Archivi del giorno: 26 luglio 2021

Angeli inversi, Poesia ceca, La generazione nata negli anni Ottanta e Novanta, a cura di Jonáš Hájek, Poesie di Štěpán Nosek, Kamil Bouška, Marek Šindelka, Jan Těsnohlídek ml. , Martina Blažeková, Alžběta Michalová, traduzione di Antonio Parente

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Jindřich Štyrský

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Dopo l’entrata sulla scena poetica ceca, all’inizio degli anni 1990, della vivace generazione di autori dallo stile riccamente diversificato, il più vecchio, Petr Halmay (1958) fece il suo debutto nel 1991; il più giovane Jaromír Typlt (1973) debuttò già nel 1990, passarono una una decina d’anni  prima della comparsa di un numero sufficiente di esordienti promettenti, e prima che iniziassero ad emergere frammenti di idee di questa nuova generazione. Inizialmente essa non si profilò rigettando la generazione precedente, né attraverso qualsiasi altra manifestazione autorevole; la differenza principale era data, piuttosto, dall’esperienza di molti di questi autori con la pubblicazione sui siti letterari online. All’incirca dal 2005, il numero di esordienti cominciò a crescere – comparvero i versi narrativamente semplici di Marek Šindelka, che, fino a quel momento, non aveva pubblicato né su internet, né su riviste letterarie, e anche le metafore immaginative di Ladislav Zedník, complicate da un punto di vista formale, piuttosto tradizionali per quel che invece riguarda i motivi – e in circa due anni si consumò un intenso connubio tra nuovi e vecchi media: gli autori, che fino a quel momento erano presenti solo su internet, iniziarono a pubblicare anche su riviste, mentre gli autori già affermati e pubblicati antologicamente partecipavano come ospiti ad incontri di lettura organizzati dal sito letterario Totem. A parte l’imprescindibile esperienza con internet, inizialmente questi giovani autori non avevano altro in comune (o altro che li diversificasse); si rifacevano, più o meno liberamente, alle opere dei poeti cechi delle generazioni precedenti oppure cercavano l’ispirazione nelle antologie in traduzione. Dalla poesia degli anni 1990 viene prepotentemente alla ribalta “la poetica degli interni”, che i giovani autori seguirono e sfruttarono fino al suo completo esaurimento.

Il primo che, in campo poetico, contribuì a smuovere le acque fu il critico Petr Boháč (1977), il quale rifiutava sia la schematizzazione dell’affermata poetizzazione degli spazi interni, sia il carattere chiuso della comunità poetica; successivamente, fu la volta di un altro giovane boemista, Karel Piorecký (1978), la cui condanna dell’intera poetica suscitò simpatie e indignazione. Soprattutto, però, le critiche di Piorecký – il quale, agli occhi dei suoi detrattori, sviluppava le sue tesi anche a scapito di un più profondo apprezzamento dell’autore criticato – hanno svolto una sorta di ruolo di iniziazione: all’incirca negli ultimi due anni hanno aperto lo spazio per riflessioni sullo stato della poesia ceca contemporanea e sui suoi possibili punti di base. Impegno e partecipazione, selvatichezza, spontaneità, medialità, interesse esplicito per l’attività sociale, consapevolezza del proprio valore – queste caratteristiche da lui ricercate, Piorecký le scorse in due piattaforme, tra loro molto distanti: nel gruppo Fantasía (Fantasia), che proclama un nuovo pathos e intraprende la strada dell’immaginazione selvaggia, e nel gruppo orbitante intorno alla rivista Psí víno (Vite vergine), che cerca soprattutto di raggiungere un pubblico più ampio. Queste due piattaforme, a distanza di qualche anno, sembrano davvero essere portatrici di indirizzi nuovi o dimenticati e dopo una quindicina d’anni di scritture contemplativo-minimalistiche sembrano essere davvero essenziali, tanto da non poter essere trascurate, se pensiamo alla trasformazione della nuova poesia ceca e della sua percezione.

Gli autori che qui presentiamo si vanno idealmente ad aggiungere a quelli presenti nell’antologia Rapporti di errore (Mimesis-Hebenon), da poco pubblicata in Italia; questi nostri sei poeti non sono compresi nella suddetta antologia, curata dal poeta ceco Petr Král (1941-2020), lui stesso membro della generazione di poeti che affonda le radici nel surrealismo), probabilmente per motivi di gusto personale o magari più periferico, anche se l’antologia Rapporti di errore comprende autori essenziali. In questa nostra scelta complementare è possibile trovare sia quei poeti i cui testi hanno già avuto un’ampia risonanza, sia quelli che sono ancora in attesa di una risposta più diffusa del pubblico e della critica.

L’inserimento di Štěpán Nosek (1975) tra questi nomi più recenti potrebbe sembrare una forzatura. Nosek è attivo in capo letterario fin dagli anni 1990 e la sua prima raccolta Negativ (Negativo, 2003) sembra legarsi piuttosto alle opere della generazione precedente. Nelle poesie di Nosek troviamo passaggi malinconici e fotografici ma anche toni impulsivi e taglienti. Nei testi appare chiara la sua maestria di bozzettista lirico, ma anche la sua brillante ironia, che cela il suo silenzioso amore per le cose e le persone nel duro guscio di glosse occasionali. Tra le poesie pubblicate ultimamente sulla rivista online A tempo, troviamo anche il testo polemico Nové jaro (Una nuova primavera) – la presentiamo come prova dell’intensificazione percettiva della rivendicazione dello spazio pubblico, in questo caso presentato in forma parodica. Il titolo della poesia parafrasa una critica del già citato Piorecký; per i lettori italiani, aggiungiamo anche che Radim Kopáč è un funzionario ceco che si occupa di letteratura.

Kamil Bouška (1979) è uno dei tre membri fondatori del gruppo Fantasía. Nella sua opera emerge una linea a suo modo civile; le altre poesie, che echeggiano l’antica mitologia o ne creano una nuova, sono piuttosto contenute nell’ammissione delle specificità del mondo circostante. Il cavallo di Troia, tuttavia, può essere, al tempo stesso, il perfido dono degli antichi greci come anche un virus informatico. La prima poesia di questo autore che abbiamo scelto risale ai suoi inizi, la seconda è invece dalla sua raccolta inedita di prossima pubblicazione (presso la casa editrice Fra) che provvisoriamente s’intitola Oheň až po slavnosti (Fuoco fin dopo la celebrazione). È stata scelta anche per il primo almanacco delle migliori poesie ceche pubblicato dal 2009 dalla casa editrice Host. Il quarto testo, dal manoscritto Rozemnutá země (Terra sminuzzata), è quello con cui Bouška inaugurò l’esibizione del gruppo Fantasia nel giugno del 2010, nel club Underground di Praga.

Uno dei maggiori esponenti della generazione dei giovani scrittori cechi è Marek Šindelka (1984). La prima poesia è tratta della sua opera d’esordio Strychnin a jiné básně (Stricnina e altre poesie, 2005), che gli valse il premio Jiří Orten, assegnato al migliore autore under 30. Per citare le parole del poeta Petr Borkovec, che lesse la lode in occasione del conferimento del premio “un poeta ventiduenne ha scritto un libro sulla sua fanciullezza, in cui non troviamo una singola nota, immagine, combinazione di parole, suono che si possa liquidare come ‘eccessivamente privato’ oppure ‘troppo generale’”. Le principali qualità dello stile di Šindelka sono una genuina profondità e il senso per una lirica naturale; il suo campo di competenza, a partire dal romanzo Chyba (Errore, 2008), è diventata la prosa. Nelle sue poesie più recenti, un ruolo importante è giocato dalla metafore uditive e dall’esperienza, appunto, del suo secondo libro, a cui fa riferimento l’ultimo testo qui presentato, con il motivo particolare della crescita e del gemellaggio del corpo umano col corpo inumano della natura – in questo caso la morte.

Una popolarità senza precedenti, soprattutto tra i giovani, vanno raggiungendo i versi di Jan Těsnohlídek ml. (il giovane; 1987). È il più recente vincitore del premio Orten con la raccolta d’esordio Násilí bez předsudků (Violenza senza pregiudizi, 2009). I testi di Těsnohlídek, tra l’altro redattore della succitata rivista Psí víno, vengono descritti dalla giuria del premio come “una dichiarazione poetica e generazionale di rivolta in un momento in cui è difficile trovarne la ragione”, e sembrano scritti apposta per una recitazione ad alta voce. Le poesie che abbiamo scelto mostrano il modo in cui l’autore si sofferma sulle emozioni, e le ripetizioni riescono quasi a ricreare l’atmosfera della sua carismatica recitazione ritmica. La disillusione irrepressa insieme a una incolta veemenza dell’espressione colloquiale e la bassa frequenza di metafore sono al centro dell’originalità dei testi di Těsnohlídek. Le stesse caratteristiche evidentemente spiegano anche perché le sue poesie siano accettate soprattutto da un pubblico esterno alla letteratura piuttosto che dalla comunità silenziosa degli autori conservatori.

Vicino è l’esordio anche per le due poetesse qui presenti. Martina Blažeková (1982) è di origine slovacca e vive a Praga dal 2005. Ha studiato all’Accademia letteraria della capitale, dove ha di recente completato con successo gli studi con la raccolta Lom (Cava). Le poesie di questa autrice bilingue, quasi di monitoraggio, e che a tratti lasciano intravedere lampi vivaci, sono scritte quasi tutte in slovacco; in questa sezione ne presentiamo alcune scritte in ceco. Per Blažeková scrivere, nonostante tutta la cura, è un processo aperto – in questo si avvicina al già citato Petr Halmay. Anche i riferimenti ad autori anglofili sono sintomatici: il primo testo che qui presentiamo è una variazione di una poesia di Louise Glück dalla raccolta L’iris selvatico.

La più giovane tra questi autori di promettente talento è Alžběta Michalová (1991). Vincitrice nella sezione studenti del premio Josef Škvorecký, ha suscitato un vero scalpore nei circoli editoriali e degli autori. La natura empatica delle sue poesie e il suo concentrarsi sulle persone a lei più vicine sottolineano di sicuro un inizio molto promettente; possiamo soltanto sperare che la ricezione sarà capace di separare la particolare qualità letteraria della raccolta in preparazione, Zřetelně nevyprávíš (Chiaramente non racconti), dalle “qualità” della storia autentica, che traspare nei testi sulla ricerca del  padre o anche sugli altri eventi familiari. Importante sarà l’accostamento al lavoro della poetessa ceca Viola Fischerová (1935): entrambe sono accomunate dall’interesse dei destini umani e da poesie eccedenti, che si fondono una nell’altra e che condividono anche i temi oltre il margine bianco della pagina.

Sommando i sei autori che qui presentiamo ai sedici presenti nell’antologia Rapporti di errore, non possiamo di certo affermare che il numero di giovani poeti cechi significativi sia così completo. Difficilmente tutti questi autori rimarranno nella memoria come creatori di valori a lungo termine, non tutti percorreranno l’esigente cammino di una ricerca costante. Tuttavia, ciascuno dei poeti scelti presenta una caratteristica visione personale e contribuisce a questo misto di voci ambiziose e modeste, serie e meno serie con un’impronta peculiare e unica. Tutti insieme, poi, rappresentano – almeno in maniera accennata – i mutamenti e le contraddizioni più recenti della nuova poesia ceca.

(Jonáš Hájek, agosto 2010)

l’articolo è un estratto del servizio pubblicato su “Poesia” (2011, n. 259)

Jindřich Štyrský

Jindřich Štyrský

Štěpán Nosek

Una nuova primavera

Chi ha posto il sentiero lontano all’orizzonte,
sia candidato al premio prestigioso
e il suo nome sia travisato da tutti,
che si fissi nella mente persino dell’insegnante di mio figlio,
che non lo ignorino i telegiornali,
che l’intervista ben riuscita appaia sull’allegato Relax,
sul quotidiano conservatore,
che si incunei in scioltezza tra avon & london look ,
che Radim Kopáč del ministero
gli vada incontro coi fiori per festeggiarlo,
che presto sia analizzato da Karel Piorecký.

Chi ha posto il sentiero lontano all’orizzonte,
ha fatto il miracolo
che i miei connazionali qui si offrono a noi
soltanto come voci del codice a barre –
la passeggiata tra i boschi, il colonnato tra i campi
che porta sulle spalle luci di varia lunghezza, intensità,
un piccolo miracolo, una fortuna non richiesta
che guardano da qui
come una schiera viva di angeli
inversi, improbabili.

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Kamil Bouška

Hyperion

Mi generò l’aria e priva di cielo. Solo burroni, argilla e fosse
e amore che scurisce gusto e respiro.
La lunga morte scorse intorno ai miei occhi e lì i percorsi vorticarono come il mare.
Sollevai lo sguardo, come si solleva un masso,
e scagliai il grigiore contro il grigiore, il puntale contro il puntale, il sogno contro il sogno.
E l’orizzonte si fendé da qualche parte da tempo oltre gli occhi, si ruppe l’uovo nero del buio.
Sfregai tra le dita un breve suono, come se carezzassi la mareggiata,
come se dovessi trovare una qualche melodia sulla punta delle mie dita,
come se già udissi un canto, quando soltanto il silenzio rimbomba, come se vedessi l’iride,
quando la notte ancora dorme nelle orbite oculari, come se vedessi
bruciare un lungo nerume e zampillare le onde verdeggianti dalle fiamme
della gravità terrestre
e nel tumulto di nuvole sentissi respirare ciò che mai respirò,
come se ad un tratto potessi parlare ad alta voce col destino, vidi
un giardino sbocciato di fiori avvolti sotto le palpebre,
il ritmo liquido del sole profondo e l’aurora tambureggiante nel sangue.
Una volta aprii gli occhi e vidi.
E anche se ogni costellazione non parlasse con la mia voce,
la morte non mi convincerà.

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karel-teige-collage-1937-1940 

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Marek Šindelka

il cielo di pecorelle
digrada verso occidente
frangiventi lungo il cammino
come mangiatoie
socchiudo gli occhi
e creano una linea nera
cose simili sono ovunque
nel bosco e nei campi
legno grigio
vecchi recinti strani
– perché sono qui?

la neve non rimane molto tempo
sulla micotica foglia incollata
cammino
per il bosco che marcisce
l’inverno si affievolisce
fa gelo solo di mattina
sul campo
è appeso il punto nero della fame del gheppio

è sera
il sole enorme basso tra gli alberi
osservo il latte raccogliersi sulla terra arata
– le zolle si rivestono di un esile velo
da qualche parte in quell’argilla
si accoccola una pelliccia calda
un topolino caldo
sente la morte alta su di sé
e io penso
a quanta bellezza l’essere umano sia in grado di sopportare

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