Poesie kitchen di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni, Ilya Prigogine, La poetry kitchen è questo campo aperto di possibilità stilistiche e linguistiche, Dialogo tra Jacopo Ricciardi, Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa, È quando cade il linguaggio poetico di Zanzotto e di Fortini che si profila all’orizzonte il nuovo linguaggio poetico, Lucio Mayoor Tosi, Ombre

OmbraDensa

“Il Decalogo è chiaro, il Codice pure”
di Mario M. Gabriele, da In viaggio con Godot, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

L’io è letteralmente un oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione che chiamiamo funzione immaginaria.
J. Lacan – seminario XI

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.
J. Lacan – seminario XI

Il declassamento ontologico del “Soggetto parlante”. L’idea del «Soggetto parlante» è qualcosa che è in viaggio, qualcosa di inscindibile dal linguaggio, anch’esso sempre in viaggio nell’accezione mutuata dalla linguistica e in particolare da de Saussure, di un soggetto nel linguaggio, ovvero di quel soggetto colto nella sua inferenza con il significante in quanto condizione causativa del Soggetto. Questa premessa, se ricondotta nel campo psicoanalitico, implica che non vi sia ambito del desiderio, e che dunque non si possa dare propriamente parlando alcun fenomeno dell’esistenza, se non all’interno di una dimensione che potremmo definire con Lacan «originariamente linguistica», determinata cioè dall’«Altro» come luogo della parola fondata così sulla totalità dell’ordine simbolico in quanto ordine causativo del Soggetto.

Mario M. Gabriele

Il Decalogo è chiaro

Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare. L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n.1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.
-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,
chiese un turista.
-E’ la mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.
Allora, che salvi Barbara Strong,
e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
e i morti per acqua e solitudine,
e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
e che ci sia una sola primavera
di verdi boschi e alberi profumati,
come in un trittico di Bosch.
Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.

Ci furono mostre di calici sugli altari,
libri di Padre Armeno e di Soledad,
e un concerto di Rostropovic.
Usciti all’aperto prendemmo motorways.
Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di morire,
c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
A San Marco di Castellabate
la stagione dei concerti era appena cominciata.
Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.
Un relatore rimandò ad una nuova lettura
I Cent’anni di solitudine di Garcia Màrquez.
Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.
Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie.

Jacopo Ricciardi

Se penso alle domande e alle affermazioni che pone questa poesia, guardando che qualcosa c’è accanto a qualcosa che c’era, è proprio che a uno stato del presente (un presente appunto fatto di non-presenza) il passato rimane tale, opponendo appunto una presenza passata a una non-presenza presente. Le domande della poesia della non-presenza a quella della presenza sono delle bolle che esplodono in quel luogo passato (anche il futuro è costituito allo stesso modo) creando delle assenze temporali, come un muro crivellato di colpi attraverso cui passa l’aria in modo più libero. Certo da questa angolazione quel muro è destinato a scomparire sotto le innumerevoli bombe delle bolle, e forse attraverso le macerie del tempo si vivrà, in una verità più reale, e forse questo avrà delle conseguenze sociali e politiche, forse. L’esperienza apatica aiuterà il pensiero a riformularsi, in un epoca che si affiancherà alle altre in un normale faticoso procedimento, forse. Cosa essenziale per ora è ‘fermare’ (rendere apparente) questa ricchezza, e scriverla.

Giorgio Linguaglossa

La poetry kitchen è questo campo aperto di possibilità stilistiche e linguistiche. Una nuova politica e una nuova poiesis sono concetti connessi (preso atto della crisi della poiesis e della politica del passato), e sono possibili solo attraverso una nuova ontologia. Nello stesso ambito dobbiamo anche inserire le analisi della produzione artistica, della letteratura, dell’etica e del linguaggio. La questione resta sempre quella che Aristotele chiamava prote philosophia, «filosofia prima». Un’importanza centrale assume l’analisi del linguaggio poetico, giacché l’uomo è, come vuole la celebre definizione aristotelica, «l’animale che ha il linguaggio», però questa definizione non può essere presa e accettata acriticamente, ma dev’essere problematizzata nei suoi risvolti metafisici. Dalla risposta che la civiltà occidentale e ciascuna poetica ogni volta darà alla domanda «Cosa significa avere un linguaggio?»  non dipende solo lo status della critica letteraria e delle scienze ingenerale, o dell’arte e della letteratura, ma quello della definizione stessa di “umano”, e quindi della vita, dell’etica e della politica. Inscindibile da queste questioni è quella del tempo e della storia. Ed è la questione centrale per una nuova poiesis. Vivere e agire, e cioè l’etica e la politica, avvengono solo nel tempo e a partire dal tempo. Critica dell’ontologia significa innanzi tutto una critica dell’idea di tempo e di storia che da questa ontologia deriva e che a essa dà forma. La proposta di una nuova ontologia nella quale la rivista è impegnata fin dai suoi esordi significa allora la proposta di una nuova idea di tempo e di storia, di una nuova esperienza del vivere e dell’agire nel tempo della storia.

OmbraMarie Laure Colasson

La domanda «Cosa significa avere un linguaggio poetico?», richiede una risposta. Scrivere una poesia significa poter rispondere in qualche modo. Ma non saprei rispondere se non affermando che è il mio modo di vita e il nostro modo di vita che decide qual sia il mio linguaggio. Rectius, la «patria linguistica» dove abita il mio linguaggio. Una patria fragile ed esposta alle intemperie.

Posso solo dire che il mio linguaggio (non so se sia gran cosa) un giorno l’ho trovato bello e pronto. Come questo sia avvenuto è per me un mistero. Del Linguaggio poetico di Jacopo Ricciardi ho l’impressione (anche considerando le sue dichiarazioni) che esso appartenga alla nozione di «frammezzo», sostare in una dimensione che non richiede l’adozione della dimensione spaziale e della dimensione temporale, in questo modo sospende il suo linguaggio in una zona limbale, chiaroscurale…

Jacopo Ricciardi

Provo a rispondere sia a Milaure Colasson qui sopra che a Giorgio Linguaglossa qui sotto. Sperimentare questo “frammezzo” alla scrittura, nel lavorio della scrittura, dà un piacere e uno sgomento positivo (almeno a me) per questa zona della mente che si va riempiendo di cose (ombre, frammenti, itinerari, lampi) in una apparizione precaria che però regge mano a mano che la scrittura continua e si ripete. Ora al dilatarsi dei particolari, al proiettarsi di questi pezzi di relitti, all’accatastarsi di queste ‘cose’, l’autore si chiederà se già questo diverso aspetto (l’orologio che lo governa ha lancette che saltano, che sfumano, che collidono) non vada a premere su quella realtà materiale, e mentre se lo chiede e valuta penserà e crederà che già quella fattura imprevedibile stia filtrando e inquinando l’assetto di quella realtà materiale, per poi concludere che è proprio la materialità di quella realtà a tramutarsi in quell’altra sostanza, e che l’aspetto delle cose è ormai del tutto diverso e coincidente con il respiro e la libertà della mente. Il poeta potrebbe avere la sensazione che il mondo intorno a lui sia definitivamente mutato, e le regole che lo governano debbano essere riscritte daccapo, e potrebbe non avere torto.

OmbraFuggevole

Francesco Paolo Intini

BENTORNATO SAN PASQUALE

Una talpa inghiotte chiodi.

C’è da dare eternità al dentifricio
voglia di schiuma nella coscienza.

Ora è fuori Leonida
Il greco di caverna parla persiano.

E nel tiro a canestro
Il palazzo di Serse guadagna tre punti.

Lo stramonio promuove il suo libro di cucina
C’è un salotto TV per l’occasione. Un altro per domani
Dopo il turno dell’ orca.

Come premere il pulsante della gru
Fargli fare un giro tra le ossa e sparare.

Una palma vende programmi
sui giochi di colombo

contro la noia, ma loro non sembrano offesi
il mondo non li riguarda

girano e amano tra denti traballanti.
Molari forano le terre intorno San Pasquale.
Una rotatoria, diritta come un palo

mangia un bar. Un angolo divenuto padre
culla il suo equilatero.

Così bello da esporlo su via Sparano.

S’infuria una gondola in sosta vietata
Da chi? Lo scaleno in piazza Mercantile:
-Noio voulevam savuar…

Una lucertola tampona una fragola.
Al verde imparato in letargo succede il vaiolo.

E’ già successo?

Una coppia di bottiglie s’avvicina al marciapiede.
Se fosse amico il re dell’universo.

Scalpita il tacco, l’asfalto come fa, li tace.

Al saggio che chiede cosa avviene dopo la fine della metafisica
risponde: -Arrivedorci!

Giorgio Linguaglossa

Bisogna aver deglutito dosi massicce di un farmaco antidotico per poter pensare di scrivere in questo modo, davvero, è che Franco Intini deduce tutte le conseguenze dal fatto che siamo passati dalla motorizzazione della vita privata degli Anni Sessanta alla digitalizzazione della vita privata di questi Anni Venti del nuovo secolo.

Un nuovo linguaggio poetico può sorgere soltanto quando il precedente linguaggio poetico è caduto nell’oblio. È quando cade il linguaggio poetico di Zanzotto e di Fortini che si profila all’orizzonte il nuovo linguaggio poetico. Una patria linguistica sorge e si afferma soltanto quando un’altra patria linguistica scompare.

Pensiamo un momento alla «patria linguistica» che noi siamo, che noi siamo diventati. Sono portato a pensare che il linguaggio poetico propriamente non esista, sia un non esistente, un non esistente in atto, cioè in presenza.

La costruzione di un nuovo linguaggio poetico non può mai sortire dai linguaggi precedenti o coevi per, diciamo così, filiazione diretta o indiretta; non c’è una linea di continuità o di discontinuità che ci può ricollegare ai linguaggi precedenti o coevi. Questa è l’idea del riformismo moderato applicato ai linguaggi che pensa di poter progredire in linea retta da un linguaggio poetico all’altro. Bisogna pensare a questa problematica mediante un altro apparato concettuale: è mediante la dialettica del negativo che possiamo afferrare questo concetto. Questa è una aporia che bisogna accettare. È una contraddizione incontraddittoria.

Quello che si può fare, e che noi stiamo tentando di fare, è costruire le cornici, le coordinate di un nuovo linguaggio poetico, e nient’altro. La poetry kitchen è appunto questo «contenitore» che però si scava la fossa nel momento in cui emerge, nel mentre cioè che scava il fossato che la divide dai linguaggi poetici del pregresso e del contemporaneo. Ecco perché il «contemporaneo» e il «nuovo» sono categorie che oggi sono diventate vuote, gassose, che non appena le afferri si sbriciolano tra le dita e volano via nell’aria. È per via del «frammezzo» (Das Zwischen) che la nuova poiesis può emergere, da una zona larvale e limbale che non sta né qui, nel mondo empirico, né là, nel mondo non empirico.

OmbraKandinskijGiorgio Linguaglossa

«Le difficoltà non risiedono nelle nuove idee ma nel sottrarsi alle vecchie che ramificano in ogni angolo della mente».(Keines)

«Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni». (Ilya Prigogine)

caro Carlo Livia,

Tu parli di «ontologie formalizzate in semantiche e mitologie senza sbocco». Puoi spiegare meglio cosa intendi e a che cosa ti riferisci?

La nuova ontologia estetica segue il medesimo ordine di idee del grande chimico russo. Parafrasandolo potremmo dire che «la forma-poesia è un sistema instabile, e che non esiste un sistema instabile che non possa prendere svariate direzioni». È fondamentale la dimensione caosmotica e caosferica in ossequio a quella filosofia pratica e mondana, a quella prassi tipica della poiesis kitchen a cui si è accennato con la citazione di Prigogine. La zona di indeterminazione, è una zona stilisticamente sismica, altamente instabile e infiammabile che connette il fuori, con il dentro, che riesce a dentrificare il fuori e fuorificare il dentro, coltivare un immaginario, per sortire fuori dalla nostra zona di comfort normografico e normologico ed entrare in una zona di indeterminazione e di indifferenziazione entro la quale costruire un crocevia d’incontri, un assemblaggio, un patchwork, una story telling, un puzzle dinamico e instabile, una autobiologia, una giustapposizione di registri stilistici e lessicali, quello che Pasolini chiamava «multistilismo e multilinguismo». L’entanglement che si rinviene così di frequente nella poesia della nuova ontologia estetica o poetry kitchen è un concetto molto diverso dalla empatia che si ha nel discorso poetico epifanico della tradizione novecentesca; nei tuoi testi si ritrova l’empatia piuttosto che l’apatia, la ierofania piuttosto che la diafania, il sacro-sublime piuttosto che il profano; la tua posizione, comprensibilissima, è in linea di continuità con la poesia epifanica di un Ungaretti e del primo Montale, il che in sé non è un disvalore ma segna una distanza considerevolissima rispetto alla poesia del profano che  si tenta di perseguire con la poetry kitchen.

26 commenti

Archiviato in poetry-kitchen, Senza categoria

26 risposte a “Poesie kitchen di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni, Ilya Prigogine, La poetry kitchen è questo campo aperto di possibilità stilistiche e linguistiche, Dialogo tra Jacopo Ricciardi, Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa, È quando cade il linguaggio poetico di Zanzotto e di Fortini che si profila all’orizzonte il nuovo linguaggio poetico, Lucio Mayoor Tosi, Ombre

  1. La fine del modernismo europeo e la fine della poesia modernista
    26 maggio 2021 alle 14:41

    Carlo Livia in un sms mi chiedeva quale fosse il punto di distinzione tra la poesia kitchen e la poesia della tradizione (Livia cita a più riprese poeti modernisti come Paul Celan e Amelia Rosselli), la poesia di accademia che si continua a fare da alcuni decenni. Per un mio errore, il sistema wordpress mi ha cancellato la risposta; tento qui di riscriverne il nocciolo: trattavo nella risposta al quesito la fine del modernismo europeo in poesia e l’inizio di una nuova epoca (storica e poetica).

    Il modernismo europeo in poesia come nel romanzo finisce negli anni novanta. Herbert, uno dei massimi rappresentanti del modernismo europeo ha scritto negli anni novanta: «La poesia è figlia della memoria». Herbert scrive questi versi significativi: «stammi vicino fragile memoria/ concedimi la tua infinità». La memoria, strettamente connessa alla tradizione, è vissuta dai poeti modernisti come la più grande alleata per situarsi entro l’orizzonte della tradizione, e quindi della storia. I poeti e i narratori dell’età del modernismo percepiscono la storia come tradizione e la tradizione come storia, in un nesso indissolubile, e nell’ambito della tradizione introducono il «nuovo», di qui le avanguardie del primo novecento e le post-avanguardie del secondo novecento. Con la fine del novecento, con la caduta del muro di Berlino e del comunismo e la rivoluzione mediatica, le cose sono cambiate: la storia è diventata storialità e la tradizione è diventata museo, museo di ombre e di fantasmi, da difendere e da coltivare perché produce profitti.

    La nuova ontologia estetica invece con la sua ultima produzione: la poetry kitchen assume: «La poesia NON è figlia della memoria» perché la storia è mutata in storialità. L’oblio della memoria (da cui i celebri versi di Brodskij: «La guerra di Troia è finita/ chi l’ha vinta non ricordo»), segna l’inizio di una nuova poesia e di un nuovo romanzo, una poesia e un romanzo incentrati sulla dimenticanza della memoria e sull’oblio della tradizione. Qui, in nuce, c’è il punto centrale della nuova poesia europea. Un poeta del Dopo il Novecento non potrà più fruire dell’ausilio della memoria, dovrà imparare a farne a meno. La condizione drammatica dell’uomo della nostra epoca è contrassegnata da questo duplice oblio: della memoria e della tradizione. Questo duplice oblio narra la nostra condizione ontologica. Tutto il resto sono degli epifenomeni laterali. In quel duplice oblio c’è tutta l’impossibilità per un poeta di oggi di non poter più scrivere come i grandi poeti del modernismo europeo.

  2. Quarta versione

    Qualcuno ha scritto sul muro

    Al cavalcavia di Orte sulla autostrada del sole qualcuno ha scritto:
    «Il Nulla non ha direzione».

    Un filosofo marxista ha scritto:
    «Il Tutto è falso»,
    mandando a farsi benedire la dialettica hegeliana e anche
    la dialettica degli zoppi epigoni di oggi.
    «E poi c’è da dare identità al Domopak»,
    disse il poeta Francesco Paolo Intini intimando un alt alla signorina
    guardasigilli di “Portobello”,
    la celebre trasmissione televisiva di Rai1.

    «Ergo, ne deduco – disse Cogito – che oscilliamo tra il falso del Tutto
    e la indirezione del Nulla.
    Ci muoviamo a tentoni tra disfanie, discrasie, dispepsie,
    disformismi«.

    Madame Hanska dall’Alaska spedisce al Signor Cogito
    una cartolina piena di ghiaccio.
    «Ci sei?, sei Tutto per me».
    Risponde Cogito:
    «Mia cara Musa, tu invece sei Nulla per me».

    «Come dire che la parete bianca del Nulla è un fotogramma
    che dura per un bimillesimo di secondo
    e viaggia alla velocità di un nanometro,
    unità di misura della lunghezza che corrisponde a 10⁻⁹ metri»,
    interloquì Azazello dall’altalena
    nettandosi il muso con il bavero della giacca a quadretti.

    Il Signor K. mi scrive:

    «gentile Linguaglossa,

    Le spedisco una cartolina dall’Antartide a – 70 gradi centigradi.
    Qui non ci sono cose men che bianche,
    ma è un bianco così splendente che tutti gli altri colori
    del Vostro mondo si assottigliano
    e si confondono.
    Davvero, mi venga a trovare, mi creda,
    qui ci si vede più chiaro circa la non consistenza
    del Vostro rispettabile mondo,
    la Vostra ontologia privata non corrisponde più alla ontologia pubblica,
    ne prenda atto.
    Un cordiale saluto dalla solida positività del Nulla.
    Suo fedele interlocutore.
    K.».

  3. Jacopo Ricciardi

    “Il Decalogo è chiaro” di Mario M. Gabriele; “BEN TORNATO SAN PASQUALE” di Francesco Paolo Intini.

    La nascita e la morte non solo sfuggono eternamente (e qui siamo nella poesia empatica) ma nella

    Poetry Kitchen

    nascita e morte non esistono, e la vita “cade” in questo non esistere; ‘cadere’ che è un attraversare, ma forse più un comparire e uno scomparire nella non esistenza, e forse ancora meglio: quella vita stessa è in realtà non esistenza che scompare e appare, in posti imprevedibili di spazi e tempi imprevedibili.
    In questa realtà di inesistenza dov’è che appare il poeta e dove la poesia? Il poeta sta con il lettore e la poesia ha il ruolo principale. A una prima lettura i testi di Gabriele e Intini danno accesso a quella zona (campo) della realtà dove si materializza lo stato di inesistenza: è un luogo vuoto, senza direzioni, denso di se stesso e di simultaneità (plurali); ma i due poeti lo attuano in modo diverso, contemplativo e orizzontale il primo (qui i termini sono più sbagliati che giusti), direi un’inesistenza dall’onda lunga, mentre il secondo coglie l’inesistenza in un’onda rapida, sincopata, più vicina (a cosa? a se stessa, e il lettore è lì, col poeta e l’individuo e la sua realtà d’inesistenza). Oltre le spalle del testo si accede a questo campo di energia di inesistenza; ma la spalle della “siepe” appartengono al ‘paesaggio’, e quindi le cose del testo si “comportano” nella dinamica di un’inesistenza. Ora il testo di Gabriele si sparge come fumo, e più è preciso più si muove simile a un fumo, e ogni parola cade dentro se stessa e trascina quel mondo esterno fintamente materiale, intatto nella parola che lo svela in quanto realtà fintamente materiale che è immaterica e quindi mentale. La mente e l’inesistenza sembrerebbero fatte della stessa ‘cosa’, e questi testi poetici le mettono in relazione, le fanno vibrare l’una dentro l’altra, o addirittura vibra l’una che è l’altra. Il testo di Intini si avvicina all’energia dell’inesistenza e rende veloce e immediato e gigantesco il vuoto, e addirittura l’ultima strofa lo fa franare su se stesso ‘grandioso’, ossia come ad entrare nel friggere dell’energia e sentirla potente grande intorno e noi, lettori in forma di lettura, infinitesimali di inesistenza.
    Ora, noi che leggiamo siamo vivi, ma ora pieni di una energia diversa che si carica di inesistenza. Quando ho letto i versi “una palma vende programmi / su giochi di colombo” la mia mente ha riscritto istantaneamente “una palma stende ologrammi / su motti di rombo.” continuando a stare dentro al testo, avendo la sensazione di non averlo tradito, né continuato, ma che il testo fosse già un’alterazione di se stesso e la mia riscrittura mentale continuasse ad essere quel testo iniziale.

    • Jacopo Ricciardi

    • Siamo nell’ambito dell’interferenza. Almeno lo è il mio modus scrivendi. E dunque non mi stupisce, anzi mi solleva da un peso quanto scrive Jacopo Ricciardi:

      “Quando ho letto i versi “una palma vende programmi / su giochi di colombo” la mia mente ha riscritto istantaneamente

      “una palma stende ologrammi
      su motti di rombo.”

      continuando a stare dentro al testo, avendo la sensazione di non averlo tradito, né continuato, ma che il testo fosse già un’alterazione di se stesso e la mia riscrittura mentale continuasse ad essere quel testo iniziale.”

      In questo senso la poesia provoca una sua riscrittura continua. È essa stessa che si propone come soggetto modificabile nel mentre si emancipa diventando altro dallo scrivente per consegnare la password al lettore, rinunciando alla proprietà privata. Le molte voci che si intrecciano nel corpus poetico riflettono piccole storie, spezzate e ricomposte in mille maniere. Il mondo poetico è la vita stessa per come viene ritrasmessa dalla mente in forma di onda(il ritmo la rende evidente: distico1, nulla,distico2,nulla etc nel suo nascere da un titolo che vale una sorgente) . Il lettore, se c’è, ha la possibilità di aggiungere o sottrarre o lasciarsi scivolare addosso. Certo non è che in questo modo si possa dire qualcosa di significativo rispetto ai postulati dell’ Eugualeemmecidue ma intanto prende strade inattese, gioca a costruire onde elastiche sotto le grandi costruzioni dei mercati e dell’imbonimento di massa. Che la “non significanza” si traduca in forze mareali e movimenti di placche continentali assolutamente non controllabili?
      “Natura ridens” al cospetto dell’ Io, padrone di tutto, magnificamente inteso per le sorti progressive. Ecco, dopo le grandi sinfonie dell’ Io (grandiosa per me in questo senso la Plath e pochissimi altri), cosa c’è da aggiungere?
      Impossibile andare oltre, così come modificarne uno iota. Strofe chiuse nella loro superba bellezza al pari di Raffaello.
      Altro che stare ancora nel testo!
      Il leone, la lonza, la lupa vietano di salire a bordo della navicella.
      C’è bisogno di sguainare un nuovo linguaggio per accedere al mistero del gatto o di chi è metafora. Un dentifricio vale un regno concentrato in un punto dove Si e No sono ugualmente probabili? Provo a rispondere in un modo ma l’amore per l’altro non mi abbandona mai.
      Grazie Ombra

      QUASI A METÀ LUNA

      Un’ora apre il suo ventre
      sicura di far nascere il Sole.

      Ma ahimè soltanto notizie del TG.
      Parole eterne a dir qual era.

      Il mezzobusto prende la gamba di legno e la scaglia oltre il video.
      Ci sono notizie che si danno da sole.

      Veterani del Vietnam rincorrono ricette di lattuga.
      Schiere di Capa che saltano alla festa di San Rocco.

      Ah la mina che torna in valigia per la puzza di piedi.

      Quante falci si arrugginiscono al secondo?
      Totò in Blade Runner.

      Nell’intervallo si fa una spaghettata.
      Un architrave impreca contro la navicella di Kripton.

      Brucia intanto una pellicola.
      La strega che confessa di non conoscere Dio mente o non mente?

      Le spezzeranno i polsi,
      i polpacci aggrediti dall’ Ebola non si dissolvono.

      In regalo il fucile di Allende.
      Un giglio fiorisce nel napalm.

      E la luna?

      Stanotte ha lo zuccherino in bocca.
      Per un errore di battuta recitò l’Edipo.

      Ciao

      (Francesco Paolo Intini)

  4. mariomgabriele

    Si può dire che ogni testo poetico è un corpo dalle diverse patologie linguistiche e sensoriali, che pone il critico come un anatomopatologo con tutti gli attrezzi culturali di fronte alla dissezione del paesaggio interno dell’autore.
    Questo processo di identificazione della scrittura non può che trasformare in effigie i siti occulti del subconscio.
    Il periscopio biologico, temporale ed esistenziale, ma soprattutto l’intraducibilità di quel grande Papiro che è l’Universo, porta ad un destino fallimentare chiunque voglia fare una crociera filosofica o metafisica, tra centralità riflessiva e status religioso. La visione nichilista porta ad una ratio completamente dissonante con le istruttorie diocesane e conventuali.
    “Cercare il senso della vita? E’ il modo consolatorio che tutti in certi momenti adottiamo per bisogno appunto di consolazione. Ma trovare quel senso è precluso dalla conformazione stessa della mente, è domanda alla quale non c’è risposta. Il senso della vita è la vita che non ha alternative. La natura si pone forse quella domanda?
    La natura vive e basta. E noi non siamo forse natura, a meno di non compiere un atto di luciferino orgoglio che ci vorrebbe far superiori al resto della natura? Noi siamo diversi ma non superiori. Diversi solo in alcuni aspetti, ma anche noi natura per tutti gli altri.”(Eugenio Scalfari, su la Repubblica del 24 gennaio 1996, pag. 30, in risposta al Vescovo di Como, il quale alle tesi razionalistiche del suo interlocutore, gli risponde che: “Senza la Chiesa, senza Cristo, quanto è difficile mantenere salda la ragione).

    Il che non mi può esimere dal citare Heidegger ed altri filosofi positivisti, compresi Vattimo e Nietzsche con la concezione del soggetto-uomo reso debole sul piano dell’etica e dell’ontologia.
    Questi spunti si sono resi necessari per includere elementi poetici, semanticamente polimorfi, di fronte a un Decalogo e ad un Codice non sottoposti a revisione, dove chi va oltre -non lascia traccia-, a meno che non si citi Derrida che vede nella sola Scrittura, l’unica fonte del nostro Essere.
    Il supporto ermeneutico apre nuovi squarci interpretativi su questo testo, ne allarga i confini di un dire poetico riflessivo, che chiarisce la nostra condizione esistenziale, bene decodificata da Giorgio Linguaglossa e Jacopo Ricciardi, sempre in possesso di un PIN critico per entrare nello schema, nella immagine e nei simboli sotterranei presenti nei testi.
    La loro attualità ermeneutica costituisce oggi un primo piano, se non il principale, che colleghi il lettore alla poesia dandone una nuova rappresentazione significativa, attraverso una catena di elementi mai isolati ma aggiuntivi, in grado di spaziare con un discorso che è anche un percorso intellettuale. Con un sincero grazie.

  5. Siamo entrati nella superficie superficiaria dei linguaggi di superficie

    «Una talpa inghiotte chiodi.
    C’è da dare eternità al dentifricio»
    (F.P. Intini)

    Dinanzi ad una poesia come questa di Mario Gabriele e di Francesco Intini penso non ci sia niente da dire, perché si tratta di «riscritture» (dizione di Intini) di altre scritture le quali a loro volta sono delle «riscritture» di altre precedenti, e così via. Dicevo che non abbiamo niente da dire su queste scritture se le leggiamo dal punto di vista di un serio critico di poesia da Contini ai moderni critic reader oriented, del resto l’ermeneutica classica dinanzi ad un’opera pop o kitchen di nuova programmazione ha ben poco da dire, la chiave ermeneutica che fa riferimento al il pluristilismo e il plurilinguismo di cui ci parlava Pasolini non ci dice gran che, può illuminare gli svariati apporti lessicali e concettuali, anzi, iconici che entrano nel testo ma non potrebbe mai spiegarci perché proprio quei cotali reperti iconici e non altri siano entrati nel testo, non è un caso che Mario Gabriele parli di un atteggiamento da «anatomopatologo» che dovrebbe avere il lettore di questo tipo di poesia, e non si tratta nemmeno del «lettore ideale» a cui questa poesia si rivolgerebbe, si tratta semplicemente degli abitanti di un altro pianeta, ormai questo pianeta con i suoi brusii e i suoi rumori ha raggiunto e ottenuto il quoziente Zero dei linguaggi, non ha senso auscultare il battito cardiaco di un cadavere, qui siamo andati oltre lo stato cadaverico dei linguaggi, i linguaggi sono nient’altro che «compostaggio» di materiali inerti, isotopi radioattivi che daranno i risultati nefasti tra qualche tempo quando saranno rilevati dai rilevatori Geiger.

    Si tratta di «ontologie private», Gabriele e Intini attingono al proprio personalissimo repertorio di parole da discoteca e da bacheca, dove ci sta il linguaggio biblico e quello del cabaret televisivo, i linguaggi da twitter e quello reader oriented, il linguaggio comunicazionale. Forse non c’è migliore esempio di questa poesia per rendere manifesto che siamo entrati dentro il quadrante di una civiltà dell’oblio della memoria e della dimenticanza della tradizione. Questo genere di poesia ci parla proprio non parlando ad alcuno, senza avere in mente un «lettore oriented» o «dis-oriented», ci dice che siamo ormai entrati in una zona orizzontale dei linguaggi dove tutti i linguaggi sono situati sulla superficie superficiaria e sincronica dei linguaggi, effetti del bianco e sono diventati effetti di linguaggi, effetti di effetti che più bianco non si può.
    Oserei dire che si tratta di una «zona kitchen» che è identificabile nei termini di uno spazio vuoto al centro del soggetto che buca ogni concettualizzazione o, che è lo stesso, ogni possibilità di iscrizione dell’esperienza in un registro di senso. A ciascuno è data una possibilità di accedere a questo registro del fuori-senso e del fuori-significato come quel registro che consente la fondazione del senso e del significato.
    Lacan nel Seminario VII dedicato all’etica della psicoanalisi si riferisce a das Ding e al suo statuto come a qualcosa che si situa al di fuori di ogni significato. Se è vero, infatti che la Cosa è «quel che del reale patisce del significante», allora la vacuità nel cuore del reale (il reale del soggetto, ma anche il reale inassimilabile al senso, il reale «primordiale») altro non è che la condizione di possibilità di un pieno. Come infatti il vuoto è la condizione necessaria del pieno, il fuori-senso è la condizione di possibilità di ogni senso e di ogni non-senso. La Cosa è impiegata da Lacan come manifestazione del reale stesso, che si costituisce in un paradossale regime di intima esteriorità. La Cosa è ciò che, eccedendo i limiti del linguaggio, buca dal suo interno il linguaggio medesimo, rigettandosi così ad ogni sua eventuale espressione. Il reale non è la realtà. Se in Lacan la realtà è il tessuto del simbolico e dell’immaginario, il registro del reale è ciò che irrompe nella trama della realtà bucandone l’intreccio del senso e del significato.
    Questo incontro con il reale è sempre costituzionalmente fallimentare. Nell’esperienza linguistica ogni appuntamento con il reale è un appuntamento tradito, rinviato, rimandato, fallito, mancato. Il reale in sé è ciò che si sottrae senza indugio e senza meta; non si dà appuntamento con il reale se non nella guisa di un appuntamento fallito. Pur tuttavia, detto fallimento non indica l’impossibilità dell’incontro, l’incontro con il reale si manifesta nella guisa della mancanza, della fuga, della procrastinazione indefinita, del trauma della perdita. Nella scrittura poietica l’effetto sul soggetto di questo incontro sempre mancato con il reale si dà solo nella forma del trauma della perdita che non può che essere un effetto perturbante, straniante, spossessante, slontanante, l’effetto dell’incontro fallito con un significante. A costituirsi come trauma della perdita nel linguaggio è proprio l’incontro con un significante slegato dalla catena significante, un significante vuoto. L’inesprimibilità del reale coincide così con la sua radicale alterità e estraneità all’ordine del senso, del significato e della verità, mero momento di traumaticità.
    Se volessimo indicare in qualche modo approssimativo il concetto di poetry kitchen dobbiamo fare riferimento al nastro di Möbius come esempio classico di superficie non orientabile, dove non si ha che una unica dimensione della quale non è possibile stabilire convenzionalmente un sopra e un sotto, un dentro o un fuori; se tentassimo di attraversare questa figura, di percorrerla, ci accorgeremmo che il nastro di Möbius incarna perfettamente il paradiso di un linguaggio non orientabile in base all’assunto del senso e del significato, di un linguaggio libero e liberato dalla costrizione del senso.

  6. Tutti allo stesso tempo
    (Ossia un concerto di voci
    Ovvero coincidenze)

    Personaggi:
    Emme
    Erre
    Emmea
    Ci
    E
    Gi
    A
    Effe
    Esse

    L’operatore, ovvero

    studio teatrale 22.04.90
    rivisitazione maggio 2020

    AMBIENTAZIONE: (nove posti a sedere disposti a diversa altezza; agli estremi di essi alcune file di scatole tutte uguali. Nove individui occupano i rispettivi posti e a ritmo si passano le scatole. Tutti sono vistosamente scalzi. S, ad un estremo, avrà il compito di ripristinare la fila di scatole; dall’altro capo, M, avrà cura di riproporre il giro delle stesse. Gli altri personaggi: R, Ma, C, E, G, A, F.)

    (Terminando il giro silenziosamente)
    M
    R
    Ma
    G :
    A :
    F :
    S : vuota!

    M: Incomincio ad essere stanco.
    R: che senso ha?
    Ma: appunto che senso ha?
    C: …” Che senso ha?” Cosa?
    E: questa ricerca suppongo?!
    G: no, no…forse il senso…
    A: …ho inteso!
    F: io niente!!!
    S: centro quarantatré! Vuota!

    M: Passa.
    R: anch’io incomincio ad essere stanco!
    Ma: io ancora no.
    C: cercare, cercare, cercare…
    E: mai essere stanchi…
    G: appunto!
    A: certo!
    F: su sbrigatevi! (È l’unico a dare segni di impazienza)
    S: vuota!

    (Toccandosi i piedi)
    M: ho i piedi freddi.
    R: i miei sono di ghiaccio.
    Ma: i miei infreddoliti.
    C: i miei semirigidi.
    E: i miei raffreddati.
    G: i miei ibernati.
    A: i miei congelati.
    F: i miei…non ci sono! (Tutti disapprovano)
    S: vuota!

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo
    G: anch’io le indossavo
    A: io le infilavo
    F: io…semplicemente camminavo
    S: vuota!

    M: era un quarantuno!
    R: il mio un trentanove!
    Ma: il mio un trentacinque!
    C: il mio un trentasette!
    E: il mio un trentasei!
    G: il mio un trentotto!
    A: il mio un trentanove!
    F: il mio…un centoottant’otto! (Tutti disapprovano)
    S: vuota!

    M: Mi mancano.
    R: anche a me.
    Ma: pure a me.
    C: a me anche.
    E: a me pure.
    G: sicuro.
    A: chiaro.
    F: oscuro! (Disapprovano tutti)
    S: vuota!

    (Sempre guardandosi i piedi)
    M: Si, si…
    R: si, si, all’improvviso…
    Ma: si, si, all’improvviso scomparse
    C: si, si, all’improvviso scomparse nel nulla…
    E: si, si, all’improvviso scomparse nel nulla, perdute…
    G: si, si, all’improvviso scomparse nel nulla, perdute per sempre
    A: si, si, all’improvviso scomparse nel nulla, perdute per sempre
    per strada
    F: si, si…in effetti! (Sbrigativo. Ancora una impertinenza.)
    S: vuota!

    (Riflettendo)
    M: Riflettiamo
    R: riflettiamo
    Ma: riflettiamo
    C: riflettiamo
    E: riflettiamo
    G: riflettiamo
    A: riflettiamo
    F: …non pensiamoci più! (Occhiate di disprezzo da tutti)
    S: vuota!

    M: Non ci riesco.
    R: non ci riesco.
    Ma: non ci riesco.
    C: non ci riesco.
    E: non ci riesco.
    G: non ci riesco.
    A: non ci riesco.
    F: …io ci riesco! (come sopra)
    S: vuota!

    M: Allora ricostruiamo
    R: si, ricostruiamo
    Ma: certo, ricostruiamo
    C: dai ricostruiamo
    E: su, ricostruiamo
    G: via, ricostruiamo
    A: ricostruiamo, ricostruiamo
    F: …va bene…non pensiamoci più! (Disapprovazione, come sopra)
    S: ricostruiamo: centoquaranta sette! Vuota!

    (Avvincenti)
    M: Erano le quattro!
    R: già, le tredici
    Ma: precisamente le otto!
    C: esatte le sedici!
    E: in punta le nove!
    G: erano le sei!
    A: appunto le ventidue!
    F: … (Leggendo l’orario) …sono le… (Generale disapprovazione)
    S: vuota!

    (Squilli di telefono)
    M: Pronto?
    R: pronto?
    Ma: pronto?
    C: pronto?
    E: pronto?
    G: pronto?
    A: pronto?
    F: chi parla? (Crescente disapprovazione)
    S: vuota! (Terminano gli squilli)

    M: È per te?
    R: no! È per te?
    Ma: no! È per te?
    C: no! È per te?
    E: no! È per te?
    G: no! È per te?
    A: no! È per te?
    F: È per me! (Nervosismo dilagante)
    S: vuota!

    M: Vuole distoglierci.
    R: è vero
    Ma: allora, resistere
    C: continuare e basta
    E: senza tregua
    G: senza arrendersi
    A: giammai
    F: diritti alla meta! (Seppur sconcertati, cenni di consenso)
    S: vuota!

    (Caricati ripetono la strofa)
    M: Vuole distoglierci.
    R: è vero
    Ma: allora, resistere
    C: continuare e basta
    E: senza tregua
    G: senza arrendersi
    A: giammai
    F: diritti alla meta! (Tripudio di consenso)
    S: vuota!

    (Riprendono gli squilli)
    M: Non bisogna rispondere alle provocazioni
    R: ogni provocazione resterà impunita
    Ma: abbasso la violenza
    C: viva, via Ghandi
    E: mio padre non mi picchia
    G: mia madre neanche
    A: evviva, evviva
    F: diritti alla meta! (Ancora consensi)
    S: vuota! (Gli squilli terminano)

    M: Dove eravamo rimasti?
    R: dove eravamo rimasti?
    Ma: dove eravamo rimasti?
    C: dove eravamo rimasti?
    E: dove eravamo rimasti?
    G: dove eravamo rimasti?
    A: dove eravamo rimasti?
    F: diritti alla meta! (Costernati tutti. Ricomincia)
    S: vuota!

    (Ignorandolo)
    M: Scomparse
    R: giusto
    Ma: inopinabile
    C: d’accordo
    E: più che giusto
    G: giustissimo
    A: verissimo
    F: diritti alla meta! (Tutti al limite della sopportazione)
    S: vuota!

    M: Ma che ha?
    R: ma che ha?
    Ma: ma che ha?
    C: ma che ha?
    E: ma che ha?
    G: ma che ha?
    A: ma che hai?
    F: diritti alla meta!
    S: vuota!

    M: Non è proprio il caso di scherzare!
    R: proprio non lo è!
    Ma: certo!
    C: insomma!
    E: manchi di eleganza!
    G: alla tua età!
    A: vergognati!
    F: (Afono) diritti alla meta!
    S: vuota!

    M: Finalmente
    R: diventava insopportabile!
    Ma: ripetitivo
    C: fastidiosissimo
    E: sgradevole
    G: amarissimo
    A: disgustevole
    F: diritti alla meta!
    S: vuota!

    M: allora è un problema politico…
    R: non necessariamente…
    Ma: ma insiste…
    C: allora è sociale…
    E: no, politico.
    G: no, sociale.
    A: no, politico.
    F: diritti alla meta!
    S: vuota. Vuota alla meta!

    (Senza scampo)
    M: vuota alla meta!
    R: vuota alla meta!
    Ma: vuota alla meta!
    C: vuota alla meta!
    E: vuota alla meta!
    A: vuota alla meta!
    F: diritti alla meta!
    S: vuota!

    (Disperazione crescente. Sguardo ai piedi)
    M: Senza non andremo lontani
    R: soltanto pochi passi
    Ma: ai lati della strada
    C: seppure
    E: non più lontano di tanto
    G: vicino
    A: più vicino
    F: immobili! (Pare rinsavito…)
    S: vuota!

    M: Abbiamo perduto le scarpe,
    R: ci mancano,
    Ma: non è un mistero,
    C: siamo scalzi,
    E: non le ritroveremo,
    G: illudersi non serve,
    A: non serve,
    F: immobili! (…invece ricomincia)
    S: vuota!

    (Disperati)
    M: Cosa faremo?
    R: cosa faremo?
    Ma: cosa faremo?
    C: cosa faremo?
    E: cosa faremo?
    G: cosa faremo?
    A: cosa faremo?
    F: immobili! (Scoppi d’ira)
    S: vuota!

    (Esasperati)
    M: Digli di smetterla!
    R: digli di smetterla!
    Ma: digli di smetterla!
    C: digli di smetterla!
    E: digli di smetterla!
    G: digli di smetterla!
    A: smettila!
    F: (In piedi) Immobili!
    S: vuota!

    (Incazzati)
    M: Potrebbe anche sedersi!
    R: potrebbe anche sedersi!
    Ma: potrebbe anche sedersi!
    C: potrebbe anche sedersi!
    E: potrebbe anche sedersi!
    G: potrebbe anche sedersi!
    A: potresti anche sederti!
    F: (Sempre in piedi) immobili!
    S: vuota!
    M: Allora ignoriamolo! (Si alza, anche gli altri a turno)
    R: certo, ignoriamolo!
    Ma: lo merita, ignoriamolo!
    C: bene, ignoriamolo!
    E: ignoriamolo, ignoriamolo!
    G: ignoriamolo e basta!
    A: basta ignoriamolo!
    F: (Sedendosi) Immobili!
    S: vuota! Ignoriamolo!

    (Si ode un segnale orario. Potrebbero essere anche i rintocchi di una pendola, di un campanile lontano. Batte le sedici. Le quattro, pare l’attacco della quinta di Beethoven. La scena
    sì oscura. Sulle note de “io cerco la Titina” entra in platea l’operatore telefonico con in mano una seggiola pieghevole. Una bacchetta. Nell’abito rammenta Charlot, Totò, è molto impacciato. Ovvero, dirige il traffico, una orchestra immaginifica, dispensa faccine, risponde al telefono. Però la scena incalza. La sua voce diventa afona. Ovvero, è un personaggio irriconoscibile. Si sovrappongono immagini di Totò, di Charlot. Il palco si rillumina. Scompare. Anche F è scomparso. Ben visibile il vuoto lasciato sullo scranno. Il giro delle scatole riprende immutato.)

    M: Assurdità
    R: nullità
    Ma: fesserie
    C: frottole
    E: balle
    G: bugie
    A: …è scomparso! (F non c’è. A è turbata; la scatola cade nel vuoto)

    S: vuota!

    M: Senza senso
    R: non verificabile
    Ma: insufficiente
    C: meno che sufficiente
    E: mediocre
    G: scadente
    A: (Come sopra) È scomparso!!! (La ignorano)

    S: vuota!

    (Quasi sollevati)
    M: Basta distrarsi un attimo…
    R: certo, soltanto un attimo…
    Ma: un attimo…
    C: anche di meno…
    E: ancora meno…
    G: meno, meno…
    A: (Come sopra) È scomparso! (Ancora la ignorano)

    S: vuota!

    M: Basta distrarsi un attimo…
    R: certo, soltanto un attimo…
    Ma: un attimo…
    C: anche di meno…
    E: ancora meno…
    G: meno, meno…
    A: è scomparso!

    S: vuota!
    (Rispondendo allusivamente ad A)
    M: Delle buone ragioni
    R: delle buone ragioni di certo
    Ma: delle buone ragioni di certo indubitabili
    C: delle buone ragioni di certo indubitabili e irreversibili
    E: delle buone ragioni di certo indubitabili e irreversibili e
    inequivocabili
    G: delle buone ragioni di certo indubitabili e irreversibili e
    inequivocabili e indiscutibili
    A: … è scomparso!

    S: vuota!

    (Comprensivi)
    M: un piccolo sforzo
    R: un’altra strofa
    Ma: eravamo alla fine
    C: la sequenza era completa!
    E: non dovevi interrompere
    G: certo, non dovevi
    A: …è scomparso!

    S: vuota!

    (Ancora comprensivi)
    M: Sgombra la mente
    R: non distrarti
    Ma: attenzione!
    C: applicazione
    E: studio
    G: metodo
    A: …è scomparso! (Disapprovazione generale)

    S: vuota!

    (Ancora un’altra possibilità)
    M: che strano indolenzimento
    R: davvero
    Ma: rasenta la stanchezza
    C: più indolenzimento che stanchezza
    E: una via di mezzo
    G: il giusto mezzo
    A: ma è scomparso! (Sono sconcertati)

    S: vuota!

    (Per l’ultima volta)
    M: Ho i piedi freddi
    R: due pezzi di ghiaccio
    Ma: infreddoliti
    C: semirigidi
    E: congelati
    G: raffreddati
    A: … è scomparso!

    S: vuota!
    (Sbottando inesorabilmente)
    M: Non lega!
    R: con cosa lega!
    Ma: davvero non lega!
    C: insomma non lega!
    E: non lega per niente!
    G: per niente non lega!
    A: …ma è scomparso!!!

    S: vuota!

    (Ultimatum)
    M: Le responsabilità sono soltanto tue!
    R: sono soltanto tue le responsabilità!
    Ma: tue soltanto sono le responsabilità
    C: soltanto tue le responsabilità sono!
    E: soltanto sono tue le responsabilità
    G: le responsabilità tue soltanto sono!

    A: … ma è scomparso!!! (Disperata)
    S: vuota!

    (Nuovamente si ode un segnale orario. Squilli di telefono. Un pendolo, alcuni rintocchi di un campanile. L’attacco della quinta. Ancora una volta parte la musica della Titina. L’operatore, l’improbabile Charlot,Totò, forse un venditore di palloncini, forse il direttore d’orchestra, probabilmente il vigile, fischia, dirige, risponde, si accomoda sulla sedia pieghevole. Perde la bacchetta. Rimane afono. Prima buio poi di nuovo luce. La scena incalza è l’esibizione è interrotta. Scompare. Anche A è scomparsa.)

    M: Assurdità!
    R: nullità
    Ma: fesserie
    C: frottole
    E: balle
    G: bugie (la scatola ormai cade nel vuoto…S dovrà recuperarla)

    S: vuota! (…Disperato. Per l’impatto la scatola si apre)

    M: Senza senso
    R: non verificabile
    Ma: insufficiente
    C: meno che sufficiente
    E: mediocre (come sopra)
    G: scadente (come sopra)

    S: vuota!

    (Occhiate di intesa per l’avvenuta nuova scomparsa)
    M: Ci sono cose di cui non bisognerebbe parlare
    R: termini che non bisognerebbe usare
    Ma: assolutamente da dimenticare
    C: parole vietate!
    E: concetti vietati.
    G: contenuti vietati! (come sopra)

    S: vuota! (come sopra)

    M: Mai parlare
    R: mai usare
    Ma: da dimenticare
    C: vietare
    E: vietare
    G: vietare

    S: vuota!

    M: Mai parlare
    R: mai usare
    Ma: da dimenticare
    C: vietare
    E: vietare
    G: vietare

    S: vuota!

    (All’infinito)
    M: Mai parlare
    R: mai usare
    Ma: da dimenticare
    C: vietare
    E: vietare
    G: …boom! (Enfatizza la caduta della scatola)

    S: vuota! (Ride.)

    M: Mai parlare
    R: mai usare
    Ma: da dimenticare
    C: vietare!
    E: vietare!
    G: … boom!!! (Ride più forte. Gli altri disapprovano)

    S: vuota! (Ridono insieme)

    (Richiamo all’ordine)
    M: L’immagine del silenzio
    R: ali
    Ma: l’anima in concreto
    C: l’estasi vola
    E: l’estasi
    G: …infranta! (Accompagnando la caduta della scatola)

    S: boom! Vuota! (Entrambi ridono)

    (Ulteriore richiamo all’ordine)
    M: Solo parole
    R: semplici parole
    Ma: parole di parole
    C: parole alla terza
    E: parole alla quarta
    G: chi ha visto le mie scarpe? (Disapprovazione)

    S: boom! Vuota (Come sopra. Entrambi ridono)

    (L’ordine, soprattutto)
    M: L’economia della realtà non permette impertinenze!
    R: sia chiaro!
    Ma: la realtà non fa rumore!
    C: è sorda!
    E: è muta!
    G: (Emette una sonora pernacchia. Come sopra)

    S: boom!!! (Entrambi ridono sonoramente)

    (Soprattutto, l’ordine)
    M: È il tempo dell’insurrezione dei rumori,
    R: bisogna fermarli,
    Ma: la realtà non fa rumore,
    C: è sorda,
    E: è muta,
    G: (Come sopra. Ancora una pernacchia sonora)

    S: boom!!! Vuota!

    (L’ordine non si inceppa mai!)
    M: È il tempo dell’insurrezione dei rumori,
    R: bisogna fermarli,
    Ma: la realtà non fa rumore,
    C: è sorda,
    E: è muta,
    G: (Come sopra. Ancora una pernacchia sonora)

    S: boom!!! Vuota!
    M: È il tempo dell’insurrezione dei rumori,
    R: bisogna fermarli,
    Ma: la realtà non fa rumore,
    C: è sorda,
    E: è muta,
    G: (Come sopra. Ancora una pernacchia sonora)

    S: boom!!! Vuota!

    (Ancora un segnale orario confuso tra i rintocchi e un pendolo.
    L’apparizione dell’operatore, ovvero, è più confusa, pare essere imbavagliato. La musica, le immagini tutto più accelerato. Il buio più totale. La sparizione dell’operatore e di G ed S fulminea. Luce.)

    M: Assurdità
    R: nullità
    Ma: fesserie
    C: frottole
    E: balle! (Le scatole si esauriranno perché il giro è ormai inevitabilmente interrotto)

    M: senza senso
    R: non verificabile
    Ma: insufficiente
    C: meno che sufficiente
    E: mediocre (Continueranno anche a scatole terminate)

    M:
    R:
    Ma:
    C:
    E:

    (Alludendo alle recenti scomparse)
    M: non esprimersi,
    R: nessun giudizio
    Ma: soltanto caso
    C: puro caso
    E: coincidenze

    (Riflessivi)
    M: Il senso libero
    R: l’espressione
    Ma: la parola
    C: i concetti
    E: i problemi

    M: Non esistono,
    R: non esistono,
    Ma: non esistono
    C: non esistono
    E: non esistono

    (Alcuni giri a vuoto. Poi con nuovo rigore)
    M: Ho i piedi freddi
    R: i miei sono di ghiaccio
    Ma: i miei infreddoliti
    C: i miei semirigidi
    E: i miei raffreddati
    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo

    M: Mi mancano
    R: anche a me
    Ma: pure a me
    C: a me anche
    E: a me pure

    M: Abbiamo perduto le scarpe
    R: ci mancano
    Ma: non è un mistero
    C: siamo scalzi
    E: non le ritroveremo.

    INTERMEZZO – SIPARIO
    AMBIENTAZIONE:
    (Siamo alle spalle della scena precedente. Anche gli attori superstiti, M, R, Ma, C e E sono di spalle al pubblico e continuano a vuoto a passarsi le scatole inesistenti.)

    M: Ho i piedi freddi
    R: i miei sono di ghiaccio
    Ma: i miei infreddoliti
    C: i miei semirigidi
    E: i mei raffreddati

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo

    (Marcia trionfale dell’Aida. Trombe a tutto spiano.)
    (Attraversando tutta la platea accompagnati dalla musica assordante e marziale. In corteo sorridenti e festanti. Elegantissimi, G A F e S precedentemente scomparsi recano a passo trionfale enormi scatoloni da imballaggio. Una quantità indescrivibile di svariate scarpe verrà riversata sulla scena. Scene di giubilo. Entusiasmo alle stelle. Alle spalle intanto con indifferenza totale)

    M: Abbiamo perduto le scarpe
    R: ci mancano
    Ma: non è un mistero
    C: siamo scalzi
    E: non le ritroveremo
    (Incominciano a passarsi le scarpe nella speranza di trovarne un paio giusto. La marcia dell’Aida diventa il motivo di sottofondo che accompagnerà lo spettacolo fino alla fine dell’azione.)

    G: non è per l’occasione
    A: figurarsi questa
    F: non l’indosserei mai
    S: fossi morto!

    G: no, questa non è mia.
    A: no, non è neanche mia!
    F: non può essere nemmeno mia!
    S: fossi morto!

    (Sul retro)
    M: Mi mancano.
    R: anche a me.
    Ma: pure a me.
    C: a me anche.
    E: a me pure.

    (Sul palco)
    G: calzavo trentotto!
    A: io trentanove!
    F: io centoottant’otto!
    S: fossi morto!

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo
    G: a me serve sportiva!
    A: a me serve elegante!
    F: a me serve classica!
    S: fossi morto!

    G: … più alta!
    A: di più!
    F: di meno, di meno!
    S: fossi morto

    (L’orchestrazione dell’azione è a questo punto al massimo. La contemporaneità del movimento dietro e davanti al palco è totale. Medesima la ricerca affannosa e infruttuosa da entrambe le parti, tutti allo stesso tempo insoddisfatti della ricerca, fino a diventare totalmente afoni.)

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo

    G: anch’io le indossavo
    A: io le infilavo
    F: io…semplicemente camminavo
    S:

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo
    G: anch’io le indossavo
    A: io le infilavo
    F: io…semplicemente camminavo
    S: vuota! (Senza voce. Quasi un rigurgito)

    M: era un quarantuno!
    R: il mio un trentanove!
    Ma: il mio un trentacinque!
    C: il mio un trentasette!
    E: il mio un trentasei!

    G: il mio un trentotto!
    A: il mio un trentanove!
    F: il mio…
    S:

    M: ho i piedi freddi.
    R: i miei sono di ghiaccio.
    Ma: i miei infreddoliti.
    C: i miei semirigidi.
    E: i miei raffreddati.

    G: i miei ibernati.
    A: i miei congelati.
    F: i miei…
    S:

    (La stessa marcia di sottofondo. Ossessiva. La ricerca affannosa diviene ripetitiva ed evidentemente infruttuosa da entrambe le parti. Il sincronismo raggiunto è perfetto! Le voci sempre più afone. L’operatore ovvero Il direttore ovvero il vigile ovvero il conduttore…completamente in abito bianco, ricomparirà in scena)

    M: Eppure le avevo
    R: anch’io le avevo
    Ma: difatti le portavo
    C: anch’io le portavo
    E: io le calzavo

    G: anch’io le indossavo
    A: io le infilavo
    F:
    S:

    M: era un quarantuno!
    R: il mio un trentanove!
    Ma: il mio un trentacinque!
    C: il mio un trentasette!
    E: il mio un trentasei!

    G: il mio un trentotto!
    A:
    F:
    S:

    M: Mi mancano.
    R: anche a me.
    Ma: pure a me.
    C: a me anche.
    E: a me pure.

    G:
    A:
    F:
    S:

    M: Si, si…
    R: si, si, all’improvviso…
    Ma: si, si, all’improvviso scomparse
    C: si, si, all’improvviso scomparse nel nulla…
    E:

    G:
    A:
    F:
    S:

    M: Riflettiamo
    R: riflettiamo
    Ma: riflettiamo
    C:
    E:

    G:
    A:
    F:
    S:
    (I movimenti frenetici raggiungeranno il culmine. L’apparizione dell’operatore inaspettata. Pure la musica diventerà vorticosa e silenziosa.)

    M: Non ci riesco.
    R: non ci riesco.
    Ma:
    C:
    E:

    G:
    A:
    F:
    S:

    M: Allora ricostruiamo
    R:
    Ma:
    C
    E:

    G:
    A:
    F:
    S:

    M:
    R:
    Ma:
    C:
    E:

    G:
    A:
    F:
    S:

    L’operatore: allo stesso tempo il silenzio ed il rumore la scoria ultima del suono, le parole, gli uomini e gli oggetti…
    (Silenzio assordante e vorticoso…Tutta la scena pare un metronomo silenzioso, un pendolo, un tacet silenzioso e frenetico)
    La convinzione forte è che non ci siano più momenti di incontro casuali e che seppure i colori ed i suoni si centuplicassero, tutti allo stesso tempo, in sottofondo rimarrebbe un inespugnabile silenzio, una inespressa vita, vuota! Coincidenze completamente definite, nelle azioni, nelle parole, noi stessi compiuti all’infinito.
    La memoria la vera illusione.
    (Un gigantesco disco di Newton vorticosamente abbaglierà la sala decretando la fine dello spettacolo.)

    FINE.

    (Grazie OMBRA)

    • caro Mauro,

      direi che il tuo Atto Unico rappresenta in scena la Marcia Trionfale del Nulla (con le trombe dell’Aida di Verdi in sottofondo), con quegli scatoloni che rimbalzano di qua e di là e le parole assolutamente vuote che vengono pronunciate e masticate e i personaggi che parlano frasi sconnesse e smozzicate parenti strette del Nulla!
      Come nella procedura della ripetizione e del fermo immagine, qui si “svela” l’artificio delle parole, la loro parzialità, la loro insostanzialità, l’“effetto di realtà” prodotto dalle parole-simulacro… la realtà come effetto di qualcosa d’altro, come in un gioco di riflessi di riflessi… un gioco di specchi che non sappiamo, che non riconosciamo… questo è, per l’appunto, kitchen e chicken, chicken cotto al forno, parole come crocchette di chicken…

    • caro Mauro,

      tu scrivi alla fine dell’Atto Unico:

      «il silenzio ed il rumore la scoria ultima del suono, le parole, gli uomini e gli oggetti…
      (Silenzio assordante e vorticoso…Tutta la scena pare un metronomo silenzioso, un pendolo, un tacet silenzioso e frenetico)»

      dove è chiaro che il reale è ciò che interrompe e ostacola il funzionamento illimitato del dispositivo semiotico; qui è ben visibile l’irruzione del reale nella catena semiotica, l’impasse della formalizzazione e dell’elaborazione dell’inceppamento all’interno del dispositivo semiotico e semasiologico del testo. Il reale fa problema, è problema, all’interno della linearità del dispositivo linguistico nella misura in cui si insinua nella strutturazione simbolica della realtà. E se il dispositivo semiotico è ciò che funziona a patto di non arrestarsi mai, il reale emerge in questo meccanismo introducendovisi come un ostacolo, un inceppamento del motore semiotico che ne mina anche solo per un istante la stabilità della continuità.

    • vincenzo petronelli

      Caro Mauro,
      andando a perlustrare tra gli ultimi episodi dell’ “Ombra”, mi si è rivelata questa tua gemma. Ritengo si tratti di una straordinaria invenzione linguistica ed espressiva di grande giocosità: ho appena avuto modo di evidenziare in un mio intervento sull’articolo che cronologicamente precede questo. come ritenga quest’attitudine una straordinario valore aggiunto sulla strada dello sradicamento dei dogmi legati al linguaggio tradizionale della poesia e dell’arte in genere. La storia delle arti ci insegna come proprio la dimensione del gioco, della levità, dell’ironia, siano gli strumenti più efficaci per demolire le convenzioni e rivitalizzare le strutture e le categorie culturali tradizionali una volte logoratesi. La trama e l’intreccio surreali di questa atto unico è strepitoso e lo considero a tutto tondo un esempio di Poetry kitchen, perché difatto giunge all’altezza di un “gramelot” per la ricomposizione degli elementi del linguaggio e pur non essendolo “strictu sensu”, approda allo stesso apice di non-sense (che di questo processo di scomposizione e ri-composizione giocosa del mondo è a mio avviso la dinamica apicale) del gramelot. Ho riletto più volte questa tua proposta e mi si rafforza ogni volta l’idea che tu sia giunto sul punto di edificare una nuova cosmologia di significati che ci apre dei nuovi spiragli e dei nuovi indirizzi semantici.
      Grazie per aver condiviso questa chicca con noi.

      Buona serata.

      • Ti confido caro Vincenzo che l’idea del testo mi è venuta osservando l’andirivieni lungo il viale, meraviglioso dei tigli, che tu conosci, qui a Ruvo. Immaginai che tutta quella folla avesse perduto le scarpe e che percorrendo imperterriti “le vasche” forse le avrebbero ritrovate.
        Una dannazione dantesca! 🤭

        Un abbraccione.
        Grazie Petronelli, grazie Ombra.

  7. milaure colasson

    ad una prima veloce lettura: semplicemente originale! Siamo nel fuori-senso e nel fuori-significato!!!
    Complimenti!

    • milaure colasson

      caro Mauro,

      volevo parteciparti che ad una seconda lettura l’impressione tratta dalla prima lettura ne esce rafforzata: si tratta di un Atto unico del nuovo dadaismo kitchen, sfido chiunque a raccapezzarsi in quel tigullio di parole in libera sarabanda!
      Il segreto della poesia kitchen è semplicemente questo: commerciare con il Nulla senza alcun timore reverenziale, non avere dogmi o fidejussioni di alcun genere, saper porre agli arresti il significante e il significato. Soprattutto: non c’è né è mai esistito un significante primordiale (che alcuni chiamano dio). Il resto viene da sé.
      Complimenti!

  8. Carlo Livia

    TERRAZZA CON OSSA

    io e Terrazza con ossa siamo davanti al cosmo

    lei ha i suoi celibi nella borsa
    e un urlo di sagrestia nella caviglia

    il giardino ha quattro tumulti di maggio
    che litigano con la statua dell’addio

    il cielo è un soppalco stipato di antropocene

    un arcobaleno scuce Picasso
    grondando reliquie feroci

    gli anni missionari ci fusero sulla riva
    ora invocano lady Jane col tono della brughiera

    nella vetrina l’incesto fragile
    nasconde un’ostia nella pausa del tempo

    menzogne volano basse sulla notte
    spacciando salme con l’anima scoperta

    sogni pregano dalla vita in giù

    hanno sepolto la madrina nel vento sbagliato

    l’amore prova il mantello dell’Ultradio

    troppi io danzano intorno al precipizio

    /…/

    l’angelo pesante d’esilio si schianta sul teschio

    all’alba Buddha è coperto da lunghi confessori

    il Nazareno rigenera viadotti dorati in fondo al plenilunio

    il pianto selvatico cura De Chirico

    la stanza senza radici si apre alla femmina terminale

    ricordare erosioni mai viste spinge i santi all’allunaggio

    bionde succose si affacciano dalle vertebre astute dei morti
    ma il padrone non le aspetta più

    la preghiera di Kafka ha perso un follicolo color violoncello

    a chi mi sposò nella teca regalo ancora acqua crocifissa

    senza teologia abito nel taglio di un pesce
    nel covo della corsa alla sottana
    nell’interdetto della feritoia

    • caro Carlo,

      la tua poesia è indirizzata verso il «significante primordiale», il divino; la poetry kitchen invece in quanto locazione della memoria perduta non ricerca alcun significante primo, perché non esiste alcun significante primordiale che regge tutti gli altri significanti. Al posto del significante primordiale c’è un vacuum, il nulla.

  9. milaure colasson

    La Cosa è «quel che del reale patisce del significante»? Se è vero quanto dice Lacan, noi siamo sempre a contatto con la Cosa perché parliamo sempre… come scrive Heidegger, l’uomo non può stare un solo bimillesimo di secondo senza parlare, quindi, senza essere a contatto con il significante. Eppure, della Cosa non abbiamo la minima notizia, non ne sappiamo nulla. Qui non c’è nulla di misterico. Il segreto è in finestra, tutti lo possono vedere. Eppure, c’è chi non se ne accorge.
    Ecco, di questo io non cesso di stupirmi.

  10. gino rago

    Pro-memoria

    Guglielmo Aprile scrive:«Questo lavoro [l’ Antologia di poesia, curata da Giorgio Linguaglossa, Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016 pp. 352 € 18)] prova che i fondali della poesia italiana odierna sono scossi da onde sismiche e conati di rinnovamento, che é forse prematuro immaginare a quali sbocchi condurranno in un futuro più o meno prossimi, ma che sicuramente lasciano intravedere un orizzonte gravido di promesse, al di là della ricerca che ogni autore presentato persegue, con modi e attraverso forme irriducibilmente peculiari. Personalmente, non posso che essere grato a Giorgio, per l’infaticabile opera di ricognizione letteraria che ormai da tempo va conducendo, grazie alla quale ho goduto dell’opportunità di frequentare tante voci tra le più innovative e arricchenti della contemporaneità».

    Sulla stessa pagina de L’Ombra delle Parole del 2016 il curatore dell’Antologia Giorgio Linguaglossa scrive:«Come dice il titolo della Antologia di poesia
    “Come è finita la guerra di Troia non ricordo” (Progetto Cultura, 2016 pp. 352 € 18)
    la categoria centrale che mi ha spinto a mettere insieme poeti diversi in una Antologia è stata quella dell’Oblio della Memoria, ovvero, la dimenticanza. La mia personale scelta è stata quella di individuare poeti che avessero al centro della propria poiesis la tematica (invisibile) dell’Oblio della Memoria. Al di là delle distinzioni di genere e di specie, al di là delle idee e delle scelte ideologiche, mi è sembrata questa la chiave di volta per trovare la giusta intonazione per aderire ad un linguaggio significativo. E ciascun autore, intenzionalmente o meno, mi sembra che si sia mosso in questa direzione. A volte si sceglie una direzione di ricerca senza saperlo e senza volerlo; le direzioni si impongono da sé, sono i tempi storici che decidono per un indirizzo piuttosto che per un altro. Certo, viviamo in una epoca che ha messo la memoria del computer al centro della nostra vita quotidiana, e questo è un fatto significativo; oggi è il pc il salvadanaio della memoria. Il pc ci ha liberati dalla necessità di mantenere una memoria attiva, ed essa se ne è andata nel profondo della nostra psiche. E allora i poeti se la devono andare a cercare lì, non sanno più dove andare a rovistare, si muovono alla ricerca di qualcosa che è scomparsa. Ed ecco gli altri elementi caratteristici di questo fatto: ecco che sono diventati significativi l’Estraneo, l’Assenza, l’Altro, il Doppio, la Mancanza…
    Tutti fattori che nella poesia recente italiana mancavano, ecco che essi sono riapparsi, come per magia.

    Ed ecco il Perturbante, l’Estraneo, l’Irriconoscibile che vengono avanti. E la poesia è diventata prospettica, multilaterale, mutagena. Ecco che sono cambiati i temi, le tematiche: non più quelle del «privato» e del «quotidiano» ma quelle del «Doppio», dell’«Estraneo»; ecco che molti poeti si sono indirizzati verso il traslato, il «simbolico», il «frammento», il «mosaico», la quadri dimensionalità, hanno affrontato temi eterni, che appartengono alla nostra cultura dalle origini: il Minotauro, le suggestioni del mondo omerico, la nuova mitologia del contemporaneo de-mitologizzato…

    In tutto ciò, le classiche questioni incentrate sul Linguaggio sono venute meno pressanti, anzi, sono sparite del tutto…».

    Ecco allora, per me, la questione delle questioni della nostra poesia: la Memoria. Anzi, l’Oblio della Memoria.

    Ma la Memoria non tanto secondo l’idea di Platone e della filosofia greca incentrate su Mnemosyne, quanto nel senso di Umberto Galimberti quando in riferimento alla scienza moderna egli scrive:
    «[…]la memoria è la capacità di un organismo vivente di conservare tracce della propria esperienza passata e di servirsene per relazionarsi al mondo e agli eventi futuri… Non esiste un centro neuronale della memoria. La memoria non è localizzata in singole zone ma è piuttosto il risultato dell’interazione dell’intera attività corticale».

    • gino rago

      In una delle sue pertinenti e lucide riflessioni sulla poesia in stile kitchen, in armonia con la quintessenza di ciò che sullo stesso argomento Giorgio Linguaglossa sta precisando nelle sue numerose meditazioni ospitate su L’Ombra delle Parole, Marie Laure Colasson scrive:
      «Il tema dell’identità di genere della poetry kitchen si basa su un concetto piuttosto semplice:[…] la poesia kitchen non ha identità alcuna, non dà certezze a nessuno, non è né maschio né femmina, e neanche transgender, non vuole essere trasgressiva e neanche rassicurante, disconosce i concetti di avanguardia e di retroguardia, concetti del secolo trascorso che non hanno più cittadinanza nell’epoca del Covid-19 e dei sovranismi; inoltre, si sente a suo agio nel presente, in questo presente confuso e contraddittorio, e lascia libero ciascuno di assegnarle l’etichetta che più aggrada.

      La poetry kitchen non vuole essere definita da stereotipi e/o da categorie del passato. È un genere ibrido, fluido, mutevole, instabile, né poesia né prosa, tantomeno prosa poetica o poesia prosastica, non poggia su alcuna certezza, non garantisce alcuna identità, non v’è distinzione tra il genere innico e il genere elegiaco, categorie continiane che possono applicarsi ben che vada alla poesia del ‘900 e del tardo novecento; rifiuta il concetto di identità, non si presenta come un nuovo «modello», non è la gardenia di Dorian Gray e neanche la pipa o la bombetta o l’ombrello di Magritte né il ferro da stiro di o l’orinatoio Duchamp, non ricerca la identità di genere, anzi, non ricerca nessuna identità, la sua sola identità è la promiscuità e l’ibrido, l’infiltrazione e la permeabilizzazione del testo; è insieme ilare e drammatica, ideologenica e mitologenica, si esprime per assiomi infondati e per aforismi derubricati; la poetry kitchen avverte la responsabilità di promuovere la mental inclusivity di tutti i punti di vista, non chiede di essere riconosciuta ma soltanto dimenticata dopo averla letta, non rivendica che la propria inautenticità, la propria sintomaticità; fate attenzione: è una malattia esantematica e contagiosa, e poi è democratica e rivoluzionaria perché sconvolge gli stereotipi e le categorie che vorrebbero irreggimentarla, inoltre è allergica alla poesia da salotto e ai salotti tele-igienizzati del politichese letterario, infine piace ai giovani e ai giovanissimi.
      Così è se vi piace. Ed anche se non vi piace».
      *
      Gino Rago
      [Nuovo tentativo di poesia in stile kitchen]
      *
      L’agente Hanska e Madame Colasson
      pedinano da tempo la scrittrice Elsa Morante.
      Al direttore dell’Ufficio Affari Riservati
      giunge un biglietto con un messaggio in codice.
      Il commissario Ingravallo travestito da Sherlock Holmes
      lo decifra, c’è scritto:

      «Dottor Linguaglossa,
      Elsa Morante pensa in via dell’Oca n. 27
      ciò che scrive in via Archimede n. 121,
      passa tutta la vita nel frammezzo
      (das Zwischen)
      fra questi due appartamenti ammobiliati;
      ha sostituito Verdi, Mozart e Pergolesi, con “Le ombre”,
      gli acrilici di Lucio Mayoor Tosi,
      l’extimità con l’intimità, la dimensione ipnagogica
      con la dimensione ontologica;
      legge Stendhal, Melville, Palazzeschi, Flaiano
      e getta nel cestino i libri di suo marito,
      Alberto Moravia!».

      Il direttore dell’Ufficio Affari Riservati
      di via Pietro Giordani n.18,
      il poeta Giorgio Linguaglossa
      convoca con urgenza la squadra omicidi:

      «Bisogna arrestare lo Scià di Persia:
      Mohammad Reza Pahlavi.
      Fermiamo questo manigoldo ad ogni costo,
      Putin telefona a Lukashenko,
      gli dice che lo Scià ha ripudiato Soraya e sta scappando dalla Persia
      con la nuova moglie, Farah Diba,
      ha con sé i gioielli imperiali
      e anche il vestito da sposa della principessa Soraya
      disegnato per lei da Christian Dior…

      Temo che il vestito di matrimonio di Soraya
      finisca nelle mani dei leghisti di via Bellerio n. 37, Milano,
      sai, quelli sono capaci di tutto,
      anche di venderlo all’asta,
      e poi dobbiamo dare i pieni poteri a quel manigoldo, quel Salvini,
      e farne la longa mano della Russia!
      Ma è che di mezzo ci sono quelli dell’Ombra delle Parole,
      sono dei rompiscatole…».

      Interviene il curatore della Antologia della Poetry kitchen,
      dice di spedire del paracetamolo a Putin
      ed attendere gli esiti.
      Detto fatto.
      La squadra omicidi si è mossa:
      Paracetamolo + Deltaprotene + dentifricio Mentadent plus
      con aminoacidi e isotopi al plutonio
      e il gioco è fatto:
      Putin decede dopo un lungo calvario,
      Salvini cade sulla spiaggia del Papeete,
      prende il suo posto un governo PD + 5Stelle e partitini di sx,
      Presidente del Consiglio il segretario Enrico Letta,
      il Cavaliere defunge, il suo partitino si squaglia,
      Renzi se ne è tornato a casa, adesso riceve lo stipendio
      direttamente dallo Scià dell’Arabia Saudita
      sul suo conto corrente presso la Deutsche Bank.
      E tutto è bene quel che finisce bene!
      *

  11. Questa riduzione ai minimi termini, di corollari inutili. La perdita della memoria è straordinaria. Come ripartire. Dal vuoto delle balbuzie. I treni, gli autosili, Le automobiline, gli scolapasta, le cerniere lampo, le opere, tutto scomparso. Un popolo di gente scalza. Questa la vendemmia del furore. Questa consapevolezza ontologica. Punti indiscreti. Dimostriamo l’accelerazione della luce. L’uso della lentezza un paradigma strano. Penso che le avanguardie, un termine nobile, un cavalierato…Ti nomino avanguardia di Puglia, di Egitto, di Emilia, di Calabria, di Francia, del Lazio…ti nomino paladino NOE!

    Che strano. Questo accomodarsi al lato passeggero
    e guardare l’ologramma di un autista al telefonino.
    Dico che ben presto anche noi potremmo distrarci. La poesia in autodafé.


    Grazie OMBRA.

  12. milaure colasson

    la mia ultima poetry, la n. 44 de Les choses de la vie

    44.

    Trois yeux fixes aveugles avec des lunettes
    flottent dans la bureaucratie d’un Ministère
    à la recherche du Spid volatilisé
    dans les nébuleuses d’un bistrot d’ivrognes
    et se saoulent la gueule

    Deux voix antagonistes soignent leurs maux
    au moyen des gélules gluantes du Docteur Rabougris
    dans le bastringues fréquentés par Toulouse Lautrec

    Eredia et la blanche geisha
    sur une nusique de Bizet allegro vivace
    traversent la pluie sans parapluie
    et s’emparent de la microgravité
    pour un atterrissage sur Mars

    Un oeuf en chemise et noeud papillon
    s’altère avec le poète Gino Rago
    et le critique Giorgio Linguaglossa
    à propos de la poetry kitchen
    il n’y a vraiment pas de quoi
    dit alarmé Mallarmé
    “Assez! Tiens devant moi ce miroir”

    Spasiba Maestro

    *

    Tre occhi fissi ciechi con degli occhiali
    fluttuano nella burocrazia d’un Ministero
    alla ricerca dello Spid volatilizzato
    nelle nebulose d’un bistrot di ubriachi
    e bevono a garganella

    Due voci antagoniste curano i loro malanni
    con delle capsule viscide del dottor Rabougris
    nei postriboli frequentati da Toulouse Lautrec

    Eredia e la bianca geisha
    su una musica di Bizet allegro vivace
    attraversano la pioggia senza ombrello
    e s’impadroniscono della micro gravità
    per un atterraggio su Marte

    Un uovo in camicia e farfallina
    si altera con il poeta Gino Rago
    e il critico Giorgio Linguaglossa
    a proposito della poetry kitchen
    non c’è veramente di che
    dice allarmato Mallarmé
    “Basta! Metti questo specchio davanti a me”

    Spasiba Maestro

  13. milaure colasson

  14. milaure colasson

  15. Mosche.

    Coltello in mano. Con mossa da samurai
    catturarne almeno tre, in quattro colpi.

    Il poeta di lingua e tatto, era furente.
    Scrisse:

    – Mosche, mie fiorite aiutanti.
    No.

    – Suggerimenti privi di contenuto.
    No.

    – Mosche come squali sulla terra fiorita.
    Meglio.

    Ovvio, non ne prese una. Ma d’improvviso
    le mosche sparirono, e per tutta la sera.

    (May – 21)

  16. Pingback: Atto unico di Mauro Pierno, Teatro kitchen, Commenti di Marie Laure Colasson, Vincenzo Petronelli, Giorgio Linguaglossa | L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.