Edith Dzieduszycka, 4 poesie da Ingranaggi, Progetto Cultura, Roma, 2021, pp. 100 € 12, Piccola Antologia di poesie, Lettura di Giorgio Linguaglossa, Video poesia di Diego De Nadai

Si hanno «ingranaggi» quando tra due corpi vi sono dei punti di contatto. Sono i contatti che muovono gli «ingranaggi», quelli fisici e quelli psicologici, propriamente umani; ma negli esseri umani la questione è terribilmente più complessa perché i contatti sono per lo più inconsci, è l’inconscio che decide del quoziente di contatti che avvengono, e quindi di ingranaggi che noi mettiamo in essere. Ecco la problematica squisitamente esistenziale che Edith Dzieduszycka sviscera in questo libro. Poesia esistenziale questa della poetessa francese di adozione romana che non smette di interrogarsi e di interrogare la questione della condizione umana. A che punto è la quaestio degli «ingranaggi» oggi?, si chiede la poetessa. Accade che un eccesso o un difetto del numero di contatti può degenerare in uno stop degli «ingranaggi». La macchina umana viene vista come un complicatissimo meccanismo di ingranaggi archimedici e cibernetici fatti con buonissimi propositi ma che alla fine cagionano una implosione, un arresto, uno stop.
Giorgio Agamben pone la questione dei «contatti» in questi termini: «Giorgio Colli ha dato un’acuta definizione affermando che due punti sono a contatto quando sono separati soltanto da un vuoto di rappresentazione. Il contatto non è un punto di contatto, che in sé non può esistere, perché ogni quantità continua può essere divisa. Due enti si dicono a contatto, quando fra essi non si può inserire alcun medio, quando essi sono cioè immediati. Se fra due cose si situa una relazione di rappresentazione (ad esempio: soggetto-oggetto; marito-moglie; padrone-servo; distanza-vicinanza), essi non si diranno a contatto: ma se ogni rappresentazione viene meno, se fra di essi non vi è nulla, allora e solo allora potranno dirsi a contatto. Ciò si può anche esprimere dicendo che il contatto è irrappresentabile, che della relazione che è qui in questione non è possibile farsi una rappresentazione».1
Così, nella poesia”I pescatori” i personaggi scoprono che sono presi in un gorgo, in un medesimo «ingranaggio» che non lascia scampo, almeno fino a quando non si avrà il coraggio di dire: «Non vogliamo», come recita l’ultimo verso della poesia. E così termina la poesia, con l’ultimo verso posto come un semaforo rosso. Il colore del diniego e del rifiuto può essere la chiave di volta che apre i mondi dell’esistenza, dire «No» è molto più importante del dire «Sì», rende inoperoso il «Sì», lo debilita, lo disarma, e ci rende più umani. Il libro dunque ci racconta la storia dell’attraversamento del territorio del «No», un «Non vogliamo» in grado di spezzare gli «ingranaggi» con cui la socialità con le sue leggi implacabili ha irretito le esistenze degli uomini del nostro tempo.

(Giorgio Linguaglossa)

1 https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-filosofia-del-contatto

Quattro poesie da Ingranaggi (2021)

Signor Raggiro

Caro signor Raggiro
tra rosa fra le dita e fetido concime
tra brandelli e stracci

ma con il cuor in mano
la schiena curva dall’artrite sotto l’abito nuovo

a Lei senza timore
perfino con speranza e un grande rispetto
quest’oggi mi rivolgo

convinto di trovare
in Lei
un orecchio attento

mi dica signor Raggiro
quanti siamo scongelati
con tacchi a spille o luride ciabatte

quanti siamo a chiedere – e a chi poi? –
verso quale meccanico di quale Quartiere Generale
possiamo elevare questa preghiera ingenua?

dove quando andremo nel paese del Dopo?
Credo siamo in tanti
a provare sgomento a tale proposito

caro signor Raggiro
per favore mi dica
ha notato per caso questa cosa

un’altra che trovo io ben strana?
me la spieghi La prego
se mai ci ha pensato

si tratta di una domanda
che nessuno mai si pone
salvo pochi ingenui

sul Dopo sì va bene
facciamo ipotesi del tutto strampalate
e ci preoccupiamo

per noi cibo da vermi
inquinati frammenti
rimane però oscuro un punto da chiarire

chi ci racconterà e c’illuminerà
su quel che facevamo
alla bassa marea nel paese del Prima?

 

I pescatori

Sulla riva del fiume un bel giorno d’estate
a distanza normale – che vuol dire normale? –
s’erano sistemati su scomodi sgabelli

due pescatori

a terra il materiale
scatola per le esche mosche vermicellini
ami e mulinelli

canne grande cestino
In tuta verde loro
con capelli a visiera

mollemente distese su pieghevoli sdraie
le mogli in disparte si annoiavano
leggendo poesie forse facendo finta

più passava il tempo
meno mordeva
la preda

malgrado gli ampi gesti
da mulino a vento
per buttare l’arpione

si alzò irritato uno dei pescatori
s’avvicinò all’altro
con fronte corrucciata

mi dica – se lo sa –
da un bel po’ di tempo
mi tormenta un pensiero

forse sono venuti
il momento e il luogo
per chiederci

da dove ci arriva la Coscienza del Sé
con Libero Arbitrio
sedicente a rimorchio?

chi ci ha caricati
sulle spalle quel peso?
mi dica – se lo sa –

di quale utilità per noi
è il capire
che ora qui ci siamo

tra che cosa
e chi sa
qual altra cosa ancora?

ben presto dall’arpione
verremo acciuffati
e non ci sarà modo di dire

non vogliamo.

La crepa

In un angolo perso o distratto o nascosto
– ancora non lo so –
del mio giardino rosa
mi sono rifugiata una sera di spleen

Sarà perché mi piace la parola
-giardino –

mi suona dentro furtivo campanello
parola dondolante incerta
a metà strada fra terra acqua e cielo
festa fragrante

in fondo al mio giardino diventato selvaggio
tra invasivi rovi erbe cattive sassi
si cela una crepa
un passaggio segreto

nella materna terra ove striscianti
cadono man a mano le cose
che non so più chiamare

il mio giardino rosa blu verde o grigio
– come oggi m’appare –
a volte bianco neve che in pianto si scioglie
sulla traccia del giorno si lascia andare stanco

ha sete
il mio giardino

e si sta consumando nell’autunno che vira
e volta sulla ruota
che mi sento girare
in fondo alla pancia sulla panca di muschio

il mio giardino a volte
raramente fiorisce
è poco – voi direte –
ma non è vero niente

fiori preziosi e rari dalla melma bocciati
in me sento fiorire
semi d’ombra e fragranza.

Piccola Antologia di Edith Dzieduszycka

Altro ormai era
l’Io
sfilato dal guscio
per approdare a dimensioni sconosciute
Ero diventato
quello
che aveva sostituito
l’Io precedente
e guardava
più in basso
la buccia vuota

Spettatore del mio rifiuto-scarto
del mio rifiuto-diniego
a reintegrarlo

Oggetto impotente
senza più voce
né volontà
in balia del balletto verde indaffarato
che gli volteggiava intorno
mosche ronzanti e avide
all’assalto
d’un pezzo di carne marcia.

(Trivella, Genesi, 2015)

*

Lui dunque era diverso
ancora
Non aveva nulla da spartire
con quei robot disciplinati ed assenti
che vedeva brulicare
in fondo a quella gigantesca marmitta

Anche se non macinava più pensieri nuovi
possedeva ancora dei sensi
recettivi reattivi
degli strascichi di ribellioni istintive
Chi sa
forse dei sentimenti?

Nelle profondità del suo essere
forse vibrava
ancora
una fiammella restia a spegnersi
una scintilla ancorata alla sua essenza intima
in modo così indissolubile
da potersi estinguere soltanto insieme a lei

Forse girava
ancora
l’elica del desiderio
delle brame insoddisfatte
dei rimpianti dei rimorsi
ormai impenetrabili nella loro vaghezza

Forse
ancora

(da Trivella, Genesi, 2015)

Ebbene nel Paese di Qua,
dopo un certo tempo,
le Cose andarono in questo modo:
una Parola ne chiamava un’altra
che ne chiamava un’altra ancora.
Finché se ne perdeva il minimo significato.

Alcuni, più dotati e sensitivi, riuscivano però
a percepirne e a conservarne l’essenza.
Come un profumo.
Un’emanazione rarefatta,
che si riallacciava a sensazioni antiche,
evocatrici e famigliari.
E ci tenevano a conservarli il più a lungo possibile.
A farne provviste e tesoro.
Ma erano un’infima minoranza,
a sua volta derisa e ridicolizzata dalla massa
ostile al cambiamento.

I più, anzi, non sognavano che di stracciarle,
distruggerle, eliminarle, quelle Parole maledette,
fonti di malintesi, qui pro quo, insulti.
Farne degli altari, delle forche, dei falò giganteschi,
anzi, dei roghi, sui quali sacrificare chi non si piegava.
Ne nascevano conflitti cruenti e sanguinari
che si propagavano come tempeste
trasportate dal vento.

(da La parola alle parole, Progetto Cultura, 2016)

*

Inventare una storia una vita delle vite
afferrare frammenti
strappati rubati sfilati ad altri
altri inconsapevoli indifesi spogliati
privi della propria pelle
del guscio protettivo
aperti sventrati esposti agli elementi
Tutte emanazioni macerazioni carcasse
sbranate dal becco degli avvoltoi
dal dente delle iene
dalla bocca degli sparlatori
dall’indifferenza dei saggi
dal giudizio degli stolti.

Scavare nel mucchio
affondarlo rovistarlo
estirpare ogni filamento
sciogliere ogni nodo
rovesciare ogni diritto
appropriarsi di ogni residuo
conservare ogni reperto
sapere dove guardare
cosa scegliere cos’ascoltare
puntare come un cane
seguire le tracce
spiare le impronte
annusare le folate
andare controcorrente risalire le foci
stare in agguato del minimo segnale
di ogni sintomo gesto più insignificante
parola trattenuta frase interrotta
passo insicuro sguardo negato.

(da Squarci, Progetto Cultura, 2018)

Quello che cercava ed inseguiva
le sfuggiva
si ritraeva
si allontanava
risucchiato dalla nebbia.

Vuoto il suo pugno
a maglie troppo larghe
troppo strette la sua rete
debole la sua vista
imprecisa la sua mira.

Come se fosse miraggio all’orizzonte
avvolto in una foschia sempre più fitta
una morsa troppo lenta
incapace di afferrare.

Come se fossero inganni illusioni
l’avventura di quegli incontri
la fusione la simbiosi
tra sogno e racconto.

Reali invece il senso di vuoto
lontananza scollegamento
tra sete e sazietà
tra immagine e il suo riflesso.
Crescente la paura di non essere pronta
di mancare all’appuntamento
arrivare presto arrivare tardi
trovare le strade sbarrate
verso una pianura vuota.
Angosciosa
la sensazione d’impotenza inadeguatezza.

(da Squarci, Progetto Cultura, 2018)

*

Word

pagina immacolata
dove tutto diventa possibile
dove tutto può succedere.
All’improvviso.
A poco a poco.
Con slancio o con fatica.
A cui tutto si può confidare
il reale
come l’immaginario
il vissuto
e l’inventato.

Strada da dove si parte
che si segue
senza sapere dove porta
che si ramifica
nei mille sentieri paralleli delle righe.
Righe che si possono modificare
allungare abbreviare tagliare
copiare incollare eliminare.
Piccoli sentieri capricciosi
folletti imprevedibili
sui quali scorrazzare di giorno e di notte.

E’ come stare al volante d’una macchina
silenziosa potente nervosa docile
con il tetto apribile
che fa penetrare l’aria tiepida della primavera
con le marce morbide
il quadro di bordo ben illuminato
l’ampio parabrezza attraverso il quale
si vede scorrere il paesaggio circostante.

(da Squarci, Progetto Cultura, 2018)

Massa ingarbugliata
parenti di serpenti
larve blu tumefatte
insetti scricchiolanti abbarbicati stretti
come se dall’allaccio loro disperato
gli uni agli altri dipendesse
di quel mondo ignoto
l’incosciente salvezza.

Esisteva o no quel mondo fuori tempo
quel magma improbabile
quelle vite smaniose
inconsapevoli del loro essere
all’infuori oscuro del cilindro ristretto
nel quale s’agitavano per un tempo incerto?

O non era piuttosto immagine riflessa
il rovescio del vero
la coda fatiscente d’una cometa persa
il crine del cavallo smarrito e rassegnato
a scalpitare invano al centro del recinto?

Rabbiose quelle vite unte e formicolanti
ammorbavano l’aria circostante
di per sé rarefatta
da fetore pungente e vapori alati
fino a diventare densa e opaca
una fetida nebbia
che la fece tossire e lacrimare.

(da Squarci, Progetto Cultura, 2018)

*

Lei

di tenue sfumature e di silenzi grigi
si può
a lungo vivere
anzi
trovare l’angolo dimesso nella cuccia
dove stare al riparo da temute tempeste

Ci si può stendere
adagiare sereni
e perfino gustare il tempo senza scosse
tra una scossa e l’altra

Basta non indagare gli oscuri meandri
che serpeggiano fitti nell’antro trascurato
basta non ascoltare le voci
ostinate
che tentano di giungere
per niente rassegnate
alla coscienza pigra.

(L’immobile volo, Progetto Cultura, 2020, Primo premio alla carriera de Il Mangiaparole, 2019)

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

Edith de Hody Dzieduszycka. D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo. Passa la sua infanzia durante la guerra nel centro della Francia dove gli eventi di quel periodo lasceranno in lei tracce profonde. Di ritorno a Strasburgo nel 1945 vi compie studi classici. Lavora per dodici anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi avvengono al Consiglio d’Europa. Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, sempre in francese, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica – disegno, collage e fotografia -, incoraggiata da Enzo Bilardello, Marco Di Capua, Mario Giacomelli, Duccio Trombadori, André Verdet. Mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Nel 2007 viene pubblicato Diario di un addio, il suo primo libro bilingue scritto direttamente in italiano con la prefazione di Vittorio Sermonti. Pubblica in seguito numerose raccolte di poesia, haiku e aforismi, due romanzi, racconti; tra le raccolte di poesia appaiono: nel 2016 La parola alle parole, nel 2018 Squarci, e nel 2020 L’immobile volo, Ingranaggi 2021. Cinque suoi video con poesie recitate da Diego De Nadai si trovano su YouTube.

 

 

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  1. «Per fortuna il meglio è passato» (Ennio Flaiano)

    Milosz è stato un mio maestro, tanto tempo fa leggevo i suoi versi con ammirazione. L’ammirazione è restata ma è subentrato il rammarico che non posso più contare sui suoi versi… Milosz è un altro tipo di poeta, lui era un credente, credeva nella «pesantezza» della parola e delle parole, viveva in un mondo regolato dalla cortina di ferro, le parole per lui erano di ferro… Adesso noi invece sappiamo di abitare un mondo di sabbia dove le parole sono sabbia di sabbia, e le parole di un poeta non sono altro che geroglifici inscritti nella sabbia. Noi della nuova ontologia estetica non potremmo mai scrivere un verso siffatto:

    Quando morirò, vedrò la fodera del mondo

    Perché non c’è più un «Quando», noi sappiamo che non c’è mai stato un «quando», semplicemente non è mai esistito, che i nostri ricordi non ci sono più, che è saltata la continuità tra il passato del «Quando» e il presente del «quanto», siamo diventati «deboli» e «orfani», non possiamo più pronunciare le parole «pesanti», abbiamo dismesso l’avverbio «Quando» e lo abbiamo sostituito con l’avverbio «Forse», siamo entrati nel cono d’ombra delle parole d’ombra. Noi oggi potremmo tutt’alpiù scrivere:

    Forse un giorno anch’io vedrò la fodera del mondo,
    ma è molto improbabile… che ciò avvenga,
    la distanza tra me e Milosz la possiamo cronometrare
    in miliardi di chilometri che separano la cintura di Kuiper
    dalla nebulosa di Oort. Le stelle del suo firmamento
    stanno qui sul mio comodino insieme alle mie parole
    di sabbia…
    non ho altre certezze che la certezza della mia incertezza,
    questa sì, la mia più grande certezza, dalla quale però
    non mi è lecito arretrare…

    La nostra è una ontologia della caducità, la nostra ontologia è diventata «debole», chi non l’ha capito non ha capito nulla di quello che è accaduto al nostro mondo. Ci sono rimaste le «parole deboli» e con quelle, volenti o nolenti, ci dobbiamo arrangiare. Chi usa le parole «forti», le parole dell’elegia, le parole del panlogismo del secondo novecento, il discorso zanzottiano e post-zanzottiano, le parole «fortificate» , le parole polifrastiche e paesaggistiche o non ha capito nulla del nostro mondo o è uno sciocco (che poi sono la stessa cosa). Quelle parole sono finite nel buco dell’ozono della afasia dell’ultimo Zanzotto, e non poteva andare diversamente perché quelle parole corrispondevano ad una visione panlogistica del discorso poetico. A noi di quel mondo non ci sono rimasti che frammenti, e non ci resta altro da fare che impegnarci nella loro raccolta e catalogazione in un discorso poetico che sarà necessariamente frammentato e dissestato. A noi di quell’«armadio delle meraviglie» del novecento è rimasto questo, l’ha scritto Anna Ventura:

    L’armadio delle meraviglie

    Con mani tremanti e occhi azzurri
    ho aperto l’armadio delle meraviglie
    – c’era scritto anche fuori:
    armadio delle meraviglie –
    Ma dentro era vuoto.
    Ho spiato ogni angolo, se mai
    una piccola ampolla, una piuma,
    una scatola cinese, una perlina
    fosse rimasta ancora. Vuoto
    dovunque, vuotissimo vuoto.
    Ho rinchiuso le ante,
    dolcemente, con grazia,
    affinché nessuno sentisse
    io cigolio dei cardini. Chi sa
    forse è bene
    che altri continui a credere
    in questi armati e forse
    in tutta la terra grandissima,
    o in qualche vecchio museo,
    ancora esiste un armadio
    che non sia vuoto e risponda
    al suo nome meraviglioso
    con vere meraviglie. 1]

    Come una fragile tazza

    Come una fragile tazza
    a ricami verdi
    questo pomeriggio vuoto;
    che orribile spreco – imperdonabile –
    di splendore.

    Il fatto è che abbiamo dovuto sgombrare molte case, abbiamo dovuto abbandonare molte abitazioni noi della fine del novecento, e queste fatiche ci hanno lasciati esausti. Leggiamo questa poesia di Anna Ventura, una poetessa della stessa generazione di Edith Dzieduszycka:

    Le case

    Ho amato molte case
    E due moltissimo. La prima
    Era nel vecchio quartiere della città,
    partiva da terra ma poi si capiva
    che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
    La componeva
    una serie di stanze minuscole
    bianche di luce e calce-casa
    di astronomo,
    o di marinaio-
    In fondo,l’altana coperta
    Di travi decrepite,
    gonfia d’aria e di sole.
    Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
    e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
    la loro vita miseranda brulicante da basso.
    Non piacque a mia madre,
    anzi, le fece paura. Io invece
    ne rimasi ferita a morte,
    col tempo mi ammalai di nostalgia.
    L’altra è la casa del vento,
    tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
    solo gli spiriti dell’aria
    che di giorno e di notte
    bussano ai vetri con le loro manine.
    Neanche questa casa piace.
    E perché dovrebbe?
    Solo che intanto io ho imparato
    A mettere il bavaglio ai miei sogni,
    accettato l’assioma
    che la realtà rifiuterà di abbracciarli
    nel suo concretissimo giro ma io
    me li terrò lo stesso,
    nel giro infingardo
    della mia verità.

    1] A. Ventura, L’armadio delle meraviglie, Collana di studi Abruzzesi, 2004 p. 13

    [Recentemente un autore che asserisce di scrivere poesie mi ha scritto che lui non è d’accordo con la nostra impostazione ontologica perché lui è attento alla fenomenologia della poesia… non gli ho risposto, non mi sembrava il caso, la sua asserzione evidenziava una nonchalance in fatto di pensiero filosofico…]

    «andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole»

    Ho dimenticato di dire che quella «poesia» che ho inserito nel commento, non so se sia una poesia, forse è «altro» che indossa un vestito di «poesia»… ma forse è prosa, o addirittura finta prosa, o prosa che imita la «poesia»… Davvero, qui siamo nel regno dell’incertezza massima (e qui non si tratta soltanto di incertezza stilistica) poiché non c’è più una cornice che possa legittimare una poesia; possiamo dire che forse c’è un «quadro» ma senza più «cornice». Siamo arrivati dunque nel regno dell’incertezza massima, la poesia da qualsiasi punto di vista la osservi è qualcosa di irriconoscibile, siamo arrivati al punto che non sappiamo più distinguere una «cornice» dal «quadro», una «poesia» dalle linee del pentagramma che la delimitano, siamo entrati nel mare aperto, abbiamo perduto le «forme» e, in un mondo senza «forme», tutto diventa «informe». Senza che ce ne accorgessimo siamo entrati in un nuovo orizzonte di eventi dove gli «eventi» sono privi di «forma». Stavo riflettendo su questo fatto, perché è un «fatto», si tratta di un «fatto» che è accaduto e che non dipende dalle nostre singole volontà, anzi, dirò di più, dirò che tutti coloro i quali scrivono dei romanzi o delle poesie senza aver riflettuto su questo «fatto» rivelano di essere degli amatori ingenui, scrivono opere kitsch, fanno del kitsch perché non sanno quello che fanno, perché accettano per vera quella che è una fiction, una finzione. E allora bisogna dire con la più ingente consapevolezza che ciò che scriviamo è privo di «forma», perché siamo entrati nel campo aperto dell’«informe»… ma, senza «forme» non ci sono «eventi», perché l’evento si dà sempre in guisa di una forma… e qui si verificano conseguenze ancora più gravi: quello che scrivono e hanno scritto i bravi «poeti» inconsapevoli di oggi e di ieri l’altro sono cose kitsch, sono frattaglie… perché manca la consapevolezza che

    «andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole»

  2. Nella poesia di Elio Pecora c’è come una melanconica rammemorazione di quell’antico umanesimo che gli dà un tono di miseria e di splendore per ciò che se ne è andato, forse per sempre.

    C’era una volta un giardino ai piedi di una collina,
    dietro un muro di pietra. Una rete verde di ferro
    lo circondava. Vi fiorivano d’estate dalie
    gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri,
    un loto, un’acacia, un melo verde, un fico
    spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera.
    Il vento recava i rintocchi di campanili lontani,
    abbaii, cinguettii come musiche accordate.
    In quel giardino, d’estate, tornava un uomo
    che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte
    contro il rumore, e là s’illudeva di trovarle
    e ne godeva come il dono inatteso di un paradiso.
    Poi venivano i giorni delle piogge e delle parole vuote.

    (Elio Pecora, Rifrazioni, Mondadori, Lo Specchio, 2019)

    Scrive Pier Aldo Rovatti: «Quanto si può reggere la serietà di una frase perché questa non divenga completamente falsa?».1]

    Non c’è dubbio che un certo tipo di poesia di oggi che sembra credere apoditticamente nella propria «rappresentazione» non si accorge che la serietà del suo frasario è divenuta completamente falsa, la falsità che la puoi avvertire dal tinnire dei suoi fonemi e dei suoi lessemi, e anche da quella coincisione con cui fonemi e lessemi sono posti in polinomi frastici perentori e autoritari, tanto più assertori quanto vuoti di significazione.

    La poesia di Elio Pecora, con il trascorrere dei decenni, dalla opera di esordio, La chiave di vetro (1970), è maturata, è diventata più sinuosa, filamentosa, complessa, negligentemente seriosa; è che il trascorrere dei lustri ha dato al poeta napoletano di Roma quella accogliente intelligenza, quella amara consapevolezza circa la «deperibilità delle parole», della loro temporalità e del loro progressivo entrare nell’imbuto della insignificazione. È questa consapevolezza timorosa e dolorosa che dà alla poesia di Elio Pecora quell’aura di doloroso allontanamento dalla assiomaticità della dicitura poetica di un quotidiano asfittico e di scuola. L’epoca della metafisica è inevitabilmente tramontata, ciò che si apre è un nuovo scenario che porterà sul palcoscenico nuovi attori e una nuova recita. Ma è che quella metafisica non può essere semplicemente defenestrata dalla nuova epoca post-Covid della odierna accumulazione del capitale, occorre fare i conti con quella metafisica che ha esautorato l’impalcatura dell’io con le sue retoriche, nella poesia di Pecora c’è come una melanconica e dolente rammemorazione di quell’antico umanesimo che dà un tono di miseria e di splendore a ciò che se ne è andato, forse per sempre, non a caso riprende un aforisma di Ludwig Wittgenstein: «La vita di conoscenza è la vita che è felice nonostante le miserie del mondo».

    1] P.A. Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina. Mlano, 2007 p. 95

  3. La poesia di Edith Dzieduszycka a me piace: anche se non mi è di esempio, non ancora, quel suo perdurare nel sentimento, senza causa ed effetto. Ma la trovo leggibile – oh, per me è tanto! – anche per due o tre lunghe composizioni. Mi piace quando non arriva a conclusione… l’angoscia, o come definirla altrimenti. Una sorta di stasi nella baraonda… perfetta per una lettura catartica, liberatoria, anche del peggiore dei sentimenti. Esatto opposto della poesia consolatoria; anzi, vorrei a volte che “peggiorasse”.

  4. Contenta che tu riesca a leggermi caro Lucio! Farò del mio meglio per “peggiorare” !!!

  5. L’armadio…… (un altro)

    Dalla pancia gremita di un armadio, di cianfrusaglie gravido, venivano sputate, strapazzate dal tempo e dalla rosa erose, cose strampalate e tarmati ricordi, mode oltre smodate dall’ansia di rinnovo rosicchiate Reliquie imbalsamate, trofei dimenticati, ciarpame da buttare al vento del ricambio, ma che nessuno, mai, si decide a gettare Potrebbe fare comodo, chi sa, un giorno o l’altro, va conservato
    Non ne poteva più quell’armadio ingorgato al punto di scoppiare esibendo budella Gli veniva da piangere, quasi da vomitare Per sbaglio spalancata un’anta antintrusione da quel grembo materno, una mattina grigia al suolo s’accasciò, stupita, diffidente, una timida sfida a lungo trattenuta nelle viscere grezze Una sfida al passato, una sfida sofferta alla conservazione, alla memoria fiacca del Museo della Muffa.

  6. Nella nota dell‟ottobre 1973 che accompagna “Il castello”, Calvino
    preannuncia una terza parte del libro “con materiale visuale moderno”:

    «Pensai ai fumetti: non a quelli comici ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamps, guerra aerea,
    scienziati pazzi. […] alcune persone scampate a una catastrofe misteriosa trovano rifugio in un motel semidistrutto, dove è rimasto solo un foglio di giornale bruciacchiato: la pagina dei fumetti. I sopravvissuti, che hanno perso la parola per lo spavento, raccontano le loro storie indicando le vignette, ma non seguendo l‟ordine d‟ogni strip: passando da una strip all‟altra in colonne verticali o in diagonale».
    Il motel dei destini incrociati avrebbe potuto essere un esperimento di romanzo pop, ma non si è concretizzato:
    «Non sono andato più in là della formulazione dell‟idea così come l‟ho esposta ora. Il mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo di esperimenti si è esaurito. E‟ tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro?»1

    Le storie de Il castello dei destini incrociati nascono dalle figure dei tarocchi e dalla loro messa in sequenza. La lettura è orizzontale, da sinistra a destra; ogni carta assume il proprio senso da quella precedente e da quella seguente, legate per via deduttiva, come in una griglia di parole crociate o inuna successione di vignette. Ancora una volta, possiamo individuare il riferimento ai fumetti: le battute dei personaggi, hanno spesso lo statuto particolare del dialogo diretto “visto”: un “fumetto” è la sentenza finale di Orlando appeso per i piedi che ha finalmente tutto chiaro, o il grido dell‟Ingrato punito da Cibele (“- No! – era il grido che vedemmo uscire dalla sua gola ammutolita”).

    1 Italo Calvino, Nota finale a Il castello dei destini incrociati, Einaudi, Torino 1973, p.128.

  7. milaure colasson

    cara Edith,

    è con piacere che ti trovo qui, all’ombra dell’Ombra… come sai leggo nel disordine, non seguo mai l’ordine delle pagine, è così che va letto un libro di poesia, scavando un cunicolo, il proprio, attraverso il libro.
    Mi sono innamorata di due poesie, penso che ti ruberò qualche verso (inquietante) e li darò a Gino Rago che così li metterà in una sua poesia. Anzi, caro Gino, perché non fai entrare anche Edith come personaggio di qualche tua poesia?
    A parte gli scherzi, ti volevo dire che adoro la poesia “Muri quattro”, è un vero capolavoro di suspence, scritto con la tecnica del giallo, che non sai mai il verso seguente cosa dirà. Le immagini (di Diego De Nadai) del video ricreano, interpretandola, l’atmosfera drammatica della tua poesia.
    Mes compliments.

    • gino rago

      Considero Italo Calvino che scrive:«[…] Il mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo di esperimenti si è esaurito.
      E‟ tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro?»,
      e condivido
      un nuovo tentativo di poesia in stile Kitchen

      Gino Rago
      Madame Colasson, il Conte di Kevenhüller e il filosofo Žižek
      (con il flusso di coscienza dell’uccello Petty)

      Marie Laure Colasson interpella la scultura «l’uccello Petty ».
      posata sopra il comodino a destra del soggiorno
      dell’appartamento in affitto sito in Roma,
      Circonvallazione Clodia n. 21,
      accanto ad un volantino color turchese
      e una molletta per i panni.

      L’uccello Petty:
      «Egregio critico Linguaglossa,
      la informo che
      la Bestia di cui parla il Conte di Kevenhüller
      l’ho catturata io, è un sedicente poeta elegiaco,
      una vera canaglia,
      le cui auto pubblicazioni oscillano fra lo Specchio Mondadori
      e la collana bianca dell’Einaudi,
      l’ho chiusa a chiave nella toilette dell’atelier di Piero Tevini
      sito in questo stabile al piano quinto.
      Resto in attesa dei 49 milioni di euro a suo tempo trafugati
      dalla Lega lombarda di via Bellerio;
      mi sto preparando
      per la cerimonia della targa
      all’ex Presidente della Repubblica
      Carlo Azelio Ciampi …
      Ma che è che non è la squadra omicidi
      del commissariato del dott. Ingravallo
      ha manomesso il nome deturpandolo,
      allora la sindaca dell’Urbe,la Raggi,
      ha reclamato essere stata oggetto di un complotto
      ordito dalla Lega lombarda e da Fratelli d’Italia per detronizzarla
      dalla carica di sindaco
      e far decollare la candidatura della leghista Irene Pivetti
      – l’ex Presidente della Camera dei deputati –
      per le elezioni del sindaco di Roma Capitale
      e così infliggere un colpo mortale ai 5Stelle…

      Il Conte di Kevenhüller
      ha già ordinato alla Tesoreria Generale della Banca d’Italia
      di corrispondere 49 milioni di euro
      a chi colpirà la Bestia,
      somma che verrà corrisposta dal Regio Cassiere
      don Antonio Porta
      per il tramite del direttore dell’Ufficio Affari Riservati
      di via Pietro Giordani, 18…

      Allora accade che il pentastellato Lucio Mayoor Tosi
      contatta il filosofo Žižek
      il quale ha appena affibbiato un ceffone in pieno viso
      al segretario della Lega lombarda,
      tale Salvini, ben noto al commissariato del dott. Ingravallo
      in quanto reo di aver baciato in pubblico il rosario
      della Madonna Santissima Addolorata
      dopo aver deglutito alcuni panini
      alla mortadella e alla porchetta di Ariccia
      pregandolo di risolvere a suo modo la questione…

      Allora, Žižek ha telegrafato al commissario Ingravallo
      intimandogli di sortire fuori dal romanzo
      di Carlo Emilio Gadda
      e di assumere servizio presso il commissariato della Garbatella
      in subordine al commissario Montalbano
      che ha risolto il caso chiamando in servizio operativo
      nientemeno che il filosofo Giorgio Agamben
      il quale ha scritto una interpellanza
      al Presidente del Consiglio Mario Draghi
      che a sua volta ha ordinato al Generale Figliuolo
      di intercedere presso la Santa Sede per via dell’affaire
      Madonna Santissima Addolorata
      baciata dal nominato Salvini sul pubblico palco del Papeete
      quando i sondaggi lo davano al 34%
      mentre il nominato chiedeva «pieni poteri» per poter risanare
      l’Italia…

      La storia non finisce qui, potrebbe continuare, ma noi la vogliamo
      interrompere proprio qui…».

      Sarà quel che sarà, ai posteri l’ardua sentenza.
      *

    • gino rago

      A integrazione della eccellente nota di lettura di Giorgio Linguaglossa dell’antologia poetica, tratta da Ingranaggi di Edith Dzieduszycka, ri-propongo il Retro di copertina, da me curato, dello stesso libro poetico,
      Ingranaggi (Ed. Progetto Cultura, Roma, 2021)

      Poesia tra le più trasparenti e limpide che mi sia di questi tempi toccato di leggere e di ammirare, questa di Edith Dzieduszycka i cui versi sembra che emergano da un magma confuso, indistinto; forse il magma dell’esistere stesso, forse il magma dell’esperienza sensibile, forse perfino il magma di un sogno, ma del sogno fatto a occhi aperti e sempre in presenza della ragione per non sprofondare definitivamente nel buio delle contraddizioni. In questi Ingranaggi giocano un ruolo attrattivo-repulsivo due parole-chiave: «suicidio/sudicio», un mix di ironia, spaesamento e auto flagellazione.
      In questa nuova raccolta, la Dzieduszycka edifica versi adescando dal suo vocabolario parole pescate dalla sua patria linguistica, una patria fatta soltanto di parole abitate, le stesse parole che abitano il suo linguaggio poetico.

      Edith Dzieduszycka non si discosta mai dal «cerchio del dire», ovvero da quel perimetro ben delineato, a lei noto e praticato e abitato, quello spazio linguistico all’interno del quale le «cose» sono in grado di andare incontro al poeta parlandogli senza trappole, senza trabocchetti, perché le «cose», prese nei loro ingranaggi molteplici, ci parlano sempre, non cessano mai di parlarci.

      Questa capacità di incontro e di colloquio con le «cose» è precipuo dell’autrice, l’incontro con quegli oggetti nell’atto stesso in cui essi cominciano a caricarsi di energia emotiva e valenza simbolica e da oggetti si trasformano in «cose» linguistiche che la poetessa francese, di adozione romana, chiama il «Sé privato» stabilendo una distanza infinita da quell’io poetante narcisisticamente autoreferenziale di tanta poesia odierna.

      (Gino Rago)

  8. milaure colasson

  9. Ottime queste tre poesie, con quesiti filosofici . Complimenti all’autrice

  10. Rileggendo questa poesia della cara amica Edith Dzieduszycka sono giunto alla convinzione che è finito al capolinea lo stereotipo classico secondo il quale un tempo lontano c’era la cornice che era lo strumento con cui il quadro veniva isolato dalla realtà e considerato come un dominio esclusivo dell’arte. Oggi è cambiato il paradigma: la finzione del «quadro» viene identificata come luogo della contaminazione tra l’esperienza testuale e quella empirica della vita quotidiana, tra il “dentro” e il “fuori” al «quadro».

    La riconfigurazione multi prospettica dell’oggetto culturale propria dell’età elettronica del web trova il suo contesto ideale nel World Wide Web, è simile ai graffiti sui palazzi delle città moderne, è un patchwork, un puzzle, un cartoon multiculturale e babelico, questi sono gli autentici luoghi della visione distratta, della corrispondenza e della compromissione.

    Nella poesia esistenziale di Edith si ha una stratificazione e definizione del “letterario”, che è diventato il luogo della investigazione della materia dell’esistenza dal punto di vista di «una» coscienza, da un punto di vista unico, centrale. Nella raccolta “L’immobile volo” (2020) sono due i punti di vista coinvolti nel dialogo: Lui e Lei, due punti di vista che confliggono, che si scontrano. Ancora un passo e saremmo nella visione multiprospettica propria della nuova ontologia estetica.

    Quella «cosa» si offre alla lettura multi prospettica propria della poesia e del romanzo moderni, qui il multi prospettivismo è diventato prevalente rispetto alla lettura lineare oggi quasi del tutto tramontata a vantaggio della lettura trasversale, desultoria, intermessa, multi prospettica, ora rapida, ora lenta, tipica dei lettori abituati al web; mentre quella lineare continua ad esistere, come ibernata, nella lettura dei codici, delle leggi pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, dei regolamenti comunali, delle circolari ministeriali, degli atti giudiziari etc…

    L’inconscio messo in mostra ed investigato da Edith Dzieduszycka è un inconscio multi prospettico, filamentoso, contraddittorio, abitato da fantasmi, fitto di oggetti e di maschere disparate, in semi ombra…
    Ancora un passo e avremmo la poesia multi prospettica della nuova fenomenologia del poetico kitchen…

  11. Colgo tutta l’ironia che ne “la crepa” in una sera di tua consapevolezza spleen, cara Edith, sottolineo consapevolezza, “in fondo alla pancia sulla panca di muschio” ( sotto la panca la capra crepa sopra la panca la capra campa!) il dolore consapevole sfugge alla gravitazione e sostanzia un tempo poetico; che esattamente come dice Lucio Tosy nella consapevolezza kitchen è nostro trastullo “peggiorativo”. (Abbraccione)

    Grazie OMBRA.

  12. Mimmo Pugliese

    DOMANI COMINCIA

    Domani il giorno comincia un’ora prima
    a colazione inoculano cristalli liquidi.

    I lati scaleni del rettangolo scorrono sulle dune,
    adesso che le albicocche sono asteroidi
    il collo dell’ukulele è il figlio di Andromeda.

    Secoli di neve vivono in armadi di papavero,
    sulla punta degli ombrelli
    lo stagno diventa nave alberata.

    Il pentagramma ha alamari di onice
    Agata ha perso l’allure, beve succo di ceci.

    La locomotiva assiste al torneo di Winbledon,
    Il coppiere della Tavola Rotonda è un agente del Kgb.

    Betaprotene gioca a baccarat con il gallo cedrone.
    Coppie di paguri baciano sulla bocca delle torce elettriche

    nella tenda dell’erborista indiano
    al campeggio sul versante oscuro del Circo Massimo..

    UN DELFINO

    Un delfino smercia casse di birra.

    I segni zodiacali hanno l’emicrania
    fuggono in taxi.

    Il giardino d’inverno non ha palpebre,
    un’alba di betulle svincola sulla superstrada.

    Giacche di ozono marciano sulle grondaie,
    sono in saldo fasci di endecasillabi.

    Le picozze sudate dell’alpinista
    brandiscono campi di grano selvatico.

    La criniera dello spritz
    cerca stelle cadenti nella clessidra,
    un geo disinvolto ha fatto un brutto sogno
    lo racconterà al mercato delle falci.

    La tendopoli imbroglia il segnale orario,
    rampe di scale raggiungono Capo Horn in un balzo.

    La rotta degli alluci
    coincide con il prossimo anticiclone
    che trafùga oggetti alla primavera.

    • vincenzo petronelli

      Complimenti vivissimi per questi tuoi due componimenti caro Mimmo: trovo la prima in particolare strepistosa già a partire dal suo incipit: “Domani il giorno comincia un’ora prima a colazione inoculano cristalli liquidi”. La trovo un incalzare di immagini potenti e mozzafiato, grazie al ritmo serrato che la contraddistingue.
      Buona domenica ed un abbraccio.

  13. milaure colasson

  14. Ho ritrovato una mia poesia che avevo smarrito (in risposta ad una poesia di Ewa Lipska)

    Ewa Lipska
    Il protagonista del romanzo

    “Cara signora Schubert, il protagonista del mio romanzo
    trascina un baule. Nel baule ci sono la madre, le sorelle, la famiglia,
    la guerra, la morte. Io non sono in grado di aiutarlo.
    Si tira dietro quel baule per duecentocinquanta pagine.
    Non si regge più in piedi. E quando finalmente esce dal romanzo,
    viene derubato di tutto. Perde la madre,
    le sorelle, la famiglia, la guerra, la morte. In un forum
    su internet scrivono che gli sta bene.
    Forse è un ebreo o un nano? I testimoni
    affermano che taceranno su questo argomento.”

    Giorgio Linguaglossa

    cara Signora Schubert

    Cara Signora Schubert, che dire?, la protagonista del mio romanzo
    un tempo è stata carne viva, si portava sempre dietro
    una borsetta con tutto il necessaire per il trucco
    e la cipria per coprire le rughe del viso…

    È andata in giro per l’Europa
    per inseguire il suo uomo… Amsterdam, Amburgo, Vienna,
    Venezia, Budapest… che dire?,
    oggi lei non rimpiange nulla, perché nulla è reale,
    ha amato Herr Cogito quando amare era diventato problematico,
    lui non aveva avuto il tempo per ricambiare il suo amore
    e così teneva la sua foto nella tasca interna della giacca,
    ogni tanto la tirava fuori per ammirare
    i suoi riccioli biondi, mentre viaggiava con la valigetta diplomatica
    lì sul treno blindato che trasportava Lenin
    verso il fronte russo…

    sa, amarsi sul treno blindato non è proprio l’ideale…
    così il tempo passò che alla guerra
    era stato fissato…
    ma poi iniziò subito dopo un’altra guerra,
    e riprese ad inseguire il suo amore per le città bombardate dell’Europa…

    poi anche quella guerra finì come finiscono tutte le guerre,
    i soldati ritornarono alle loro case
    e ritornò anche Cogito,
    in un telegramma con un indirizzo: via delle ciliegie
    4° edificio presso il cimitero Dorotheenstädtischer Friedhof, in Chaussestraße
    alla periferia di Berlino est.
    Magnolie e margherite.

    (Traduzione di Adeodato Piazza Nicolai)

    Ewa Lipska
    Protagonist of the Novel

    “Dear Misses Schubert, the protagonist of my novel
    drags a wardrobe trunk, In it the mother, sisters, the family,
    war, death. I am unable to help him.
    He’s dragging that trunk for two hundred and fifty pages.
    He no longer can stand on his feet. And when he finally exits the novel
    they steal all he owns. Loses the mother,
    the sisters, the family, the war, death. In an internet
    forum, they write that he deserved it all.
    He’s maybe a Hebrew or a midget? Witnesses
    declare they will remain mute on this matter.”

    Giorgio Linguaglossa
    Dear Misses Schubert

    Dear Misses Schubert, what can I say? the protagonist of my novel
    was once living flesh, she always brought with her
    a small bag with all necessities for make-up
    and the face powder to cover her wrinkles.

    She went around Europe
    to follow her man… Amsterdam Hamburg, Vienna,
    Venice, Budapest … what is there to say?
    today she has no regrets since nothing is real,
    she loved Herr Rogito when loving had become problematic,
    he didn’t have the time to return her love
    and so kept her photo in the inside pocket of his jacket,
    from time to time he pulled it out to admire
    her blond curls while he travelled with his diplomatic bag
    on the armoured train taking him to Lenin
    toward the Russian front…

    you know, loving each other on the armoured train really wasn’t the best…
    thus time passed that was fixed
    by the war…
    but then immediately started another war,
    and he began again to chase after his love in the bombed-out cities of Europe…
    then also that war ended like all wars come to an end,
    soldiers returned to their homes
    and even Rogito came back,
    in a telegram addressed to Street of the Cherries
    4th Building, next to the cemetery Dorotheenstadtischer Friedhof in Chaussestrasse
    at the periphery of East Berlin
    Magnolies and marguerites,

    © 2018 English transltion by Adeodato Piazza Nicolai 2 poems: one by Ewa Lipska and the other by Giorgio Linguaglossa. All Rights Reserved.

  15. Vi avevo ringraziato tutti su FB, ma tengo a rifarlo abbondantemente qui sull’Ombra. Grazie per primo a te caro Giorgio, per questo tuo regalo inaspettato (anche se quasi di compleanno Gemelli!) e per i tuoi vari commenti come sempre psicanalitici- filosofici approfonditi sui miei Ingranaggi, nonché per la scelta molto accurata dei numerosi testi. Grazie di nuovo a Diego per i suoi raffinati video, a Gino Rago per la bellissima prefazione, a Marco Limiti, editore sempre disponibile e paziente, a Lucio Tosi per la messa a punto affettuosa della mia foto e il suo commento, a Mauro Pierno. Un grande grazie a te cara Milaure, per i tuoi interventi affettuoi e spirituosi da compatriota! Grazie a chi ha già letto il libro e me lo ha comunicato, e sono già parecchi. Che gioia avere tanti amici da ringraziare, soprattutto in questo periodo oscuro, che per fortuna sembra in procinto di allontanarsi. Speriamo tanto che all’orizzonte si profili il permesso di abbracciarci di nuovo! Sono come sempre in piena insonnia, sono le ore 5 e sento cantare un usignolo, che meraviglia!

  16. vincenzo petronelli

    Buongiorno e ben ritrovati a tutti. Ho letto con estremo piacere queste poesie della nostra Edith e la straordinaria lettura di offertaci da Giorgio, che chiarisce perfettamente delle chiavi di intepretazione fondamentali per una corretta comprensione dell’opera di Edith e per l’individuazione dell’ingranaggio (appunto) che connette la sua scrittura alla ricerca della Noe. Ho metabolizzato le poesie qui presentateci in ogni loro singolo passaggio,avendo peraltro già in passato avuto modo di soffermarmi su alcuni scritti di Edith (in particolare ho letto “Squarci”) e devo dire che la lettura dei suoi versi risulta tanto più affascinante, proprio nella misura in cui il primo approccio con la sua scrittura – lo ammetto – risulta straniante. Scrivo “straniante” perché ho sempre trovato un che di “provocatorio” (nel senso positivo di stimolo, contributo alla riflessione intellettuale) nella forma compositiva di Edith, rispetto alla strada tracciata da altri poeti del nostro collettivo e che ho approcciato per primi. Apparentemente, in varie poesie di Edith sembrerebbe (ma evidentemente ad una lettura superficiale e meno accurata) non essersi ancora sanato del tutto il conflitto ontologico che caratterizza la nostra ricerca: in realtà trovo che sia proprio qui l’originalità dei suoi versi ed è esattamente ciò che intendevo per “provocante”. In certo qual modo, Edith Dzieduszycka (adoro i cognomi polacchi) è forse la voce che più direttamente denuncia la “rottura”, mettendo in evidenza lo spaesamento, la disintegrazione, la frammentazione del soggetto. Edith, mi sento di dire, completa il nostro percorso, perché se da un lato, la poesia di un Mario Gabriele, è decisamente orientata verso la meta-trasposizione della scrittura verso la nuova ontologia – ed indubbiamente la sua poesia rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per tutti noi – i versi di Edith sembrano invece interrogarsi, quasi filologicamente, sulla genesi dello sbandamento del nostro tempo, offrendoci i suoi spunti in maniera orizzontale, diretta, come un diretto destro puntato allo stomaco. A tutto ciò va aggiunta la qualità della sua versificazione e trovo che poesie come “Muri quattro”, “I pescatori” e “Lei” siano delle gemme – come molta poesia della Noe – che contribuiscono ad illuminare e risollevare il panorama, spesso sconfortante ed anodino, della poesia complessiva contemporanea.
    Buona domenica a tutti voi, amici dell’ “Ombra”.

  17. Segnalato affettuosamente da Giorgio, trovo ora il tuo commento così approfondito, caro Vincenzo, e te ne sono davvero molto grata. Non sapevo che seguivi così attentamente il mio lavoro! Sarò “straniante” perché “straniera”, sicuramente, con delle “tournures de phrases” non proprio italiane, delle forme bizzarre che faranno risaltare il fondo! Quello che mi differenzia dalla NOE, e Giorgio sa come la penso, è il mio perseguire un filo conduttore all’interno di una poesia, nella quale i frammenti partono o sbocciano in un pensiero. Domani verrà messo su YouTube e FB una poesia scritta nel 2019, La Statua, recitata come sa fare lui da Diego De Nadai, con un testo di accompagnamento di Luigi Celi..

    • vincenzo petronelli

      Grazie per la risposta e per la segnalazione, cara Edith. La poesia è di una straordinaria, rara intensità e l’interpretazione di De Nadai la rende struggente e solenne nel suo incedere. Grazie ancora ed a presto.

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