

    Com’è noto Agamben si è ritrovato a destra, anzi all’ultradestra, con un seguito di no vax e no pass. Di tanto in tanto si è perfino scagliato contro chi a sinistra difendeva il piano di vaccinazione. Non mi risulta, invece, che in questi due anni abbia speso una parola per le rivolte nelle carceri, per gli anziani decimati nelle rsa, per i senzatetto abbandonati nelle città, per quelli rimasti d’un tratto senza lavoro, per i rider, i braccianti e gli invisibili. Mi sarei aspettata dal filosofo che ci ha fatto riflettere sulla “nuda vita” un appello per i migranti che alle frontiere europee vengono brutalizzati, respinti, lasciati morire. Anzi, un’iniziativa che, con la sua autorevolezza, avrebbe avuto certo peso. Nulla di ciò.

    Ci ha costretto spesso a elucubrazioni fuorvianti e soprattutto, prendendo posizioni paradossali, ci ha spinto verso il senso comune. Per quel che mi riguarda forse questo è uno dei maggiori danni, dato che la filosofia richiede radicalità. Ma i danni sono ulteriori e difficilmente stimabili, a partire da un sovrappiù di discredito gettato sulla filosofia. Per noi agambeniani, sopravvissuti a questo trauma, si tratterà di ripensare categorie concetti, termini, alcuni – come “stato d’eccezione” – divenuti quasi ormai grotteschi. E sarà necessario salvare Agamben da Agamben, il lascito del suo pensiero da questa deriva. Né si può sorvolare sulla questione politica, dato che viene meno nel modo peggiore uno dei punti decisivi di riferimento per una sinistra che non si arrende né al neoliberismo né alla versione del progressismo moderato. Il cammino sarà impervio.

  25. Green pass, Gianni Vattimo: “Dittatura sanitaria? Göring? Come si fa a sostenere simili sciocchezze?”
    Il filosofo esterrefatto per Cacciari e Agamben. E indica la via in Kant e Rorty

    By Davide D’Alessandro da huffingtonpost

    Salgo le scale e immagino il professore Gianni Vattimo seduto davanti alla finestra a leggere i giornali, che passano in fretta, e a rimirare la Mole, che non passa mai. Mi accoglie con le mani giunte e quel sorriso dolce e stanco di chi è costretto alla poltrona. Di fronte svetta la libreria, dove campeggiano i libri di Heidegger, di Nietzsche e i suoi, tradotti in tutte le lingue del mondo; perché, sia detto con chiarezza, è lui il filosofo italiano più tradotto all’estero. Della versione cinese ci limitiamo a guardare la bella copertina. Dentro è inutile avventurarsi.

    Gli chiedo se devo mostrargli il green pass della doppia vaccinazione ma lui, lucidissimo, non abbocca: “Sono in attesa della terza dose e tutto questo chiasso francamente mi provoca fastidio e sconcerto”.

    Ma come, gli dico, si fanno incontri e manifestazioni sulla dittatura sanitaria, sulla sorveglianza, sui complotti politico-tecnico-finanziari, si fa addirittura riferimento ai metodi di Hermann Wilhelm Göring e tu te ne stai qui, buono buono, zitto zitto, ad assaggiare una fettina di torta alle mele e a sorseggiare un po’ di vino bianco? Si fa più serioso: “Guarda, a me sembra un’autentica follia. Ma come si può arrivare a sostenere simili sciocchezze? Stanno usando il green pass e il malcontento generale per arrivare chissà dove. Purtroppo, la responsabilità non è soltanto dei Cacciari e degli Agamben, ma anche di un sistema mediatico che insiste sul tema, concedendo pochissimo o nessuno spazio ad altri tipi di dibattiti, che sarebbero ben più importanti. Vorrei partecipare a incontri e manifestazioni sulla povertà, sull’eutanasia, vorrei parlare di questi temi a studenti coinvolti colpevolmente in una confusione generale”.

    Gli porgo la pagina di un libro dov’è l’idea dello Stato da parte di Kant: “L’idea dello Stato è quella in cui nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la propria felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà di altri di tendere a uno scopo simile, la quale può coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale”. Vattimo si illumina: “Ecco, scolpiamola sulla pietra e non parliamone più. Anzi, possiamo issarla a mo’ di bandiera e farla sventolare per le piazze. Una volta i Movimenti nascevano su ben altre motivazioni, oggi mi tocca leggere che le riunioni sul green pass potrebbero preparare la nascita di qualche Movimento. Non ho parole. Ma dove siamo finiti?”.

    C’è un filosofo al quale il professore affiderebbe la lettura di questo complicato tempo presente ed è Rorty: “Certo, perché le sue parole sono attuali, edificanti, positive. Il pensiero filosofico può essere al centro del discorso pubblico, ma non sul green pass. Non mi sento affatto sorvegliato. Mi sento un po’ spento e amareggiato. Aprire i giornali al mattino e leggere menti, ritenute brillanti, che si accapigliano sul nulla è deprimente. I dati, inconfutabili, ci dicono che la stragrande maggioranza degli esseri umani è ancora in piedi grazie al vaccino. I controlli sono necessari, poiché lo Stato non può consentire che la libertà sfrenata e pericolosa di qualcuno possa compromettere la libertà e, ciò che più conta, la vita di altri. Se non comprendiamo questo, di che cosa parliamo? Di quale filosofia parliamo? Povera filosofia!”.

    Lo saluto ricordandogli che la filosofia della quale resto attento lettore è in “Scritti filosofici e politici”, la sua opera (quasi) omnia edita da La nave di Teseo. Il professore sorride ancora. Un raggio di sole lambisce la Mole. Il pensiero debole è più forte che mai.

  26. “Tutto è prevedibile. Tutto è già stato previsto. Quello che è nel destino non lo si può evitare. Nemmeno questa patata lessa. Questa forchetta. Questo tozzo di pane nero. Nemmeno questo pensiero….
    Nonna che spazza il marciapiede lo sa. Dice che non c’è nessun dio, solo un l’occhio qui e là che ci vede chiaro I vicini sono troppo distratti dalla TV per metterla al rogo come strega.”
    (Il mondo non finisce, C. Simic, Donzelli)

    Da Simic parecchia folgorazione. Poi nel libro “Compostaggi” questi riflessi condizionati:

    (Dalla sezione NOMI)
    L’albero socchiuso ha una palpebra accennata,
    Eva tollera in eterno questo alternarsi di funi.

    Il sipario che si alza ha un giardino meraviglioso,
    la vita scrostata di polvere colorata, quando cala.

    Indossa un grembiale nell’atto di saldare,
    Adamo attorciglia il prato con le stelle.

    Ieri ho appuntato questa frase:
    essere poeti è una presunzione letteraria. Dismetterla fa intraprende la poesia.

    Grazie OMBRA.

  27. Vi è un ritardo nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione odierni. Agamben, come Cacciasi, entrano in difficoltà quando devono comprimere il loro pensiero nel web, o più semplicemente in una intervista. A stento ci riesce Galimberti, e il giovane Diego Fusaro, marxista e sostenitore delle teorie di complottismo, ci va a nozze. I mezzi oggi a disposizione, più veloci, certo superficiali ma indirizzati alla sintesi, comportano che le meno parole abbiano maggior peso e possano generare conflitti. Oltre a creare imbarazzo tra i filosofi, ci si chiede quali siano i riferimenti fondanti, da quale punto di vista nasce l’osservazione di Agamben sui temi sociali. Mia impressione è che sia rivolto al passato. Da qui la sua impossibilità di scorgere luce nel futuro. Atteggiamento oscurantista rivolto al presente, impossibilità di adottare un pensiero propositivo.

  28. Il capitombolo gnoseologico dei filosofi Cacciari e Agamben mette in evidenza che il Covid ha imposto in modo spietato la necessità del Cambio di Paradigma del pensiero critico. L’incapacità di comprendere il Covid è la punta dell’iceberg di un problema ben più ampio e sottostante, che non si vede, che non è immediatametne visibile, ma che c’è.

  29. antonio sagredo

    “Green pass, Gianni Vattimo: “Dittatura sanitaria? Göring? Come si fa a sostenere simili sciocchezze?”
    Il filosofo esterrefatto per Cacciari e Agamben. E indica la via in Kant e Rorty
    ——————————————————————————————————
    e ha ragione Vattimo…

    Via Kant per Rorty è l’unico grande viale da percorrere poiché la segnaletica lungo il percorso è chiara, – Poi sta ad ognuno di noi prendere la Via dell’ombra, o altra via, ma questo viale porta di certo in Via Nietzsche che è illuminata e di oscuro ha qualche traccia.

    Agamben… è un cognome accattivante e fa subito presa sul vasto pubblico o su tanti circoli filosofici sparsi per il mondo. Aveva forse bisogno di visibilità Agamben? – Accattivante questo cognome di filosofo come certi titoli azzeccati di libri che si vendono soltanto per i titoli, e poi di sostanza nel libro non c’è nulla! Il suo filosofare sul Covid è deprimente e inficia non poco tutto il suo pensiero.
    — Da Cacciari mi attendevo più equilibrio, ma il suo radicalismo certe volte a poco a che fare con la filosofia, ma si sa che la senilità, anche precoce, certe volte porta sulla Via della Demenza Negativa anche se involontariamente.
    La Storia della filosofia … registrerà la caduta di questi due filosofi e di altri come loro due; registrerà che non sono stati capaci di volare più in alto di questi tempi, e hanno perso la vista, e peggio ancora la visione della “cosa storica”!.
    as

  30. dal mio libro La Catastrofe, il Kitsch, L’Angoscia, il Covid19 e la Poiesis kitchen, di prossima pubblicazione.

    Sul concetto di «catastrofe»

    Ho scritto tempo fa a proposito di un quadro di Marie Laure Colasson [Struttura dissipativa, la macchia, 35×35 cm, acrilico, 2020]:
    «Osserviamo attentamente, ed ecco che emerge una “macchia” (nella parte inferiore, centrale, a sx?). Soltanto distorcendo la prospettiva di osservazione, ovvero, guardando il quadro obliquamente fino a non poter distinguere la partitura dei colori, l’osservatore potrà realizzare che quella zona non riconoscibile corrisponde ad un buco nero: il punto/centro geometrale cartesiano è perduto, quello che emerge è la zona di angoscia che non può essere raffigurata se non da una macchia nera. L’indicibile. L’irrappresentabile. La catastrofe».

    Leggendo le tesi di alcuni filosofi e intellettuali (Cacciari, Agamben etc.) e dei demagoghi della politica della destra sovranista non ho potuto fare a meno di pensare che la «macchia» è qui, presso di noi, ma non la vediamo neanche col microscopio o un binocolo; quella macchia è in realtà un «posto vacante», il quadrante della scacchiera che permette agli scacchi di muoversi e di dare scacco matto. Quella «macchia», quel «posto vacante» è ciò che consente alla struttura (la storia) di mettersi in moto e di restare in moto. Quella «macchia» la puoi interpretare come vuoi: da destra la vedi in un modo, da sinistra in un altro, dall’alto in un altro ancora, dal basso in un altro ancora.

    Resta il fatto che quella «macchia», quel «luogo vacante» c’è da qualche parte ma, maledettamente, noi non possiamo vederla, localizzarla, individuarla. Però, possiamo immaginarla. La «macchia» c’è, eccome! Il Covid19 ci ha dato la possibilità di mettere su questo teatrino della vanità dove ciascuno recita la sua parte senza accorgersi della «macchia», del «luogo vacante». Quella «macchia» è nascosta in qualche zona del nostro inconscio e noi non la vedremo mai perché è invisibile, ma è Lei che ci guida nella recita, è Lei che governa i nostri passi, i nostri umori, le nostre scelte nella vita quotidiana e nella politica.
    Allora, prendiamo un po’ di coraggio e guardiamo bene in faccia quest’ospite sgradevole che sta dentro di noi, sprofondato in poltrona a sorseggiare un Campari e sogghigna.

    Le recenti distopie e narrazioni catastrofiste ci narrano la urgenza di poter assistere dall’esterno alla storia del fallimento e della catastrofe, alla distruzione del modello sociale, economico e politico del mondo capitalistico; distopie che intercettano le pulsioni inconsce della volontà di porre fine ad una esistenza non-umana, pulsioni che non siamo disposti ad ammettere a noi stessi, per via della cattiva coscienza inconscia dell’autocatastrofe.

    La morte per Covid

    Giorgio Agamben ipotizza addirittura «l’urgenza della catastrofe». Che siano le forze illiberali, e autocratiche a decretare la fine della nostra civiltà è un sollievo per la cattiva coscienza infelice, ma l’autocatastrofe in cui siamo ogni giorno impegnati non ci libera dalla scortese ripugnanza che inconsciamente percepiamo per noi stessi, carnefici e vittime ad un tempo designate e destinate. Proiettare la realizzazione del fallimento delle democrazie nell’immaginario della finzione servile implica rendere la sua realizzazione fantasmatica, quando invece è reale, realissima, prossima a noi. È erroneo pensare che se pertiene all’immaginario e al fantasmatico, allora la catastrofe non potrà mai avvenire, e ci sentiamo sollevati per questo pensiero auto consolatorio.

    Lo stato di conflittualità permanente presente nelle società a capitalismo neoliberale e la percezione di vivere in una costante guerra civile, sono i corollari del nostro odierno modo di vita, la traccia di una via permanentemente sbarrata alle istanze della coscienza critica dell’esistente. Non c’è nulla di meglio che una condizione di shock permanente per indurre gli uomini alla resa, o quantomeno ad una condizione di adattamento alle circostanze vissute come oggettive e immodificabili. È la condizione dello shock che apre le porte delle stanze costipate di armadi e di cofani dove nascondiamo gli abiti dismessi della nostra incapacità a vivere. Lo stato di shock da catastrofi che caratterizza le società neoliberali rappresenta l’opportunità, anzi il quotidiano di una nuova articolazione del dominio neoliberale. Il regime neoliberale opera mediante shock: lo shock deforma e disarma la coscienza, la rende inerme, la riduce alla difensiva e alla rinuncia a qualsiasi resistenza. Gli uomini paralizzati e traumatizzati dalla catastrofe permanente, si offrono supini alla nuova articolazione neoliberale della catastrofe annunciata. Il capitalismo cognitivo, la nuova forma del capitalismo di oggi, trasforma le crisi in opportunità, rimodula il plusvalore intensificando lo sfruttamento del capitale fisso, sfruttando le risorse psicologiche dei salariati, rimodulando in vista di un maggior profitto le caratteristiche psichiche e psicologiche dei soggetti umani posti nelle condizioni di prestatori d’opera. Il capitalismo accelera la percezione psicologica del «presente» che gli esseri umani hanno del tempo assolutizzandolo, rendendolo eterno, facendo del futuro una semplice esondazione proiezione del presente.

    Il discorso neoliberale presenta il se stesso come il regno della massima libertà, affetta un discorso a-ideologico; anzi, di più, come liberazione da ogni dipendenza ideologica. È importante che il soggetto goda di un grado (ipotetico) elevato di libertà e di autonomia al fine di sviluppare e mantenere la logica del mercato che necessita di soggetti efficienti, in grado di perseguire i propri interessi, la cura del sé, assumere dei rischi e promuovere la auto responsabilità. Questa razionalità, con le connesse pratiche discorsive, promuovono e incrementano una condotta di vita indirizzata all’autonomia e alla autorealizzazione individuale, spingendo verso una ricerca di senso o di un quadro valoriale orientativo dell’esistenza in un’ ottica di salvezza individuale. Vengono predisposti e messi a disposizione dei soggetti una vasta gamma di programmi di tecnologie del sé attraverso i quali modellare la propria esistenza. La ratio di base è la derubricazione dell’angoscia mediante le tecnologie del sé e dei centri benessere, lo yoga e le discipline tantriche e altro ancora; tanto più la catastrofe è incombente quanto più ci si affida ad emollienti e lenitivi, a balsami dell’anima, il tutto in un quadro di salvezza individuale. Tanto più la catastrofe è annunciata mediante i mezzi di comunicazione, quanto più vale la strategia individuale del «si salvi chi può». La ratio neoliberale spinge alla performance in ogni ambito della società e della esistenza degli individui al fine di attingere una modellizzazione delle forme di soggettivazione umana fino a delineare una zona della «cura del sé», ossia uno spazio di relazione del soggetto con se stesso, una vera e propria antropotecnica della manutenzione del dispositivo dell’efficientamento della salubrità e della salvezza individuali. La felicità diventa una questione personale, individuale: si è felici nella misura in cui ci liberiamo dall’angoscia e dalle ansie, nella misura in cui riduciamo l’angoscia e le ansie ad una dimensione accettabile, portabile, diciamo ad un modello prêt-à-porter (abito di serie su modello di sartoria), nella misura in cui le pratiche antropotecniche ci inducono alla evasione del sé e dal sé evitando di affrontare realmente l’angoscia. Il «cura te stesso» diventa l’apoftegma imperativo del discorso neoliberale, la sua ideologia non detta; la strategia del discorso neoliberale nella versione conservatrice non vuole per liberarci dall’angoscia e renderci felici ma intende imporci una censura alla rappresentazione della felicità collettiva.

    È un concetto di libertà posticcio un’autenticità erranea ciò verso cui spinge l’ideologia individualistica della «cura del sé». La proposta della auto realizzazione del sé profilata dalle pratiche antropotecniche, è una falsa soluzione. Il soggetto avverte la propria inadeguatezza rispetto all’ideale performativo indotto dalla ideologia neoliberale, e di fronte al vuoto che si spalanca il soggetto non riesce a trovare una via di uscita dal sortilegio che gettarsi a capofitto nelle pratiche di manutenzione del sé. Quel progetto emancipativo e di libertà inteso come autorealizzazione in vista della felicità individuale e collettiva viene derubricato in vicolo cieco, si preferisce il disastro esistenziale e finanche la morte per Covid al principio della solidarietà e alla felicità del collettivo.

  31. Retro di cover dell’edizione Gallimard del libro su Joseph Cornell:

    Le livre est à la fois documentaire et fiction de Joseph Cornell (1903-1972), comme si l’auteur incarnait dans son propre parcours l’horizon artistique de Cornell et nous donnait bien davantage à découvrir en s’inscrivant au plus près de l’artiste, pour ne pas dire dans sa chair même. Canty, le traducteur, nous donne l’occasion d’apprivoiser l’un des poètes américains actuels les plus reconnus aux États-Unis et en Europe.
    Charles Simic, qui a arpenté les mêmes rues que Cornell, nous donne ici un livre de marcheur, Baedeker éclaté de cette ville réelle irréelle où Cornell a passé sa vie, à la frontière d’Onirie et d’Amérique. Les immigrants d’une Europe de conte, les spectres de Taglioni, d’Houdini et de Bartleby, de Poe, Melville ou Dickinson, se mêlent aux figurants d’un théâtre de papier. Alchimie de brocante, avec son mélange de prose, de poésie et de fragments des journaux de Cornell, porte à conclure que la découverte du Nouveau Monde continue depuis toujours.

  32. milaure colasson

    Il mondo comunque continua, in ogni modo e comunque, non finisce, o meglio, finirà non finendo.
    Il neoliberalismo in Italia e in Europa promuove la discoteca. E infatti, apre le discoteche e chiude le scuole. E nessuno protesta. I filosofi italiani Cacciari e Agamben protestano contro il Green Pass ragguagliata alla stella gialla e non si rendono conto della bestemmia che pronunciano, non vedono l’enormità delle loro bugie, si guardano bene dal protestare per la chiusura delle scuole e la DAD..
    Dobbiamo prendere atto che QUELLE filosofie non sono le nostre, che dobbiamo ricominciare tutto daccapo, che la vera ragione dello scandalo è che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, atro che il Green Pass.
    Il mondo comunque non finisce, o meglio finisce finendo interminabilmente. E tutta la bellettristica della pseudo arte dei giorni nostri non finirà perché il neoliberalismo ha bisogno di quella pseudo arte, ha bisogno di fingersi democratico e presentabile, quando invece è impresentabile, grottesco e iniquo.
    A questa menzogna l’arte kitchen presenta la vera faccia del mondo, un mondo capovolto, la vera faccia nascosta che il neoliberalismo si guarda bene dal mettere in mostra, e che dissimula in tutti i modi. l paradosso è diventato realtà: i Cacciari e gli Agamben sono utili e redditizi agli interessi del neoliberalismo dei ricchi e dei ricchissimi, le categorie della psicopatologia sono diventate categorie del Politico, strutture ontologiche: Il Todestrieb, l’istinto di morte della meta psicologia di Freud è diventato una struttura ontologica, gli uomini del XXI secolo optano per la morte sotterranea e invisibile. Come afferma Zizek, una «disfunzionalità radicale» è subentrata all’antica categoria della meta psicologia di Freud e noi assistiamo con sbalordimento e incredulità a questo Evento.

  33. Gentile or Jew
    O you who turn the wheel and look to windward,
    Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.
    (T.S. Eliot)

    NATIVITA’ VOLEVO DIRE

    Il Cristo delle tre croci
    Per ricominciare dalle spalle.

    Tutto da resettare
    La galassia non ha fatto il suo dovere.

    Il ministero della giustizia allevò un re corrotto
    Deve essere stata una stella nana o la materia scura che schiaccia la Luna.

    Il regno dei ragni tirò fuori un filo di seta
    Il regno dei vermi sputò erba.

    E cos’era? Tartufo di moplen
    E funghi in maschera per lo stomaco.

    Il ballo è stato annullato. A che serve un valzer di duemila anni?
    E dunque si restituiscono i biglietti e le dame insieme ai principi.

    Si ricominci da un punto ben restaurato
    Un cerchio quadrato sul dorso della terra.

    C’è un bimbo senza tetta ma con le scarpe d’acqua
    Non è servita la polmonite? Nemmeno farlo sognare.

    E in effetti si può chiudere in un barattolo
    Concentrato di Mare Nostrum al Master Chef.

    Se si cullerà gli porteremo un biglietto. Povera carta che fu mucca.
    Ma non lo senti l’umido nella pasta? Riconosci a vista l’orecchietta industriale.

    Nessun raglio nell’ammucchiata sulla metro?
    Insisti con le ossa, mescola finchè vuoi nella bisaccia di Paperone.

    Una mano senza trucchi, come si deve a un seno di proteine.
    Michelangelo vivo, senza la morte in pompa magna.

    BUONE FESTE A TUTTI\E
    Francesco Paolo Intini

  34. Vincenzo Petronelli

    Charles Simic è senza ombra di dubbio un poeta straordinario, punto di riferimento di una sorta di Poetry kitchen “ante litteram”: un esempio, per la sua capacità “ante Piernom” (concedetemi la divagazione ludica di un pomeriggio di fine festività natalizie, quando l’orizzonte consolatorio delle giornate pantagrueliche rivela ormai la sua natura effimera, per restituire l’orizzonte allo scialbore dei fatturati quotidiani) di maneggiare ed articolare compostaggi, mostrandoci come la parola sia materia viva, articolata nelle pieghe degli scisti sedimentatisi lungo il nostro percorso; il tutto, accompagnato da un’altra fondamentale dote fabrile che è quella della sintesi, di saper approdare subito al “nocciolo della questione” in modo diretto ed eloquente, adoperando la penna come un bisturi o se vogliamo come il pennello di una sapiente paesaggista. Simic evidentemente ci costringe a fare i conti – offrendoci il conforto di un orientamento – sui quesiti fondamentali per la poesia che giustamente evidenziava Giorgio.
    Rileggendo l’articolo, in realtà non pensavo di intervenire per una mera sottolineatura estetica o ermeneutica, trattandosi di un articolo del mese scorso e temendo quindi di non poter aggiungere granché di significativo sul tema in sé della poetica di Simic, essendo un poeta la cui grandezza è acclarata, e data la portata sottolineata degli interventi degli amici che mi hanno preceduto, ma mi ha convinto l’inserto delle riflessioni relative al rapporto tra alcune posizioni filosofiche ed il populismo no-vax et similia attuale, che è sicuramente un fenomeno preoccupante che richiede la nostra massima attenzione.
    Come sottolineavo nel mio scritto di due giorni fa in un precedente articolo dell'”Ombra” – quello su Bjelosevic – siamo di fronte ad un atteggiamento non molto dissimile da quello degli intellettuali da tavolino che in passato hanno avallato le peggiori teorie complottistiche (per contrapposizione e ri-equilibratura rispetto alle citazioni a vanvera della Shoah che sento proclamare da questa gente, mi vengono invece in mente gli intellettuali prestatisi alle teorie razziali o al complottismo “demo-plutocratico-giudaico”) il che dimostra che al di là dell’altisonanza dei nomi, siamo di fronte a menti che hanno strumenti di lettura critica della storia da libri di Bruno Vespa. Non mi meraviglia più di tanto il fatto che la filosofia sia tra le discipline maggiormente esposte (per quanto logicamente non in modo esclusivo: le deviazioni della mente umana sono presenti dovunque) poiché pur essendo una scienza che amo per la sua capacità di offrire spunti dialettici e critici applicabili a qualsiasi ambito della speculazione intellettuale, pecca talvolta di un eccesso di teoreticità che rischia di condurre ad una sorta di autocompiacimento elucubrativo, con il risultato del pericolo della costruzione di impalcature ideologiche, che per definizione rappresenta la stortura dell’idea o dell’ideale.
    Come condivisibilmente sottolinea Marie Laure Colasson, l’esito delle posizioni alla Cacciari o alla Agamben è di fornire risposte alle inquietudini dell’oggi, soffermandosi sulle onde di superficie, piuttosto che riuscire a leggere l’andamento delle correnti sotterranee, che sono poi quelle che determinano la direzione dell’acqua. Conseguentemente, è più gratificante ergersi a bardo dell’unica liberà davvero sentita da una società alla deriva, cioè la liberà di poter fare i cavolacci propri (peraltro.mediaticamente più facilmente spendibili) infischiandosene delle esigenze della comunità, che non fare ciò che un intellettuale dovrebbe realmente fare e cioè offrire risposte ai problemi strutturali del nostro tempo come le disuguaglianze citate da Marie Laure, cui aggiungerei i problemi ambientali, le disparità geografiche, un mondo del lavoro sempre più cannibalizzato, ma per la soluzione alle cui problematiche non valgono più ormai le classiche categorie marxiane, le quali se non re-interpretate correttamente rischiano di essere utili solo a chiacchierate da tè delle cinque. Il pericolo è di prestare il fianco, in questo caso sì, a derive autoritarie, che forse in un angolo della testa solletica gli artefici di queste teorie con l’illusione – sicuramente pre-razionale ed istintiva, ma comunque presente – di un sollievo dalla presunta anomalia dell’oggi. È giusto mantenere alto lo spirito critico, ma a patto di indirizzarlo correttamente; in tal senso una poesia orientata verso un serio percorso di ricerca, come quella della Noe, può essere utilissima nel fornire il giusto.glossario, il giusto alfabeto per una palingenesi, andando a scavare nell’essenza dell’oggi e dei suoi mali, facendo attenzione, come giustamente ammonisce Lucio Mayoor Tosi ad evitare insidiose scorciatioie semantiche.
    Un caro saluto a tutti gli amici dell’ “Ombra”.

  35. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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