La gallina Nanin con Edoardo Sanguineti, poesia di Gino Rago, Dialogo tra Gino Rago e Giorgio Linguaglossa sulla Poetry kitchen e la Riterritorializzazione delle tecniche poetiche, Limerick di Guido Galdini

Gino Rago

La gallina Nanin con Edoardo Sanguineti

Qui Radio Londra.
A causa della variante inglese del Covid Uk
il premier Boris Johnson ha decretato un nuovo lockdown.
Dice: «Mi vaccinerò molto presto con AstraZeneca».

Domani si chiude.
Trasmettiamo gli ultimi messaggi.
L’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani è in subbuglio.
Alcune poesie dell’antologia Poetry kitchen
sono state trafugate.

Felice a Milano non è felice.
I gabbiani sono tutti nella discarica,
i corvi saltellano tra i cassonetti della immondizia.

La gallina Nanin è Arlecchino,
sulla maschera ha disegnato due baffi neri con un pennarello,
parla con Edoardo Sanguineti:
«La bibita preferita?»
«Calvados»
«E il piatto?»
«Le aringhe crude»
«E il motto?»
«Ideologia e linguaggio, ognuno ha la faccia
e il naso che si merita».

Nanin è di nuovo ubriaca:
“Sul cavallo a dondolo che mi regalò il mio papà
voglio entrare nel Notturno 30×25, 2012,
di Marie Laure Colasson e piazzarmi io al centro del collage.
Così impara,
Madame Colasson ha cambiato profumo
e non lo ha detto a nessuno”.

Guido Galdini

Due pseudo limerick

  1. c’era un poeta il primo giorno di primavera
    che non sapeva come fare a tirare sera
    né che verdure mettere a cena nella minestra
    così ha deciso di inventare una bella festa
    per festeggiare tutto il mondo delle poesie
    quelle dei critici, dei passacarte e delle zie
    dei palombari e dei venditori di mercanzie
    ma nessuno ha capito se ci faceva o se c’era
    quel poeta intraprendente di primavera.

     
  2. seconda versione lievemente più cattiva

    c’era un poeta il primo giorno di primavera
    che non sapeva come fare a tirare sera
    né cosa mettere a cena nella minestra
    se un cavolfiore o qualche verso della Ginestra
    così ha deciso di inventare una bella festa
    per festeggiare tutto il mondo delle poesie
    quelle dei critici, dei passacarte, delle zie
    dei palombari e dei venditori di mercanzie
    cosa c’è di più bello di un’occasione
    per aumentare di qualche battito il proprio cuore
    ma nessuno ha capito se ci faceva o se c’era
    quel poeta intraprendente di primavera.

Alcune domande di Gino Rago a Giorgio Linguaglossa

Domanda: Che cosa intendi per «riterritorializzazione delle tecniche [poetiche] precedenti»?

Risposta: «riterritorializzare» le tecniche precedenti (la rima, il ritmo, il piede, il metro, l’assonanza, la consonanza, il parlato, il dialogato, le voci interne, le voci esterne, il distico, la strofe, il salto, il frammento, la peritropè, la metafora, l’allegoria, la metonimia, la metalepsi etc.) vuol dire averle incorporate in un nuovo modello, in una «nuova poiesis» (che può avere al centro il polittico), qualcosa di radicalmente distinto e diverso dal modello della poesia lirica, post-lirica ed elegiaca della tradizione, tanto per utilizzare le categorie continiane.

Domanda: Tu hai scritto in modo un po’ sibillino che «L’evoluzione della poiesis va in parallelo con l’evoluzione tecnologica». Esattamente:

«Ogni tecnica è il prodotto di una riterritorializzazione delle tecniche precedenti. Con il che intendo dire che fare e leggere una poesia kitchen significa aver operato una riterritorializzazione delle tecniche precedenti, aver cioè imparato a far interagire in modo inatteso e inconsueto le tecniche precedenti in funzione di un nuovo modello di poiesis. L’evoluzione della poiesis va in parallelo con l’evoluzione tecnologica. Significa aver imparato il punto in cui una tecnica non può essere ulteriormente sviluppata senza l’ausilio di una riterritorializzazione della medesima tecnica.
Fu Marx il primo a suggerire che ogni macchina è sempre la riterritorializzazione di precedenti relazioni di potere. Tanto quanto la divisione del lavoro è plasmata dai conflitti sociali e dalla resistenza dei lavoratori, allo stesso modo procede l’evoluzione tecnologica. Le parti del “meccanismo” sociale “aggiustano” se stesse alla composizione tecnica loro contemporanea a seconda del grado di resistenza e conflitto. Le macchine sono forgiate dalle forze sociali ed evolvono in accordo con esse. Pure le macchine informatiche sono la cristallizzazione di tensioni sociali. Se accettiamo questa intuizione politica, che significa guardare alle relazioni sociali e ai conflitti sostituiti dalle macchine informati-che, abbiamo finalmente una metodologia per chiarire le generiche definizioni di “società dell’informazione”, “società della conoscenza”,“società della rete”, etc. Le macchine industriali non erano la sostituzione pura e semplice dei cavalli vapore degli operai, ma corrispondevano ad un intero insieme di relazioni sviluppate nel periodo manifatturiero; così le macchine informatiche vengono a rimpiazzare un insieme di relazioni cognitive già al lavoro ad esempio all’interno della fabbrica industriale del post-fordismo.»

Risposta: il dispositivo che abbiamo messo a punto in questi anni insieme a tutti gli amici dell’Ombra ha dato luogo ad un genere di poiesis completamente nuovo: la poetry kitchen, quale ultimo stadio della ricerca verso una nuova ontologia estetica.

Domanda: Vuoi dire che senza la ricerca di una nuova ontologia estetica o fenomenologia del poetico non si dà una «nuova poesia»?

Risposta: Si può scegliere di restare all’interno del perimetro della poesia della tradizione recente incentrata sulla Maestà dell’Io, ma si farà una poesia tradizionale, che non risponde e corrisponde alle esigenze dei tempi. I tempi chiedono altro.

Domanda: Un poeta deve guardare al passato o al futuro?

Risposta: Penso che un poeta debba non soltanto guardare al futuro ma debba inventarsi il futuro. Penso che debba «reinventare il reale», come diceva Baudrillard, ma per far ciò deve reinventare un linguaggio e un nuovo modo di abitare il linguaggio.

Domanda: Ennio Flaiano diceva: «Faccio progetti soltanto per il passato».

Risposta: Io faccio progetti soltanto per il futuro.

Domanda: il salto e la peritropè, il polittico, il capovolgimento sono caratteristiche essenziali della poetry kitchen?

Risposta: Sì, e ci aggiungerei la «palallasse», cioè il cambiamento del punto di vista e della linea di visione di un soggetto che si sposta lungo lo spazio e il tempo, che permette la raffigurazione di un oggetto mutante, che muta in rapporto con lo spazio e con il tempo, oltreché in rapporto con il soggetto. Ritengo l’impiego della «palallasse» fondamentale per la «nuova poesia», unitamente all’impiego del «polittico».

Domanda: Insomma, tu dici che si deve inventare un linguaggio che non c’è?

Risposta: Esatto.

Domanda: Un compito non del tutto semplice.

Risposta: Per prima cosa bisogna liberarsi della parola «poesia», troppo inquinata da parolismi e parolieri che l’hanno adulterata, per pensare e per parlare in termini di «polittico». È dal «polittico» che nasce la nuova impostazione della poesia. Finché non si pensa in «polittico» si ritornerà a fare poesia post-elegiaca nel migliore dei casi.

Domanda: La tua poesia, Stanza n. 57 è stata pensata in termini di «polittico» e di «composizione»?

Risposta: A mio avviso, finché non si pensa in termini di «polittico» e di «composizione», e quindi di «peritropè», cioè di capovolgimento e di metalepsi non si può parlare di «nuova poesia».

Domanda: È possibile, quindi, a tuo avviso, abitare un linguaggio inventato?

Risposta: A mio avviso, non solo è possibile ma è il solo modo per fare poesia.

Domanda: La tua raccolta poetica ancora inedita su carta, Stanza n. 23, è scritta con un linguaggio inventato?

Risposta: Di sana pianta. Infatti, ho pubblicato sull’Ombra la Stanza n. 57, uno dei «polittici» che adotta un linguaggio volgare. Satura (1971) di Montale fa da spartiacque, dopo quella raccolta si entra nella stagione del maggioritario, nasce la poesia del consenso maggioritario. La poesia che seguirà risponderà alla esigenza di apparire ed essere maggioritaria, una poesia governativa buona per tutte le stagioni partitiche. Con una dizione che è stata in voga negli anni novanta, appare una poesia adatta al «modello del mini canone». Nasce allora il partito poetico a vocazione maggioritaria.

(Roma, 22 gennaio 2021)

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019
Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo globale di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico. La poetry kitchen o poesia buffet.
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Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”.
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Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

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23 risposte a “La gallina Nanin con Edoardo Sanguineti, poesia di Gino Rago, Dialogo tra Gino Rago e Giorgio Linguaglossa sulla Poetry kitchen e la Riterritorializzazione delle tecniche poetiche, Limerick di Guido Galdini

  1. La poetry kitchen agisce in termini di decostruzione della nozione del presente come equivalente della contemporaneità. Si tratta di capire, a questo punto se sia anche in grado di evitare fino in fondo le insidie di una nozione essenzialista di presente, o se non si tratta di un’altra via, una lunga deviazione che alla fine non si dimostrerebbe altro che un’altra via per ritornare alla strada maestra della tradizione filosofica occidentale.
    Come Althusser ha notato, è in effetti possibile produrre gli effetti di una concezione spiritualista della totalità sociale e della sua correlata «ideologia del tempo continuo-omogeneo/contemporaneo» con altri mezzi. Un modello di temporalità plurali, per se stesso, non ci rende automaticamente immuni da una nozione essenzialista di presente, o dal suo compimento logico: più precisamente, non ci preserva automaticamente dal pensare il tutto sociale come un campo ordinato che predetermina ognuno dei propri elementi, (pre)assegnandoli ad una determinata regione dell’ordine globale. Questo era infatti il motivo della critica di Althusser alla concezione strutturalista, la quale solo apparentemente, secondo lui, sfuggiva ad un modello hegeliano di un intero ‘spirituale’.
    Allo stesso modo, la ‘spazializzazione’ dei ‘tempi’ multipli, e la moltiplicazione degli spazi multipli, che possono essere pensate sul modello cartografico bidimensionale e su un modello tridimensionale, in sé non impedisce il riemergere di una nozione di struttura omogenea che precede logicamente e storicamente, ad ogni momento, le sue parti componenti; in certe formulazioni ‘metastrutturali’, può addirittura enfatizzarla. In questo caso, queste temporalità plurali che compongono il presente verrebbero definite come ‘plurali’ per il loro posizionamento divergente nella (e in virtù della) struttura totale, che funzionerebbe, di fatto, come la loro misura unificante. C’è un legame tra una «concezione ideologica del tempo storico» e una concezione della narrazione unilineare e progressiva della poesia e del romanzo tradizionali, ed è quello che la nuova ontologia estetica si propone di sconvolgere.

  2. A me sembra che il punto fondamentale della Parole di Gino Rago e di Guido Galdini è che entrambi si limitano a cavalcare il cavallo della Parola stando in sella ma rinunciando a guidare il cavallo. È la strategia del passo indietro (Schritt zurück), il lasciar stare, il lasciar andare il linguaggio dove esso vuole senza preoccuparsi di volerlo domare con un atto impositivo e di dominio dell’io. Sia la pseudo poesia di Rago che nello pseudo limerick di Galdini c’è la mera gioia contemplativa del cavalcare senza meta e senza dimora, del lasciar galoppare il cavallo della Parola dove vuole senza volerlo inquadrare in un ordo della ratio che poi si rivela essere un pessimo ordine della ratio.

  3. milaure colasson

    caro Gino,

    mi spiace, nel mio collage che tu citi non è più possibile entrare nemmeno con una chiave falsa, nemmeno con una bomba a mano, perciò ti suggerirei, in alternativa, di farti paracadutare nell’acrilico della gallina Nanin di Lucio Mayoor Tosi e, una volta entrato all’interno, infilzare la gallina con lo stiletto con il manico di avorio color amaranto che conservo nella borsetta, farla bollire in una solida pentola a fuoco lento e tirarne un brodo gustoso. Magari innaffiando il cibo con del Bourbon annata 1997, la migliore!
    Quanto alla poesia del sublime… invio agli autori che ne coltivano le spoglie i miei più incordiali saluti.
    Io, personalmente, non faccio alcun progetto né per il passato né per il futuro. E se possibile neanche per il presente.
    à bientot.
    Marie Laure

    • Cara Milaure, cara Madame Colasson
      in un altro tentativo di scrittura eufrastica entro nel tuo atelier, un mondo di infinite risorse e sorprese.
      *
      Gino Rago
      La gallina Nanin e Achille Bonito Oliva

      Uno sparo da una finestra dell’appartamento
      di fronte all’atelier di Marie Laure Colasson
      a lato della città giudiziaria di piazzale Clodio.
      La pallottola rompe il vetro dell’anta destra del balcone semiaperto,
      colpisce di rimbalzo un Pinocchio di latta sul tavolo di lavoro,
      getta all’aria i colori, inciampa su una scultura aerea
      fatta con i rotoli della carta igienica
      per fermarsi dinanzi ad un ferro da stiro con la scritta:
      “Questo è un ferro da stiro”.

      Achille Bonito Oliva sulla soglia dell’ingresso.
      «Madame Colasson, finalmente una boccata di aria nuova!
      Con i Suoi Notturni e le Sue Strutture dissipative,
      lei è andata oltre la transavanguardia!».

      Il commissario Ingravallo capisce l’antifona
      «Madame, Le porgo le mie scuse».
      Fa dietrofront. Lascia la stanza
      ma nota un biglietto: “per il poeta Gino Rago”.

      «Caro Gino Rago,
      mi dispiace contraddirla: non ho cambiato profumo,
      uso sempre Aromatique Elixir de Clinique,
      ma non l’ho mai detto a nessuno
      perché il nome del profumo deve rimanere segreto.
      Mes réels compliments pour ta poésie».

      Poi, un secondo biglietto.
      «Gentile Bonito Oliva, Lei ha confuso il guardasigilli
      con i sigilli di ceralacca!»

      Un terzo biglietto per il commissario Ingravallo.
      «Il cane poliziotto è stato addestrato sullo Chanel N.5,
      mi dispiace, ma non è il mio profumo».

      Risposta del commissario Ingravallo.
      «Madame Colasson, Lei ha reso in questura
      e sul blog L’Ombra delle Parole falsa testimonianza.
      Lei ha mentito sul Suo vero profumo,
      il critico Giorgio Linguaglossa è molto adirato,
      quindi, Madame, mi segua al Commissariato della Garbatella».
      La gallina Nanin assiste all’arresto.

      Un quarto biglietto di Marie Laure Colasson.
      «Egregio Poeta Gino Rago,
      mi spiace, nel mio collage che lei cita non è più possibile entrare
      nemmeno con una chiave falsa,
      nemmeno con una bomba a mano.
      Perciò Le suggerirei, in alternativa,
      di farsi paracadutare con la Nanin e il suo cavallo a dondolo
      nell’acrilico di Lucio Mayoor Tosi…
      Quanto alla poesia del sublime…
      Ecco, invio agli autori che ne coltivano le spoglie
      i miei più incordiali saluti».

      La Nanin capisce al volo il rischio di finire in una pentola,
      tenta la fuga.
      Fuoriesce dalla cover della “Poetry kitchen” e va a nascondersi
      nella cover del libro di Mauro Pierno.

      A quel punto,
      il poeta Gino Rago scrive alla poetessa francese un biglietto.
      «Madame, mi perdoni,
      rinuncio al progetto di mettermi al centro del Suo collage
      con il mio cavallo a dondolo, sa, come dice Ennio Flaiano,
      faccio progetti solo per il passato».

      Risposta della Colasson.
      «Gentile poeta,
      personalmente, non faccio alcun progetto
      né per il passato né per il futuro.
      E se possibile neanche per il presente.
      À bientôt».

  4. antonio sagredo

    da ” 7 di Quadri”
    (1999)

    —————————————————-
    Lunatiche parate di salmisti
    incrociavo ahimè
    sofferenti di visioni,
    danzanti cariatidi
    offrivano amori
    per il prossimo
    – a buon mercato! –
    freddi
    rossi come angurie
    artesiane passioni – di cisterne!

    mammina, non voglio il tuo amore… filiale!

    Orfeo, hai rosicchiato il mio occhio!

    E ho visto i caproni del verso cerebrale
    – est e ovest desolati dal sublime –
    cru-de-li co-me a-pri-li
    e il minchione-gallo della nausea
    e una girandola di palpiti
    di trascorsi
    amori
    e ghiaccio e gelo
    bruciano
    come metafisici…
    uhm…
    cu-o-ri!

    Giuditta, per i tuoi sacri sogni
    e-stre-mi
    la poesia è una grande demenza.

    Mozzata è la parola che tentava il…
    Canto.

    • Storia per Antonio Sagredo:

      I poeti sono persone. Non calano dai libri.
      Anche Antonio Sagredo, che credete? Reale se trova
      l’annunciazione; poi supera se stesso; lo dimentica;
      si compiace. È scelto, gli tocca, perciò è disperato!

  5. ““Quando Kant avverte il sentimento del sublime ammirando il cielo stellato sopra di sé prova la sensazione (soggettiva) che quello che vede vada oltre la sua sensibilità, e pertanto postula un infinito che non solo i nostri sensi non riescono a cogliere ma neppure la nostra immaginazione riesce ad abbracciare in un’unica intuizione. Di qui un piacere inquieto, che ci fa sentire la grandezza della nostra soggettività, capace di vedere qualcosa che non possiamo avere.
    Ora, l’infinità della sensazione che Kant prova è molto passionale (e potrebbe essere esteticamente rappresentata anche dipingendo o nominando poeticamente una sola stella); invece la non numerabilità delle stelle è un infinito che diremo oggettivo (le stelle sarebbero tantissime anche se noi non esistessimo). L’artista che tenta anche solo un elenco parziale di tutte le stelle dell’universo vuole in qualche modo far pensare a questo infinito oggettivo.
    L’infinito dell’estetica è un sentimento che consegue alla finita e perfetta compiutezza della cosa che si ammira, mentre l’altra forma di rappresentazione di cui parliamo suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma.
    Chiameremo questa modalità rappresentativa “lista”, o elenco, o catalogo”.
    (Umberto Eco, Vertigine della lista”- Bompiani 2009)

    Partendo dall’intuizione che le poesie kitken sono scritte a catalogo, o lista di versi… Trae risalto il verso piatto, funzionale al tragitto. / Queste e altre peculiarità mi hanno portato al saggio di Eco; ma per tentare di rispondere alla domanda:

    «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?». (g.l.)

    Inutile aspettarsi risposta da Umberto Eco, che è storico e fantasioso, ma in questo suo ignaro scritto qualcosa si intravede. Lo segnalo, non ho abbastanza strumenti critici per approfondire dome andrebbe fatto.

    Tre racconti.

    Tenendosi a fatica nel corpo, un vecchio ubriacone.
    Solo, di fianco ai giardinetti.
    Atterra un’astronave. Gli portano un piatto di spaghetti.
    Lo lasciano vincere a boccette.

    Ora immagina come farti la barba
    in epoca di delirio amatoriale. Seduto sullo gabello
    del pronto soccorso, con davanti le istruzioni
    di Sri Aurobindo.

    Si dice che in poesia, la forma sia spartiacque
    tra il vero e il falso condominio. Nodi vengono al pettine.
    Scrivere dove la freccetta impazzisce:

    abbi cura di te.

    (May, oggi)

  6. caro Lucio,

    la fine della metafisica lascia gli uomini soli davanti al loro specchio, e questo specchio è il linguaggio che permette di vedere e di leggere il mondo. L’uomo in quanto mortale ha il linguaggio, se fosse immortale avrebbe un non-linguaggio, in quanto il linguaggio è anch’esso mortale, ha una fine, e ha anche un inizio, ma l’inizio precede sempre l’uomo il quale apprende il linguaggio durante l’infanzia, lo fa proprio, fa di un improprio un proprio.
    Il nesso tra il linguaggio e la morte mette in luce il problema della negatività, che attraversa la “dimora dell’uomo” sulla terra e su essa la fonda; Agamben cerca di mettere a fuoco il “fondamento negativo” della tradizione occidentale, che lo porta a equiparare metafisica e nichilismo. La metafisica come nichilismo è così definita già nell’introduzione a Il linguaggio e la morte: essa è “la tradizione di pensiero che pensa l’auto fondazione dell’essere come fondamento negativo”.1

    La tradizione del pensiero dell’Occidente che pensa la fondazione come posizione della verità, fornisce la giustificazione filosofica sulla base della quale è stata pensata la verità come svelatezza, aletheia, Unverborgenheit, svelatezza di un fondo che retrocede nel fondo fin sullo sfondo della propria disparizione. L’essere sarebbe questa disparizione. L’essere si manifesta attraverso le figure di un fondo che va al fondo.
    Ecco, la fine dell’età della metafisica è detta qui in poche frasi. Da qui dobbiamo ripartire. Da qui, da questo punto in poi la poiesis non può non prendere atto della fine della metafisica. L’ontologia positiva che alcuni filosofi perorano è questa cosa qui.

    Se la verità ci fosse, una volta pensata e detta, non ci sarebbe più mondo, non ci sarebbe più storia, il tempo si fermerebbe perché avremmo la verità che rende tutto il resto una fanfaluca e irrisorio. Ma la verità non c’è, non c’è una differenza ontologica, l’ontologia è un discorso sulla differenza e della differenza.

    Il linguaggio è una struttura differenziale che consente di indicare l’identità e la differenza, è indicatorio di Altro. Ma, appunto, indicatorio in quanto incantatorio. Tutto ricade all’interno del linguaggio, come in un gioco illusorio di specchi. L’EsserCi è un prodotto del linguaggio. L’esserCi è condannato a non poter uscire mai dal linguaggio che lo possiede. Il linguaggio è, dunque, in sé aporetico in quanto l’aporia non può essere indicata o significata in alcun modo, l’aporia è insignificabile in quanto lo stesso linguaggio poggia sull’insignificabile, e quindi può significare, può indicare qualcosa all’esterno di sé in quanto fonda il significato all’interno di sé. Ma questo è già un altro discorso.

    La nuova ontologia estetica prende atto della ontologia positiva e opera attraverso un facere, una attività, una prassi. E questa, appunto, è la sua metafisica, la sola metafisica che conosce.

    G. Agamben, Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, 1982, p.6.

    • D’accordo, ma non trovi che un elemento caratterizzante delle poesie kitchen sia il costante uso della elencazione? Non sto dicendo che sia male o bene, dico che è un fatto; e, vuoi per le citazioni, lo stile nominale, la rinuncia a interpretare, il linguaggio spoglio (ma creativo) ontologico e gestuale, fenomenico, si vada accomodando nella griglia dell’elencazione? A mio avviso questa peculiarità è dovuta, a volte, a mancanza di respiro e vuoto (resto visibile nel testo), per cui l’infittirsi degli accadimenti, senza cambio di passo, genera sequenze…

      “Si tratta di capire, a questo punto se sia anche in grado di evitare fino in fondo le insidie di una nozione essenzialista di presente, o se non si tratta di un’altra via, una lunga deviazione che alla fine non si dimostrerebbe altro che un’altra via per ritornare alla strada maestra della tradizione filosofica occidentale.“ g.l.
      Ecco, opterei per la deviazione. Ma i lavori sono sempre in corso…
      Riporto qui alcuni esempi di scrittura ad elenco, o lista:

      Gino Rago:
      Uno sparo nella sala degli specchi.

      La pallottola colpisce il lampadario di Murano,
vaga per il soffitto,

      cade un candelabro con tutte le candele,

      sfiora un comodino laccato con i fiori appena arrivati da San Remo,

      manda in frantumi alcuni specchi,
e si infila in un guanto, in un tiretto rococò del salone da ballo
del Palazzo del Principe di Salina.

      Giorgio Linguaglossa:
      Il Commissario con la mascherina interroga Enceladon.

      Il pappagallo giallo-verde sventola la bandiera italiana alla finestra.

      Ripete ossessivamente:
«Preferiti, Commenti, Scarica, Condividi, Chi siamo!»
      Il trans Aurelio Bang augura a tutti: «Merry Christmas!».

      La femboy Barbie si dichiara credente, fa sesso con il macho Zozzilla
davanti alla webcam.

      M.L. Colasson:
      Il cavallo e la giraffa presi alla sprovvista

      inghiottono delle capsule elettriche di tutti i colori

      e vanno a passeggio per le vie di St. Germain des près.
      (…)
      Delle gambe velate di rosso su tacchi neri

      filano su un monopattino a 50 all’ora
      La bianca geisha si guarda allo specchio e si assenta
      
il tempo lacera un manifesto
      (…)
      G. Talia:
      La Ferula vince in altezza. Immobilizza i tessuti vicini (Ferula assa-foetida).
Solo l’aglione e i gigli di mare le resistono.
      In India, la resina della sua radice viene aggiunta al burro chiarificato. Vanta origini persiane.
      Le bacche rossastre del lentisco dal forte aroma di oliva.

      • caro Lucio,

        «è l’intenzione di significare che coincide con la pura indicazione che il linguaggio ha luogo. Come tale, essa è ciò che deve essere tolto affinché il discorso significante abbia luogo, ed è quindi una dimensione
        negativa: l’articolazione originaria dellinguaggio umano, ciò che articola la voce umana in linguaggio, è allora una “pura negatività”, che Agamben scrive con la maiuscola, “Voce”, per distinguerla dalla “voce” come mero suono (replicando la distinzione heideggeriana tra “Essere” e “essente”.
        La Voce, l’aver-luogo del linguaggio fra il togliersi della voce e l’evento di significato, è “ fondamento, ma nel senso che essa è ciò che va
        a fondo e scompare, perché l’essere e il linguaggio abbiano luogo” (LM 49).
        Agamben definisce quindi la Voce come lo shifter supremo, che permette dicogliere l’aver-luogo del linguaggio; essa “apre” il luogo del linguaggio, ma lo fa sempre in modo negativo, ed è quindi il “fondamento negativo” su cui poggia tutta la struttura della metafisica occidentale. Sia il pensiero di Hegel che, sorprendentemente, anche quello di Heidegger, non riescono a oltrepassare per Agamben questa radicale negatività, e questo perché la filosofiacome tale poggia, di necessità e originariamente, su questanegatività, su un fondamento “muto” (la Voce) che resta rigoro-samente informulabile ed è perciò “mistico”»1 (LM, 114)

        Lo stile elencatorio, gli enunciati che si sovrappongono che acutamente tu rilevi nella poetry kitchen è una necessità portata dalla storia. Lo stile dichiarativo, l’elencazione, la ripetizione, il parallelismo sono i più adatti tropi retorici che permettono di mettere in evidenza il gioco della identità e della differenza, è lo statuto del parlato che qui ha luogo. Gli enunciati sono divisi, separati dall’enunciatore che potrebbe essere tutti e nessuno. Così, gli enunciati vivono di vita propria, al di là e/o al di qua del soggetto che li articola.
        Lo stile dichiarativo-elencatorio dice semplicemente che il linguaggio ha luogo.

        Agamben per oltrepassare la negatività su cui posa il linguaggio pone un quesito: una voce che non ha più nulla da dire, di un pensiero che non ha più nulla da pensare.
        E non è quello che fa la poetry kitchen? La poetry kitchen adempie quel mandato del compimento del linguaggio. Il linguaggio si è compiuto, ha raggiunto il suo compimento: non ha più nulla da dire e nulla da pensare.

        1 Carlo Salzani, op. cit. p. 38

      • Caro Lucio,
        nel caso delle mie ‘pallottole’ e di tua figlia d’arte “la gallina Nanin” io non faccio uso né di elencazioni né di inventari: nelle mie “storie di una pallottola e della gallina Nanin” intendo deridere, dissacrare, destrutturare tutta la vecchia poetica degli oggetti e ciò che tu definisci o intendi come
        ‘elencazioni’ in realtà sono sintagmi appositivi, meglio, sono metafore appositive che si avvalgono di sostantivi,sempre, e mai di aggettivi…

  7. copio e incollo, da Charlie:

    Qualche tempo fa un giornalista delle pagine di Economia di un grande quotidiano ce la raccontò così:
    «quando iniziai, eravamo già negli anni Duemila, potevamo scrivere quello che volevamo: se un’azienda o un manager si lamentavano, il nostro capo li mandava a quel paese e ci difendeva; adesso con le difficoltà di ricavi dei giornali e il bisogno di trattenere inserzionisti, è cambiato tutto, e quasi tutto quello che scriviamo deve muoversi in un campo minato di grandi attenzioni e di pochissima libertà».

    Penso che questo è un segnale che siamo entrati in una nuova epoca (una nuova metafisica), che la precedente epoca (la precedente metafisica), è finita.
    Voglio dire che quel lessico, quelle retoriche, quei tropi, quelle consuetudini, quelle certezze della vecchia metafisica, sono ormai fuori corso.

  8. Altra storia del periodo covid, detto anche del disimpegno:

    Conduce Mara Fancul, il nuovo programma coca e strisce
    dove scoppiano e fanno break le navi da carico
    sul mar rosso fuoco. Divise a parte, una pensilina domenica
    in quattro e quattr’otto: partenza dalla cucina, giro del pianeta
    e arrivo a Marrakesh, sul divano.

  9. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Risposta: Per prima cosa bisogna liberarsi della parola «poesia», troppo inquinata da parolismi e parolieri che l’hanno adulterata, per pensare e per parlare in termini di «polittico». È dal «polittico» che nasce la nuova impostazione della poesia. Finché non si pensa in «polittico» si ritornerà a fare poesia post-elegiaca nel migliore dei casi.
    Gino Rago

  10. Giuseppe Talìa

    Caro Lucio,
    hai ragione, l’elencazione è presente ed è come dice Giorgio l’origine del linguaggio. Tu hai incontrato questo tratto attraverso il passo che hai citato di U. Eco, e dici bene, nel giro di un verso devi dire molto e introdurre quello successivo.

    • Vanessa Ragona

      Buonasera a tutti!
      Mi potreste dire gentilmente dove trovare e leggere l’ultimo argomento da voi trattato?
      Grazie.
      Ps. Scusate se scrivo qui. Giuseppe ti ho mandato la richiesta di amicizia su Facebook. Magari là mi potresti mandare qualche testo?
      Grazie ancora… Buona serata e scusate.

      • Giuseppe Talìa

        Buongiorno Vanessa. Non ho Facebook, dunque non posso accogliere la tua richiesta. Puoi scrivermi all’indirizzo di posta che trovi tra i “contatti” di questa rivista.
        Continua a seguirci.
        Un caro saluto.
        Giuseppe

        • Vanessa Ragona

          Ok, ti ringrazio! Certo, continuerò a seguirvi, vi leggo sempre, come ripeto è molto interessante!Praticamente credevo fossi tu dal momento che le informazioni potevano corrispondere. Vabbè… Mi sono sbagliata. Un caro saluto a te. Buona giornata.
          Vanessa Ragona

  11. Caro Gino Rago,
    nel suo libro, Umberto Eco agisce da storico dell’arte e fa semiologia. Inizia dallo scudo di Achille e termina alle Campbell di Warhol. Da Omero a Joyce. Traccia e si inventa una classificazione fino ad oggi inesplorata, ben riassunta su Wpd: “La forma è una rappresentazione completa, conclusa, finita, dotata di ordine e gerarchia, che non incoraggia a vedere altre cose che quelle che rappresenta. La lista, o elenco, o catalogo, si usa quando di ciò che si vuole rappresentare non si conoscono i confini, quando le cose da rappresentare sono in numero molto grande o infinito, o quando qualcosa si riesce a definire solo elencandone le proprietà, che sono potenzialmente infinite”.
    Quindi non ha importanza il come, se sono sintagmi o metafore appositive; che tra l’altro non intendono rappresentare alcunché ma sono scritti in presenza del nulla, cosa che ovviamente sfugge agli storici… Eco, qui, non fa filosofia.
    Vero è, come sottolineato da Giorgio e poi da Talia, che l’elencazione sta all’origine del linguaggio: ma non sta all’origine della poesia kitchen, semmai è conseguente di tanto lavoro e ricerca fatti sul frammento. Togliendo aggettivi, descrizioni e interpretazioni superflue, puntando all’essenziale, va da sé che il linguaggio diventi cronachistico, freddo (con humor) e siamo d’accordo che questa debba essere la cura. Ma il risultato, se nel nuovo discorso riappare il “pieno”, finisce col sottolineare un tempo della poesia, per mio gusto troppo cadenzato. Non penso che essere illogici sia una rivoluzione. E il tempo interno? Le pause? Certo smarrimento…? Non solo, ma chi è l’interlocutore?

  12. Caro Guido Galdini,
    ti chiedo per gioco, e per interesse, se questo mio recente raccontino possa essere considerato uno pseudo limerik, o near… Voglio dire, in caso aggiungessi la chiusa umoristica; come qui segnalo in ultimo, alla barretta:

    Tenendosi a fatica nel corpo, un vecchio ubriacone.
    Solo, di fianco ai giardinetti.
    Atterra un’astronave. Gli portano un piatto di spaghetti.
    Lo lasciano vincere a boccette.
    / Il vecchio ubriacone.

    Giardinetti, spaghetti e boccette (mettiamoci anche “un piatto”), suonano come falsa rima… e l’aneddoto mi sembra divertente.
    I tuoi limerik solleticano qualcosa nell’infanzia, quando giocavamo attorno al non senso del significato, con parole nuove. Chi dice alterna, semafora, pizzica la voce, inciampa il gladiatore.

      • Guido Galdini

        Ognuno inventa le regole per trasgredirle con soddisfazione.
        Il Limerick classico ave come protagonisti sempre una “young lady” o un “old man” accoppiati ad una località.
        Di mio mo sono imposto di variare il protagonista e di farlo rimare col la località.
        Poi proseguo a braccio. Alla fine ritornano protagonista e località, e magari con un’altra rima interna per far rimbombare ancora di più il cervello.
        Questa potrebbe cominciare con:
        C’era un vecchio ubriacone di Frosinone
        che aveva alquanti problemi di ritenzione
        … e poi andare avanti con i tuoi petardi, e finire con
        quell’ubriacone xxx-one (scegli tu) di Frosinone.

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