Guido Galdini, Poetry kitchen, Non è, Paradossi, giochi di parole e spudorato lirismo, da una decina d’anni mi sono messo a scrivere dei brevissimi pezzi che iniziano con “non è”, da cui ho coniato un genere: il “Non è”, Non so se siano aforismi, brevi frammenti (anche) lirici, giochi di parole, paradossi , o tutto questo insieme, Forse sono solo banalità, non riesco a capire bene – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io

Caro Giorgio

da una decina d’anni mi sono messo a scrivere dei brevissimi pezzi che iniziano con “non è”, da cui ho coniato un genere: il “Non è”, appunto. Non so se siano aforismi, brevi frammenti (anche) lirici, giochi di parole, paradossi , o tutto questo insieme. Forse sono solo piccole banalità, non riesco a capire bene. Un caro saluto.

Guido Galdini

Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io

Per Heidegger l’Esserci si presenta come il «Se-stesso». Heidegger pensa che sia necessario rinunciare alla idea del linguaggio come comunicazione. La parola autentica per il pensatore tedesco risponde sempre ad una «chiamata». «L a chiamata (An-rufen) non ha bisogno di comunicazione verbale. Essa non dice verbo, ma non resta per questo oscura e indeterminata. La coscienza parla unicamente e costantemente nel modo del tacere. Con ciò essa costringe l’Esserci, richiamato e ridestato, al silenzio che gli si addice».1

Per Heidegger il «Se-stesso» non solo non ha bisogno del linguaggio, ma può apparire purché ci si allontani dal linguaggio della ciarla. Per Heidegger la coscienza è originaria, cioè non ha presupposti: «Nella coscienza, l’Esserci chiama se stesso». Heidegger pone una contrapposizione radicale fra Esserci e «Si», fra coscienza e «chiacchiera», fra il silenzio della «chiamata» e il frastuono della lingua: «La chiamata non racconta storie e chiama tacitamente, essa chiama nel modo spaesante del tacere».2

Galdini pone la chiamata (An-rufen) come negazione radicale: «Non è» è la chiamata, la voce oscura che attinge la coscienza, voce che si fa parola. Negazione radicale che nega il discorso assertorio, qualsiasi discorso del senso e del significato.

Il momento della  parole è l’«atto individuale di volontà e di intelligenza». Guido Galdini asserisce: «Non è», sottintende il non essere dell’io e il non essere del reale così come esso è stato costruito e costituito. In questi assiomi poetici Galdini ci informa del «Non è» di ciò che è e di ciò che dice e fa l’io. Negazione che va alla radice, negazione radicale.

L’arte per la poetry kitchen è ciò che si offre gastronomicamente, ma con segno invertito, alla delibazione e alla degustazione dei palati; ciò che si offre come delibazione, medaglia male appiccata sul petto, ornamento mal messo, si è convertito nel suo contrario. La poiesis kitchen si dà piuttosto come ciò che «chiude» la possibilità dell’aprirsi di mondi storico-destinali. La poesia kitchen è «chiusura» di mondi storico-destinali, ciò che si sottrae alle sirene dell’avanguardia e ciò che si sottrae alle malie di una retroguardia. È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile. Estrema ratio. È la nuova utopia del rifiuto assoluto e drastico ad oltranza dei significati stabili e stabiliti.

Il soggetto parlante, identificato come colui che dice “io”, si stacca dalla neutralità mediante un atto di parole, e si appropria della lingua; ma è una appropriazione temporanea (ed estemporanea), perché subito un altro “io” si appropria della lingua, retrocedendo il precedente “io” alla posizione di “tu”. La mente/persona (l’io) è sempre sospesa fra pre-individuale e trans-individuale. Il ruolo costitutivo dell’impersonale, che si colloca al di qua e al di là del soggetto, è ciò che consente all’io di emergere come un “io”. La dimensione comunicativa della lingua presuppone quella che Lacan chiama «lalangue»; per questa ragione la lingua «senza dubbio è fatta di lalangue». Il pre-individuale è il regno del «Non è», della negazione; il che è un altro nome dell’inconscio, che è  «un saper fare con la lalangue». È rilevante questa nozione di «lalangue» perché mette in crisi il modello della lingua come codice assertorio e comunicativo, e mette in crisi anche la nozione di soggettività autonoma, infatti c’è comunicazione se c’è un soggetto che vuole comunicare; se la lingua, in realtà, «è ciò che si prova a sapere riguardo alla funzione della lalangue», questo implica collocare al centro della comunicazione dell’io un dispositivo impersonale, inafferrabile, irragionevole, che inficia dall’interno la presunzione di autonomia e di originarietà della mente/persona. Per questa ragione la «lalangue serve a tutt’altra cosa che alla comunicazione», i suoi «effetti che sono affetti» che «vanno ben al di là di tutto ciò che l’essere che parla è suscettibile di enunciare».3 Il primo, e il più rilevante, fra gli enunciati che lalangue confonde, propriamente «frantuma», è proprio quello in cui la mente/persona dice “io”.

Il “Non è” di Guido Galdini intende revocare ogni costituzionalità alla egolatria dell’io e all’ideologema assertorio e fasullo che lo vorrebbe al centro della comunicazione. Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io, ci dice Galdini.

(Giorgio Linguaglossa)

1 M. Heidegger, Essere e tempo, tr. it., Longanesi, Milano 2005, p. 159.

2 Ibidem p. 160.

3 Le citazioni sono tratte da J. Lacan, Encore. Le Séminaire. Livre XX, Seuil, Paris 1975, pp. 174 e segg.

Guido Galdini

Non è. Paradossi, giochi di parole e spudorato lirismo

non è lo scaccomatto che hai inseguito
per tutte le caselle bianche e nere
e solo adesso ti sei reso conto
che il tuo avversario stava giocando a dama

*

non è il peccato che ci dà il permesso
di prepararci a scagliare la seconda pietra

*

non è rimandare alla prossima volta
che rimandare sarà di nuovo possibile
il tempo non è mai sazio di capriole e sbadigli

*

non è una catena a cui mancano
pochi anelli per diventare invisibile

*

non è prendere alla lettera
le lettere fuggono nell’infanzia del senso

*

non è un metro di giudizio
il giudizio si misura
in esametri o in cavalli vapore

*

non sono lucciole, nemmeno lanterne
ma falsi allarmi dell’oscurità

*

non è la divisione per un numero triste

*

non è, non sarà, non è stato e non fu
passare al congiuntivo sarà il prossimo tradimento

*

non è un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno
e per l’altra metà misterioso

*

non è l’alibi che quella decisione
l’avevi presa appena dopo il tramonto

*

non è il sorteggio
di una lotteria senza premi

*

non è un non è
sarà allora qualcos’altro
cercalo tu
io l’ho appena perduto

*

non sono gli anni che non li dimostra
cosa pretendono dalla vecchiaia di Euclide?

*

non è l’addizione che, in un angolo, gli addendi
si confidano d’aver perso ogni fiducia
che il totale li possa rincuorare

*

non è una lettera che non ti sei accorto
d’aver spedito a un indirizzo incantato

*

non è l’apparenza che inganna
chi non riesce a farsi ingannare dalla realtà

*

non è il testamento che alla sua apertura
hai scoperto che l’eredità era la busta

*

non è un sommergibile
che crede di essere una mongolfiera
guarda il cielo e si interroga
sui vari inganni della leggerezza

*

non è il retrobottega dove nascondere
quello che è troppo limpido per la vetrina

non è l’avvocato del diavolo
che ogni giorno che passa ha il suo daffare
a difendere la plausibilità dell’inferno

non è il passo falso che hai compiuto
per attutire il boato della verità

*

non è un fantasma che passeggia in pieno giorno
indifferente alle regole del gioco
ai divieti di sosta, alle pozzanghere
le sue mete non sono lontane ma timide

*

non è una speculazione
edilizia o ontologica
a voi la scelta di quale meglio si abbina
al vostro abito da cerimonia

*

non è la mosca bianca che analizza
la convenienza di iniziare ad annerirsi

*

non è un paradosso che sfida chiunque
ad avvicinarsi, e non teme
che giunga infine la contraddizione
a reclamare la sua parte del bottino

*

non è il numero che speri ti risolva
tutti i problemi sfuggiti alla matematica

*

non è un libro di anagrammi dispettosi
che a risolverli non dovrai credere al tempo

*

non è separare il grano dal loglio
il loglio dalle occasioni, le occasioni dai pentimenti
e da tutto il resto che scende verso la brace

*

non è l’ebbrezza di un vulcano spento

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

15 commenti

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15 risposte a “Guido Galdini, Poetry kitchen, Non è, Paradossi, giochi di parole e spudorato lirismo, da una decina d’anni mi sono messo a scrivere dei brevissimi pezzi che iniziano con “non è”, da cui ho coniato un genere: il “Non è”, Non so se siano aforismi, brevi frammenti (anche) lirici, giochi di parole, paradossi , o tutto questo insieme, Forse sono solo banalità, non riesco a capire bene – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io

  1. In genere non amo le linee di tendenza, anche se importanti ai fini storici. Mi piace però la linea aforistica di Galdini: “non è un non è”. Qui l’astrazione diventa sostanza.

  2. Ecco una mia poetry kitchen

  3. Non-è come negazione di un significato. Sorta di metafora inversa. Sottrazione di significato. Quel che è non si può dire. È davanti agli occhi. Per risveglio.
    Veritiero, ma non è un aforisma. Traspare ovunque il non senso. Originale instant poetry, anche se appesa all’anafora.

  4. Mimmo Pugliese

    LA LINEA DEL TEMPO

    La linea del tempo
    scombussola le pentole
    la solitudine del treno

    Quando ballavano gli zingari
    le camicie a fiori e le lampade
    erano il porto dei ritorni

    L’incrocio delle gambe
    riflette il casco dell’astronauta
    sul nudo silenzio del dromedario

    Il venditore di spazzole per capelli
    orfano delle foglie di vetro
    è ormai andato lontano

    L’ascensore che accorda il violino
    marcito nel vin brulè
    tramuta la scena

    Un flipper grunge ingoia
    l’ultimo carro della carovana
    una mela cade nel mare

    FILO SPINATO

    Filo spinato velenoso
    trattiene il vento

    Volano cuori
    nel pomeriggio di ruggine

    La tua moltitudine
    è neve incandescente

    Hai scarpe spaiate
    e spalle cadùche
    sono buchi nella cintura
    i sogni sognati

    Gli alberi non guardano più

    Gli uccelli fanno corona

    Il sole di novembre
    schiaccia stalagmiti sulle rotaie

    Gli orli della notte
    tracimano fumo e cenere
    lo zelota ha gote paonazze

    Dal retro del mondo un teschio
    scarnito dagli avvoltoi
    guata il pelo del lupo

    Le ragnatele sugli elmi
    sono pane per i corvi

    Coltiva crisantemi
    il vinaio con baffi post-moderni

  5. A volte mi chiedo da dove venga questa dirompente allegria delle energie kitchen che manda tutto il vasellame a soqquadro… penso che sia una sorta di allegria del naufragio prorogato e rinviato.
    Ecco, ci troviamo tutti in questa condizione, stiamo tutti all’interno di un gigantesco sortilegio, una magnifica e progressiva bolla di sapone…

  6. Guido Galdini

    Se questi giochetti avranno mai un compimento, si dovranno concludere di sicuro comn questo pezzo:

    seguite ora le istruzioni
    per il compimento dell’opera
    prendete un foglio di sufficiente lunghezza
    e copiate con disciplina queste frasi
    appendetelo alla parete più opportuna
    aggiungendovi, in basso (è facoltativo)
    sull’esempio di René Magritte

    questa non è una poesia.

  7. Interrogati gli oracoli essi non risposero!
    Il NON È di Galdini mi riporta al digiunatore di Kafka. Inutile proporgli di mangiare, inutile proporgli similitudini, un senso pieno di negazione, di semplificazione aritmetica si è impossessato di tutto. Uno spettacolo NON È.
    “non è il numero che speri ti risolva
    tutti i problemi sfuggiti alla matematica”
    Senza più parole nella semplificazione contemporanea.

    Grazie Galdini.
    Grazie Ombra.

  8. Dieci caravelle. R. Crowe nei panni di Nettuno
    giunto da Marte per fare sci nautico. Lago di Como,
    Illinois.

    Tazza di camomilla. Nonno sul divano.
    Come essere felici in dieci secondi. Crowe
    non ammette ritardi.

    LMT

    • caro Lucio,

      nei tuoi testi ultimi si avverte il trapasso da un’istanza iniziale di espressività a un’istanza metalinguistica.
      Nella straordinaria escursione linguistica che tale trapasso comporta, il linguaggi tecnici, privatistici, di settore, gli idioletti, il linguaggio dell’inconscio e quello della tradizione lirica si ritrovano parificati in una commistione linguistica avversativa che comprende però anche il lessico massmediatico e triviale della comunicazione quotidiana, accanto a spiazzanti inserti metalinguistici. L’effetto è quello di un territorio terremotato e peristaltico della materia verbale, un susseguirsi di shock percettivi e uditivi per l’ignaro lettore che, abituato alla bella, ordinata, regolata compartimentazione del mondo dell’io della poesia ordinaria, è costretto invece a partecipare, obtorto collo, al precipitare di conglomerati verbali disintegrati sulla superficie del foglio e a prendere in qualche modo parte attiva.

  9. milaure colasson

    Il “Non è” di Galdini è una formula magica, un abacadraba, una formula di autonientificazione di ciò che è e anche dell’io che lo pronuncia. Originalissima posizione di poetica che nega tutto ciò che è negabile, e anche la poesia che secondo le poetiche della tradizione si poneva come un ente. Galdini, non so quanto inconsciamente, intende negare in toto il modo tradizionale di fare poesia, e quindi nega sia l’avanguardia che la retroguardia con i relativi concetti correlati. In questo modo Galdini salta oltre la propria ombra, getta via con un calcio la scala sulla quale è salito e giunge ad un territorio di autonientificazione che non ha eguali (per quanto io conosca) nella poesia che si è fatta finora (e non solo di quella italiana). Questo atto di negazione radicale sposta i piatti della bilancia decisamente, quello destro, verso la nientificazione, quello sinistro anche… Siamo così arrivati sulla spiaggia del nichilismo? Galdini è un nichilista? E’ un comunista?, Un rottamatore? Non so, non saprei, so solo che la sua via verso la poetry kitchen è stata ed è originalissima. Ecco spiegato il dubbio cartesiano dell’autore verso il proprio manufatto.
    Galdini scopre che il banale è significativo.
    Complimenti quindi a Galdini.

  10. milaure colasson

  11. Gli scritti dei poeti sulla poesia mi interessano sempre; sonola prospettiva del loro lavoro, hanno molta importanza per l’interpretazione
    […].
    Mettono in luce aspetti, disposizioni, anche tic del poeta che scrive. Poeta che scrive sui poeti. È il discorso sulla poesia che alla fine sirivela. Ma si rivelano anche aspetti particolari nel gusto del poeta che legge.
    (Luciano Anceschi, Diari, 10 settembre 1993)

    Sarebbe un evento davvero nuovo nella storia delle arti che un critico si trasformi in un poeta, sarebbe un capovolgimento delle leggi fisiche, una mostruosità; al contrario tutti i grandi poeti, naturalmente e inevitabilmente, divengono critici.
    […]
    Dunque il lettore non si stupirà se io considero il poeta come il migliore dei critici.
    (C. Baudelaire, Su Wagner)

    *
    A mio avviso, un poeta non non scriva di critica è un non-poeta. L’unica critica accettabile è quella che proviene da un poeta, tutte le altre sono semplicemente delle opinioni di influencer, di opinionisti, di politici di campanile.

  12. in questi testi proposti da Guido Galdini si può scorgere una sorta di io tra-scendentale utilissimo per prendere le distanze dal vissuto soggettivo, dalla realtà inautentica e dalla stessa tensione lirica, considerandoli indistintamente contaminati e menzogneri. L’avvicinamento alla ricerca della poetry kitchen ha così prodotto in Galdini una testualità praticabile per via di una accentuazione dell’istanza metalinguistica del proprio discorso poetico.

  13. leggendo le instant poetry di Lucio Mayoor Tosi mi è venuto in mente il duetto tra Zanzotto e Sanguineti dove il primo parla di «sincera trascrizione di un esaurimento nervoso» a proposito del Laborintus del Sanguineti.
    Anche a me le instant poetry di Lucio mi sembrano fedeli trascrizioni di un confuso esaurimento nervoso, ma ci aggiungerei: con distinguo e messe a punto intenzionali del tutto fuorvianti o capziose che mirano a fuorviare e a delegittimare i testi, a togliere loro ogni credibilità e presentabilità letteraria…. pratica nella quale Lucio eccelle.

    Cfr. il gossip contenuto nel numero 11 di «Officina», novembre 1957, pp.458-62 (a p. 458 e a p. 462)

    Nella Nota anonima, ma da attribuire a Leonetti (così in ogni caso farà lo stesso Zanzotto nel celebre e polemico saggio su I «Novissimi», uscito su «Comunità», 99, maggio 1962 e ora in Id., Scritti sulla letteratura, vol. II cit., pp.24-9: 26), a commento della famigerata Polemica in prosa di Sanguineti (a sua volta scritta rispondendo al Pasolini della Libertà stilistica, sul precedente numero 9-10), è scritto:

    «In una cena romana “da Cencio”, in attesa dei poeti sovietici in ritardo, ai 6 di ottobre, lo Zanzotto (presenti Fortini, Pasolini, Leonetti) si lagnava di aver perso il sonno per colpa di Sanguineti, affermando diabolico il suo Laborintus e degno di punizione se non era “sincera trascrizione di un esaurimento nervoso”: ecco dunque uno, Zanzotto, di cui la buona coscienza, il sonno nelle convenzioni petrarchesche, è rotto da quella illeggibile e furiosa ironizzazione delle forme, e niente, niente affatto, dalle nostre costruzioni ideologiche e critiche; quella può essere, dunque, in un certo ambito, mordente. […] Per Sanguineti continuerà a valere in poesia la situazione immobile, che da alcuni, astrattamente, si è voluta identificare con quella di Leopardi (mentre è angoscia del secolo, che si riduce poi alla sensazione del paesaggio – ora con la modulazione poetizzante, mettiamo, di Zanzotto: “perch’io dispero della primavera”»(nella cit. antologia della rivista, cfr. pp. 334-9: 335 e 338). Alla battuta di Zanzotto replicherà com’è noto Sanguineti (nel brano Poesia informale? accluso nell’antologia I novissimi. Poesie per gli anni ’60 [1961], a cura di A. Giuliani, Torino, Einaudi, 2003, pp. 201-4: 202) accettando la definizione «ma con una non piccola correzione: e cioè che il cosiddetto “esaurimento nervoso” che io tentavo di trascrivere sinceramente era poi un oggettivo “esaurimento” storico».

    Sull’episodio – assai noto, per non dire famigerato – si veda l’esauriente messa a punto di L. Weber, Usando gli utensili di utopia. Traduzione, parodia e riscrittura in Edoardo Sanguineti, Bologna, Gedit, 2004,pp. 19-31

  14. vincenzo petronelli

    Seguo con attenzione la produzione poetica di Guido Galdini, poiché ho sempre pensato – e l’ho già precedentemente dichiarato – che le componenti del “ludico”, della levità, della deformazione comica, siano la forma più alta d’ arte nella misura in cui una delle missioni chiave di una vera opera artistica sia la critica del circostante; il comico, giunge ad una delle risultanze massime di questo disegno e cioè alterare la realtà per sovvertirla, il che implica riuscire a conoscer appieno la “materia” antropologica, al punto da poter ri-plasmare la .
    La poesia di Guido è un punto di riferimento per quanto mi concerne, per il suo taglio tra l’ironico, il paradosso, la giocosità.
    In chiave Poetry Kitchen quest’inclinazione di Guido Galdini è sicuramente un valore aggiunto, per la sua capacità di destrutturare l’universo della significazione convezionale della poesia; la sua è una poetica abrasiva, che dietro il velo del comico, demolisce le false certezze della poesia facile, della scrittura “pret-à-porter”, straripante nella produzione italiana degli ultimi decenni, operando di fatto un intervento di revisione critica straordinariamente incisivo.
    In particolare questa che Guido stesso definisce poesia del “non è” riproduce e riassume perfettamente l’idea del frammento, della ricostruzione dei lacerti, del lavoro per “sottrazione di materia”, su cui si basa la ricerca Noe, incarnandone uno dei punti più alti.
    Il “Non è” è il suggerimento dell’ “Es” che scoperchia a chi è un grado di ascoltarlo ed ha voglia di farsi guidare in un percorso palingenetico, una dimensione più profonda, una ricostruzione per strati del percorso ontologico dell’individuo, abbandonando definitivamente le sicurezze corazzate costruite dall’Ego nel corso del tempo e trasmesso per “memoria genetica”.
    Una volta avviato il lavoro di spoglio dei detriti del percorso, non c’è più modo di tornare indietro, è come camminare su di una lastra di vetro: ci vuole coraggio e sicuramente tutti noi ne abbiamo, ma costruzioni poetiche come quelle di Guido ci forniscono una bussola.
    Complimenti vivissimi!

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