Poetry kitchen, La gallina Nanin e la Sedia pitturata, di Gino Rago, APPELLO DI JOSEF KAFKA CONTRO LA SENTENZA DI PRIMO GRADO, Sceneggiatura di Mario M. Gabriele, La sterminazione infinita delle parole residuo, di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Sedia ridipinta di rosso,

Marie Laure Colasson, sedia, 2012

Marie Laure Colasson, Sedia ridipinta, acrilico, 2012. La sedia fa parte di un gruppo di quattro sedie rottamate opportunamente restaurate e ripitturate. La Colasson reimpiegando la sedia e reiscrivendo su di essa il colore, la ridetermina, ne fa un oggetto nuovo, che può essere ripristinato a nuova vita ed utilizzato per le esigenze del quotidiano. Economicizza lo scarto e lo reimmette nel ciclo della produzione e del consumo. La sporcificazione ad opera della gallina Nanin quindi rientra nel progetto cognitivo posto in essere, reimmette la sedia ex novo nel ciclo del consumo.

.

Gino Rago
La gallina Nanin e la Sedia pitturata

Nanin, la gallina della cover dell’Antologia Poetry kitchen,
scappa di nuovo dalla copertina in cui l’ha cacciata il papà,
tale Lucio Mayoor Tosi,
svolazza di qua e di là, poi prende un taxi
in direzione della Circonvallazione Clodia,
chiede informazioni ai vigili urbani di Roma capitale,
entra nell’atelier della pittrice Marie Laure Colasson
e scrive con lo spray rosso sulle pareti:

«Madame Colasson, lei è in pericolo,
quel Lucio Mayoor Tosi vuole cambiare la cover!
Vuole sostituirmi con la sua sedia ripitturata in acrilico,
dobbiamo fermarlo!».

Detto fatto, i vigili arrestano Lucio Mayoor Tosi,
convocano il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta
perché la sedia appartiene alla corrente Riformista del partito.

Che è che non è i vigili urbani telefonano al Quirinale.
Interviene il Presidente della Repubblica
che scrive un dispaccio al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
«Una pericolosa sedia in acrilico
ha generato fuochi d’artificio, sindromi di Stendhal,
vertigini di monemi e di fonemi,
ha preso possesso del Covid ed è diventata una delle sue varianti.
La sedia può uccidere milioni di persone!».

«Non c’è niente da fare, quel Lucio è un testardo,
vuole a tutti i costi cambiare la cover della Poetry kitchen
ma non glielo permetteremo!»,
grida il commissario Montalbano.

Ed ecco che finalmente interviene il direttore
dell’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani 18.
Il critico Giorgio Linguaglossa,
il quale mette in padella la gallina Nanin, accende il fuoco…
ma proprio in quel momento dallo studio di Madame Colasson
si sveglia il ritratto di James Joyce il quale è su tutte le furie
perché il suo romanzo è stato sostituito con quello di Bulgakov
“Il Maestro e Margherita” e il mago Woland ha rimpiazzato
il suo personaggio, Leopold Bloom.

Interviene la sindaca Raggi che nel frattempo è tornata in cucina a fare la massaia.
Dice al marito:
«Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire,
ricordati di chiudere la porta a chiave,
chiudi anche il gas,
dai un bacetto a tua moglie sull’orecchio,
non scordarti di dondolare la culla dove c’è il marmocchio
Giuseppe Conte,
senza spaventare il bambino.
Prendi la torcia elettrica, portati dietro le batterie
e una bottiglietta di acqua minerale,
prendi anche una mozzarella di bufala al supermercato
e un etto di mortadella di Ariccia,
non si sa mai che è successo quando tornerai…».

In tutto questo trambusto la gallina Nanin ne approfitta,
se la svigna dalla padella.
«È meglio tornare nella cover della Poetry kitchen,
almeno lì sto al sicuro».

Detto fatto.
Prende il bus n. 23 e ritorna nello studio di Madame Colasson,
alla Circonvallazione Clodia n. 21,
sale sulla sedia dipinta con l’immagine della ragazza
con l’orecchino di perla di Vermeer
e ci fa la cacca.
«Ecco fatto, finalmente mi sono liberata di un peso!».

Giorgio Linguaglossa
3 aprile 2021 alle 13:50
caro Gino Rago,

anche questa tua composizione è una poesia del quotidiano, solo che qui c’è una nuova idea, e questa idea cambia tutto, cambia il quotidiano (che appartiene alla vecchia metafisica del novecento) in altro, in qualcosa di irriconoscibile, cambia il concetto di poiesis e cambia anche il concetto di realtà. Insomma, nella tua poesia cambia tutto, tutto il novecento italiano è messo in una busta di plastica e gettata nella spazzatura, mi correggo, anche il novecento europeo è stato legato e imbavagliato e gettato nella discarica abusiva, e il finale escrementizio della gallina Nanin che fa la cacca sulla sedia pitturata da Marie Laure Colasson è un degno finale da operetta buffa! Così, la poiesis suona lo zufolo della propria materia escrementizia e del proprio destino (il Geschick di Heidegger) escrementizio.
In parole povere, i tre registri di Lacan: il Simbolico, l’Immaginario e il Reale qui vengono a coincidere nel comune luogo-destino della spazzatura.
La parola letteraria è infinitamente implausibile, la sua ambiguità è al contempo la faccia in ombra e quella in luce della sua menzogna veritativa. Ma è che la parola letteraria è anch’essa effettivamente consumabile e commestibile, liberiamoci una buona volta di tutti i luoghi comuni che la celebrano per la sua avvenenza e incommestibilità. È vero invece il contrario: la parola letteraria è commestibile e consumabile come qualsiasi altra parole del volgo. È questo il punto forte della poetry kitchen, che essa è consumabile, commestibile e anche pignorabile (per quel che può valere).
Non c’è altro da dire.

QUARTIERE POPOLARE DI PRAGA
APPELLO DI JOSEF KAFKA
CONTRO LA SENTENZA DI PRIMO GRADO.
(Ideazione e sceneggiatura di Mario M. Gabriele)

Il giorno 29 gennaio 2021, alle ore 15 p.m.la Giuria Popolare del Quartiere di Praga, composta dai Magistrati dr. E.M. -Presidente –

M.T.- Consigliere –
K.J. – Consigliere –
E.M.- Consigliere –
E.F.- Consigliere –
R.S.- Consigliere – si è riunita su ricorso n. 777, prot 3501, presentato da Josef Kafka, con il quale chiede la revisione del processo tenutosi nell’anno 1925, a suo carico, ritenendolo inammissibile, improcedibile e nullo per, mancanza di effetti probatori.

I fatti riguardano l’impiegato Josef Kafka, procuratore presso un Istituto bancario, che una mattina viene svegliato da due sconosciuti presentandogli un mandato di arresto, senza conoscere le motivazioni nei suoi confronti, e affermando la propria innocenza.

Il Presidente dà corso al processo chiedendo se tutti i testimoni siano stati rintracciati, invitandoli a confermare la loro presenza.

C’è IL BESTEMMIATORE? DICA SOLO SI.
E L’AMICA della Signorina Burstner? Si.
E l’industriale? Si.
E lo zio Leni? Si.
E il pittore? Si.
E il commerciante Blok? Si.

Per ripristinare la verità è possibile rifare ogni Processo, dichiara il Presidente, da quello di Norimberga a Hiroshima e Nagasaki, ai delitti di Edmund Kemper,

e di Jan Brady e Mira Hindlev,
di Harold Shipman, e della strega di Kilkenny,
di Fred e Rosemary West, dell’assassino di John Lennon
e dei terroristi dell’11 settembre 2001.

A volte ci sono processi senza che siano stati trovati gli autori materiali dei delitti e la Giustizia in questo caso rimane imperfetta.

L’appellante si faccia avanti, dice il Presidente e proponga
le sue motivazioni.

………………………..

Signor Presidente, il mio nome è Josef Kafka. Mi trovo a discutere sulla vecchia questione dell’accusa ingiusta, fattami da ignoti. Lei non mi vede. Chi le parla è diventato un Ghost, e nonostante questo ruolo, desidera che si faccia GIUSTIZIA anche sul suo Essere.

Il fatto mi è nuovo, disse il Giudice, e non rientra nella validità del Processo. Qui sono presenti i testimoni, tranne lei in carne e ossa. Non si possono ammettere nel Processo i fantasmi.

Mi ha autorizzato Mefistofele, dichiarò Josef Kafka
nel cui Regno non ho avuto mai Giustizia.

Lei, appellante di questo Processo, disse il Presidente, si è riportato ai propri atti esaminati a suo tempo, chiedendone il riconoscimento della giustizia terrena e la sua innocenza.

La Giuria ha esaminato i dati in suo possesso e non ha trovato giustificazioni che comprovino la riapertura del caso.

Pe questo motivo, accettando la pronuncia di Primo Grado, dichiara inammissibile il suo ricorso, rimandando ogni atto al Tribunale dei 13 Apostoli, per la definitiva questione, che qui non trova adeguata accettazione perché lei è residente all’Inferno.

La causa può definirsi chiusa con le spese legali a carico del ricorrente e la trascrizione degli atti in Cancelleria.
Così deciso in data odierna.

F.to Il Presidente

………………………………….

That’s is the question, ovvero qui è il dilemma/
né dove Malone Muore o quei Dubliners/
o lungi dai lindi cimiteri inglesi/
dal gioco dei sapienti croupiers l’azzardo,/
non sei tu, ragazza d’aria, a mirare/
le vetrine d’Europa, il nuovo corso/
Il Processo (Qualcuno doveva avere/
calunniato Josef K se quella mattina…./ (1)

1) Versi tratti da Eurobarcarola di Carlo Felice Colucci)

http://mariomgabriele.altervista.org/

Giorgio Linguaglossa
3 aprile 2021 alle 17:00

Sulla sterminazione infinita delle parole-residuo

«Niente residuo, ciò significa non solo che non c’è più un significante e un significato, un significato dietro il significante, o da una parte e dall’altra d’una barra strutturale che li distribuisce – ciò significa anche che non esiste più, come nell’interpretazione psicoanalitica, un’istanza rimossa sotto un’istanza rimovente, un latente sotto un manifesto, dei processi primari che giocano a rimpiattino con dei processi secondari. Non c’è più un significato, qualunque esso sia, prodotto dal poema, non c’è più un ‘pensiero del sogno’ dietro il testo poetico… Non c’è un’economia libidica più che non ci sia un’economia politica – né certamente un’economia linguistica, cioè un’economia politica del linguaggio. Perché l’economico, ovunque sia, si fonda sul resto (soltanto il resto permette la produzione e la riproduzione) – che questo resto sia il non condiviso simbolicamente che rientra nello scambio mercantile e nel circuito d’equivalenza della merce…che questo resto sia semplicemente il fantasma, cioè ciò che non ha potuto risolversi nello scambio ambivalente e nella morte, che, per questa ragione, si risolve in quel precipitato di valore inconscio individuale, di stock rimosso di scene o di rappresentazioni, che si produce e riproduce secondo l’incessante coazione a ripetere. Valore mercantile, valore significato, valore rimosso/inconscio – tutto questo è fatto di ciò che resta…questo resto ovunque si accumula e alimenta le diverse economie che governano la nostra vita». (1)

Nel capitolo titolato «La sterminazione del nome di Dio», Baudrillard affronta la posizione di Saussure circa il linguaggio poetico: una decostruzione del segno e della rappresentazione (2). Dopo aver sintetizzato le due regole che secondo Saussure governano il poetico, cioè la legge dell’accoppiamento (couplaison) e quella della parola-tema, Baudrillard incalza sostenendo che ci troviamo dinanzi ad un impoverimento di ciò che si può dire sull’essenza del poetico. Infatti esse non tengono in alcun conto del godimento e del valore estetico che il poetico produce.

«Bisogna dire che il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore. La legge del poema è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla. In questo si oppone al discorso linguistico che, invece, è un processo di accumulazione, di produzione e distribuzione del linguaggio come valore. Il poetico è irriducibile al modo di significazione, che è semplicemente il modo di produzione dei valori linguistici. Essendo irriducibile alla linguistica, esso costituisce la scienza di questo modo di produzione (3). Il poetico è «l’insurrezione del linguaggio contro le sue stesse leggi» (4).
Mentre la buona poesia è quella di cui non resta nulla, la cattiva poesia (o la non-poesia) è quella in cui c’è un residuo, una scoria di discorso, che non consente di essere scambiato né consumato nella festa della parola reversibile(5). Il resto è dunque tutto ciò che non è stato sterminato del simbolico, ma non solo. La sua pericolosità risiede nell’abuso di parole e di significati, senza alcuna restrizione rituale, religiosa o poetica di nessun tipo (6).

L’utilizzo e la proliferazione del linguaggio nel pieno della libertà, determina un processo senza fine per cui ognuno attinge, a proprio piacimento, al materiale fonico seguendo ciò che vuole esprimere e tenendo da conto solo ciò che ha da dire (7). Tuttavia, secondo Baudrillard, questa possibilità di

«prendere [il discorso] e di usarlo senza mai renderlo né risponderne (…) questa idea del linguaggio come d’un medium tuttofare e d’una natura inesauribile, come d’un luogo dove fin d’ora sarebbe realizzata l’economia politica: “a ciascuno secondo i suoi bisogni” – fantasma d’uno stock inaudito, d’una materia prima che si riprodurrebbe magicamente via via che se ne usa e quindi d’una libertà di sperpero fantastico – (…) non è pensabile fuori da una configurazione generale in cui gli stessi principi governano la riproduzione dei beni materiali». (8)

Ogni termine, dunque, ogni parola e significato non restituito nel raddoppio poetico(9) è un residuo, inconsumabile e imperituro, sotto il quale si soccombe non solo da un punto di vista della proliferazione linguistica. Il residuo del poetico si comporta allo stesso modo del residuo industriale, del rifiuto. Baudrillard suppone un orizzonte rituale linguistico primitivo, uno stadio simile allo scambio di dono e contro-dono (10) in cui i segni linguistici siano contingentati in una diffusione limitata, senza libertà formale di produzione né di uso. Così si crea un duplice spazio che egli assimila alle società primitive: per un verso quello delle “parole liberate”, usabili secondo il proprio desiderio, e circolanti come valore di scambio; per l’altro verso quello in cui le parole non hanno né valore d’uso né valore di scambio; un luogo dunque dove la disponibilità del materiale è riservata all’uso simbolico.

Il poetico per Baudrillard simula nel linguaggio questa situazione riconducibile alle società primitive stabilendo una festa dello scambio come nella circolazione incessante di scambio/dono, l’unica possibilità di una ricchezza inesauribile che non ammette il residuale. L’opulenza del linguaggio lascia il posto all’efficacia simbolica dei segni. Proprio come nelle formule pronunciate dagli sciamani che si servono di particolari e determinati termini che operano direttamente sul mondo, nello scambio rituale simbolico avviene una simmetrica e risolutiva restituzione a beneficio del senso (11). Baudrillard parla di una rivoluzione che il poetico determina rispetto al linguaggio, una sovversione autentica che stermina il valore e attua una reversibilità totale del senso. Attraverso quest’unico percorso la commutabilità dei termini e la loro equivalenza vengono meno. Abbattendo ogni possibilità di residuo, l’utilità della poesia non è accidentale ma necessaria allo scambio perpetuo della parola la quale fa sì che si avvii una rispondenza nello scambio. Questo è il solo godimento: l’eliminazione della traccia e del resto che trova nel simbolico la sua stessa fine.

Postulando una comunità dove lo scambio simbolico sia limitato da un numero limitato di parole, Baudrillard si infila in una contraddizione insanabile e in una rimembranza nostalgica per le economie a circolazione limitata di beni. Oggi, nelle società moderne pensare ad una circolazione limitata di beni di scambio è una illusione e una visione nostalgica. Nel poetico è possibile soltanto una sterminazione infinita di beni infiniti, e questa sterminazione infinita attecchisce anche il residuo e lo scarto, anch’essi devono essere sterminati infinitamente affinché si verifichi il corto circuito della consumazione infinita del riciclo. La rivoluzione del linguaggio poetico risiede nel fatto che non v’è rivoluzione alcuna. L’unico evento che si dà nel poetico è che lì è in opera la sterminazione del valore, di qualsiasi valore, di qualsiasi parola valoriata o valoriale, anche di quella che afferisce allo scarto e al residuo.

Cfr J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Paris 1976, tr. it. ID., Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano1979. p. 244
1 p.15-24
2 p. 211
Ibidem
3 pp.213-14
4 Ibidem
5 p. 215
6 p.214
7 pp. 217-218
8 Ibidem
9 Ibidem
10 Ibidem

Il fatto che l’istanza di appello del legale del Signor K. venga rigettata significa che l’imputato è stato ammazzato due volte, che di lui non resta nulla, non c’è resto, non c’è residuo. La morte dell’imputato è la sterminazione del valore.
Quando Baudrillard scrive che «il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore. La legge del poema è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla», ci dice qualcosa di molto importante, ci dice che al termine del poetico non c’è più resto, scarto, residuo, rifiuto. Non c’è nulla.
Quando la gallina Nanin, dopo infinite tergiversazioni e malversazioni, si accoccola sulla «sedia ridipinta» di Marie Laure Colasson e ci fa la «cacca», ciò implica e significa che del valore e dei valori non ne resta nulla, resta solo la «cacca». Qui Gino Rago compie la sterminazione del valore più drastica e accurata che si possa pensare di fare oggi con la poiesis. E questo, appunto, è la poetry kitchen.
Se resta qualcosa, non è ancora poesia kitchen.

Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) e nella Antologia Poesia all’epoca del covid-19 La nuova ontologia estetica (Edizioni Progetto Cultura, 2020) a cura di Giorgio Linguaglossa.. È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”.
Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017), Registro di bordo (2021). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). È presente nella Antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.

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31 risposte a “Poetry kitchen, La gallina Nanin e la Sedia pitturata, di Gino Rago, APPELLO DI JOSEF KAFKA CONTRO LA SENTENZA DI PRIMO GRADO, Sceneggiatura di Mario M. Gabriele, La sterminazione infinita delle parole residuo, di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Sedia ridipinta di rosso,

  1. Tiziana Antonilli

    Grande è il sollievo con il quale oggi saluto un nuovo articolo dell’Ombra : un oggetto come protagonista. E che oggetto ! Il lavoro artistico di Marie Laure Colasson è di grande valore, anche simbolico. Sarà per il confinamento al quale siamo costretti , ma a me pare che gli oggetti di uso quotidiano abbiano acquisito una valenza inedita. Il verbo rottamare, usato nella didascalia, inoltre, mi sembra quanto mai evocativo di situazioni che bene conosciamo. Particolarmente gustosa è la storia della gallina che ci racconta Gino Rago, l’arte , forse prima della letteratura , ha dato dignità agli escrementi , alle feci, come si chiamavano prima per pudore. Eppure proprio gli scarti del metabolismo umano, animale e vegetale sono alla base della vita. Quindi, viva la merda d’artista .

    • Ringrazio Tiziana Antonilli per l’acume della sua lettura di opere d’arte e versi, nella lucida coscienza di cultura visivo-poetica nel rapporto creditorio-debitorio tra immagini e parole.

  2. I temi del declino dell’intellettuale e della marginalità dell’insegnamento letterario oggi sembra che sminuiscano la prospettiva antropologica nello studio della letteratura.

    Ed è sempre più diffuso il pathos del tramonto della critica a caratterizzare libri di saggistica, convegni e dibattiti sulla temperatura della contemporanea civiltà letteraria. La critica potrà resistere al suo declino, ma ha perduto il protagonismo al quale si era abituata nel Novecento, secolo in cui alcuni critici occuparono i primi posti nelle controversie intellettuali e politiche (Lukács e Benjamin, Auerbach e Barthes, per citarne alcuni e senza dimenticare filosofi e poeti che spesso hanno dato il meglio come critici Eliot e Valery, Ortega e Adomo, Sartre e Auden…).

    Giorgio Linguaglossa in alcuni recenti commenti scrive:

    «caro Gino Rago,
    anche questa tua composizione è una poesia del quotidiano, solo che qui c’è una nuova idea, e questa idea cambia tutto, cambia il quotidiano (che appartiene alla vecchia metafisica del novecento) in altro, in qualcosa di irriconoscibile, cambia il concetto di poiesis e cambia anche il concetto di realtà. Insomma, nella tua poesia cambia tutto, tutto il novecento italiano è messo in una busta di plastica e gettata nella spazzatura, mi correggo, anche il novecento europeo è stato legato e imbavagliato e gettato nella discarica abusiva, e il finale escrementizio della gallina Nanin che fa la cacca sulla sedia pitturata da Marie Laure Colasson è un degno finale da operetta buffa! Così, la poiesis suona lo zufolo della propria materia escrementizia e del proprio destino (il Geschick di Heidegger) escrementizio.
    In parole povere, i tre registri di Lacan: il Simbolico, l’Immaginario e il Reale qui vengono a coincidere nel comune luogo-destino della spazzatura.
    La parola letteraria è infinitamente implausibile, la sua ambiguità è al contempo la faccia in ombra e quella in luce della sua menzogna veritativa. Ma è che la parola letteraria è anch’essa effettivamente consumabile e commestibile, liberiamoci una buona volta di tutti i luoghi comuni che la celebrano per la sua avvenenza e incommestibilità. È vero invece il contrario: la parola letteraria è commestibile e consumabile come qualsiasi altra parole del volgo. È questo il punto forte della poetry kitchen, che essa è consumabile, commestibile e anche pignorabile (per quel che può valere).
    Non c’è altro da dire.

    […] Quando la gallina Nanin, dopo infinite tergiversazioni e malversazioni, si accoccola sulla «sedia ridipinta» di Marie Laure Colasson e ci fa la «cacca», ciò implica e significa che del valore e dei valori non ne resta nulla, resta solo la «cacca». Qui Gino Rago compie la sterminazione del valore più drastica e accurata che si possa pensare di fare oggi con la poiesis. E questo, appunto, è la poetry kitchen.
    Se resta qualcosa, non è ancora poesia kitchen».

    E quando nel suo intervento Marie Laure Colasson precisa:

    «… i testi di Gino Rago e quello di Mario Gabriele ci danno la giusta misura delle potenzialità della nuova poesia kitchen, niente a che vedere con la stipsi della poesia del quotidiano che vige come un interdetto e una minaccia nelle accademie italiane ed europee. E’ il salto del fantasma quello che la poesia della vecchia metafisica non ha, e che ha perduto semmai ce l’ha mai avuto. Mi sono molto divertita perché i testi non sono soltanto assurdi ma sono lo specchio della nostra società, uno specchio niente affatto deforme, anzi… apprezzo la grande vivacità della fantasia in entrambi gli autori che saltano da un argomento all’altro, da un tempo e un personaggio all’altro con disinvoltura, il tempo non esiste, siamo noi, le cose che ci muoviamo nel tempo.
    Devo però riprendere Gino Rago perché a causa della cacca fatta dalla gallina Nanin sulla mia sedia (ci ho messo un anno a dipingerla con dei prodotti tossici), adesso c’è una gran puzza in tutta la mia casa, per cui mi sono armata di ramazza e di AstraZeneca che spruzzo su dappertutto…
    A parte questa remarque, esprimo la mia ammirazione ad entrambi gli autori.
    Del poeta ceco dico che se avesse un po’ di fantasia riuscirebbe meglio».

    Il pathos del tramonto della critica non ha più ragion d’essere se critica continuerà a esser come questa esemplare di Linguaglossa e Colasson, una critica militante aperta a nuove prospettive estetiche, etiche, antropologiche.

  3. Il piano della indicazione ostensione di un gesto (la gallina Nanin che fa la cacca sulla sedia opera d’arte di Marie Laure Colasson), mette a nudo un punto limite del linguaggio che rimanderebbe in qualche modo a se stesso, alla sua stessa istanza fondamentale, a un suo limite inteso come punto oltre il quale non è possibile andare, oltre la quale anche la significazione evapora nel nulla.
    Analogamente, anche l’istanza di appello avverso la sentenza di condanna di Iosef K. della poesia di Mario Gabriele, è un gesto ostensivo che vuole «aprire» il significato, vuole mostrare l’assurdità della procedura della significazione, l’assurdità della ratio del linguaggio su cui è stata edificata la metafisica.

    Qui ci viene in aiuto Agamben:

    «La πρώτη ούσία, in quanto significa un τόδε τί (cioè, insieme, il «questo» e il «che») è, potremmo dire, il punto in cui si attua il trapasso dall’indicazione alla significazione, dal mostrare al dire. La dimensione di significato dell’essere è, cioè, una dimensione-limite della significazione, il punto in cui questa trapassa nell’indicazione. Se ogni categoria si dice necessariamente a partire da una πρώτη ούσία, allora al limite dell’essenza prima non si dice più nulla, ma si indica soltanto».

    Il gesto cessa di essere esemplare, perché non c’è più alcun esempio da dare o da conservare ma diventa normale, indica la normalità dello sterminio del valore che si attua nel capitalismo.
    Il gesto esprime il punto bianco della non-significazione.

    * G. Agamben, Il linguaggio e la morte. Seminario sul luogo della negatività,
    Einaudi, Torino 1982, pp. 24-5.

  4. Ecco le due leggi scoperte da de Sassure che operano segretamente nel linguaggio.

    Legge dell’accoppiamento (couplaison):

    1. Una vocale può figurare nel saturnio solo se ha la sua controvocale in un posto qualsiasi del verso (cioè la vocale identica, e senza transazione sulla quantità …). Ne risulta che, se il verso ha un numero pari di sillabe, le vocali si accoppiano esattamente, e devono sempre dare come resto zero, con un numero pari per ogni tipo di vocale (…).
    2. Legge delle consonanti. È identica, e non meno rigorosa (…), c’è sempre un numero pari per qualsiasi consonante (…). Ma la cosa va tanto lontana che:
    3. Se c’è un qualsiasi residuo irriducibile, sia nelle vocali (versi pari) sia nelle consonanti (…), contrariamente a ciò che si potrebbe credere, questo residuo non è affatto «assolto», fosse anche una semplice e (…); lo si vede allora riapparire nel verso successivo, come nuovo residuo corrispondente al «troppo pieno» del verso precedente.

    Legge della parola-tema:

    Nella composizione del verso, il poeta mette in opera il materiale fonico fornito da una parola-tema (…)
    Uno (o più) versi anagrammano un’unica parola (in generale un nome proprio, quello d’un dio o d’un eroe), costringendosi a riprodurne in primo luogo la sequenza vocalica.
    «All’ascolto di uno o due versi saturni latini, F. de Saussure sente elevarsi a poco a poco i fonemi principali d’un nome proprio» (Starobinski, Le parole sotto le parole).
    Saussure: «Si tratta, nell’ipogramma, di sottolineare un nome, una parola, ingegnandosi a ripeterne le sillabe, e dandogli così un secondo modo d’essere, artificioso, aggiunto per così dire all’originale della parola».

    TAURASIA CISAUNA SAMNIO CEPIT (SCIPIO)

    AASEN ARGALEON ANEMON AMERGATOS AUTME (AGAMEMNON)

    Queste semplici regole si ripetono incessantemente in molteplici varianti.
    A proposito dell’allitterazione, regola alla quale si credeva di poter riferire tutta la poesia arcaica, Saussure afferma che non è che un aspetto «d’un fenomeno più vasto e importante», dato che «tutte le sillabe allitterano, o assonano, o sono comprese in una qualche armonia fonica».
    I gruppi fonici «si fanno eco»: «interi versi sembrano un anagramma d’altri versi precedenti, anche a grande distanza nel testo»; «i polifoni riproducono visibilmente, quando ne hanno l’occasione, le sillabe d’una parola o d’un nome importante, che o figura nel testo, o si presenta naturalmente alla mente grazie al contesto»; «la poesia analizza la sostanza fonica delle parole sia per farne delle serie acustiche, sia per farne delle serie significative, quando si allude a un certo nome» (il nome anagrammato).

    In breve, «nel verso, tutto corrisponde, in un modo o nell’altro»; i significanti, i fonemi, corrispondono tra loro lungo il verso, o il significato nascosto, la parola-tema, si fa eco da un polifono all’altra, «sotto» il testo «manifesto».
    Le due regole possono d’altronde coesistere: «Ora congiuntamente all’anafonia, ora fuori da qualsiasi nome che si imita, c’è una corrispondenza di tutti gli elementi, che si traduce in un esatto accoppiamento, cioè una ripetizione in numero pari».

  5. «È noto il paradosso formulato da Bertrand Russell,
    secondo cui il mondo sarebbe stato creato pochi minuti fa,
    a condizione però
    che vi sia un’umanità che ricordi un passato illusorio»,
    opinò il gatto Azazello.

    «È vero invece che il mondo sarebbe stato creato originariamente
    nel futuro
    e poi retrocesso nel passato in modo
    che lo si potesse, in qualche modo, rammentare
    da una umanità fattizia»,
    liquidò così la questione il mago Woland.

    «Il simulacro non nasconde la verità, è la verità che nasconde
    la sua inesistenza.
    Il simulacro è vero!»,
    gorgheggiò il pappagallo Berlioz che proprio in quel momento
    smise di sonnecchiare.

    «Ora io vedo due gatti, gatto sveglio e gatto
    addormentato, esistono entrambi.
    Perché allora io vedo solo il gatto sveglio?
    La risposta è che io adesso sono solo uno dei due osservatori,
    in un mondo parallelo
    c’è una copia di me che vede
    il gatto dormire».
    Chiuse così la questione il mago Woland.

  6. Mariella Bettarini

    Grazie di cuore sempre e mille auguri, con tutta la mia stima.

    Con affetto,

    Mariella B.

  7. L’incipit de Il Capitale di Marx: «tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci».
    E Debord: «tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era vissuto direttamente s’è distanziato in una rappresentazione» (§ 1)». In tal senso lo spettacolo non è altro che «il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine». (G.D.)
    Il détournement consiste dunque nella ripresa di una frase, un’immagine o una melodia, e nel suo libero adattamento ai fini che si ritengono più opportuni: «il contrario della citazione», come spiega Debord, dal momento che «le due leggi fondamentali del détournement sono la perdita d’importanza – andando fino alla scomparsa del suo senso iniziale – di ogni elemento autonomo détournato; e nello stesso tempo, l’organizzazione di un altro insieme significativo che conferisce ad ogni elemento un suo nuovo valore».

    In applicazione del principio del détournement, Debord inizia con un détournement da quello che, come si accennava, è uno degli autori di riferimento dei situazionisti: Karl Marx. Se Marx dava inizio al Capitale con l’affermazione secondo la quale «tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci», Debord introduce il lettore al proprio pensiero sostenendo che «tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli».

    «Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. L’apparenza feticista di pura oggettività nelle relazioni spettacolari nasconde il loro carattere di relazioni fra uomini e fra classi: una seconda natura sembra dominare il nostro ambiente con le sue leggi fatali» (Sds, § 24)

  8. Gino Rago. La sua “gallina Nanin e la Sedia pitturata” fa da specchio a certa poesia contemporanea, me ne restituisce un’immagine deturpata, dada o cubista. Da orfano di quel contemporaneo, Gino Rago sperimenta il senso interscambiabile di parole e cose; e il continuo insensato divenire che, per la scrittura che storicizza senza tregua, annulla qualsivoglia mistero. Significato o significante.

    • Caro Lucio,

      se non è più plausibile né rintracciabile la centralità dell’ individuo in rapporto a un sistema universale di valori è inevitabile che appaia vuota la fiducia nella centralità della sua espressione la quale non si pone, non si può porre più il problema di un orizzonte di valori

      L’ideale umanistico io non lo sento più come un esempio che ci sovrasta, che ispira dall’alto la vita quotidiana, civile e artistica.

      L’ideale umanistico tutt’al più lo sento come flebilissimo esempio che viene dalla precarietà dell’esperienza trasformata in testimonianza.

      La crisi delle ideologie e la complessità “senza conflitto” del postmoderno hanno fatto il resto sulla condizione dell’io il quale non ha più un orizzonte umanistico di valori cui fare riferimento e alla fine rimangono i limiti della fenomenologia dell’esperienza in cui scoppia definitivamente il paradigma ingenuo e inadeguato dei “valori assoluti”, in sistemi instabili nei quali rimangono soltanto le strutture dissipative per esempio della Colasson.

      E la nuova estetica ne deve prendere atto.

      • Caro Gino,
        forse dovremmo pensare l’umanesimo con tecnica, per l’apprendimento. Il mio commento contiene una nota relativa al farsi dell’evento di scrittura che “storicizza”. Questo linguaggio è tratto dal pensiero lineare, che non interrompe, e quindi purtroppo dice tutto, anche se dell’inverosimile.

  9. Caro Giorgio Linguaglossa,

    le tue disamine sono da me totalmente condivise e vissute nell’atto della mia scrittura.

    Che resta nel Grande Gelo delle parole raffreddate, nella glaciazione di parole disabitate se non il gesto, il gesto estetico peraltro di un volatile su un’opera d’arte come la sedia si Milaure Colasson?

    Quello della gallina Nanin forse è un gesto più forte di quello dell’orinatoio di Duchamp.

  10. SVENDITA DI POLLINI FUORI ROTTA

    Da una porta all’altra, lanciato da Pelè
    spaventa polli ma infila Cape Canaveral

    -Sono il rappresentante di Alighieri.
    vendo sottobanco calze di Merini.

    Non si ferma il polso burocratico
    una biblioteca bestemmia biologia

    e se il Sistema Internazionale ingurgita muli
    risponderemo con bardotti d’iridio platino

    A parte tutto l’arrivo di una vespa:
    -Sono qui sull’ isola di Pasqua.
    Una grande tenda muove lo tsunami.

    Antenne e fresie sparano nell’aria.
    Nasce idrogeno da raggi tondi: -Il nucleo fresco
    promette tuorli. Galline al posto di galassie

    Onde radio chiocciano sui tetti

    Li conosciamo tutti , pure da morti
    E per protesta, scendemmo in strada.

    Rosso tagliato in dosi da mezzo cent
    Violetto in tuta: -Dov’è fratello Lama?
    E intanto dall’ altoforno un topo

    Heep!

    Tutto perché si fotografa da solo lo sbarco in Normandia
    E non c’è Robert Capa a raccontarla
    Ma solo ostriche a denunciare il furto

    Trovai un’orchidea col volto di Mac Ronay
    Lingua bollente al posto di un pistillo
    La voglia di scaccolarsi il naso.

    Così irriverente non s’è mai vista un’intenzione.
    Ci mette un lager poi aggiunge una sedia elettrica
    Conta sugli assedi di Stalingrado
    Come se non si fossero viste case intorno a Orione

    Matematica e cruciverba, parole incrociate al dente.
    Un ciclamino per cilicio.

    Tutti a Castel del Monte stamattina

    Il palazzo di fronte piegato a U
    la gomma a terra.
    Il retrovisore che inquadra la Florida.

    Heep!

    (Francesco Paolo Intini)

  11. segnalo questo riassunto della Poetry kitchen:

    https://www.poesiafemminilesingolare.it/kitchen-poetry-un-manifesto-poetico-per-lemergenza/

    Fantasmi, avatar, sosia, diplopia, salti spaziali e temporali costituiscono una metodologia del poetico in cui coesistono e coincidono elementi assolutamente contraddittori del soggetto che trovano luogo nella testualità della poetry kitchen che così risulta essere un prodotto di ibridazione e di eterogeneo, implantologia di elementi estranei e disparati. Una prassi di liberazione dell’immaginario è l’impegno concreto della nuova poesia, un nuovo progetto di impegno etico per il presente e il futuro.

    E continua Žižek: «ll potere dell’immaginazione nel suo aspetto negativo, distruttivo, disgregante, in quanto potere che dissolve il continuum della realtà in una molteplicità confusa di oggetti parziali, apparizioni spettrali di ciò che in essa esiste solo come parte di un organismo più grande?»(4)

    Ma per tener conto dunque di questa nuova poesia i frequentatori e sostenitori fanno ricorso ad Adorno che dice : “ Porre in luce dei «significati» a partire da presupposti che restano in ombra, questo è il compito proprio della poiesis. Le conclusioni che la poiesis mette in luce, proprio in quanto messe in luce, sono evidentemente un significato, il cui fondamento, retrocedendo sullo sfondo, non può essere esibito. Anche l’attività ermeneutica accade, cioè, a partire dall’ombra e anche laddove essa volesse far luce dietro di sé, sulla propria zona in ombra, di nuovo, illuminando, proietterebbe l’ombra dietro di sé. Le conclusioni dell’ermeneutica si trovano dunque catturate entro la stessa dinamica che vorrebbero indicare e chiarire. Questo paradosso è la sfida che si pone al pensiero contemporaneo e con cui si trova a doversi confrontare la riflessione teoretica successiva a Heidegger. Il design moderno si struttura secondo relazioni metonimiche che rimandano sempre ai propri elementi, senza tradire alcun tipo di trascendenza metaforica tipica della abitazione tradizionale. Così, gli oggetti passano dalla sussunzione di un mondo di significati stabili a livello profondo ad una codificazione autoreferenziale basata esclusivamente sulla logica dei significanti. L’abitazione domestica, un tempo focalizzata verso il centro dalla presenza degli specchi in ordine concentrico, smarrisce la propria visione unitaria nella separazione delle unità di ogni stanza, perde il proprio focus, il proprio significato simbolico profondo. Il battito segnato dal rintocco dell’orologio antico significava il valore positivista della storia che si rifletteva nel successo sociale della famiglia borghese. Nella abitazione moderna invece l’oggetto antico non significa il tempo reale della storia ma quello della storialità, il tempo della moda (l’attrazione fatale per il presente assoluto) e del design. Il riferimento è esclusivamente alla logica autoreferenziale del consumo. Qualsiasi trascendenza è abolita, sostituita da un calore funzionale, freddo in conseguenza della mancanza di una reale fonte di calore. È questa per esempio la logica di significazione dei colori nel design di interni – una logica di differenze interne al sistema stesso,una catena di significazione costruita sulla superficie dei significanti.”

  12. Il rito compone passato e presente, fissa il calendario e riassorbe gli eventi in una struttura sincronica, mentre il gioco spezza la connessione fra passato e presente, sbriciola la storia in eventi e trasforma la sincronia in diacronia.
    Il mito è, insieme, rito e gioco.
    In termini moderni, la poetry kitchen è il mito dei nostri tempi, contiene in sé la diacronia e la sincronia, passato, presente e futuro.

  13. Mimmo Pugliese

    LA FONTANA

    La fontana che fa compagnia alla mimosa
    ha stinchi di sale

    il cielo è senza maschera e da lontano
    la ruota del pavone sembra il tendone del circo.

    Alla stazione non ci sono treni nè binari
    solo vecchie altalene

    il biglietto vale due melagrane
    più dei manifesti affissi e del pesce rosso.

    All’improvviso beccheggia l’orologio
    nella stanza c’è odore di alluminio

    un cane latra alle luci dei fari
    che bruciano l’ultima danza dei moscerini.

    Gente grida perchè non vede il mare
    era rigore quel fallo all’ultimo minuto

    più in là una piccola foglia
    spunta dal tralcio che confina con l’estate.

    Lo scirocco senza conoscere le strade che farà
    nè dove dormirà si porta via un violino

    ma non parlerà fino a farsi male
    sono mele mature le braccia

    tetto arcigno anche quando ciò che resta
    sono solo bocca nella cornice e occhi nello specchio.

  14. milaure colasson

    Benvenuto nel Laboratorio dell’Ombra a Mimmo Pugliese che rivela doti non ordinarie di auscultazione del linguaggio poetico.
    Una volta si diceva dei registri linguistici che devono interporsi e calarsi in un metalinguaggio, adesso la poesia buffet consente un diverso angolo visuale, i linguaggi sono davvero interconnessi già nella realtà, i registri linguistici ci sono già, ma noi non li vediamo, cioè la forma-poesia della tradizione non li vedeva e restava immune, continuava a vivacchiare nel suo guscio, forse per paura, ma più per noia e per pigrizia.
    Adesso con la instant-poetry di Lucio Mayoor Tosi o poetry kitchen di Mario Gabriele e Gino Rago puoi cucinare i linguaggi al forno radioonde o nel formo elettrico o nel forno a legna, il risultato varierà ma non sarà più quello della antica forma-poesia del novecento. Non sono i linguaggi ad essere cambiati, è cambiato il mondo, basta dare un’occhiata alle emittenti linguistiche dei social media e di internet che ci accorgiamo che là c’è già pronto il registro universale che contiene tutti i registri linguistici in un mixage infernale, il poeta ha solo l’affanno del disbrigo delle beghe dei linguaggi. Qui cade il punto (e virgola).
    Il poeta oggi deve essere aperto a cogliere e ad accogliere i linguaggi delle emittenti, vedo in giro delle resistenze ad oltranza ad accogliere i linguaggi, ma non bisogna aver paura dei linguaggi del mondo mediatico, non sono diavoli, e né angeli…

    caro Carlo Livia,

    la tua poesia sta tutta sui droni del sublime, tutta sulle nuvole… ti vorrei invitare a “sporcare” il tuo linguaggio fitto di tabernacoli, angeli e madonne con dei cacciavite, delle pentole e dei cellulari, magari smartphon, della rubinettaria, delle frittate, con degli scolapasta etc… mi piacerebbe che tu facessi delle poesie dove gli angeli scendono dai tabernacoli e iniziano a parlare al cellulare e slittano sui monopattini in mezzo al traffico di Roma… e magari si incazzano anche e inveiscono contro la sindaca Raggi… caro Livia, ti invito a scendere dalle nuvole e a sporcarti con la terra, la spazzatura…

    • Per Livia e la Colasson…un abbraccione.
      Saluti alla Bettarini tanto gentile.


      (Vedetelo togliendo l’audio)

      Grazie Ombre.

    • Milaure, mi è balenata un’idea… probabilmente già praticata, poi mi dirai, mi direte, è per perseguire l’idea di commistione generale, di creazione di un complotto ai danni della Nanin…

      E se per esempio incominciassimo a far crescere delle creste tutti intorno alla spalliera della sedia e gli
      speroni alle gambe delle sedie???

      Mi fermo qui…in attesa di altre idee.

      Grazie Ombra

  15. milaure colasson

    caro Mauro,

    per colpa del signor Gino Rago la gallina Nanin ha defecato sulla sedia che ho qui in soggiorno da me pitturata, con il che la puzza si è sparsa per tutta la casa e ho dovuto spargere idrossiclorochina il spruzzi che mi è costata una bella somma di euro.
    Piuttosto, bellissimo il video da te postato del film di Pasolini, lì già tutto è stato detto, cos’altro possiamo dire?
    Tutti questi cattolici che infestano il bel Paese dovrebbero passare qualche giorno in povertà assoluta, come San Francesco, a pane e acqua e ne vedremmo delle belle! Io vedrei bene gli angeli con lo scolapasta in testa e delle ramazze a ramazzare le strade di Roma infestate dai rifiuti solidi e liquidi urbani. Tra l’altro, qui a Roma paghiamo la più alta bolletta d’Italia per la nettezza urbana. Chiedo: che ci stanno a fare la sindaca Raggi e il presidente della regione Lazio Zingaretti? Perché non provvedono?
    Cmq mi hai fatto ridere di gusto, il tuo humour e la tua immaginazione sono senza pari.
    Un abbraccio.
    Marie Laure

  16. Carlo Livia

    Ma tres chere Milaure, accoglierei volentieri il tuo consiglio, se non fossi convinto della assoluta refrattarieta’, eteronomia della poesia ad ogni istanza o modello prescrittivo o interdittivo; nel mio caso poi “eseguo”, più che inventare, in stato di semi-coscienza, immagini ipnagogiche, frantumi di iconografie semi-intraviste, di cui ignoro senso e direzioni, finché non si concretizzano, trascinate dall’ emozione scaturita da un ‘idea formale, da una sorta di architettura o sfondo armonico che resta inaccessibile. Una forma di ispirazione simile alla composizione musicale. Questo non può che determinare una violenta sconcretizzazione-dilatazione semantica del testo, con inevitabile astrazione dalle tematiche concrete, engage, verso una proliferazione semiotica poliedrica e metamorfica che tende a descrivere l’Origine celata, l’assenza obliata, più che gli enti.

    È l’atteggiamento del mistico, apofatico che crede che “dice verità chi dice ombra”, ( Celan ). È la poetica del simbolismo di Mallarme’, utilizzata per descrivere la trascendenza vuota, la fede nichilista in cui naufragano speculazioni e teologie contemporanee.

    A me interessa soprattutto nella versione surreale e avanguardistica, che ne ha fatto lo strumento di una rivolta antropologica, palingenesi sociale e spirituale che, liberando dalla prigione del linguaggio-pensiero formalizzato del declinante modello razionale, scientifico occidentale, che ci ha condotto davanti ad “una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”
    (Montale), guidi finalmente fuori dalla tenebra, ad una relazione completamente nuova con l’Essere e la verità.

    Ogni forma di neorealismo, di oggettività e impegno sociale (legittima e auspicabile per altri versi, ma da realizzare con altri strumenti linguistici) mi appare come una involuzione, un ritorno in un carcere millenario, simile alle dogmatiche e oppressioni ideologiche di ogni forma e matrice.

    Ho l’impressione che con alcuni autori di questa rivista ci sia stata una sintonia espressiva ( Dono, Pierno, Intimi, Tosi, ecc), ma forse, nelle radici ideologiche, siamo rimasti estranei. Soprattutto con Giorgio siamo come due viandanti che percorrono casualmente la stessa strada, ma dopo un po’ si accorgono che la loro destinazione è diversa.
    Per me la poesia è solo uno strumento di salvezza e rigenerazione, non sono interessato a fondare scuole o movimenti letterari, credo nella “rivolta” (Camus), la metanoia interiore, non nella rivoluzione, con la sostituzione di una classe di potere con un’altra, che inevitabilmente riproduce le stesse violenze e oppressioni.

    Dovrei poi soffermarmi sulle forme in cui la decostruzione e ricomposizione delle strutture morfo-sintattiche si concretizza, ma il problema è complesso e non vorrei annoiarvi. Accenno solo all’autonomia e alla cogenza icastica che la metafora acquista, rispetto al pensiero razionale, quando riesce ad unire elementi semantici incompatibili, ma uniti da una misteriosa affinità e corrispondenza, come notava Reverdy, in un processo esoterico, misterioso, da cui scaturisce, come nella musica, una sorta di folgorazione, un senso di liberazione, un vortice di emozione, un riconoscimento, come nella rammemorazione platonica, ma qui tutto avviene su un piano extrarazionale, in cui sono sospesi paradigmi e assiologie.

    Per quanto mi riguarda tutto questo appartiene al Sacro, la poesia è riconoscimento dell’Eterno e immutabile in cui tutto esiste, quindi non posso ne’ uscire ne’ contaminare tali rappresentazioni, semplicemente perche’ non c’è nulla con cui farlo, ciò che ci appare diverso è solo illusorio, mistificatorio, effetto di linguaggi e dogmi che tentano di indurre valori, paradigmi e codici alienanti, funzionali al potere che li alimenta.
    E ciò è particolarmente vero proprio ora, nel “tempo della povertà ”
    (Holderlin), della tenebra e dell’eclissi del divino.

    ” Poeti sono i mortali che seguono le tracce degli Dei fuggiti, restano su queste tracce e così trovano la direzione della svolta per i loro fratelli…
    L’elemento per il ritorno degli Dei, il Sacro, è la traccia degli Dei fuggiti…
    Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta canta il Sacro ”

    Martin Heidegger, “Sentieri interrotti”

    Merci de votre attention . A bientot.

    • caro Carlo,

      parlando della tua poesia tu scrivi:

      «nel mio caso poi “eseguo”, più che inventare, in stato di semi-coscienza, immagini ipnagogiche, frantumi di iconografie semi-intraviste, di cui ignoro senso e direzioni».

      La tua spiegazione si basa su categorie della metapsicologia non su categorie dell’estetica o della poetica, quindi io non ho nulla da replicare in quanto la rivista si occupa di poesia e di ermeneutica della poesia. Penso che le ipnagogie non abbiano nulla a che fare con la poesia, ma questo è un mio pensiero, forse sbaglio. E poi sono pronto ad accogliere qualsiasi genere di poesia (accogliere non equivale a condividere), purché essa si basi su categorie della poetica e dell’estetica, ma quando si va sulla metapsicologia ammetto che questo terreno esula dalle mie competenze e non ho più nulla da dire.

      Sulla ipnagogia il vocabolario Treccani spiega:

      «ipnagògico agg. [comp. di ipno- e del gr. ἀγωγός «che conduce»; propr. «che induce il sonno»] (pl. m. -ci). – In psicologia, di fatto che si verifica immediatamente prima del sonno: fase i., la fase di sonnolenza che precede l’addormentamento, caratterizzata da un particolare stato fluttuante della coscienza e dal carattere vago e sfumato dei pensieri, durante la quale possono prodursi fenomeni a tipo di illusioni o di allucinazioni (illusioni, allucinazioni i.), non però patologici, detti genericam. fenomeni ipnagogici.»

      • Carlo Livia

        Caro Giorgio, hai ragione, la poesia visionaria, onirica che mi interessa ( come quella di Rimbaud, della Rosselli – che incominciò a scrivere su richiesta del suo psicanalista – di Celan, Char, Thomas, non ha nulla a che vedere con quella di Carducci o Pascoli , come il cubismo di Picasso o Braque, o la “paranoia critica” di Dali’ sono completamente eteronome, negli strumenti e obiettivi espressivi, dalla pittura di Giotto o Caravaggio (che a loro volta usano strategie e paradigmi estetici completamente eterodossi rispetto al passato), le formule e normative estetiche messe in atto per inquadrarli in scuole e categorie ( come la “metafora assoluta” inventata da Ortega y Gasset per definire il meccanismo verbale simbolista, o la “metafora quadridimensionale” degli acmeisti, o la fusione delle metafore in catacresi, usata per districare le icone deliranti di Dylan Thomas ) sono epifenomeni che riguardano i critici, non i poeti, che agiscono d’istinto, obbedendo al fuoco divino, alla sacra follia o alla sete di libertà spirituale che li abita. Non per nulla i veri poeti raramente sono grandi critici, e viceversa, perché dotati di qualità caratteriali incompatibili ( come essere insieme un politico di successo e in santo eremita). Tu e Andrè Breton siete forse le uniche eccezioni che mi vengono in mente.

        A parte il mio caso, probabilmente irrilevante, credo che questa rivista acquisterebbe rilievo e spessore letterario e culturale, offrendosi come modello di creatività collettiva, se si orientasse verso una libera e disinteressata “dialeghestai” poetica, abbandonando vecchi paradigmi prescrittivi, steccati e interdetti ritenuti utili a definire gerarchie e anatemi, per tutelare narcisismi e imperialismi autoriali consolidati, che vacillano al primo segno di eresia.

        La poesia è il regno della libertà, della continua metamorfosi e contaminazione, non sopporta dogmi e divieti etici o estetici, basta ricordare la strage di talenti operata dal marxismo per difendere da ogni divergenza la sua mediocre e squallida apologia del realismo socialista.

        Del resto la critica più aggiornata e qualificata ( Gadamer, Blanchot, Baudrillard, Caillois, ecc. ) adotta una strategia diversa dalla vecchia forma di valutazione ed esclusione apodittica, come quella crociana, è una scrittura parallela, che nasce in sintonia, per espandere le suggestioni scaturite dal testo, non per giudicarlo e condannarlo, come sa fare magnificamente Heidegger con Holderlin, o, si parva licet, il magnifico e simpatico Mauro Pierno su queste pagine.

        Ti ringrazio per l’attenzione, salutandoti con immutata stima.

        • caro Carlo,

          tu ci imputi

          «vecchi paradigmi prescrittivi, steccati e interdetti ritenuti utili a definire gerarchie e anatemi, per tutelare narcisismi e imperialismi autoriali consolidati, che vacillano al primo segno di eresia».

          Il fatto è che noi dell’Ombra siamo impegnati in una direzione di ricerca (che ovviamente ne esclude altre). Non c’è alcun imperialismo prescrittivo in noi come tu scrivi, anzi, più volte abbiamo detto e scritto che occorre un ritrarsi dalla scrittura, ritrarsi dall’Ego, ritrarsi dal narcisismo… semmai c’è nel tuo concetto di «ipnagogico» della poesia un imperialismo culturale che vuole riportare la poiesis indietro di alcuni millenni, ad una sorta di stadio sacrale-misterico e stregonesco. Non so a quali categorie estetiche tu ti agganci, ma su questa strada non posso seguirti, non possiamo seguirti.
          Io penso che dovresti aprirti al confronto intellettuale, non chiuderti dietro una saracinesca.
          Abbiamo postato una miriade ai autori italiani ed europei, saggi importanti di filosofi italiani ed europei, come Zizek e altri, è davvero singolare che tu non abbia mai espresso il tuo pensiero o il tuo punto di vista in proposito, e questo io lo chiamo chiusura, impermeabilità alle tesi e ai dibattiti che circolano in Europa.
          Leggendo i tuoi testi trovo che la tua scrittura sia implicata fortemente con il gesto auto assolutorio di una metafisica intesa come irredimibile e irremovibile, indecidibile, una metafisica magico-sacrale, dotata di immobilità e di auraticità sacrale e auratica, appunto, «ipnagogica». Ovviamente, tutto ciò è legittimo, fa parte della tua mission, ma non ha niente a che vedere con la nostra opzione di una poesia kitchen, con una nuova fenomenologia del poetico. Il tuo Assoluto è auto assolutorio.

          Riporto un pezzo già scritto e pubblicato qualche giorno fa:

          Il soggetto kitchen produce la scrittura solamente abbandonandola e disseminandola, perdendola e inviandola. La disseminazione è il concetto stesso di scrittura. La logica della disseminazione è la logica dell’innesto; la disseminazione si produce sempre attraverso innesti su innesti precedenti, quando un sintagma viene innestato in un contesto inedito rispetto a quello in cui è stato concepito, lo decostruisce ed al contempo viene ricaricato di un nuovo significato. A questo punto il sintagma viene ulteriormente disaggiustato e nuovamente riarticolato seguendo questo processo senza termine ultimo o punto di arrivo.

  17. Carlo Livia

    LIASONS DANGEREUSES

    ora perso nella Zona, senza sniffare Onirina, Jeoshua ha spalancato i porti, ci vuole Dei, ma come, col lupo che sono, vinto dagli altari vergini, la cristalliera delle anime morte, il rosario sulla spalliera col vento psichico, la rugiada delle cosce rimpiange altre ostie, Arcangeli sottovento con disturbi chimici, all’estrazione della pietra di follia muore la luce deittica, De André mi chiede- che pensi delle nuvole – sono desideri sfiniti- rispondo da un volto antico, lui ride, diventando azzurro, e si rinchiude nello scrigno, lasciandomi all’ira dell’arcidiacono giallo, diademi bugiardi della nebbia fitta, accolgono demoni prolungati in finestre oblique, anni luce dal nodo, teologie senza nido nel vento salmastro, svuotano l’eclissi del volto sognato, il terrore avanza inghiottendo camelie, accanto al limbo Nietzsche pascola bionde camerate, nel frutteto il delirio, domestiche con l ‘amplesso grigio, morti rimano dalla muraglia, venature del silenzio rabbioso, quando i motel sono serpenti verdi, il paguro applaude e pensa- l’esilio ha radici lunghe, neanche Vincent ce la fa, incontri il desolato e senti il suono, miliardi di Pink Floyd e un solo principe buffo, canoe di lampi in fila per lo schianto, il mostro da un milione di occhi, l’albero dei cherubini che non canta, ora c’è la disadorna, lo sballo per attraversare la Dea, ma Holderlin

  18. Impettita, Nanin, grande matrona,
    con mantello di ermellino con scettro, corona e diadema d’occorrenza,

    in apparenza regale – un tiremmolla con la Milaure – che di pietre
    per collezione ne possiede a bizzeffe – Chi, chichi? Chichi,chichi? Chichi?

    Gli avete visti i salotti e le pareti di Castellani
    una sorta di dejà vu confessionale, di tiro al bersaglio, di comodi reclini
    imbottiti. Protesi artificiali. A quale prezzo poi?
    Non lo stesso delle cerniere lampo.
    Una sfilza di bottoni bianchi, diversamente assortiti,
    puntine e chiodi da inficiare.

    (Un patto con Carlo, tre giorni prima, nel suo studiolo, tra gli angeli segregati, che mi sorpresero alla porta, Abballi? Non abballo, sto impegnato…)

    Grazie Ombra.

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