Poesie di Francesco Paolo Intini, Resonance effect, Mimmo Pugliese, l’ultimo airone, «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere», afferma Wittgenstein, Dispositivi poietici e dispositivi politici sono solidali, conflittuali, legati da un nesso dialettico, hanno luogo nella medesima polis e presuppongono sempre una metafisica o la fine di una metafisica, Žižek afferma che l’ideologia «comporta che gli individui ‘non sappiano quello che fanno», che finché c’è, lacanianamente, il grande Altro, ovvero, l’ordine simbolico, scopo dell’ideologia è rendere gli uomini ingannabili e governabili, Marie Laure Colasson, Polittico, cartoni sovrapposti su compensato, 2021

Marie Laure Colasson Cartone su legno 40x40 2021

Marie Laure Colasson, Polittico, cartoni sovrapposti su compensato 40×40 cm. 2021 – Il Polittico è il luogo più idoneo per costruire la dialettica tra gli impulsi della materia, gli impulsi dello stile e la struttura costrittiva, tanto vale per l’arte figurativa che per la poesia che per il romanzo, nel polittico la struttura di dominio entra in crisi, si sfrangia, si distribuisce in frammenti. La poiesis di oggi richiede il polittico plurilinguistico e pluristilistico, pena la sua ricaduta nella antica metafisica e nel monolinguismo.

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Resonance effect
di Francesco Paolo Intini

Davvero una curiosa sensazione trovarsi in una di queste macchine. Sembra la vendetta di qualcuno a cui hai offeso il cuore e che adesso ha l’occasione di dirti chi sei e sputarti in faccia l’evidenza di un ammasso di nervi e relais. La musica di segheria semina il panico tra talamo, ipotalamo e cervelletto. Assomiglia al distico persino un colpo di martello su una porta. Strida si susseguono a squittii. Ogni gruppo organizzato di suoni sembra mandato a delinquere per le strade del cervello o ad organizzare lo sciopero generale delle parole contro lo sfruttamento del significato. Da un usignolo ti aspetti la serenità di un nido su un pesco in fiore ma ricevi un colpo di pistola. È così che s’interferisce nei fatti altrui? Sembra che però funzioni a meraviglia. Inutile a questo punto protestare la propria innocenza, lo scopo nobile del ricercatore che interroga la natura è messo alla gogna da questo Robespierre in camice verde. Si ha la sensazione a tratti che la cuffia da palombaro intorno al cranio tiri fuori la lista dei nuclei di idrogeno tormentati in questi anni dal Torquemada, per svelare le loro intimità, le riunioni segrete, la capacità di adattarsi a tutte le circostanze, il sale della terra. Che ne hai fatto del carbonio? Speriamo che non mi chieda del platino? Non ho tracce di azoto e fosforo da molti anni e dunque almeno loro dovrebbero star zitti. Eh si, l’odore di resina versata mi riempie le narici di peccati contro l’umanissima tavola periodica e il passato è un macigno sulla testa di elementi calpestati in nome dell’ingenuità e del significato ultimo di questo abitare l’universo. Che peccato è tradurre l’universo in una lingua indistruttibile? Invoco l’autorità della pagina scritta col lavoro di mani e fuoco vivo, ma mi accorgo che i meriti adesso sono diventate colpe. Leonora vede il Monitore ritorcersi contro lo stesso dito che incoraggiò la penna. Una pace serena di parecchi secoli prende però piede adesso tra occhi e orecchie. I nervi cranici si sono messi d’accordo ed è bastata qualche scaramuccia per risolvere la questione. Metternich non è mai morto e ora minimizza tutto. Mai una Marengo, nessuna Austerlitz soltanto Waterloo e sant’Elena. Ma detta tra noi qual era in fondo? Diplopia che vuol dire? Che c’è un difetto nella visione. L’Io e il suo doppio alle spalle. Se guardi Caino non sei certo che Abele stia fuori dall’obiettivo , ma anche il poeta sguazza nel cuore di Faust. Un fiammeggiare di imprevedibilità circonda il Sole ed osservare non risolverà il mistero di essere osservati. Almeno per questa volta.

Poesie di Francesco Paolo Intini

Si affacciò come una ragazza curiosa
di uno stallone sopra la giumenta.

D’altro canto la Terra è calva
e nessuno sbuffo esce dalla marmitta.

L’NMR posò il becco e cominciò a mangiare.
Di geco il sapore in bocca.

Tutti all’inseguimento di Mengele. E Pasolini?
Dove sono i rimasugli del 68?

In qualche Bar c’è un messo dell’ottocento.
La caffettiera, poeta maudit, alza il vapore.

A quella marmaglia sopravvisse Robespierre.
Dove lo metti uno che non sa fare il dolce?

Una nuvola parla a nome di un’aquila.
Un dito solleva una questione interno all’uovo.

E dunque cosa nascerà da questi manufatti senza fondo?

Se la crema da barba vale un bombardamento
Al massimo avremo una diagnosi col casquè.

Tra le grondaie germogli di senecio.
E l’autunno? Urla di camoscio spinto in giù.

HIROO! QUEST’È

Il tema si avvicinò al fico suggerendogli
Di appendere pipe.

Fumare è una passione in tempi di Luna sorella.
Ottobre passò con le ciminiere appassite

Giurò di impastare un Lenin al secondo
Se non avesse visto la Tabella sul senecio.

Prometeo scostò le tendine del salotto
E fece un esperimento di entanglement

Le madame si arrabbiarono quando videro
Il diamante bruciare in Paradiso.

Sarebbe riapparso a fine corsa:
Amore di mamma su katana.

Una cardo vantò l’offerta formativa di una rosa
La questione finì davanti a una bella di notte

Solo perché da una tubetto di smeraldo
Spuntò il soldato Oneda, baionetta e ramarro.

Un gioiello riappare sempre dal lato kitsch
Talvolta il vestito appende il volto blu

Carbonio o Plutonio?

Quello vero ha barba e occhiali ma vota PCI
e lo fa ogni giorno e lo fa ogni volta che ha una donna

Ma il tema sopravvive all’inganno.
E l’imperatrice?

Un haiku al giorno:
chi vinse la pandemia?
Hirohito Yeah!

caro Franco Intini,

«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», afferma Wittgenstein, delineando una ontologia materialistica.
Lo stare al mondo del soggetto si dispiega come linguaggio e attraverso il linguaggio.
Qualsiasi fenomeno che esuli dalla trasferibilità linguistica non ha alcuna valenza ontologica. Quando Wittgenstein parla di «mondo» si riferisce a un concatenarsi di fatti o stati di cose, che possono trovare immagine nel pensiero. «L’immagine logica dei fatti è il pensiero». Tuttavia, perché il pensiero operi correttamente è necessario che sia costituito come una proposizione dotata di senso, ovvero che abbia una funzione veritativa rispetto al mondo esterno.

L’alternativa a tutto quanto non è elaborabile come linguaggio della logica e del senso compiuto è il silenzio.
«Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere».

Dovremmo concludere che esiste solo ciò che è riducibile alla parola? Il filosofo austriaco, ben conscio della critica cui poteva andare incontro l’esasperazione del suo pensiero, prende le distanze dal «mistico». Il «mistico» è fuori dal linguaggio e quindi non può essere glossato. Ci sono però situazioni che, contrariamente a quanto fin qui asserito, rivendicano un preciso diritto di realtà, sebbene non ne sia possibile una fedele trasposizione linguistica. È il caso dei sentimenti, degli stati d’animo o di particolari vissuti. Di fronte a questi fenomeni – che sono cose diverse dai «fatti» che per Wittgenstein costituiscono il «mondo» – la parola si fa immediatamente personale e peculiare: non è più il mondo, ma il mio mondo. Il linguaggio è ridotto alla sua funzione di segno e diventa irriducibile la sua valenza logico-scientifica. Il «mistico», così come citato dallo stesso Wittgenstein, è linguaggio che non si lascia significare dal linguaggio.

In un certo senso, il «mistico» inteso in senso wittgensteiniano è il luogo della poetry kitchen che adotta la logica del linguaggio per andare oltre la logica del senso e del significato. La poetry kitchen ha una ben precisa funzione veritativa rispetto al mondo esterno, allarga il mondo esterno, ci fa vedere cose che prima non vedevamo.

Žižek afferma che l’ideologia «comporta che gli individui ‘non sappiano quello che fanno”»; che finché c’è, lacanianamente, il grande Altro, ovvero, l’ordine simbolico, scopo dell’ideologia è rendere gli uomini ingannabili e governabili; l’ideologia comporterebbe sempre un quantum di inganno, di cecità, un quantum di falsa coscienza. Vale a dire che la falsa coscienza è indispensabile affinché sorga e si stabilizzi una ideologia. E una ideologia è indispensabile affinché nasca uno stare nel mondo, un’etica e una estetica. La modalità kitchen è, a mio avviso, un atto di consapevolezza della cecità e della falsa coscienza nella quale siamo immersi. E questo è il punto a vantaggio della poetry kitchen rispetto alle modalità del senso e del sensorio che una poiesis illusoria e mimetica pone in essere in quanto dotate di una minore consapevolezza della falsa coscienza nella quale tutti i linguaggi sono attinti e del carattere illusorio di ogni algebra del senso e del sensorio.

Mimmo Pugliese ha scritto questi tre versi:

Gianna aveva un coccodrillo ed un dottore *
tacciono gamberi e ortiche

il canarino inala un analcolico

* Gianna (cit. Rino Gaetano,1978)

dove è evidente che il lessico della canzonetta (vedi Rino Gaetano) era molto avanzato mentre quello della coeva poesia italiana era semplicemente stazionario, nel senso che si era fermato nella stazione ferroviaria principale: il lessico di Bertolucci da una parte e quello di Raboni dall’altra.
Certo, ci sono delle ragioni ben precise che hanno causato la stazionarietà della poesia italiana dagli anni ottanta in poi, quelle ragioni le abbiamo esplicitate in più occasioni, è lì che la poesia italiana con il suo lessico, la sua lessicografia, la sua stilematica pseudo orfica e pseudo sperimentale si è sclerotizzata.
Mimmo Pugliese riparte da lì, da quella stazione dove i linguaggi poetici si sono fermati a prendere un caffè e poi hanno smarrito la strada del futuro. I linguaggi artistici sono sempre irrelati con il futuro più che con il passato, guardano al futuro, sono costretti a guardare al futuro, pena la auto nullificazione, la tautologia e il protagonismo dell’epigonismo.
Anche la poesia di Tiziana Antonilli si è mossa, dopo il suo libro Le stanze interiori (2018), che comunque segnavano un approdo sicuro, la poetessa di Campobasso aveva bisogno di inalare un po’ di ossigeno, di rinfrescare il suo lessico e il modo di disporlo sulla pagina, e c’è riuscita, segno evidente che la frequentazione dell’Ombra delle Parole dà i suoi frutti.

La modalità kitchen è, a mio avviso, un atto di consapevolezza della cecità e della falsa coscienza nella quale siamo immersi; innanzitutto, quando leggiamo una poesia, il suo lessico rivela immediatamente a quale mondo è imparentato. Quei significati di quel lessico si sono auto derubricati, oggi non significano nulla più che nulla. Quel senso e quel sensorio erano telefonati, erano già invalidi all’inizio. Occorre prenderne atto.
E questo è il punto a vantaggio della poetry kitchen rispetto alle modalità del senso e del sensorio che una poiesis illusoria e mimetica pone in essere in quanto quest’ultima è dotata di una minore consapevolezza del carattere illusorio di ogni algebra del senso e del sensorio.

Mimmo Pugliese

L’ultimo airone

Era l’ultimo airone
dopo sere di cenere
campane sul tavolo
eleggono torce votive

Online trasmettono il diluvio
il drive-in ha i menischi consunti
Qualcuno ha il lunedì al guinzaglio
gerani di fosforo

affollano lavatoi a pedali
I ripiani della libreria sono un fiume
una pietra a forma di toga
sopravanza le lucciole

il confine è un lampo
Guardi una foto un pò sfocata
improvviso il vento spalanca la porta
i pesci non rispondono

Nella baraonda del dopocena
capannelli di moscerini
radono al suolo l’emicrania
la notte è un brufolo

Fine

La luna raccoglie papaveri
in fondo allo stagno di sassi
quegli uomini erano stati soldati

Falene ubriache
sfondano specchi di ghiaccio
la strada è un rettangolo

La scuola turchese
è avvitata con chiodi di prugna
hanno scambiato l’ordine dei materassi

L’acqua ha una ruga in più
dalla cruna degli aghi
si intravede Kabul

Rocce arroventate
albe colpite alla schiena
dalle ali degli aerei

Il maniscalco parla al contrario
ha il becco dell’aquila
per cappello un mappamondo

Seduto sul divano uno spartito
sparpaglia tutt’intorno carte napoletane
l’utente è impegnato in un’altra conversazione…

Fine

filosofia geworfenheit

Sulla voce

Dispositivi poietici e dispositivi politici sono solidali, conflittuali, legati  dalla dialettica dei distinti e degli opposti, hanno luogo nella medesima polis e presuppongono sempre una metafisica. L’articolazione originaria tra la Phoné (la voce che si toglie, viene meno e precipita nel negativo) e il Logos (il discorso articolato in un linguaggio), fonda la phoné come il negativo e il logos come positivo.
Quando, come e perché sorge una nuova «voce» è un Evento che rivela una nuova metafisica. Quando, come e perché sorge una nuova «voce» è un Evento che rivela la fine di una metafisica. Una nuova «voce» può sorgere soltanto dal perire della vecchia «voce» e della vecchia metafisica.
La dizione «voce senza linguaggio» significa questo emergere della voce nel e dal linguaggio, nel e dal linguaggio che sta emergendo. La «voce» è sempre alla ricerca del linguaggio più appropriato che possa ospitarla. Il linguaggio è la «casa» della «voce».
Quando la «voce» abbandona un linguaggio, ciò avviene perché quella «casa» è diventata inospitale: ci piove dai tetti, le finestre e le porte non chiudono bene alle intemperie e vi penetra il gelo d’inverno e la calura in estate. Allora, la «voce» deve abbandonare l’abitazione e si mette in viaggio alla ricerca di una nuova abitazione.
La poiesis è quell’ente per il quale ne va, nel suo esistere, del suo aver nome, del suo essere un fare nel linguaggio.

(Giorgio Linguaglosa)

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione.

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Mimmo Pugliese è nato nel 1960 a San Basile (Cs), paese italo-albanese, dove risiede. Licenza classica seguita da laurea in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esercita la professione di avvocato presso il Foro di Castrovillari. Ha pubblicato, nel maggio 2020, Fosfeni, edito da Calabria Letteraria- Rubbettino, una raccolta di n. 36 poesie.

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15 risposte a “Poesie di Francesco Paolo Intini, Resonance effect, Mimmo Pugliese, l’ultimo airone, «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere», afferma Wittgenstein, Dispositivi poietici e dispositivi politici sono solidali, conflittuali, legati da un nesso dialettico, hanno luogo nella medesima polis e presuppongono sempre una metafisica o la fine di una metafisica, Žižek afferma che l’ideologia «comporta che gli individui ‘non sappiano quello che fanno», che finché c’è, lacanianamente, il grande Altro, ovvero, l’ordine simbolico, scopo dell’ideologia è rendere gli uomini ingannabili e governabili, Marie Laure Colasson, Polittico, cartoni sovrapposti su compensato, 2021

  1. La poesia dell’«io penso dunque sono» della tradizione poetica del novecento, la poesia da risultato sicuro, cioè del significante e del significato, è affondata insieme alla tradizione. Io dunque significo e posso significare ciò che voglio è un falso assioma. La poesia da risultato è una poesia che deriva da un concetto di logos tutto sommato rassicurante, perché l’io ha a che fare soltanto con se medesimo: quello che l’io dice e quello che non dice si trova nel campo della verità, non si discute. Da questa impostazione ne deriva che il non-io non esiste, e quindi è fuori della verità, fuori del campo della verità. Una posizione indubbiamente comoda, rassicurante, che non si può discutere. Un concetto, si direbbe oggi, da «dittatura sanitaria». Ipse dixit. Si potrebbe dire, parafrasando un virologo che va di moda oggi, che «l’io è clinicamente morto».
    Nella poesia della poetry kitchen non siamo più entro il recinto o campo della verità. Ci muoviamo in un campo che non conosciamo, e che per di più ci è estraneo, in cui le strade e la mappa del territorio non possono più orientarci. È questa la ragione, ad esempio, dei «segni» che Lucio Tosi dissemina sul suo cammino perché essi sono gli unici «segnavia» che ci consentono di riconoscere i luoghi e gli oggetti e, di conseguenza, il soggetto che noi siamo e che ci è sconosciuto; questa è la ragione della «pallottola» e della «gallina Nanin» di Gino Rago che vanno dove gli pare e si comportano in modo del tutto imprevedibile; poetry kitchen è anche la ribellione degli oggetti e delle citazioni della poesia di Mario M. Gabriele.

  2. “C’è un ponte di corda che ci può condurre dal linguaggio patente al linguaggio latente. Siamo pronti ad attraversarlo? Ci accingiamo all’impresa? Allora bisogna abbandonare le certezze e le ovvietà del linguaggio della Ragione, ben tenendo presente che è soltanto dal linguaggio patente che si può scendere al linguaggio latente, non il contrario, come pensavano i surrealisti. Bisogna scendere ad una parola senza linguaggio, senza un soggetto parlante e senza un interlocutore, al mormorio di un sotto-linguaggio che sorregge l’edificio del linguaggio di relazione. Allora, la poesia diventa una archeologia del linguaggio, il viaggio dal linguaggio patente al linguaggio latente, che separa il mosso dal rimosso, che si muove tra il rimosso e il latente, in quella zona oscura e indeterminata in cui tutti i significati vengono inghiottiti dal buio della Ragione asburgica”.

  3. [Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa, Rectangular, 30×30 cm acrilic 2020]
    L’accadere della verità dell’opera d’arte è nient’altro che l’evento del suo accadere. L’accadimento è esso stesso verità, non come adeguazione e conformità di parola e cosa, ma come indice della difformità permanente che si insinua tra la parola e la cosa. L’arte come accadere della verità significa preannuncio dell’aprirsi di orizzonti storico-destinali.
    L’arte è allora quell’evento inaugurale in cui si istituiscono gli orizzonti storico-destinali dell’esperienza delle singole umanità storiche.
    Le opere d’arte sono origine di esperienze di shock tali da sovvertire l’ordine costituito dei significati consolidati dalla vita di relazione. L’ovvietà del mondo diventa non-ovvietà. Nuove forme storico-sociali di vita sono di solito introdotte da opere d’arte che le hanno preannunciate. Le opere d’arte dell’ipermoderno si configurano quindi come produzione di significati in condizioni di spaesamento permanente, di sfondamento rispetto a sistemi stabiliti dei significati ossidati. Le opere d’arte oggi hanno senso soltanto se «aprono», se preannunciano nuove mondità, nuovi possibili modi di vita e forme di esistenza, altrimenti deperiscono a cosità.

    receipt n. 57323

    Il tram chiamato desiderio si è scontrato con l’autobus chiamato impossibile
    L’asciugamani è quella cosa su cui il vento si asciuga le mani
    L’attaccapanni è quella cosa su cui si appendono gli abiti
    L’accalappiacani è quella cosa dove ci metti i cani randagi
    Il mondo è quella cosa di un insieme di cose dove ci metti altre cose

    Gianna mi ha portato una aspirina
    Alice mi ha portato un caffè con il latte
    Tutte queste sono cose che entrano dentro altre cose

  4. Trovo notevole la poesia “Fine”: una scrittura solida e immaginativa.

  5. Quando si sale su un podio, qualsiasi podio, la Musa fugge a gambe levate. Questo principio lo vorrei scolpito nel marmo.
    Ormai per fare poesia ci dobbiamo rivolgere al rigattiere, al robivecchi e, possibilmente, alle discariche abusive che spuntano come funghi dal territorio disastrato di questo paese. Penso che dobbiamo falcidiare tutti i cippi, funerari o meno, tutti i podi, tutte le stele e le colonne di marmo, la poesia la dobbiamo fare con gli stracci sporchi, togliere tutte le superfetazioni, tutte le lucidature, tutti i detersivi… «ciò che rimane lo fondano i poeti» diceva Hölderlin, appunto, prendiamolo in parola: ciò che rimane dalle discariche delle parole è poesia…
    La poesia la trovi nelle discariche delle parole, nelle parole abbandonate perché non più utili, che non servono più a niente… tutto il resto, quello che si legge oggidì, sono superfetazioni letterarie… la Musa la trovi tra il rancido delle discariche piuttosto che nei salotti del dolore manifesto…
    La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole appiccati dai piromani e dagli imbroglioni di parole, dagli imbonitori di parole… (g.l.)

    Ripropongo una riflessione di Giuseppe Gallo sulla neoavanguardia e su Sanguineti

    Giuseppe Gallo
    17 novembre 2018 alle 14:11

    Caro Giorgio Linguaglossa, generalmente non sono solito dilungarmi in questi interventi. Questa volta sarò meno laconico.
    La notte del 28 giugno 1938 Benjamin fece un sogno che in seguito così descrisse: -Mi trovavo in un labirinto di scale. Questo labirinto non era coperto dappertutto. Salivo; altre scale conducevano giù nella profondità. Su un pianerottolo mi accorsi che ero arrivato su una vetta. Mi si aprì un’ampia vista su tutto il paesaggio. Vidi altri ritti su altre vette. Uno di loro fu preso improvvisamente dalla vertigine e precipitò. Questa vertigine di estese; altri precipitarono da altre vette nell’abisso. Quando fui afferrato anch’io da questa sensazione, mi svegliai-. ( W. Benjamin, Avanguardia e rivoluzione; Einaudi, To. 1973, pg.227). Un’altra volta scrisse che “Il labirinto è la via giusta per chi arriverà, in ogni caso, sempre troppo presto alla meta.”
    E Sanguineti parlando dell’avanguardia, in un saggio del 1963, affermava: “per tutto l’arco romantico e borghese, tutta la verità occulta dell’arte sta nell’avanguardia, che ne confessa indiscretamente il meccanismo nascosto, e in cui, finalmente, tutto il movimento della cultura romantica e borghese precipita come forma logica”.
    Tra il sogno di Benjamin e questo giudizio di Sanguineti sull’avanguardia c’è più di un legame. Tra questi due elementi vedo una relazione profonda e implicazioni ragguardevoli.
    Le caratteristiche oniriche assumono in Sanguineti un carattere logico-operativo che supera le forme espressive, ma lascia inalterata la “struttura mitica” di riferimento. L’avanguardia di Sanguineti altro non è che quel “labirinto di scale” presente nel sogno di Benjamin; la “verità occulta” di cui è portavoce ogni avanguardia non è altro che la “vetta” da cui si precipita nella voragine.
    Oggi, a distanza di anni, dici bene Caro Giorgio, ” …io ho questo vantaggio, di essere testimone di una decadenza che soltanto chi vive a Roma e ha un po’ di corti circuiti mentali se ne può accorgere…”. E in questa decadenza mettiamoci tante altre cose: la letteratura, l’arte, la civiltà dei costumi, la civiltà politica, il ruolo degli intellettuali, e via di seguito. Che dobbiamo fare? Dobbiamo tentare di svegliarci e liberarci dall’enigma del labirinto? Lo fanno tutti. Lo fanno in tanti. Si risvegliano, si programmano, si ristrutturano e l’esistenza continua. Il nostro destino è, invece un altro! Noi non possiamo far altro che precipitare, cadere dalle vette e spiaccicarci nel nulla e nell’insignificanza. Ma questo nulla deve considerarsi anche autodistruzione? No! Io, personalmente, di fronte al labirinto ho sempre brividi di paura, sono portato all’esitazione, a un moto spirituale che mi crea tensione, ma so anche che il labirinto è un luogo in cui si giunge per perdersi, per denudarsi e per svelare se stessi. Quando Sanguineti incontrò il Laborintus era appena ventunenne. Eppure l’affrontò con il disegno di semplificare i percorsi tortuosi, di ridurre ed estirparne la “complicazione”, di risolvere l’inganno e il mistero in un “chiaro globo”, in una “estensione chiara”, in “chiaro odore di funghi”. I vuoti e i pieni, le vette e le voragini, con la loro presenza-assenza, materializzata da un linguaggio “sperimentale” mai sperimentato prima, intrecciano intorno al suo giovanissimo fantasma poetico un altro universo di tensioni e tranelli, di ambiguità e ambivalenze. Così a nuove domande si affiancano nuove risposte:
    “…: o tutti ( a mia moglie) non preparano ( dissi) i BUONI
    CITTADINI? ( e noi prepariamo, noi, i rivoluzionari…);
    Ecco l’ingenuità… storica! Il mondo cambiava radicalmente. Giorno per giorno. Dalla sera alla mattina. Tutto precipitava. Tutto tracimava. Non c’era più distinzione fra il “piangere” e il “ridere”, tra la morte e la vita, tra la delusione e l’illusione, tra la speranza e la disperazione:
    “piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero
    Bosch in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno
    con tredici righe, un’azione della Montecatini:
    piangi piangi, che ti compero
    una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,
    un robot…”
    È poco tutto questo per un poeta al suo primo impatto con il sistema? A me non sembra. Dopo Laborintus Sanguineti è finito come poeta? Potrebbe anche darsi.
    Ma se oggi noi possiamo citare tranquillamente Barthes, Foucault, De Saussure, Lacan, Derrida, Lévi-Strauss e così via, lo dobbiamo all’impatto che lo sperimentalismo avanguardistico di Sanguineti ha provocato nel piattissimo panorama culturale italiano del periodo. Ma come ogni operazione culturale, borghese, perché non c’è altra cultura se non quella cosiddetta borghese, ha svecchiato… il mondo non si fa trasformare dai rivoluzionari di professione, figurarsi dagli intellettuali!
    Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”. Sono d’accordo, e quindi sono anche d’accordo con ciò che affermate contemporaneamente sia tu che Gino Rago rispetto alla poetica della Noe e in duplice direzione; sia rispetto al fatto che
    ” La poesia la trovi nelle discariche delle parole, nelle parole abbandonate perché non più utili, che non servono più a niente… tutto il resto, quello che si legge oggidì, sono superfetazioni letterarie… la Musa la trovi tra il rancido delle discariche piuttosto che nei salotti del dolore manifesto…
    La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole appiccati dai piromani e dagli imbroglioni di parole, dagli imbonitori di parole…”
    sia sul fatto che (riassumo)
    l’io, la coscienza, la pura e semplice soggettività non abbiano più alcuna possibilità di ordinare la realtà e di sovraintendere alla legislazione del mondo.
    Allora? C’è un problema? E quale sarebbe?
    Credo che sia sempre lo stesso.
    Ogni Avanguardia è un tentativo. È un’esperienza. E quella della Noe ha la sua ragion d’essere, come la possedeva il Gruppo ’63, tanto per rimanere nello stesso paesaggio. Tanto più oggi, quando la poesia è determinata dal mercato delle maggiori case editoriali. Ogni istanza innovativa obbedisce all’esigenza di “rintracciare un modello” per sviluppare percorsi alternativi, per rintracciare autori esemplari che ci sorreggano durante il viaggio. E questo è un bene. A ciò ci spinge quella vis poetica che vive dentro ognuno di noi. La forma poesia persiste sempre e comunque. E non in termini fideistici. Piuttosto porrei un’altra domanda. Come mai si comincia a produrre poesia con le caratteristiche della Noe, mentre la forma romanzo non germina ancora?
    Grazie a tutti!

  6. 1322PD

    Forse c’è un problema sulla sua mail, vedi l’oggetto. Io controllo la mia. Un caro saluto Luigina

  7. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio, sono passati tre anni da quel mio intervento che tu hai osato riproporre all’attenzione dei lettori de L’Ombra. Tre anni! Un nulla. Eppure il mondo interno a noi e quello intorno alle nostre esistenze sembra essere completamente diverso. Il Covid-19, la Cina, gli Stati Uniti, le trasmigrazioni dei popoli, le continue catastrofi ambientali, l’economia, l’ingegneria tecnologica, quella biologica, quella farmacologica, il controllo sempre più autoritario della società, ecc., ecc., ci spingono verso baratri esistenziali ancora più abissali. Hai ragione quando affermi che “la Musa fugge a gambe levate” di fronte alla pretesa di chi vuole ancora proporre una poesia di contenuti. Purtroppo sembra che questi permangano sul terreno nonostante i molti poeti che leggiamo su l’Ombra si rivolgano “ai rigattieri… alle discariche abusive che spuntano come funghi dal territorio disastrato di questo paese”. Ok! Falcidiamo tutti i cippi, funerari o meno, tutti i podi, tutte le stele e le colonne di marmo”, facciamo il deserto… ma sai cosa mi sembra di scorgere sui profili delle dune? Eserciti di soldatesca che hanno sulle carni nude trionfi di scorticature medievali, sulle teste caschi di punzoni metallici e corni vichinghi. Negli occhi la febbre dei lebbrosari e sui palmi delle mani i geroglifici delle millenarie tribolazioni mistiche e antiscientifiche.
    E la realtà nella quale siamo infissi che fine ha fatto? Noi possiamo vederla a nostra immagine e somiglianza, come tutti. Ma poi? La Noe e le sue appendici hanno il merito di aver demistificato ciò che bisognava demistificare: l’illusione di una poesia aulica, retorica, dell’io e dei sentimenti, della rappresentazione di un mondo a industrializzazione avanzata, di un inconscio come pozzo e discarica dei sogni e dei desideri, di un linguaggio ancora agricolo-pastorale-preindustriale-mitologico, ecc. Ed ora? E adesso?
    Il mio richiamo alla necessità di affrontare la forma romanzo era portato avanti proprio da queste considerazioni di base. Fra tutti gli approcci al linguaggio nuovo quello di Intini mi sembra il più appropriato
    a “significare” in forma metaforica la disgregazione logica esistenziale dell’oggi… anche se i suoi versi poggiano su un montaggio determinato dalla volontà. Ma ci resta forse altro? Sembra di no! L’Avanguardia è sempre agita da atti di volizione.
    Sperando di essere stato sufficientemente provocatorio auguro a tutti buon lavoro.

    Zona gaming 48

    Ecco, avvicinati!
    Le ragnatele sugli occhi.

    Per intenderci ancora…
    Disoccupiamo le zucche. Dolcetto o viaggetto?

    Marisa si benedice da sola
    e prega giocando a chi prega più forte.

    Laura e Beatrice su Via del Corso a comprare Gucci
    e la pulzella d’Orléans a limare le unghie.

    Gabriele si è innamorato di Maria
    e va e viene da un mondo all’altro.

    Zona gaming
    …dolcetto o scherzetto?…

    Per nostalgia del caprino di Nazareth
    si tuffa nei suoi seni.

    Non c’è ragione per pensare!
    Scherzetto o viaggetto?

    Ecco, avvicinati! Hai un angelo negli occhi.
    Ti va di strapparlo?

    Anche se squarci una notte
    le altre attendono in fila.

    Zona gaming
    …scherzetto o dolcetto?…

    Giuseppe Gallo

  8. C’è molto da dire su questa tua poesia in senso positivo, come una specie di listing, caro Joseph, dove affiorano gli sviluppi e la risoluzione di un linguaggio in cui non c’è truffa e inquinamento dell’arte poetica, ma sintesi di una scaletta scenografica come découpage che non compromette la leggibilità.

  9. Tra il 1560 e il 1660 le temperature globali crollarono.

    Fu il picco della cosiddetta “Piccola Era Glaciale”, una fase di raffreddamento planetaria che si protrasse fino agli inizi del XIX secolo e dovuta, secondo gli scienziati, a una riduzione dell’attività solare. Ma il crollo delle temperature nel corso di quel secolo avrebbe un’altra spiegazione, secondo uno studio recentemente pubblicato da ricercatori dell’University College di Londra: l’estinzione di massa dei popoli amerindi. Quando Cristoforo Colombo arrivò in America, le popolazioni autoctone contavano, secondo le stime, sessanta milioni di individui. In meno di un secolo, si ridussero del 90%. Un’autentica estinzione di massa dovuta, com’è noto, alle malattie importate dall’Europa, alla violenza dei conquistadores, agli shock culturali. In una parola, alla colonizzazione.L’America fu completamente spopolata e solo gradualmente ripopolata dai coloni europei e dagli schiavi importati dall’Africa. Le città precolombiane furono inghiottite dalla foresta, le coltivazioni si interruppero e vennero invase dalla vegetazione: ciò avrebbe comportato una significativa riduzione dell’anidride carbonica in atmosfera e la riduzione delle temperature globali (Koch et al., 2019). L’umanità, dunque, già agli albori della modernità, si sarebbe rivelata, se non ancora “forza geologica”, come nella definizione dello storico Dipesh Chakrabarty (2009), perlomeno “forza atmosferica”, in grado di influenzare in modo determinante l’intera biosfera

    Quando ha avuto inizio l’Antropocene?

    C’è un certo consenso intorno all’idea che le sue origini vadano datate al XVIII secolo e all’avvento della Rivoluzione industriale, che avrebbe iniziato a immettere significative quantità di gas serra in atmosfera, e ad avviare quell’attività estrattiva di combustibili fossili depositatisi nel corso di milioni di anni sotto la superficie terrestre che ha oggi raggiunto l’acme. Da allora la situazione, infatti, non avrebbe fatto altro che peggiorare, aggiungendo, alle emissioni climalteranti dovute alla combustione di carbone, petrolio e altri gas naturali, la produzione su scala globale di plastica (in grado di depositarsi sugli strati geologici per epoche molto lunghe), nonché la radioattività atmosferica,l’incremento degli allevamenti e delle terre arabili, con conseguente deforestazione e aumento delle emissioni di gas serra. Ma se si guarda al lungo periodo, la datazione andrebbe corretta. Di fatto, la nostra civiltà si è già rivelata in grado di modificare l’atmosfera in epoche precedenti all’industrializzazione e al consolidamento del capitalismo; e se spingiamo lo sguardo ancora più indietro, inevitabilmente dobbiamo concludere che l’avvento delle civiltà agricole stanziali ha iniziato a modificare in modo sensibile l’ambiente fin dagli albori della nostra Storia

    Siamo entrati nel Capitalocene malattia infantile del Antropocene.

    Tutto ciò ha conseguenze importanti per le riflessioni sull’Antropocene, perché ci spinge a problematizzare ulteriormente la questione, andando oltre il dibattito sulle soluzioni tecnologiche e politiche per contrastare i cambiamenti climatici, e riaprendo una vecchia cicatrice, quella del conflitto tra Uomo e Natura (o tra Cultura e Natura), che ci trasciniamo da secoli.

    Benvenuti nel Capitalocene ultimo epoca della storia della Terra

    Il capitalismo globale (inglobando nel capitalismo anche il capitalismo misto, di stato e privato, della Cina) sta mettendo a dura prova la resistenza del pianeta terra. Il Capitalismo pensa lo sfruttamento infinito delle risorse della Terra necessariamente limitate e finite, è incapace di pensare che ci siano dei limiti «fisici», terrestri allo sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta. Quello che occorre è un nuovo paradigma, uscire dal Capitalismo pena la distruzione del pianeta Terra, della sua flora e della sua fauna (tranne gli scarafaggi).

    Questo pensiero: della necessità di nuovo paradigma culturale che ripensi il rapporto Natura-Cultura, è il pensiero guida della poetry kitchen.

  10. Giuseppe Gallo

    Dear M.Gabriele, thank you for your reply! Le tue parole sono stato un conforto per la continua e indefessa allergia che io nutro verso la mia stessa scrittura.
    Sono molto curioso di leggere la tua raccolta Horcrux. A presto.

    Giuseppe Gallo

  11. Ciao

    “Eserciti di soldatesca che hanno sulle carni nude trionfi di scorticature medievali, sulle teste caschi di punzoni metallici e corni vichinghi. Negli occhi la febbre dei lebbrosari e sui palmi delle mani i geroglifici delle millenarie tribolazioni mistiche e antiscientifiche”. (Giuseppe Gallo)

    Da sempre mi sarebbe piaciuta una poesia che facesse da vettrice nell’ignoto. Qualcosa di lucreziano per intenderci capace di penetrare le cose, ragionando su di esse ed esplorandole.
    Ricerca infatti è stare al confine, sperimentare il margine tra nulla e nulla e riferire a chi sta attorno le creazioni, la possibilità concreta e praticamente infinita che ciò che è noto si mescoli efficacemente all’ignoto. Non è davvero un bel vivere in questo contesto dove rischiare di cadere nell’errore, nell’abbaglio è all’ordine del giorno e nell’ordine delle cose.

    Ma è proprio qui, fuori da questo rischio, che affonda la barca la poesia da salotto televisivo, che non osa nulla, proprio nel cantiere che doveva vararla dimostra la sua natura di carta. Non perché la potenzialità del linguaggio poetico sia da meno di quello scientifico come dimostra il grande latino, ma perché porta in sé una malattia mortale, virale e pandemica: il narcisismo.

    Il problema è se valga la pena, una volta portato alla luce, tenerlo in vita e continuare a farle fingere ipotesi a tutti i livelli del significare. Il dubbio nasce spontaneo ogni volta che un verso porti alla sua sorgente e quel tono inconsunto ci rivela il vate in possesso di verità indiscutibili che sparge i suoi odori e insaporisce ogni minestra, come se di fronte si avesse solo podi da conquistare, un mercato in cui concorrere efficacemente con un’offerta di versi che richiami la tradizione e ignori qualsiasi idea di contraddizione.

    Ecco, personalmente ho preferito dire di no, conservando nel contempo lo strumento dello scavatore, la pala meccanica della radiazione che interferisce con tutto ciò che attraversa e della stanza buia rivela, se ci sono, il pulviscolo e le ragnatele.
    E’ netta la mia sensazione che qualcosa sia scoppiata al largo e ciò che vediamo, il risultato di una deflagrazione stellare. Personalmente parto da qui, dal tentativo di raccogliere e addomesticare un raggio curvo sul nostro tempo.

    HYPOTHESES NON BINGO.

    L’inseguimento finì alle prime luci dell’alba.
    Decidere se iena o leone e poi il colpo definitivo.

    La trappola lasciava trapelare il cucciolo
    ma bestemmiava un cinghialese di luce e gas,

    come se nell’ anticipo d’istante
    ci fosse la bolletta del ritardo

    Vengo alle cifre.
    Il Percento assunse un aspetto austero.

    E dunque cosa vorresti a discapito?
    Una scorta per le Barbados?

    Sai? La porta scorrevole si tagliò le vene ai polsi
    E giunse alle stesse conclusioni dello sportello.

    Non vedi come duole il trend!

    L’inverno è insopportabile
    senza adeguare il cielo alle fabbriche.

    Bastò un morso al collo
    con i denti a sciabola di un ippocastano.

    Batteva la campana su corso Cavour
    E una calza a rete abbracciò i tronchi.

    Ricordi il prodigio?

    Gli uomini secchi cadevano dai rami
    E noi a riscaldare il logaritmo.

    Fu all’ora che la scimmia pazza
    adescò un pettirosso.

    Alle liane. Tutti alle liane dopo il cartellino
    e pausa di un milligrammo per una banana.

    (Francesco Paolo Intini)
    grazie Ombra e cari saluti a tutti.

  12. Giuseppe Gallo

    Caro P. Francesco, la tua decisione di affrontare l’ignoto linguistico rappresenta il bisogno di penetrare quella Zona opaca del nostro esistere dove il “nulla” si appoggia sul “nulla”. Cos’altro si può fare se non “raccogliere e addomesticare un raggio curvo sul nostro tempo”? Cos’altro se non riversare gli occhi su quella “radiazione che interferisce con tutto ciò che attraversa e della stanza buia rivela, se ci sono, il pulviscolo e le ragnatele”? E ci sono il pulviscolo e le ragnatele? Io direi di sì. E sotto duplice forma. Come delusione perché continuiamo a constatare che siamo sommersi dai cumuli della polvere di una poesia governata e diretta dalla “realpolitik” dei centri di potere e delle case editrici, ma anche come speranza ( “L’inseguimento finì alle prime luci dell’alba”) perché il tuo lavoro, quello di Linguaglossa e degli altri amici, continua a demistificare la poeticheria nostrana del nuovo millennio. La logica che sorregge il tuo usus scribendi, come avrai avuto modo di constatare tu stesso un’infinità di volte, è opposto e alternativo al nostro usus loquendi. La scrittura, cioè, può confondere, ingannare, fare le smorfie a se stessa; può costringerci a rendere “illeggibile” ciò che è contenuto nella versificazione dei periodi e delle frasi, quasi a nascondere il peso liberatorio della nostra forzata schiavitù. Il montaggio che tu porti avanti è un “eroico furore” direbbe l’eretico di nolano anche perché il linguaggio che tu sperimenti tenta di sfondare il “finito” della lingua e dei suoi limiti e così facendo rompi gli argini di quel mondo che quel linguaggio ha generato. In poesia si può osare ciò che nel parlato non è possibile. Ecco perché ritengo che la tua “poetica” sia attuale, non solo per il “plurilinguismo” caro al nostro Gino Rago, ma soprattutto perché demolisce, tutto in una volta, la insipienza di chi vuole sollecitarci a defluire nel mare magnum dell’indistinzione e dell’anonimia contemporanea.
    Buon lavoro a tutti! Un grazie a Mario Gabriele per la sua cortese disponibilità.
    Giuseppe Gallo

  13. Penso che il lavoro radicale di sfrondamento di tutte le pellicole dell’io e delle fraseologie poetiche da «salotto» che ha fatto Francesco Intini abbia qualcosa di inimitabile, il factum scribendi non è mai uguale al factum loquendi, anche se sono in qualche modo imparentati… Intini è arrivato al nodo scorsoio: ha sciolto tutti i legami e i lacciiuoli che lo tenevano legato alla poesia tuttofare e prendi tre paghi uno del post-minimalismo (roba da far rimpiangere il minimalismo romano-milanese!), il risultato è un drastico taglio del significante e del significato: il non voler significare più nulla è un proposito salutarmente etico, ed offre nuove inusitate possibilità al linguaggio poetico a chi sappia procedere con il dovuto bagaglio di coraggio intellettuale.

  14. vincenzo petronelli

    “La necessità di un nuovo paradigma culturale che ripensi il rapporto Natura-Cultura, è il pensiero guida della poetry kitchen.”. Mi piace riprendere liberamente quest’affermazione di Giorgio, per impostare questo mio intervento. E’ un postulato che da solo evidenzia l’ubi consistam del progetto Noe, la sua scansione antropologica. La capacità della poesia di scavalcare sé stessa, vale a dire i limiti della visione che tradizionalmentesi si è stratificata attorno alla poesia da circolo di notabili di questi ultimi decenni, Al contrario, con la Poetry kitchen siamo di fronte alla poesia che ritrova sé stessa, la sua intelaiatura profonda, capace di interrogarsi sulla dimensione sincronica come su quella diacronica, di farsi riflessione storica e filosofica, di intepretare l’uomo ed il cosmo. E’ la poesia redenta dal bavaglio del potere e dell’ideologia che sono poi due risvolti della stessa medaglia, L’ideologia, con il suo carico di devastazione, è stata la calamità del XX Sec. la corruzione dell’ideale che si fa sistema, ma con una capacità di aggregazione persuasiva delle masse, come vediamo anche drammaticamente in questi giorni. La poesia dell’idioletto, come giustamente la definisce Giorgio, è proprio questo, cioè la poesia ridotta ad un simulacro di sé stessa, ad un ruolo ancillare ai meccanismi di regime, dalla quale la Nuova Ontologia Estetica si svincola, adoperando – riprendendo la felicissima metafora di Francesco Intini – lo strumento dello scavatore, per erodere la patina superficiale, su cui si basa la visione convenzionale, esteriorizzante, della realtà, per svellere la materia e ritrovarne l’essenza, la trama sottile dietro la corteccia.
    In conclusione, devo dire che mi piace molto l’accostamento delle poesie di Francesco Paolo Intini e di Mimmo Pugliese, per una sorta di complementarità che intravedo nel loro usus scribendi; entrambi riferimenti importanti, emblematici di Poetry kitchen, essendo riusciti a raggiungere uno straordinario livello di efficacia icastica di precisione scultorea nella loro versificazione, giungendo al nocciolo della loro poetica senza fronzoli, con una scrittura di incredibile asciuttezza ed essenzialità in Francesco Intini e leggermente più “rotondo” – come piccoli haiku – e di grande evocatività immaginifica in Mimmo Pugliese; due tecniche integranti di “dipingere” il polittico.

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