Testo compostato in stile kitchen di Mauro Pierno, Pseudo quasi limerick di Guido Galdini, Natale, di Lucio Mayoor Tosi, Foto di Kim Jong un. Direi una foto-pop in stile kitchen di regime e figurazione digitale di Salvini che riceve in faccia uno scapaccione da Papa Francesco

Dittatore

[Foto di Kim Jong un. Direi una foto-pop. La foto pop di una pornostar internazionale]

.Salvini e Papa Bergoglio

[opera digitale kitchen-pop  dell’aspirante dittatorello dello stivale]

.

La tranquilla banalità del porno è ben visibile in questa fotografia del dittatore nordcoreano, addirittura ingenua, direi igienizzata, edulcorata, gentile, scattata e studiata con meticolosa precisione dello staff pubblicitario del dittatore per dare ai sudditi coreani una immagine normale del governante impegnato a sbrogliare gli affari di stato, con il gatto nero che osserva qualcosa fuori quadro, la carta geografica con isole e oceano azzurro, la grande tavola con scritture e cifre in geroglifici coreani, i telefoni bianchi in fila, il retro di un porta fotografie, un innocuo monitor, un tavolo in cristallo, carte e scartoffie, una biro e, infine, il faccione del dittatore un po’ obeso chino nell’atto della scrittura con la pappagorgia pendula e il taglio dei capelli come va di moda oggi in tutto il mondo presso i giovani del mondo post-comunista… Non c’è da fare nessun commento a questa fotografia, è essa che commenta se stessa, il commentatore non è più necessario perché non c’è niente da commentare, l’evidenza è auto evidente, si mostra perché è. Al pari del nostro aspirante dittatorello di provincia che chiede «pieni poteri» a torso nudo da una spiaggia del Papeete beach, nella rappresentazione digitale la Figura è rappresentata ricevere uno scapaccione dal Papa Francesco. Come dire, l’istante esce dalla storia per abitare la storialità. Il tempo diventa istante e l’istante diventa eternità, l’eternità del banale normale. È la nostra metafisica, la metafisica dell’età del sovranismo di cartongesso. Il significato si è distaccato totalmente dal significante, penso che dovremmo prenderne atto.
Giorgio Agamben scrive che «La metafisica della scrittura e del significante non è che l’altra faccia della metafisica del significato e della voce». Quella metafisica del significante è diventata ormai un relitto, dobbiamo trovare il coraggio di camminare in un mondo privo di metafisica senza appoggiarci sulla mistica del significante e del significato, ignorando che tra di essi si è interposta una frattura irresolvibile. Una poiesis che non trae le conseguenze di questo assunto è una poiesis acritica. La foto di regime, il selfie di regime di Kim Jong un, seduto, bonario e tranquillizzante alla sua scrivania con il gatto miagolante non è molto diversa dal nuovo look di Salvini in giacca e cravatta e occhiali severi sulla faccia per dare un significato rassicurante rispetto alle immagini di qualche mese fa che lo ritraevano in canottiera o torso ignudo sulla spiaggia del Papeete a dichiarare caduto il governo del Conte1 e in quelle di Rimini e della Versilia a fare il disc-jay.
La nostra è l’epoca del totalitarismo e del populismo, della crisi delle democrazie liberali. È la nostra crisi, quella crisi che si vede, in contro luce e in filigrana, nella pornografia bianca delle pseudo poesie di oggi che ci parlano della pericardite, del pericardio e della peritonite, nei romanzi omiletici che ci narrano le convulsioni dei sentimenti. La foto di regime di Kim Jong Un alla scrivania non è diversa dalle foto di Salvini a torso nudo al Papeete, quelle foto creano uno sgradevole effetto di intimità e di familiarità, il medesimo effetto di estraneazione che ci crea la poesia da camera in vigore nelle democrazie liberali. C’è un legame ben visibile tra la foto del regime nordcoreano e la poesia del pericardio educato, la poesia della pornografia gentile dei giorni nostri a democrazia liberale.

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Testo compostato in stile kitchen di Mauro Pierno

Dietro la sagrestia, un vomere inceppato, tra le pietre dei granai;
mani bambine, cingono ombre di scialli stinte, tra sentieri di cardi.(V. Petronelli)
È noto che l’Italia durante anni sessanta settanta ha subito l’invasione delle lavatrici, della televisione in bianco e nero, delle cinquecento e delle seicento Fiat (G. Linguaglossa)
sono appena le 9 e il mattino non si è ancora rivelato con tutte le ionosfere linguistiche e accidentali, tra bollettini di guerra pandemica e cadute di razzi cinesi(M.M. Gabriele)
non c’è fondo o fondamento senza sfondo, la poesia deve sempre riuscire a ripresentare lo sfondo, la latenza, (G.Gallo)
Un uomo si è perso nel parco/ha un cappello a tese larghe
porta becchime per gli uccelli/il sole non si vede (M. Pugliese)
È il rumore, solo il rumore che ci può condurre davanti alla soglia del segreto del linguaggio. (G. Linguaglossa)
Una volta stabilito un campo elettromagnetico, questo agisce da sé, attira gli attori e il materiale di risulta e quello nuovo di zecca in un pot-pourri, li fagocita. (M.L. Colasson)
In passato eravamo poety oggi siamo kitchen!
E la pubblicità butta la pasta. (M. Pierno)
A Roma, caffetteria del Chiostro del Bramante
all’Arco della Pace n. 5/il pomodoro rosso con il ciuffo verde/
beve un cappuccino con l’uccello Petty di Marie Laure Colasson:
“Quante parole dobbiamo usare/per avvertire il silenzio tra le parole?” (G. Rago)
e guarda da là in alto le onde del mare
che gran fatica devono fare per arrivare
mentre a lui basta un filo di vento per scorrazzare (G.Galdini)
L’arte occidentale non ha fatto una bella figura, e neanche la poesia, ormai i poeti non hanno nulla da dire di importante, (G. Linguaglossa)
Abbastanza da ritenere che saremo sempre, noi umani, una razza primitiva; che a pensarci bene, è rassicurante… (L.M. Tosi)
quando camminando per Milano, mi compaiono angoli di insularità (V. Petronelli)
Quando la colomba s’accartoccia sul fiume ed Elia piange
nei canali in piena le oscure torbe discorrono coi lampioni (A. Sagredo)
Oggi gli stessi dicono che bisognerebbe fare delle spighe di ferro e da queste ricavare la ruggine. (F.P. Intini)

Dietro la sagrestia, un vomere inceppato, tra le pietre dei granai;
mani bambine, cingono ombre di scialli stinte, tra sentieri di cardi.
È noto che l’Italia durante anni sessanta settanta ha subito l’invasione delle lavatrici, della televisione in bianco e nero, delle cinquecento e delle seicento Fiat
sono appena le 9 e il mattino non si è ancora rivelato con tutte le ionosfere linguistiche e accidentali, tra bollettini di guerra pandemica e cadute di razzi cinesi
non c’è fondo o fondamento senza sfondo, la poesia deve sempre riuscire a ripresentare lo sfondo, la latenza
Un uomo si è perso nel parco/ha un cappello a tese larghe
porta becchime per gli uccelli/il sole non si vede
È il rumore, solo il rumore che ci può condurre davanti alla soglia del segreto del linguaggio.
Una volta stabilito un campo elettromagnetico, questo agisce da sé, attira gli attori e il materiale di risulta e quello nuovo di zecca in un pot-pourri, li fagocita.
In passato eravamo poety oggi siamo kitchen!
E la pubblicità butta la pasta.
A Roma, caffetteria del Chiostro del Bramante
all’Arco della Pace n. 5/il pomodoro rosso con il ciuffo verde/
beve un cappuccino con l’uccello Petty di Marie Laure Colasson:
“Quante parole dobbiamo usare/per avvertire il silenzio tra le parole?”
e guarda da là in alto le onde del mare
che gran fatica devono fare per arrivare
mentre a lui basta un filo di vento per scorrazzare
L’arte occidentale non ha fatto una bella figura, e neanche la poesia, ormai i poeti non hanno nulla da dire di importante,
Abbastanza da ritenere che saremo sempre, noi umani, una razza primitiva; che a pensarci bene, è rassicurante…
quando camminando per Milano, mi compaiono angoli di insularità
Quando la colomba s’accartoccia sul fiume ed Elia piange
nei canali in piena le oscure torbe discorrono coi lampioni
Oggi gli stessi dicono che bisognerebbe fare delle spighe di ferro e da queste ricavare la ruggine.

Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014), Compostaggi (2020). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.

Vincenzo Petronelli

Complimenti Mauro: impressionante la tua capacità di saper ricucire in un unico collage, vari pensieri, passaggi, riflessioni “kitchen”, cucendovi attorno un ordito che a sua volta acquisisce un senso definito e profondo, essenziale. Proprio come si fa in cucina. recuperando gli avanzi per dar vita nuovi piatti, che spesso costituiscono poi l’essenza della tradizione gastronomica.

Pseudo-quasi-limerick di Guido Galdini

C’era un pomodoro di Codigoro
che un bel giorno si è ritrovato senza lavoro
ha deciso di diventare una mongolfiera
che vola su nel cielo mattina e sera
e guarda di là in alto le onde del mare
che gran fatica devono fare per arrivare
mentre a lui basta un filo di vento per scorrazzare
senza padroni, senza premura e senza frontiere
le nuvole che sono un popolo di buon cuore
lo hanno accolto con compiacenza tra di loro
era rosso di gioia quel pomodoro
che mai più farà ritorno a Codigoro.

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

10 maggio 2021 alle 14:13

qui siamo nel pieno della poesia gestuale, o meglio, del gesto in poesia. Il gesto scaccia il significante, è estraneo al significante, lo ripudia, e così scaccia anche il significato. Quando c’è il gesto linguistico non c’è il significante, potremmo chiosare. E non c’è neanche il significato.
Forse questo elemento non è ben chiaro a tutti coloro che ci seguono, qui stiamo facendo un qualcosa che non è mai stato esperito nella poesia italiana. In tal modo la poesia ritorna ad essere libera, torna ad essere il prodotto di una azione. Il gesto è nient’altro che una azione. Ma, ovviamente, una azione non sprovvista affatto di pensiero, anzi, il pensiero nel gesto è libero; quando invece intrappolato in un significante e in un significato il pensiero perisce perché inscatolato, bollinato, brevettato.

(Giorgio Linguaglossa)

Natale.
di Lucio Mayoor Tosi

Natale: spuntano le margherite. Le mucche svizzere suonano coi loro batacchi come fa il cucchiaino su questa tazza. Fuori c’è un sole che spacca. Preparo la borsa per la piscina scandinava, mi vesto, mi specchio, ascolto il telegiornale e penso: la voglia di morire non sta negli ospedali, viene prima, viene a vent’anni anche se oggi si vive più a lungo, più a lungo con la voglia di morire.
Le margherite sono piene di zucchero, preparo la borsa scandinava e ballo con la voglia di morire su questa tazza. A natale spuntano i batacchi sul cucchiaino, fuori c’è un sole che ha voglia di morire. Vent’anni, tanto vivono le mucche.
Le parole del TG sono margherite scandinave. Fuori c’è un sole che spacca, lo sapevo, ieri sera c’erano stelle intermittenti. Ho sognato che mi morivo tra le braccia perché la borsa da ballo era senza cucchiaino, le batterie del cuore erano scariche e non avevo soldi, ne’ per comprarne di nuove ne’ per rifarmi i denti. Le stelle intermittenti erano senza batacchi e le mucche ruminavano nella tazza.
Per vivere più a lungo, più a lungo di vent’anni, bisogna avere la borsa piena di cucchiaini e poi andare in ospedale dove abita la voglia di vivere. Ti portano la minestra, il prosciutto con gli spinaci svizzeri intanto che il telegiornale racconta fiabe sull’economia dove si parla delle aspettative di vita ormai tanto lunghe che in pensione ci andranno le piscine scandinave, a Natale, mentre c’è un sole che spacca e le mucche svizzere preparano la borsa con tanto di tazze e cucchiaini, prima di morire dentro, a vent’anni, sul più bello, insieme alle margherite.

Lucio Mayoor Tosi nasce a Brescia nel 1954, vive a Candia Lomellina (PV). Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti, ha lavorato per la pubblicità. Esperto di comunicazione, collabora con agenzie pubblicitarie e case editrici. Come artista ha esposto in varie mostre personali e collettive. Come poeta è a tutt’oggi inedito, fatta eccezione per alcune antologie – da segnalare l’antologia bilingue uscita negli Stati Uniti, How the Trojan war ended I don’t remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), Chelsea Editions, 2019, New York.  Pubblica le sue poesie su mayoorblog.wordpress.com/ – Più che un blog, il suo personale taccuino per gli appunti.

Stavo leggendo questa poesia di Guido Galdini mentre pensavo alla lettera alla redazione di Vincenzo Petronelli, e mi sono reso conto di quanta libertà e gioia e ilarità circola nella poetry kitchen… devo ammettere che la Noe poi evolutasi in poetry kitchen è stata una scuola inimitabile per tutti noi che l’abbiamo frequentata, che ci ha insegnato la condivisione della ribellione alle normologie che abbondano nella nostra società, la profezia di Marcuse degli anni sessanta si è avverata purtroppo!, l’uomo è ormai diventato ad una dimensione normologata e normografata, la società occidentale si è de-politicizzata, la tradizionale patria dei partiti progressisti si è rivelata inidonea a comprendere le modificazioni del mondo, i populismi e le demoKrature si sono infiltrate in tutti i paesi occidentali dell’Europa (in quelli orientali le demoKrature c’erano già da un pezzo), per fortuna è arrivato il Covid19 che si è abbattuto come un uragano sul mondo e ci ha costretto a ripensare il futuro che vogliamo costruire. L’arte occidentale non ha fatto una bella figura, e neanche la poesia, ormai i poeti non hanno nulla da dire di importante, fanno una poesia di supernicchia, e sono contenti così, il Nobel alla Gluck è stato il coronamento finale di questa discesa culturale della poesia in Occidente. A questo punto la NOe e la poetry kitchen sono state un balsamo, si sono rivelate una necessità: quella di reagire allo stato di costrizione e di coscrizione alla normologia imperante oggi in Europa e, in particolar modo, in Italia il paese che ha conosciuto una severa stagnazione economica (con annessa decrescita felice) e della vita intellettuale che durano da più di venti anni. Stagnazione e normologia sono state il binario sul quale ha viaggiato la fragile demoKrazia italiana. In questo contesto, la poetry kitchen è un atto di ribellione intellettuale allo status quo, e avrà tanto più impatto quanto più sarà capace di intercettare il bisogno di rinnovamento e di ribellione che circola in Italia e in Occidente.
(Giorgio Linguaglossa)

20 commenti

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20 risposte a “Testo compostato in stile kitchen di Mauro Pierno, Pseudo quasi limerick di Guido Galdini, Natale, di Lucio Mayoor Tosi, Foto di Kim Jong un. Direi una foto-pop in stile kitchen di regime e figurazione digitale di Salvini che riceve in faccia uno scapaccione da Papa Francesco

  1. gino rago

    Giorgio Linguaglossa scrive:
    “[…] In questo contesto, la poetry kitchen è un atto di ribellione intellettuale allo status quo, e avrà tanto più impatto quanto più sarà capace di intercettare il bisogno di rinnovamento e di ribellione che circola in Italia e in Occidente.”
    Condivido.

    Gino Rago
    Un nuovo tentativo di Poetry kitchen

    Prima versione

    Altre storie dell’uccello Petty, Calimero e Colombella

    Il piccione Calimero
    lascia un messaggio sulla ringhiera del balcone
    del direttore dell’Ufficio Affari Riservati
    in via Pietro Giordani, 18.
    «Il girasole di Van Gogh è un falso,
    voleva dipingere un pomodoro!».

    L’uccello Petty della Colasson
    è stato assunto a “Il Messaggero”,
    cura la pagina Cultura e Spettacoli del quotidiano romano.
    A un apericena da “Baffetti”,
    davanti alla statua di Giordano Bruno
    manda un bacio a Colombella,
    la sua giovane amante della Garbatella,
    le legge la recensione del film di Woody Allen
    che danno al “Fiammetta” per altri due giorni:

    «Nulla accade sullo schermo,
    un uomo dorme per cinque ore.
    Il mare è fatto di acqua blu.
    Un gelato si squaglia.
    Le amarene del gelato cadono.
    Rumori assordanti sul tavolino.
    Un pavimento che un manichino di de Chirico lucida continuamente».

    Calimero, il piccione tutto nero,
    che di nascosto va a letto con la gallina Nanin,
    bombetta, foulard giallo,
    bastone con manico d’avorio,
    dopobarba balsamico Proraso:
    «Ma che razza di film …?».
    «E’ un capolavoro.
    Nulla accade sullo schermo.
    Un signore in giacca e cravatta dorme per cinque ore».

    La pallottola con la camicia
    che ha appena colpito il Papa di striscio
    fa il giro di piazza San Pietro,
    prende in pieno la bombetta del piccione Calimero,
    ci fa un buco,
    poi incontra la Sindaca Raggi con la giunta capitolina in pompa magna
    al taglio del nastro del festival di poesia all’Isola Tiberina
    e se la dà a gambe direzione lungotevere dei Cenci.

    Col cannocchiale mira alle “Muse” di Leonardo Sinisgalli
    appollaiate su un platano,
    le colpisce in pieno l’una dopo l’altra
    e le “Muse” cadono nel fiume, fanno pof!.
    «E adesso, questi della poetry kitchen sono già alla guerriglia!»,
    gridano dal circolo canottieri dell’Aniene.

    Madame Colasson manda un sms a Jean Paul Belmondo:
    «Ce matin je suis allée
    au marché di Campo de’ Fiori,
    j’ai acheté des fleurs et des oiseaux pour toi, mon amour ».

    Il critico Germano Celant intercetta il messaggio della Colasson,
    commenta: «Qui siamo oltre l’arte povera!».
    Le manda un biglietto:
    «Madame Colasson,
    ce matin je suis allé au marché di Piazza Vittorio,
    je t’ai cherchée,
    mais je ne t’ai pas trouvée,
    e sono andato a prendere un caffè
    a casa di Monica Bellucci».

  2. La modalità kitchen adotta l’immagine anacronica

    In futuro, si potrebbe fare un indice storico delle immagini della poetry kitchen, riconosceremmo così dal futuro il presente di oggi. Il presente che non conosciamo e non possiamo mai conoscere se non mediante delle immagini che ci soccorrono dal futuro.

    «L’indice storico delle immagini dice, infatti, non solo che esse appartengono a un’epoca determinata, ma soprattutto che esse giungono a leggibilità solo in un’epoca determinata. E precisamente questo giungere a leggibilità è un determinato punto critico del loro intimo movimento. Ogni presente è determinato da quelle immagini che gli sono sincrone: ogni adesso è l’adesso di una determinata conoscibilità. Non è che il passato getti luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce finalmente con l’adesso in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica dell’immobilità».1

    Walter Benjamin usa il paragone della fotografia per rendere evidente il concetto. Nelle appendici alle Tesi ne dà la seguente spiegazione:

    «Se si vuol considerare la storia come un testo, allora vale per essa ciò che un autore recente dice dei testi letterari: il passato vi ha depositato immagini che si potrebbero paragonare a quelle che vengono fissate da una lastra fotosensibile. Solo il futuro ha a disposizione acidi abbastanza forti da sviluppare questa lastra così che l’immagine venga ad apparire in tutti i suoi dettagli. Non poche pagine di Marivaux e di Rousseau possiedono un senso misterioso, che i lettori contemporanei non hanno potuto decifrare pienamente».2

    Il pensiero rivoluzionario e la poiesis rivoluzionaria pensano il passato non come un salvagente a cui aggrapparsi nel ricordo, non per come era ma per ciò che non è stato, come qualcosa di nuovo che accoglie la «rovina» e si trasforma. È qui in azione un gioco di decostruzione/ricostruzione della storia in cui il montaggio compostaggio delle immagini rappresenta il procedimento centrale. Questa modalità, squisitamente kitchen, permette di pensare la relazione con la poiesis a partire dalla figura della benjaminiana «rovina» intesa come «segnatura»,3 che si esplicita attraverso l’immagine profana e lo shock come dispositivi storici e poietici. L’immagine è già in sé sedimentazione di una politica interrotta e rimossa, è la sedimentazione di ciò che è andato distrutto; nell’immagine distruzione, interruzione e salto si fondono per rendere effettivo un risveglio dell’umanità storica e rendere possibile l’appropriazione della propria coscienza irredenta e irredimibile e la conversione delle sue aspettative poietiche. Le immagini profane irrompono nella poiesis che pensa di vedere nel passato un oggetto delimitato da un presente assolutizzato, in questa maniera fanno del passato, che in realtà è anacronico, un oggetto contro cui urta violentemente l’attuale, l’istante. Il passato non può essere condotto entro la linearità del tempo storicizzante, non può essere compreso a partire da un concetto memoriale ma come relazione ucronica con il presente; il passato in quanto mobile e dinamico, è passibile di essere afferrato dal presente, anch’esso mobile e dinamico. Per Benjamin, la sfera del politico è la distruzione dell’ordine, l’interruzione, non una strategia ricostruttiva e riepilogativa come un concetto del passato memoriale erroneamente vorrebbe. La relazione tra il passato e il presente è ucronica e ultronea, ed è questo che cerca di fare la poiesis. La distruzione operata dal surrealismo consiste nell’irruzione dell’immagine anacronica che si libera dal tempo ed attiva una nuova segnatura. La modalità kitchen di adottare l’immagine anacronica del passato rende evidente la prefigurazione della rivoluzione ucronicamente possibile nel presente non assolutizzato.
    La citazione, l’incorporazione, il gioco, l’immagine anacronica, la collezione/collazione rivelano le segnature del passato e dell’estraneo, sono segnali semaforici che stabiliscono le referenze del presente. Le opere poetiche hanno ciascuna una propria temporalità specifica che stabilisce relazioni intempestive non solo all’interno dell’opera, ma anche in relazione con altre forme di temporalità. Benjamin paragona il procedimento del montaggio ad un trucco di magia, ed appunto questo è il segreto del montaggio/compostaggio: un atto magico della poiesis.

    1 Benjamin, I passages di Parigi, a cura di Rolf Tiedemann, edizione italiana a cura di Enrico Ganni, Einaudi, 2007. pp. 517-18
    2 W. Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Einaudi, 1997, p. 83
    3 G. Agamben, Signatura rerum, Bollati Boringhieri, 2008, pp. 42-43, «La segnatura non esprime semplicemente una relazione semeiotica» fra un signans e un signatum ma è ciò che sposta e disloca questa relazione «in unaltro ambito, inserendola in una nuova rete di relazioni pragmatiche ed ermeneutiche».

  3. Mauro Pierno ha creato una composizione che, nell’esito, sembra essere di un solo autore. Di Mauro Pierno, appunto. Applausi.

    • Chi dal loggione, chi sulle scale, chi nei saliscendi, chi affacciati alla finestra. Chi per terra?

      La fuliggine fu una invenzione della prima rivoluzione industriale. Certo mancavano degli ingranaggi.

      Nei sobborghi quanto vapore sospeso, quelle giornate cinesi della contemporaneità! Le nuvole…le distrazioni.

      Quante unghie dipinte dei piedi, gli alluci specialmente, nelle retromarce, nelle retrovie, a bella!

      Si rincorrevano sogni sui binari sottraendoli a semplici
      mongolfiere. Divertente l’acciaio e la carta.

      “Era una casa di contadini,/dei tempi del Granduca,
      a pigione per l’agosto. L’agosto stanotte finiva.”*

      “solo in cent’anni si capisce il nero contenuto dell’orologio”*

      (* Composita solvantur, Franco Fortini
      **Dove si ferma il mare, Yang Lian)

      • vincenzo petronelli

        Caro Mauro, complimenti vivissimi per questo tuo brano, oltreché per il “tuo” compostaggio iniziale: ma ho già avuto modo di esternare all’inizio del post le mie felicitazioni per questo tuo lavoro di collage, secondo me da immortalare in bacheca come vera sintesi mirabile dello stato dell’arte delle composizioni “kitchen”. Venendo invece a questo tuo ultimo componimento, lo trovo a sua volta esemplare della poetica Noe in un altro senso, che si ricollega direttamente al “padre” della “kitchen poetry” e cioè al frammento, base della visione poetica Noe. Mi riferisco in particolare ad un aspetto che mi ha colpito spesso all’inizio della mia frequentazione dell'”Ombra” e che di fatto ho ormai totalmente interiorizzato come una delle molteplici ragioni di attrattività della poetica Noe, vale a dire la musicalità che ciascuno di noi indivdua e conferisce alla propria versificazione. In effetti – e forse a primo impatto non lo si immagina – una scrittura frammentata può anche essere aritmica – e ciò fa parte decisamente della sua anticonvenzionalità – ma non può assolutamente essere a-sonora, proprio perché ciò sarebbe impossibile nella natura del frammento, il quale ha bisogno di circorscrivere il “giro” della propria scrittura per giungere all’essenza, alla monade. Evidentemente in questo processo è fondamentale riempire pieni e vuoti, dosare suoni e silenzio, per scovare l’ombra delle parole; ed il silenzio è la base della musica, nella misura in cui è l’anima dei suoni e dunque della parola stessa, appunto la sua ombra. Dietro l’ombra della parole, non può che esserci musica. Un abbraccio ed un saluto a tutti.

  4. La citazione, l’incorporazione, il gioco, l’immagine, la collezione/collazione rivelano le segnature del passato e dell’estraneo, sono segnali semaforici che stabiliscono le referenze del presente. Le opere poetiche hanno ciascuna una temporalità specifica che stabilisce relazioni intempestive non solo all’interno dell’opera, ma anche in relazione con altre forme di temporalità. Lunga vita dunque al gioco di collazione e di compostaggio di Mauro Pierno perché traduce la diacronia in sincronia e in ucronia, cancellando l’io del significante e l’io del destinatario del messaggio poietico.

  5. milaure colasson

    Mi sono molto divertita con il pomodoro di Codigoro dove Guido Galdini dimostra una sottilissima ironia e giocosità kitchen, bravo anche al compostaggio di Mauro Pierno, strepitoso e divertente, bravo anche al racconto di Lucio Mayoor Tosi di 8 anni fa che sembra scritto stamattina,,, e poi dulcis in fundo il pezzo di Gino Rago mi ha fatto ridere e sorridere, complimenti a tutti, questa sì che è poesia in modalità kitchen!

  6. Alejandra Alfaro Alfieri

    «Si, apri la telecamera».
    «Guarda il cavallo».
    La sua risata aveva spezzato lo schermo. Chi si immaginava che lei si sarebbe innamorata di un criminale.
    «Non sono mai stata una rubacuori», dissi.
    Ma continuarono ad interrogarmi.
    Le tre bambole mi furono strappate lo stesso.
    Nessuna parola di quelle dette tra me e lui compariva nel verbale.
    C’erano scritte a stampatello follie e menzogne.

    «Alla peggio vieni qui da me, è verde – disse –
    qui si lavora la terra».
    «Sai, avrei tanto voluto costruirci una casa. 5 cani. Io e te e il gatto».
    La libertà era la cosa più bella che lei avesse mai vissuto.
    18,30 – si gioca con lo sguardo, alla ricerca dell’ identità.

    Lei con la felpa di Ralph si nascose tra le regole della metamorfosi.
    «Che nessuno si muova!
    Mezza giornata e ci vediamo a casa, in California»
    disse Ralph.
    «Un viaggio per un bicchiere di vino».
    «Ok, A dopo».

    • vincenzo petronelli

      Felice di ritrovarti Alejandra. Ho apprezzato davvero molto questo brano poetico per la vividezza icastica che lo contraddistingue, immagini convincenti di frammenti di kitchen poetry e per il suo ritmo narrativo. Buona giornata cara Alejandra.

  7. http://mariomgabriele.altervista.org/1381-2/#comment-301
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    Poesia Kitchen di Mario M. Gabriele →

    Monin chiese il Copyright per l’Opera del Mondo.
    Dal Cantorum si alzò la voce di Sister Power
    per il Natural Work d’incomprensibile fattura.

    Padre Mingus inciampò per le scale
    tenendo in mano una copia di Sinn und Form,
    dove anche la CDU ne approvò la pubblicazione.

    Il procedimento era necessario
    per fermare polittici e scritture
    come disse Pier Luigi da Fassina.

    Voi non sapete quanto ci stia a cuore
    il vermiciattolo del baobab,
    riferì uno dei 5678 fuori Aula.

    Tutto questo per confessare
    che si vive una vita da commedia parigina.

    Amleto se ne stava in silenzio
    senza volere altri shock.

    Ogni giorno ci inoltriamo su Sky e Netflix
    seguendo i videogame.

    Riparammo i tessuti con Achillea
    e acido ialuronico della Omnia Star.

    Spesso ci si viene a dire
    di essere deleted, fuori da ogni Capitolo,
    come in un romanzo Night, Sleep, Death
    di qualche thriller post Generation.

    3 thoughts on “INEDITO DI MARIO M. GABRIELE”
    Giorgio Linguaglossa says:
    maggio 9, 2021 at 11:33 am

    Giorgio Linguaglossa says:
    maggio 16, 2021 at 8:36 am

    caro Mario,

    penso che, come tu hai scritto, siamo tutti «deleted», «fuori da ogni Capitolo», siamo membri di «una post generation». Che linguaggio usare? Come uscire da questo «post» che ci perseguita? Forse con due «post» «post»? O tre «post»? Anche il linguaggio che tu impieghi con impareggiabile maestria è un linguaggio «deleted», fitto di algoritmi vuoti, tessere di un puzzle vuoto, fitto di caselle vuote. È inutile girarci attorno: forse siamo membri segreti di una Loggia massonica, una Super “Ungheria”, dove qualcuno ci ha iscritti a nostra insaputa, e di lì dirigiamo i rapporti di potere e l’esistenza degli uomini, continuiamo a legiferare sulle nostre esistenze senza accorgerci che Qualcuno ha già deciso per noi, forse un Super-Algoritmo infinitamente complesso che pensa per noi e ci sussurra e suggerisce i pensieri che dobbiamo pensare, forse siamo già in un Grande Fratello dominato da un Algoritmo Invisibile e Insostanziale che ci conduce, e non abbiamo più bisogno di alcun Grande Dittatore o Duce di cartapesta e di fascio littorio. Abbiamo raggiunto l’insostanzialità. E siamo felici così.

    • mariomgabriele

      caro Giorgio,
      le tue osservazioni sono un punto cruciale sulla dialettica del nuovo Mondo che si sta istituzionalizzando convertendo società e cultura in un nuovo elemento di decrescita e povertà.
      Siamo lontani dal pensiero di Montesquieu con il suo Esprit des Lois. La divisione dei poteri in Italia sta capitolando in ambito legislativo, esecutivo, e giudiziario.
      C’è in atto una revisione dei diritti di un popolo con la caduta dei fondamenti del valore e delle Costituzioni liberali. I sistemi di governo variano da nazione a nazione con risultati discutibili.

      Non ce ne stiamo accorgendo ma un Superpotere è in atto in ogni nazione annullando il fondamento principale che è quello della libertà evidenziato da Habermass nel volume: Morale, Diritto, Politica (Einaudi, Torino 1992,.contro qualsiasi elemento corrosivo di Leggi ingiuste proposte dal legislatore e dai governi.
      I concetti e le attuali finalità di magistrati e politici fanno parte di una lunga serie di approvvigionamento ideologico, per mettere in un angolo il vecchio asset economico, sanitario, e occupazionale, riformando democrazia e cultura.
      La pandemia ha mandato in tilt l’apparato sanitario ridotto al minimo essenziale dai precedenti governi. Mai come oggi è necessario istituire un nuovo “patto sociale” senza che i poteri siano stravolti e che ogni Nazione rispetti le altre evitando genocidi e massacri come nel passato regime nazionalsocialista in Germania, e che tra Israele e Palestina stiamo ancora assistendo.
      Quanto alla poesia italiana, da noi riformulata, tra critiche e proposizioni pluriestetiche, si può azzardare l’ipotesi che essa è una sorta di lessico autonomo, come segno di resistenza e accessorio minoritario, rispetto alle proposte delle grandi case editrici, che impongono una linea di dittatura culturale, di fronte alle piccole famiglie poetiche che rimangono tali con l’attenzione di pochi followers nei momenti di maggiore leggibilità.
      Insistere con autonomia e demitizzazione, determinando misure precise come linguaggio della differenza, annullando iter zoomorfici diventa fattore indispensabile e necessario per non finire nella raccolta di rifiuti differenziati.

      • vincenzo petronelli

        “Amleto se ne stava in silenzio
        senza volere altri shock.
        Ogni giorno ci inoltriamo su Sky e Netflix
        seguendo i videogame”
        Caro Mario,
        trovo che in questo passaggio di questa tua poesia inedita, sia riassunta tutta la grandezza della proposta poetica della Noe e del concetto di “Kitchen poetry”; diacronia e sincronia, matrice e trasformazione, spirito e materia, ieri ed oggi. La poetica Noe riesce a tratteggiare come – per quanto possa oggi esperire personalmente – nessun’altra impostazione poetica l’ “hic et nunc” e l’atemporale, misteri trascendenti e miserie terrene del fenomeno umano.
        Anche la tua successiva riflessione mi trova d’accordo – dimostrando peraltro ancora una volta come il nostro dibattito riesca ad inquadrare olisticamente il percorso culturale – per ciò che riguarda il rischio di una dittatura delle grandi case editrici sulle proposte poetiche, alla stregua di ciò che accade nel panorama della grande industria in generale, in misura ancor più accentuata sulla scorta della pandemia; la speranza che esprimo è che non si pensi – come purtroppo pare avvenire nel panorama politico, in particolare europeo ed americano – che la soluzione possa essere una sorta di populismo editoriale che così come il populismo tout court, finise per cavalcare il problema e non risolverlo.
        Un abbraccio e buona giornata.

  8. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    La citazione, l’incorporazione, il gioco, l’immagine anacronica, la collezione/collazione rivelano le segnature del passato e dell’estraneo, sono segnali semaforici che stabiliscono le referenze del presente. Le opere poetiche hanno ciascuna una propria temporalità specifica che stabilisce relazioni intempestive non solo all’interno dell’opera, ma anche in relazione con altre forme di temporalità. Benjamin paragona il procedimento del montaggio ad un trucco di magia, ed appunto questo è il segreto del montaggio/compostaggio: un atto magico della poiesis.
    G.Linguaglossa

  9. Giuseppe Gallo

    Anche se con un po’ di ritardo, vorrei unirmi alle tante riflessioni sorte in relazione ai moniti di Giorgio Linguaglossa, agli avvertimenti di Mario Gabriele e alla composizione “ucronica” di Mauro Pierno. Le citazioni di Mauro possiamo considerarle come “frammenti” che, “sfuggiti alla forza di gravità del tempo cronologico” si sono agglutinati ed addensati tra di loro per restituire alla poesia in forma kitchen la complessità e la confusione che noi, tutti noi, come hanno presupposto, sia Gabriele che Linguaglossa, stiamo attraversando, qui ed ora. Non dico “vivere” perché la vita è ormai altra cosa rispetto al linguaggio. Tuttavia, in qualche modo, questa esperienza è diventata, attraverso Pierno, Galdini, Rago, Tosi e tutti gli altri, “raccontabile”, in forza del fatto che come hanno affermato sia Bachelard che Borges, “si conserva solo ciò che è stato drammatizzato dal linguaggio”. Linguaggio che, intervenendo nel qui ed ora, ha per così dire, toccato “la Sostanza” del tempo, quel tempo di cui anche noi siamo fatti, perché se il tempo è una fiumara che ci travolge e stravolge, addomestica o demolisce, è perché, in effetti, siamo noi stessi il fiume, per dirla con Eraclito, o con Agostino, quando riteneva che il tempo, considerato come istante e come presente è “mutevole” ed “immutabile”, contemporaneamente. E questo è possibile perché, ormai, il nostro presente non è altro che un “ologramma”, un “avatar”, ecc. dove il “fantasma” contiene e prefigura l’insieme di tutti gli altri fantasmi: il potere, l’economia, il loro predominio, ecc. Scoprire tale dimensione, avvertirne la pericolosità o rimanerne indifferenti e abulici, è una ulteriore complessità. Se noi viviamo il nostro tempo come intessuto di fantasmi, di inconscio, di Io e Super-Io, come passato e come futuro, lo facciamo perché questo tempo riposa sul “tempo morto”. Se non ci fosse questo “tempo morto” non sarebbe possibile sperimentare le avventure della Gallina Nanin, né i tragitti della Pallottola di Gino Rago, né lo “scorrazzare/
    senza padroni e senza frontiere…” del Pomodoro rosso di Galdini e di Tosi.
    È il “tempo morto” che ci sostiene e ci proietta verso questi “istanti” di vita, estetici e pulsionali, perché esso costituisce il fondo del fondo, quello che agita la nostra memoria e la nostra fantasia e ci sollecita a raccontare particolari della nostra esistenza in termini evocativi e narcisistici. La gallina Nanin e gli altri personaggi, frammenti compresi, sono espressione della “voglia di vivere” ancora.
    Esiste, però, anche l’altra faccia della medaglia. Esiste anche quel “lato oscuro” che nessuna psicoanalisi e nessuna filosofia sono riuscite a decifrare. A me sembra, come ha ben chiarito Mario Gabriele, che viviamo all’interno di un circo, dove ognuno di noi, attraverso borborigmi e grida, lamenti e invocazioni, tenta di colmare quel vuoto originale e primigenio, che nessun istante, mutevole o immutevole, potrà ripristinare, rappresentare e “scrivere”. Tutti questi nostri, o meglio, miei maldestri tentativi, di portare alla luce ciò che sappiamo “occulto” e abitante nelle caverne vuote del “tempo morto” non sono altro che misere ” avventure” (ad-ventura) per la mente e per i sensi. In effetti questi nostri sforzi ubbidiscono al desiderio di “permanenza” che sfonda i termini dell’istante e ci proietta verso la “presenza del futuro”. Ma a che serve tutto ciò? A niente! Proprio a niente!
    A incidere epitaffi come quelli presenti nella Antologia di Spoon River.
    Prima ho parlato di ologrammi, di avatar e di fantasmi nel senso che questi sono immagini trasparenti, oppure opache, e illusorie, oppure reali, dell’ Ombra più vasta e più profonda che ci contiene, nella convinzione di essere un lacerto del mio “tempo morto”. Se così è, mi rendo conto che non c ‘è molto da dire; che tutto si è concluso; che non c’è più nessun “sentiero interrotto” da esplorare con l’esistenza o con la scrittura. Rimane solo la morte, attimo di distrazione, rispetto all’infinitum dell’enigma in cui siamo apparsi.
    Grazie per l’attenzione

    Giuseppe Gallo

    • mariomgabriele

      Il coraggio di noi lettori e poeti è accettare questa dura analisi, come il chiodo sul piede di Cristo.

    • Dedico questi tuoi versi,

      “Da un cannone scende una palla di rugiada.
      Il baffo di Chaplin abbatte un missile.”

      al caro instancabile Gallo… perché questi tuoi sono una apertura, uno squarcio al quel tempo sedimentato, arcaico, “il tempo morto” che così bene Giuseppe evoca.

      Grazie, Grande Ombra.

  10. GLI ESPULSI DI MAGGIO

    Si presentarono con mazzi di spighe grasse.
    Spine in conto pari.

    L’istante si avventò al collo del leone.
    Nessuno aveva osato avvicinarsi così.

    Fermare maggio a riflettere sulle alchimie.
    Sarebbero saltate le prenotazioni Asl.

    Perché cercare il significato dei sogni?
    Il biglietto nascosto in uno dei seni fu la trovata di uno spot.

    Le ossa nel tiretto si combinarono con Bergman
    Nacque l’occhialuto figlio della scena muta.

    Tranströmer scrive versi a rovescio
    E li impianta nella mandibola di un Cro-Magnon.

    Ora la scena si ribalta. Cervi inseguono lupi
    Uno di loro guarda l’orologio,
    sembra avere fretta di tornare in una fila degli Uffizi.

    Alma fa gli occhi dolci a Sheldom alla mensa studenti
    Elisabeth è meravigliosa nella parte di Mrs. Wolowits

    Nuvole ridono perché in una fiala precipita il Sole.
    Ah la parte in tutu sul ghiaccio e quella di Howard
    Nella capsula di un dente!

    Il cuore di vitello batte una sistole
    Poi triplica sul campanile.
    Un ritorno di culo al gratta e vinci.
    Non ci saranno conseguenze sul feto del tabaccaio.

    Da un cannone scende una palla di rugiada.
    Il baffo di Chaplin abbatte un missile.

    Si trovò l’accordo in un germoglio.
    Niente buoni acquisti sui rami di giugno

    E la raccomandazione di dare linfa
    a un osso sputato sul muro.

    (Francesco Paolo Intini)

  11. Mimmo Pugliese

    PIU’ IN ALTO

    Più in alto delle squame è estate
    il vento di makramè
    divide il pasto con i pettirossi

    Il distributore automatico è invecchiato
    ha pochi capelli
    muove solo le vibrisse

    Colleziona rotocalchi il ponte tibetano
    e reclama sulla schiena degli opliti
    un garage per l’ora del thè

    Gli alveari hanno scommesso nuvole
    rinchiuse a chiave in teche di amianto
    l’ultima volta erano macchie di caffè

    In un angolo della stanza
    c’è la riva del fiume
    ha ruote montate al contrario

    Le vene di fuliggine
    quando scivolano dalla prua dei gherigli
    disegnano il nastro dell’oroscopo

    L’ascensore insegue code di cavallo
    travolge il Grande Carro
    si mimetizza in candelabri pignorati

    GUGLIE

    Alle guglie sono spuntate le ali
    un corteo di occhiali da sole
    vende acquaviti
    a turisti abbandonati dagli orologi

    Guada l’equatore una giraffa
    e al traguardo una statua
    infila maschere alle mosche

    Il compleanno della sposa greca
    cerca casa in un recinto di pentole
    al quadrivio del patibolo
    dove svernano cerchi e fili ferrati

    Il gufo sulla spalliera azzurra
    è orgoglioso di tutte le sue medaglie
    il coprifuoco ha perso l’alettone

    Sono cento metri di vita
    i sogni nell’autobus con il tetto di clavicembali
    che lacera binari esagonali

    Legioni di isotopi scalano campanili
    si ammutinano stufe elettriche
    gatti neri fissano scorciatoie di ortica
    camerieri si dannano all’umore di ossidiana

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