Poesia kitchen di Mimmo Pugliese e Francesco Paolo Intini, Una parola poetica adenotativa, uno speech act gratuito e invalido, un’esperienza della parola che apra lo spazio della gratuità, della invalidità e del dono

A proposito del nome di Dio (atto performativo o speech act)

Carlo Salzani 
https://www.academia.edu/14325340/Il_linguaggio_%C3%A8_il_sovrano_Agamben_e_la_politica_del_linguaggio

In un saggio pubblicato nel 2005, «Parodia», Agamben definisce l’ontologia come «la relazione – più o meno felice – fra linguaggio e mondo» .

«Ogni nominazione, ogni atto di parola è… un giuramento, in cui il logos (il parlante nel logos) s’impegna ad adempiere la sua parola, giura sulla sua veridicità, sulla corrispondenza fra parole e cose che in esso si realizza» (AGAMBEN 2008b: 63).

Con il passaggio al monoteismo il nome di Dio nomina il linguaggio stesso, è il logos stesso a essere divinizzato come tale nel nome supremo, attraverso il quale l’uomo comunica con la parola creatrice di Dio: «il nome di Dio esprime, cioè, lo statuto del logos nella dimensione della fides – giuramento, in cui la nominazione realizza immediatamente l’esistenza di ciò che nomina» (AGAMBEN pp. 71-72).

Questa struttura, in cui un enunciato linguistico non descrive uno stato di cose, ma realizza immediatamente il suo significato, è quella che John L. Austin ha chiamato «performativo» o «atto verbale» (speech act; cfr. AUSTIN 1962), e «io giuro» è il paradigma perfetto di un tale atto. Collegando l’analisi di Usener alla teoria di Austin, Agamben sostiene che i performativi rappresentano nella lingua «il residuo di uno stadio (o, piuttosto, la cooriginarietà di una struttura) in cui il nesso fra le parole e le cose non è di tipo semantico-denotativo, ma performativo, nel senso che, come nel giuramento, l’atto verbale invera l’essere». (pp. 74-75)

La struttura denotativa e quella performativa del linguaggio, conclude Agamben, non sono caratteri originari ed eterni della lingua umana, ma appartengono pienamente alla storia della metafisica occidentale, che egli fonda appunto nell’esperienza di parola che individua nel giuramento. Con la «morte di Dio» (o del suo nome), questa storia sta giungendo a compimento, come mostra anche la contemporanea decadenza del giuramento nelle nostre società (nota che apre e chiude il libro). Una vita sempre più ridotta alla sua realtà puramente biologica e una parola sempre più vuota e vana segnano il momento critico in cui la metafisica, e con essa la sua politica e il suo linguaggio, dovranno arrivare a una svolta e a una trasformazione.

Cfr. Giorgio Agamben, Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento, Roma-Bari, Laterza (2008)

Mimmo Pugliese

SUL PARAPETTO

Sul parapetto del ponte c’è la sera
ha indosso un abito di gramigna
aspetta la pioggia o forse un amante
che la porti a cena con i droni.

Un aereo è pronto al decollo
le sue ali sono coltelli aratri
quando tremano le fondamenta
e i polsi si consegnano alla sorte.

Bulbi e licheni non hanno sangue
invadono la strada oltre il cancello
uccidendo consapevolmente
quello che da bambini pareva uno zoo.

Tutte le sedie sono al loro posto
il parcheggio è pieno di giorni
nuvole senza cielo mordono
gomitoli di canapa diventati roveti.

Pochi sguardi sghembi bastano
per vedere insieme pipe e piume
consumare le creste delle montagne
intrise di nervi e vasi sanguigni.

DAVANTI CASA

Davanti casa c’era un albero
rigido padre di fiori mai nati
il citofono sembrava muoversi
da parte a parte lo tagliava una formica.

Molte auto corrono veloci
non spaventano più la volpe rossa
da quando convive con gatti e rane
nel quadro appeso in veranda.

Uno sciocco sbadiglio fa rumore
nel silenzio che era di carta
il film che ti ritorna in mente
lo volevi con un finale diverso.

Le labbra del sole schioccano baci
truccano i garofani sul balcone
si illumina il display del cellulare
non era per te la chiamata…

Hai le ciglia lunghe
un filo di polvere risalta sui lucchetti
senti respirare l’aria
addosso ai comignoli che resistono.

Potevi chiudere la porta
nascondere cuscini e lenzuola
ma tu che ne sai del vento sul mare
di quanto in alto vola il gipeto.

IN LONTANANZA

In lontananza tuona
trema un ciuffo di prezzemolo
sussulta la teiera sulla mensola
è un giorno pagano.

La boutique è chiusa
per la milionesima volta il semaforo ubbidisce
il gendarme è senza cappello
gli ottoni sono già nel prossimo secolo.

Nella casa delle stelle è festa
tornano i velieri
hanno arcobaleni sulle cime
un passero beve dal seno delle zagare..

Fiumi e mulini hanno gambe stanche
c’è neve sul pavimento
la bicicletta che hai comprato
era di un pirata.

Nel taschino hai 5 sigarette
alle dita ingiallite anelli
il deserto è una diga
zeppo di orme di granchi.

IL RUSCELLO

Il ruscello è altezzoso
sfiora nòccioli e torsi di mela
si rincorre in un arcipelago di canne
e spacca occhi di plastica.

La porta girevole dell’albergo è triste
ha alito di pietra
in memoria ha troppe cravatte troppe valigie
vorrebbe avere le ali.

Partorisce nuvole il promontorio
solo stoppie ostinate nascondono
i cunicoli scavati dalle talpe
finchè non passerà qualche ladro.

Vogliono sparare alla luna
hanno fucili di precisione
sulla collina la notte non arriva mai
un riccio attraversa la strada.

Non si sa dove finiscano le foglie
quali siano i sogni migliori
maghi e prestigiatori brindano infelici
hanno dita senza destino.

La campanula è fiorita
vicino alla panchina macchiata di ruggine
non smette di piovere
nella pozzanghera annega una pulce.

.

Mimmo Pugliese. Nato nel 1960 a San Basile (Cs) , paese italo-albanese, dove risiede. Licenza classica seguita da laurea in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esercita la professione di avvocato presso il Foro di Castrovillari. Ha pubblicato , nel maggio 2020, “Fosfeni”, edito da Calabria Letteraria- Rubbettino, una raccolta di n. 36 poesie.

Francesco Paolo Intini

TRAVERSATA DI NUMERI A PARTE

I primi al comando. Il trend Atlantico
E dunque il veleno di Messalina per Nerone

Tutti nello stesso seme e che la schiusa sia perfetta.
Prendetene tutti, due pesci si moltiplicano per tre bachi e la rete cala giù.

Pescheremo lune dal lato sordo della galea.
Forse un tonno saprà di tromba.

Il capodoglio ucciso nell’ esofago riprende fiato.
Reclama un cuore dall’Orsa Maggiore.

Cos’è questo vestito di struzzo?
Prima o poi nasceranno denti a sciabola.

Molte primavere divorarono le stesse cifre:
La sposa del mandorlo ha tette rifatte
E il ciliegio adora il pigreco

Stanotte si fa surf alle matrici
Domani affronteremo l’Americas’ Cup.

Una lucciola vale Mandrake
E la credenza è luogo adatto per Pigafetta.

Destino è friggere finché l’oro non si separi.
Impanare e deglutire l’ algebra di Boole.

Una barca di Caronte nel coledoco.
Vidi cose che voi umani immaginate in un cucchiaio.

Registri di bordo mangiucchiare vermi
Pellerossa su stoviglie d’alluminio

Tutti in riga però
Affrontando bisonti e capo Horn.

Furono siringhe a organizzare il picnic
Alle otto, si disse, o si muore senza audience
Così indossammo scarponi e montature nere sulle occhiaie

Giulio Cesare scese dalla cinquecento
In mezzo a noi con la gonna di Barby.
Un figurone da grattarsi il ventre.

Questa volta invece ci travestiremo d’asparagi
E una fava avrà il posto di Violetta

Esca dal mazzo a implorare il cavolfiore
Aprile è il mese giusto. Dopo c’è marzo

Se ci aggrada abbiamo possibilità
Di rientrare in una cover.

La terra divisa in spicchi d’aglio
un ritorno di Magellano sulla lingua

puzza di finisterrae
la mitraglia al posto dell’alabarda.

 

DESIGN DI UN PUNTO OTTUSO

Catilina almeno. Dai campi di Pistoia al 2021 dove il Senato
rottama e gli mette contro Filini.

Dopo aver arretrato le sue truppe fin sotto i pali
Bastò un violino per fare goal.

Catilina respira ancora, non ha mai smesso di inspirare
Ma per l’espirazione dovette fare fila all’ Asl e sniffare un’isola verde.

-Onest’uomo non tutto è perduto
se hai qualcosa da eccepire è meglio che lo dici in greco.

Un mulo intravede la discendenza
nel ramo di un ciliegio.

Una blatta risorge dal suo talento. Parbleu!
Ci sono dunque affari da sbrigare a Bari.

Vennero a trovarmi un bugiardino e il suo complice.
Il ragno cresciuto a testa in giù e Houdinì.

-La rottamazione è stata imperfetta
L’anno mille cominciò con un aereo decollato da Twin Towers.

Hai voglia di spingerti ai confini della creazione?
Sarò terzo tra voi. I miei Lari per un formaggio d’ Oganesson.

In ogni guerra c’è un muro nel fossato.
Daremo battaglia a un cucchiaio di centro area.

Verrà presto la compagnia dei denti
Con pinzette di magistrato a prelevare ossigeno dalle bocche.

Bufali mangiano leoni ma non sanno come sognarli.
Forse dei parametri o gli artigli ai polsi.

Osannate la chioma dell’ulivo ma un contorto figlio di buona donna
insinua che non doveva mai nascere.

Ovvio che non mancò l’olfatto, nemmeno la vista e l’ingegno acuto.
Le due porte saldano due millenni ma non valgono un sospiro.

In ogni ago che infila un braccio, riconosci un fratello,
il nemico personale.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. 

Scrive Agamben che i poeti:

«devono innanzitutto abbandonare le convenzioni e l’uso comune e rendersi, per così dire, straniera la lingua che devono dominare, iscrivendola in un sistema di regole arbitrarie quanto inesorabili, straniera a tal punto, che secondo una tenace tradizione, non sono essi a parlare, ma un principio divino (la musa) che proferisce il poema a cui il poeta si limita a prestare la voce. L’appropriazione della lingua che essi perseguono è, cioè, nella stessa misura una espropriazione, in modo che l’atto poetico si presenta come un gesto bipolare, che si rende ogni volta estraneo ciò che deve essere puntualmente appropriato».1

1 Giorgio Agamben,  L’uso dei corpi, Vicenza, Neri Pozza  2014, p. 122.

Se la metafisica – secondo Agamben – non è che l’oblio della differenza originaria tra significante e significato, la fine della metafisica ci pone il problema di pensare una parola che dismette quella frattura, la lascia cadere nel pozzo senza fondo della differenza.
La poesia kitchen auspica un diverso e originario statuto della parola poetica, una parola a-denotativa, uno speech act gratuito e invalido, un’esperienza della parola che apra lo spazio della gratuità, della invalidità e del dono, che non presupponga alcuno scambio di equivalenti. Semmai se scambio v’è nella poetry kitchen v’è scambio di non-equivalenti.

(Giorgio Linguaglossa)

20 commenti

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20 risposte a “Poesia kitchen di Mimmo Pugliese e Francesco Paolo Intini, Una parola poetica adenotativa, uno speech act gratuito e invalido, un’esperienza della parola che apra lo spazio della gratuità, della invalidità e del dono

  1. Il tormento di un’Anima lacerata che non ha pace, non può averla, Fernando viaggia con Alvaro, in sistemi adombrati di esistenzialismo , filosofia, e gioca , finge , confonde……..Domani… Dopodomani.

  2. Un tentativo di pessima accensione. Problemi alle candelette, dopodomani, fin troppo, senza carburante.

    Grazia non mi crede. Ha letteralmente staccato la portiera ed è andata. Domani.

    Infondo alla strada un dosso, un fosso, un occhio!
    Un paracadute chiffon, con alabarde, il vento appena lo muove.

    Capisci, guardami quando ti parlo, dopodomani, la rasatura e la tosatura. Il gregge attende la riapertura.

    Dovrai farlo, inventariarlo. Fino all’ultimo scontrino
    controllare la nota spese. Di bella presenza.

    Senza pretese, un cestino da viaggio, poi su e giù
    sull’altalena, un croissant integrale, con o senza l’aspartame?

    La tecnica consiste nella privazione della lisca, soltanto polpa bella, le arance a tre, le mele a due.

    Grazie Ombra.

    • caro Mauro Pierno,

      leggendo questa tua poesia ho l’impressione che la tua modalità kitchen stia virando sempre di più verso la instant poetry (di Lucio Mayoor Tosi). Ciò vuol dire che stai sviluppando una tua personalissima sensibilità kitchen. La tua è una modalità di lavoro, ed esistenziale. Le due cose corrispondono, non si può essere in un modo in poesia e in un altro nell’esistenza. Le due cose corrispondono e coincidono. Quanto di più distante dalla sensibilità di Pessoa nella poesia presente nel video di Diego De Nadai: le lacerazioni di Pessoa in noi si sono cicatrizzate, sono state digerite e deglutite. Noi in realtà viviamo di quelle lacerazioni, le diamo per scontate e le abbiamo messe nel conto delle perdite e dei guadagni.

  3. L’idea della nuova poesia che stiamo tentando si può riassumere così: disattivare il significato da ogni atto linguistico, de-automatizzarlo, deviarlo, esautorare il dispositivo comunicazionale, creare un vuoto nel linguaggio, sostituire la logica del referente con la logica del non-referente. Ogni linguaggio riposa su delle presupposizioni comunemente accettate. Non è qui in questione ciò che il linguaggio propriamente indica, ma quel che gli consente di indicare.

    «Una parola ne presuppone sempre delle altre che possono sostituirla, completarla o dare ad essa delle alternative: è a questa condizione che il linguaggio si dispone in modo da designare delle cose, stati di cose o azioni secondo un insieme di convenzioni, implicite e soggettive, un altro tipo di riferimenti o di presupposti. Parlando, io non indico soltanto cose e azioni, ma compio già degli atti che assicurano un rapporto con l’interlcoutore conformemente alle nostre rispettive situazioni: ordino, interrogo, prometto, prego, produco degli “atti linguistici” (speech-act)».1

    Per la nuova poesia è prioritaria l’esigenza di disattivare l’organizzazione referenziale del linguaggio, aprire degli spazi di indeterminazione, di indecidibilità, creare proposizioni che non abbiano alcuna referenza che per convenzione la comunità linguistica si è data.

    se si leggesse con attenzione la poesia kitchen, ci accorgeremmo che… una zona di indistinzione, di indiscernibilità, di indecidibilità, di disfunzionalità si stabilisce tra le parole e le frasi come se ogni singola unità frastica attendesse di trovare la propria giustificazione dalla unità frastica che immediatamente la precede o la segue… non si tratta di somiglianza o di dissimiglianza tra le singole unità frastiche ma di uno slittamento, una vicinanza che è una lontananza, una contiguità che si rivela essere una dis-contiguità, una prossimità che si rivela essere una dis-prossimità… si tratta di una dis-cordanza, di un dis-formismo che si stabilisce tra i singoli sintagmi… anche le unità di luogo e di tempo della mimesis aristotelica sembrano dissolversi in una fitta nebbia e, con la dissoluzione della mimesis, viene meno anche la giustificazione di un io plenipotenziario e panottico, viene meno anche la maneggevole sicurezza del corrimano del significato…
    Tutto ciò lo abbiamo imparato dalla pratica e dalla ricerca teorica della nuova ontologia estetica. Tutto il resto dipende dall’estro e dal talento di ciascun poeta.

    Non c’è dubbio che la poesia che stiamo facendo e che qui stiamo delineando sia una poesia che fa larghissimo impiego di «sovraeccitazioni», di chock, di continui sussulti, di strappi, di traumi… È perché viviamo in una società traumatizzata, che fa del trauma una necessità di vita e una necessità del mercato. Basta osservare il panorama della politica di oggi: Trump, Bolsonaro, Putin, Erdogan, Salvini, Meloni, Orban, i 5Stelle, i populisti nazionalisti e sciovinisti fanno amplissimo uso della sovraeccitazione; gli stessi media Facebook, Instagram, Twitter, i telegiornali etc non sono altro che una vetrina e un diario di notizie che puntano sulla sovraeccitazione; la stessa forma-merce, nel design e nel marketing punta tutto sullo stato di sovraeccitazione delle masse di possibili acquirenti. Tutto punta allo stato di eccitazione e di surplus di eccitazione, non vedo perché la forma-poesia ne debba rimanere estranea.

    (Giorgio Linguaglossa)

    La scrittura NOE è più vicina al pensare stesso, ne riprende le modalità. Per questo, nonostante le stranezze, i salti semantici, penso si tratti di poesie ri-conoscibili. Perché tutti pensano, e spesso parlano, in modo incoerente. NOE è vicina all’aspetto sorgivo del pensiero… come anche tutta la poesia di sempre, solo che in altri modi si avverte il profumo del potpourri, violette e lavanda, cose del consueto, del corredo.

    (Lucio Mayoor Tosi)

    Il pensiero logico-sequenziale, di tipo “alfabetico”, sembra essere stato in buona parte sostituito da un tipo di pensiero nello stesso tempo “olistico” e “multi-tasking”.
    In informatica il dizionario Garzanti scrive che con multi-taksing «si dice di sistema operativo in grado di eseguire contemporaneamente più programmi alternando il tempo dedicato all’esecuzione di ciascuno di essi.
    Etimologia: ← voce ingl.; comp. di multi- ‘multi-’ e il v. to task ‘assegnare un compito’.»

    (Giorgio Linguaglossa)

  4. Il disagio delle immagini

    Come noto, noi, contemporanei della prima rivoluzione post-industriale, quella di internet, viviamo in mezzo a miliardi di immagini, che ci accompagnano in ogni istante della giornata. Le immagini “vivono” indipendentemente da noi, in noi, cioè entrano dentro di noi come i neutrini e si depositano nel nostro inconscio… il che significa anche che, circolando pubblicamente, le immagini ci parlano, ci comunicano qualcosa, ci rivolgono un appello, una interrogazione e un comando a cui non possiamo sottrarci. L’Es corrisponde con le immagini più di quanto noi non sospettiamo, anzi, l’Es va a prendere il caffè dalle immagini, si nutre di immagini, di input libidici rimossi che ritornano alla coscienza sotto forma di pulsioni senza parole, che attendono il vestito delle parole sotto forma di immagini rimosse, dimenticate e ritrovate.
    Il messaggio che ci inviano le immagini è per lo più criptico, ellittico, simbolico. Quale richiesta ci rivolgono dunque le immagini? E come rispondiamo alle loro sollecitazioni? In che modo le immagini producono senso? Le immagini producono senso nella misura in cui vengono comprese come
    messaggi e interpretate come insiemi di segni dotati di significato dai loro destinatari, ossia nella misura in cui essi compiono proprio quelle operazioni che sono oggetto della semiotica e della teoria della comunicazione in quanto imprese ermeneutiche? Non solo, esse producono senso in quanto e nella misura in cui sfuggono al senso esprimibile in un linguaggio e vanno ad occupare un posto nell’inconscio che si esprime nel linguaggio. Per questo la poesia kitchen è piena, trabocca di immagini. Se nel Tractatus Wittgenstein considera il pensiero come l’immagine logica dei fatti, e dunque il significato di una proposizione come l’immagine logica di uno stato di cose, nelle Philosophische Untersuchungen egli muove una critica radicale alla teoria rappresentazionale e sostiene che le parole hanno significato solo all’interno del contesto d’uso: dipendono dal gioco linguistico.
    È illusorio pensare di spiegare una immagine ricorrendo ad una ermeneutica interna alla immagine in quanto una immagine rimanda sempre ad Altro. Studiare le immagini non è un’operazione di tipo scientifico e antiquariale, ma significa anche cercare di penetrare la complessa struttura psicologica, culturale, sociale, che sta dietro la produzione di una certa epoca, di una certa civiltà, di una certa convenzione rappresentazionale. Chiedersi che cosa vogliano dire le immagini significa anche interessarsi alla comunicazione intersoggettiva; cercare di comprendere un’immagine è anche cercare di comprendere sia come noi comprendiamo gli altri e ci auto comprendiamo sia come gli altri comprendono noi e si auto comprendono. L’auto comprensione e l’auto riconoscimento passano attraverso la comprensione e il riconoscimento dell’altro, in cui oggi gioca un ruolo molto importante il medium immaginale. E questa operazione, di carattere inequivocabilmente ermeneutico, ha innegabili ricadute nell’ambito del politico.

  5. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:

    Giorgio Linguaglossa)

    La scrittura NOE è più vicina al pensare stesso, ne riprende le modalità. Per questo, nonostante le stranezze, i salti semantici, penso si tratti di poesie ri-conoscibili. Perché tutti pensano, e spesso parlano, in modo incoerente. NOE è vicina all’aspetto sorgivo del pensiero… come anche tutta la poesia di sempre, solo che in altri modi si avverte il profumo del potpourri, violette e lavanda, cose del consueto, del corredo.

    (Lucio Mayoor Tosi)

    Il pensiero logico-sequenziale, di tipo “alfabetico”, sembra essere stato in buona parte sostituito da un tipo di pensiero nello stesso tempo “olistico” e “multi-tasking”.
    In informatica il dizionario Garzanti scrive che con multi-taksing «si dice di sistema operativo in grado di eseguire contemporaneamente più programmi alternando il tempo dedicato all’esecuzione di ciascuno di essi.
    Etimologia: ← voce ingl.; comp. di multi- ‘multi-’ e il v. to task ‘assegnare un compito’.»

  6. Pensavo alla forma teatro alle molteplici sfumature dei dialoghi, dei complotti, che negli accadimenti si sviluppano in trame. La storia si è assopita ad un verbo unico, la stessa direzione del tempo. L’io cangiante, plenipotenziario, straordinariamente contemporaneo, Conte Dracula, il principe di Danimarca, Pippicalzelunghe, Ringo Star, sono pari. Così pure gli oggetti, una caffettiera, gli occhiali sul tavolo, la bottiglia, il ferro da stiro equivalgono alla univocità del pensiero, una sola forma unica, un leprotto, uno sfilatino, un quadro.
    La forza della natura piegata ad un deragliamento puro. Umano. Il treno in bilico su di un solo binario.
    Leggero. Realizzato. Galleria.

    Grazie Ombra.

  7. antonio sagredo

    Poema KITCHEN
    (prologo)

    ——————————————————
    Ho sognato questa notte
    critici letterari dalle quadrate palle,
    come De Santis e Chiaromonte.
    Ero nel dormiveglia ancora
    quando li ho visti scendere
    le scale di pietra di tufo
    della mia cantina underground.
    E prima di scorgerli conversavo
    con tre tipacci, tre geniacci
    sul teatro, la poesia e il costume italiano.
    Il salentino che li conosceva bene
    mi ha detto: sono arrivati, e sono ansiosi
    di conoscerti di persona, sarà una sorpresa
    la tua vista, la tua persona
    il porgerti confidenziale e superbo e…
    datti coraggio, e dì loro quanto vali
    perché la tua poesia ora non ha eguali al mondo!
    Mi sono sollevato, spossato dalla mia stessa fama.
    Sono andato incontro – le ali degli angeli
    domestici sfarfallavano come giumente
    in calore – mi hanno fissato e davvero
    sorpresi non credevano alla mia vista.

    Non credevano nemmeno alla mie parole
    gentili e cerimoniose come le fiammelle
    dei candelabri settecenteschi…
    e ancora mi fissavano increduli
    di trovarsi in quel luogo…
    Temevano il giudizio dei tre miei amici,
    che uno di loro aveva studiato e letto
    bellamente le opere…

    ————————————————–
    adesso l’autore si ferma, continuerà dopo

  8. Ho recuperato, svuotando il cestino della mia e-mail intasata, un altro io testo che avevo quasi dimenticato.
    Lo condivido, segnalando che la parola-chiave di questa pagina de L’Ombra delle Parole è per me questa che usa Giorgio Linguaglossa nella sua nota di lettura: adenotativa, Una parola poetica adenotativa, valida per i testi oggi proposti, da Francesco Paolo Intini (una conferma) a Mimmo Pugliese (una sorpresa), una parola adenotativa in grado di aprire, come già a suo tempo indicai per alcuni testi di Jacopo Ricciardi, ai poeti Intini e Pugliese il sentiero verso la propria patria linguistica fatta soltanto da parole abitate, patria linguistica da intendere come quella sola porzione di mondo in cui le cose vanno incontro al poeta con la loro voce, ed ecco l’apertura verso il “dono” di cui parla Linguaglossa.

    Gino Rago
    La gallina Nanin, i marziani , Mauro Pierno e il critico Viktor Borisovič
    *

    Il famoso critico Viktor Borisovič pende a testa in giù,
    cerca di aggiustarsi il nodo della cravatta.

    Alain Delon invita Angelica ad un valzer,
    mentre all’Hotel Excelsior fa apparizione il Signor K.

    Il piccione sul ramo del ciliegio è l’amante segreto di Nanin,
    la gallina della cover dell’Antologia Poetry kitchen.

    Accade però che il mago Woland rubi la cravatta
    dal collo del critico letterario,

    la mette in una busta affrancata e la spedisce
    al poeta Giorgio Linguaglossa all’Ufficio Affari Riservati
    di via Pietro Giordani.

    Accade, ancora una volta, che il postino,
    per errore, recapiti la busta
    in via Giordane, lo storico del tardo impero, e così
    accade anche che la cravatta venga intercettata dal servizio segreto
    di Sua Maestà Britannica
    che la rispedisce al mittente, cioè al critico Viktor Borisovič.

    Il quale sta ancora attaccato al ramo di ciliegio
    a testa in giù per aver stroncato il lavoro di un poeta

    di Mediolanum che, notoriamente, si auto pubblica
    ogni anno presso la Mondadori…
    E così arriviamo all’anno domini gennaio 2021
    proprio mentre a Roma è in corso la 67ma crisi di governo

    Ma non c’è di che allarmarsi perché
    ci pensa la gallina Nanin a risolverla con un gabinetto

    di larghe intese, con dentro anche il Cavalier Berlusconi
    poi va ad appollaiarsi sul cannone del Pincio
    e aspetta il colpo a salve di mezzogiorno.

    Ma proprio sulla piazza del Quirinale, accanto alle statue dei Dioscuri,
    atterra un disco volante
    dal quale sbarcano degli omini verdi con delle cravatte,
    anch’esse verdi…

    «Sono arrivati i marziani!», gridano i cittadini dell’Urbe
    che se la danno a gambe e invece sono delle semplici comparse
    ingaggiate dal Servizio di Informazioni Internazionali Riservate
    di Putin con sede a San Pietroburgo in via Nikolajevna 77…

    Ma non è finita qui perché la storia continua
    con una crisi diplomatica tra il governo Conte ter

    e il neo zar del Cremlino, con scambi di minacce e contumelie
    finché non interviene, ancora una volta, il nucleo

    Armato dell’Ombra delle Parole con a capo
    il poeta Mauro Pierno
    in divisa da aviatore il quale si getta nella mischia,

    arresta gli omini verdi, mette i sigilli ai dischi volanti,
    perimetra il luogo dell’atterraggio e…

    Dice: «Tutto è bene quel che finisce bene».
    *

  9. antonio sagredo

    Poema KITCHEN
    (prologo)

    ——————————————————
    Ho sognato questa notte
    critici letterari dalle quadrate palle,
    come De Santis e Chiaromonte.
    Ero nel dormiveglia ancora
    quando li ho visti scendere
    le scale di pietra di tufo
    della mia cantina underground.
    E prima di scorgerli conversavo
    con tre tipacci, tre geniacci
    sul teatro, la poesia e il costume italiano.
    Il salentino che li conosceva bene
    mi ha detto: sono arrivati, e sono ansiosi
    di conoscerti di persona, sarà una sorpresa
    la tua vista, la tua persona
    il porgerti confidenziale e superbo e…
    datti coraggio, e dì loro quanto vali
    perché la tua poesia ora non ha eguali al mondo!
    Mi sono sollevato, spossato dalla mia stessa fama.
    Sono andato incontro – le ali degli angeli
    domestici sfarfallavano come giumente
    in calore – mi hanno fissato e davvero
    sorpresi non credevano alla mia vista.

    Non credevano nemmeno alla mie parole
    gentili e cerimoniose come le fiammelle
    dei candelabri settecenteschi…
    e ancora mi fissavano increduli
    di trovarsi in quel luogo…
    Temevano il giudizio dei tre miei amici,
    che uno di loro aveva studiato e letto
    bellamente le opere..

    ——————————————
    l’autore si ferma, per continuare dopo

    • Nel bracere del vuoto interstellare, quando parli non è per corrispondere ma è la forza centrifuga a divagare,

      la scorza del 🍋, oppure l’arancia messa a fette, su per il collo del bicchiere,

      il punto all’ancoraggio, il piano critico dell’arrembaggio, infilato o no il dito dentro all’occhio.

      ( Penso che Gino Rago con la sua Nanin stia già esplorando al di là del buco nero, dentro il quale vorticosamente e allegramente, stiamo precipitando,
      gravitazionalmente )

      Buona Nanin a tutti.
      Grazie Ombra.

  10. caro Antonio Sagredo,

    ma questa è una poesia in forma di racconto!

  11. milaure colasson

    Ecco la mia ultima poesia dalla raccolta inedita Les choses de la vie.
    È la mia modalità kitchen

    Un jet de sang explose dans le chapeau d’Eredia
    le détachement de peaux mortes
    recouvre les habits le lit les tapis
    une fin en pointillés pense Eredia
    y a vraiment pas de quoi rire dit Window 10

    Magritte e la blanche geisha en suspension phylosophique
    ironisent sur la légèreté d’un éléphant
    qui nage dans une baignoire

    La pancarte écrit que les fausses notes
    sont un collage de Malevitch et Jérome Bosch
    Art Brut à manger à la petite cueillère
    dans l’atelier de Piero Tevini à Amsterdam

    Au milieu de la nuit au carrefour des Batignolles
    la voiture du critique Linguaglossa
    somnambule noctambule lâche le frein à main
    parcourt les rues désertes d’une ville fantôme
    et rentre dans le décor du film “à bout de souffle”

    Un nettoyage radical pour les affamés de pouvoir
    enterogermine qui contribue à noircir
    sans répit les cellules oxydées
    bien sûr à laisser à la portée
    des enfants âgés dès trois ans

    *

    Un getto di sangue esplode nel cappello d’Eredia
    il distacco delle pelli morte
    ricopre gli abiti il letto i tappeti
    una fine punteggiata pensa Eredia
    non c’è veramente di che ridere dice Windows 10

    Magritte e la bianca geisha in sospensione filosofica
    ironizzano sulla leggerezza d’un elefante
    che nuota in una vasca da bagno

    Il cartellone pubblicitario scrive che le false note
    sono un collage di Malevitch e Jerome Bosch
    Art Brut da mangiare con il cucchiaino
    nell’atelier di Piero Tevini ad Amsterdam

    A metà della notte all’incrocio delle Batignolle
    l’automobile del critico Linguaglossa
    sonnambula nottambula lascia il freno a mano
    percorre le strade deserte d’una città fantasma
    e rientra nella scenografia del film “à bout du souffle”

    Una pulizia radicale per gli affamati del potere
    enterogermina che contribuisce ad annerire
    senza indugio le cellule ossidate
    beninteso a lasciare alla portata
    dei bambini con più di tre anni

    • meditando sulla poesia della Colasson, su quella di Mauro Pierno e di Mimmo Pugliese, e di tutti gli altri membri della poetry kitchen mi è venuto in mente un pensiero.
      Vorrei dire qualcosa sul dispositivo della indecidibilità che tiene insieme le membra disiecta della poetry kitchen: il non poter decidere (la formula del né… né, la formula di Mr. Bartleby di Melville) in opposizione alla struttura oppositiva della metafisica classica e della poesia che si fa correntemente. Nella poetry kitchen non c’è azione, e non c’è reazione ad una azione, non c’è una azione del soggetto o dei personaggi chiamati in causa nei confronti delle cose o di altri soggetti, anzi le cose sembrano sottrarsi, ribellarsi al soggetto che non le tiene più in suo potere; e le cose sfuggono, se ne vanno per conto loro. Tutto ciò è paradossale.

      La poesia normale, quella cui siamo stati abituati, quella maggioritaria, è una poesia che viene in presenza della soggettività, che la accoglie, ma rimane pur sempre all’interno di quella metafisica opposizionale, all’interno di quella logica e non può uscirne. Per uscirne occorre rifarsi ad un atto di reiezione della logica opposizionale e causale (la formula né… né…) mettere in scena un temporeggiamento, temporeggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, senza porsi il perché e il per come. Adottare in toto la formula del temporeggiamento e della indecidibilità è la strategia migliore per eludere la logica opposizionale di quella metafisica che volevasi scardinare.

      In latino il verbo differre vuol dire appunto temporeggiamento e differimento, rimandare una azione ad un altro tempo, ad un altro luogo, vuol dire differire, distinguere una cosa dall’altra e tenere le due cose separate da un distanziamento, da una distanza. Il presupposto della poesia kitchen sta qui, in questo semplice assunto che deve essere dato per presupposto.

      Un autore di poesia mi chiedeva giorni fa come doveva fare per scrivere una poesia kitchen, io gli ho risposto che doveva semplicemente leggere le poesie che scriviamo e meditarle. Tutto molto semplice.

      • (Per sintesi, per brevità, per pigrizia), l’aspetto principale della poetry kitchen, il differimento è l’enigma di un rebus interpretativo senza lettere e senza più numeri. Una visione appunto.

        “…Ora è finito tutto veramente.
        Mia madre invecchia sempre più velocemente, mio padre è caduto in battaglia
        e la mia città è in fiamme.

        Dietro una siepe di cardi e rovi in fiore
        il bambino osserva i corpi dei morti abbandonati sui campi
        i cadaveri dei cavalieri disarcionati…

        e mia madre invecchia sempre più velocemente.”
        (Da la belligeranza del tramonto, all’interno di Three Stills In the Frame di G. Linguaglossa)

        Grazie Ombra.

  12. Sono giorni che non scrivo, vorrei e riesco appena a fare i complimenti a Mimmo Pugliese. Versi di poesia kitchen rigorosamente organizzati e rotti al terzo/quarto rigo con cambi di prospettiva che rimandano a componimenti di poesia orientale.

  13. Se il telos di un’opera d’arte è scandagliare la vita in tutti i suoi aspetti, dobbiamo chiederci: che cos’è la vita?
    «La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione».1
    1 Jacques Derrida La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990, p. 301

    Stavo riflettendo su questa frase sibillina e magnifica di Derrida e pensavo che un’opera d’arte che non tenti la «rappresentazione» del «non-rappresentabile» si riduce a chiacchiera scialba. Il problema è proprio lì, nella «origine», nella scaturigine delle cose. Pensavo di ribaltare il nostro comune e irriflesso modo di vedere le cose, che si riduce nell’andare «per linee esterne»; e invece dobbiamo capovolgere il nostro punto di vista e pensare di andare «per linee interne». È come passare dalla fisica classica, newtoniana alla fisica dei quanti. Dal nuovo punto di vista, cambia tutto, cambia il modo di impiego del lessico, delle strutture sintattiche e delle categorie grammaticali. È perfino ovvio che il «non-rappresentabile» sfugga alla «rappresentazione», ma il punto di evidenza sta proprio lì. Il punto di evidenza sta nel «significato». Ogni volta che accettiamo, in maniera irriflessa e opaca, il significato dato e consolidato dalla comunità e dalla tradizione letteraria, il «non-rappresentabile» si volatilizza e non torna più. Il «non-rappresentabile» sfugge al «significato», e di conseguenza sfugge anche al «significante». È questa la ragione che ci induce a fare una poesia che non impieghi le categorie della antica metafisica dell’umanesimo: del significato e del significante.
    È questa la ragione che ci spinge verso un Cambiamento del Paradigma.
    Ewa Tagher scrive: «è il Paradigma del mondo che si è spento».
    «Ma la poesia pensante è in verità topologia dell’Essere (des Seyns).
    Ad essa dice la dimora del suo essere essenziale (die Ortschaft seines Wesens).»1

    Nella Erörterung (la ricerca del Luogo) è coinvolto il problema della metafora. Si tratta della sfiducia di Heidegger nei confronti del linguaggio ordinario. Per l’ultimo come per il primo Heidegger, il linguaggio ordinario resta sotto il segno dell’anonimato del man, dell’opinione, della chiacchiera e del senso comune, che promana sempre già da una concezione impropria e deietta della vera natura del linguaggio. Il linguaggio ordinario è ordinario proprio perché esso non è che l’uso della lingua; in questo uso, le parole sono destinate a logorarsi, all’usura permanente. L’uso delle parole implica la loro usura. Le «parole» (Worte) diventano «vocaboli» (Wörter). In ciò consiste la morte del linguaggio. Questa usura comincia quando le parole sono rappresentate come dei «recipienti» destinati a ricevere un certo contenuto significante. Il senso che riempie così le parole è già un’«acqua stagnante», dice Heidegger. A questa immagine dell’acqua stagnante, il filosofo tedesco oppone l’immagine del pozzo e della sorgente.
    L’Ereignis, nella concezione di Heidegger, presenta una somiglianza inquietante con la metafora, concepita come uno scarto del linguaggio. Scarto come qualcosa che viene espulso dal linguaggio per poi farvi ritorno. In questa accezione Ereignis e metafora sono intimamente collegate nel linguaggio, esse si rimandano dall’uno all’altra come in un gioco di specchi e di maschere. Si corrispondono: dove si dà l’uno c’è anche l’altra. La metafora raccoglie ciò che viene scartato dal linguaggio. La metafora che fa ritorno al linguaggio è l’evento a cui il linguaggio stesso si dà, così il circolo del linguaggio viene ripristinato e la lingua può continuare a vivere. Si tratta del circolo metaforico che è in vigore in ogni atto di linguaggio. Possiamo allora dire che in questa processualità autofagocitatoria del linguaggio riposano insieme l’Ereignis e la metafora. E il gioco di specchi può continuare.

    1 M. Heidegger, Aus der Erfahrung des Denkens, Pfullingen 1954 – Dall’esperienza del pensiero, 1910-1976, tr. it. di N. Curcio, Genova 2011, p. 23.

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