Dallo sperimentalismo di Antonio Porta degli anni sessanta alla poetry kitchen sono passati settanta anni e il quadro epocale appare radicalmente cambiato: dall’azzeramento del significante alla dismissione della tradizione del Novecento, Poesia kitchen di Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Compostaggio, Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello, La poesia da salotto televisivo che non osa nulla

È opportuno fare un passo indietro rispetto alla poetry kitchen per ripensare ad uno dei tentativi più interessanti degli anni sessanta però attinti da insuccesso raggiunti dalla poesia italiana sperimentale: la poesia di Antonio Porta del 1961.

Nel fare poesia Antonio Porta racconta quando, dopo avere assistito ad una serata di pubbliche letture, durante la quale lo stesso autore milanese aveva declamato alcuni suoi recenti componimenti, Pier Paolo Pasolini gli si fosse avvicinato e gli avesse confidato con sicurezza un primo, istintivo giudizio negativo sul tono e sul modo dei versi appena uditi «La sua poesia non ha niente a che vedere con quella dei Novissimi» (1961).1

dalla raccolta Cara di Antonio Porta del 1969. Leggiamo alcune composizioni tratte da Il sasso appeso (1960)

Azzannano le mani chiedono dei figli
Si chinano sulle bocche leccano le dita
Iniettano cemento incidono tumori
Battono sull’accento li spingono tutti dentro
Vuotano gli intestini scuotono le orecchie
Accumulano le lenzuola trascinano per le braccia
Aprono la posta escono in pattuglia
Seguono i richiami calcano la polvere…

*
II.

Dentro le sue cornici non svelle
Quell’armadio non lo apre
Se questo è l’armadio si domanda
L’orologio fa il rumore della polvere
Non lo trova spostando le lancette
Lentamente scoprendosi le braccia
Come si fora buttandosi dall’alto

Rinchiusi nelle pellicce uscendo
Nel principio della corsa correndo
C’è dentro quella nuvola di tarme
Distintamente fa il rumore

Lo si può sentire sotto i tacchi suona
Uscendo le lancette tra le labbra
Gli occhi di porcellana sul punto di staccarli

Il commento di Renato Barilli, adotta la formula della poesia come «mini-happening»:

«ogni suo verso, appunto, afferra oggetti, solleva pesi, mette in moto cellule embrionali di azione (…) In un certo senso, è come se il nostro autore volesse bruciare gli intervalli discorsivi, le mediazioni rappresentative, per passare a una presentazione. Le cose, o meglio le azioni che le sollevano, sono già lì, fin dal primo momento. La sua è davvero una poesia In re».2

Un linguaggio che Fausto Curi definisce «radicalmente intransitivo, dunque non fungibile»,3 una sorta di riduzione oggettuale del linguaggio votato esclusivamente alla autoreferenzialità, allo statuto opaco tendente a minimizzare e azzerare la distanza che intercorre tra il linguaggio e le res. Porta arriva al nocciolo duro del reale, quella cosa che resiste ad ogni connotazione linguistica, che costringe il linguaggio ad una condizione opaca, resiliente e dunque asemantica, al suo statuto meramente ed eminentemente materico. Dove è evidente che arrivato a questa posizione Porta giunga ad un passo dal vicolo cieco costituito dalla sua concezione materica del linguaggio poetico.
L’impasse di Porta conduce il linguaggio poetico alla sua autonomia e alla tautologia nomenclatoria, ad un mero gioco combinatorio, ad una perenne tautologia, alla incapacità del linguaggio poetico a connotare altro che una tautologia del tutto auto referenziale. Porta accudisce un procedimento ad incastro dal quale sono espunti gli incipit, i preamboli, le protasi in quanto il testo si presenta come una perpetuazione di espedienti linguistici costruiti per giustapposizione asindetica e paratattica, per agglutinazione di sintagmi asemantici, tonalmente opachi, per stratificazioni polisillabiche asemantiche ma tutto ciò all’interno della autonomizzazione del linguaggio che diventa auto sufficiente in quanto catena di significanti asemantizzati. Sarà Zanzotto che nel 1968 con Dietro il paesaggio formulerà una poesia che punterà sulla piena adozione del significante, sanzionando la signoria indiscussa del significante, in un certo senso ribaltando l’impasse cui era giunto Antonio Porta. Il poeta milanese pensa secondo la logica della divaricazione tra significante e significato tutta all’interno della tradizione della metafisica occidentale, con il significato subordinato al significante, il solo, quest’ultimo, in grado di accedere al significato e quindi con il significante individuato quale bersaglio di una logica decostruttiva di azzeramento del significante; ma questo modo di pensare, tipico dello sperimentalismo delle post-avanguardie, condurrà Porta in un vicolo cieco, a puntare tutto sull’azzeramento del significante.

da La palpebra rovesciata del 1960, composizioni confluite nella antologia de I Novissimi
1.
Il naso si sfalda per divenire saliva il labbro
alzandosi sopra i denti liquefa la curva masticata
con le radici spugnose sulla guancia mordono
la ragnatela venosa, nel tendersi incrina ma mascella,
lo zigomo s’impunta e preme nella tensione dell’occhio
contratto nell’orbita del nervo fino alla gola
percorsa nel groviglio delle voci dal battito incessante

2.
Il succo delle radici striscia lentamente su per le vene
raggiungendo le foglie fa agitare, con la scorza che gonfia
cresce la polpa del legno, dilata le sue fibre cariche di umore
con gli anelli che annerano pietrificati e un taglio
netto guizza su un tronco maturo come colpito dalla scure

3.
I bruchi attaccano le foglie premono col muso
a rodere l’orlo vegetale mordono le vene dure
e lo scheletro resiste. Sbavano il tronco, deviano,
scricchiola la fibra meno tenera, a ingurgitare il verde
inarcano le schiene bianche, l’occhio fissato sull’incavo,
fan piombare gli escrementi giù dai rami, si gonfiano,
riposano sullo scheletro sgusciato, distesi sul vuoto masticato.

4.
Le fibre della tela distesa lugo i vetri sulla strada
rigata da molecole di nafta lentamente calano
e inguainano il ferro e il legno , roteano sul soffio dell’aria
caldo gonfiano la molle superficie, graffia e lacera la trama,
i fili si torcono e il foro si spalanca, nello squarcio
condensa viscido molecolare e i vetri aderiscono al cancro della tela

Non ci potrebbe essere distanza maggiore tra la poetry kitchen e questa procedura, tipica dello sperimentalismo anni sessanta, preoccupata di disseminare delle mine dietro di sé ad ogni passo in avanti, un tentativo che ruota intorno a un cul de sac: intorno ad un impossibile significante asemantizzato, un utopistico azzeramento del significante. La poetry kitchen esperisce l’indicibile condizione del senza fondo e del senza origine, la pre-condizione di possibilità di ogni condizione di possibilità linguistica, il divenir-tempo dello spazio e il divenir-spazio del tempo, la costituzione non originaria del tempo e dello spazio, la commistione di disparati linguaggi in quanto è nella commistione e nella trasmutazione dei linguaggi che soltanto il linguaggio poetico può sopravvivere.

(Giorgio Linguaglossa)

1 A. Porta, Nel fare poesia (1958-1985), Firenze, Sansoni, 1985, p.31.
2 R. Barilli, La neoavanguardia, cit., p. 62.
3 F.Curi, Poetica del Nuovo Terrore, in Metodo, storia strutture, Torino, Paravia, 1972, p.208.

Francesco Paolo Intini

Eserciti di soldatesca che hanno sulle carni nude trionfi di scorticature medievali, sulle teste caschi di punzoni metallici e corni vichinghi. Negli occhi la febbre dei lebbrosari e sui palmi delle mani i geroglifici delle millenarie tribolazioni mistiche e antiscientifiche”.

(Giuseppe Gallo)

Da sempre mi sarebbe piaciuta una poesia che facesse da vettrice nell’ignoto. Qualcosa di lucreziano per intenderci capace di penetrare le cose, ragionando su di esse ed esplorandole.
Ricerca infatti è stare al confine, sperimentare il margine tra nulla e nulla e riferire a chi sta attorno le creazioni, la possibilità concreta e praticamente infinita che ciò che è noto si mescoli efficacemente all’ignoto. Non è davvero un bel vivere in questo contesto dove rischiare di cadere nell’errore, nell’abbaglio è all’ordine del giorno e nell’ordine delle cose.

Ma è proprio qui, fuori da questo rischio, che affonda la barca la poesia da salotto televisivo, che non osa nulla, proprio nel cantiere che doveva vararla dimostra la sua natura di carta. Non perché la potenzialità del linguaggio poetico sia da meno di quello scientifico come dimostra il grande latino, ma perché porta in sé una malattia mortale, virale e pandemica: il narcisismo.

Il problema è se valga la pena, una volta portato alla luce, tenerlo in vita e continuare a farle fingere ipotesi a tutti i livelli del significare. Il dubbio nasce spontaneo ogni volta che un verso porti alla sua sorgente e quel tono inconsunto ci rivela il vate in possesso di verità indiscutibili che sparge i suoi odori e insaporisce ogni minestra, come se di fronte si avesse solo podi da conquistare, un mercato in cui concorrere efficacemente con un’offerta di versi che richiami la tradizione e ignori qualsiasi idea di contraddizione.

Ecco, personalmente ho preferito dire di no, conservando nel contempo lo strumento dello scavatore, la pala meccanica della radiazione che interferisce con tutto ciò che attraversa e della stanza buia rivela, se ci sono, il pulviscolo e le ragnatele.
E’ netta la mia sensazione che qualcosa sia scoppiata al largo e ciò che vediamo, il risultato di una deflagrazione stellare. Personalmente parto da qui, dal tentativo di raccogliere e addomesticare un raggio curvo sul nostro tempo.

Francesco Paolo Intini

HYPOTHESES NON BINGO.

L’inseguimento finì alle prime luci dell’alba.
Decidere se iena o leone e poi il colpo definitivo.

La trappola lasciava trapelare il cucciolo
ma bestemmiava un cinghialese di luce e gas,

come se nell’ anticipo d’istante
ci fosse la bolletta del ritardo

Vengo alle cifre.
Il Percento assunse un aspetto austero.

E dunque cosa vorresti a discapito?
Una scorta per le Barbados?

Sai? La porta scorrevole si tagliò le vene ai polsi
E giunse alle stesse conclusioni dello sportello.

Non vedi come duole il trend!

L’inverno è insopportabile
senza adeguare il cielo alle fabbriche.

Bastò un morso al collo
con i denti a sciabola di un ippocastano.

Batteva la campana su corso Cavour
E una calza a rete abbracciò i tronchi.

Ricordi il prodigio?

Gli uomini secchi cadevano dai rami
E noi a riscaldare il logaritmo.

Fu all’ora che la scimmia pazza
adescò un pettirosso.

Alle liane. Tutti alle liane dopo il cartellino
e pausa di un milligrammo per una banana.

Mauro Pierno

Compostaggio

“Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate”.

La natura morta dentro il quadro clinico
si ripara con l’educazione solitaria.

La ricerca non può dirsi chiusa
la comunità locale è in subbuglio

È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile.

Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti.

Un messaggio arrivò in WhatsApp
decodificabile con il sistema d’accesso.

E’ chiaro che qui non si tratta di chiamare la Squadra Omicidi, per accertare omissioni o elementi fisiologici tenuti in disparte, ma di affrontare le tante ibernazioni psicologiche che si estetizzano con i versi, anche se non tutto è sistematicamente prelevato dal catrame dell’ES.

Entra da una porta, senza preavviso, e se ne esce. A modo suo, con stile –

Dobbiamo cambiare il mondo: dove hai messo i pannoloni?

” Volete ancora cambiare il mondo, davanti al quale potreste inginocchiarvi, così è la vostra ultima speranza et ubriachezza”.

Un terzo della popolazione non si accorge di nulla.
Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura

Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  Natomaledue è in preparazione.

25 commenti

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25 risposte a “Dallo sperimentalismo di Antonio Porta degli anni sessanta alla poetry kitchen sono passati settanta anni e il quadro epocale appare radicalmente cambiato: dall’azzeramento del significante alla dismissione della tradizione del Novecento, Poesia kitchen di Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Compostaggio, Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello, La poesia da salotto televisivo che non osa nulla

  1. Scritta da Benjamin Péret 1922 ,movimento DADA
    Il quarto ballerino

    Come lui danzava nei suoi calzoni
    un uovo usci dalla cucina
    a passi lenti
    come una stella un fotografo
    sino all’indomani usci
    sino all’indomani danzò
    con una collana
    con un tascapane
    e la barba gli crebbe
    lungo i calzoni
    tutt’intorno alla cucina intorno alla cucina
    che non è forse nata

  2. Non ho dubbi che qui siamo nel pieno attraversamento del nichilismo; a metà del guado – perché se non esistessero sponde, come il nichilismo lascia intendere, allora tanto vale ricorrere a suicidio assistito.
    Non solo Intini, che distruggendo suo malgrado edifica in potenza, spettro della dea Kalì, l’annientamento del significante, e come Antonio Porta finisce al vicolo cieco (tant’è che ogni sua poesia ribadisce, non si fosse compreso, che non esistono sponde per il salvataggio, o non se ne vedono) – ma anche in altri poeti noe dove sussiste la “traccia” di una perduta o qui dispersa origine (Mauro Pierno, ma anche miei tentativi fino a l’altro ieri).
    L’indagine estetica ontologica, non il giudizio, darà risposta.

  3. Guido Galdini

    Antonio Porta mi pare che in seguto sia ritornato a scrivere cose tradizionali.
    Ho qui davanti l’Airone, dell’80, con versi che sembrano quasi di Conte:

    ti saluto, ti canto, airone,
    ritornato a infilare le zampe
    nelle risaie lombarde,
    canto la mia liberazione
    appena uscito dalla prigione…

    Mi piacerebbe avere un parere di Giorgio nel merito.

    • caro Guido,

      Antonio Porta si muove nel quadro segnato da due categorie guida: l’Avanguardia e la retroguardia, ed è del tutto normale che quando stacchi la spina alla prima si ricada nella seconda, si torni a fare poesie normali. Antonio Porta non fa eccezione a questa legge fisica. Lo sperimentalismo si muoveva in questo quadro categoriale. Noi oggi siamo fuori dello sperimentalismo e fuori dal quadro categoriale Avanguardia-Retroguardia, la poesia kitchen ha consapevolezza del suo esser fuori e di non poter più tornare indietro.
      Con le parole di Lucio: «Non esistono sponde per il salvataggio, o non se ne vedono».

  4. Jacopo Ricciardi

    Mi permetto di inserire qui la terza stesura della mia poesia IL COMMISSARIO VERACE che credo si possa definire Kitchen, sperando di non farvi perdere tempo. Un caro saluto a tutti.

    IL COMMISSARIO VERACE (terza stesura).

    La donna incinta nel commissario
    partorisce cinque virgola sei assenze.
    Quando entra esce se entra riesce
    se esce rientra.

    Il commissario senza dita
    strappa i tramonti tra monti e le albe
    le albe dei tramonti i tramonti di albe
    albe con tramonti e il segugio srotola
    il cartiglio di una frittata morbida
    su cui galleggiano pezzi che sono cose.

    Il gatto Caramello fa ruggine ovunque
    accompagna il commissario fino alla sua coda.
    Abita dentro un cassetto di porte
    acciambellato sull’armadio senza fondo.
    Sente odore di prugna: è il commissario che beve
    e ubriaco svela il caso.
    Passa nella stanza di legno un podista
    (dai centomila passi in uno nel riverbero di un gong):
    osso tendini muscoli torso gambe ginocchia mani naso mento tutti separati nei tempi.

    Egli vede rallentare una notazione.
    La casta dei bambini ingolfa le persone senza volto.
    Loro corrono lo iato e pagano in bitcoin.
    Cadono dondolando le licenze dal melo.
    Il bambino si immagina uno scriba
    ma è un babuino seduto che sorveglia la scrittura.
    Dragano una filastrocca che beve al tavolo
    di tutta Bisenzio
    consunta nelle scatole da trasloco.
    La filastrocca è una divaricazione unita e disunita sul tavolo che fluisce per Bisenzio nelle parole:
    “Gli stessi cerchi di cerchi in rotazione disconnessa.”
    raglia il mirino nel grido che rade. È pagina.
    La dea Calì prende al volo le licenze
    con millesettecentottantadue mani.
    Quei movimenti le riscrivono
    con un inchiostro a scatole cinesi.
    I gemelli si scambiano il naso
    mentre San Carlo mangia le prugne prese dal suo vangelo.

    Tra i cani la doccia della pagina
    ingaggia i sarti dei pistacchi del commissario
    che cantano nell’alveo scontento:
    “Una sedia in crosta. Un albatro che tintinna. Una cerniera si nutre del panno di uno stormo. La donna sarda è caramellata nel quartier generale di Antigone. Un treno a galla va a scatto. L’incudine in linea si offende. La bistecca rotta da un motto.”

    Sui binari divaricati la Storia suda
    il sermone dell’ancella scommettitrice.
    Indossa guanti che mordono le ginestre
    e assecondano la perspicace ostrica
    nell’asola frattale. Thomas
    trova l’oggetto della democrazia.
    È impossibile venderlo o svenderlo,
    solo regalarlo e nessuna mano può rifiutarlo
    e passa di mano in mano e occupa l’individuo
    che non sa di dover cercare l’umano –
    molto più tempo passa nelle mani degli altri
    ma il vero oggetto di democrazia permane
    vuoto nelle altre mani e la mente è biancastra.
    L’umanità non è nella rovina dei nomi mai raggiunti
    ma nel gelo del freddo su per la collina nera rinvigorente.
    Lì si parla con il cacciatore e il suo cane.
    Delle storie di sé vengono proiettate.

    Il codice Morse è dentro al panda.
    Glielo hanno asportato e ci hanno giocato a Shangai.
    Il codice Morse balbetta
    addormentato su ogni fotone del laser –
    i fox terrier ne seguono il profumo.
    Ogni linea del Morse è lunga chilometri.
    Il paesaggio è oscurato da quel peso.

    La ruggine va a scuola
    in una foto del tempo deterso in uno spago sminuzzato.
    La lavanderia pensa alle caste schedate
    nel battesimo fresco denaturato
    cataclismatico sul contagiri
    che elemosina verde un asciugacapelli.
    I piumini fanno omicidi
    sulla passeggiata anni ’50.
    La lambretta dà gas alle parole.
    Sapeva bene che il suo pancreas
    gioca a poker con la cistifellea.
    Il testosterone azzurro racimola l’erario.
    Ha ricevuto una telefonata al dna.
    Il centralino delle cellule ha dato risposte molto diverse.
    Passano di là due scarpe da ginnastica.
    Il campione in girotondo
    stringe frammenti di Roma
    tra i quali si aggirano brandelli di universi.

    Un cesto si inerpica gattongattoni, prepara
    l’arzilla di fegatini ginecologici
    e cardinali radure nel gluglu
    della forbice. Siamo nella sartoria dell’ukulele.

    Il bocciolo di fango si imburra madre
    perlaceo dissaccato, è il barboncino
    al guinzaglio del maratoneta imbavagliato
    dal giro di gara. I suoi passi frullano
    dei pettirossi cerchilopitechi brandeburghesi.

    Giacca e cravatta origliate scoscese
    a perdita d’occhio la frase nel fiume si allunga
    e cade in ogni punto che vibra sulla garza
    adulta. Bevuta dell’acqua frigida ai denti
    del castoro che raspa mentre gioca a tennis
    con la coda biberon. Una spelonca passa
    crepitante di reazione nuda ed è il malleolo
    gelido anch’esso che frinisce dissalato
    quando si imbarca su una cerniera.

    Il treno della pera di un gatto
    di un pavone scaduto
    è un’elettroforesi in rada.
    Il gatto diventa una tartaruga che chiede fratellanza burocratica.

    Il bambino ha messo l’universo in una scatola.
    Ora la scuote e questa parla:
    “Hai imbragato le falle? Lo sai che le stalle sono vuote come fette di pane? E se tutto si usura e poi ti fai il bagno?”
    Nella scatola panciuta esce un rutto “Sono bulimica” insiste “e sono l’anoressia”.
    Il bambino la butta via, cerca, le sue mani sono due fogli di carta moschicida
    e l’universo una grande mosca viva che non si stacca.

    “Non avere fretta, chiama la disdetta”
    una pronuncia Swahili dice tra le offerte.

    Cammina con le sue gambe
    nelle corsie d’ospedale.
    Il commissario sbuccia un’arancia col coltello:
    la pelle di Madamme.

    Vuole interrogare il sangue che passa.
    Il cielo è una scatola che si apre ora con sua sorpresa, è lui stesso che si guarda. Il pianeta della pupilla è un buco nero. Ci cade dentro e pof, ruzzola in un’altra scatola, alberata, di sole lattiginoso, implorante, scheletrico, gigione, “…maruzzella…” viene cantando da dietro le frasche di smeraldo: un pungiball si fa strada, frena e sterza, trascina la sua catena rumorosa, gli fa notare che non ha piedi, non ha caviglie, non ha stinchi e così via… il corpo rallenta senza frontiere e diventa il termosifone del bosco. Il pungiball rimbalza via. Salta di scatola in scatola cambiando aspetto “e io con lui”.

    La roccia smembrata dal sole malformato
    elettrizza la ghiandola pineale di Polifemo.

  5. caro Jacopo,
    è una poesia molto complessa, io ti consiglierei di dividerla in strofe numerate, così:

    IL COMMISSARIO VERACE (terza stesura).

    I
    La donna incinta nel commissario
    partorisce cinque virgola sei assenze.
    Quando entra esce se entra riesce
    se esce rientra.

    II
    Il commissario senza dita
    strappa i tramonti tra monti e le albe
    le albe dei tramonti i tramonti di albe
    albe con tramonti e il segugio srotola
    il cartiglio di una frittata morbida
    su cui galleggiano pezzi che sono cose.

    III
    Il gatto Caramello fa ruggine ovunque
    accompagna il commissario fino alla sua coda.
    Abita dentro un cassetto di porte
    acciambellato sull’armadio senza fondo.
    Sente odore di prugna: è il commissario che beve
    e ubriaco svela il caso.

    IV
    Passa nella stanza di legno un podista
    (dai centomila passi in uno nel riverbero di un gong):
    osso tendini muscoli torso gambe ginocchia mani naso mento tutti separati nei tempi.
    Egli vede rallentare una notazione.

    V
    La casta dei bambini ingolfa le persone senza volto.
    Loro corrono lo iato e pagano in bitcoin.
    Cadono dondolando le licenze dal melo.
    Il bambino si immagina uno scriba
    ma è un babuino seduto che sorveglia la scrittura.

    VI
    Dragano una filastrocca che beve al tavolo
    di tutta Bisenzio
    consunta nelle scatole da trasloco.
    La filastrocca è una divaricazione unita e disunita sul tavolo che fluisce per Bisenzio nelle parole:
    “Gli stessi cerchi di cerchi in rotazione disconnessa.”
    raglia il mirino nel grido che rade. È pagina.

    VII
    La dea Calì prende al volo le licenze
    con millesettecentottantadue mani.
    Quei movimenti le riscrivono
    con un inchiostro a scatole cinesi.
    I gemelli si scambiano il naso
    mentre San Carlo mangia le prugne prese dal suo vangelo.

    VIII
    Tra i cani la doccia della pagina
    ingaggia i sarti dei pistacchi del commissario
    che cantano nell’alveo scontento:
    “Una sedia in crosta. Un albatro che tintinna. Una cerniera si nutre del panno di uno stormo. La donna sarda è caramellata nel quartier generale di Antigone. Un treno a galla va a scatto. L’incudine in linea si offende. La bistecca rotta da un motto.”

    IX
    Sui binari divaricati la Storia suda
    il sermone dell’ancella scommettitrice.
    Indossa guanti che mordono le ginestre
    e assecondano la perspicace ostrica
    nell’asola frattale. Thomas
    trova l’oggetto della democrazia.

    X
    È impossibile venderlo o svenderlo,
    solo regalarlo e nessuna mano può rifiutarlo
    e passa di mano in mano e occupa l’individuo
    che non sa di dover cercare l’umano –
    molto più tempo passa nelle mani degli altri
    ma il vero oggetto di democrazia permane
    vuoto nelle altre mani e la mente è biancastra.

    XI
    L’umanità non è nella rovina dei nomi mai raggiunti
    ma nel gelo del freddo su per la collina nera rinvigorente.
    Lì si parla con il cacciatore e il suo cane.
    Delle storie di sé vengono proiettate.

    XII
    Il codice Morse è dentro al panda.
    Glielo hanno asportato e ci hanno giocato a Shangai.
    Il codice Morse balbetta
    addormentato su ogni fotone del laser –
    i fox terrier ne seguono il profumo.
    Ogni linea del Morse è lunga chilometri.
    Il paesaggio è oscurato da quel peso.

    XIII
    La ruggine va a scuola
    in una foto del tempo deterso in uno spago sminuzzato.
    La lavanderia pensa alle caste schedate
    nel battesimo fresco denaturato
    cataclismatico sul contagiri
    che elemosina verde un asciugacapelli.

    XIV
    I piumini fanno omicidi
    sulla passeggiata anni ’50.
    La lambretta dà gas alle parole.
    Sapeva bene che il suo pancreas
    gioca a poker con la cistifellea.
    Il testosterone azzurro racimola l’erario.

    XV
    Ha ricevuto una telefonata al dna.
    Il centralino delle cellule ha dato risposte molto diverse.
    Passano di là due scarpe da ginnastica.
    Il campione in girotondo
    stringe frammenti di Roma
    tra i quali si aggirano brandelli di universi.

    XVI
    Un cesto si inerpica gattongattoni, prepara
    l’arzilla di fegatini ginecologici
    e cardinali radure nel gluglu
    della forbice. Siamo nella sartoria dell’ukulele.

    XVII
    Il bocciolo di fango si imburra madre
    perlaceo dissaccato, è il barboncino
    al guinzaglio del maratoneta imbavagliato
    dal giro di gara. I suoi passi frullano
    dei pettirossi cerchilopitechi brandeburghesi.

    XVIII
    Giacca e cravatta origliate scoscese
    a perdita d’occhio la frase nel fiume si allunga
    e cade in ogni punto che vibra sulla garza
    adulta. Bevuta dell’acqua frigida ai denti
    del castoro che raspa mentre gioca a tennis
    con la coda biberon. Una spelonca passa
    crepitante di reazione nuda ed è il malleolo
    gelido anch’esso che frinisce dissalato
    quando si imbarca su una cerniera.

    XIX
    Il treno della pera di un gatto
    di un pavone scaduto
    è un’elettroforesi in rada.
    Il gatto diventa una tartaruga che chiede fratellanza burocratica.

    XX
    Il bambino ha messo l’universo in una scatola.
    Ora la scuote e questa parla:
    “Hai imbragato le falle? Lo sai che le stalle sono vuote come fette di pane? E se tutto si usura e poi ti fai il bagno?”
    Nella scatola panciuta esce un rutto “Sono bulimica” insiste “e sono l’anoressia”.
    Il bambino la butta via, cerca, le sue mani sono due fogli di carta moschicida
    e l’universo una grande mosca viva che non si stacca.

    XXI
    “Non avere fretta, chiama la disdetta”
    una pronuncia Swahili dice tra le offerte.

    XXII
    Cammina con le sue gambe
    nelle corsie d’ospedale.
    Il commissario sbuccia un’arancia col coltello:
    la pelle di Madamme.

    XXIII
    Vuole interrogare il sangue che passa.
    Il cielo è una scatola che si apre ora con sua sorpresa, è lui stesso che si guarda. Il pianeta della pupilla è un buco nero. Ci cade dentro e pof, ruzzola in un’altra scatola, alberata, di sole lattiginoso, implorante, scheletrico, gigione, “…maruzzella…” viene cantando da dietro le frasche di smeraldo: un pungiball si fa strada, frena e sterza, trascina la sua catena rumorosa, gli fa notare che non ha piedi, non ha caviglie, non ha stinchi e così via… il corpo rallenta senza frontiere e diventa il termosifone del bosco. Il pungiball rimbalza via. Salta di scatola in scatola cambiando aspetto “e io con lui”.

    XXIV
    La roccia smembrata dal sole malformato
    elettrizza la ghiandola pineale di Polifemo.

  6. milaure colasson

    Caro Jacopo,

    complimenti per il lavoro, anch’io penso che la suddivisione in strofe aggiunga qualcosa di decisivo e aiuta il lettore nella lettura. Però, forse, sarebbe bene che tu scrivessi come è nato questo poemetto.

    • Jacopo Ricciardi

      Cara Marie Laure, volentieri. Lo farò spero già domani.

    • Jacopo Ricciardi

      È stato un lavoro di riposizionamento dei vari frammenti della stesura precedente, accorpandoli. Ho sentito il bisogno di aggiungere degli altri frammenti che avessero un respiro più ampio, discorsivo, fino a toccare la prosa, mantenendo la caratteristica della Poetry kitchen. Si tratta di creare uno spazio o territorio dove si muovono delle pedine, e i luoghi di un luogo sono pedine anch’esse. Queste pedine hanno caratteristiche di apparizione, di conformazione apparente, leggermente o molto differenti. Cerco una varietà nella Poetry Kitchen, se questo è possibile, e non ne sono sicuro. Esiste un modo di utilizzare il frammento in una maniera più efficace di un altra? E se questo è possibile in che modo si manifesta? È possibile una energia che lega un frammento in modo solido fino al limite? E saremmo ancora nella Poetry Kitchen? E se è possibile che senso avrebbe? E al contrario un’energia meno compressa ma altrettanto efficace è possibile?
      Tentare quindi una spaccatura del codice linguistico offrendone una totalità il più possibile soddisfacente.
      Devo ammettere che la condizione di non finito del testo, ossia di interminabile rilavorazione, pone in un limbo il risultato, e mi pone un dubbio proprio su quell’energia del legante del frammento che teoricamente potrebbe soddisfarmi. I modi di questa energia o energie mi interessano, ma come misurarle esattamente ancora non so.
      Un magnetismo che tenga insieme gli elementi intorno a ogni spaccatura del codice, è appunto il vuoto tra di essi; ecco, rendere questo vuoto “forte” e “ampio”. È possibile?

      • Cammina con le sue gambe
        nelle corsie d’ospedale.
        Il commissario sbuccia un’arancia col coltello:
        la pelle di Madamme.

        Caro jacopo, a mio parere, presi così, riconosco i versi kitchen. Punto e balzo spazio tempo. È il frammento continuativo che preferisco, dove il cambio semantico non è irraggiungibile. Di solito lo scriviamo senza accorgercene.

  7. gino rago

    La suddivisione in strofe che Giorgio Linguaglossa ha operato sulla composizione di Jacopo Ricciardi ha reso più snello il testo intensificandone il testo il quale così appare come un insieme di frammenti ciascuno con una autonomia e finitudine proprie, ma attenzione alle insidie degli aggettivi qualificativi [La roccia smembrata dal sole malformato/ elettrizza la ghiandola pineale di Polifemo… (smembrata-malformato…)]
    *
    Poetry kitchen
    gino rago

    La principessa Boncompagni-Ludovisì
    Suona danze russe con l’arpa di Paris.

    Poi chiede cornetti e supplì
    Al conte Turiddu di Canicattì.

    «Prendo l’Orient-Express e torno a Paris»,
    Scrive Milaure Colasson a Nicolas Sarkozy

    • gino rago

      Caro Jacopo,
      La poetry kitchen tra l’altro rende il lettore non più solamente «consumatore» di un significato fisso, ma «produttore» di diversi significati. Ecco, allora, che il testo kitchen diventa policentrico, eccentrico, poiché l’autore kitchen è una sorta di luogo d’incontro di linguaggi, di citazioni, di stratificazioni, di echi, di referenze, di interferenze…

      La poesia kitchen mira anche a trasformare lettori/lettrici da consumatori/consumatrici del testo in produttori/produttrici di testo il quale così non ha più un significato-fisso ma si apre a una pluralità di significati.

  8. La poesia kitchen è il risultato di questa assunzione di responsabilità: un nuovo mondo si è aperto con possibilità inattese e imprevedibili, e un altro si è chiuso

    Cari Jacopo e Gino,

    sta il fatto che la poesia odierna si è trovata al largo con un salvagente e le pinne e sta cercando di nuotare, di stare a galla… cos’altro potrebbe fare?, cos’altro si può dire? La poesia attende una ONG che la possa issare a bordo e «salvarla». È questa la sua condizione storica. Chi pensa che la poesia abbia ancora qualcosa da dire, ce lo dica, lo ascolteremo con molto interesse e attenzione.
    La poesia del novecento si è mossa all’interno del quadro segnato da due macro categorie: quella dell’avanguardia (e dal 1945 della post-avanguardia) e quella della retroguardia (la poesia del modernismo occidentale). Oggi questo quadro macro categoriale è crollato, si è dissolto, e la poesia si è trovata da sola, senza un quadro categoriale di riferimento, a dover nuotare in un mare sconosciuto con l’ausilio di un solo salvagente. È questa, penso, la condizione ontologica in cui si trova la poesia oggi.
    Chi pensa invece che la poesia odierna abbia ancora il supporto di un quadro macro categoriale di riferimento, lo dica, esponga la sua opinione, gliene saremo grati.
    Il fatto che la poesia odierna, uscita fuori dal modernismo, non abbia più niente da dire mi sembra un dato indubitabile, ma questo dato di fatto non deve indurre in inganno o al disimpegno: si è chiuso un mondo e se ne è aperto un altro, un mondo di parole si è esaurito e un altro si presenta davanti ai nostri occhi e chiede ascolto, udienza e ricezione. La poesia kitchen è il risultato di questa assunzione di responsabilità: un nuovo mondo si è aperto con possibilità inattese e imprevedibili, e un altro si è chiuso.

  9. Il mare è mare, il cielo è cielo, la terra è terra… questa a me sembra la visione e il dono offerto dal nichilismo. Scopo della vita è la vita stessa, e l’Universo è costante inizio di sé medesimo. Big ban è solo un’idea. Nichilismo è ciò che è. Pure che sembri lento e doloroso e spiazzante, il processo evolutivo dovuto ad atteggiamento nichilista equivale a un risveglio. Dice bene Franco Intini, disilluso ma forse non ancora risvegliato:
    E dunque cosa vorresti a discapito?
    Una scorta per le Barbados?

    • Mi scuso per refusi e disattenzione, è quel che sentivo di voler dire.

    • caro Lucio,

      Le immagini in modalità kitchen che Mauro Pierno ha sapientemente assemblate possono apparire arbitrarie e irrazionali (come qualcuno senza fare nomi asserisce), ma in realtà c’è in Pierno anche un rigido controllo sulla proliferazione di campi semantici che si alternano in modo contiguo legati da rapporti di inferenza e di inerenza (se non altro una inerenza c’è: ed è il fatto mentale). In questo gioco di avvicinamento e allontanamento delle parole, in questo gioco di dentrificazione e di esterificazione delle parole, in questa costruzione di figure foniche ed iconiche come esiliate dalla significazione capaci di generare immagini di non-senso, si instaura una dialettica tra la regressione linguistica e l’aspetto puramente ludico dell’articolazione fonematica. A questo processo compositivo è associata la nascita non solo di molti neologismi ma anche una dichiarazione poetica ben precisa: alla regressione dell’esperienza esistenziale e storica corrisponde una progressione linguistica che vuole condurre il linguaggio. Non si tratta soltanto di un mero gioco etimologico ma di una funzione, di una modalità culinaria, il voler cucinare il linguaggioo sulle padelle e nelle pentole che stanno in cucina… E poi c’è anche un’altra funzione, ovvero, esorcizzare e liberare la versificazione dall’esperienza della storia attraverso il linguaggio, attraversando in diagonale i linguaggi del linguaggio stando dentro il linguaggio.

      • milaure colasson

        secondo me la formula escogitata da Mauro Pierno, il compostaggio di frasari diversi di diversi autori, è intelligentissima.

  10. Vuotano gli intestini scuotono le orecchie
    Accumulano le lenzuola trascinano per le braccia

    L’inverno è insopportabile
    senza adeguare il cielo alle fabbriche.

    Sui binari divaricati la Storia suda
    il sermone dell’ancella scommettitrice.

    Scopo della vita è la vita stessa, e l’Universo è costante inizio di sé medesimo.

    Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina.

    Come lui danzava nei suoi calzoni
    un uovo usci dalla cucina

    • La principessa Boncompagni-Ludovisì
      Suona danze russe con l’arpa di Paris.

      Vuotano gli intestini scuotono le orecchie
      Accumulano le lenzuola trascinano per le braccia

      L’inverno è insopportabile
      senza adeguare il cielo alle fabbriche.

      Sui binari divaricati la Storia suda
      il sermone dell’ancella scommettitrice.

      Scopo della vita è la vita stessa, e l’Universo è costante inizio di sé medesimo.

      Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina.

      Come lui danzava nei suoi calzoni
      un uovo usci dalla cucina

      Mi scuso per refusi e disattenzione, è quel che sentivo di voler dire

      E al contrario un’energia meno compressa ma altrettanto efficace è possibile?

      Grazie Ombra.


      (Compostaggio da versi e commenti odierni. Ringrazio gli autori)

  11. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    La principessa Boncompagni-Ludovisì
    Suona danze russe con l’arpa di Paris.

    Vuotano gli intestini scuotono le orecchie
    Accumulano le lenzuola trascinano per le braccia

    L’inverno è insopportabile
    senza adeguare il cielo alle fabbriche.

    Sui binari divaricati la Storia suda
    il sermone dell’ancella scommettitrice.

    Scopo della vita è la vita stessa, e l’Universo è costante inizio di sé medesimo.

    Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina.

    Come lui danzava nei suoi calzoni
    un uovo usci dalla cucina

    Mi scuso per refusi e disattenzione, è quel che sentivo di voler dire

    E al contrario un’energia meno compressa ma altrettanto efficace è possibile?

    Grazie Ombra.

    (Compostaggio da versi e commenti odierni. Ringrazio gli autori)

    • Una sorta di appropriazione indebita nella sostanza del frammento estrapolato da un comune pensiero poetico kitchen. Gli autori apportano una personale visione che pare ridistribuirsi nelle singole estrapolazioni poi ricongiunte. Non necessariamente tutto è negativo. Si soffre un po’ del complesso di Frankenstein! Dal ‘letame” davvero possono nascere i fiori…

      La storia del pianeta malato offre degli spunti…
      la green ecomomy, il green pass, il semaforo verde…La kitchen poetry di che colore è?

      • vincenzo petronelli

        Caro Mauro,
        sono sempre incantato dalla tua capacità di saper smontare, ricucire, sintetizzare, sintassi e semantiche poetiche: il tuo è un lavoro di grande caratura di fabrilità intellettuale, quella capacità artigianale che consente di costruire opere d’arte.
        La tua ricerca è un vero manifesto della paziente attività di scavo, di repertorializzazione, di archeologia della parola, cifra specifica della Poetry kitchen.
        Complimenti Mauro.

  12. Jacopo Ricciardi

    Il mio caso è quello di trovarmi a scrivere una sola poesia che non finisce, che si può continuamente arricchire, senza alcuna certezza di un termine. C’è, da una parte il trovarmi spaesato in un oceano senza nome, senza coste in vista (dice bene Linguaglossa), e dall’altra il non sapere, il poter andare ovunque, il poter inventare qualsiasi cosa, il non essere schiavo di uno stile, mi entusiasma, come l’avventuriero nella sua avventura, che qui ha molti reali, che mi appaiono ora dalla posizione in cui mi trovo inesauribili. Però la faccenda, sul piano dell’esattezza compositiva, è molto problematica e seria, Tosi parla di continuità naturale gemella di una certa spontaneità, in contrapposizione a uno schematismo che sta tutto nella rigidità del ‘non dire’ del testo frammentato, che ‘non dice’ ma ‘c’è’, e ‘c’è veramente’ senza dire, e ‘mostrandosi’; e ciò che viene mostrata è una condizione o situazione concettuale, un procedimento, un inscenare, e così via, e tutti questi sono per il lettore degli spazi dove egli si orienta autonomamente (qui mi ricollego a quanto detto da Rago a proposito della libertà ritrovata del lettore in una poesia Kitchen); ‘non dire’ equivale a mettere in ‘campo’ qualcosa che sta intorno alla mente, e quindi anche intorno al corpo di quella mente: la mente non dice, quindi non pensa, si muove inseguendo un pensiero, o più pensieri, e le poesie offrono canalizzazioni che risucchiano la mente incontro a zone pensanti, che appaiono nei sistemi delle poesie; il vuoto tra i frammenti ha questa propulsione, e viaggia verso la probabilità di un pensiero, e nel momento in cui un pensiero appare e si struttura e si ferma in sé ha in sé l’orientamento del vuoto, ossia un azzeramento che non potendo mai azzerarsi del tutto lascia un residuo che è nuova prospettiva di una sopravvivenza: ammetterò che questa poesia mi attira, che incontra un gusto per l’ignoto, e che l’ignoto ha le caratteristiche fisiche del vero, e che le sento chiare, la mente le sposa senza ulteriori filtri, e queste stanno tutte intorno, e penetrano dalla realtà nei reali, e la mente esce dal cranio e vaga ben oltre di esso. In questo fumo ci orientiamo, un fumo di microparticelle attive, che tolgono i confini. Se il ‘non dire’ corrisponde a una esperienza, questa esperienza deve perdere le proprie tracce e rispondere alla parola ‘dove’ determinando degli aspetti ambientali; ecco io credo che questo radicarsi nell’ambiente del ‘non dire’ possa generare un arricchimento dell’esperienza. Ora il problema è il non combaciare di nichilismo e metafisica; ma se la metafisica conoscesse il nichilismo (lo inglobasse, se ne nutrisse)? Sarebbe una metafisica che sa di essere tale, e si comporterebbe non come il terreno dell’illusorio (che crede di vedere) ma in quanto territorio vero del non senso, dove germina il non senso in un ecosistema, e l’ecosistema non dice nulla bensì mette a disposizione, e sono occupazione di tempi vuoti che hanno delle durate mentali (la mente è un macchinario che può mostrarsi nei suoi ‘tratti’ o ‘lassi’), e noi rimaniamo appendici della mente trasportati in essa non estranei. Perché si scrive questa poesia? Per rendere evidenti nuovi aspetti di linguaggio e rafforzarli, mettendoli in pratica per goderne

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