Poesie kitchen di Alfonso Cataldi, Mario M. Gabriele, Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia e prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande metastasi che è già avvenuta e sta avvenendo, La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi, La disperazione e l’angoscia sono le ultime ideologie, utilissime ai fini dell’autoconservazione. Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato, Aforismi di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, collage

 
Marie Laure Colasson Notturno 9 collage 30x25 cm 2007
Marie Laure Colasson, collage 30×30 cm, 2007
La speranza, l’ultima ideologia del mondo amministrato

 
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Aforismi sull’arte
di Giorgio Linguaglossa
 
La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza e si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.
 
L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconservazione quale regolo base del consorzio civile.
 
Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.
 
Non c’è alcuna ragione di produrre un libro in più o in meno, soltanto un libro necessario ha diritto all’esistenza. Ma anche l’esistenza degli uomini non ha alcun diritto che la garantisca perché non c’è alcun libro che la dice.
 
Il concetto di intelligibile resta una aporia. Così il concetto di necessità. Non si dà alcuna ragione veramente necessaria. È necessario soltanto il vuoto. È per questo che noi realizziamo una poetica del vuoto.
 
Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.
 
Il senza-stile o stile cosmopolitico o stile globale dei giorni nostri, preannuncia e condensa in sé le leggi del mercato globale, del mercato unico. I tentativi di frapporre dazi e barriere allo svolgersi del mercato globale sono i colpi di coda del coccodrillo che mastica le sue prede con lacrime da coccodrillo.
 
Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia e prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande metastasi che è già avvenuta e sta avvenendo.
 
La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.
 
La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione risiede invece nella esistenza, o meglio, nella non esistenza degli uomini.
 
La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.
 
Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.
 
Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale esso viene venerato.
 
Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.
 
Così anche la disperazione e l’angoscia sono le ultime ideologie, utilissime ai fini dell’autoconservazione.
Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.
 
La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.
 
L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini. (Adorno)
Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti. (Hegel)
Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco. (Adorno)
 
 

La perdita delle case intermedie
di Alfonso Cataldi

… dalla forma indefinita di titoli e cognomi.

La ragazza con la valigia porterà comunque il vestito di paillettes
lasciapassare non richiesto sul canotto alla deriva.

Nel dubbio, Maria pesca.
Equazioni tra le nuvole.

Una mattina si è svegliata e si è chiusa nell’armadio.
ha partorito l’incendio delle case intermedie.

**

Settecento grammi di neuroni impoveriti e la frittata è fatta
– quanto il nocciolo della bomba sganciata su Hiroshima –

“Come? Usavo il tegame o la padella?
Meglio il fuoco grande o quello medio?”

Con chi non sa o non ricorda, gli agenti della CIA non si perdono d’animo
ricorrono al waterboarding.

“Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate.

ma è una tortura perdere le terre rare dentro di noi
ancora prima che sotto di noi”.

**

Dove si confermano le vicissitudini del mondo?
Non lo so, ma lei è stata cancellata da tempo

da qualunque parte si guardi
Giacomo sei pronto per il primo giorno di scuola?

No, non ce la farò, risponderò cose a caso
tipo che dodici più dodici fa trenta.

Da grande vuole fare il tipografo
Dice che non combacia più nessun carattere

attorno al cadavere ritrovato
la parola è sempre più lontana dalle immagini evocate.

**

Tu non puoi capire il cappottino rosso

La natura morta dentro il quadro clinico
si ripara con l’educazione solitaria.

«Tu non puoi capire il cappottino rosso
ce ne fossero di Jane Fonda, ce ne fossero state»

Il carabiniere al centro della scena indica l’eterno apparire del destino

«qui una volta era tutta campagna
le prove sono andate a ruba»

Le donne di Shamsia Hassani hanno atteso le macerie. Mélange
il tempo schiaccia le richieste del bonus di emergenza.

In alto mare, su qualche scrivania
all’INPS festeggiano con fuochi d’artificio e champagne

l’idoneità dei corpi stesi bene ad asciugare.

**

La ricerca non può dirsi chiusa

L’eventualità del disvelamento occipitale strappa la giacca agli eruditi
Pascal perde le equazioni strada facendo

La ricerca non può dirsi chiusa
la comunità locale è in subbuglio

«Tu che sembri serio e col green pass
hai voglia di voltare pagina all’organista?»

Anche a spingere, il diario di una schiappa non ci sta in un cruciverba.

Bartezzaghi allarga l’uno orizzontale
Bastasse far saltare gli schemi per ribaltare il risultato!

Greg, non quello di Lillo e Greg, proprio Greg la schiappa

è sempre dentro la performance e rischia una paresi
già gli antichi Egizi avevano inventato le cerniere.

L’arte per la poetry kitchen è ciò che si offre gastronomicamente, ma con segno invertito, alla delibazione e alla degustazione dei palati; ciò che si offre come delibazione, medaglia male appiccata sul petto, ornamento mal messo, si è convertito nel suo contrario. La poiesis kitchen si dà piuttosto come ciò che «chiude» la possibilità dell’aprirsi di mondi storico-destinali. La poesia kitchen è «chiusura» di mondi storico-destinali, ciò che si sottrae alle sirene dell’avanguardia e ciò che si sottrae alle malie di una retroguardia. È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile. Estrema ratio. È la nuova utopia del rifiuto assoluto e drastico, ad oltranza dei significati stabili e stabiliti.

La nuova fenomenologia della poiesis che chiamiamo poetry kitchen rientra nel mondo epocale del Ge-Schick dell’essere di cui parla Heidegger: non più apertura di mondi storico-destinali, non più apertura di epoche, non più inaugurazione di epoche storiche nelle quali si dà l’essere, non più il susseguirsi (tras-missione, Ueber-lieferung) di aperture, di epoche, non più come ciò che viene in presenza, ma come ciò che

viene in «chiusura» di un mondo storico-destinale, come inaugurazione della «chiusura». «Chiusura» che però non si dà mai come fine ma come tentativo di oltrepassamento del fine, tentativo di oltrepassamento della soglia del fine, e impossibilità di quell’oltrepassamento come superamento della metafisica della presenza e della luce che consente ed assicura quella luce. Quindi la fine della metafisica. In questo tragitto dovremo procedere con drasticità verso l’interminabile dissoluzione della presenza, che è il modo con cui si dà la presenza nell’orizzonte della metafisica, al di là della concezione metafisica del segno come ciò che «sta per» il significato, che tende a derubricare il segno scritto come ciò che sta per qualcosa che a sua volta sta per altro; procedere verso la liberazione del significante da ogni dipendenza che caratterizza oggi, nelle società mediatiche, la subordinazione del significante ai significati stabiliti dalla comunità.
È ovvio che qui stiamo parlando della fine dell’arte come rappresentazione e della fine della metafisica della presenza. La «casa dell’essere» non è più il linguaggio, l’essere ha sfrattato il linguaggio dalla sua casa-custodia e adesso se ne va a ramengo per il mondo non più mondo. Il linguaggio poetico come cristallizzazione e sedimentazione di opere classiche e iscrizione monumentale è diventato una bara, la tradizione si è allontanata dalla tradizione, ha preso congedo da essa ed è rimasta orfana di senso.

1 Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti. E che 40 famiglie italiane detengono una ricchezza pari a 160 miliardi di euro. (certo, una flat tax, ove fosse attuabile, aumenterebbe a dismisura la ricchezza dei ricchissimi e impoverirebbe a dismisura i già poveri).

(Giorgio Linguaglossa)

2 G. Vattimo, Introduzione a La scrittura e la differenza di J. Derrida, Einaudi, 1971 XXIII.

inedito
di Mario Gabriele tratto da Horcrux

Che ne dici, Lucy, se ci fermiamo a trovare
la Signora Doran nella RSA?

E’ rimasta sola
dopo la morte di Andrea.

Lucy riaprì un discorso
sulla sostenibilità del ricordo.

Cose d’altri tempi, riferì Tom,
come il volume Screwtape letters di C.S. Lewis.

Un messaggio arrivò in WhatsApp
decodificabile con il sistema d’accesso.

Era un’anteprima di modelli Live Style,
non profit per il Continente Nero
sostenuto da Goldman Sachs.

La storia su Romeo e Giulietta
era ancora nelle mani dell’MI5, dopo la Sars-CoV2.

Mi sembra che i libri abbiano storie diverse
rispetto ai social network.

-E’ una Lobby Time- disse Mike Jordan
che dal backstage aveva un occhio
per il Big Management.

Ma guarda come ti sei ridotta Lucy!
Ora chi vuol sentire Donna Joel?

Non basteranno le sutures cutanées
per essere la cover di Playlist
con gli scatti di Sebastião Salgado
su mondi estremi e biodiversi.

Ti ricordi di Overland?
Perché te lo chiedo?
Erano tutte donne che puntavano
alla bellezza in copertina
tranne Kathy Bates,
diabolica femmina in Misery.

La nostra storia ha capitoli finiti.
Il futuro è sempre possibile
imitando Gli ultimi fuochi di Elia Kazan.

Giorgio Linguaglossa says:
agosto 26, 2021 at 5:42 pm

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

.

Il significato letterale di questi versi di Eliot sembra chiaro benché al livello più profondo sembra sollevare altre questioni.
In “The Love Song of J. Alfred Prufrock, ” il verso “I have measured out my life with coffee spoons”, allude al personaggio Prufrock che ha dissipato il suo tempo e il suo talento in festicciole e nella abulia della everyday life.
Dissimilmente, le frasi di questa composizione di Mario Gabriele possono essere lette ad un livello di superficie e ad un livello più profondo… ma è come se ci fosse qualcosa che impedisse di raggiungere una qualche profondità di lettura, qualcosa che resiste e che non ci consente di adire ad un livello più profondo… quel qualcosa di insondabile che si nasconde nel nostro odierno modo di vita, quel nucleo fatto di cinismo e di misericordia posticcia, quel divagare a buon mercato, quello scetticismo miserabile e quella miserabile impenetrabilità della superficie che è la vera essenza della vittoria della falsa coscienza.
(Giorgio Linguaglossa)

caro Giorgio,
il tuo esame ermeneutico mette in osservazione un testo poetico vivisezionandolo come un corpo autoptico. E’ chiaro che qui non si tratta di chiamare la Squadra Omicidi, per accertare omissioni o elementi fisiologici tenuti in disparte, ma di affrontare le tante ibernazioni psicologiche che si estetizzano con i versi, anche se non tutto è sistematicamente prelevato dal catrame dell’ES,
Se è vero che molte cose, in gran parte, provengono dall’esterno, ciò che turba l’Essere del poeta e la sua attività psichica, che non ha nulla a che vedere con le fasi di occultamento, ossia con i fatti che possono essere custoditi, ma sempre identificabili, tutte le volte che bisogna rimuovere o portare in superficie l’Universo occulto. Non vado oltre, anche perché queste cose non ti sono sconosciute come poeta e critico.
(Mario Gabriele)
Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017), Registro di bordo (2020) e Remainders (2021). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). È presente nella Antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.
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Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”.

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Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Omaggio contemporaneo Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud.

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27 risposte a “Poesie kitchen di Alfonso Cataldi, Mario M. Gabriele, Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia e prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande metastasi che è già avvenuta e sta avvenendo, La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi, La disperazione e l’angoscia sono le ultime ideologie, utilissime ai fini dell’autoconservazione. Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato, Aforismi di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, collage

  1. A mio parere va riconosciuto lo stile, quando è stile impersonale come nel caso di M.M. Gabriele. Ad esempio qui:

    Ti ricordi di Overland?
    Perché te lo chiedo?
    Erano tutte donne che puntavano
    alla bellezza in copertina
    tranne Kathy Bates,
    diabolica femmina in Misery.

    Entra come da una porta, senza preavviso, e se ne esce. A modo suo, con stile – nel verso breve che gli ho sempre invidiato. Prosa ottenuta da buone letture di narrativa, certo non di poesia. O per lo meno, non di poesia italiana. O troppa poesia italiana, che è lo stesso.
    E questo insegna. Non tutto è dolorosamente in declino, come a volte mi capita di pensare leggendo L’ombra. Nuove scienze e discipline nascono all’insegna della massificazione (vedi la cura della malattia – non della salute – e il conseguente green pass). Quale parte ci viene assegnata come individui? Quale, tra esaltazione e irrilevanza?

    • mariomgabriele

      caro Lucio,
      ciò che dici è vero. Le ipotesi da te formulate sui miei versi, concordano tra loro. Ho trascorso il mio tempo, leggendo il fior fiore delle poesie di diversi autori italiani e stranieri. Ciò che ne è venuto fuori è la sintesi di una poliscrittura che vuole abbracciare il mondo vivisezionandolo in ogni aspetto, umano ed esistenziale, in modo da non fare poesia allo stato embrionale e da scatti neuronici. Riuscire a scrivere questi versi alla mia età, ancora non attaccata dall’Alzheimer, mi mette a mio agio e mi fa capire come tenendo in esercizio la mente si riescano a fare cose accettabili. Alla base di tutto ci vuole sensibilità, predisposizione all’Arte e alla cultura, con propri periscopi visivi, in grado di spaziare ovunque, anche se “le frasi di questa (mia) composizione (come scrive Giorgio Linguaglossa), possono essere lette ad un livello di superficie e ad un livello più profondo” Grazie a entrambi. Un abbraccio.

  2. Afforismi sull’Arte
    Nietzsche:
    “Schaffen wolt ihr noch die Welt, vor der ihr knien koennt, so ist es eure letzte Hoffnung und Trunkenheit.”
    ” Volete ancora cambiare il mondo, davanti al quale potreste inginocchiarvi, così è la vostra ultima speranza et ubriachezza”.

  3. Poesie inedite in modalità kitchen di Ewa Tagher

    SCENA 16. TENTATIVO PER UN FILM.

    “Le rive del Tevere dopo il tramonto:
    nient’altro che trappole per topi”.

    “Viktor! Dovresti ripetere la battuta,
    la T di Tevere aveva echi calcistici.”

    Oltre i ponti, al di là della città
    Ewa incornicia fiori secchi, cocci, disfonie.

    Dopo l’ultima mareggiata
    resta in campo solo il malessere

    l’entropia delle parole ha fatto sparire
    ogni possibilità di fuga in avanti.

    “Luci! Ma non vi accorgete che alla scena manca il delitto?
    Portate assi, chiodi, sangue finto e curatéle”.

    Occasionalmente Viktor parla alla regia
    che ascolta solo le “r” le “s”, mai una vocale.

    Ewa ha sentito dire che cercano una comparsa
    così non perde l’occasione di farsi suora.

    “Spostate il punto di vista! Così più in alto,
    ecco finalmente viene fuori lo zenit!

    Non una parola in più, il regista
    si lascia morire sotto l’orsa maggiore.

    Oltre il Danubio il film viene censurato,
    troppa violenza a ridosso del break

    oramai gli spettatori preferiscono
    perdere tutto al primo giro di carte.

    Ewa e Viktor con i cestini del pranzo in mano
    intonano l’Internazionale, con accenni pop

    il corrimano del metrò che lascia Cinecittà
    tiene stretti i denti fino a frantumarli.

    FASCIATURA

    Ha piovuto ovunque, tranne che per strada.
    Le scarpe oramai non servono più.

    Chi può, citofona al Dottor Dapertutto
    nel tentativo di portare ordine nel Caos.

    I veri disperati nascondono brandelli di
    di coscienza sotto le ascelle,

    non ne possono più di bandierine
    agitate dai difensori della verità a tutti i costi.

    Un terzo della popolazione non si accorge di nulla.
    Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura.

    “Se si sente soffocare, stringa il mio braccio,
    io capisco e smetto”.

    ADDIO ROUTINE

    Stamattina gli abitanti di Roma Nord sono scesi in strada.
    I letti, nella notte, hanno ingoiato chiavi, bancomat e forbicine.

    L’edizione delle otto ha annunciato:
    “Non sono più possibili i ritagli di tempo”.

    Per le strade si discute se scendere nelle catacombe
    o lasciare la città ai nuovi venuti.

    Qualcuno per disperazione si accovaccia sui rami della tangenziale
    e batte i denti a tempo: un abuso di semiminime.

    La Storia, materiale di risulta, ha un fremito, poi collassa.
    “Porta Pia è un varco aperto verso la dimensione dell’ Unheimliche”.

    La Pasqua non sarà trionfo di trombe,
    Cristo si rifiuta di morire.

    Gli piace pensare che gli uomini siano inutili.
    Per cinque minuti.

    Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
    sui binari del tram Casaletto.

    UMAMI

    Il conforto della casa: una ciotola vuota.
    “Dove sono finiti gli ultimi abbracci?”

    “Battuti all’asta con le porcellane della nonna.”
    Hanno schegge di ricordi, le orecchie.

    lo senti, almeno tu, il tintinnio delle posate?
    Sul velluto, attendiamo che il peggio passi.

    Fuori, il pettirosso reclama un haiku,
    ma oramai non abbiamo più il senso dell’olfatto.

    Al pasto mancano gli attori,

    il dramma della tavola è stanco di ripetersi:
    ha preferito l’India e una ciotola di riso al tramonto.

    SCENA 23

    Ewa e Victor a un tavolo del Cafè de Paris.
    L’archeoacustica in mano a gente che osa.

    “Hai poggiato l’orecchio sul ventre della balena?”
    Su un piatto il cuore, sull’altro una piuma.

    Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie.

    Victor, prova a leggere le labbra di Ewa,
    che intanto non scrivono nulla.

    I toni compresi tra un urlo e un cinguettio,
    in mezzo bicchiere di succo d’arancia.

    Ewa prova a leggere le labbra di Victor,
    una sabba di fricative mano nella mano.

    Non c’è un piano di rinascita
    per il dialetto dell’infanzia.

    Ewa e Victor all’aeroporto, per una fuga
    verso il Messico con turbolenze di senso.

    Un corteo di mosche atterra in ritardo,
    il resto della storia è da romanzo popolare.

    Nella quarantena degli idoli
    ognuno fa rapporto a sé stesso.

    SCENA 46

    Al bivio tra la poesia e la sciarada
    le risponde solo l’Eco.

    Incapace di fare follie, Ewa
    stanotte ha perso versi.

    Per riparare telefonerà a se stessa:
    il ricevitore intasato dal traffico del rientro.

    “Avevi promesso di scrivere.”
    “Ho preso appunti. Ma li ho mangiati.”

    L’ eroica coppia del gatto e il topo
    anche stasera ha fatto cartoon.

    In preda a allucinazioni da latte fresco,
    Ewa, si autocensura:

    “Come pensi di poter usare
    Occorrenze, significanti e mestoli,
    continuando a prostituirti su carta?”

    Chi vanta di avere crediti in poesia,
    lo sa che solo i santi vivono al di sopra delle proprie possibilità?

    Ewa ha urgente bisogno di parlare a se stessa:
    in un bar di fine ottocento a Villa Ada alta.

    “Sei in ritardo. Il tre verticale mi fa tremare”.

    Maschile Femminile
    Non Maschile Non Femminile

    Ognuno prende posto nel quadrato del senso.
    Ewa gira l’angolo e lascia a terra i propri stracci.

    SCENA 47

    Sulla parete a sinistra il Golgota, di profilo.
    Oltre la finestra una profezia di città.

    La clinica di sei piani seduta sulle fogne dell’Urbe.
    E così che ci si ammala, un errore dopo l’altro.

    Ewa stringe il 42. “Prego si accomodi”.
    Viktor la accompagna, la cornetta ancora in mano.

    “Non ha più il terzo occhio, l’ha ingoiato ieri
    Dopo aver immaginato la morte della madre”.

    L’infermiera le misura la pressione, poi la fa sdraiare.
    Ewa è a pancia in giù, sulle gambe di Victor.

    “Passami la cornetta, voglio telefonarle….”
    Ewa annaspa, per guarire deve imparare a nuotare.

    L’aria nella stanza satura d’inchiostro,
    Con le ultime bracciate Ewa traccia il proprio sgomento.

    Possono andare. Viktor in ginocchio cancella l’ultimo errore.
    “La linea è occupata… riproverò più tardi.”

    PROVE PER UNA SCENOGRAFIA

    “C’è vita nelle copie in gesso?”
    Forse una possibilità di luce.

    La periferia si arma, alza la voce,
    poi la perde, nell’arco di un solstizio.

    Gli sfondi da cortile non vanno più di moda
    ha vinto l’improvvisazione e la vendita al dettaglio.

    L’allestimento per la prossima scena
    ha a che fare con un tic senza imbarazzo

    a seguire una catena di torce , borborigmi,
    mani in preghiera e tracce di nicotina.

    Villa Borghese ha una nuova acconciatura
    ai cancelli approcci di ruggine e corde di chitarra:

    solo il Galoppatoio ha speranza
    di entrare nel circuito dei benpensanti.

    Il tema di Paolo e Francesca
    contrasta con l’atmosfera sinistra dell’Inferno

    hanno sbagliato luogo e ora
    “Fermi qui, sull’orlo di un diario intimo.”

    • L’uomo moderno è quell’animale parlante nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente, afferma Foucault,1 annientato e costretto tra biopolitica e sovranità.
      Niente di più vero.
      Nella poiesis è l’animale parlante che parla. Nelle numerose “Scene” della poesia di Ewa Tagher sono riproposte delle situazioni esistenziali in modalità kitchen, quelle dimensioni dove «non si dà vera vita nella falsa», affermava Adorno in tempi non sospetti. Quella dimensione, intendo l’esistenziale, nel quadro dei nuovi rapporti delle forze produttive e dei rapporti di lavoro proprie delle società signorili di massa, è definitivamente periclitata nell’indifferenziato, tra i rifiuti indifferenziati destinati al termovalorizzatore. Ciò che resta lo fondano i poeti, intendo i rifiuti indifferenziati quali sono diventate ormai le parole che usiamo tutti i giorni. «Ognuno prende posto nel quadrato del senso», scrive la Tagher, ed è il miglior modo per periclitare tutti assieme nella assenza di senso. Così, ognuno prende posto nell’assenza della speranza e della disperazione, ed è il modo migliore per diventare tutti pazienti pronubi di psichiatri intemperanti, fruitori di Roipnol, Tavor e antidepressivi, senza neanche la soddisfazione di poter agitare la bandierina di essere degli ospiti dei manicomi di stato. La depressione di massa è oggi il modo migliore per rendere schiavi gli utenti di massa delle democrazie neoliberali i quali non chiedono di meglio; ed è il modo migliore per renderli utili alla accumulazione del capitale, di questo narra la poesia di Ewa Tagher, per chi non lo avesse ancora capito.
      Il dispositivo giuridico che struttura la connessione tra sovranità e nuda vita è il bando, inteso come spazio di eccezione, zona di indistinzione e di indiscernibilità tra nomos e physis. In questo senso, tutti gli iscritti nel bando sono banditi dalla «vera vita» e dalla «giusta coscienza», costretti a coabitare, giustappunto, gomito a gomito con i propri simili nella «falsa vita» e nella «falsa coscienza».
      La vita diviene «nuda» una volta che sia catturata nel bando sovrano. Bandita dalla comunità è abbandonata alla morte, collocata in una zona di indifferenza e transito continuo tra l’uomo e la belva, la natura e la cultura.
      Il «campo» dell’indifferenziato e della nuda vita è lo spettro entro il quale si svolge la poesia agonica di Ewa Tagher entro il paradigma biopolitico della modernità delle società neoliberali.

      Scrive la Tagher:

      «Solo il Galoppatoio ha speranza»,

      «Ognuno prende posto nel quadrato del senso.
      Ewa gira l’angolo e lascia a terra i propri stracci».

      1 Foucault, La volontà di sapere: «l’uomo moderno quell’animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente».

      • EWA TAGHER

        Caro Linguaglossa, leggere il Suo intervento sul mio lavoro, è stato, per me, come esaminare il bugiardino delle mie poesie. Controindicazioni e effetti collaterali inclusi. D’altra parte, nell’epoca in cui abitiamo, sovraccarica di indifferenziata e perdita di senso, il bugiardino farmacologico esercita su di me un certo fascino: esplica effetti possibili e lascia aperte un’infinità di eccezioni e accezioni, come oramai i testi contemporanei, di narrativa o poesia, non sanno più fare. “Così, ognuno prende posto nell’assenza della speranza e della disperazione”: bisognerebbe costruire un quadrato di senso con questi antipodi! Verrebbero fuori due assi: quello orizzontale avrebbe ai suoi estremi SPERANZA vs ASSENZA DI SPERANZA , quello verticale DISPERAZIONE vs ASSENZA DI DISPERAZIONE. Sarebbe divertente provare a collocarsi e a collocare i fenomeni d’oggi in questo campo minato, o spargervi sopra sementi per la gallina Nanin.

  4. 1322PD

    “La speranza, l’ultima ideologia del mondo amministrato” Giorgio sei grande, hai colpito giusto! Mi è venuto un nodo alla gola… Purtroppo! Un caro abbraccio con profonda stima e affetto Luigina ​

  5. Lo spazio poetico kitchen inaugura uno spazio della soglia, una policentrica spazialità topologica rispetto alla quale il rapporto dentro e fuori, interno ed esterno, io altro, proprio e improprio, familiare ed estraneo non si definisce in termini oppositivi, bensì di complementarietà e di coabitazione. Questo spazio diventa il luogo proprio del «tra» e della tras-formazione, spezza la logica dividente dell’inclusione/esclusione, si pone quale paradigma di un nuovo rapporto, di una nuova relazione, un «in between» tra spazi poetici oppositivi, concretizzazione esperienziale della tensione ossimorica tra le varie micrologie, metonimia degli archetipici riti di passaggio e di introduzione dello spazio-soglia. Lo spazio poetico kitchen è un campo di tensioni contraddittorie in cui si appartengono, nella reciproca inclusione esclusiva, dominii e piani non isomorfi, anomici e anonimi. È anche spazio di eccedenze: dove si producono eccedenze e si riciclano indecenze, dove si produce l’oltre, si producono eterotropie e si distruggono utopie.

  6. Ho riletto stamattina le nuove poesie di Alfonso Cataldi, a una diversa velocità, più rallentata, e mi sembra restituiscano intatta la casualità di eventi e pensieri; le due cose insieme, nel senso che gli eventi sembrano reali (meno fantasmagorici e surreali che nelle poesie di altri autori kitchen). Mi accade spesso, con la poesia kitchen, di sbagliare velocità di lettura.
    Scrive Alfonso:
    “la parola è sempre più lontana dalle immagini evocate”.
    E io penso: perché le parole sono troppe. Se ci si affida alle parole, queste verranno in minor numero. Ma è solo un pensiero. In ogni caso, la frammentazione serve proprio a ridurre.
    Su questa via anche gli aforismi di Giorgio Linguaglossa.

    Lieto di avere letto nuove poesie di Ewa Tagher. Le aspettavo da tempo, qui su L’ombra. Per me, bravissima.

    • Alfonso Cataldi

      Si Lucio, i miei eventi sono sicuramente più reali di altri autori kitchen e a dire il vero, il dubbio se la mia poesia sia kitchen ce l’ho, soprattutto quando leggo e rileggo testi di altri autori qui. Grazie per la seconda lettura.

      • Lo stop and go, ben presente nelle tue poesie, è anche in tutti gli autori kitchen. / Una riflessione sullo stop: è segnale di vuoto; vuoto, che non sta prima od oltre le parole ma è assunto, per così dire, nell’atto della scrittura. Da qui l’attenzione al vuoto significato, penso. Che poi è causa de l’aspetto canzonatorio, deridente o ironico, di tutta la faccenda. Ma il rischio c’è, che il vuoto torni ad essere pieno, e nello specifico, un pieno nulla. Tutto però rientra nel grande progetto (critico), mi dico, e non sarebbe tale se i lavori non fossero perennemente in corso.

  7. Nella poesia di Alfonso Cataldi c’è l’estremo tentativo di conservare un corpo. Un contenitore umano. Esiste nei suoi versi un contrappasso di stile che svuota e riempie questa aurea umana di vita. Un po’ come le stratificazioni di Ricciardi che potremmo evidentemente anche capovolgere, dal basso in alto, indifferentemente. Lo spazio dunque come contenitore poetico. Sia esso un corpo, un quadro, o un Gabriele. Già, M.M.Gabriele ha un suo status di vuoto/pieno rodato in perfetta sintonia. Una clessidra sapientemente calibrata…
    (Segue compost…)

    Grazie Ombra.

  8. è vero, alla seconda e alla terza rilettura le composizioni di Alfonso Cataldi tengono sempre meglio, il che significa che lui ha digerito un modo di fare poliscritture deprivate di tentazioni identitarie e eternitarie (se mi si passa il neologismo), peccati pronominali dei poeti di facile aggetto, poesie aggettatarie e reclusorie quelle milanesiane e romanoidiane che sottintendono l’indirizzo identitario dell’io egolalico.
    Un verso come questo:

    «Il carabiniere al centro della scena indica l’eterno apparire del destino»

    non capita tutti i giorni di incontrarlo.
    In fin dei conti la poesia kitchen è, per eccellenza, l’incontro tra una non-identità e un segno linguistico.

  9. Alfonso Cataldi

    Questo verso è uno dei miei più kitchen, proprio per la sua genesi. Nel giro di qualche minuto sono passato da un video di Severino alla pagina Facebook “forze dell’ordine che indicano alla telecamere il luogo del misfatto”
    La sintesi è stata immediata.

    • caro Alfonso,

      l’incontro con il Reale è sempre traumatico, intendo dire (cogliendo una suggestione di Žižek) che quando tu hai corto circuitato una pagina di Facebook ad un video di Severino nel quale il filosofo parlava della «eternità», hai composto un verso compostato, pluristile e plurilinguistico. E questa è la procedura tipica della poetry kitchen.

      Il Reale è l’impossibile, esso sussiste al di fuori della simbolizzazione, è l’inconscio in quanto indicibile. Il Reale è il luogo che accoglie ciò che è
      rigettato dal Simbolico ed è connesso col godimento (jouissance) (S. Žižek). Il reale è ciò che torna sempre allo stesso posto, ma è anche quell’impossibile che non può essere attinto se non per istanti privilegiati, per strappi kitchen, per sovra sensorialità… (lasciamo da parte le agnizioni epifaniche e ipnagogiche), che è un concetto ben determinato anche scientificamente, noi tutti in ogni momento del giorno siamo immersi in flussi di sovra sensorialità, il che comporta che siamo abitati da sempre da forze, energie pulsionali, volizioni, involizioni…

  10. Tentativo di poesia
    al punto di biforcazione

  11. Dalla teoria del caos di Ilya Prigogine
    […]”L’irreversibilità del tempo è il meccanismo che determina l’ordine a partire dal caos”, sostiene Ilya Prigogine.
    Da qui deriva che lo stato (A )di equilibrio, presto o tardi subirà l’influenza di un fattore disequilibrante, in quanto abbiamo detto che non esistono nella pratica sistemi completamente chiusi. Passando così ad un altro stato, diciamo (B), di squilibrio, il sistema tenderà spontaneamente ad evolvere nuovamente verso l’equilibrio, sicché si innesca un processo di caos progressivo.
    Questo momento è decisivo sul piano della teoria del caos poiché, mentre il sistema assume sempre di più uno stato caotico, il sistema tende a raggiungere proprio quello che Prigogine denomina il «punto di biforcazione».
    Vale a dire, quel punto in cui il sistema può evolvere verso una, tra due possibilità:
    – o ritorna allo stato di equilibrio originario, così come prevede la termodinamica classica;
    – oppure, abbandona il caos e inizia ad auto-ordinarsi ,o auto-organizzarsi, fino a costituire una nuova struttura, denominata struttura “dissipativa”, poiché consuma una quantità maggiore di energia rispetto allo stato di organizzazione anteriore e che ha sostituito[…].
    Ecco, in sintesi estrema, l’ideologia che io porrei alla base sia della ricerca artistica di Milaure Colasson condensata nelle sue “Strutture Dissipative”, sia dell’approdo, ma sempre da intendere come lavoro in divenire, alla Poetry Kitchen della nostra ricerca poetica.

  12. “Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
    nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate.

    La natura morta dentro il quadro clinico
    si ripara con l’educazione solitaria.

    La ricerca non può dirsi chiusa
    la comunità locale è in subbuglio

    . È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile.

    Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti.

    Un messaggio arrivò in WhatsApp
    decodificabile con il sistema d’accesso.

    • “Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
      nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate.

      La natura morta dentro il quadro clinico
      si ripara con l’educazione solitaria.

      La ricerca non può dirsi chiusa
      la comunità locale è in subbuglio

      . È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile.

      Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti.

      Un messaggio arrivò in WhatsApp
      decodificabile con il sistema d’accesso.

      E’ chiaro che qui non si tratta di chiamare la Squadra Omicidi, per accertare omissioni o elementi fisiologici tenuti in disparte, ma di affrontare le tante ibernazioni psicologiche che si estetizzano con i versi, anche se non tutto è sistematicamente prelevato dal catrame dell’ES.

      Entra come da una porta, senza preavviso, e se ne esce. A modo suo, con stile –

      Dobbiamo cambiare il mondo: dove hai messo i pannoloni?

      ” Volete ancora cambiare il mondo, davanti al quale potreste inginocchiarvi, così è la vostra ultima speranza et ubriachezza”.

      Un terzo della popolazione non si a unccorge di nulla.
      Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura

      Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie.

      Gli sfondi da cortile non vanno più di moda
      ha vinto l’improvvisazione e la vendita al dettaglio

      Esiste nei suoi versi un contrappasso di stile che svuota e riempie questa aurea umana di vita.

      «Il carabiniere al centro della scena indica l’eterno apparire del destino»

      Questo momento è decisivo sul piano della teoria del caos poiché, mentre il sistema assume sempre di più uno stato caotico, il sistema tende a raggiungere proprio quello che Prigogine denomina il «punto di biforcazione».

  13. “Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
    nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate.

    La natura morta dentro il quadro clinico
    si ripara con l’educazione solitaria.

    La ricerca non può dirsi chiusa
    la comunità locale è in subbuglio

    . È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile.

    Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti.

    Un messaggio arrivò in WhatsApp
    decodificabile con il sistema d’accesso.

    E’ chiaro che qui non si tratta di chiamare la Squadra Omicidi, per accertare omissioni o elementi fisiologici tenuti in disparte, ma di affrontare le tante ibernazioni psicologiche che si estetizzano con i versi, anche se non tutto è sistematicamente prelevato dal catrame dell’ES.

    Entra come da una porta, senza preavviso, e se ne esce. A modo suo, con stile –

    Dobbiamo cambiare il mondo: dove hai messo i pannoloni?

    ” Volete ancora cambiare il mondo, davanti al quale potreste inginocchiarvi, così è la vostra ultima speranza et ubriachezza”.

    Un terzo della popolazione non si accorge di nulla.
    Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura

    Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie.

  14. “Confesso, l’ho ucciso tirandogli dietro un ombrello
    nel giorno in cui la pioggia ha cancellato le coordinate. La natura morta dentro il quadro clinico
    si ripara con l’educazione solitaria. La ricerca non può dirsi chiusa
    la comunità locale è in subbuglio
    È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile.
    Un recentissimo studio di una agenzia internazionale ha verificato che durante la pandemia i ricchi si sono arricchiti mentre i poveri si sono impoveriti. Un messaggio arrivò in WhatsApp
    decodificabile con il sistema d’accesso.
    E’ chiaro che qui non si tratta di chiamare la Squadra Omicidi, per accertare omissioni o elementi fisiologici tenuti in disparte, ma di affrontare le tante ibernazioni psicologiche che si estetizzano con i versi, anche se non tutto è sistematicamente prelevato dal catrame dell’ES.
    Entra come da una porta, senza preavviso, e se ne esce. A modo suo, con stile –
    Dobbiamo cambiare il mondo:
    dove hai messo i pannoloni? ” Volete ancora cambiare il mondo, davanti al quale potreste inginocchiarvi, così è la vostra ultima speranza et ubriachezza”.
    Un terzo della popolazione non si accorge di nulla.
    Per loro è solo una distorsione. Basta una fasciatura
    Ecco il cameriere e un vassoio di tappi per le orecchie. Gli sfondi da cortile non vanno più di moda
    ha vinto l’improvvisazione e la vendita al dettaglio.
    Esiste nei suoi versi un contrappasso di stile che svuota e riempie questa aurea umana di vita.
    «Il carabiniere al centro della scena indica l’eterno apparire del destino»
    Questo momento è decisivo sul piano della teoria del caos poiché, mentre il sistema assume sempre di più uno stato caotico, il sistema tende a raggiungere proprio quello che Prigogine denomina il «punto di biforcazione».

  15. caro Mauro,
    questo tuo compostaggio kitchen è eccellente!, però io preferisco la prima stesura, quella con la spaziatura perché consente al lettore una migliore leggibilità, e anche la «visibilità» del testo ne guadagna, idem dal punto di vista del rispetto degli enunciati di diversa provenienza la versione preferibile è la prima, a mio avviso…

  16. vincenzo petronelli

    Complimenti vivissimi ad Alfonso Cataldi ed Ewa Tagher per le loro poesie qui presentate. Trovo che si tratti di due esempi fulgidissimi di poesia kitchen (posto che uno delle peculiarità della nostra ricerca sia l’assoluta soggettività d’approccio) che hanno perfettamente metabolizzato ed elaborato esempi importanti della poetica Noe, quali quelli di Mario Gabriele, di Giorgio Linguaglossa, di GIno Rago ad esempio, per ri-carburarle secondo la loro personale visione. Entrambi i poeti ci propongono pagine di straordinaria poetry kitchen, con i loro salti semantici, le loro svuotazioni di senso, con la mobilità del loro sguardo, spaziante tra inquadrature differenziate nello spazio e nel tempo. E’ l’ennesima dimostrazione (semmai ce ne fosse bisogno) di come la “poetry kitchen” sia un organismo non solo vivo, ma ormai definitosi e pulsante e credo che non potremo mai ringraziare sufficientemente Giorgio per averci fornito le vele per raggiungere i nostri attuali approdi.
    Buona giornata a tutti, amici.

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