KONSTANTIN SIMONOV (1915-1979), Poesia, da Cinque pagine (1938), poemetto, prima traduzione in italiano a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova

Marie Laure Colasson, sedia, 2012

Marie Laure Colasson, sedia pitturata, acrilico, 2012

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Simonov, Konstantin (Kirill) Michajlovič. – Narratore, poeta e drammaturgo russo, nato a Pietrogrado il 15 novembre 1915; iscritto al partito comunista dal 1942, deputato al Soviet supremo della repubblica russa, membro del presidium del comitato per la difesa della pace (dal 1949), è uno degli esponenti più rappresentativi della letteratura sovietica. Scrittore d’ispirazione immediata e di vena molto facile, dopo un primo esordio poetico sentimentale (cfr. il poema Pjat stranic “Cinque pagine”, 1938 e il dramma Istorija odnoj ljubvi “Storia di un amore”, 1940) a carattere personale, ha messo il suo ingegno artistico al servizio del partito esaltando il patriottismo sovietico durante la seconda guerra mondiale e attaccando gli occidentali e gli Americani dopo di essa. Ha ricevuto più volte il premio Stalin.
Come poeta oltre alle poesie del tempo di guerra (Ubej ego “Uccidilo”; Ždi menja “Aspettami”, da cui è stato tratto un film; Ty pomniš Alëša “Ricordi Alêša”, dedicato al poeta A. A. Surkov), che lo hanno reso tanto popolare, ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui il ciclo antiamericano Druzja i vragi (“Amici e nemici”, 1948), in cui si sente l’influenza della poesia di agitazione di V. Majakovskij, e alcuni poemi tra i quali emergono quelli storici dedicati a Suvorov (1939) e alla battaglia di Aleksandr Nevskij contro i cavalieri teutonici (Ledovoe poboišče “La battaglia sul ghiaccio”, 1938). Come prosatore ha pubblicato quattro volumi di schizzi di guerra (Ot Čërnogo do Barencova morja “Dal mar Nero al mare di Barents”) e dei diarî di guerra, frutto gli uni e gli altri del suo lavoro di corrispondente dal fronte, e alcuni romanzi (Dni i noči “I giorni e le notti”, 1943-44; Tovarišči po oružiju “Compagni d’armi”, 1952, sulla guerra del 1939 in Mongolia; Dym otečestva “Il fumo della patria” 1948; Živye i mërtvye, 1959, sui gravi problemi che si presentano ai reduci dalla guerra), dei quali il primo, sulla difesa di Stalingrado, è rimasto il più vivo oltre che famoso. Tuttavia è forse soprattutto come drammaturgo che S. è noto all’estero dove il tono polemico dei suoi drammi a tesi ha destato non poche discussioni nella stampa. I migliori e più noti sono Russkie ljudi (“Gente russa”, 1942), esaltazione del coraggio e dello sprezzo della morte, e gli antiamericani Pod kaštanami Pragi (“Sotto i castagni di Praga”, 1945) e Russkij vopros (“La questione russa”, 1946). Del 1953 è la commedia Dobroe imja (“Il buon nome”).
Bibl.: E. Troščenko, Poezija pokolenija, sozrevšego na vojne. Statja pervaja. K. S., in Novyj Mir, 1943, n. 7-8; V. Aleksandrov, Amerikanskoe sčaste (su Russkij vopros), nel vol. Ljudi i knigi, Mosca 1950; K. Lomunov, Dramaturgija K. Simonova, nel vol. Sovetskaja literatura. Sbornik statej, Mosca 1952; L. Lazarev, Dramaturgija K. Simonova, Mosca 1952; I. Grinberg, K. M. S., in Russkie Sovetskie Pisateli. Očerki žizni i tvorčestva, Mosca 1957. In it. per S. poeta, cfr. Poesia russa del novecento, a cura di A. M. Ripellino, Parma 1954.
di Anjuta MAVER – Enciclopedia Italiana treccani.it – III Appendice (1961)

 Konstantin Simonov

Cinque pagine (1938)

In un albergo di Leningrado, in questo
dove io oggi scrivo
tra un armadio a muro ed un’anonima specchiera,
notai per caso una piccola pila
di foglietti appallottolati che giaceva lì – una lettera dimenticata da qualcuno.
Senza busta e senza indirizzo. Evidentemente la lettera era
del novero di quelle non spedite, di quelle che non vale la pena finire.
Mi misi a leggere. Erano le dieci. Le undici.
Non lessi semplicemente – come un viaggiatore attraversai la lettera.
Si cominciava come al solito con l’anno, la data, un saluto;
si vedeva che chi scriveva, trascinava macchinalmente l’inizio,
chiedeva perdono a qualcuno per un libricino…
Saltate queste righe, io mi immersi oltre nella lettura.

Prima pagina

Tra poco più di un’ora me ne vado con l’espresso polare.
Ci siamo detti addio così fermamente che scrivere addirittura non fa paura.
La spedirò, tu la riceverai con interesse,
la leggerai ai conoscenti e tranquillamente la butterai nel cestino.
Ma cosa ci è successo che non possiamo più stare insieme?
Dove ci dicemmo qualcosa di sbagliato, facemmo un passo falso e ci incamminammo,
a quale ora, in quale posto per tre volte maledetto
ci sbagliammo e non potemmo ormai correggere?
A sapere questo posto, se ci si potesse tornare, magari,
ma non lo troverai e non c’era proprio!
Nel nostro libro delle lamentele non ci saranno scritte lamentele:
per quanto lo sfoglierai, ugualmente non troverai nulla.
Prendere almeno le mie lettere – ne ho sempre avuto mortalmente paura.
Si può non bruciarle, tenerle in mano?
Per quanto le leggi di nuovo, per quanto di nuovo le confronti e le misuri
nei vecchi fogli troverai solo un nuovo dolore.
Poco tempo fa caparbiamente le hai lette tutte di seguito.
Nelle prime lettere c’era scritto che io senza di te non ce la faccio.
Nelle mie prime lettere, dello spessore di un grosso quaderno,
mi sembrava di correre lungo le rotaie, senza reggermi.
Tutto quello che pensavo e sapevo, l’appuntavo subito sulla carta
ma alla terza assenza (in questo mi sorprendo di me stesso)
nelle lettere giorno dopo giorno sempre più spesso e rumorosamente
si ripetei una parola prima appena percettibile “amo”.
Ma un po’ dopo cominciano le seconde lettere –
la posta quotidiana per la nostra amata moglie
senza particolari macchie d’inchiostro e mai umide di lacrime
moderatamente brevi e prosaiche, moderatamente lunghe e tenere.
Non tutto vi era ancora scorrevole e se le guardi alla luce
là era di casa la gomma da cancellare: ma presto mancherà pure questo…
E allora compaiono sulla scena le ultime, le terze,
le terze, le lettere intelligenti – puoi anche né bruciarle né distruggerle.
Se osservi con realismo – cosa sembra che ci sia di strano in ciò?
Nelle lettere tutto bene – io scrivo due volte al giorno,
mi rivolgo a te per un aiuto, un consiglio,
ti voglio bene, ti apprezzo incondizionatamente.
Perché ti credo e ti conosco più profondamente,
perché sei un’amica, perché sei sensibile e intelligente…
Solo una cosa non c’è, una cosa non leggerai tra le righe:
che senza tutti i “perché” tu mi sei semplicemente necessaria come l’aria.
Hai voluto leggere la nostra vita attraverso le mie lettere.
Hai letto fino alla fine e non vedevi l’ora di gridare:
forse bisognava dargli l’anima e il corpo
per ricevere simili lettere il quinto anno?
Tu allora tacesti e, piangendo semplicemente dal dolore,
col viso sul cuscino come un bambino, ti sdraiasti sul vecchio divano
e singhiozzavi senza far rumore e, sentito il mio passo nel corridoio,
in fretta e furia nascondesti le lettere in un cassetto aperto del tavolo.
Leggere queste lettere? Ci saremmo ficcati in un brutto affare
perché ci saremmo accorti di come era cambiato “intime” in “amichevoli”.
Là è l’inizio della fine, quando si leggono le vecchie lettere,
dove le reliquie – per ricordare la vicinanza – ci sono necessarie.

konstantin simonov poesie bari palese

Konstantin Simonov

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Seconda pagina

Io ti amavo per intero ma la tua dolce voce – in particolare
meravigliandomi delle piccole cose non importanti ma a noi care.
Sapevamo essere amici anche per qualcosa estranea al sesso
e, giacendo vicini, parlare per ore con te di notte.
Questa amicizia non è quella dietro la quale nascondono uno screzio.
Questo è il legame più primitivo, più fedele.
Questa amicizia è quando ci si dimentica delle mani e delle braccia
per parlare del più recondito tutta la notte, in fretta.
Un anno fa siamo dovuti andare al nord per lavoro
lungo antiche chiese, antiche e remote città.
Rumoreggiava nei campi l’inebriante, odoroso trifoglio
e la polvere della strada si sollevava lungo le nostre orme.
Il viaggio sembrava ad entrambi straordinariamente felice:
la mia creatura moscovita per la prima volta vedeva campi,
prati e le falciature e le piene dei fiumi del nord.
E per la prima volta sentiva come odora la terra nera.
Soltanto qui hai avvertito nelle stelle tutto il cielo notturno,
i pini rossastri si ergono lungo la strada come una parete…
Perché non sei venuta prima con me al nord,
perché ti sei abituata a guardare alla terra dalla finestra?
Chissà come, qui tu, che sempre mi davi la mano,
tu che con un sorriso eri capace di aiutarmi nel peggiore dei giorni,
tu a cui io obbedivo, mia guida e garanzia,
che nella nostra buona cooperazione eri stata eternamente più forte,
qui, lontano da casa, all’improvviso nel viaggio ti smarristi,
ti meravigliavi di tutto – delle foglie, dei cespugli e dei fiori.
Ridevi e cantavi: mi sembrava continuamente
che, battendo le mani, come nell’infanzia ti saresti messa a saltare.
Ricordo il tramonto, il guado attraverso il fiume tempestoso.
Mi toccò prenderti sulle ginocchia in una barca bagnata,
spediti in una chiesa con severi affreschi di Grec,
noi, non ancora asciugati, cercavamo di esprimere giudizi.
Con ilare esultanza riconoscevamo i secoli dai colori,
distinguevamo i santi dai severi nasi e dai baffi
e con la mano audace raggiungemmo la cupola
e scendemmo indietro lungo ponteggi scivolosi e precari.
Tu desideravi essere una buona compagna di viaggio,
per non rovinare la compagnia bevevi birra amara,
dormivi in ostelli turistici come non avevi mai dormito a Mosca.
Ricordo l’autostrada con la frettolosa burrasca, con le nuvole.
Io volevo riposare, tu arrabbiata mi scrollasti le spalle
e chiassosamente battevi l’asfalto con i tacchi
per dimostrarmi che sopportavi benissimo la stanchezza.
Beh, mio fedele compagno di viaggio, forse era necessario –
sia masticare quello che capitava sia fare amicizia con un duro letto.
Peccato per una cosa sola – che nel viaggio abbiamo vissuto ostentatamente d’accordo,
avendo deciso di rimandare a Mosca i nostri litigi.
E ci riuscimmo. Solo che a volte proprio questo faceva male,
che per la prima volta fummo capaci di rimandare le nostre baruffe.
Là comincia la fine dove, senza superare il dolore del giorno prima,
noi, desiderando la pace, passavamo il giorno amichevolmente.

Terza pagina

Ricordo il tempo in cui non eravamo capaci di stare tra la gente.
A tutti e due davano fastidio le loro orecchie, gli occhi, le voci.
In una allegra festicciola, dove si faceva molto rumore e si cantava,
riuscivamo a stento a starci più di un quarto d’ora.
Per seguire le lezioni, volutamente non ci sedevamo vicini.
Tuttavia, chi, come, di qualsiasi cosa si leggesse,
forse poteva impedirci di catturarci lo sguardo con lo sguardo
e, se per caso non lo avessimo incontrato, considerarlo un’offesa mortale?
Ti ricordo ad una riunione. Ti aspetto a lungo. E per tre volte
ora mi avvicino alla porta, ora colgo frammenti attraverso la finestra.
Potessi soltanto ascoltare la tua voce! Non importa di cosa parli,
che sia del superamento degli esami, forse non è per me la stessa cosa?
Cosa fosse l’abitudine, inizialmente proprio non lo sapevamo,
se la conoscevamo dai libri, allora ci sforzavamo di dimenticarla.
E allora per noi significava amarsi l’un l’altro –
scoprirsi l’un l’altro ogni giorno come la prima volta.
C’era di che scoprire. Separatamente, ognuno aveva accumulato.
Per raggiungere in due gli angoli più dimenticati,
per ricordare ogni minuzia almeno una volta
nei primi momenti non avevamo abbastanza né ore né parole.
Ma poi ci sono bastati sogni, ore, ragione
per rimettere un po’ in sesto le nostre preoccupazioni.
Avevamo tanto da fare, spesso non ci vedevamo per giorni,
io con la testa nelle mie cose, tu nel tuo lavoro.
Abbiamo imparato a condividere solo l’oggi e il domani,
a parlare oggi di quello che è successo ieri.
Era diventato tranquillo, abituale come la colazione al mattino,
il tempo per questo ci veniva addirittura assegnato dal mattino.
Un tempo ci eravamo reciprocamente grati di tutto.
Ogni cosa sembrava una scoperta, si era impazienti di regalare tutto.
Ma sparirono le scoperte, i regali si facevano coincidere con le date,
tutto era necessario, dovuto e non c’era di che ringraziare.
Un cumulo di abitudini di poco conto avvelenava i nostri giorni.
Come mangiavo, come bevevo – tutto potevi sapere in anticipo,
come entravo in casa, come indossavo la giacca,
come sedevo a tavola e come da tavola mi alzavo.
Sempre noi due. Ormai guardiamo con occhi abitudinari
e invitiamo ospiti occasionali con sempre meno fatica.
Dopo un anno, dopo due noi stessi ormai li invitiamo
e gli amici, spesso, senza imbarazzo vengono a casa nostra.
Perdiamo tempo allegramente in liti rumorose sull’eternità.
Il tavolo è coperto dal giornale, beviamo come studenti un tè annacquato.
Ma, rimasti soli, in quei giorni ancora ripetiamo:
“Siamo stati benone con loro ma in due è meglio”.
Se in due è meglio, significa che ancora non è andato tutto in malora.
Significa che andiamo d’accordo, che insieme ancora tiriamo avanti…
Ricordo il giorno in cui abbiamo capito: come un francobollo postale
la nostra vita comune ne è stata timbrata.
Per sfortuna, un giorno di ferie. Tutto il giorno abbiamo chiacchierato del più e del meno.
E, imbronciati, ci siamo messi a cantare negli angoli. Io da una parte. Tu da un’altra.
Ci siamo imbattuti quel giorno in qualcosa di noioso, grande, orrendo.
Per la prima volta ci sembrò allora che intorno ci fosse il vuoto.
Non avevamo voglia di parlare, ormai ci eravamo spiegati a volontà.
Dormire – e presto e non aver voglia di sistemare il letto sul divano.
E allora, come se ci fossimo messi d’accordo, all’improvviso entrambi ci alzammo
e ci avvicinammo al telefono per invitare chicchessia.
Ed ecco arrivarono gli ospiti. Facevamo apposta caciara,
messa sottosopra in quattro e quattr’otto la nostra fragile mobilia,
cercavamo di fare baldoria per non pensare ai fatti nostri,
cercavamo di non pensare – e pensavamo sempre alla stessa cosa.
Che per la prima volta cercavamo sollievo negli ospiti,
che con le nostre mani daremo via la nostra felicità.
Quanto più eravamo tristi, tanto più non lasciavamo andar via gli ospiti.
Alla fine li congedammo e di nuovo rimanemmo soli.
Dopo, tante volte ci è capitato di star bene insieme.
Lavoravamo accanto ed eravamo soddisfatti del destino.
Ma ricordo sempre, e dubito che tu lo abbia dimenticato,
che all’improvviso mi è sembrato di non star bene in due con te.
Noi, consapevoli di questo, ci guardavamo con occhi secchi,
capivamo che sarebbe stato improbabile sfuggire dal ricordo.
Là comincia la fine dove, desiderando rimanere sordi,
per la prima volta abbiamo messo a tacere il nostro dolore con il grido altrui.

Quarta pagina

Ricordi la stanza stretta con la parete infreddolita a morte,
col letto pieghevole, con il suono delle ferite sgangherate?
Tu ci venivi con me sempre più raramente
a volte prima di andare a letto e quasi mai al mattino.
Non la amavi per le tazze sporche e i barattoli
e per il fatto che non era calda, non era luminosa, non era bianca,
per la finestra sbilenca, per la fredda stufa provvisoria
e per il fatto che tutta la stanza era provvisoria.
E mi offendevo. Messo da parte per un po’ il lavoro,
appesi un tappeto. Riparai un vetro rotto.
Piantai dei chiodi. Con la goffa operosità maschile
mi sforzavo di infondervi la comodità femminile e il calore.
Tutto fu inutile. C’era meno freddo e vento
ma rimaneva tuttavia lo stesso odore di bivacco non vissuto.
Forse, semplicemente ci stavamo stretti? Ma sette metri e mezzo,
se va tutto bene, sono forse pochi per due?
Eravamo dei cuccioli. Ci è toccato sbatterci un po’
per capire che la causa non erano la stanza e nemmeno il letto,
per capire alla fine come è semplice innamorarsi per un po’ di tempo
e come è complesso campare con te occhi negli occhi.
Quanti esami abbiamo preparato tu ed io in questo bugigattolo,
portando la lampada a cherosene, ci riscaldavamo con un precario tepore.
Quanti mei disegni e calcoli hai corretto,
ripetendo paziente al tavolo con me l’abbiccì.
Sono stato là recentemente. A causa dell’improvvisa partenza là sono state dimenticate
tante cose diverse, è rimasta appesa là la tua vestaglia da casa.
Due chiodi storti sono stati piantati sul muro maestro
e su di loro, tutta impolverata, se ne sta di sghembo una lunga cornice.
E’ così vivo questo ricordo che è addirittura prematuro ricordare.
Avevamo pochi soldi, non era un gran che la vita quotidiana.
Per il mio compleanno, ritrovata questa vecchia cornice,
ci hai messo delle tue fotografie e me l’hai data per ricordo.
Venti tue foto. Ti riconosco anno per anno:
ecco una bambina nuda di due anni, ecco una ragazzina con una buffa treccina,
ecco una seriosa adolescente e sul lato destro
tu sei come ci siamo visti per la prima volta.
Come ho potuto dimenticare in questa stanza le tue foto?
Tutto sta ancora qui, come se non te ne fossi andata.
Là è l’inizio della fine dove, guardando i ritratti di una volta,
in loro si trova il calore ma dentro di te non lo trovi più.

Quinta pagina

E così, ci siamo salutati e avremmo potuto sedere, pare, in silenzio.
Avremmo realisticamente capito che avevamo ancora tutta la vita davanti.
Perché allora ti scrivo con questa non dissimulata rabbia,
come se non avessi dimenticato, come se volessi gridare: aspetta!
Aspetta ad andartene! E che sono maledetto, per contare
da solo le nostre disgrazie! Ripetere per la centesima volta: “Perché”?
Vieni, sediamoci un po’, rattristiamoci ancora un po’ per una notte intera.
Bisogna ancora essere tristi, mi dispiace essere triste da solo.
Se ami, preparati a incassare colpo su colpo
a restare dopo una lunga felicità in un posto vuoto;
non per niente tutti i romanzi finiscono con i matrimoni
perché non sanno che farci poi con il protagonista.
Perché ho tanta tristezza? E che, sono stufo della vita?
E che gli uccelli non cinguettano, l’erba non diventa verde?
Forse, accingendomi ora ad un mio affare incompleto,
non dimenticherò tutto, rimboccate di nuovo le maniche?
E anche tu sei così, anche tu non piangerai.
Imparerai soltanto a puntare alle sette la vecchia sveglia.
Ti metterai a lavorare il doppio…se deciderai di dimenticare, dimenticherai…
Se hai dimenticato – non ricorderai, se non ricordi – dimenticherai del tutto..
Tutto l’ultimo periodo mi ha portato in abbondanza nostalgia
ma in tutti questi anni non ricordo né ora né giorno
in cui ho sentito nelle mani una simile pesante forza,
una tale sete che mi incalzava sulle strade.
Allora perché sono così triste? Perché scrivo senza correzioni
tutto di seguito delle mie ore a volte allegre, a volte tristi?
La lettera è così pesante che ancora non sono stati inventati francobolli
per pagarla se dovessero pesarla sulla bilancia.
Rileggerò la lettera, ci penserò ancora un po’:
spedirla o no? E’ più probabile che non la spedirò.
Io su questi fogli soffro con forza sospetta
per questa tranquilla parola tipo ”io non amo”.
Forse non amo? Se non amo, allora da dove viene
questo dolore di ricordare e la notte insonne senza fuoco
come se avessi dimenticato e non dimenticherò ancora per molto.
E voglio andarmene e chiedo di trattenermi?
Il telefono è a portata di mano. Basterebbe sollevare la cornetta dall’apparato
e telefonare alla stazione, chiamare Mosca lungo il filo…
Un rublo al minuto – che prezzo misero
per parole, senza le quali, a quanto pare, non sopravviverò.
Poter sentire soltanto la tua voce! Così entrambi indovineremmo
che ancora non è la fine, che noi stessi siamo colpevoli in tutto.
Che siamo semplicemente costretti a fare un ultimo tentativo.
Partire all’improvviso ed incontrarsi almeno a Bologoe.
E sia. Fino a domani non posso pazientare.
Finirà che io, in verità, ti telefonerò…
Me ne sto sdraiato nella mia stanza su un letto di legno,
aspetto l’espresso per il nord e scaccio vuoti pensieri.
Tu mi guardi negli occhi: forse conosco il sistema
di amare eternamente, di ottenere questo diritto –
prendere l’amore per il collo e tenerlo con mano forte.
Nient’altro? Se io sapessi come fare!
Potevo andare via? Dovrei tenerti incatenata.
Ci saremmo separati? Allora potremmo avere
tutta una vita davanti.
A saperlo! Ma peccato – non conosco questa ricetta
grazie alla quale si può fare la guardia all’amore come agli oggetti.
No, mia cara amica, non voglio telefonare e non telefonerò.
Abbiamo deciso tutto in due e abbiamo deciso, a quanto pare, senza fatica.
Bada di non piangere, ora. Presto il treno se ne va di qua.
E’ ancora meglio che tu, in questo giorno, sia lontana da me.
Sì, è dura per me andare via. Non va bene non dire come stanno le cose.
Ma il lavoro mi darà una mano, come sempre.
Un uomo continua a vivere quando sa lavorare.
Così l’acqua tiene a galla i nuotatori esperti.
Allora perché sono così triste…

La lettera si troncava qui.
Immaginavo come lui guardava negli angoli vuoti.
Come nasconde nella tasca, assieme al biglietto, il suo sgualcito portafoglio –
un posto nello scomodo vagone della “Freccia polare” di Murmansk.
Riposta la lettera, uscii senza indugiare
nell’ufficio.
Presi per la manica il portiere dai capelli grigi:
– Non sapete dirmi, non sapete la città per la quale
è partito il tizio che ha affittato negli ultimi giorni la mia stanza?
– Non sono in grado di dirvelo, capitano persone molto strane.
Con la valigia in mano verso sera scese qui.
E quando gli chiesi se andava lontano,
mi rispose, impappinandosi, che ancora non aveva deciso dove andare.

(1938)
prima traduzione in italiano a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova

infoto I.Brodskij
iosif brodskij sulla scrivania

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19 risposte a “KONSTANTIN SIMONOV (1915-1979), Poesia, da Cinque pagine (1938), poemetto, prima traduzione in italiano a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova

  1. Un inedito di Mario M. Gabriele

    Fa freddo artico e nessun riparo dalla pioggia.
    La Cittadella dell’Economia
    tiene all’addiaccio gli over 80.

    Un reporter chiede a una signora
    da quanto tempo aspetta.
    -Circa un’ora- risponde-

    557 sono i morti e 28.472 i pazienti ricoverati,
    di cui 3.628 in terapia intensiva.

    Dante in questa situazione avrebbe scritto
    un altro Inferno.

    L’Italia ha i colori di Picasso e di Mirò.
    Sembra un murale di quelli a Copacabana.

    Kendy, la notte non dorme.
    Si agita, prende Novanight.
    Di sicuro non avranno effetto le Laudi al Signore.

    l’Espresso pubblica il Romanzo Sanitario
    di Zero Calcare.

    La nostra ROAD MAP
    è in fase di formazione.

    Pasqua rimargina le ferite
    con l’uovo di cioccolato bianco a 6,99.
    -Ferrari, spumante brut a 9,90,
    -Balocco, colomba classica, senza canditi, a 12,89,

    Siamo stati all’EXPRESS SERVICE
    per un viaggio all’ isola di Crusoe.

    Ci dicono che il tour è lungo
    e che nessuno può garantire la nostra sicurezza.

    Meglio restare in lockdown,
    preparare un FIOREGLUT,
    senza glutine e parabeni,
    ascoltare l’inno di Lady Gaga per Joe Biden
    che morire in camera 91, senza O2.

  2. Questa straordinaria traduzione di Donata De Bartolomeo di una raccolta poetica di esordio di Konstantin Simonov del 1938, ci consegna un tipico esempio di «discesa culturale» rispetto alla tradizione della poesia russa dell’età d’oro e di quella d’argento dei primi due decenni del novecento.
    Nelle storie della poesia di ogni lingua ci sono dei momenti storici nei quali la poesia opera (consapevolmente o meno) una discesa culturale, e allora quella produzione artistica sarà epigonica, e ci sono poi altri momenti in cui si verifica una «risalita culturale», in cui c’è un salto in alto della produzione artistica.
    Simonov opera in un momento culturale del suo paese, l’Unione sovietica, di feroce ritorno all’ordine ideologico, e la sua poesia lo rivela senza equivoci.

    Mutatis mutandis, oggi in Italia la poetry kitchen ha aperto una nuova sessione di «risalita culturale» dopo cinquanta anni di stagnazione della produzione di poesia, durante questo periodo la poesia italiana è stata sottoposta alla figura dell’Edipo immunosoppressore. Il grande significante dispotico, è stato il padre autoritario dell’io panottico e legislatore che presiede alla Musa. L’io panottico e immunosoppressore si è rivelato un freno al rinnovamento della poesia italiana, un arcaismo e un solecismo.

    Žižek, preseguendo sulle tracce di Baudrillard e Lyotard, ammette che la pulsione di morte (Todestrieb) non possa essere intesa che come metafora che racconta il Teatro e il suo doppio, ovvero il suo sdoppiamento in una controfinalità radicale: «la (pulsione di) morte è al di là dell’inconscio – dev’essere strappata alla psicoanalisi e rivolta controdi essa».3 scrive Baudrillard. E Žižek la considera una «disfunzionalità» radicale che agisce all’interno dei tre registri: Reale Immaginario e Simbolico e che proviene, diremmo, dal registro bio-genetico dell’homo sapiens.

    Il residuo è ciò che resta, ciò che si sottrae al consumo

    Che cos’è che rende la parola letteraria non consumata e non consumabile? Che significa una parola letteraria e poetica non consumabile? Quale è la funzione di questa specifica non consumabilità? Facciamo un passo indietro e tentiamo di tratteggiare il fondamentale contributo che Georges Bataille diede alla comprensione e alla critica della poesia e del poetico in relazione all’utile. Una posizione di cui tener conto in relazione alla costruzione di una storia dell’idea di utile e, al contempo, del fare poetico in età contemporanea. Ne La notion de dépense , Bataille esordisce col dichiarare l’inesistenza di un metodo corretto che consenta di definire ciò che è utile agli uomini. E prosegue indicando una dépense incondizionata, ovvero il principio della perdita, che riconosce come principio razionale.
    Dépense simbolica è specificamente quella riguardante un certo tipo di produzioni artistiche: letteratura, teatro e poesia. Aquest’ultima Bataille dedica uno spazio più ampio rispetto alle altre produzioni; la ragione poggia sulla adesione che il termine poesia ha con la dépense.
    Per Bataille il termine poesia può essere considerato come un sinonimo di dépense (perdita).

    Per la poetry kitchen ritengo di dover impiegare il concetto di repêchage de la dépence. Soltanto ciò che viene reimpiegato di ciò che è stato deiettato dal ciclo della produzione e del consumo può rientrare a pieno titolo nel concetto di dépence (perdita). Vi è perdita soltanto per ciò che viene trafugato dalla discarica a cielo aperto delle parole deiettate come bottiglie vuote dismesse, si diceva una volta di «vuoto a perdere». Soltanto ciò che è destinato alla perdita e alla fuoriuscita dal ciclo della produzione e del consumo può essere ascritto al concetto di dépense (perdita). Soltanto allora la perdita è veramente perdita.

    1 J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 165-166: «La pulsione di morte è imbarazzante, perché non permette più nessuna ricostruzione dialettica. In questo consiste la sua radicalità. Ma il panico che essa provoca non le conferisce uno statuto di verità: ci si deve chiedere se non sia essa stessa, in ultima istanza, una razionalizzazione della morte.»

    Cfr.G. Bataille, La notion de dépense , in “La Critique sociale”, 1933, n. 7, ora in ID., Œuvres complètes, vol. I, Gallimard, Paris 1970,tr. it. La nozione di dépense, in ID., La parte maledetta, Bertani, Verona 1972, pp. 41-57

  3. antonio sagredo

    Kostantin Simonov. Di questo scrittore russo-sovietico ho soltanto un ricordo romano per una visita “culturale” che fece in Italia e si fermò diversi giorni a Roma. Questo successe nella prima metà degli anni ’70. Tenne una conferenza all’Associazione Italia-URSS, presso la Piazza della Repubblica. Non ebbi modo di parlargli,. Ricordo di aver letto a fine anni “70 “I vivi e i morti” tradotto da Flippo Frassati, pubblicato nel 1961. E pure “Sotto i castagni di Praga” che cominciai a leggere in traduzione ceca senza finirlo. Mentre le sue poesie – soltanto due- compaiono nella celeberrima antologia del 1954 di A. M. Ripellino: una prima è celeberrima: “Apettami ed io ritornerò”, e una seconda dedicata al suo amico poeta Aleksèj Surkòv.
    ————————————————————————
    Contento che Donata De Bartolomeo abbia presentato questi versi tradotti in maniera impeccabile, che avrebbero suscitato il plauso di Ripellino.
    Vicende di guerra… sotto assedio la città di Stalingrado … si mescolano a vicende sentimentali quasi ad attenuare la crudeltà di quei momenti davvero tragici; non mancano spunti polemici molto vivi (sia rivolti all’interno cioè alle varie organizzazioni “deboli” di partito; sia verso l’esterno, cioè contro la politica dei paesi capitalisti) come è del resto nello stile di Simonov e che ebbe presente in quasi tutta la sua produzione prosastica.
    ———————————————
    Rinnovo allora i miei complimenti all’alta resa delle traduzioni di Donata de Bartololmeo.

  4. Un raffinato, linguisticamente ineccepibile, lavoro di traduzione di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova immette nelle nostre riflessioni esistenziali ed estetiche un grande autore, KONSTANTIN SIMONOV, il quale nelle sue Pagine che oscillano tra poesia in prosa e prosa poetica ci dice una volta per tutte che ognuno di noi non è altro che le parole che abita e che sceglie: conoscerne il significato e saperle usare nel modo giusto e al momento giusto dà a ognuno un potere enorme, forse il piú grande di tutti.

  5. “Si può non bruciarle, tenerle in mano?”

    Direi di sì, sono cinque pagine prive di non detto (manca cioè quel che mi ha sempre infastidito nella corrispondenza). E dice cose ordinarie, colloquiali, non sentimentalmente ricattatorie. Nessuno è sul punto di togliersi la vita.
    Detto questo, mi sembra che ben si inseriscono nell’oggi (a parte qualche lungaggine) se penso che la tendenza in atto sia quella si semplificare sempre più. Estrapolando qui e là ne verrebbero molti like, se è vero che ad eterni problemi servono continue risposte. Ma si è letto volentieri, come buon documento della modernità. Ringrazio per l’ottimo lavoro dei traduttori.

  6. Come Sagredo, Gaber…1972.

  7. KONSTANTIN SIMONOV (1915-1979), Poesia, da Cinque pagine (1938), poemetto, prima traduzione in italiano a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gajazova


    Segnalo la poesia a pag. 40 del libro di Guglielmo Aprile, Il giardiniere cieco, Transeuropa, 2019

    Stanno ferrando in fretta gli zoccoli alle nuvole,
    il cielo si prepara a tutti gli addii.
    I fiammiferi sono quasi finiti,
    il lungofiume scivola verso l’uscita del locale;
    la scritta sul cassonetto
    fa capire senza mezzi termini
    che il tempo ha esaurito i suoi giardini.
    I numeri sul monociclo
    terranno a bada l’avanzare dei panni sudati
    solo per poco;
    l’erezione degli scatoloni
    accatastati uno sull’altro
    non potrà nulla contro l’inevitabile pioggia.
    Arrendiamoci ai muri del mondo che si vanno stringendo;
    prepariamoci a somigliare
    a quelle vecchie cabine telefoniche di una volta
    inutilizzate da anni.

    Il primo verso è uno scatto in avanti, ma il secondo indica un passo indietro verso l’elegia e il linguaggio post-narrativo tipico della poesia italiana di questi ultimi decenni. Il terzo e il quarto verso avviano la poesia in discesa: verso un linguaggio noto che è il linguaggio accademico e istituzionale nel quale una piccola cerchia di poeti di secondo piano si riconosce come allo specchio. Peccato, perché Guglielmo Aprile è un poeta dotato di talento e di cultura, capisce quello che sta facendo, comprende che fare poesia implica un rischio, significa misurarsi con un linguaggio che non si possiede, e invece l’autore ha scelto di scrivere in un linguaggio che già possiede, conosce a perfezione il linguaggio che impiega, che è il linguaggio poetico maggioritario (un po’ quello di Konstantin Simonov del 1938), il linguaggio della «discesa culturale» post Satura del 1971..
    Il primo verso avrebbe potuto dare inizio a una poesia diversa, ma è come se l’autore si fosse ritirato indietro per il timore di uscire dai ranghi di una poesia del riconoscibile e del transitabile.

    Leggiamo la poesia a pag. 59.

    La iena si aggira nella mia stanza,
    io mi fingo morto
    mentre infila il muso fra le lenzuola
    e mi annusa la gola:
    solo se non resisto non può farmi del male:

    fatti pietra, concentra lo sguardo
    su un punto del soffitto,
    mentre il livello dell’acqua
    sale fino a lambirti la bocca;

    il cannibale dal viso dipinto di sangue
    prova con le sue smorfie
    solo a farti paura:
    tu non tentare di bloccargli le mani
    mentre ti fruga nelle tasche,
    se non gli fai domande, se non lo fissi negli occhi
    ti lascerà andare presto.

    Qui invece si verifica un effetto traumatico del linguaggio, Guglielmo Aprile fa un passo in avanti, lascia indietro la poesia post-narrativa e post-elegiaca e prende saldamente in mano le redini del dettato, che è simbolico e allegorico ad un tempo. È già un passo avanti. Ma verso dove? È come se Aprile si smarrisse, dopo questo passo non sapesse più in che direzione andare.
    Io penso che Aprile dovrebbe lasciarsi alle spalle quell’esistenzialismo topologico post-narrativo delle piccole cose che oggi non ha niente da dire di significativo e inoltrarsi oltre la soglia, oltre il linguaggio di quella metafisica ormai esangue che non può più fornire alcun sostegno ai linguaggi poetici academici.

    L’effetto “traumatico” del linguaggio nuovo. L’atto soggettivo della parola trova modo di realizzarsi soltanto sullo sfondo di una mancanza di fondo. E questa mancanza è, appunto, la mancanza di una metafisica che è la nostra odierna condizione storica.

    A pensarci bene, ci troviamo in un momento straordinario della storia umana, ci troviamo nel primo annunzio di un’epoca priva di metafisica, che fa a meno della metafisica. È un fatto che nella storia dell’homo sapiens non si era mai verificato almeno nelle dimensioni attuali. E questo pone un problema alla poiesis.
    Innanzitutto, la prima domanda è:

    È possibile una poesia senza metafisica?

    Penso che la poetry kitchen sia la risposta più acuta e consapevole a questa domanda.

    Allora non resta che ripensare il soggetto disinnestandolo da ogni orizzonte antropocentrico, metafisico, e rappresentativo. Se esso è produzione di Reale non dev’essere più subordinato alla finitezza e alla mancanza che costituiscono l’espressione più intima del negativo quale modello fondativo per l’esperienza dell’essere. Il soggetto va de-localizato. Là dove c’è la Legge – quella diEdipo e quella simbolica della castrazione (Significante) – in quanto espressione derivante della dialettica hegeliana del negativo, là non ci sono io, c’è un soggetto barrato, un vuoto di significazione. Edipo, infatti, è quel dispositivo che registra la mancanza ad essere nel desiderio, che lo iscrive nel segno del negativo. Esso è parte di quella rappresentazione metafisica che incontra l’esperienza e l’essere sul fondamento del nulla. L’imperialismo di Edipo cede il posto ad un vuoto di significazione. L’Edipo non significa più niente. Si volatilizza. Edipo è parte integrante di quella metafisica che è tramontata.

    • copio e incollo la risposta inviata alla mia email di Guglielmo Aprile.

      Non voglio ridurmi a un epigono del Montale post-Satura! Ce ne sono già troppi; e ti devo essere grato, per avvertirmi del pericolo che corro. Sono a un punto tale che forse la lettura della poesia più dozzinale di oggi mi è deleteria, perché innesca in me un processo di involontaria mimesi: devo proibirmela, a meno che non ne sappia fare un exemplum ma alla rovescia, una sorta di stella polare di ciò che devo evitare, un vademecum degli errori che non devo ripetere. Credo comunque di cogliere, dagli esempi che hai tratto dal libro, quale potrebbe essere la direzione, certamente impervia e minoritaria ma molto più gratificante e in sintonia con la crisi epocale che stiamo attraversando, su cui devo puntare, evitando il facile impaludamento nel narrativo e nell’elegia… Avevo sfiorato in L’assedio di Famagosta un tipo di poesia che rivelasse l’eclissi della soggettività (che, a parte te e pochissimi altri, si guadagnò parecchi storcimenti di naso accademici…), ma non ho avuto forza di proseguirla, e ti giuro che me ne rammarico, perché è come se mi fossi prostituito al gusto dominante…
      Queste sono le raccolte su cui sto lavorando (sulla prima pagina di entrambe c’è la nota che mi chiedevi): le ha scritte un altro Guglielmo, non il giardiniere… spero!
      ciao, e grazie

      guglielmo

      Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona, dove si è trasferito da una decina di anni circa per insegnare. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice, 2008), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone, 2008), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015); “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018); “Elleboro” (Terra d’ulivi, 2019); “Il giardiniere cieco” (Transeuropa, 2019); “Teatro d’ombre” (Nulla die, 2020); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

      • milaure colasson

        Mando un saluto beneaugurante a Guglielmo Aprile incitandolo ad impegnarsi per la nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico che metta la sordina alla poesia dell’io di cui Simonov è un modesto continuatore. Questo tipo di poesia è arrivata al capolinea, anzi, era già al capolinea nel 1938 il giorno della pubblicazione del libro di Simonov, oggi, a distanza di 80 anni è definitivamente defunta. Oggi la poesia si indirizza necessariamente verso una complessificazione linguistica e stilistica come giustamente rimarcato da Giuseppe Talia, La complessificazione del linguaggio sperimentata dalla rivista è un Laboratorio che può dare i suoi frutti a medio e a lungo termine.
        Buon lavoro.

  8. Mimmo Pugliese

    SETTEMBRE

    Settembre di mosto è mio padre
    astronave antica asciugata dalle stelle
    su arati prati di mirto
    deborda un rugoso sipario di sole.
    Al mattino presto è chiusa la mia stanza
    senza ali migra l’equinozio
    solo papaveri infreddoliti
    attorno alla ciotola arrugginita bevono.
    Cessata la guerra l’upupa dal collo lungo
    ricuce le bandiere sfregiate
    sono nuove le mie scarpe di vernice
    e la cravatta annodata stretta.
    Il soldato riverso sotto la quercia
    aveva barba ispida e orbite gelide per medaglie
    l’universo affogato da stele di marmo
    ha raccolto nevai di fiori bianchi.
    Sono serrate le stinte finestre dei grattacieli
    dal labirinto non evade l’odore della pioggia
    ma adesso dormi, figlio
    settembre di mosto è nel vento.

    • Mi riservo di meglio articolare con i necessari approfondimenti stilistico-estetici la autoanalisi di Guglielmo Aprile verso la poiesis da lui fin qui praticata (nel solo panorama di grafomani italici si contano almeno 250 esempi di epigoni, continuatori di canoni più o meno imposti dalle tirannie editoriali di case editrici, e pseudo concorsini provinciali e parrocchiali di poesia, egemoni di sacerdotini, anzi curati di campagna della poesia elegiaco-lirica del narcisismo, dell’autoreferenzialità piccolo-borghese, dell’autobiografismo di passioni stritolate dall’universo crudele, di frustrazioni, di piccole muffe e psicopatologie partorite a alimentate fra le quattro pareti di una stanzetta in assenza di osmosi con il mondo e con la storia, il tutto affidato a inondazioni di sintagmi aggettivali, ecc…).
      La presa d’atto di un fenomeno è validissima base di partenza per Guglielmo Aprile verso un nuovo paradigma estetico della sua ricerca.

      Mentre nel testo di Mimmo Pugliese, ancorché affidata a una rapida lettura, la mia attenzione si è inevitabilmente soffermata su antica-asciugata-arati-rugoso-chiusa-infreddoliti-arrugginita-sfregiate-nuove-annodata-stretta-riverso-ispida-gelide-affogato-serrate-stinte…Vale a dire 17 aggettivi qualificativi in appena 20 versi.

  9. L’invasione degli ultracorpi. A destra a sinistra.
    Riposta la lettera, uscii senza indugiare nell’ufficio.*

    La nostra ROAD MAP
    è in fase di formazione.* Le testugini voltate.

    Questo successe nella prima metà degli anni ’70*…
    Che cos’è che rende la parola letteraria non consumata e non consumabile?*

    Sono serrate le stinte finestre dei grattacieli
    dal labirinto non evade l’odore della pioggia*

    Aspetta ad andartene! E che sono maledetto, per contare
    da solo le nostre disgrazie! Ripetere per la centesima volta: “Perché”?*

    Cercavamo di fare baldoria per non pensare ai fatti nostri, cercavamo di non pensare – e pensavamo sempre alla stessa cosa.*

    (In ordine di apparizione le frasi asteriscate di :
    Kostantin Simorov, M.Mario Gabriele, Antonio Sagredo, Giorgio Linguaglossa, Mimmo Pugliese, Kostantin Simonov, Kostantin Simonov.

    https://youtube.com/shorts/jjOQMT9Gm74
    Grazie Ombra.

  10. antonio sagredo

    curiosità:
    Visita in America di personalità russe trattate nel migliore dei modi:
    Simonov, Ehrenburg e altri

    ———————————————————————————————–
    The New Yorker , 17 agosto 1946 P. 13

    Lunghi discorsi sulle abitudini dei visitatori russi a New York I loro luoghi di ritrovo preferiti sono, la Russian Tea Room, il Consolato Russo, la Commissione Acquisti Sovietica, le ex tenute Morgan & Pratt a Glen Cove, e il Plaza e il Moritz, dove la maggior parte del personale sovietico delle Nazioni Unite resta. Possono anche essere trovati in spettacoli sul ghiaccio. Un’altra attività standard è lo shopping, preferibilmente da Macy’s. I russi che erano qui lo scorso inverno hanno preferito l’opera a spettacoli teatrali e musical. A loro piacciono anche i film. Tra le prime persone con cui alcuni visitatori russi entrano in contatto qui c’è Johnny Ost, che è stato cameriere alla Russian Tea Room per nove anni. Ha sette fratelli nell’Armata Rossa. Secondo Joy Johnny, gli ufficiali russi preferiscono il doppio scotch alla vodka. Racconta della visita di Konstantin Simonov, il drammaturgo, Il maggiore generale Galaktiohov e Ilya Ehrenburg. Hanno alloggiato tutti al Waldorf. Simonov è andato a Hollywood, ha detto a Bette Davis che in Russia è considerata la più grande attrice cinematografica americana, ha detto a Charlie Chaplin che in Russia è considerato il più grande attore cinematografico di qualsiasi nazionalità, ed è venuto qui per assistere a un busto di Jo Davidson.

    Pubblicata nell’edizione della stampa del 17 agosto 1946 , l’emissione .
    Lillian Ross (1918-2017) è entrata a far parte dello staff del The New Yorker nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, e ha lavorato con Harold Ross, fondatore e primo editore della rivista.

  11. La poesia di Valerio Magrelli è un virus
    7 ottobre 2014 alle 19:02

    Caro Alfredo De Palchi,

    Rendo omaggio al grande poeta Alfredo De Palchi, alla tua nota generosità e prendo atto della tua tesi in favore della poesia di Magrelli, ma non posso non dissentire dalle tue argomentazioni. Per quanto riguarda «la vetriolica atmosfera del blog» nei riguardi della poesia di Valerio Magrelli, questo convalida il fatto che ormai il blog è rimasto l’unico avamposto del pensiero libero in Italia. Il blog è libero, chiunque può inserire i propri commenti (purché non offensivi) con piena libertà di esporre le proprie tesi nel modo ritenuto più idoneo. Non c’è nessun controllo, né preventivo né successivo, e questo credo è un fatto che tutti possono verificare. Al contrario, scorrendo nei vari blog le recensioni al libro di Magrelli, ho notato un coro unanime di lodi sperticate come se fossimo davanti al capolavoro della poesia della Terza Repubblica. Purtroppo la verità è un’altra: è un libro della vecchia republica, certo è scritto da un professionista della scrittura, uno scrittore che sa scrivere. Però va anche detto che si tratta di una scrittura facile. Innanzitutto potremmo togliere tutti gli a-capo delle sue poesie e ne verrebbero fuori dei testi forse addirittura migliori. Cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che è una scrittura in prosa con degli a-capo. Dirò di più: non è poesia ma finta-poesia; è prosa travestita da poesia. Ormai ho un occhio e un orecchio troppo smaliziato per non accorgermi di questi trucchi. Ma dirò di più, la poesia di “Il sangue amaro” pesca nella superficie dei luoghi comuni che tutti frequentiamo: il padre che ha avuto una vita difficile, il figlio, il seno rifatto di Nicole Minetti, la fobia per il “sesso”, “le gocce” prese per profilassi etc. Troppo facile direi. Si può fare questo tipo di poesia all’infinito, è una procedura serializzata che serializza i luoghi comuni alla maniera che tutti li possano condividere.
    Dal punto di vista sociologico ritengo che la poesia di Magrelli sia lo specchio fedele dell’Italia di oggi, con le sue miserie, le sue meschinità, i suoi egoismi, i suoi piccoli e vanitosi narcisismi, gli esibizionismi dell’io esposti in bacheca, etc. Specchio e nulla di più. Per di più espresso con un linguaggio in prosa arricchito di calembours e qua e là con giochi di parole. Non mi sembra il caso di gridare al capolavoro, anzi, mi sembra un lavoro stanco, noioso, ripetitivo.
    La poesia di Magrelli è lo specchio e, al tempo stesso, un tassello, della mediocrità generalizzata del nostro Paese, delle mancate riforme non fatte negli ultimi 30 anni. In questi ultimi 30 anni il Paese è andato indietro in tutti i campi, non si è investito nella ricerca, non si è investito sulla scuola, le università sono dei Palazzi d’inverno dove regna il rigore del grigio. La politica è rimasta ferma a difendere gli interessi della classe politica. Così il Paese è rimasto fermo durante 30 inverni. L’omologia e il conformismo culturale che hanno invaso il nostro Paese li ritroviamo tali e quali nella poesia de “Il sangue amaro”, senza alcuna distinzione, direi che questo è il fatto grave che emerge dalla lettura di questo libro. La poesia di Magrelli è appena un tassello della medietà generalizzata del sistema Paese e della sua incapacità a rinnovarsi e di ritrovarsi. Ecco altre due poesie del libro:

    Le nozze chimiche

    Queste che prendo gocce
    con tanta religiosa compunzione
    sono i miei testimoni
    per le nozze col mondo.

    Soltanto grazie a loro posso stringere
    un patto d’amore col mondo,
    perché solo con loro reggo l’urto
    della sua illimitata ostilità.

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Sul circuito sanguigno

    È come nel sistema circolatorio:
    il sangue è sempre lo stesso,
    ma prima va, poi viene.

    Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
    la vena che riporta
    il dono delle arterie alla partenza.

    Da notare il patetico dell’ultima strofa della prima poesia, dove si accenna alla morte del “padre” perché non aveva “l’elmo fatato” che avrebbe potuto proteggerlo. Ma, caro Magrelli, gli elmi fatati esistono solo nelle fiabe! (anche mio padre è morto “sotto i colpi del mondo” dopo una vita di duro lavoro; anche altri mille migliaia di padri di altre persone sono morte “sotto i duri colpi del mondo! perché non avevano “l’elmo fatato”). Mi fermo qui. Non posso fare a meno però di sottolineare l’intreccio di patetismo e di buonismo di questo finale che vorrebbe astutamente intenerire il lettore per adescarlo nel dramma tutto intimo familistico dell’autore, ma in realtà posticcio. Beh, direi troppo facile, no?, troppo corrivo e scontato:

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Ma arriviamo al “capolavoro” del libro, la poesia sulla figura di Nicole Minetti:

    L’igienista mentale:
    divertimento alla maniera di Orlan

    La Minetti platonica avanza sulla scena
    composto di carbonio, rossetto, silicone.
    Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
    io sublunare, arreso alla dominazione

    di un astro irresistibile, centro di gravità
    che mi attira, me vittima, come vittima arresa
    alla straziante presa della cattività,
    perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

    fra le mani del boia prima della caduta,
    ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
    tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
    irreale invenzione di chirurgia, ideale

    sogno di forma pura, angelico complesso
    di sesso sesso sesso sesso sesso.

    Cari amici lettori: una serie di luoghi comuni elencati ad effetto, uno dopo l’altro, senza tema di apparire, quanto meno fuori luogo o sopra le righe, una ironia scontata applicata ad un personaggio dei media fin troppo facile da colpire e, infine, il finale sessuofobico nei confronti della bellezza (se pur corretta dal bisturi) femminile. Anche qui, un finale facile per accalappiare il consenso del lettore sessuofobico e conformista. Mi sembra davvero troppo (mi correggo, troppo poco) per incoronare Magrelli come il più grande poeta degli ultimi trent’anni.

    Valerio Magrelli è nato a Roma, dove vive, nel 1957. È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Cassino. Tra i suoi lavori critici Profilo del Dada (Lucarini 1990; Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002; l’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Collabora a «la Repubblica». Il suo primo libro di poesia, Ora serrata retinæ, esce da Feltrinelli nel 1980 (ed è raccolto, insieme ai successivi Nature e venature dell’87 ed Esercizi di tiptologia del ’92, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996); gli ultimi – Didascalie per la lettura di un giornale del ’99, Disturbi del sistema binario del 2006 e Il sangue amaro del 2014 – sono usciti da Einaudi. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Al suo attivo anche quattro libri di prose: Nel condominio di carne (Einaudi Stile Libero 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno («Contromano» Laterza 2009), Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (Einaudi 2013; Premio «Stephen Dedalus», Premio Bagutta, Premio SuperMondello, finalista al Premio Campiello). Tra gli altri libri, Che cos’è la poesia? (Sossella 2005, libro e cd; Giunti 2014), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica («fuoriformato» Le Lettere 2010, prefazione di Guido Barbieri, postfazione di Gabriele Pedullà), il pamphlet politico in forma teatrale Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi 2011) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza 2012).

    Giuseppe Panetta
    7 ottobre 2014 alle 19:46

    Caro Giorgio, quello che hai appena scritto sulla poesia di Magrelli è il miglior commento critico tra quelli postati fino ad ora, unisce perfettamente elogiatori e detrattori.
    Ritieni bene quando scrivi che la poesia di Magrelli è lo Specchio fedele dell’Italia di oggi, ed il merito di questa sua operazione sta in questo riflettere attraverso la pochezza del conformismo di superficie che i testi vogliono comunicare. Credo proprio che questo era l’intento di Magrelli, non potrei pensare diversamente, altrimenti dovrei dire che qualcosa nella sua grande professionalità di scrittore si è perso strada facendo. Magrelli registra l’oggi, con degli a-capo, sì, vero, in alcuni casi, come fanno alcuni dei nuovi autori, “arrabbiati” e “non arrabbiati”, potrei fare molti esempi degli a-capo di scrittori presentati in queste pagine, e dico Anna Ventura, per esempio in “Vergine di Norimberga”, che ho apprezzato tanto.
    Poi possiamo pure continuare a scrivere in perfetti endecasillabi di Proserpina, di Odisseo, dei misteri Eleusini, di Federico II senza che rimanga nulla attaccato alla ragnatela delle emozioni.
    Io dico: Oggi e non Ieri, e se vogliamo parlare di Ieri allora attualizziamolo almeno nell’oggi, compresa la lingua, chiara e diretta.

  12. una prosa inedita, di Paul Valéry (Sète,1871-Parigi,1945) pubblicata sul numero in uscita della rivista del Pen club Italia diretta da Sebastiano Grasso. Si tratta di una lezione tenuta nel corso di Poeti¬ca istituito appositamente per Valèry al Collège de France nel ’37 (mai pubblicata finora neppure in Francia); traduzione di Marina Giaveri.

    Paul Valéry

    “L’Arte, considerata come attività svolta nell’epoca attuale, si è dovuta sottomettere alle condizioni della vita sociale di questi nostri tempi. Ha preso posto nell’economia universale. La produzione e il consumo delle opere d’Arte non sono più indipendenti l’una dall’altro. Tendono ad organizzarsi. La carriera dell’artista ridiventa quella che fu all’epoca in cui egli era considerato un professionista: cioè un mestiere riconosciuto. Lo Stato, in molti Paesi, cerca di amministrare le arti; procura di conservarne le opere, le «sostiene» come può. Sotto certi regimi politici, tenta di associarle alla sua azione di persuasione, imitando quel che fu praticato in ogni tempo da ogni religione. L’Arte ha ricevuto dai legislatori uno statuto che definisce la proprietà delle opere e le condizioni di esercizio, e che consacra il paradosso di una durata limitata assegnata a un diritto ben più fondato di quelli che le leggi rendono eterni. L’Arte ha la sua stampa, la sua politica interna ed estera, le sue scuole, i suoi mercati e le sue borse-valori; ha persino le sue grandi banche, dove vengono progressivamente ad accumularsi gli enormi capitali che hanno prodotto, di secolo in secolo, gli sforzi della «sensibilità creatrice»: musei, biblioteche, eccetera… paul_valeryL’Arte si pone così a lato dell’Industria. D’altra parte, le numerose e stupefacenti modifiche della tecnica, che rendono impossibile ogni ordine di previsione, devono necessariamente influire sull’Arte stessa, creando mezzi del tutto inediti di esercizio della sensibilità. Già le invenzioni della Fotografia e del Cinematografo trasformano la nostra nozione delle arti plastiche. Non è del tutto impossibile che l’analisi estremamente sottile delle sensazioni che certi modi di osservazione o di registrazione \ fanno prevedere conduca a immaginare dei procedimenti di azione sui sensi accanto ai quali la musica stessa, quella delle «onde», apparirà complicata nel suo meccanismo e superata nei suoi obiettivi. \. Diversi indizi, tuttavia, possono far temere che l’accrescimento di intensità e di precisione, così come lo stato di disordine permanente nelle percezioni e nelle riflessioni generate dalle grandi novità che hanno trasformato la vita dell’uomo, rendano la sua sensibilità sempre più ottusa e la sua intelligenza meno libera di quanto essa non sia stata.

  13. antonio sagredo

    Eppure, Giorgio, sei stato troppo tenero nei riguardi di Valerio Magrelli.
    Più volte gli ho detto, meglio la saggistica, che fare versi. Inascoltato.
    as
    —————————————-
    Dovrebbero essere per primi i Poeti a far pulizia fra di loro stessi. Invece assistiamo a scambi reciproci elogiativi, ma pure questo non è nuovo costume: ricordiamo i fendenti che si davano fra di loro i nostri poeti latini.
    ——————————————–
    Vi sono anche poeti che pur non conoscendo una lingua straniera si azzardano a dire: che bella traduzione!

  14. letizialeone

    Impressionante questo intervento di Valéry che con circa dieci anni di anticipo individua lucidamente le linee guida delle analisi sull’Industria culturale dei filosofi della Scuola di Francoforte, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno: “Dialettica dell’Illuminismo è del 1947. Il processo di riduzione della cultura a merce di consumo, la feticizzazione della cultura… “Film radio e settimanali costituiscono un sistema. Ogni settore è armonizzato in sé e tutti fra loro […] Film e radio non hanno più bisogno di spacciarsi per arte. La verità che non sono altro che affari serve loro da ideologia, che dovrebbe legittimare gli scarti che producono volutamente.” (Horkheimer e Adorno, 1947;)
    E Simonov (così ben tradotto) è poeta di regime, come leggiamo dalla sua biografia, poeta dell’industria culturale dedita al funzionamento degli obiettivi ideologici, quanto di più lontano dalla libertà della “poiesis”…dunque se a tratti trova libertà di scrittura è ipocritamente felice…(come le divertenti vacanze in America dei burocrati comunisti russi)

  15. antonio sagredo

    A distanza di qualche anno dalla tragedia di Stalingrado con migliaia di morti i due scrittori di cui sopra ho detto se ne stavano a New York …

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