Roberto Bertoldo, Amori postumi (romanzo), WriteUp, Roma, 2021, pp. 138 € 16 Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa, Un romanzo a tesi? No, è un romanzo disperato perché non c’è nessuna tesi che valga la pena di essere sostenuta e difesa

Roberto Bertoldo Amori postumiJacques Rancière (1940), in La parola muta (1998) propone di leggere gli sviluppi della letteratura contemporanea a partire da una rivoluzione poietica intervenuta durante il XIX secolo che ha trasformato radicalmente il modo d’intendere la produzione letteraria. Gli effetti di questa «parola muta», secondo Rancière, non riguardano esclusivamente il mondo delle arti. Nel suo breve testo intitolato L’inconscio estetico (2001) la tesi centrale è che la scoperta dell’inconscio da parte di Freud sia stata resa possibile proprio da quel regime estetico di pensiero che ha spodestato il precedente sistema «rappresentativo» vigente, per esempio, nel teatro del periodo classico francese.

«La lalangue sert à de toutes autres choses qu’à la communication», ha affermato Lacan in un celebre motto, spostando il discorso dell’io nella lingua indifferenziata e impersonale che precede la lingua semantica che usiamo nei rapporti di relazione. Forse è qui, in questa lalangue che la procedura narrativa di Roberto Bertoldo trova la chiave di decodifica del reale; è una lingua impersonale quello della lalangue del protagonista del romanzo Amori postumi del narratore piemontese, un personaggio affetto da una sorta di «disturbo parallattico del linguaggio», così almeno lo definisce il narratore; ma forse si tratta di un disturbo psicosemantico del pensiero e dei retro pensieri che il protagonista del romanzo condivide con la forma mentis di molti contemporanei; un personaggio letterato che incontriamo una volta carcerato, un’altra come voce narrante e un’altra ancora come il bambino che ricorda l’infanzia smarrita.

Si tratta della emersione di un mondo latente che viene alla luce con tutti i suoi contorcimenti e le sue proiezioni deliranti e illusorie, una voce disperata e rassegnata insieme che racconta un non racconto, un mondo meta interiore verosimile e inverosimile al tempo stesso che comprende in un tutt’uno l’infanzia, gli amori postumi e la riflessione sulla caducità della scrittura narrativa. È davvero inquietante questo mondo «segreto» che affiora alla luce della coscienza proprio per la sua normalità, la sua banalità, il suo truismo. Il male della infelicità degli altri è il male della nostra stessa infelicità, il «tutto» è il «falso», ma è anche vero che anche il «frammento» è «falso», che non c’è via di uscita o di scampo dal dilemma della infelicità e della falsa coscienza che la migliore narrativa di oggi tenta di indagare. L’altro mondo, quello della interiorità non ha proprio niente di autentico  o di valoriale, tutto è banale e ferocemente triviale, l’interno dell’uomo dell’Occidente della stagnazione è davvero triviale e truistico, truistico e turistico in quanto triviale, non sembra esserci alcuna via di scampo. Il Grande Attrattore, il capitalismo della fase neoliberale ha cucinato i suoi cibi e ce li propina.

Il romanzo del novecento da Ulysses in poi ci ha raccontato che c’è un «io» che mediante il pensiero e il linguaggio costruisce il mondo; analogamente, se accettiamo questa vulgata, anche gli altri «io» costruiscono altri mondi e che tutti questi mondi coabitano in un caos feroce, aggrovigliato e ambiguo. La vulgata poi ci dice che questa posizione è stata rivoluzionaria, quando invece di fatto essa si è rivelata ferocemente conservatrice, perché ci ha detto che nulla di nuovo sorge sotto il sole che l’io già non conosca, che tutto è dentro di noi come in una teca segreta, che il mondo segreto cela e rivela l’autenticità.

Bene, con una prosa sovente sibillina e avvolgente Roberto Bertoldo ci narra una storia diversa: che ciò che è sotto il giogo della coscienza si rivela deprimente, falso, ambiguo, triviale, bugiardo, che non v’è nulla di autentico in quel groviglio di umori, di equivoci,  di passioni e di rivendicazioni che è il semi conscio della coscienza, che il tutto è il falso e che è falso anche il linguaggio che lo narra e che non c’è nulla che valga la pena di salvare di quel mondo sotterraneo, che è falso ciò che il più grande filosofo del novecento, Heidegger, ha divulgato, ovvero che l’ esperienza autentica del Dasein sia una esperienza «segreta» che si contrappone allo spazio anonimo ed impersonale del si dice, del si pensa, del si fa. Questo è lo spazio, dice Heidegger, «che conosciamo come “Pubblicità”» che «sottrae ai singoli Esserci ogni responsabilità», uno spazio in cui «ognuno è gli altri, nessuno sé stesso. Il Si, come risposta al problema del Chi dell’Esserci quotidiano, è il nessuno a cui ogni Esserci si è già sempre abbandonato nell’indifferenza dell’essere-assieme». Quando l’Esserci si perde nel «Si-stesso» smarrisce il «se-Stesso autentico, cioè posseduto in modo proprio»; compito primario dell’Es-serci, pertanto, «è trovare sé stesso». Il luogo in cui maggiormente l’Esserci rischia l’inautenticità è quello della «chiacchiera», come appunto manifestazione esemplare del generico e anonimo Si dice.

Il romanzo di Roberto Bertoldo è impegnato a mostrare come l’uomo dell’Occidente si trovi ad un bivio, dinanzi ad un problema che sta all’interno e all’esterno della sua persona di difficile soluzione. Un romanzo a tesi? No, è un romanzo disperato perché non c’è nessuna tesi che valga la pena di essere sostenuta e difesa.

Ecco alcuni brani della parte finale del romanzo:

(Giorgio Linguaglossa)

“Ora sono qui! Mio figlio è venuto a trovarmi, è raggiante,

«Non li hai uccisi tu!», grida.

«No, figliolo! Io non li ho uccisi, ma devono pensare che abbia indotto qualcuno a farlo, devono pensare che c’è ancora chi si ribella, che il peso della morale inflittaci non basta ad archiviare i soprusi. Giornalisti, editori, critici sono a modo loro dei tiranni, peggiori di quelli manifesti, e i tiranni impliciti è bene che abbiano paura.»

Gianni non capisce. le sopracciglia gli invadono la fronte.

«Non voglio difendermi.»

«Ma così non uscirai più.»

«Sono comunque un ideologo, ho la mia parte di responsabilità. La sola attenuante è che credevo che la gente non mi leggesse. Però ho provato rancore verso gli uomini che sono stati uccisi, non sopporto che il potere ce l’abbiano i mediocri, i disonesti, gli affaristi, i filistei.»

Toccavo la retorica. Con i giovani ha ancora successo, se non ci conoscono. È l’intimità a rendere la retorica disarmante.

Gianni ed io siamo quasi estranei, c’è tra noi, forse, più curiosità che affetto, ma a volte la prima rispetta di più il cuore altrui e io ho molto bisogno di rispetto, qui, più che di affetto.

L’affetto ad una certa età indebolisce chi non ne è avvezzo. La forza di un vecchio è la propria solitudine, anche se è una forza fragile. e io temo, temo che la generosità di Gianni sia simile a quella di sua madre, ossia preordinata al controllo, che è la forma più dispotica di dominio.

[…]

Rientro in cella. Non sono più da solo. Il mio compagno si chiama Antonio. È pigro, ma erudito, due caratteristiche che vanno spesso d’accordo. È piacevole la compagnia di Antonio, non è problematica, lui sta sempre coricato su una branda a leggere. Legge l’undicesimo volume di una Enciclopedia. Legge tra sé e poi mi riassume le voci. Così so che la latrìa è la malattia estrema dei servi o che la lisifobìa appartiene alla mia deontologia o, ancora, che il mainate è un uccello indiano in grado di imitare la voce dell’uomo. e vengo a sapere altre cose, anche se sinceramente non mi importa molto che le conoscenze passino da un libro al mio cervello.

[…]

È passato a trovarmi l’Avvoltoio. Siamo quasi amici, ora mi è anche più simpatico di altri. È una macchietta ed è preoccupante a ben vedere che le macchiette in particolari circostanze divengano il pericolo pubblico numero uno. L’Avvoltoio tenta ancora scampoli di potere, ma io vigilo e lo rimbrotto bonariamente. Che egli possa mantenere, sia pure con ironia, le sue caratteristiche, è un successo sociale, secondo me. e infatti si respira un’aria migliore oggi, qui. Siamo ormai in un ospizio più che in un carcere. I meno felici di questa nuova condizione dei carcerati sono i secondini, ma li abbiamo intimoriti a sufficienza con la nostra omogeneità.

Questa è la condizione di chi non può più chiedere niente alla vita ma ha ancora l’orgoglio di crearsi una trincea per difendere almeno quel poco che possiede.

[…]

Sono fuori dal carcere. Buttato fuori come un pidocchioso. Mio figlio ha preso un buon avvocato e mi ha distolto dalle mie immaginazioni, dal mio dopo, dalla sofferenza, che prediligo all’ansia. Ora, tutto quello che giustificavo ce l’ho di nuovo davanti con le sue offese. Ad accogliermi non c’è Paola, né Mara. C’è Gianni, che però è il mio presente. Il passato non perdona, come invece poteva farlo nelle mie immaginazioni da carcerato.

Non so dove andare. Farei il frate, se fossi credente. un calcio alla letteratura, un altro agli uomini. HCe non sono innocenti, come si una dire quando una disgrazia o un attentato colpisce nel gruppo. Hanno tutti una professione, gli uomini, e ogni professione ha le sue colpe. Tutti hanno un interesse e le poche eccezioni non migliorano l’umanità. Anche i bambini non sono innocenti, sono ancora troppo ignoranti per poterlo eventualmente essere.

[…]

Io penso a Mara, penso a lei come ad una rondine, mi avrebbe cambiato la vita, l’avevo capito appena l’avevo abbracciata la prima volta, poi non è vero, nessuno ci cambia la vita, è la vita che cambia noi con le sue offese fisiche, la morte, la ferita, ma ora sono qui, in questo ossario di pietra, da solo, a vergare queste pagine che rappresentano non tanto la mia quanto piuttosto la sofferenza di tutti fattasi mio accidente e portata dentro per essere vilipeso. Il vostro nulla mi scalfisce. Capite quello che dico? Ne sentite la musica, lettori cresciuti con le pagine che gli editori e la pubblicità coltivano per il tornaconto dei potenti?

io parlo di lei, di Mara perduta. Che non cerco, perché ormai sarebbe beffa ritrovarsi, io con quell’amore dentro sempre grande, pronto a riesplodere, perché l’amore non ha corpo, età, assuefazione, quando grida e stordisce. E mi gridava addosso con quel silenzio di Mara, era lei la mia vocazione a capire gli uomini, a condannare le ingiustizie. L’amore è questo, lo so, l’amore che resta, dopo.

Rimarrò qui, ad aspettare le piogge, la piena (…) E mio figlio forse mi abbraccerà quando verrò ritrovato gonfio e livido, su di un argine, dopo la piena del Po, e mi amerà. Sì, allora certamente mio figlio mi amerà. Dopo.

Roberto Bertoldo (Chivasso, 29 aprile 1957). È autore di raccolte poetiche, romanzi, racconti e saggi filosofici. Dopo la laurea in Lettere si è dedicato all’insegnamento nelle scuole superiori. Dal 1996 ha diretto la rivista internazionale di letteratura «Hebenon».
Negli scritti di filosofia ha teorizzato, sulle tracce di Leopardi e Camus, il nullismo come superamento del nichilismo, e la fenomenognomica come sensuale e titanica proiezione fenomenologica, per virtù della quale l’uomo trova nell’impegno civile la giustificazione filosofica delle sue azioni etiche ed estetiche e per la quale l’arte può finalmente realizzare l’incontro fra purezza e concretezza.
Saggistica
Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura, Guerini e Associati 2003; ISBN 88-8335-440-0.
Sui fondamenti dell’amore. Studio fenomenognomico, ivi 2006; ISBN 978-88-8335-860-9.
Anarchismo senza anarchia, Mimesis 2009; ISBN 978-88-8483-939-8.
Nullismo e letteratura. Saggio sulla scientificità dell’opera letteraria (nuova edizione riveduta e ampliata del volume pubblicato nel 1998), ivi 2011; ISBN 978-88-5750-534-3.
Chimica dell’insurrezione, ivi 2011; ISBN 978-88-5750-687-6.
Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, ivi 2013; ISBN 978-88-5751-752-0.
La profondità della letteratura. Saggio di estetica estesiologica, ivi 2016; ISBN 978-88-5753-693-4.
Rifondazione dello scetticismo, ivi 2017; ISBN 978-88-5754-259-1.
Dio in progress. Metafisica, religione, morale, ivi 2020; ISBN 978-88-5756-352-7.
Narrativa
Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi 1998; ISBN 978-88-8681-823-0.
Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio 2002; ISBN 978-88-3178-003-2.
Ladyboy, Mimesis 2009; ISBN 978-88-8483-981-7.
L’infame, La Vita Felice 2010; ISBN 9788877993175.
Satio, Achille e La Tartaruga 2015; ISBN 978-88-9655-836-2.
L’ultima madre, Mimesis 2017; ISBN 978-88-5754-308-6.
Amori postumi, WriteUp 2021; ISBN 979-12-80353-01-6.
Poesia
Il calvario delle gru, La Vita Felice 2000 (traduzione inglese: The calvary of the cranes, New York 2003; ISBN 978-18-8441-959-1);
L’archivio delle bestemmie, Mimesis 2006; ISBN 9788884834782.
Pergamena dei ribelli, Joker 2011; ISBN 978-88-7536-279-9.
Il popolo che sono, Mimesis 2015; ISBN 978-88-5753-205-9.
Victims’ Cram, Chelsea Editions, New York 2016; ISBN 978-09-8610-614-9.
Traduzioni
Benjamin Constant, Cecilia, Mimesis 2013; ISBN 978-88-5751-740-7.
Marcel Proust, Poesie d’amore, Mimesis, Milano 2018; ISBN 978-88-5754-666-7.
Émile Nelligan, Un lungo grido di corno, Mimesis, Milano 2021; ISBN 978-88-5758-061-6.

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3 risposte a “Roberto Bertoldo, Amori postumi (romanzo), WriteUp, Roma, 2021, pp. 138 € 16 Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa, Un romanzo a tesi? No, è un romanzo disperato perché non c’è nessuna tesi che valga la pena di essere sostenuta e difesa

  1. Io purtroppo sono un lettore all’antica, penso ingenuamente che un romanzo debba aprirmi a delle esperienze conoscitive altrimenti chiudo subito il libro. Voglio dire che leggo un romanzo nella misura in cui lì trovo una spiegazione della crisi di una generazione, di un’epoca storica, di un individuo, insomma se ci trovo una indagine sul una certa umanità storica, il resto non mi interessa, non mi interessa sapere le opinioni dello scrittore, non mi interessa il bric à brac, le chat, il chiacchiericcio di cui sono pieni tanti volumi che vanno nomenclati oggi dai più come romanzi.
    Qui di seguito riporto alcuni brani di due romanzi di questo tipo, Gli indifferenti (1929) e La noia (1960) di Alberto Moravia. Sono romanzi che introducono il lettore da subito dentro una certa psicologia, sono romanzi che indagano e ci rivelano su un qualcosa che non conoscevamo, su alcune malattie psichiche e ontologiche che da tempo sono sotto i nostri occhi: l’indifferenza e la noia.
    Amori postumi di Roberto Bertoldo (il libro è stato scritto venti anni fa) è un romanzo di questo tipo, ci rivela la crisi definitiva dell’io solitario come personaggio di romanzo, la crisi del reddito di cittadinanza dell’io. L’io è diventato nella nostra società neoliberale e panlogistica «un disturbo parallattico del linguaggio» come scrive Bertoldo nel romanzo e nient’altro. Adesso sappiamo che la società può continuare benissimo senza questo ingombrante orpello che produce l’infelicità collettiva.

    Gli indifferenti, 1929

    Un disgusto opaco l’opprimeva; i suoi pensieri non erano che aridità, deserto; nessuna fede, nessuna speranza alla cui ombra riposare e rinfrescarsi; la falsità e l’abbiezione di cui aveva pieno l’animo egli le vedeva negli altri, sempre, impossibile strapparsi dagli occhi quello sguardo scoraggiato, impuro che si frapponeva tra lui e la vita.

    “Tutta questa gente” pensò, “sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per questo s’affretta, si tormenta, è triste, allegra, vive, io… io invece nulla… nessuno scopo… se non cammino sto seduto: fa lo stesso”.

    Egli era dovunque così, sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua vita stessa, percorsa senza fede e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati dagli splendori fallaci delle pubblicità luminose. “Fino a quando?” Alzò gli occhi verso il cielo; le stupide girandole erano là, in quella nera oscurità superiore; una raccomandava una pasta dentifricia, un’altra una vernice per le scarpe. Riabbassò la testa; i piedi non cessavano il loro movimento, il fango schizzava da sotto i tacchi, la folla camminava. “E io dove vado?” si domandò ancora; si passò un dito nel colletto: “Cosa sono? perché non correre, non affrettarmi come tutta questa gente? perché non essere un uomo istintivo, sincero? perché non aver fede?”

    L’angoscia l’opprimeva: avrebbe voluto fermare uno di quei passanti, prenderlo per il bavero, domandargli dove andasse ,perché corresse a quel modo; avrebbe voluto avere uno scopo qualsiasi, anche ingannevole, e non scalpicciare così, di strada in strada, fra la gente che ne aveva uno.

    Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede.
    Questo è il mio vero delitto… ho peccato d’indifferenza…

    **

    La noia, 1960

    Per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di aver sempre sofferto della noia.

    Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.

    La realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.

    Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, li i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto.

    Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza.

    La noia, la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.

    Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.

    In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiatosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta del paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden.

    I grandi imperi egiziani, babilonesi, persiani, greci e romani sorgevano dalla noia e crollavano nella noia; la noia del paganesimo suscitava il cristianesimo; la noia del cattolicesimo, il protestantesimo; la noia dell’Europa faceva scoprire l’America; la noia del feudalesimo provocava la rivoluzione francese; e quella del capitalismo, la rivoluzione russa.

    Non il progresso, né l’evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole, era la molla della storia, bensì la noia.

    Il problema della noia si ripresentava immutato; e io allora presi a domandarmi quali ne potessero essere i motivi, e per via di esclusione, arrivai a concludere che forse mi annoiavo perché ero ricco e che se fossi stato povero non mi sarei annoiato.

    Io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all’inizio di un lungo viaggio.

    Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa.

    La noia, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.

    Una impazienza straordinaria dominava la mia vita. Niente di quello che facevo mi piaceva ossia mi sembrava degno di essere fatto; d’altra parte, non sapevo immaginare niente che potesse piacermi, ossia che potesse occuparmi in maniera durevole.

    Era un disordine donnesco e bellicoso; il quale discordava curiosamente con l’innocenza infantile e inespressiva del volto. Veramente, Cecilia pareva sempre duplice, ossia donna e bambina nello stesso tempo; e non soltanto nel corpo ma anche nell’espressione e nei gesti.

    E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.

    Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.
    Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità.

    Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più rinsecchite.

    L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.

  2. milaure colasson

    ho l’impressione che questo romanzo di Roberto Bertoldo sia del genere dei romanzi brevi di Agota Kristof. La scrittura è sorvegliata e decisa, precisa e lancinante. Leggerò il libro. La presentazione di Linguaglossa è suggestiva perché usa il metodo parallattico, sposta il centro del ragionamento e lo porta sulla crisi dell’io. Tesi discutibile? Non saprei.

  3. vincenzo petronelli

    E’ sicuramente un suggerimento di lettura interessante questo di Giorgio e peraltro da queste pagine abbiamo già imparato ad apprezzare la perizia e l’incisività poetica di Roberto Bertoldo che, mi sembra di vedere, si riproponga persuasivamente anche in prosa. Questa considerazione peraltro, mi richiama alla mente un’indicazione, una sollecitazione che mi sono spesso posto e cioè tentare di capire se in effetti una rivoluzione come quella della Noe, della Poetry Kitchen, sia coniugabile e matura anche per la narrativa.
    Credo sia un interrogativo affascinante e probabilmente Bertoldo ce ne fornisce una una possibile bussola orientativa o chiave di interpretazione a tal riguardo.
    Senza dubbio leggerò anch’io il romanzo e sicuramente ne ricaverò degli elementi interessanti rispetto ai quesiti suddetti.

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