Predrag Bjelošević, Poesie da ‘Insieme con i muri’ Poesie scelte 1977-2020, Progetto Cultura, Roma, 2021, Prefazione di Giorgio Linguaglossa Ržismo è il riconoscimento del senso nella cieca oggettivazione del non senso, Traduzione di Danilo Capasso, Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia, sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione


Predrag Bjelošević

Pace ai fiori

Pace ai fiori dentro di voi e con voi
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume
Pace ai fiori della flora subacquea
Pace ai fiori del cielo che si celano
Dietro la nebbia delle nuvole infantili
Pace al tempo con il tempo dei giorni passati
Inanellati nel malinconico rosario dell’umanità
Pace all’universo minacciato dai sogni dei fiori
Pace in mezzo alla tosa stellare della notte nel nostro occhio
Pace allo sguardo accecato dell’essenza floreale
Pace ai vanitosi petali della folla pregni
Di profumo del bisogno di un cambiamento generale
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume della vita
che ancora scintilla
sulle rapide del tempo rimasto

IMPLORO UNA PAUSA, OH SIGNORE

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Bisognerebbe fare una pausa
Per far riposare e cambiare vestiti agli attori

Bisogna fare una pausa
Così noi nel pubblico ci riposiamo e guardiamo

Almeno con un occhio
Almeno per prendere un po’ di aria

Tutto questo buio non è per niente educativo
Signore –

Tutto questo buio acceca
Non si può guardare senza una pausa

Non si capisce più
Chi ha un ruolo positivo e chi quello negativo

Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
In questo spettacolo macabro

Il regista è un allievo superficiale di Mondrian
Ha colto l’intensità della monotonia

Persino quel puntino luminoso vagante
Nel buio assoluto del palcoscenico

Sembra buio

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Il buio passa al pubblico
Scricchiolano le sedie il lampadario di cristallo stride

Sento che il buio di un applauso forzato
Presto smuoverà i capelli sulla testa

E le parole trasformeranno
Il discorso in un urlo atavico

IL SIGNORE DELLA LUCE

Il signore della luce
Buio
Sta fissando se stesso
Ma la faccia del buio
Non la vede

La faccia del Buio
Si nasconde nell’occhio del Buio
Intorno al Buio e nell’anima del Buio

Quando parla l’Anima
Del Buio
Si fa Giorno

Quando l’Anima del Buio
Sogna
La sua ombra fa la guardia
Su di noi

Notte

E tremola
illuminata dalle stelle

Allora il Signore della Luce
Buio
Nota le rughe stellari
Sulla sua fronte

Però le persone

Le persone
Come neanche il proprio viso
Non le ha ancora viste 

SULLE TRACCE DI RŽ

Quando mi sono avviato
Le impronte erano ancora visibili
Ma le impronte dei miei confratelli
Che si sono affrettati in avanti
Non guardando più dietro di sé

Le ho seguite come un segugio
Fiutando sulla terra disseccata
Un piede con le dita storte
Che dovrebbe proprio somigliare
A un piede della mia tribù

Ma ahimè

Le impronte simili alle mie sono state cancellate
Sotto la calca di inebriati dal Sole

E allora sconfitto ho iniziato a tornare indietro
Vestito solo di paura

Usando come indicazione
La penombra della luce

E a sinistra e a destra c’erano
Solo unghie fesse e zoccoli
Solo rinsecchite ali d’uccelli
E un buio sempre più fitto
Più mi allontanavo dagli altri

E improvvisamente ho guardato il buio
E ho visto il sole dormire
Nelle chiome di un salice piangente
E ho fatto un piffero con le radici del salice
E ho iniziato a suonare la mia tristezza

Per i fratelli che molto prima di me
Sono passati accanto al proprio sole
Non riconoscendolo nel sogno

Predrag Bjelosevic con fantoccio

RŽ IL SOGNATORE

Rž il sognatore
Non sa di sognare
I vostri sogni

Lui non c’entra
Con le visioni comuni
Di un domani migliore

Persino il passato
vede
stellato à la rž

Lui
Non è pronto
A sacrificarsi
PER
Lui
Non è così responsabile

Da essere sedotto
Anche nell’interesse
Della propria felicità

Perché lui è Rž
E non si cura di quelli che lo seguono
Né di quelli che gli hanno voltato le spalle
Bensì è conscio che ogni momento può
Farsi sentire anche in voi
Quando avete quasi perso ogni speranza

Nelle sembianze del bellissimo Rž sognatore
Che non sa di sognare
I sogni altrui

ESSERE, SEDOTTI

Forse la soluzione è un uccello
Volare volare intorno

Dappertutto

Volare volare per il Cielo
Sopra la Terra

Volare volare e cantare
Facendo dispetto al silenzio della propria ombra

Volare

Non guardando la Terra
Non alzando lo sguardo verso il Sole

Levitare

Nell’aria
Con le nuvole

Essere Nessuno o Qualcuno
Che non riguarda nessuno

Sparire o diventare irraggiungibile
Per tutti quelli Fuori
Sparire dentro Se Stessi
Dentro una Poesia
Dentro un Sogno

Sedotti
Da Quel Qualcosa in Mezzo

/T/ CHE ASSOMIGLIA A NOI STESSI

Il vostro uccello assomiglia a una /T/

ma /T/ non vola
esso corre
esso cade
come un peso di piombo dal cielo

quando perdete la fede in /S/é e nel /S/ole
lui si schianta con un grande /T/onfo sul /T/erreno
/T/ è il segnale delle /T/enebre e della /T/irannia
/T/ è il figlio delle forze terrestri
esso dimora anche nel nostro subconscio
e ci osserva come un gufo mentre dormiamo
esso spegne la candela quando con passione leggiamo la poesia
esso si fa sentire con il Tac-tac dell’interruttore
/T/ puzza di cadavere e di carogna
canzone corale delle mosche prima del buio

/T/ forse assomiglia anche a te /Uccello/
ma le vostre strade sono diametralmente differenti
mentre /T/ con il proprio fardello
piega la spina dorsale della terra
/U/ con la propria leggerezza alata
fa di tutto
per avvicinare la poesia della terra al sole
per sopraffare il fuoco con l’acqua

Rž è stato un uomo
Senza peli sulla lingua
Rž è stato un uomo coraggioso
Senza peli sulla lingua
Rž non aveva neanche la lingua
Lui aveva uno scivolo
Sul quale semplicemente volavano
Parole trasformate in oggetti
Nel mare aperto
O nelle fauci di un coccodrillo
Ugualmente
Il mare avrebbe ondeggiato
RžžžžRžžžžRžžžž
I coccodrilli si sarebbero infuriati
Rž rž Rž rž
Mentre lui stesso

Sarebbe rimasto ancora sulla riva
Come un faro
Con i segnali riempiti di piombo
Avrebbe esortato gli uccelli a un volo ragionevole
E Rž la poesia
Liberata
Dalla voce comune
E dall’emozione effimera

RŽISMO

Ržismo è il riconoscimento del senso
Nella cieca oggettivazione del non senso
Che conquista Tutto

Ržismo è
Sulle tracce dell’anima del non senso

Lui va inavvertitamente con il depilatore fluido
Della propria idea lungo i suoi peli neri
E li depila

Affinché il non senso diventi sopportabile
– Fratelli Ržisti

CIECO

Io non sono cieco
Vedo
Il buio
Nello specchio

Prefazione
Possiamo ragguagliare la poesia di Predrag Bjelošević ad un collage di fotografie, dove non c’è un baricentro, un equilibrio, ma instabilità, frantumi, dove si leggono segnali, frange di pensieri, dove lo spazio verticale è ripreso orizzontalmente, e viceversa. Il segreto della poiesis contemporanea è il disequilibrio, invisibile ma pervasivo, che si diffonde in tutte le direzioni, micro fratture che minano dall’interno anche il materiale più resistente. Il disequilibrio, l’estraneità, il perturbante, l’Unheimlich, il rimosso, l’inaudito, l’equivoco.
La poesia del poeta serbo è una ricerca del senso nel mare del non-senso; il suo «Ržismo» è una vera e propria poetica. Bjelošević intende con «Ržismo», una poetica che si muove nella direzione di una nuova fenomenologia del poetico, impiega i «frammenti» con i quali indaga il «vuoto», piega la sintassi e la metrica alla «natura» dei frammento; così accade che cambia il modo stesso di costruzione del verso, e ciò comporta fare i conti con un nuovo concetto di costruzione poetica, implica la velocizzazione del lessico, e il suo rallentamento, il vedere delle cose che prima non vedevamo. Leggiamo due poesie del poeta serbo:

Il cieco

Io non sono cieco
Vedo
Il buio
Nello specchio

Ržismo

Ržismo è il riconoscimento del senso
Nella cieca oggettivazione del non senso
Che conquista Tutto

Ržismo è
Sulle tracce dell’anima del non senso

Lui va inavvertitamente con il depilatore fluido
Della propria idea lungo i suoi peli neri
E li depila

Affinché il non senso diventi sopportabile
– Fratelli Ržisti

Pedrag Bjelošević è tutt’altro che un poeta istrionico o derisorio come potrebbe far pensare il titolo di una sua opera: »R Ž«; chissà, iniziali di parole inesistenti o, forse, di parole di uso domestico, non sappiamo. Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia; sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un framezzo, distante dai linguaggi della comunicazione. Il poeta serbo ha abbandonato l’idea di una poesia in relazione mimetica con il reale, sa che quella via non è più praticabile, dal momento che la mimesis è il modello che adotta la civiltà dei media. La poesia non ha più la funzione di rappresentare un mondo e neanche di purificare la lingua della tribù, come si diceva una volta, semmai ha oggi il compito di dentrificare il fuori e di fuorificare il dentro, proprio in virtù di quel suo situarsi nel «fra», nel «framezzo», né di qua né di là, in un senza-tempo e in un senza-spazio, in una condizione precaria e instabile. Bjelošević non ha dubbio alcuno che la poesia più avveduta di oggi abbia perduto la funzione rappresentazionale, e che sarebbe da non accorti pensare ancora nei termini di rappresentazione in un Occidente che un economista italiano ha brillantemente definito «civiltà signorile di massa». Bjelošević fa poesia ultronea e intima: nomina una situazione verosimile per poi virare subito nel paradosso e nel sovra reale; la sua poesia scantona tra questi due estremi con naturalezza e ingegno, sa che l’ultroneo e l’intimo sono le sole condizioni di possibilità di sopravvivenza che oggi ha il linguaggio poetico non convenzionale. La poiesis non ha alcuna possibilità di sopravvivere se si consegna, bendata, alla ipocrisia dei linguaggi comunicazionali, questo Bjelošević lo sa ed opera di conseguenza, fa poesia essenzialista con una sensiblerie post-moderna. Oggi forse la poesia non può più essere esistenzialista poiché ci troviamo nella condizione ontologica di disparizione della stessa possibilità di una esistenza umana che abbia un senso. L’esistenza è diventata problematica se non nella forma della «nuda vita»; nelle condizioni odierne delle democrazie dell’Occidente la poesia viene per lo più praticata come forma di una «poesia nuda», come se fosse davvero attingibile la nudità e l’immediatezza.

Predrag Bjelošević è un poeta essenzialista, in tal senso è un poeta erede della civiltà del modernismo. Non lo interessa la poesia di paesaggio o la poesia sperimentale; la poesia per il poeta serbo è una situazione, uno stato di cose, un significato, o un non-significato, può essere tutto ma non può essere commento, glossa; la poesia è una parentesi che apriamo davanti ad uno «stato in luogo». Che cos’è dunque la poesia essenzialista? È il presentarsi di un evento, un qualcosa che appare e che si rivela, un colpo di fulmine.

a un certo momento si risale il corso del fiume
fino alla sorgente
ma la sorgente non la si riconosce
come se la sorgente fosse altrove

 Predrag Bjelošević è nato nel 1953 a Banja Luka, è autore di poesia, di prosa e di teatro. Ha studiato economia, letteratura e regia. Ha conseguito un master presso l’Accademia Nazionale per l’Arte Cinematografica e Teatrale «Кrsto Sarafov» a Sofia nel 2009. Dal 1993 al 2018 è stato direttore e direttore artistico del Teatro dei Bambini della Repubblica Srpska a Banja Luka. Nel 2016 è stato nominato vice-presidente dell’Associazione degli Scrittori della Repubblica Srpska, mentre nel 2017 ne è stato nominato presidente. Nel 1978 è diventato membro dell’Associazione degli Scrittori della Repubblica Socialista Federale della Bosnia ed Erzegovina e dedell’ex Jugoslavia; nel 1993 è diventato membro dell’Associazione degli Scrittori della Repubblica Srpska e della Serbia. Nel 2014 è diventato membro dell’Accademia delle Arti e Letterature Slave di Varna.
 Nel 2019 ha fondato l’Associazione degli Scrittori dell’Europa Sud-orientale, con sede a Sofia. È stato insignito da parte della Repubblica Srpska dell’ordine Njegoš di secondo rango per la promozione della cultura e dell’arte della Repubblica Srpska nel mondo.
  Ha pubblicato tredici libri di poesia, due libri di racconti brevi e quattro libri di poesie per l’infanzia. Le poesie di Predrag Bjelošević sono state tradotte in molte lingue: nel 1982 a Napoli Il linguaggio del silenzio (Говор тишине), a Parigi nel 2002 Le RŽ, e nel 2010 a Skopje nella Macedonia del Nord: Под круната на гнилото дрво (Pod krunata na gniloto drvo).
 Ha ricevuto i seguenti premi letterari: Trebinjske večeri poezije (SR BiH, 1978, per il miglior libro di poesie in BiH); Pečat varoši sremsko-karlovačke, 1997, (SR Jugosavia); Pavle Marković Adamov, per il miglior libro di racconti brevi in serbo, 2010 (Serbia); Sveslovenske međunarodne književne nagrade za cjelokupno pjesničko djelo,”Leteće pero”, dell’Accademia delle Arti e Letterature Slave di Varna, 2014 (Bulgaria); Godišnje nagrade Udruženja književnika Republike Srpske per il libro di poesie  Кардиограм бјекства (Kardiogram bjekstva) , 2013 (Repubblica Srpska); premio letterario per la letteratura per l’infanzia “Vezeni most ” Nasiha Kalidžić Hadžić, nel 2014; premio letterario per la letteratura per l’infanzia Принц дјечијег царства (Princ dječijeg carstva), Banja Luka 2017; il premio per la letteratura per l’infanzia Плакета Благодарница (Plaketa Blagodarnica), Sarajevo Est, 2018; il premio per l’opera omnia in poesia Шушњар (Šusnjar), Оštra Luka, 2019.
  Bjelošević ha tradotto dal russo i seguenti poeti: Brjusov, Gumilev, Achmadulina, Chlebnikov, Roždestvenskij, Tarkovskij, Kušner, Kuprjanov, Ibrahimov, Gabrieljan e la prosa di Kuprin.
Alcune sue poesie per l’infanzia sono presenti nelle antologie scolastiche usate nelle scuole della Repubblica Srpska.
 Le sue opere teatrali sono state messe in scena in Repubblica Srpska, in Serbia e in Bulgaria. Bjelošević ha tradotto in serbo dal bulgaro le poesie  di Hristo Botev e diverse opere per il teatro dei burattini. Nell’ambito dell’arte teatrale ha conseguiti i seguenti premi: premio internazionale Mali Princ per il contributo allo sviluppo del teatro dei burattini in Europa, presso il festival internazionale del teatro dei burattini a Subotica (Serbia, 2013); riconoscimento per lo sviluppo del teatro dei burattini in  Banja Luka, Lutfest 2011; premio Safet Čišić per il miglior manager culturale in Bosnia ed Erzegovina, Mostar, 2015.  Per il teatro dei burattini ha scritto e diretto: Tužni princ (autore), Škola za pačiće (autore e regista), Nagrada za prijateljstvo (autore e regista), Vuk i sedam jarića u Muzeju bajki (autore e regista), Guliver u zemlji Liliputanaca (sceneggiata in base all’opera di Swift), Ježeva kućica (sceneggiata in base alla favola di Ćopić) e altri.
 Bjelošević ha scritto le seguenti opere teatrali: Žurka u atomsku skloništu, Stara Zagora, Bulgaria, 2003. Š autore e regista di Кiša ili azil za labudove e Теsla i golubica. È redattore dell’antologia Savremena poezija pjesnika, edita in polacco a Londra nel 2018. È capo redattore delle attività editoriali dell’Associazione degli Scrittori della Repubblica Srpska e della rivista Nova Stvarnost.

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Libri di poesia e di prosa

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1. ГОРКА СЛАД (Gorka Slad), Banja Luka, 1977.
2. ЛИЦЕ СА ЗАТИЉКА (Lice sa zatiljka), Sarajevo, 1979.
3. Il linguaggio del silenzio, (Говор тишине), Napoli, 1983.
4. РЕШЕТКА И САН (Rešetka i san), Banja Luka, 1985.
5. ИЗ МЕЂУПРОСТОРА (Iz međuprostora), Banja Luka, 1989.
6. РЗ БРЗОТРЗ И ЧАЧКАЛИЦА СОФИЈА (Rz brzotrz i čačkamilica Sofija), Banja Luka, 1990.
7. ГОВОР, ТИШИНА (Govor, tišina), Belgrado, 1995.
8. ВОДЕНА КОШУЉA (Vodena košulja), Banja Luka 1996.
9. ТУЖНИ ПРИНЦ (Tužni princ), Belgrado, 2000.
10. У СТРАХУ ОД СВЈЕТЛОСТИ (U strahu od svjetlosti), Banja Luka, 2001.
11. LЕ RŽ, Parigi, 2002.
12. СЈЕНКА И СВОД (Sjenka i svod), Sremski Karlovci, 2005.
13. ТАЧКА НА ИЗЛЕТУ (Tačka na izletu), Banja Luka – Belgrado, 2009.
14. ПРИЧЕ ИЗ БРКЛБРЛКА (Priče iz Brklbrlka), Kraljevo, 2009.
15. У ШЕТЊИ БЕЗ ГЛАВЕ (U šetnji bez glave), Banja Luka, 2010.
16. ПОД КРУНАТА НА ГНИЛОТО ДРВО (Pod krunata na gniloto drvo), Smederevo – Skopje, 2011.
17. КАРДИОГРАМ БЈЕКСТВА (Kardiogram bjekstva), Banja Luka – Belgrado, 2013, 2014 (2° ed.).
18. СНИВАЧИМА, ИЗ НЕСНА (Snivačima, iz nesna), Kraljevo, 2017.
19. КОВРЏАВА ТАЧКА (Kovrdžava tačka), Banja Luka, 2018.
20. ЗАЈЕДНО, СА ЗИДОВИМА (Zajedno, sa zidovima), Banja Luka, 2020.

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19 risposte a “Predrag Bjelošević, Poesie da ‘Insieme con i muri’ Poesie scelte 1977-2020, Progetto Cultura, Roma, 2021, Prefazione di Giorgio Linguaglossa Ržismo è il riconoscimento del senso nella cieca oggettivazione del non senso, Traduzione di Danilo Capasso, Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia, sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione

  1. Una fantasia notevole. Personalmente mi piace di più quando arriva alla sintesi.

  2. lombradelleparole.wordpress.com
    Predrag Bjelošević è nato nel 1953 a Banja Luka, repubblica Srupska, è uno dei poeti europei più interessanti di oggi, le sue poesie sono ad un tempo rappresentazione della crisi dell’Europa orientale e attraversamento di quella crisi.
    Lo spessore di un poeta lo si può misurare dal quoziente di attraversamento della crisi (il «Buio» con la parola di Bjelošević) che la sua poesia mette in scena e dalla mono tematicalità dell’approccio al mondo, questo criterio euristico è valido in tutte le latitudini. In Bjelošević è importante la data di nascita: 1953, questo elemento ci fa capire il grado, la lunghezza e la complessità di attraversamento della crisi europea vista appunto dalla latitudine della repubblica Srupska. Siamo ai confini est dell’Europa e io spero davvero che i serbi prima o poi si ricongiungano alla famiglia europea, è importante ampliare la famiglia dei popoli europei e non restringerla come vogliono fare i sovranisti e i nazionalisti, la destra è stata sempre sovversiva nella storia dei paesi dell’Europa, è nostro compito combatterla, è questo il compito della poesia: mostrare un linguaggio universale nel quale tutti possiamo rispecchiarci e riconoscerci. Il linguaggio della poiesis è universale, non tollera i sovranismi e i nazionalisti beceri, e Bjelošević va nel cuore di quella Crisi che lui chiama il «Buio», non tollera diversioni o deviazioni da quella tematica principe.

  3. Forse è meglio fare un passo indietro e ripercorrere, brevemente, il punto centrale del modernismo europeo. Predrag Bjelošević è un poeta che si è nutrito del modernismo europeo, viene da lì, ha assorbito la cultura del modernismo nella sua fase ascendente e discendente, e si è ritrovato solo, in un teatro di finzione, di marionette e di sciacalli senza più neanche contare su qualla scatola vuota che il modernismo gli ha lasciato in eredità, e la sua poesia è tutta spostata sul versante della «preghiera», una preghiera laica, ovviamente.

    Predrag Bjelošević

    Tutto questo buio acceca
    Non si può guardare senza una pausa

    Non si capisce più
    Chi ha un ruolo positivo e chi quello negativo

    Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
    In questo spettacolo macabro

    Il regista è un allievo superficiale di Mondrian

    Il modernismo europeo in poesia come nel romanzo finisce negli anni novanta. Herbert, uno dei massimi rappresentanti del modernismo europeo ha scritto negli anni novanta: «La poesia è figlia della memoria». Herbert scrive questi versi significativi: «stammi vicino fragile memoria/ concedimi la tua infinità». La memoria, strettamente connessa alla tradizione, è vissuta dai poeti modernisti come la più grande alleata per situarsi entro l’orizzonte della tradizione, e quindi della storia. I poeti e i narratori dell’età del modernismo percepiscono la storia come tradizione e la tradizione come storia, in un nesso indissolubile; e nell’ambito della tradizione introducono il «nuovo», di qui le avanguardie del primo novecento e le post-avanguardie del secondo novecento. Con la fine del novecento, con la caduta del muro di Berlino e del comunismo e la rivoluzione mediatica, le cose sono cambiate: la storia è diventata storialità e la tradizione è diventata museo, museo di ombre e di fantasmi, da difendere e da coltivare perché produce profitti.
    La nuova ontologia estetica invece con la sua ultima produzione: la poetry kitchen assume: «La poesia NON è figlia della memoria» perché la storia si è mutata in storialità. L’oblio della memoria (da cui i celebri versi di Brodskij: «La guerra di Troia è finita/ chi l’ha vinta non ricordo»), segna l’inizio di una nuova poesia, di una nuova narrativa e di una nuova arte: una poiesis incentrata sulla dimenticanza della memoria e sull’oblio della tradizione. Qui, in nuce, c’è il punto centrale della nuova poesia europea. Un poeta del Dopo il Novecento non potrà più fruire dell’ausilio della memoria, dovrà imparare a farne a meno. La condizione dell’uomo nell’epoca del neoliberalismo è contrassegnata da questo duplice petitio principii: l’oblio della memoria (e della tradizione) e l’oblio della libertà (convertita in scelta tra più prodotti). Il primo motto di Microsoft recitava: «Where do you want to go today?», lasciando presagire la prossima ventura libertà assoluta della navigazione senza limiti nel web. Ma era una finzione, una petizione, una allegoria della nostra prigionia. Questa finzione narra la nostra condizione ontologica: siamo davanti al video e ci reputiamo presuntivamente liberi. Tutto il resto, ovvero, il reale, ci appare come degli epifenomeni laterali, periferici, consideriamo libertà la non-libertà. Nell’oblio della libertà c’è tutta l’impossibilità per un poeta di oggi di scrivere come i poeti del modernismo europeo che erano guidati dalla stella polare del valore assiologico della parola «libertà». Tuttavia, come scrive Agamben, il naufragio «apre il luogo della parola, come quello in cui si può soltanto parlare e non sapere».1

    1 G. Agamben, «La parola e il sapere», in aut aut, n. 179-180, p.165

  4. Ripesco questo commento di un anno fa.

    Ewa Tagher scrive:
    “C’è vita nelle copie in gesso?”

    Giuseppe Gallo scrive:
    “Noi non avevamo… E tu?”

    Marie Laure Colasson commenta:

    «Il linguaggio poetico è simile al Pubblico Ministero, ti costringe in un atto di accusa, ti rinvia a giudizio… ma il fatto è che si tratta di un atto costrittivo, devi scrivere come e dove vuole il linguaggio del Pubblico Ministero. Di solito gli scriventi non se ne accorgono nemmeno, pensano in buona fede di scrivere in risposta ad un Appello, alla sacertà della Ispirazione, alle virtù civiche di una poesia civile etc… e invece rispondono all’appello della santa Inquisizione con un linguaggio già dato e confezionato».

    La mia risposta al commento:

    La poesia migliore è fatta da un procedimento di spostamento e di condensazione delle parole, è fatta, proviene da un vuoto. La poesia è come una scala a chiocciola: ad ogni gradino senti che corri il rischio di mettere il piede nel vuoto… e di scivolare nel baratro. Se non fa questo, non è poesia. Il lettore deve avvertire che la parola non sa dove andare. La parola poetica è un rischio, si corre il rischio di scivolare nel vuoto ad ogni istante.»
    È vero, qui si tratta di sfuggire alla trappola o alla ingenuità cognitiviste che vorrebbero scrivere nel linguaggio della ragione utilizzando le parole della ragione, nel linguaggio poliziesco e costrittivo della ragione poetica istitutiva di significati consolidati. La volontà di evitare questa trappola del linguaggio del sensorio e della ragione è costante in Ewa Tagher e in Giuseppe Gallo, è ciò che determina la costante tensione con la quale il loro linguaggio si snoda, ma è anche un gioco, il gioco del trapezista (per riprendere la metafora di Marie Laure Colasson) che cammina sul filo. Questa volontà di evitare la trappola del significato consolidato è una costante nella poesia della poetry kitchen, non si tratta di un gioco fine a se stesso, ma di una sfida drammatica alle certezze offerte dalla ragione classica e del suo progetto onniavvolgente di irrogare decreti su ciò che si può dire e su ciò che non si può dire in poesia. La poesia di Ewa Tagher, quella di Giuseppe Gallo e degli altri poeti in direzione kitchen illustra con precisione che esiste un’altra scrittura poetica che non obbedisce più alla poesia del significato consolidato. Ewa Tagher e Giuseppe Gallo scoprono che c’è una dis-ragione nella ragione, ed optano per la prima a scapito della seconda.

    La dis-ragione si nutre di atti sospensivi, di parentesi, di incisi, di epoché, di interruzioni e di punti interrogativi, di interrogazioni, di domande, di interferenze, di rumori di fondo. È la stessa struttura sintattica ad esserne disarticolata e polverizzata, è questa la ragione profonda del frammento: il frammento è il risultato, il prodotto del collasso della Ragione e del collasso dell’Ordine Simbolico.

    C’è un ponte di corda che ci può condurre dal linguaggio patente al linguaggio latente. Siamo pronti ad attraversarlo? Ci accingiamo all’impresa? Allora bisogna abbandonare le certezze e le ovvietà del linguaggio della Ragione, ben tenendo presente che è soltanto dal linguaggio patente che si può scendere al linguaggio latente, non il contrario, come pensavano i surrealisti. Bisogna scendere ad una parola senza linguaggio, senza un soggetto parlante e senza un interlocutore, al mormorio di un sotto-linguaggio che sorregge l’edificio del linguaggio di relazione. Allora, la poesia diventa una archeologia del linguaggio, il viaggio dal linguaggio patente al linguaggio latente, che separa il mosso dal rimosso, che si muove tra il rimosso e il latente, in quella zona oscura e indeterminata in cui tutti i significati vengono inghiottiti dal buio della Ragione asburgica.

  5. Tiziana Antonilli

    Sono sferzanti le poesie da ‘ Insieme con i muri’, l’incontro con il non-senso, ma anche con una malinconia quasi cosmica. Avverto qua e là la presenza/assenza di Godot.

  6. Alcuni versi delle poesie di Predrag Bjelošević, poesie magnificamente tradotte in italiano da Danilo Capasso e ottimamente interpretate da Giorgio Linguaglossa, sembra che ci immettano nel Negozio di vestiti usati di Charles Simic Club Midnight (Adelphi, 2008), nella traduzione it. di Nicola Gardini e precisamente in quel manichino vestito di nero che “è all’ingresso per servirti./I suoi occhi non ti lasciano andare./I suoi baffi sembrano disegnati/con la punta di un sigaro spento.”, o anche in quelle torri pendenti di pantaloni o in quei cappelli di uomini morti che non appena il poeta si volta per scappare “rotolano/sul pavimento per accompagnarti/premurosi all’uscita.”
    Predrag Bjelošević, come giustamente mette in evidenza Giorgio Linguaglossa in uno dei suoi interventi, “va nel cuore di quella Crisi che lui chiama il «Buio», non tollera diversioni o deviazioni da quella tematica principe.” Ma allora che resta da fare se non entrare in una bottega di vestiti usati e misurarsi con “Una scelta di vite passate/in mezzo a cui frugare/ alla ricerca di quella che ti vada bene…”?
    Sento Bjelošević assai prossimo allo stile kitchen.

  7. Tentativo di poesia in stile kitchen
    di Gino Rago

    Marie Laure Colasson elude la sorveglianza
    Dell’agente segreto Popov
    Che il direttore dell’Ufficio Affari Riservati
    Di Via Pietro Giordani n. 18,
    Il poeta Giorgio Linguaglossa,
    Le ha messo ai calcagni
    E il giorno 2 del mese di ottobre
    Dell’anno domini 2021, alle 19:56,
    Riesce a scrivere un biglietto su papiro di Siracusa.

    C’è scritto:
    «Egregio poeta Gino Rago,
    Lei ha colto nel segno, adoro deglutire
    I sandwich al jambon
    Con la baguette.

    Di solito mi reco, in compagnia del Mago Woland,
    Nel bistrot sito in rue des Aubergines,
    Chez le Batignolles.

    Ma sto attenta alla signora
    Dal tailleur color ciclamino,
    Gioca sempre ai tarocchi
    E beve Enfer d’Arvier e Arnad-Monjovet
    Quando va in vacanza in Val d’Aosta…

    Da francese amo la légereté,
    Un baiser et un vol de piegeon.
    Merci».

  8. poetry Kitchen
    Gino Rago

    L’agente Popov intercetta il biglietto
    di Marie Laure Colasson.

    Risponde:
    «Madame Colasson,
    La bottiglia del latte
    E’ il latte.
    L’albero è sempre un albero
    Anche se il gufo ci fa il nido.

    Il poeta Mario Gabriele
    Prima di andare a letto
    Beve una tisana al miele.

    E l’artista Lucio Mayoor Tosi
    Regala spumante dell’ Oltrepò Pavese.

    Ma stia attenta a quel poeta kitchen
    Che sotto la luna
    beve il Vino Est! Est! Est! di Montefiascone».

  9. milaure colasson

    E’ davvero assai raro trovare una analoga asciuttezza e semplicità di parole come in queste poesie di Predrag Bjelošević in altri poeti dell’Europa Occidentale. V’è nel poeta serbo una abissale profondità di pensiero coniugata con una grande sincerità poietica. Predrag è un’anima nobile che dalla lontana Serbia (Banja Luka) legge con profondità il cancro che rode il cuore dell’Europa, il suo è un canto, o meglio, un salmo, una preghiera laica come hanno fatto prima di lui i grandi poeti modernisti europei, e come oggi forse non è più possibile scrivere in Italia. Ho avuto l’onore di conoscerlo di persona quando sono andata a Banja Luka per un Festival di poesia, nel suo volto e nel suo sguardo c’è scritto tutto in piena evidenza: l’altezza di pensiero e di azione, i nobili pensieri e le nobili passioni, quelle passioni che dettano ai poeti le vere poesie.

  10. milaure colasson

    caro Gino,

    noi siamo poeti del Dopo il Moderno, e quindi siamo (come scrive Linguaglossa) liberi dalla tradizione e dalla Storia. Ma lo siamo davvero? Questa libertà è una illusione, è vera piuttosto la illibertà, quella che ci propinano i sovranisti e i nazionalisti (Dio, Patria e Famiglia) cialtroneschi di casa nostra.
    E quindi mangiamo del buon sandwich al prosciutto con la baguette con un bicchiere di rosso Est Est Est di Montefiascone (però io prediligo il bianco e soprattutto il prosecco).
    La légereté delle tue poesie kitchen è un traguardo che solo pochi poeti possono raggiungere.

  11. Grazie Milaure.
    «Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume.»,

  12. La mia ultima Poetry kitchen
    (dedicata a Predrag Bjelošević)

    receipt 77869

    Ai suoi followers la tgirl Molly Blum ha prescritto:
    «To unsubscribe from future emails please click the unsubscribe button below»

    Il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra dialoga con degli alieni che abitano sul pianeta Titano il quale si sposta dalla sua orbita di ben 11 cm. ogni anno dal gigante gassoso Giove. Gli scienziati hanno individuato gli azotomi – un tipo di membrana cellulare di composizione organica a base di azoto – quali possibili candidati in grado di resistere alle temperature di – 180° Centigradi presenti sul pianeta

    «ai opt ai», così parlano gli alieni di Titano tra di loro
    si scambiano tutto il giorno messaggi telepatici
    con la signorina Molly Blum
    ad essi ha replicato il Mago Woland in lingua russa

    La principessa giapponese Mako, nipote primogenita dell’Imperatore Naruhito, ha sposato il suo ex compagno di università e ‘cittadino borghese’ Kei Komuro

    Lo scrittore premio Nobel Orahn Pamuk scrive a Draghi: “Solo lei può salvare Venezia”

    Tutti i grillini alla corte di Silvio
    Berlusconi secoli fa li definì «telegenici». Poi cambiò idea, e disse: «a Mediaset li prenderei per pulire i cessi». Poi ha cambiato ancora idea: li ha presi a scrivere libri. Dopo Di Battista ormai è un trend, da Di Maio a Casalino a Messora, tutti scrivono per le sue case editrici

    «Cucinare stanca» disse un’aragosta che stava per essere messa in padella

    Il Presidente Draghi ha sostituito il dentifricio Mentadent Plus antiplacca con Colgate white protezione completa

    Seconda versione corretta condividendo alcuni suggerimenti di Marie Laure Colasson

    receipt 77869

    Ai suoi followers la tgirl Molly Blum ha prescritto:
    «To unsubscribe from future emails please click the unsubscribe button below»
    «I am sorry to hear that you no longer wish to receive emails from me»

    Il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra dialoga con degli alieni che abitano sul pianeta Titano il quale si sposta dalla sua orbita di ben 11 cm. ogni anno dal gigante gassoso Giove.

    «ai opt ai», così parlano gli alieni di Titano tra di loro
    scambiano tutto il giorno messaggi telepatici
    con la signorina Molly Blum

    Gli scienziati hanno individuato gli azotomi – un tipo di membrana cellulare di composizione organica a base di azoto – quali possibili candidati in grado di resistere alle temperature di – 180° Centigradi presenti sul pianeta
    Ad essi ha replicato il Mago Woland dichiarando di voler
    «unsubscribe the button below»

    La principessa giapponese Mako, nipote primogenita dell’Imperatore Naruhito, ha sposato il suo ex compagno di università e ‘cittadino borghese’ Kei Komuro

    Lo scrittore premio Nobel Orahn Pamuk scrive a Draghi: “Solo lei può salvare Venezia”

    Tutti i grillini alla corte di Silvio
    Berlusconi secoli fa li definì «telegenici». Poi cambiò idea, e disse: «a Mediaset li prenderei per pulire i cessi». Poi ha cambiato ancora idea: li ha presi a scrivere libri. Dopo Di Battista ormai è un trend, da Di Maio a Casalino a Messora, tutti scrivono per le sue case editrici

    «Cucinare stanca» disse un’aragosta che stava per essere messa in padella

    Il Presidente Draghi ha sostituito il dentifricio Mentadent Plus antiplacca con Colgate white protezione completa

  13. altra mia Instant poetry

    Il segretario della Lega Salvini è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla e non c’è verso di ricacciarla nel fondo

  14. milaure colasson

    Hvala ti Giorgio

    na lijepim mislima o mojoj poeziji kao i željama za ulazak Republike Srpske i Srbije u EU što sigurno želi 80% становникa jer se osjećamo evropskom porodicom naroda. Evropa će biti u svakom pogledu cjelovita kad joj se prisruže i preostale zemlje Balkana. O “ mraku” sam napisao jednu cijelu knjigu pjesama 2001. godine pod nazivom “U strahu od svjetlosti” u kojoj dominira strah prema životu u trećem milenijumu i strah od svjetlosti koja će civilizaciju spržiti, a moju poziciju iz mraka vidim nekad i dobrom jer perspektiva moga pogleda može biti samo prema svjetlosti i nikako više prema bilo kakvom mraku!

    Grazie Giorgio

    per i bei pensieri sulla mia poesia e per gli auguri per l’ingresso della Republika Srpska e della Serbia nell’UE, che l’80% della popolazione certamente desidera perché ci sentiamo una famiglia di nazioni europee. L’Europa sarà intera in tutti i sensi quando i restanti paesi balcanici vi aderiranno. Ho scritto un intero libro di poesie sull'”oscurità” nel 2001 intitolato “In Fear of Light”, che è dominato dalla paura della vita nel terzo millennio e dalla paura della luce che brucerà la civiltà, e a volte vedo la mia posizione fuori dall’oscurità buono perchè la prospettiva il mio sguardo non può che essere verso la luce e non più verso eventuali tenebre!

    (Predrag Bjelošević)

  15. Per dare uno sguardo ampio alla poesia di oggi (e di ieri) ripropongo la parte centrale della mia Introduzione a

    Autori Vari POETI DEL SUD a cura di Giorgio Linguaglossa
    EdiLet, 2014 pp. 250 € 16

    È vero quanto scrive Umberto Eco in un articolo del 12 marzo 2012 apparso su «La Repubblica»: «L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di “Abbasso il chiaro di luna” aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arrivata all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi». Ma se leggiamo la poesia che si fa oggi, di cui questa antologia ne è un esempio paradigmatico, ci accorgiamo che non si può più parlare nei termini di un Moderno che si converte in modernismo, in avanguardia e in retroguardia, secondo un classico schema novecentesco di pensiero, oggi siamo tutti diventati qualcosa d’altro, è il post-contemporaneo che si profila, il post-Presente, il Presente si prolunga nel post-Presente; il passato e il futuro entrano nella nebbia e nell’ombra, tendono ad eclissarsi.

    Oggi non c’è più bisogno di una avanguardia e tanto meno di una retroguardia, siamo tutti divenuti qualcosa che sta come sulla cresta di un’onda, su un orlo topologico, e la poesia sembra girare attorno a se stessa in un movimento perpetuo, un movimento rotatorio attorno al proprio asse che non porta a nessun luogo e non sta in nessun luogo. Ma forse è proprio questo il suo punto di forza. La poesia contemporanea è rimasta orfana della filosofia, che non pensa ad essa come ad una invariante ma come ad una variante del variabile. E forse questo è un bene. Nel regime post-coloniale delle democrazie occidentali la poesia è considerata per il suo aspetto gastronomico e decorativo. La democrazia del capitale finanziario spinge tutte le arti alla decorazione e alla manifattura di uno stile da esportazione. Alla poesia non viene chiesto niente, ed essa non immagina neanche di rispondere. In mancanza di una verificazione, essa semplicemente non è. La diversità dalla scienza è sorprendente. Ma anche dal romanzo, che almeno ha un regolo, imperfetto quanto si vuole, ma un regolo: il mercato. La poesia non progredisce (e non regredisce), se intendiamo per progresso l’accumulazione di risultati che si susseguono gli uni agli altri, ma ristagna.

    Tale visione è conforme a un modello di ragione che pensa per invarianti, che prende luogo da un modello storicistico che tende ad appianare i risultati estetici e le problematiche entro il continuum del divenire storico, ignorando le differenze e le diversità. Si impone così, inconsapevolmente, un modello storiografico e un modello di ragione sostanzialmente aproblematico e aproteico dove tutte le vacche sono bigie. Fine del Moderno, dunque. Fine delle filosofie forti. Fine della poesia forte. Ma, per fortuna, ciò non significa che la poesia non pensi a se stessa se non in diminuendo, anzi, mi sembra che gli autori più avveduti di questa Antologia siano ben consapevoli di come ricomporre il piano estetico della nuova dis-locazione multifunzionale del discorso poetico, che coniuga il «parlato», le immagini e la riflessione, che coniuga il presente con il passato, il quotidiano con la metafisica, alla ricerca di una nuova identità stilistica. La poesia sembra finalmente essersi rimessa in cammino. Parafrasando Gianfranco La Grassa, il quale scrive: «uscire da Marx dalla porta di Marx», potrei dire: «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia». Si tratta di una metafora, di un gioco linguistico. Ma continuiamo il gioco: accettiamo la metafora: che cosa vuol dire «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»?, tutto e nulla: noi possiamo uscire dalla finestra del «Palazzo chiamato Poesia», dalla finestra del primo piano e scappare, darcela a gambe per la strada, oppure salire all’ottavo piano del Palazzo e saltare giù nel vuoto, e così finiremmo per romperci l’osso del collo. Ma saremmo morti e quindi la partita finirebbe. E poi possiamo uscire dalla porta d’ingresso e dire a tutti gli inquilini del Palazzo: «c’è del marcio in Danimarca», ovvero, «qui i giochi sono già stati fatti, le carte sono state truccate, non c’è motivo per sedermi al tavolo di gioco»; oppure, possiamo decidere di stare al gioco (le cui regole sono state scritte da altri) e fare finta che le carte non siano truccate. E qui la partita si apre. O meglio si chiude.

    Oppure, come qualcuno fa, «dobbiamo far saltare tutto: il Palazzo e il sistema-poesia», «bisogna mettere della dinamite alle fondamenta del Palazzo»; simpaticissime boutades, che io trovo divertenti, irriverenti. Non ha fatto così Sanguineti con Laborintus (1956)?, operazione indubbiamente geniale, che andava in consonanza con i tempi di un paese che doveva cambiare la classe dirigente intellettuale in un momento di grande ripresa economica, di grande ottimismo e di grande rigoglio artistico e intellettuale. Ma oggi, chiedo, ci sono queste condizioni? – Quello che vedo è che siamo immersi in una Grande recessione (economica, politica, etica, estetica e spirituale), non vedo all’orizzonte un altro ceto intellettuale di scrittori e di poeti che voglia prendere il timone della vita artistica del Paese: ciascuno va per conto proprio, alla spicciolata, alla ricerca del consenso e del successo.

    Le varie proposte che ci sono oggi in circolazione: «poesia corporale», «poesia esodante», «poesia periferica», «poesia allo stato zero», «anti-poesia», «pseudo-poesia», «post-poesia» sembrano indicare un qualcosa che si muove in una direzione tangenziale, verso l’esterno, cioè verso la periferia del «sistema-poesia». Nella mia veste di critico non posso non prendere atto di questo fenomeno ma mi chiedo: verso la periferia di che cosa va la «poesia dello stato presente»?, si allontana del Centro?, e perché si allontana dal Centro?, e che cosa cerca verso la Periferia?, e quando raggiungerà la Periferia che cosa succederà?. E mi chiedo: ci sono oggi le condizioni affinché la direzione della poesia italiana si incontri o si incroci con le istanze dell’istituzione poesia?, con il Politico?, con la Comunità?, che sappia dialogare con la nuova civiltà mediatica?. Ho l’impressione che la direzione presa dalla poesia italiana di questi ultimi tre, quattro decenni sia quella della deriva di «accompagnamento», prosastica, sempre più disossata, debole, gracile, facile, democratica, piccolo borghese (nel senso di comprensibile a tutti), mediatica, demotica; precisamente da quando il più grande poeta italiano del Novecento, Eugenio Montale, si è anch’egli reso responsabile della scelta di una poesia «in minore», umorale, diaristica, appesa alle «occasioni», ironica, desultoria, sussultoria, da Satura (1971) in poi, così che oggi, a quaranta anni di distanza, giunti alla foce di quel fiume, si scrive una «poesia» dell’«indifferenziato» molto simile alla «prosa», che della «prosa» ha il vestito linguistico e concettuale: vale a dire che si pensa in poesia come pensa chi vuole fare della prosa. E invece è sbagliato, qui c’è un nodo che va sciolto subito, ancor prima di iniziare la riflessione e dire una cosa molto chiara: che la poesia è una cosa che si scrive e si pensa in modo affatto diverso da quello con cui si pensa e si scrive in prosa, quand’anche ritmata. È l’ideologia dell’in-differenziato che qui ha luogo.

    Brodskij una volta scrisse che la longitudine e la latitudine cambiano la lingua. Di più, la longitudine e la latitudine cambiano anche il linguaggio poetico; in esso si verificano delle interferenze, dei disturbi, delle influenze; i sostrati storici delle varie civiltà che si sono depositate in un territorio sedimentano, fermentano, e affiorano, prima o poi, nella lingua di relazione e nel linguaggio poetico. Ciò che si credeva «periferia» diventa «centro», e viceversa. La storia si diverte spesso a riposizionare le tessere del puzzle secondo un ordine imprevedibile e inimmaginabile agli inizi. E ciò è avvertibile anche in questa antologia intergenerazionale nella quale c’è una vasta gamma di ricerche stilistiche nella sostanza molto diverse da quelle che si perseguono a nord del Rubicone o al centro del Lazio. Un elemento questo da non sotto valutare che ha una sola spiegazione: la definitiva emancipazione della poesia del Sud da quella che si fabbrica nelle fucine di Roma e di Milano. La poesia del Sud non va a prendere il tè in alcuna contrada esotica, e questo è un buon risultato, non va più a rimorchio della poesia del Nord, anzi, possiamo affermare che la poesia del Sud si è completamente emancipata, ha un passo sicuro, procede in varie direzioni contemporaneamente, ricerca una propria identità. È questa la ragione fondante che può giustificare una antologia della poesia del Sud: la sua centripeta vitalità, il suo andare dentro il linguaggio poetico a far luogo dalla periferia. La diacronia del linguaggio poetico è racchiusa nel moto del pendolo, ad un periodo di espansione e di egemonia del Nord e del Centro subentra un periodo di riflusso e di rilancio della poesia del Sud.

    Gran parte anche della migliore produzione poetica delle ultime generazioni sembra scrivere poesia come se fosse dentro una «vacanza» della ragione, della Lingua, ma la lingua ha una sua ferrea legislazione fatta di regole sintattiche e semantiche che nessuno può infrangere. Spesso trovo incomprensibili certi libri di poesia (sicuramente per miei limiti) ma anche perché ormai oggi ciascuno scrive per se stesso, ciascuno si fabbrica in privato un proprio idioletto senza curarsi di quel dialetto della comunità nazionale qual è diventato l’italiano letterario (per non parlare del fenomeno dei dialettismi poetici che sorgono un po’ come funghi in ogni parte della penisola quale epifenomeno del novecentismo tardo novecentesco). La grandissima parte dei più giovani pensa alla poesia come a un affare privato che più privato non si può, che anzi debba essere un privato privatissimo, la privatizzazione del privato, talché la lingua in cui quel privato si esprime ne è il corrispondente linguistico: di qui la «privatizzazione» della lingua in idioletto. È chiaro che in queste situazioni viene meno la necessità di un ermeneuta, il quale non ha più alcuna ragion d’essere.

    Per fortuna, in questa Antologia mi sembra di notare una inversione di tendenza, ci sono chiari esempi di una poesia che va verso la pubblicizzazione del privato, in cui il privato si allontana dal quotidiano e il quotidiano dal quotidiano presuntivamente posto. E questo è un segnale molto positivo.

  16. Pubblico qui una poetessa della repubblica Srupska coetanea e amica di Predrag Bjelošević, Duška Vrhovac

    Duška Vrhovac
    Traduzione Isabella Meloncelli

    CAOS E GRIDO

    Disturbi dell’aria condizionata.
    Uno stato di emergenza.
    Non è ignoranza
    non una manipolazione.
    Amico, sei vivo!
    Vivo – morto.
    Morto – vivo.
    Il cuore batte.
    Il nastro cerebrale gira.
    Un film senza fine.
    Nessun inizio.
    Nessun dramma.
    Con foto su foto.
    Il sangue crollato scorre.
    Una diagnosi globale.
    Casi individuali.
    Cadendo a pezzi.
    Un dolce ricordo
    su me stesso ex.
    Non si può descrivere.
    È un casino.

    Ogni tanto
    fai un respiro più profondo,
    si scrive un verso.
    Con te,
    o senza di te,
    tutto scorre,
    non si ferma.
    Trova un’altra nuova parola.
    Prendi il ritmo.
    Significa quello che c’è da menzionare.

    Tiralo su.
    Punti salienti.
    Sviluppa una metafora.
    Attenti alle foto.
    Trattieni la lacrima.
    Congelato.
    Fai un sorriso.
    Stringi la tua mano.
    Apri gli occhi.
    Ancora una volta.
    Dagli un’occhiata.
    Fatti la croce.
    Stai zitto.
    Grida.
    Muori ora.
    Sopravvivere a tutto.
    Fai un passo.
    Vattene via.
    Aspettate.
    Fatti una foto.
    Fai la storia.
    Rompi lo specchio.
    Disegna l’aureola.
    Oppure cancella il tuo personaggio.
    Non importa.
    È un casino.
    E tu urli nel caos.

    © Duska Vrhovac
    ***
    CAOS E URLO

    Guasto ai climatizzatori.
    Stato di allarme.
    Non è ignoranza
    e nemmeno manipolazione.
    Uomo, ma tu sei vivo!
    Vivo – morto.
    Morto – vivo.
    Il cuore batte.
    La corteccia cerebrale pulsa.

    Un film senza fine.
    Senza inizio.
    Senza drammaturgia.
    Un’immagine sull’altra.
    Il sangue scorre coagulato.
    Diagnosi globale.
    Casi singoli.
    Sfacelo.
    Un tenero ricordo
    di quel che sei stato.
    Non si può descrivere.
    É il caos.

    Di tanto in tanto
    respiri più a fondo,
    annoti un verso.
    Con te
    o senza di te,
    tutto scorre,
    non si ferma.
    Trova un’altra parola nuova.
    Entra nel ritmo.
    Dillo quello che c’è da dire.

    Sottolinea.
    Accentua.
    Sviluppa una metafora.
    Forgia una rima.
    Trattieni una lacrima.
    Ghiacciata.
    Sorridi.
    Fa’ un gesto di saluto.
    Apri gli occhi.
    Rifallo.
    Impreca.

    Fatti il segno della croce.
    Taci.
    Grida.
    Muori subito.
    Sopravvivi a tutto.
    Cammina.
    Vai.
    Fermati.
    Fotografati.
    Entra nella storia
    Rompi lo specchio.
    Rifinisci l’aureola.
    Oppure cancella il tuo volto.
    Tanto fa.
    Questo è il caos.
    E tu nel caos solo un grido.

  17. vincenzo petronelli

    Conosco e frequento da sempre, tra le altre tradizioni poetiche, quelle dell’affascinante mosaico dell’Europa orientale, dai Balcani fino oltre i confini geografici europei, scavalcando gli Urali fino ai monti ed alle valli dell’Asia Centrale; conoscendole approfonditamente, ho sempre pensato che proprio queste realtà poetiche, possano offrire un contributo notevole al rinnovamento, svecchiamento ed attualizzazione del linguaggio poetico della produzione poetica dell’Europa occidentale. La poesia balcanica in particolare – di cui Predrag Bjelošević si rivela essere uno dei suoi interpreti più cristallini – nella misura in cui storicamente quest’area è stata drammaticamente il crocevia e l’anticipatrice di tutte le crisi e le fratture che hanno caratterizzato la storia europea del XX Sec. può offrire un impulso particolarmente efficace in questo senso.
    Predrag è inoltre del cuore della ex Jugoslavia, a sua volta cuore dei Balcani, di quella Bosnia che non a caso durante gli ultimi anni del secolo scorso, è tragicamente assurta al ruolo di baricentro della storia dell’Europa post-guerra fredda e post-duopolio Usa – Urss, salutato inizialmente come trionfo di libertà, ma rivelatosi ben presto una trappola peggiore dello status quo ante, poiché frutto in realtà dello smembramento di uno solo dei due attori – lasciando l’altro in una situazione divenuta ben presto di monopolio degli equilibri geo-politici mondiali – e per il pristino affacciarsi sullo scenario di nuovi inquietanti protagonisti. Non sono assolutamente un nostalgico dell’ancien règime, ma questo è semplicemente ciò che è stato della storia europea e ciò che l’Europa è divenuta oggi, in pratica la matrice della condizione politica, sociale ed esistenziale dell’uomo europeo ed occidentale odierno.
    Tutto ciò si ritrova riassunto egregiamente nella poesia di Bjelošević di cui Giorgio Linguaglossa firma la prefazione, mediante la traduzione meritoria di Danilo Capasso, che costituisce senz’altro un esempio mirabile di Poetry Kitchen balcanica, appunto per la sua mirabile capacità di saper interpretare la rottura degli schemi, il disarcionamento dell’uomo odierno dalla selle delle sue certezze avite, emerse ineluttabilmente nella loro falsità.
    Il “buio”, come giustamente evidenzia Linguaglossa, è la cifra, la metafora, l’incarnazione della crisi, dello smarrimento, della sensazione di “non luogo” (utilizzo volutamente in senso traslato questo famoso concetto della riflessione antropologica) che sembra essere la società oggi per l’uomo contemporaneo, una sorta di tunnel, in cui il soggetto si ritrova intrappolato, simboleggiato da quella felice intuizione che è RŽ (che richiama altre figure di alter-ego vaganti del poeta, tra i quali uno vicino geograficamente e se vogliamo anche per la sua irriverenza – sebbene di segno un po’ diverso – a RŽ che è il Petrica Kerempuh di Miroslav Krleža), il bardo di quest’umanità dolente, in grado di fornirle una bussola, essendo “un uomo/Senza peli sulla lingua”, “uomo coraggioso”, con le sue “Parole trasformate in oggetti” e che “Nel mare aperto/ O nelle fauci di un coccodrillo/Ugualmente/ Il mare avrebbe ondeggiato” e lui “Sarebbe rimasto ancora sulla riva”; e non può che essere lui infine e taumaturgicamente ad approdare al miracolo di una “poesia/Liberata/Dalla voce comune/ E dall’emozione effimera”.
    Già: perché evidentemente la parola, ed in particolare la parola poetica, non può che rimanere arenata nello stesso magma che accompagna l’intero quadro esistenziale umano, dal quale il terapeuta RŽ riesce ad affrancarla, piallandola dell’effimero del quotidiano, del chiacchiericcio, dell’idioletto cui è ridotta dall’autoreferenzialità della maggior parte della poesia che circola oggi, la quale finge di non arrendersi alla crisi nel nome della tradizione: il risultato però è che non facendo i conti con la crisi stessa, finisce per istituire una poesia-feticcio, senza più alcuna pretesa di vera ricerca, ma funzionale solo ai meccanismi degli “idòla fori” baconiani.
    Si avverte in Predrag Bjelošević, la necessità di depurare la lingua-strumento di comunicazione della vita umana e la lingua poetica dall’origine di tutti i mali che hanno afflitto l’Europa e l’occidente del XX sec. e che continuano a perseguitarla ancora e cioè il peso degli «idola» della storia, di un memoria, che ancorché teoricamente sostanza della personalità del soggetto, nella dimensione collettiva viene spesso piegata a strumentalizzazioni dannose e funzionali esclusivamente al sistema di potere.
    Condivido la definizione data da Marie Laure Colasson della poesia di Predrag Bjelošević come di una “preghiera laica” in grado di esprimere l’istanza soteriologica che l’individuo avverte di fronte allo scompaginamento odierno e che al tempo stesso funga da antidoto contro la risposta apparentemente più semplice a tale malessere, rappresentato dai populismi e le dietrologie varie.
    Per rimanere ad un parallelo con il nostro panorama storico attuale, potremmo definire la poesia di Bjelošević come vaccino per l’anima.
    Un abbraccio e tutti gli amici dell’ “Ombra”.

  18. caro Vincenzo,

    la poesia in Italia è rimasta orfana della Politica, e si è de-politicizzata, si è privatizzata, è diventata una proprietà privata dell’io. Nel mondo balcanico invece no, la poesia ha ancora qualcosa di importante da dire, la poesia riveste un ruolo etico, di guida dei comportamenti e delle scelte, e quindi è eminentemente politica, ma non politica dal punto di vista dell’«impegno» quanto politica in quanto la vita stessa è politica, non può dividersi lo zoon dall’anthropos.
    Predrag Bjelošević è figlio della storia della Repubblica Srupska, della piccola Serbia e della grande Europa, ha vissuto il «buio» della sua storia. Predrag Bjelošević e Duška Vrhovac sono due poeti serbi, entrambi condividono il senso della Crisi che attraversa il loro paese, la loro poesia è carica di «senso», la loro parola è «pesante» e pensante, la nostra parola invece è «leggera» e priva di pensiero, i poeti italiani non hanno nulla da dire tranne ciò che c’è nella loro presunta interiorità, e poiché lì non c’è nulla da dire non dicono più nulla, o al massimo si rifugiano nel commentino in margine.
    Ecco Predrag Bjelošević:
    [poetry in Italy has been orphaned of politics, and has de-politicized, has been privatized, has become a private property of the self. In the Balkan world, however, no, poetry still has something important to say, poetry plays an ethical role, guiding behavior and choices, and therefore it is eminently political, but not political from the point of view of “commitment” as much as politics as life itself is politics, the zoon cannot be separated from the anthropos.
    Predrag Bjelošević is the son of the history of the Srupska Republic, of small Serbia and of great Europe, he lived through the “darkness” of its history. Predrag Bjelošević and Duška Vrhovac are two Serbian poets, they both share the sense of the Crisis that is going through their country, their poetry is full of “meaning”, their word is “heavy” and thinking, our word instead is “light” and without thought, the Italian poets have nothing to say except what is in their presumed interiority, and since there is nothing to say there they no longer say anything, or at most take refuge in the comment in the margin.
    Here is Predrag Bjelošević:]

    Tutto questo buio acceca
    Non si può guardare senza una pausa

    Non si capisce
    Chi ha un ruolo positivo echi quello negativo

    Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
    In questo spettacolo macabro

    Il regista è un allievo superficiale di Mondrian

    Ed ecco Duška Vrhovac:

    Fatti il segno della croce.
    Taci.
    Grida.
    Muori subito.
    Sopravvivi a tutto.
    Cammina.
    Vai.
    Fermati.
    Fotografati.
    Entra nella storia
    Rompi lo specchio.
    Rifinisci l’aureola.
    Oppure cancella il tuo volto.
    Tanto fa.
    Questo è il caos.
    E tu nel caos solo un grido.

    Sono parole «pesanti», la voce è impostata al centro del petto ed esce sonora e forte, baritonale. La voce dei poeti italiani invece esce in falsetto, miagola, squittisce a metà tra la glossa e l’ipocrisia, un connubio indecente che sa di farsa, da dottor sottile.
    [They are “heavy” words, the voice is set in the center of the chest and comes out loud and strong, baritone. The voice of the Italian poets instead comes out in falsetto, meows, squeaks halfway between gloss and hypocrisy, an indecent combination that smacks of farce, like a subtle doctor.]

    • vincenzo petronelli

      Caro Giorgio,
      sottoscrivo appieno tutto ciò che scrivi. Uno dei valori aggiunti dati dalla frequentazione di altre tradizioni poetiche, oltre all’arricchimento dei propri orizzonti, stilistici ed espressivi, risiede proprio nel fatto di poter incontrare poetiche ancora calate nella lettura ed interpretazione critica della propria realtà contemporanea. La Poetry kitchen, rimettendo in discussione i dogmi connaturati ai codici d’espressione poetica, conduce in realtà una complessa operazione antropologica e politica, evidenziando i limiti non solo linguistici, ma sussuntamente politici, etici e morali che si celano dietro il processo di eccessiva intimizzazione dell’arte, dietro la pretesa che i limiti dell'”Io” debbano necessariamente corrispondere al territorio del “noi”. Che non sia un esercizio puramente stilistico od accademico, lo dimostra chiaramente il delirio cui stiamo assistendo con l’indecoroso spettacolo offertoci quotidianamente dalla galassia di queste schegge impazzite, ma purtroppo non isolate, che in nome di una presunta affermazione delle libertà individuali, conducono quest’assurda campagna oscurantistica verso la scienza ed il sapere, madre di tutti gli abominii della storia. Ed appunto, tutto ciò viene condotto in nome di una presunta libertà individuale, che intesa in contrapposizione alla libertà collettiva, ammanta di progressismo quello che invece è invece una direttricie dichiaratamente autoritaria, come peraltro dimostra chiaramente la matrice di tali movimenti. Il tutto avviene inoltre, laddove ci sarebbe bisogno di una reale mobilitazione per tematiche oggettivamente serie e rispetto alle quali il nostro pianeta è posto di fronte ad un momento di non ritorno, quali i cambiamenti climatici, le guerre sempre più dilanianti negli angoli più disparati della terra, le crescenti disuguaglianze economiche, gli squilibri nella distribuzione e nelle possibilità di attingimento delle risorse fondamentali per la vita umana (a cominciare da acqua e cibo); ma in questo caso, si sa, si tratta di battaglie effettivamente costruttive, che muovono in nome del sapere e del progresso, non per distruggere ed oscurare: ed in una società in cui ormai ci si indigna solo quando ci si nega la possibilità di fare quel ci pare, inevitabilmente e molto più seducente distruggere. La poesia di Bjelošević e di Duška Vrhovac, ci giunge da una ultra lunghezza d’onda, dalle onde dei Balcani, centro “realistico” ed ipostatico delle crisi almeno per quanto concerne l’Europa e la loro poesia (intesa non solo come produzione poetica dei due poeti citati, ma “loro” come inteso anche come aggettivo possessivo dell’area geografica di provenienza dei due artisti) non ammette fronzoli o indugi manierati o ripiegamenti asfittici sull’ “io”, ma necessita di orientare il periscopio dritto al fuoco, al cuore espressivo ed ontologico. E’ uno dei più grandi insegnamenti che ci proviene da quest’angolo di mondo ricchissimo di tradizione poetica (così come da buona parte di poesia latino americana, dell’Africa post-coloniale, del mondo persiano e dell’Asia centrale, come da altre latitudini) ed è la grande indicazione, la grande traccia poetica fornitaci dalle poesie di Predrag Bjelošević.

      Un grande abbraccio.

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