Canto alla durata, di Peter Handke, Poema filosofico-narrativo, La poesia come strumento di ricerca epifanica, Ermeneutica di Ewa Tagher

 

Commento di Ewa Tagher

“È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo teatrale, non una storia –
la durata induce alla poesia.
Voglio interrogarmi con un canto,
voglio ricordare con un canto,
dire e affidare a un canto
cos’è la durata”.*

È così che Peter Handke, premio Nobel per la Letteratura nel 2019, introduce Canto alla durata (Gedicht an die Dauer, 1986), presentando sé stesso e la propria intenzione al lettore. È un invito al viaggio, a un processo di ricerca, a una prova i cui esiti non sono mai scontati. L’unica certezza per l’autore sembra essere la forma: la durata (Dauer) chiama, esige la poesia (Gedicht). In un libro intervistaⁱ, lo stesso Handke spiega le motivazioni della sua scelta “qualcuno ha detto che la durata avrebbe dovuto essere un tema da trattare in un saggio. Io invece ho concepito quel “canto” come un poema filosofico-narrativo e come tale l’ho anche scritto. […] Per quanto riguarda il verso “la durata induce alla poesia” credo che la durata pervada una persona e questa sensazione a mio avviso non può essere espressa altrimenti se non in una poesia narrativa.”
Ma cos’è la durata? Che significato si può attribuire a un termine che sia in tedesco che in italiano sembra non adattarsi alla forma poetica?

Quel senso di durata, cos’era?
Era un periodo di tempo?
Qualcosa di misurabile? Una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni […]
non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile. **

Handke ci tiene a chiarire, sin da subito, che la durata (Dauer) non è lo scorrere del tempo (Zeit), ma una sensazione, un modo dell’essere. Kant ne L’unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio (1762) scrive: “la durata non è un concetto definibile attraverso il tempo dello Zeit ma è riferita all’eternità, la quale non designa nulla di temporale e si fonda nell’ordine divino”. Il tempo (Zeit) per Kant appartiene alla dimensione sensibile, mentre la durata (Dauer) a quella intellegibile.
Occorre dunque sforzarsi di immaginare una durata senza tempo, un eterno presente, in cui cogliere sprazzi di luce, abbagli, minuterie. Sul set del film-documentario Canto alla durata – Omaggio a Peter Handke, l’autore racconta come sia iniziata la sua riflessione: “anzitutto c’era, credo, la parola. Die Dauer, “la durata”, è una bella parola: comincia con un suono morbido, la d, e poi viene una a , e ancora una vocale, e poi… È quasi come se tutta la parola fosse composta da vocali».

Vorrei avvicinarmi comunque
all’essenza della durata,
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene da intonare
soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine,
albeggiare, imbrunire, benda sterile accordo. ***

Ecco che la durata diventa percezione, visione, abbandona il tempo fisico e si trasferisce in un’altra dimensione, più intima, soggettiva, percettiva. La neve a inizio inverno, l’accordo al piano che prelude una melodia, il passaggio veloce dei passeri, in un inanellarsi di sensazioni, guizzi, sguardi veloci, on/off di memoria e passaggi di stato. “La durata assolutamente pura è la forma che prende la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, si astiene da stabilire una separazione tra lo stato presente e quelli anteriori” scrive Henri Bergson nel suo Saggio sui dati immediati della coscienza. La durata è intuizione, sentimento, è per definizione non trasmissibile, non condivisibile, è piuttosto un’epifania, una rivelazione. Verrebbe in mente la madeleine di proustiana memoria, e d’altra parte lo stesso Proust in Alla ricerca del tempo perduto ammette “Un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi.”

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi […]
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto. ****

In questi ultimi versi il concetto di durata trasloca definitivamente nella forma e nello spazio fisico, percettivo, spogliandosi degli ultimi residui, semmai finora ve ne fossero stati, di connotazione temporale. Il cucchiaio ha senso di esistere come forma e perché ha abitato varie case, la teiera ha trovato il suo luogo di elezione nelle cantine di quelle case, e la sedia di vimini esiste come forma e crea un legame con l’autore proprio perché occupa un angolo della casa, ogni volta diverso, ma lo occupa. All’inizio del film- documentario Canto alla durata – Omaggio a Peter Handke, l’autore è assertivo: “ Non c’è una ricetta per la durata, non c’è un modo per far durare le cose, […] la strada per la durata è la fedeltà, la fedeltà alla forma, che è l’estetica. Si tende a screditare l’estetica, ma l’estetica è l’istanza dell’etica, non ho altro da dire.” Ecco che qui diventa ancor più chiara la scelta di scrivere Canto alla durata come poesia, perché essa è la forma d’arte elettiva a raffigurare la percezione intima del mondo. Mikel Dufrenne individua il linguaggio poetico e il fare poesia come luogo in cui le cose prendono forma, per il filosofo francese la percezione, l’“intuizione metafisica” va espressa dunque nel linguaggio non codificato che è la poesia.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto.
Senza esitazione rifuggo la luce abbagliante dell’accadere quotidiano
e mi riparo nell’incerto rifugio della durata.

La percezione della forma, immersa nel tempo intimo della durata, è un processo che avviene a livello inconscio, secondo varie modalità che attingono al proprio vissuto. In Nota sull’inconscio in psicoanalisi Freud scrive: «una rappresentazione inconscia è quindi una rappresentazione che non avvertiamo, ma la cui esistenza siamo pronti ad ammettere in base a indizi e prove di altro genere». È nell’inconscio che trova rifugio la durata, per poi fare la sua epifania improvvisa in maniera del tutto spontanea, traducendosi, nel caso di Handke in poesia.
In un commento ai cambiamenti che hanno sconvolto il mondo negli ultimi cento anni, e agli sviluppi che questi hanno generato nel campo della ricerca artistica, Giorgio Linguaglossa, scrive:

“Oggi, e ce lo ha insegnato Tranströmer con quei due versi mirabili che hanno cambiato la poesia europea:

le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero

Oggi, dicevo, non si dà poesia moderna senza la consapevolezza della quadri dimensionalità dell’inconscio e che tutta la poesia di qualità di questi ultimi decenni è soltanto quella che pesca nelle profondità abissali…”.ⁱⁱ

 

ⁱ Peter Handke, Ai confini e nei dintorni del Nono Paese. Conversazioni con Jože Horvat, 1994. Dalla Postfazione a Canto alla durata a opera di Hans Kitzmüller.
ⁱⁱ Giorgio Linguaglossa, intervento su http://www.giorgiolinguaglossa.com , 11 ottobre 2017
*Peter Handke, Canto alla durata, 1986 pag.5
** Peter Handke, Canto alla durata, 1986 pag.5
*** Peter Handke, Canto alla durata, 1986 pagg. 20-22
**** Peter Handke, Canto alla durata, 1986 pagg. 29-31
***** Peter Handke, Canto alla durata, 1986 pag. 51

Un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Scrive il critico tedesco Ulisse Doga:

«…il famoso episodio che vide contrapposto il poeta austriaco Franz Josef Czernin a Durs Grünbein. La critica radicale a cui l’austriaco sottopose il volume di poesia di Grünbein Faltenund Fallen nel maggio del 1995 in un numero della rivista “Schreibheft” non ebbe solamente un’immediata eco nel mondo della poesia e critica letteraria di lingua tedesca, ma – riportata, diffusa, commentata numerose volte come solo ora poteva capitare grazie ai nuovi media – è assurta negli anni a parametro critico, una specie di soglia normativa dietro la quale è archiviato un modo di fare poesia lirica e oltre la quale viene prospettato o auspicato uno nuovo.

Chi, come Jan Wagner, la attraverserà controcorrente lo farà coscientemente. In sostanza la critica di Czernin a Grünbein è che il poeta di Dresda si serva di modelli letterari della tradizione senza rendersi del tutto conto del valore e delle particolarità di questi modelli/procedimenti: se ogni pratica letteraria si muove non solo nella storia, ma anche nella storia della letteratura, essa deve essere cosciente secondo Czernin che la qualità del proprio prodotto è data dal grado e dal modo di dipendenza o dominio rispetto a questa storia. La dialettica è scandita da momenti idealtipici di rottura – in cui il dominio è totale e violento (avanguardia) – e di restaurazione – in cui non viene opposta resistenza al potere della tradizione e l’asservimento al modello è irriflesso. Il caso più frequente è invece quello della mescolanza dei due estremi, di una insincera e inconseguente esplorazione in tutte e due le direzioni, senza astrazione e riflessione, il cui risultato è una mediocre e grigia mescolanza. Grünbein rappresenta per Czernin il caso tipico di un autore contemporaneo che non si spinge verso uno degli estremi, ma che opera una semplicistica riduzione della tradizione a certe pratiche formali e retoriche senza mostrarne il vero valore e annacquandole nell’attualità.»

Ho citato per esteso questo pezzo del critico tedesco Franz Josef Czernin perché le sue argomentazioni possono benissimo essere estese, per analogia, alla operazione poetica di Peter Handke. Penso che il limite di questo tipo di fare poesia risieda nel punto programmatico in cui vuole indagare sulla «durata» adottando la scrittura poetica temporalmente e sintatticamente normodirezionata della tradizione, quando invece ci sarebbe stato bisogno di esplorare una diversa struttura sintattica e un nuovo concetto di poiesis. Il progetto di voler indagare la «durata» dell’esperienza estetica mantenendo  il modello letterario della tradizione risulta indebolito e inficiato dalla necessità di adottare un compromesso tra le istanze stilistiche della tradizione e le esigenze delle nuove istanze che richiederebbero nuove soluzioni metriche, lessicali e stilistiche, un nuovo dispositivo poetico. Il punto debole dell’operazione poetica di Handke è tutto qui, il progetto si arena in una testualità tradizionale, non innovata e non innovabile stante queste premesse, per via di una concettosità del poetico generica e non determinata. Il «canto della durata» e l’intero progetto si rivela così essere un «canto» stilisticamente normodirezionato. Se la «durata» può essere intesa come spaziatura del tempo, il divenire tempo dello spazio e il divenire spazio del tempo, la fenomenologia del poetico dovrebbe incaricarsi di cogliere l’istante della «durata», il momento in cui la spaziatura si fa spazio temporale, ma questo non accade. Ed è appunto qui che il progetto poetico di Handke periclita in una narrazione poetica pedissequa che esprime la «durata» come accade in un racconto tradizionale, mediante una serie di dichiarazioni argomentative con l’aggiunta di un’altra serie di dichiarazioni di poetica che non giungono mai a configurarsi in una nuova fenomenologia del poetico.



da Canto alla durata

di Peter Handke

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso tempo del quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo a unirci
dopo esserci uniti
giacendo così per anni
fianco a fianco,, il respiro nel respiro
uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.

[…]

“Si era rivolta a me […] e come dall’alto
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondo assieme. […]
Ecco, la durata è la sensazione di vivere. […]
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco a essere cauto,
attento, lento,
sempre presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
E questo non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovraumana,
non è guerra, non è un allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.
Sì, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo. […]

Ma anche continuare per anni a essere ben disposto nei tuoi confronti
può darti durata.
Sapermi guardare amichevolmente negli occhi
talvolta mi assolve. […]
Essere indulgente con i miei difetti […]
rabbonirmi, se mi viene fatto un torto,
come mio unico parente,
battermi il petto
in trionfo per una parola felice
al posto giusto
e urlare un «sì» nella foresta della mia stanza
può ringiovanirmi
come una bottiglia di prelibatissimo vino
(con effetto però diverso).

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro, in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto. […]

Peter_Handke.jpg--Anche a casa mi si fa accanto molte volte
quando cammino su e giù per il giardino
nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
[…] oppure quando mi siedo nella mia stanza
al cosiddetto tavolo da lavoro –
non per attendere alla mia occupazione, al testo,
ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
spostare indietro la sedia,
dare uno sguardo nel cassetto […]
sbirciare dalla finestra in giardino
dove i gatti lasciano le loro tracce
nella neve profonda e tra l’erba alta,
mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
il fischio e il trabalzare
dei treni che percorrono la pianura.

O durata, mia quiete!
O durata, mia sosta! […]

La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere. […]
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto”.

quel senso di durata cos’era?
era un periodo di tempo?
qualcosa di misurabile?
una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile non controllabile,
inafferrabile non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare
“egli è buono!”
e se esistesse un dio,
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

Peter Handke cover

Proprio ieri nel Waagplatz a Salisburgo
nel frastuono della folla sempre intenta a far la spesa,
udendo una voce
come proveniente dall’altra parte della città
chiamare il mio nome,
mi sono accorto in quello stesso istante
di aver dimenticato su una bancarella
il testo della Ripetizione
che stavo portando alla posta
e nel tornare indietro di corsa ho sentito quell’altra voce
che un quarto di secolo prima
nel silenzio notturno di un sobborgo di Gratz,
dall’altro capo di una lunga strada diritta e deserta,
si era rivolta a me con eguale premura e come dall’alto
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono assieme.
“Ci vogliono giorni, passano anni”
Goethe mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni
con i decenni, con il tempo della nostra vita.
ecco la durata è la sensazione di vivere.

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno coi baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai -,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

*

Sulla durata non si può fare alcun affidamento:
nemmeno la persona religiosa
che va ogni giorno a messa,
neppure chi è paziente, l’artista dell’attesa,
nemmeno colui che ti è fedele
e che senza esitazioni sarà sempre con te,
può avere la certezza per tutta la vita.
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco ad essere cauto,
attento, lento,
sempre del tutto presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
e questa non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovrumana,
non è guerra, non è allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.

*

Certo, la durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità,
ma non è un’avventura dell’ozio,
non è un’avventura del tempo libero (per quanto attivo).

È dunque connessa col lavoro,
con la fatica, con l’impegno, con la continua disponibilità?
No, perché se avesse una regola
richiederebbe allora un paragrafo
e non una poesia.
Io infatti l’ho vissuta anche viaggiando,
sognando, tendendo l’orecchio,
giocando, contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa,
in molti pissoirs.

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
È vero che essa deriva da atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
– in quello star seduto in silenzio
che si dice faccia diventare «santi» -,
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali
– i relativi cartellini,
con tutto il rispetto per le trattorie,
mi sono insopportabili -,
non ho mai sentito la durata
consumando le «pietanze favorite»,
ascoltando la «canzone preferita»,
passeggiando lungo la «mia» strada.

Certo, la durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità,
ma non è un’avventura dell’ozio,
non è un’avventura del tempo libero (per quanto attivo).

 

10 commenti

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10 risposte a “Canto alla durata, di Peter Handke, Poema filosofico-narrativo, La poesia come strumento di ricerca epifanica, Ermeneutica di Ewa Tagher

  1. EWA TAGHER

    Gentilissimo Linguaglossa, ho trovato estremamente attuale la sua nota e le sue osservazioni in merito al mio lavoro su Handke. Trovo che sia comunque stimolante confrontarsi con la poesia ante-NOE proprio perchè ciò porta a nuovi stimoli. A tale proposito vorrei cogliere il suo appunto, come un invito a scrivere sulla durata con il linguaggio poetico della NOE. Anzi sarebbe ancora più entusiasmante se si estendesse l’invito a tutti i poeti della NOE: cos’è la durata, ma soprattutto come possiamo tradurre nel linguaggio della NOE, della POETRY KITCHEN, la durata di questo nostro tempo pandemico, di per se sospeso, altro dal tempo al quale eravamo abituati?

  2. cara Ewa,

    forse mi sbaglio, ma io penso che attingere la «durata» in poesia sia una contradictio in verbis. Forse sbaglierò, ma chi punta alla durata trova una poesia narrativa. La NOe invece punta tutto sull’istante non-epifanico. Esattamente all’opposto.

  3. Marina Petrillo

    “Ecco, la durata è la sensazione di vivere”.

    Non la certezza, la sensazione. Un presagire il momento prima del suo manifestarsi; olfattivo sentore percepito nell’intervallo che prelude alla rivelazione. Stato di presenza inviolato, acquiescente abbandono indotto a stato sensoriale gestatorio. Suo ampliarsi in spazio meditativo.
    Oltre la coscienza propria del gesto, esiste uno strato in cui si desta, richiamata, ogni memoria cellulare impressa dal gesto stesso nella sua chiave archetipica.
    E’ forse attimo di eterno elaborato a componimento poetico che, Peter Handke, fa “durare” in canto. Suono afono, tramestio di azione diluita a stasi. Sentimento amoroso. Profondità in linguaggio comprensibile, intercettato tra i filamenti esistenziali della limpida sua dichiarazione alla vita.
    Appare il consenso a vibrare nell’interludio spazio-tempo evocato dalla percezione proustiana di cui si fa interprete Ewa Tagher nel suo profondo commento.
    Nell ‘impermanenza dell’istante descritto da Handke ,decanta tuttavia un mondo familiare intimo in sé conchiuso. Esala un respiro antico che prima di convertirsi alla sua aspazialità, resiste debolmente alla retorica di una discorsività temporale. Confido, in tal senso, nel parallelismo evidenziato da Giorgio Linguaglossa che , nel suo sincretismo, evidenzia efficacemente tale passaggio.

    Esiste un secondo abito indossato.
    Linee sospese a vertice di un riserbo
    pudico alla vista.

    Entrare nello sfolgorio dell’immobile suo stato
    non determina visione ma appartenenza.

    Marina Petrillo

  4. fare esperienza di linguaggio tramite la scrittura significa fare esperienza di un «resto» che resiste al dominio del soggetto, quindi fare esperienza di una possibilità che qualcosa sfugge al controllo che la scrittura vorrebbe fondare. La parola scritta, una volta scritta, perde la possibilità di controllarne gli effetti. Nella scrittura si fa esperienza di linguaggio come divisione, differre, differenziazione, duplicazione… si fa esperienza dell’estraneo, di un qualcosa che resiste al controllo. La durata quindi è differenziazione, duplicazione, non si può attingere la durata se non come differimento di un momento in un altro, di una parola in un’altra. E poi, in ogni caso, la durata che si ha nella scrittura è una durata che si muove nel tempo (Kronos) non certo nell’eternità. La scrittura è la sconfitta dell’eternità, perché il suo telos è la morte e la sua origine è il non originario, la traccia di una traccia che funge da archi-traccia. e via di seguito..

  5. Questo che ci propone oggi Ewa Tagher è un lavoro degno del massimo rispetto per le energie che lo stesso lavoro ha richiesto dovendosi misurare con un autore, Peter Handke, dalle svariate sfaccettature; altra cosa è, come fa emergere Giorgio Linguaglossa nei suoi commenti, il tema o il problema in poesia della “durata”.

  6. ogni parola e significato non restituito nel raddoppio poetico è un residuo, inconsumabile e imperituro, sotto il quale si soccombe non solo da un punto di vista della proliferazione linguistica. Il residuo del poetico dunque si comporta allo stesso modo del residuo industriale, del rifiuto. Ecco che Baudrillard suppone un orizzonte rituale linguistico primitivo, uno stadio simile allo scambio di dono e contro-dono in cui i segni linguistici siano
    contingentati in una diffusione limitata, senza libertà di produzione né di uso. A questo punto si crea un duplice spazio che egli assimila alle società primitive: per un verso quello delle “parole liberate”, usabili secondo il proprio desiderio, e circolanti come valore di scambio; per l’altro verso quello in cui le parole non hanno né valore d’uso né valore di scambio; un luogo dunque dove la disponibilità del materiale è riservata all’uso simbolico. Il poetico simula nel linguaggio questa situazione riconducibile alle società primitive stabilendo una festa dello scambio come nella circolazione incessante di scambio/dono, l’unica possibilità di una ricchezza inesauribile che non ammette il residuale. L’opulenza del linguaggio lascia il posto all’efficacia simbolica dei segni.Proprio come nelle formule pronunciate dagli sciamani che si servono di particolari e determinati termini operando direttamente sul mondo, nello scambio rituale simbolico avviene una simmetrica e risolutiva restituzione a beneficio del senso. Baudrillard parla di una rivoluzione che il poetico determina rispetto al linguaggio, una sovversione autentica che stermina il valore e attua una reversibilità totale del senso. Attraverso quest’unico percorso la commutabilità dei termini e la loro equivalenza vengono meno. Abbattendo ogni possibilità di residuo, l’utilità della poesia non è accidentale ma necessaria allo scambio perpetuo della parola la quale fa sì che si avvii una rispondenza nello scambio. Questo è il solo godimento: l’eliminazione della traccia e del resto che trova nel simbolico la sua stessa fine.

    Cfr J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Paris 1976, tr. it. ID., Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 117-18

  7. antonio sagredo

    LA DURATA OSCENA

    ———————————————————————————————
    La Notte che non difese mai la mia Natura
    è l’Occhio di Dio che questa notte
    non mi hai dato
    ed è cieco per tutta la durata
    quel Male che per me è solo dolce,
    gridando lagrime contro la mia Natura

    ma io sono cieco per tutta la durata
    di quel Male che solo per me è dolce

    e solo per te è dura lex!

    gridando lagrime contro Natura
    tutte le sante che non furono puttane
    l’Occhio di Dio accecarono infedeli

    in quella notte che non mi hai dato
    m’hai oscurato per tutta la durata
    la rosa che la mia lingua inumidiva

    il mio 3/1/21/21/13 per 10 anni tra le bende,
    nemmeno le pietre sapranno le storielle
    che, se accese, sono mute per eccesso

    l’Occhio di Dio nella Notte contro Natura
    è il Male che s’avventa lento con dolcezza
    quando la mia lingua è caduta in prescrizione
    con quella doppia tomba risorta dalla croce

    Sudario, è qui il punto circoscritto
    – prima della vita c’è un’altra morte –
    l’eredità s’è dipinta sulle labbra un testamento:
    la possanza eretica di quel cardo suicida!

    antonio sagredo

    Vermicino, 20 luglio 2004

  8. milaure colasson

    io penso che più della “durata” bisogna ver riguardo alla spazializzazione interna alla durée, fare spazio è più importante dello spazio della durata.

  9. Sul concetto di dépense in Bataille

    Per Bataille «il inguaggio discorsivo, il presente è il parente povero (o lo zimbello): ciò che non ha senso per lui non ha in realtà senso, ciò che per lui non vale non è utile (…) Il dispendio improduttivo, avendo il senso nell’istante, è raramente lo spreco che ci si immagina: in via generale ha il valore positivo dell’arte.»(1)

    Ciò che resta, resta nella dilapidazione dell’energia, nella diffusione del desiderio che non si riduce mai e anzi resta, Bataille sostiene che il consumo della poesia è contrario al lavoro, alla praxis, il cui significato si limita all’uso del prodotto. Il poetico invece esige una negazione del soggetto, intesa come abbandono e rifiuto dell’appropriazione e del profitto. La parola poetica è infatti la via in ogni tempo seguita dal desiderio che l’uomo avverte di riparare all’abuso da lui fatto nel linguaggio.
    Ma che cos’è allora che resta? Cos’è quel residuo linguistico che resiste anarchicamente e al di là di ogni consumo dell’utile? Il resto è ciò che resta, ciò che permane nell’istante presente e che, pur sempre in limine mortis, non accenna a svanire. Ha la stessa stoffa del desiderio e percorre le stesse fenditure di un soggetto incapace di accumulare, tranne che nella poesia. Quando è lo stesso resto a (r)esistere, allora la parola poetica, entro il desiderio di un reale non più votato all’utile, si fa autentica.

    Ancora Bataille sul concetto di dépence:

    Il termine poesia, che si applica alle forme meno degradate, meno intellettualizzate, dell’espressione di uno stato di perdita, può essere considerato come un sinonimo di dépense: esso significa infatti, nel modo più preciso, creazione per mezzo della perdita. Il suo senso è dunque vicino a quello di sacrificio. E’ vero che il nome di poesia non può essere applicato in un modo appropriato se non ad un residuo estremamente raro di ciò che serve a designare volgarmente e che, in mancanza di previa riduzione, si possono introdurre le peggiori confusioni; ora è impossibile, in una prima rapida esposizione, parlare dei limiti infinitamente variabili tra forme sussidiarie e l’elemento residuale della poesia. E’ più facile indicare che, per i rari esseri umani che dispongono di questo elemento, la dépense cessa di essere simbolica nelle sue conseguenze: così, in una certa misura, la funzione di rappresentazione impegna la vita stessa di chi l’assume. Lo vota alle forme di attività più deludenti, alla miseria, alla disperazione, all’inseguimento di ombre inconsistenti che non possono dare null’altro che vertigini o rabbia. Capita spesso di non poter disporre di parole se non per la propria perdita, di essere costretti a scegliere tra un destino che fa di un uomo un proscritto, tanto profondamente separato dalla società quanto le deiezioni lo sono dalla vita apparente, e una rinuncia il cui prezzo è una attività mediocre, subordinata a bisogni volgari e superficiali.

    1 G. Bataille, De l’existentialisme au primai de l’économie, in “Critique”, 1947, n. 19 e 1948, n. 21., tr. it. ID., Dall’esistenzialismo al primato dell’economia
    in L’Aldilà del serio e altri saggi, Guida, Napoli 2000, pp. 83-112, cit. p. 105.
    2 G. Bataille, La notion de dépense , in “La Critique sociale”, 1933, n. 7, ora in ID., Œuvres complètes , vol. I, Gallimard, Paris 1970,tr. it.La nozione di dépense , in ID., La parte maledetta, Bertani, Verona 1972, pp. 41-57

  10. Nella noe, un buon esempio di durata lo si trova in molte poesie di Edith Dzieduszyka; specie nelle sue più lunghe, dove si asserraglia in un sentimento senza pensare di volerne uscire, né di approdare a qualche verità; poesie kitchen di nessun significato, senza quasi inizio e fine. Parole-gesto, di necessità. Il fatto che Edith non ne esca mi fa sentire la durata di quel sentimento. Per ragione di volontà.
    Il rapporto con la durata è diretto. Ma Peter Handke va per altre strade, filosofiche, fin dove la filosofia può arrivare, cioè quasi a contatto con l’esperienza. Ma qui il mio disaccordo: perché fa pensare che la durata sia il contesto che porta a concepire l’ “io sono”. E io sono è quel pensiero che ha fatto grande l’America… Ma Peter Handke è molto bravo, sa mantenersi anti-lirico anche dove è lirico in eccesso. Ma si spiega anche per il fatto che a tentare la durata viene naturale che si scriva in prosa, e senza cedimenti.
    Così ho fatto io, per esercizio, stamane, con questa prosa sgangherata ma di durata:

    Kitchen prose.

    Le camere a disposizione erano tre, una per ciascuno dei ribelli
    a cui non doveva bastare la coppia in quanto non mestieranti
    del matrimonio: mangiare insieme, uscire insieme darsi malati.

    Per averti qui. E non sono io, no sei tu. Perché ti usa il malessere
    di non averti accanto, quando o ci sei o muoio; perché di sola vita
    viviamo; né tu né io; con lo sportivo a letto, indiviso, come si fa
    quando ci si vuole accaparrare il lenzuolo.

    E quindi è un’orgia di quelle dove nessuno tocca; ma, anzi,
    siamo qui per caso di due che sono nati per cavarsela al mondo.
    Secondo modo di dire.

    E prendila questa carezza sul molo:
    è Portofino, il losco che parla nei capelli neanche fosse domani
    e tutto si sistema. In questo ragguaglio venirne fuori con parole ozio
    e: diamoci alla più bella estate del mondo.

    Emozioniamoci a distanza di scarabocchi sul viso e poi
    cancellare “romantica” nello scrittore; come pochi capace
    di allegre e pregnanti atmosfere, da cavò degli aggettivi.
    Bella mia.

    (may – apr 20121)

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