Antologia della poesia di Nikolaj Gumilëv (1886-1921), Prima traduzione in italiano, a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova 

          

Nikolaj Stepanovič Gumilëv nacque a Kronnstadt, nel 1886 e morì nel 1921 fucilato dai bolscevichi. Studiò in un liceo diretto dal poeta Annenskij. Cominciò a pubblicare poesie dal 1902. Nel 1905, ancora al liceo, uscì la sua prima raccolta poetica, Il cammino dei conquistatori. In seguito si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona. Nel 1909 fonda il giornale “Apollon”.
Nel 1910, alle celebrazioni del poeta simbolista Ivanov incontrò la poetessa Anna Achmatova che sposò pochi mesi dopo. Nel 1911 fondò con Gorodeckij l’associazione “Gilda dei poeti” per tornare alla concretezza e alla solidità del lavoro dell’artigiano. Presero parte della Gilda anche Anna Achmatova e Osip Mandel’štam, il movimento fu denominato Adamismo ma passerà alla storia come acmeismo (da acmé, vertice).
Gumilëv tradusse in russo Gilgamesh, Leopardi, Gautier, Shakespeare, Baudelaire, Browing e altri. Dopo la Achmatova, nel 1919, sposò Anna Engel’gardt, L’ultimo libro è Colonna di fuoco del 1921. Arrestato il 3 agosto 1921 con la falsa accusa di partecipazione a un complotto monarchico, della congiura di Tangacev – fu fucilato il 25 agosto con altri compagni. Un aneddoto raccontato dalla moglie di Mandel’štam, Nadezda, lo descrive bene. Siamo nel gelido inverno di Pietroburgo, nel 1919, la temperatura è abbondantemente sotto i venti gradi. Un ricevimento in un salone terribilmente gelido. Si presenta Gumilëv con un leggerissimo abito estivo (non possedeva abiti invernali), e cammina senza battere ciglio nel salone gelido come se nulla fosse. Ufficiale zarista, era stato insignito di una importante onorificenza di guerra per il coraggio mostrato in combattimento. Parteggiò per i bianchi. Fu arrestato la sera e la mattina seguente venne ucciso dai bolscevichi.

nikolaj-stepanovic-gumilev

Nel ringraziare Giorgio Linguaglossa e “L’ombra delle parole“ per l’ospitalità data al nostro lavoro su un poeta poco tradotto e, di conseguenza, poco conosciuto in Italia, vorremmo attirare l’attenzione del lettore sulla poesia “Il tram che si era perso” che è considerata una delle più misteriose della poesia russa. Lo stesso Gumilëv raccontò che l’aveva scritta in pochi minuti come se qualcuno “dal di dentro” gli dettasse i versi che combinano i due generi della visione e della ballata. Come il protagonista della “Commedia” di Dante, l’io lirico della composizione si trova fin dall’inizio in un luogo sconosciuto ma, se Dante vede dinanzi a sé un bosco, Gumilëv delinea un paesaggio fortemente urbanizzato.

In una sorta di reincarnazione (tema già affrontato nella poesia “Il ricordo”) il poeta rivive tre rivoluzioni: quella francese, la rivolta di Pugacëv del 1773 e la rivoluzione bolscevica. Per la prima notiamo i rimandi alla figura del boia (raffigurato qui per licenza poetica in camicia rossa e non nella consueta camicia bianca), le teste mozzate, la cesta sul cui fondo giacciono, le insegne insanguinate. La rievocazione della figura di Mar’ja (Mascia), la protagonista del racconto di Puskin La figlia del capitano, ci riporta all’epopea di Pugacëv: anche qui una licenza poetica. Gumilëv “inventa” un altro finale, dal momento che nell’originale la nostra eroina non muore ma sposa felicemente il suo amato. Ma in Mascia si compone l’immagine della Russia prerivoluzionaria, quella che Gumilëv tanto amava e riteneva essere la vera Russia.

L’immagine del tram simboleggia la rivoluzione del 1917 e l’invocazione “Fermate, conducente// fermate il vagone” esprime compiutamente la posizione del poeta nei confronti dell’epoca che viveva e che, come è noto, lo portò davanti al plotone d’esecuzione. Ma nessuno ormai poteva fermare il vagone e Gumilëv doveva andare avanti, riconoscendo con amarezza che “la casa con tre finestre e il prato grigio” che baluginavano sarebbero rimaste per sempre nel passato: “Non ho mai pensato// che si possa amare così ed essere tristi”.

Anna Achmatova scrisse: “Gumilëv è un poeta ancora non compiutamente letto. E’ un visionario, un profeta. Predisse la sua morte con ogni particolare fino all’erba autunnale”.

Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova

Poesie di Nikolaj Stepanovič Gumilëv

Cosa ho letto? Vi annoiate, Leri, *
E se ne sta sotto il tavolo Socrate.
Siete stufa dell’antica fede?
– Che bel ballo in maschera!
Eccomi nella mia angusta stanzuccia
mi rallegro per la vostra lettera.
Com’è adorabile il cappello di Faust
sul caro volto di fanciulla.
Ero con voi, completamente innamorato,
me ne andai, stringendomi per la nostalgia.
E’ più terribile di un cappello calzato
Il gesto di una mano che si allontana.
Ma serbai il ricordo
Dei giorni stupendi e inquieti,
il mio pavido fantasticare
sui vostri dolci occhi.
Davvero li rivedrò di nuovo
e resterò immobile per il dolore e l’amore
e a loro, splendenti, avvicinerò
i miei occhi tartari?!
E di nuovo ricominceranno i nostri incontri,
il vagabondaggio notturno a casaccio
e le nostre chiacchierate maliziose
e le Isole e il Giardino d’Estate?
Ma, ah, potrò forse io non essere cupo,
posso forse scacciare il dubbio?
Eppure la malinconia può
essere appena
una bella avventura.
e, giustamente, il giorno ingrigendo colse
di nuovo Socrate sul tavolo,
perciò “Emaux et carmees”
con “La faretra” nella stessa polverosa foschia.
E così voi, simile ad un gatto,
dicevate al notturno: “Addio!”
e vi porta velocemente verso la Psiconeuroska, **
risuonando e saltando, un tram.

(1916)

* Larissa M. Rejsner
** istituto dove la Rejner studiava

*

ad  Anna Achmatova 

Mi avete dato un album aperto, *
vi cantavano corde di lunghi versi,
io lo portai via e, arrabbiato,
lungo il cammino chiusi di scatto la serratura.
Brutto segno! Mi tormentavo,
dinanzi a lui leggevo versi,
pregavo ma non si aprì,
era più spietato delle furie della natura.
E mi toccherà abituarmi
alla consapevolezza, colma di nostalgia,
che devo penetrarvi dentro
come nel vostro cuore – come un ladro.

(maggio 1917)

UN SOGNO

Cominciai a gemere per un brutto sogno
E mi svegliai davvero afflitto:
sognai che amavi un altro
e che lui ti aveva offesa.

Correvo via dal mio letto,
come un assassino dal suo patibolo
e osservavo come fiocamente rilucevano
i lampioni con occhi di fiera.

Ah, forse, così randagio
non vagava nessuno
in quella notte per le vie oscure,
lungo letti di fiumi asciutti.

Ecco, starò davanti alla tua porta,
non mi è concessa altra via
sebbene io sappia che mai
oserò oltrepassare questa porta.

Lui ti ha offeso, lo so,
sebbene fosse solo un sogno
tuttavia sto morendo
dinanzi alla tua finestra chiusa.

(1917)

MEMORIALE

Ed eccola tutta la vita! Turbinio, canto,
mari, deserti, città,
immagine baluginante
del per sempre perduto.

Infuria la fiamma, suonano le trombe
e volano rossi cavalli,
poi labbra che emozionano
parlano, sembra, della felicità.

Ed ecco di nuovo estasi e dolore
di nuovo, come sempre, come sempre
Il mare agita la canuta criniera,
si alzano deserti, città.

Quando alla fine, ribellatomi
al sonno, io sarò di nuovo io –
un semplice indiano che si è assopito
nella notte sacra vicino al ruscello?

(1917)

*

Io fui strappato ad una vita angusta,
a una vita misera e semplice
dalla tua straziante, favolosa,
ineluttabile bellezza
e sono morto e vedeva una fiamma
mai vista prima:
dinanzi agli occhi abbagliati
brillava una stella azzurra.
Trasfigurando lo spirito e il corpo
si alzava una melodia e di nuovo cadeva.
Ecco, parlava e risuonava
Il tuo sangue, di liuto che canta.
E l’odore, più ardente e più dolce
di tutto quello che troverò nella vita
ed anche del giglio che sta
nell’alto giardino degli angeli.
E all’improvviso dalla profondità di
riemerse il mondo terreno
tu, come un uccello ferito, inatteso,
cominciasti a trepitare dinanzi a me:
ripetevi: “Io soffro”,
ma cosa posso fare io, quando
alla fine so così dolcemente
che tu sei soltanto una stella azzurra!

(luglio 1917)

SU DI TE

Su di te, su di te, su di te,
nulla, nulla su di me!
Nell’oscuro destino dell’uomo
tu sei l’alata esortazione verso l’altura.

Il tuo benefico cuore – è
come lo stemma dei tempi andati.
E’ da loro consacrata la vita
di tutte le stirpi terrene, pedestri.

Se le stelle, luminose e fiere,
si allontanassero dalla nostra terra,
le resterebbero le due stelle migliori:
cioè, i tuoi occhi coraggiosi.

E quando il dorato serafino
strombazzerà che è arrivato il termine,
allora noi solleveremo davanti al serafino
come una difesa il tuo bianco fazzoletto.

Il suono si spegnerà nella tromba vibrante
e il serafino sparirà nell’altura…
Su di te, su di te, su di te,
nulla, nulla su di me!

(ag.1917/primavera 1918)

LEOPARDI

O giorni festivi, o suono delle corde, o
o felicità incessante della terra
tu non hai conosciuto nulla, Leopardi!

E i tuoi giorni ti attiravano alla fine
come navi che galleggiano verso l’Ade
sotto vele luttuose.

Tu una donna dagli occhi freddi,
innamorata solo di se stessa,
e la patria amavi sotto i cieli.

Fantasticavi su di loro, come affliggendoti nell’ora della morte,
li mescolavi nelle tue fantasie…Ma non ti amavano
né la patria né la donna.

(1918-1921)

mandel'stam Achmatova e Pasternak 1940

Achmatova e Gumilev con il figlio

L’ANIMA E IL CORPO
I
Galleggia sulla città la quiete notturna
e si fa più sordo ogni fruscio
eppure tu, anima, tu taci,
abbi pietà, Dio, delle anime di marmo.

E la mia anima mi rispondeva,
come se cantassero arpe lontane:
“Perché alla vita aprii gli occhi
In uno spregevole corpo umano?

Folle, abbandonai la mia casa,
slanciandomi ad un’altra magnificenza
e il globo terrestre si trasformò per me in una palla,
a cui un condannato sta legato alla catena.

Ah, io presi ad odiare l’amore,
la malattia a cui tutti da voi sottostanno,
che annebbia di nuovo e di nuovo
il mondo a me estraneo ma armonioso e splendido.

E se qualcosa ancora mi accomuna
al passato che balugina nel coro dei pianeti,
questo è il dolore, il mio scudo sicuro,
il freddo sprezzante dolore”.

II

Il tramonto dal colore oro diventò come rame,
le nuvole si coprirono di verde ruggine
e allora dissi al corpo: “Rispondi
a tutto quello che l’anima ha detto.”

E mi rispose il corpo,
il semplice corpo ma dal sangue ardente:
“Io non so cosa significa la vita
sebbene io conosca quello che chiamano amore.

Amo sguazzare nell’onda salata,
prestare ascolto alle grida dei falchi,
su un cavallo non domo amo correre
veloce su un campo che odora di timo.

E amo la donna…quando i suoi occhi
chini bacio,
sono ubriaco, come se si avvicinasse il temporale
o bevessi dell’acqua sorgiva.

Ma io per tutto ciò è stato preso e voglio,
per tutto il dolore, la felicità e le chimere,
come si addice ad un uomo, pagherò
con la irrimediabile, ultima morte.”

III

Quando la parola di Dio dall’alto
Ss fece come fosse l’Orsa Maggiore
con la domanda: “Ma chi sei tu, che fai domande?”
l’anima apparve davanti a me e anche il corpo.

Su di loro alzai lentamente lo sguardo
e con benevolenza risposi agli insolenti:
“Ditemi, davvero, è intelligente il cane
che ulula quando la luna risplende?

Davvero interrogate me,
me per cui è un unico attimo
l’intero corso dal primo giorno terreno
fino all’infocata fine del mondo?

Me, che come l’albero di Yggdrasil,
germogliai dalla testa la famiglia dei sette mondi
e per i cui occhi sono come polvere
i campi terreni e i prati benedetti?

Io sono quello che dorme e la profondità copre
Il suo indicibile soprannome;
e voi, voi siete soltanto un debole riflesso del sogno
che corre nella profondità della sua coscienza.”
(1919)

IL TRAM CHE SI ERA PERSO

Andavo per una via sconosciuta
e all’improvviso sentii un gracchiare di cornacchie
e suoni di liuto e tuoni lontani –
davanti a me volava un tram.

Come balzai sul predellino,
fu per me un mistero,
lasciava nell’aria una scia
infuocata anche alla luce del giorno.

Sfrecciava come un’oscura tempesta, alato,
si perse nell’abisso dei tempi…
Fermate, conducente,
fermate ora il vagone.

E’ tardi. Ormai aggirammo il muro,
passammo attraverso un boschetto di palme,
attraversammo la Neva, il Nilo e la Senna,
echeggiammo sui tre ponti.

E, balenato nella cornice della finestra,
ci lanciò dietro uno sguardo indagatore
un povero vecchio – ovviamente, lo stesso
che morì a Beirut un anno fa’.

Dove sono? Così languido ed inquieto
batte il mio cuore in risposta:
tu vedi la stazione nella quale si può
comprare il biglietto per l’India dello Spirito?

Un’ insegna…le lettere scarlatte per il sangue
recitano – verdure – lo so, qui
al posto del cavolo e al posto del navone
vendono teste morte.

Con una camicia rossa, con il volto come mammelle
Il boia tagliò la testa anche a me,
stava insieme alle altre
qui, nel cassetto scivoloso, proprio nel fondo.

E nel vicolo la recinzione di assi,
una casa con tre finestre e un prato grigio…
Fermate, conducente,
fermate ora il vagone.

Mascenka, tu qui vivevi e cantavi,
tessevi per me, il fidanzato, un tappeto,
dove sono ora la tua voce e il tuo corpo,
è possibile che tu sia morta!

Come gemevi nella tua stanza,
io con la treccia incipriata
andavo a presentarmi all’Imperatrice
e non ci siamo più visti.

Ora ho capito: la nostra libertà –
è solo da lì la luce promana,
persone ed ombre stanno all’ingresso
nel giardino zoologico dei pianeti.

E all’improvviso un vento conosciuto e dolce,
e vola da dietro il ponte verso di me
il palmo della mano del cavaliere in un guanto di ferro
e i due zoccoli del suo cavallo.

Come una fedele fortezza dell’ortodossia
è incastrato in altezza Isacco,
là celebrerò la liturgia per la salute
di Mascia e il servizio funebre per me.

E tuttavia il cuore per sempre è cupo
ed è difficile respirare e fa male vivere…
Mascia, non ho mai pensato
che si possa amare così ed essere tristi.

(29-30/12/1919)

LA PAROLA

In quel giorno, quando sul nuovo mondo
Dio chinava il Suo volto, allora
fermavano il sole con la parola,
con la parola distruggevano città.

E l’aquila non agitava le ali,
le stelle terrorizzate si attaccavano alla luna
se, come una rosea fiamma,
la parola navigava in alto.

Per la vita mediocre c’erano invece i numeri,
come un animale domestico, servile,
perché tutte le sfumature del significato
rende il dotto numero.

Un canuto patriarca, che sotto il braccio
dominava il bene e il male,
non osando rivolgersi al suono,
con un bastone sulla sabbia tracciava il numero.

Ma noi abbiamo dimenticato che brilla
solo la parola tra le ansie terrene
e che nel Vangelo di Giovanni
è detto che la parola è Dio.

Noi le abbiamo posto come limite
I miseri limiti della natura
e, come api in un alveare vuoto,
puzzano le parole morte.

(1921)

29 commenti

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29 risposte a “Antologia della poesia di Nikolaj Gumilëv (1886-1921), Prima traduzione in italiano, a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova 

  1. luciatriolo

    davvero interessante, nel verso sembra una poesia molto attuale

  2. gino rago

    Intorno a questi due versi di Gumilëv

    “come api in un alveare vuoto,
    puzzano le parole morte.”

    si potrebbero scrivere libri e libri di saggistica letteraria.

  3. La poesia “Un tram che si era perso” è una poesia di nuovo conio. Scritta nel 1919 contiene numerose novità nella esecuzione e nella impostazione del plot, giacché non c’è un racconto, ci sono molti racconti che entrano a scombinare la trama centrale, e forse non c’è neanche una trama centrale, ci sono voci, ricordi, premonizioni, intermezzi che entrano nella poesia, e ne escono. Gumilëv è stato un poeta di acutissima sensibilità che ha avuto la sfortuna di capitare nell’epoca d’argento della poesia russa, essere stato il marito di Anna Achmatova e il protagonista dell’acmeismo che contava tra i suoi esponenti personalità come Mandel’stam, ha finito per mettere in ombra le indubbie qualità del poeta.
    Mandel’stam lo aveva in grandissima stima, lo stimava come poeta e come organizzatore e divulgatore del gruppo acmeista, e stimava il suo acume. Nadezda, la moglie di Mandel’stam, narra nella sua opera, L’epoca e i lupi:

    “Mandel’stam amava citare le parole di Gumilëv: «Sono dei bei versi, Osip, ma quando li avrai finiti non ti rimarrà nemmeno una riga di quelli lì»”.

    Commenta Nadezda: «naturalmente, in questi casi è impossibile ricostruire la storia del testo; gran parte del lavoro, infatti, viene compiuto nella mente e con le labbra, mentre non si fissa sulla carta».(p. 252)

    Nei suoi versi Mandel’stam parla dello «scalpiccio delle labbra che ricordano»; ebbene anche nella poesia di Gumilëv si può individuare un particolarissimo moto delle labbra che confeziona una voce individuale e storica. Incredibile è che questa voce sia rinvenibile anche nella bellissima traduzione di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova, e arriva fino all’italiano di oggi.

  4. antonio sagredo

    Da studioso di cose slave e che s’intende devo dichiarare che queste traduzioni sono semplicemente splendide… semplicemente perché sono scorrevoli e chiarissime, precise nel contenuto, nella musicalità e nei sentimenti che esprimono i versi. Davvero è stato un bel regalo stamattina e lodi sperticate a Donata e a Kamila: conoscevo alcune di queste poesie, e comparando con altre sono le migliori in assoluto. Ora sono occupato, spero per stasera di dare un contributo critico come si deve.

  5. Nel ringraziare Giorgio Linguaglossa e “L’ombra delle parole“ per l’ospitalità data al nostro lavoro su un poeta poco tradotto e, di conseguenza, poco conosciuto in Italia, vorremmo attirare l’attenzione del lettore sulla poesia “Il tram che si era perso” che è considerata una delle più misteriose della poesia russa.

    Lo stesso Gumilëv raccontò che l’aveva scritta in pochi minuti come se qualcuno “dal di dentro” gli dettasse i versi che combinano i due generi della visione e della ballata.

    Come il protagonista della “Commedia” di Dante, l’io lirico della composizione si trova fin dall’inizio in un luogo sconosciuto ma, se Dante vede dinanzi a sé un bosco, Gumilëv delinea un paesaggio fortemente urbanizzato.

    In una sorta di reincarnazione (tema già affrontato nella poesia “Il ricordo”) il poeta rivive tre rivoluzioni: quella francese, la rivolta di Pugacëv del 1773 e la rivoluzione bolscevica. Per la prima notiamo i rimandi alla figura del boia (raffigurato qui per licenza poetica in camicia rossa e non nella consueta camicia bianca), le teste mozzate, la cesta sul cui fondo giacciono, le insegne insanguinate.

    La rievocazione della figura di Mar’ja (Mascia), la protagonista del racconto di Puskin “La figlia del capitano”, ci riporta all’epopea di Pugacëv: anche qui una licenza poetica. Gumilëv “inventa” un altro finale, dal momento che nell’originale la nostra eroina non muore ma sposa felicemente il suo amato. Ma in Mascia si compone l’immagine della Russia prerivoluzionaria, quella che Gumilëv tanto amava e riteneva essere la vera Russia.

    L’immagine del tram simboleggia la rivoluzione del 1917 e l’invocazione “Fermate, conducente// fermate il vagone” esprime compiutamente la posizione del poeta nei confronti dell’epoca che viveva e che, come è noto, lo portò davanti al plotone d’esecuzione. Ma nessuno ormai poteva fermare il vagone e Gumilëv doveva andare avanti, riconoscendo con amarezza che “la casa con tre finestre e il prato grigio” che baluginavano sarebbero rimaste per sempre nel passato: “Non ho mai pensato// che si possa amare così ed essere tristi”.

    Anna Achmatova scrisse: “Gumilëv è un poeta ancora non compiutamente letto. E’ un visionario, un profeta. Predisse la sua morte con ogni particolare fino all’erba autunnale”.

    Grazie a tutti per l’attenzione e un grazie speciale ad Antonio Sagredo, le cui parole ci hanno davvero riempite d’orgoglio.

    Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova

  6. Nella Cappella Sistina le urla accomiatano il dolore impronunciabile della pittura,

    le parole di Nikolaj Stepanovič Gumilëv accompagnano dalla parete il visitatore all’Ermitage d’Europa.

    GRAZIE alle curatrici della traduzione.
    Grazie Ombra.

  7. gino rago

    Esprimo la mia ammirazione per Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova. Ci consegnano un lavoro di finissima cultura letteraria sul poeta che fu tra i fondatori di una delle correnti poetiche più importanti nella storia della poesia di tutti i tempi,l’adamismo.

  8. milaure colasson

    la traduzione di Donata De Bartolomeo e di Kamila Gayazova ci consegna delle poesie che sembrano scritte direttamente in italiano. Quello che più colpisce in queste traduzioni è l’aver costruito un linguaggio poetico interamente nuovo in italiano! Se dovessi accostare questo stile a qualche altro poeta italiano del novecento mi sentirei in difficoltà, non c’è nessuno, in Italia, che negli anni dieci e venti scriveva in modo analogo, quindi le traduttrici si sono dovute inventare un linguaggio e uno stile. E’ la distanza tra uno stile e l’altro che ci consegna il quantum di novità, e in queste poesie di Gumilëv noi siamo messi direttamente davanti ad una “possibilità” del linguaggio poetico italiano che poi è rimasta mera possibilità. La poesia italiana è stata priva di un movimento simbolista, e questo ha pesato, e continua a pesare sulla poesia italiana di oggi; non abbiamo avuto un simbolismo e quindi non abbiamo avuto l’equivalente dell’acmeismo. Notate la precisione e la duttilità dello svolgimento di queste poesie di Gumilëv : tutto è preciso, lindo, precisamente detto, senza tafferugli, senza ingarbugli di fonemi.

    • Forse Dino Campana. Ma, come dicono i collezionisti, si tratta di pezzi unici. “Genova”, o “Poesia poesia poesia” dove, ricordavo,
      …scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram…

      O poesia poesia poesia
      Sorgi, sorgi, sorgi
      Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
      Sfrenati dalle elastiche silhouttes equivoche
      Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso
      Sopra l’anonima fucileria monotona
      Delle voci instancabili come i flutti
      Stride la troia perversa al quadrivio
      Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino
      Saltella una cocotte cavalletta
      Da un marciapiede a un altro tutta verde
      E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram
      Silenzio – un gesto fulmineo
      Ha generato una pioggia di stelle
      Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso
      In un mantello di sangue vellutato occhieggiante
      Silenzio ancora. Commenta secco
      E sordo un revolver che annuncia
      E chiude un altro destino

  9. antonio sagredo

    GUMILËV
    Cominciamo col dire che quanto scrive Gino Rago nel suo intervento:
    — Che intorno a questi due versi di Gumilëv :“come api in un alveare vuoto,\ puzzano le parole morte.”
    si potrebbero scrivere libri e libri di saggistica letteraria, è quanto meno esagerato.
    Vi è una poesia di Mandel’štam del novembre 1920 che inizia con una prima strofa:

    “Prendi per gioia dai miei palmi
    un po’ di sole, un po’ di miele,
    come ci hanno ordinato le api di Persefone.”

    E finisce con la quinta strofa:

    “Prendi per gioia il mio selvaggio dono,
    il secco squallido monile in api morte,
    che hanno mutato in miele il sole. “
    —-
    E a proposito Ripellino commenta :
    (dal Corso su Mandel’stam del 1974-75 p.145)
    (segue poi la mia lunga nota n. 291; ne cito solo l’inizio)

    “Espressioni simili si trovano in Gumilëv: “Come api in un alveare deserto\puzzano le parole morte!
    “Versi scritti sull’orlo del ridicolo”, dice Viktor Šklovskij di questa poesia. E veramente c’è del ridicolo; è una poesia senza orientamento. Nonostante Mandel’štam riesce a rimanere su un grado alto. Il mondo greco rievocato confina con la burla.” (291)
    (291) Ritornano le api (tema corrente, come nella poesia a p. 134), dove il tema e il contesto era più serio e profondo; e ritorna pure il nome di Persefone (già a p. 139), ma in questi versi un po’ ridicolizzata, quasi il poeta volesse disfarsi di questo mitologico mondo greco. Quindi: le api, Persefone, la paura, il Tempo, il miele, (o la variante: il miele del morto sole) e altri motivi si snodano a ripetizione e si alternano
    Per quanto ora scritto non è il caso proprio di “ scrivere libri e libri di saggistica letteraria”, perché si cadrebbe nel ridicolo.
    —————————————
    Dal Corso su detto di AMR del 1974-75 su Mandel’štam le corrispondenze con Gumilëv sono 46 meno 25 nelle mie note. Spunti per parlare dei rapporti intercorsi tra i due poeti e di riflesso con Achmatova e la Cvetaeva, Pasternak e con tanti altri grandi poeti sono decine e davvero c’è materia di scrivere decine e decine di saggistica letteraria. Con altri poeti come p.e. con Chlebnikov, specie con Blok, Vološin, Lev Lunc e tanti altri come con quelli del gruppo “GILDA”.
    (dal Corso)
    “Vološin scrive una tristissima poesia profetica – Sul fondo dell’inferno ‘ del 1921, qualche tempo dopo la fucilazione di Gumilev:
    Ogni giorno più selvaggio
    e più sorda la notte cadaverica intorpidisce.
    Un fetido vento spegne le vite come candele.
    Non si può gridare, né chiamare, né aiutare.
    È tenebroso il destino del poeta russo.
    Imperscrutabile fato lo conduce…
    Conduce Puškin sotto la canna della pistola.
    Dostoevskij sul patibolo.
    Può darsi che a me tocchi una simile sorte.
    Russia amara che uccide i tuoi figli.

    Questo poeta aveva già scritto qualcosa di profetico anni prima tanto che .“Nel 1917 la Cvetaeva aveva preso sul serio la profezia di Vološin sulle conseguenze della rivoluzione russa negli anni a venire: il terrore, la guerra civile, le esecuzioni, la Vandea, uomini trasformati in bestie, e sangue, sangue, sangue”, in E. Feinstein Anna di tutte le Russie-La vita di Anna Achmatova, ed. La Tartaruga, 2006, p. 101.”
    ———————————–
    Mandel’štam e Gumilëv si incontrarono per la prima volta a Parigi.
    — Scrive Ripellino:
    “Le prime poesie a noi note di Mandel’štam risalgono al 1908 e appaiono sulla rivista Apollon, una delle grandi riviste dell’inizio del secolo. A questo periodo risale la sua amicizia con il poeta N. S. Gumilëv, di cui fu sempre fervido amico e di cui ascoltò i giudizi. Si erano conosciuti a Parigi dove Gumilëv sembra girasse incipriato e col cilindro. Dice Mandel’štam: Ma a Pietroburgo l’acmeista mi è più vicino di un Pierrot romantico a Parigi. Più tardi quando Gumilëv morirà fucilato; egli scriverà alla ex-moglie Anna Achmatova: “ La conversazione con Kolja non si è mai interrotta per me”.—-
    —–
    I particolari sulla fucilazione ci sono noti da Il vascello folle di Olga D. Forš, op. cit. alla nota 230 a p. 111.
    (dal Corso), ma
    “La verità sugli ultimi giorni di Gumilëv fu scoperta nel 1990 da Vera e Sergej Luknickij, figli di Pavel Luknickij, quando dopo il crollo del comunismo, gli uffici del KGB di Pietroburgo furono temporaneamente aperti.”, in Elaine Feinstein, Anna di tutte le Russie, ed. La Tartaruga, 2006, p. 124-125.
    “Nel 1924 si presentò all’Achmatova Pavel Luknickij, un giovane che scriveva una tesi sull’opera poetica di Nikolaj Gumilëv” in Elaine Feinstein, op. cit. p. 148; è dubbio se il poeta fosse davvero una spia della Čeka. ////// La poesia su citata di Vološin risulta essere del 12 gennaio 1922, (Koktebel’). (mia nota 4, p.4 – del Corso su Mandel’štam del 1974).
    ———————————————————
    Per curiosità riferisco che ci fu un duello “scherzoso” tra Mandel’štam e Gumilëv.

    “Un similare contesto a causa della Ol’ga Arbenina è “descritto da G. Ivanov in una poesia dedicata a un duello scherzoso tra Mandel’štam e Gumilëv con un retroscena serio. Ci si riferisce alla infatuazione contemporanea di entrambi per Ol’ga Arbenina (un’attrice) e alla loro rivalità (su questo argomento verte la poesia di Ivanov: Basnja (Favola).”; in: eSamizdat 2009 (VII) 1 -24 giugno 2009, A. Aksenova La metafisica dell’aneddoto e la semantica della menzogna in: eSamizdat. (vedi p. 14, n. 35)”.

    SuI pantaloni… riferisco (dal Corso):
    “Nel 1919 sempre una testimonianza di Nadežda (moglie di Mandel’štam):
    L’Unione dei Poeti chiedeva Gor’kij un maglione e pantaloni per Mandel’štam. Gor’kij gli fece ottenere il maglione, ma i pantaloni li cancellò di sua mano. Già allora non si osservava più il criterio di livellamento, e ciascuno riceveva in proporzione delle sue nozioni. Mandel’štam non ne possedeva abbastanza per un paio di pantaloni. Fu Gumilëv a dargli i suoi: il paio di riserva. Mandel’štam mi giurava, che andando in giro con i pantaloni di Gumilëv si sentiva straordinariamente forte e coraggioso… perché Gumilëv fu fucilato).”
    E infine termino con una poesia di Mandel’stam dedicata a Gumilev:
    Strofe pietroburghesi

    a N. Gumilëv
    Sopra la giallezza degli uffici governativi
    ha vorticato a lungo la torbida tormenta,
    e il magistrato di nuovo si siede in slitta,
    con largo gesto avvolgendosi nel mantello.

    Svernano le navi. Là dove c’è sole
    si è acceso il grosso vetro di una cabina.
    Mostruosa, come un incrociatore in un dock,
    la Russia riposa pesantemente.

    Ma sopra la Neva – i consolati di mezzo mondo,
    l’Ammiragliato, il sole, il silenzio!
    E l’aspra porpora dello Stato
    è povera, come un rozzo saio.

    È pesante il fardello dello snob settentrionale –
    la vecchia malinconia di Onegin;
    sulla piazza del Senato – il piccolo cavallone di un mucchio di neve,
    il fumo di un falò e il freddo di una baionetta…

    Attingevano acqua i canotti, e i gabbiani
    marittimi visitavano il deposito di canapa,
    là dove, vendendo frullati o panini,
    vagano soltanto mužiki da operette.

    Vola verso la nebbia una sequela di motori;
    il permaloso modesto passante –
    lo strampalato Eugenio – si vergogna della povertà,
    aspira benzina e maledice il destino!

    1913
    (trad. di A.M.Ripellino)

  10. La instant poetry.
    Sulla struttura circolare e la struttura lineare della nuova poesia

    Lo spazio espressivo integrale della poesia kitchen è il campo in cui «maschere», «icone» «tempo», «spazio» vengono ridefiniti in un nuovo paradigma.

    Lo spazio espressivo integrale della instant poetry è l’istante, l’essere qui e la contemporaneamente, qui per me, là per te. E combacia perfettamente con la legge del gatto di Schrödinger.

    La «struttura a polittico» della poesia è una struttura circolare.
    La struttura lineare, segmentata della poesia kitchen e della instant poetry chiama in causa la mancanza di fondamento del pensiero della fine della metafisica.

    La poesia kitchen è fondata sullo statuto di verità del nuovo discorso poetico, ultimo esito della ricerca definita «nuova ontologia estetica».

    Il «polittico» nasce dalla consapevolezza che il discorso poetico è privo di un fondamento.

    La instant poetry nasce dalla consapevolezza che il discorso poetico è privo di un fondamento.

  11. https://lombradelleparole.wordpress.com

    Poesie kitchen
    di Lucio Mayoor Tosi

    Una luce chiara gli entrò, da dietro, negli occhi.
    Subito lui pensò: io sono due che si sono amati.
    Poi anche: Non avrai altro…
    Ma qui s’interruppe.
    La gente intorno cantava
    Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro…

  12. antonio sagredo

    “Forse Dino Campana. Ma, come dicono i collezionisti, si tratta di pezzi unici. “Genova”, o “Poesia poesia poesia” dove, ricordavo,
    …scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram…”

    e stavolta. come anche qualche altra volta, Mayoor Tosi ha ragione, e difatti ho pensato subito, quasi d’istinto, a Dino Campana: simbolista fuori del comune anche senza volerlo. Inutile girarci intorno: poeta assoluto Campana senza ambiguità (come Pasolini o Montale, p.e.)… nei suoi versi se non si cede alla sua seduzione si sente il DUENDE… d’altra parte Carmelo Bene – che di poesia e di poeti s’intendeva come pochissimi, fu l’unico poeta – l’unico che scelse – che cantò e decantò con la sua Voce ineguagliabile.
    E a parte Marinetti che declamò- ma fu più un tributo personale al futurismo italiano, che un tributo al poeta futurista- ..
    Mi dispiace tantissimo per Montale e i suoi sbiaditi nipoti e pronièpotini!

    grazie
    a. s.

  13. di Giorgio Linguaglossa

  14. antonio sagredo

    :UNA SERTA DEL 1917 (o 1918?) AL MUSEO POLITECNICO DI MOSCA
    CON QUASI TUTTI I GRANDI POETI DI RUSSIA NELLA TESTIMONIANZA OCULARE DELLO SCRITTORE ALEKSEJ ALIMOV.
    —————————————————————————————————-

    “La grande Sala del Museo Politecnico di Mosca è insolitamente agitata. Questa volta le poltrone dell’anfiteatro non sono occupate da professori canuti, né da attivi ingegneri; sia le sale che i corridoi sono invece invasi sa una chiassosa folla di studenti, qua e là per l’eleganza spiccano le signore, e un po’ dappertutto intorno agli scrittori ed agli artisti, si raccolgono gruppi di critici. Sui vestiti dei più brillano chiari i nastri rossi. Corre tempestoso il rivoluzionario anno 1917. È il giorno in cui nel Museo Politecnico di Mosca deve essere eletto per la prima volta, ed anche per l’ultima volta, il Re dei Poeti. Un campanello. Sulla tribuna appaiono i concorrenti al titolo onorifico. Ecco con passo deciso entrare ed impacciato sedersi un giovane dalla figura atletica; il suo vestire è povero, e nello stesso eccentrico. Si vede che cerca di vincere la sua confusione e di nasconderla con una spigliatezza forzata. Le ultime file degli spettatori lo accolgono con grida e applausi. È Vladimir Majakovskij, capo della nuova ed ancora poco compresa corrente rivoluzionaria della poesia russa, il futurismo. Egli ha appena pubblicato il suo grande poema dal titolo non poco strano Una nuvola in pantaloni, che contiene strofe che scandalizzano il senso estetico ancor più del titolo e che riportano parole dal suono volgare, prese dalla strade di Mosca. Accanto a lui è il suo opposto: l’eleganza incarnata, vestito impeccabilmente, con un’orchidea all’occhiello, dal viso malinconico, pieno di godimento da epicureo, coi capelli arricciati e ricadenti sulla fronte. È un esteta, lo Wilde moscovita: Igor Severjanin, dominatore dei pensieri e dei cuori delle fanciulle, i cui libri adornano tutti i salotti ed i boudoir di Mosca… Al centro si nota il viso pensieroso del classico dei simbolisti, del teorico della poesia; Valerio Brjusov, mentre da un lato presso una colonna vediamo il nobile profilo di un viso bianco quanto la marmorea colonna alla quale si appoggia: Aleksandr Blok. Tra il pubblico, in divisa militare, decorato dall’Ordine per il coraggio è il capo dei romantici acmeisti, Nikola Gumilëv. E, insomma, l’intero parnaso della poesia russa del periodo rivoluzionario”. Segue una declamazione di versi di Severjanin subissata da “una voce penetrante, acuta, urla le parole della nuova canzone rivoluzionaria che echeggia nelle strade… dalla tribuna intanto giungono incalzanti, come colpi di martello sull’incudine, strani, quasi selvaggio per l’orecchio non abituato al ritmo sonoro, ed invero con qualche cosa di originale e di nuovo, i versi di Vladimir Majakovskij, il quale si rivolge all’avversario… urla dalla sua tribuna…”. Poi la volta di Blok “già riconosciuto primo poeta di Russia da dieci anni…”. Vinse Severjanin come successore simbolico quella sera. In A. Alimov, Panorama della letteratura russa contemporanea, Dr. Francesco Montuoro editore, 1946, pp. 7-11. Ma Blok appunta l’evento al 27 febbraio 1918 !, in Taccuini, a cura di F. Malcovati, Editori Riuniti, 1984, p. 164. Questa data è confermata da V. Katanian in Vita di Majakovskij, Editori Riuniti 1978, p. 66.
    Secondo Alimov il poeta declamò i suoi versi all’istituto Taniševskij in aprile e ottobre 1917 e al Museo Politecnico nel settembre ’17 . Alimov si è di certo confuso, e credo che sia Blok che Katanjan non si siano sbagliati.

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