Ewa Tagher, Poesie inedite in modalità kitchen, «Ognuno prende posto nel quadrato del senso», La depressione di massa è oggi il modo migliore per rendere schiavi gli utenti di massa delle democrazie neoliberali i quali non chiedono di meglio; ed è il modo migliore per renderli utili alla accumulazione del capitale, di questo narra la poesia di Ewa Tagher, La Gioconda di Lucio Mayoor Tosi, elaborazione al computer

Lucio Mayoor Tosi La Gioconda

Lucio Mayoor Tosi, La Gioconda
«Ognuno prende posto nel quadrato del senso»

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Poesie inedite in modalità kitchen
di Ewa Tagher

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[Ewa Tagher è nata a Lubiana nel 1980, trapezista presso il circo di Lubiana (occasionalmente si occupa anche di riassettare le gabbie dei leoni e dei dromedari). Spesso viene inviata dalla famiglia Dzjwiek, proprietaria del circo, alla ricerca di curiosità esotiche e fenomeni da baraccone.]

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Ewa Tagher

ewa tagher 2

SCENA 16. TENTATIVO PER UN FILM.

“Le rive del Tevere dopo il tramonto:
nient’altro che trappole per topi”.

“Viktor! Dovresti ripetere la battuta,
la T di Tevere aveva echi calcistici.”

Oltre i ponti, al di là della città
Ewa incornicia fiori secchi, cocci, disfonie.

Dopo l’ultima mareggiata
resta in campo solo il malessere

l’entropia delle parole ha fatto sparire
ogni possibilità di fuga in avanti.

“Luci! Ma non vi accorgete che alla scena manca il delitto?
Portate assi, chiodi, sangue finto e curatéle”.

Occasionalmente Viktor parla alla regia
che ascolta solo le “r” le “s”, mai una vocale.

Ewa ha sentito dire che cercano una comparsa
così non perde l’occasione di farsi suora.

“Spostate il punto di vista! Così più in alto,
ecco finalmente viene fuori lo zenit!

Non una parola in più, il regista
si lascia morire sotto l’orsa maggiore.

Oltre il Danubio il film viene censurato,
troppa violenza a ridosso del break

oramai gli spettatori preferiscono
perdere tutto al primo giro di carte.

Ewa e Viktor con i cestini del pranzo in mano
intonano l’Internazionale, con accenni pop

il corrimano del metrò che lascia Cinecittà
tiene stretti i denti fino a frantumarli.

FASCIATURA

Ha piovuto ovunque, tranne che per strada.
Le scarpe oramai non servono più.

Chi può, citofona al Dottor Dapertutto
nel tentativo di portare ordine nel Caos.

I veri disperati nascondono brandelli di
di coscienza sotto le ascelle,

non ne possono più di bandierine
agitate dai difensori della verità a tutti i costi.

Un terzo della popolazione non si accorge di nulla.
Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura.

“Se si sente soffocare, stringa il mio braccio,
io capisco e smetto”.

ADDIO ROUTINE

Stamattina gli abitanti di Roma Nord sono scesi in strada.
I letti, nella notte, hanno ingoiato chiavi, bancomat e forbicine.

L’edizione delle otto ha annunciato:
“Non sono più possibili i ritagli di tempo”.

Per le strade si discute se scendere nelle catacombe
o lasciare la città ai nuovi venuti.

Qualcuno per disperazione si accovaccia sui rami della tangenziale
e batte i denti a tempo: un abuso di semiminime.

La Storia, materiale di risulta, ha un fremito, poi collassa.
“Porta Pia è un varco aperto verso la dimensione dell’ Unheimliche”.

La Pasqua non sarà trionfo di trombe,
Cristo si rifiuta di morire.

Gli piace pensare che gli uomini siano inutili.
Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

UMAMI

Il conforto della casa: una ciotola vuota.
“Dove sono finiti gli ultimi abbracci?”

“Battuti all’asta con le porcellane della nonna.”
Hanno schegge di ricordi, le orecchie.

lo senti, almeno tu, il tintinnio delle posate?
Sul velluto, attendiamo che il peggio passi.

Fuori, il pettirosso reclama un haiku,
ma oramai non abbiamo più il senso dell’olfatto.

Al pasto mancano gli attori,

il dramma della tavola è stanco di ripetersi:
ha preferito l’India e una ciotola di riso al tramonto.

SCENA 23

Ewa e Victor a un tavolo del Cafè de Paris.
L’archeoacustica in mano a gente che osa.

“Hai poggiato l’orecchio sul ventre della balena?”
Su un piatto il cuore, sull’altro una piuma.

Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie.

Victor, prova a leggere le labbra di Ewa,
che intanto non scrivono nulla.

I toni compresi tra un urlo e un cinguettio,
in mezzo bicchiere di succo d’arancia.

Ewa prova a leggere le labbra di Victor,
una sabba di fricative mano nella mano.

Non c’è un piano di rinascita
per il dialetto dell’infanzia.

Ewa e Victor all’aeroporto, per una fuga
verso il Messico con turbolenze di senso.

Un corteo di mosche atterra in ritardo,
il resto della storia è da romanzo popolare.

Nella quarantena degli idoli
ognuno fa rapporto a sé stesso.

SCENA 46

Al bivio tra la poesia e la sciarada
le risponde solo l’Eco.

Incapace di fare follie, Ewa
stanotte ha perso versi.

Per riparare telefonerà a se stessa:
il ricevitore intasato dal traffico del rientro.

“Avevi promesso di scrivere.”
“Ho preso appunti. Ma li ho mangiati.”

L’ eroica coppia del gatto e il topo
anche stasera ha fatto cartoon.

In preda a allucinazioni da latte fresco,
Ewa, si autocensura:

“Come pensi di poter usare
Occorrenze, significanti e mestoli,
continuando a prostituirti su carta?”

Chi vanta di avere crediti in poesia,
lo sa che solo i santi vivono al di sopra delle proprie possibilità?

Ewa ha urgente bisogno di parlare a se stessa:
in un bar di fine ottocento a Villa Ada alta.

“Sei in ritardo. Il tre verticale mi fa tremare”.

Maschile Femminile
Non Maschile Non Femminile

Ognuno prende posto nel quadrato del senso.
Ewa gira l’angolo e lascia a terra i propri stracci.

SCENA 47

Sulla parete a sinistra il Golgota, di profilo.
Oltre la finestra una profezia di città.

La clinica di sei piani seduta sulle fogne dell’Urbe.
E così che ci si ammala, un errore dopo l’altro.

Ewa stringe il 42. “Prego si accomodi”.
Viktor la accompagna, la cornetta ancora in mano.

“Non ha più il terzo occhio, l’ha ingoiato ieri
Dopo aver immaginato la morte della madre”.

L’infermiera le misura la pressione, poi la fa sdraiare.
Ewa è a pancia in giù, sulle gambe di Victor.

“Passami la cornetta, voglio telefonarle….”
Ewa annaspa, per guarire deve imparare a nuotare.

L’aria nella stanza satura d’inchiostro,
Con le ultime bracciate Ewa traccia il proprio sgomento.

Possono andare. Viktor in ginocchio cancella l’ultimo errore.
“La linea è occupata… riproverò più tardi.”

PROVE PER UNA SCENOGRAFIA

“C’è vita nelle copie in gesso?”
Forse una possibilità di luce.

La periferia si arma, alza la voce,
poi la perde, nell’arco di un solstizio.

Gli sfondi da cortile non vanno più di moda
ha vinto l’improvvisazione e la vendita al dettaglio.

L’allestimento per la prossima scena
ha a che fare con un tic senza imbarazzo

a seguire una catena di torce , borborigmi,
mani in preghiera e tracce di nicotina.

Villa Borghese ha una nuova acconciatura
ai cancelli approcci di ruggine e corde di chitarra:

solo il Galoppatoio ha speranza
di entrare nel circuito dei benpensanti.

Il tema di Paolo e Francesca
contrasta con l’atmosfera sinistra dell’Inferno

hanno sbagliato luogo e ora
“Fermi qui, sull’orlo di un diario intimo.”

«Ognuno prende posto nel quadrato del senso»

di Giorgio Linguaglossa

L’uomo moderno è quell’animale parlante nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente, afferma Foucault,1 annientato e costretto tra biopolitica e sovranità.
Niente di più vero.
Nella poiesis è l’animale parlante che parla. Nelle numerose “Scene” della poesia di Ewa Tagher sono riproposte delle situazioni esistenziali in modalità kitchen, quelle dimensioni dove «non si dà vera vita nella falsa», affermava Adorno in tempi non sospetti. Quella dimensione, intendo l’esistenziale, nel quadro dei nuovi rapporti delle forze produttive e dei rapporti di lavoro proprie delle società signorili di massa, è definitivamente periclitata nell’indifferenziato, tra i rifiuti indifferenziati destinati al termovalorizzatore. Ciò che resta lo fondano i poeti, intendo i rifiuti indifferenziati quali sono diventate ormai le parole che usiamo tutti i giorni. «Ognuno prende posto nel quadrato del senso», scrive la Tagher, ed è il miglior modo per periclitare tutti assieme nella assenza di senso.
La speranza, l’ultima ideologia del mondo amministrato, rende evidente l’assenza di speranza del mondo di oggi. La poesia della Tagher regista come un sismografo questo evento.
Così, ognuno prende posto nell’assenza della speranza e della disperazione, ed è il modo migliore per diventare tutti pazienti pronubi di psichiatri intemperanti, fruitori di Roipnol, Tavor e antidepressivi, senza neanche la soddisfazione di poter agitare la bandierina di essere degli ospiti dei manicomi di stato. La depressione di massa è oggi il modo migliore per rendere schiavi gli utenti di massa delle democrazie neoliberali i quali non chiedono di meglio; ed è il modo migliore per renderli utili alla accumulazione del capitale, di questo narra la poesia di Ewa Tagher, per chi non lo avesse ancora capito.
Il dispositivo giuridico che struttura la connessione tra sovranità e nuda vita è il bando, inteso come spazio di eccezione, zona di indistinzione e di indiscernibilità tra nomos e physis. In questo senso, tutti gli iscritti nel bando sono banditi dalla «vera vita» e dalla «giusta coscienza», costretti ad abitare, giustappunto, gomito a gomito con i propri simili nella «falsa vita» e nella «falsa coscienza».
La vita diviene «nuda» una volta che sia catturata nel bando sovrano. Bandita dalla comunità è abbandonata alla morte, collocata in una zona di indifferenza e di transito continuo tra l’uomo e la belva, la natura e la cultura.
Il «campo» dell’indifferenziato e della nuda vita è lo spettro entro il quale si svolge la poesia agonica di Ewa Tagher entro il paradigma biopolitico della modernità delle società neoliberali.

Scrive la Tagher:

«Solo il Galoppatoio ha speranza»

«Ognuno prende posto nel quadrato del senso.
Ewa gira l’angolo e lascia a terra i propri stracci»

Lo spazio poetico kitchen inaugura uno spazio della soglia, una policentrica spazialità topologica rispetto alla quale il rapporto dentro e fuori, interno ed esterno, io altro, proprio e improprio, familiare ed estraneo non si definisce in termini oppositivi, bensì di complementarietà e di coabitazione. Questo spazio diventa il luogo proprio del «tra» e della tras-formazione, spezza la logica dividente dell’inclusione/esclusione, si pone quale paradigma di un nuovo rapporto, di una nuova relazione, un «in between» tra spazi poetici oppositivi, concretizzazione esperienziale della tensione ossimorica tra le varie micrologie, metonimia degli archetipici riti di passaggio e di introduzione dello spazio-soglia. Lo spazio poetico kitchen è un campo di tensioni contraddittorie in cui si appartengono, nella reciproca inclusione esclusiva, dominii e piani non isomorfi, anomici e anonimi. È anche spazio di eccedenze: dove si producono eccedenze e si riciclano indecenze, dove si produce l’oltre, si producono eterotropie e si distruggono utopie.

1 Foucault, La volontà di sapere: «l’uomo moderno quell’animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente».

Caro Linguaglossa,

leggere il Suo intervento sul mio lavoro, è stato, per me, come esaminare il bugiardino delle mie poesie. Controindicazioni e effetti collaterali inclusi. D’altra parte, nell’epoca in cui abitiamo, sovraccarica di indifferenziata e perdita di senso, il bugiardino farmacologico esercita su di me un certo fascino: esplica effetti possibili e lascia aperte un’infinità di eccezioni e accezioni, come oramai i testi contemporanei, di narrativa o poesia, non sanno più fare. “Così, ognuno prende posto nell’assenza della speranza e della disperazione”: bisognerebbe costruire un quadrato di senso con questi antipodi! Verrebbero fuori due assi: quello orizzontale avrebbe ai suoi estremi SPERANZA vs ASSENZA DI SPERANZA , quello verticale DISPERAZIONE vs ASSENZA DI DISPERAZIONE. Sarebbe divertente provare a collocarsi e a collocare i fenomeni d’oggi in questo campo minato, o spargervi sopra sementi per la gallina Nanin.

(Ewa Tagher)

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25 risposte a “Ewa Tagher, Poesie inedite in modalità kitchen, «Ognuno prende posto nel quadrato del senso», La depressione di massa è oggi il modo migliore per rendere schiavi gli utenti di massa delle democrazie neoliberali i quali non chiedono di meglio; ed è il modo migliore per renderli utili alla accumulazione del capitale, di questo narra la poesia di Ewa Tagher, La Gioconda di Lucio Mayoor Tosi, elaborazione al computer

  1. Per dirla con Adorno: in un’epoca dove lo stesso diritto all’esistenza dell’arte non è più una cosa ovvia, l’arte non può che essere arte moderna.
    La poesia di Ewa Tagher manifesta il proprio rigore individuando con precisione il punto in cui porre la poiesis: «bisognerebbe costruire un quadrato di senso con questi antipodi! Verrebbero fuori due assi: quello orizzontale avrebbe ai suoi estremi SPERANZA vs ASSENZA DI SPERANZA, quello verticale DISPERAZIONE vs ASSENZA DI DISPERAZIONE».

    «Per chi le contempla con pazienza le opere d’arte si mettono in movimento».1 ha scritto Adorno.
    A mettere in moto l’immagine, a fare dell’immagine un motore di significati imprevisti e imprevedibili, è la mancata identificazione dell’oggetto. L’opera d’arte è quella res che si distingue dalle altre res in quanto non ha una propria identità stabile e stabilita, perché la stabilizzazione del significato è il «proprio» del pensiero razionale e mimetico, quel «proprio» non è in grado di generare un «di più» o un «di meno», un significato ulteriore o citeriore non previsto e non messo nel conto.
    Il senso della poiesis non si esaurisce in un determinato, in un porre ma mantiene un fondo inesauribile di senso ulteriore, di senso citeriore, di senso ultroneo. Ciò che appare abnorme ha l’aspetto di «enigma». Il contenuto di verità dell’enigma mantiene sempre uno scarto in più o in meno dal significato; la comprensione di un’opera kitchen non può essere compiuta proprio in quanto al suo essere «di più» o «di meno» rispetto al significato. Il rapporto di reciprocità tra significato e non-significato si ripropone nello statuto di esistenza di questo «di più» e di questo «di meno» proprio della poiesis kitchen: il suo statuto di esistenza nell’ambito del significato è sempre in pericolo, ragione che esso viene indirizzato nella ostensione verso l’Altro, nel suo mostrarsi e nel suo dis-apparire di significati ultronei. La sua inafferrabilità è pari al suo mostrarsi e al suo dis-apparire: «In ogni opera d’arte genuina appare qualcosa che non c’è», afferma Adorno.2 Infatti, il contenuto di verità dell’opera d’arte, è diventato una verità problematica e instabile che abita in questo «di più» o «di meno», ed appunto perciò non può sottostare a nessuna comprensione concettuale né ad alcun giudizio di gusto o predicativo. La verità sedimentata nell’arte coincide con la non-verità sedimentata, coincide con la sua non-oggettualità, essere una res non-oggettuale. La sua verità attraversa la fatticità, le res, il presente e il disapparire del presente.

    1 T. W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino 1975, p. 115.
    2 Ibidem p. 119.

  2. EWA TAGHER

    “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”, scriveva Antonio Gramsci.
    E’ in questo interregno che oggi viviamo: disperati, accecati, truffati, ingannati, illusi, schiacciati. Ma anche in questa confusione totale, quasi apocalittica, capaci di trovare un linguaggio, che è scappatoia, bunker, cantina di fortuna, catacomba con tracce di senso: la poesia kitchen. “Lo spazio poetico kitchen inaugura uno spazio della soglia, una policentrica spazialità topologica rispetto alla quale il rapporto dentro e fuori, interno ed esterno, io altro, proprio e improprio, familiare ed estraneo non si definisce in termini oppositivi, bensì di complementarietà e di coabitazione”, afferma Linguaglossa. La “soglia” è il chiaroscuro, perchè cosi come il chiaroscuro tende a sparire, dissolversi, la soglia è luogo di passaggio. Entrambi sono destinati a essere attraversati dal senso, in un concatenarsi di pluridimensionalità che porta, la poesia kitchen, a essere strumento di lettura del presente.

  3. ho riletto con molto piacere e avrei voluto replicare con il quadrato di senso che il Suo intervento mi aveva già suggerito. Ho provato più volte a inoltrarlo sui commenti, purtroppo senza successo. Perciò glielo allego, è giusto un divertissement,che conferma però la sua attenta lettura del mio lavoro.

    Ewa

    SPERANZA …………………………………………….. DISPERAZIONE

    ASSENZA DI SPERANZA………….ASSENZA DI DISPERAZIONE

  4. di Lucio Mayoor Tosi
    Una poesia in modalità Kitchen*:

    Calcolatrice sposata
    con portapenne a inchiostro
    ricaricabili.

    Calze a rete Moulin Rouge.
    Tre-per-tre come eravamo.
    Dolores.

    Manicotti in pelle cucciolo di leopardo.
    Ticket e bolli auto.

    «Avanti!»

    Orologio svizzero, stampe alle pareti.
    Genova per noi.

    • vincenzo petronelli

      Caro Lucio, ho seguito e seguo con grande attenzione il tuo percorso poetico e trovo che ogni tuo componimento suggerisca una traccia, un’orma, un’impronta che ci guida verso degli spazi inesplorati che si rivelano ai nostri occhi, alla nostra percezione sensibile, come vere epifanie. Hai raggiunto un livello di completezza, di asciuttezza semantica nel giro del tuo verso, di straordinaria efficacia e potenza espressiva, fulgida rappresentazione di poetry kitchen. Un abbraccio,

      • Grazie Vincenzo, anche per l’entusiasmo che riesci a trasmettere con i tuoi commenti e l’impegno. Di questa poesia mi piace “Dolores”, calato così, come un asso dopo “come eravamo”, che è la briciola di senso.

        • vincenzo petronelli

          Sono io che ringrazio te per gli spunti che mi offri, non solo concettualmente e semanticamente, ma anche stilisticamente, come esempio di “asciuttezza” del linguaggio poetico. Anch’io trovo che quel “Dolores” sia un’intuizione potente, così come quella chiusa con quel “Genova per noi” che è un po’ come la “radura” di transtomeriana memoria: spalanca tante possibili direzioni da percorrere. Ti ringrazio per l’osservazione sul mio entusiasmo: è quello del girovago che pur avendo apprezzato la sua erraticità, ad un certo punto avverta l’esigenza di un approdo definitivo e lo trova, esattamente come mi è successo da quando ho incontrato l'”Ombra” e la Noe. Un caro saluto.

  5. Simone Carunchio

    Personalismo feroce. Mistico. Nel quadro
    Dell’unica religione dell’amore.
    Che ideale! eh?
    La mia pianola stilla parole
    Al loro proprio ritmo
    La senti l’eco dell’urlo di Bakunin il russo?

  6. milaure colasson

    cara Ewa Tagher,

    noto che il circo di Lubjana ti ha fatto il dono della poesia, vuol dire che frequentare leoni, giraffe e coccodrilli porta bene, vero? Penso che la poetry kitchen ne tragga giovamento, anzi, consiglierei a tutti di frequentare il giardino zoologico, ben più interessante del giardino dove campano gli umani.
    Anche Lucio Mayoor Tosi, a giudicare da questa cosa che ha pubblicato, lascia intravvedere che stare lontano dagli umani è una buona scuola, lui – bontà sua – vive in un paesino di 50 abitanti che si chiama Candia Lomellina, dove penso che la Lega abbia stravinto. La sua è instant poetry, riesce benissimo nel saltare da capra a cavolo, è una sua specialità. Tu, Lucio, fai una poetry non-story telling, cerchi di costruire una cornice la dove non c’è nulla di significativo al suo interno, dove ci sono dei buchi di vuoto circondati in altro vuoto, vuoto a perdere.
    Bravo anche Simone Carunchio, al quale però suggerirei di frequentare con assiduità l’Ombra delle Parole.
    Interessante è anche il commento di Linguaglossa.

  7. DENTI VIOLETTI

    Il piccolo Hitler cominciò a formarsi intorno alla dentiera
    Un vespaio da cui avrebbe tratto la lingua.

    Il postino suonò la tromba.
    La Germania a piedi nudi sulla brace.

    Sigfrido faceva buchi in ogni palazzo che toccava.

    Fafnir alzò la leva del terrore
    Sotto il molare comparve la mascella postmoderna.

    Perché non gl’interessava un canino d’oro?
    Perché non versava fuoco greco sul dentista?

    Finirla lì con pochi colpi d’acquerello
    e in volata il baffo a Chaplin.

    Non ci fu modo di montarlo a destra o a sinistra.
    Più piccolo di così si può solo piantare il covid.

    O un buco nero portatile.
    In ogni caso Euripide ebbe ciò che meritava.

    Non si tratta così una madre solo per portare il tempo dopo Cristo.

    Wendy and brothers finiscono la signora Goebbels.
    Tutta colpa di Giasone che in porta è una cippa.

    E di Visconti che convoca Brunilde in nazionale.

    (Francesco Paolo Intini)

  8. Ewa e Victor sono qualcuno. E la poesia è piena di ferite, di un Cristo che non ci sta a finire in croce. Poche soddisfazioni a fronte di troppi ideali, forse, anche se “Ewa gira l’angolo e lascia a terra i propri stracci”.
    Dico questo per restare un attimo invischiato nel fil rouge del pretesto, racconto della Tagher. Che è per la semplice lettura, un format per il reciproco intrattenimento.
    Ewa e Victor come certi personaggi di Sartre.
    È vero, come Giorgio sembra sostenere, che la kitchen potery ha ormai saltato questi ostacoli. Ma è altrettanto vero che i poeti kitchen sono avvantaggiati, non fosse altro perché mediamente di età avanzata.
    La tecnica del racconto, fil rouge, mi è familiare. È sempre un bello spettacolo poter leggere come l’autore, a mo’ di falena si imbatte nello stesso barbaglio di luce, e osservare come di volta in volta ne viene fuori. È la recherche.

  9. Estraggo dall’Editoriale per il prossimo prossimo numero del Trimestrale Il Mangiaparole estraggo questo passaggio in cui Giorgio Linguaglossa scrive:«Quando appare una nuova φωνή sorge anche un nuovo λόγος, appare una definita modalità dell’essere-nel-mondo, una definita modalità in cui il mondo incontra la storia, la polis, la politica e l’abitare, cioè l’etica. Questa modalità è una ontologia modale, sono i «modi» con cui interagiamo con il mondo che determinano il nostro essere-nel-mondo; il che implica una serie di pensieri, di azioni, di retro pensieri, di un fare, di pratiche, di passioni, di reazioni. Ad un certo punto, tutto questo conglomerato si trasforma in un nuovo stile, in un nuovo linguaggio».
    A me sembra che anche questi inediti di Ewa Tagher si muovano entro questo perimetro, un perimetro nel quale decisivo è ancora una volta il legame fra “essere” e “linguaggio”.
    *
    Instant poetry
    Gino Rago

    «Ha ragione il pappagallo Totò»
    – dice l’uccello Pettì –
    «Neanche io voglio stare più qui
    con Madame Colasson vado a Paris
    au Centre Pompidou»
    *
    A piazza Mastai c’è un bonsai
    A via Merulana c’è un viavai
    A via Labicana ci passa il tramvai n. 8

    *
    «Il più bello dei mondi?
    E’ un mucchio di rifiuti
    gettati giù dal caso»
    dice Eraclito a Giorgio Parisi
    *

  10. Come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario come ha fatto Letizia Leone in questa poesia… Questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia per forza, lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli sciocchi; questo voler fare delle installazioni del nulla lo trovo un atto obbrobrioso; il nulla non si lascia mettere in una installazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare; non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo, se così si può dire. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo. Piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.
    Una poesia che non dialoghi con il nulla, è una para-poesia o una pseudo-poesia. E questo a noi sta bene…

    • Letizia Leone

      L’apocalittica dei Maya

      Il Fulgore senz’ombra di Platone…

      Cani e polli studieranno in latino
      il millenario impero della virtù e della probità.

      «Grazie dei fior…» e del Jeeg Robot degli anni 80

      • C’è un qualcosa che custodisce un qualcosa di cui avvertiamo in qualche modo la presenza, che resta tuttavia non-presenza, un segreto forse incoffessabile che la coscienza non ci può consegnare, che il conscio rifiuta di consegnarci. I nostri fantasmi ci chiedono un vestito da indossare, un linguaggio per poter parlare e un copione da svolgere. Avere a che fare con i fantasmi in fin dei conti non è affatto disdicevole, anzi.

  11. Tiziana Antonilli

    Veramente notevoli queste poesie di Ewa Tagher, in apparenza ritratti desolati del nostro mondo, in realtà percorsi da vitalità e da slanci di rivolta. A differenza di Ewa Tagher non vedo la soglia come luogo di passaggio, ma di attesa. Sulla soglia si decide cosa fare o cosa rinunciare a fare. Sulla soglia si possono trascorrere anni di ascolto o di immobilismo. Sulla soglia, davanti allo scempio di senso di cui siamo testimoni, ci si ferma per decidere, saltare e abitare un altro senso oppure optare per il corpo a corpo.

  12. milaure colasson

    C’è una corrispondenza triunivoca tra le poesie kitchen e il nulla e le gif. Le gif aumentano le rifrangenze semantiche delle poesie kitchen, sembrano fatte apposta per il kitsch e il kitchen.
    Ewa Tagher tesse una poesia fortemente politica, Come anche Gino Rago opta per uno stile politico sotto il velo della politesse delle quartine bene educate. Lucio Tosi invece si trova a proprio agio nell’istante, sa cogliere l’istante, sa stare bene nel caos degli istanti, l’uno diseguale all’altro. La sua instant poetry fa i conti con il nulla per il tramite di Osho, Linguaglossa invece si intrattiene volentieri con il nulla, lo raccoglie a grappoli per poi dire che non c’è nulla che valga la pena per raffazzonare il nulla, nulla di nulla. Di Mario Gabriele prediligo certi angoli del bric à brac dove personaggi lillipuziani e anonimi parlano a dismisura di cose imparentate con il nulla.
    In una parola: il nulla regna sovrano.
    Il nulla è kitchen.

  13. antonio sagredo

    un esempio di prosa KITCHEN:
    ———————————————————————————
    Me ne andai sbattendo i portali della 77-ma street e mi insozzai alla JG Melon o forse giù di lì era road, street, way, path, avenue… non compresi le insegne orientali – mi trovavo a chinatown o no? – confuse o fuse dal neon elastico e l’occhio basedowico era compresso dall’emortaggia dei papaveri rossi… pioveva a scartamento dirotto come sulle rotaie un treno pulpcult e il passo non poteva essere felpato a chiazza di leoprado mentre me ne andai bastendo i portali della 77-ma street e mi insgozzai alla JG Melon o forse giù di lì era road, street, way, path, avenue… non compresi le insegne orientali – mi trovavo a chinatown o no? – sconfuse o sfuse dal bombastic neon elastico e l’occhio basedowianico era compresso dalla raggìa dei papaveri rossi… pioveva a carstamento dirotto come sulle rotaie un treno cultpulp e il passo non poteva essere felpato a schiazza di leopardo e che per questo la sera era intrascorsa dai riflessi lucidocatramosi degli asfalti dall’umidore e dal colore giallognonilo del piscio umanoostico sulla neve incalpestata che sul Ponte delle mie Legioni mentre scannavo i pietrosi angeli non sapevo ancora quali metasfore di cariatidi m’offrivano catastrofi sulla neve incaprestata se l’occhio basedowionico generò lo sgiardo… lo sgiardo?
    No! Era, ah, lo sguardo otrantino levantino salentino di Brunswich… accanto a quel punto del ponte che vigilava gli occhi della Marina ed è ormai la quarta sera che infilo nel cappotto un pezzo della città vltavina notturna, nebbiofangosa e fumocaliginosa, con un ponte ora in lontananza, ora d’un tratto con te, proprio davanti agli occhi vado da qualcuno offertomi per caso dalla sequela degli affari quotidiani o dalla memoria, e con la voce rotta ti consacro in quell’abisso di lirica abbagliante… sminuzzamento delle note…
    Me ne andavo squassato e sgassato dai selciati e spargiuti frammenti del piano sonanti il soldiesisminore…..
    Castello come Astronave: possibile?
    Ma il fattevento è che quando incontrai per la prima volta K. nel 1962, un anno prima che giungesse sulla Terra (di nuovo?), l’anno 3378 era già trascorso da alcuni lustri e la Poesia attendeva il suo Rinascimento, proprio come K., che s’era spissolato sotto le mura in fuga dal Castello in attesa di essere sgridato dal Custode. Ma K. dopo tutto e prima non desiderava entrarvi: gli asportava più essere cresente al Processo dove si sarebbe celebrato il trionfo della Condanna che l’avrebbe insediato alla Colonia Penale -Volle essere accompagnato da Orson durante il tragitto in discesa vero il Ponte Carlo dove ad aspettarli c’era Nezval che cercava di istigare il Pellegrino al suicidio, altrimenti non l’avrebbe cantato nel suo celebre poema l’Edison. Il Pellegrino però voleva dapprima che il Poeta gli cantasse alcuni versi di Poesia Kitchen, prima di essere tradotto in altre rare terre, come p.e. in Amer-rika, dove di serto succinto lo spettava uno dei più grandi roditori statunitensi, se non il più grande, e cioè JOHN CISTERNA, che prima del dipartimento su un marciapiedi di una square malfamata e malassetata della metropoli gli aveva inviato l’inizio di un prodigioso cunto di radiazione picaresa del West…

  14. antonio sagredo

    è l’inizio di un racconto lungo di un autore da poco scoperto e che si chiama
    JOHN CISTERNA -se l’autore dovesse terminare questo racconto sarà un bel successo, o un fiasco imperdonabile da parte della ctitica e del pubblico-
    adieu Antonio S.
    grazie

  15. ll comportamento di un sistema complesso come quello di una nuova modalità dell’impiego del linguaggio poetico qual è la poetry kitchen è estremamente complicato da predire all’inizio del suo svolgimento perché sensibile ai minimi dettagli, in quanto sono tanti e tali le proprietà che mutano all’interno e all’esterno di un sistema complesso con il mutare del sistema che la sua stima è altamente problematica.

    Ciò implica una fondamentale rinuncia all’obiettivo di indurre le proprietà di un dato sistema dall’analisi dei suoi componenti. È piuttosto il comportamento differenziale dei sistemi complessi ad essere determinante, il differenziale, da sistema a sistema, ad esser significativo, gli elementi di differenza che fanno di un dato sistema quel particolarissimo sistema.

    L’apparente disordine di un sistema e le sue fluttuazioni, che sembrano sabotare ogni tentativo di catturarne le dinamiche, sono invece le tracce rivelatorie di un ordine soggiacente, un ordo rerum, un ordine in fondo non ostile a punti di osservazione da cui penetrare la complessità. Per individuare l’ordine occorre innanzitutto seguire le tracce delle differenze: ciò che eccede, ciò che non si conforma alla norma, il disordine che sono significativi in quanto richiamo delle singolarità.

  16. vincenzo petronelli

    Mi sono lasciato trasportare da questo viaggio tra le immagini ora surreali, ora oniriche, ora distopiche ed ironiche della poesia di Ewa Tagher, facendomi piacevolmente travolgere dal suo orizzonte di significazione poetica.
    La ricchezza e varietà delle sue “Scene”, in cui scompone e rielabora vari tasselli della nostra quotidianità – in cui “ognuno [trova] posto nel quadrato del senso” – ridefinendo la bussola sul quadrante della disintegrazione del senso, formano un affresco che richiama l’idea di una “Nave dei folli”: una scialuppa che raccoglie un’umanità ormai condannata alla deriva, ma incapace di ri-dimensionare il proprio orizzonte di riferimento, lasciandosi accompagnare docilmente allo sbando tra un “talk show” e l’altro. Credo che in qualche modo (che non saprei definire analiticamente, ma è un’analogia che sento affacciarsi prepotentemente) c’entri la cornice circense in quest’ispirazione e questa visione potenti, così come penso che la stessa formazione incida nella diluizione della tensione ed al tempo stesso della de-strutturazione della realtà apparente – quella del mondo morente, come giustamente lo definisce l’autrice stessa – nell’ironia, nel grottesco.
    E’ proprio in questo svuotamente di senso – lo svuotacantine, per citare un’immagine cara a Giorgio ed Mario Gabriele – che Ewa individua il suo universo semantico ed il sovvertimento dei piani tra “vita falsa e vita vera”, per rimanere alla formula adorniana: è in questo svuotamento del senso convezionale, che precisa un suo nuovo universo di significazioni, dense di proprietà taumaturgiche rispetto al decadimento inarrestabile, alla morte della nostra società odierna.
    C’è un altro mondo di significati, questo sembra suggerirci Ewa Tagher, in cui l’uomo può ritrovare la propria dimora, il proprio conforto verso l’appiattimento, l’irrigimentazione del pensiero, grazie alla possibilità offerta al di inquadrare il circostante da più angolazioni, piani di lettura e dimensioni interpretative e che coincide con il risveglio dell’ “Es”.
    In fondo è ciò che l’antropologia semantica di Clifford Geertz ha formulato nei suoi studi, l’idea cioè che qualsiasi situazione o contesto apparentemente lineare – o soggetto comunque a possibili intepretazioni unilineari, come nel caso dell’economia, con il suo potere condizionante la nostra vita quotidiana – sia in realtà configurabile secondo vari parametri culturali, mettendo in discussione i paradigmi su cui le élites del sapere (perché no? anche in ambito poetico) costruiscono il livellamento del proprio sistema di caste, liberando le enormi potenzialità rigeneratrici di cui la mente umana dispone e rovesciando i rapporti economici, politici, strutturali dominanti.

    Chapeau Ewa!

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