Poesie di Mario M. Gabriele, Antonio Sagredo, Francesco Paolo Intini, Perdersi dentro il linguaggio materno e ritrovarsi in un altro linguaggio, poetry kitchen di Giorgio Linguaglossa e Vincenzo Petronelli

foto-eliot-elisofon-la-vita-come-ripetizione-infinitaEliot Elisofon, foto

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Giorgio Linguaglossa
Perdersi dentro il linguaggio materno e ritrovarsi in un altro linguaggio

La poiesis kitchen è la storia di un perdersi dentro il linguaggio materno e di un ritrovarsi in un altro linguaggio che si è allontanato definitivamente da quel linguaggio. Il linguaggio poetico si situa in questa distanza, in questo frammezzo, in questa tensione tra un linguaggio trovato e uno allontanato, che si è irreversibilmente allontanato dall’alveo materno. In quanto il linguaggio poetico è sempre un non domato, un linguaggio di tracce semi cancellate che baluginano nella pre-coscienza, senza mai riuscire a venire completamente alla luce.
Tutto ciò che è, è tale in accordo a un preliminare orizzonte d’essere che lo dispone.
Qui si pone l’attenzione però su una cosa fondamentale, che troppo spesso rischia di essere tralasciata, e cioè che questo orizzonte d’essere ha un punto di vista, così come un punto cieco, e mentre quindi riceve e dispone tutto ciò che è in accordo al suo senso, è a un tempo spalancato a partire da un qui, da un «ci» che ne fornisce l’orientazione. Questo «ci» dell’essere è appunto l’esserci che dimora nella presenza, o meglio, nel frammezzo (Das Zwischen) della presenza. Ciò vuol dire innanzitutto che tale orizzonte, in quanto orientato, non è assoluto, ha un punto di vista che non può ricomprendere tutto ma che accoglie e rigetta, seleziona e dispone, proprio a partire da qui, dal «ci» che esso stesso è, e non da un astratto punto distante, neutrale e indifferente. Questo è il tema centrale della finitezza di cui ogni sviluppo metafisico dovrebbe farsi carico: ogni considerazione sull’essere in generale è già sempre posta a partire da una posizione ontica che ne determina in qualche modo l’orientazione, il suo carattere, il suo limite

Mario M. Gabriele

Le rane presero possesso del giardino
come i topi senza i gatti.

Ciò che fece Miriam fu un’esca di bio shop
di alta qualità kitchen per turare le falle dopo anni.

Non è che l’isolamento porti allo chat bombing
ma è necessario chiedere aiuto
per Rodriguez alla fine dei suoi giorni.

-Possiamo passeggiare, andare a fare visita ai morti-
scrive Mark Strand, con i suoi versi chiari
come i quadri di Edward Hopper.

I floricoltori si lamentano per le saracinesche chiuse.
C’è chi sogna serre e allucinogeni.

Fra qualche anno aprirà la città della Cultura
con nuove frustrazioni lessicali.

Bomb resiste nei reading pubblici,
ma non è come il tempo delle Giubbe Rosse.

Dio non vuole essere disturbato, scrive Simic.
Nel sonno anche la luce diventa un’ombra.

Kroning è un ricercatore di messaggi
per come vanno le cose.

Puntando verso casa si sono viste
le anomalie del tempo
con scorribande lungo le pareti.

I calendari sono pieni di santi.
Non c’è nessuno che ti salvi, Morrow,
dall’astrocitoma fino al suo deliquio.*

* (inedito) da

http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-3/?fbclid=IwAR0k3srxIX7uQk5iom1dMxwIvrTK_uWBhOsnf6xDcof9FwfcjNcX3oRgIGY

 

Antonio Sagredo

Al banchetto della sacra mortalità tu volgevi altrove il suo sguardo basedowico.
Avevi nelle mani il cerebro di Dio sezionato allegramente da occhiceruli teologi.
Ricordavi che la giostra del pensiero illumina gli orrori della teofania ultraterrena,
ma con gli occhi di una chiavica tu miri la bellezza delle pellicole impiccate ad una corda.

Ad ogni passo una stazione che rideva… 12 stazioni di applausi, battimani straniati e
3 cadute come esche ad una sarabanda di dèmoni: non c’è sabbia, né palme nei deserti!
Il parallelo s’impone, come nei massicci le creste, ai trionfi del rogo dei santi eretici:
stazioni di carbone sono le ossa… la fine è che gli occhi cercano orbite cave!

Ogni parola ha mozzato la sua lingua! La bocca è orfana di grida! Stridono gelose le banderuole!
Verità azzanna la ruggine del Verbo e – del perdono! — Io vedevo il canto degli uccelli e delle acque,
le sonnolente carezze materne, i campi – rossi di papaveri… credevo: libertina orfanezza è l’infanzia!
Ho trascorso le mie età sotto la cenere eretica. Ora sogno – gli anelli – di Saturno!

(Roma, 22 febbraio 2014)

Giorgio Linguaglossa

caro Carlo Livia,

Penso di interpretare il pensiero della redazione tutta se osserviamo questo precetto: quell’ospite ingombrante che è il nichilismo è già qui da tempo, tra di noi, e non possiamo far finta di non vederlo e di non sentirlo, e non possiamo liquidarlo con una battuta scherzosa…
Scrive Heidegger:
«Comincia… l’età della compiuta mancanza di senso (…) Nell’epoca della compiuta mancanza di senso giunge a compimento l’essenza dell’età moderna»2]
«La mancanza di senso in cui si compie la trama metafisica dell’età moderna è conoscibile come il compimento essenziale di questa epoca soltanto se viene vista congiuntamente a quel cambiamento dell’uomo in subjectum e alla determinazione dell’ente come rappresentatezza e fabbricatezza (Vor- und Hertgestelltheit) di ciò che è oggetto. Si vede allora che la mancanza di senso è la conseguenza prefigurata della definitività dell’inizio della metafisica moderna. La verità come certezza diventa la concordia instaurabile con l’ente nel suo insieme, predisposto per l’assicurazione della sussistenza dell’uomo riposto solo su se stesso. Questa concordia non è né imitazione né immedesimazione nell’ente vero “in sé”, ma è super potenziamento calcolante (verrechnende Ubermachtigung) dell’ente mediante lo sprigionamento dell’enticità nella macchinazione. Quest’ultima vuol dire quella essenza dell’enticità che si predispone alla fattività (Machsamkeit). Corrispondentemente a questo statuire, il rappresentare è il calcolante, assicurante misurare passo per passo gli orizzonti che delimitano tutto il percettibile, la sua spiegabilità e la sua utilizzazione.
L’ente viene lasciato libero nelle sue possibilità di divenire, viene stabilizzato in esse in quanto frutto di macchinazione. La verità come concordia assicurante dà alla macchinazione la preminenza esclusiva (…) La mancanza di radura (das Lichtung-lose) dell’essere è la mancanza di senso (Sinnlosigkeit) dell’ente nel suo insieme».3]

caro Carlo,
È l’età della fine della metafisica che si rivela come età della mancanza di senso. Non siamo io o la poetry kitchen a decretare la «mancanza di senso» ma è il destino storico-epocale dell’ente nelle condizioni in cui l’ente storicamente si trova che manifesta l’apertura o la chiusura dell’ente. La Sinnlosigkeit (la mancanza di senso) è ciò che annuncia la «mancanza di radura» dell’essere (das Lichtung-lose).
La tua personale ricerca del «senso» nella «mancanza di senso» è rispettabile, forse anche ammirabile ma si rivela un Gestell, una imposizione, un dispositivo del soggetto che «vuole», con un atto soggettivo, imprimere nel mondo il sigillo dell’atto del senso. È quello che fanno le religioni costituite, è comprensibile, ma non può essere l’atto di un uomo libero, libero da qualsiasi pastoia, libero dalla distinzione del sacro dal profano, che, come acutamente tu noti, è una istituzione del Potere, un dispositivo del Potere e in questo dispositivo il pensiero teologico e giuridico occupa la parte centrale di esso. La distinzione tra il sacro e il profano è la premessa, la presupposizione e la giustificazione di tutte le successive distinzioni divisioni: bianco e nero, guelfi e ghibellini, comunisti e fascisti, salariati e padroni etc. etc.
Infine, un ultimo appunto: l’ingresso della categoria del «sacro» nella ermeneutica del testo (come tu fai) è una scelta molto discutibile, io penso erronea: non si può misurare la profondità di un testo poetico con il termometro della presenza o della assenza del «sacro», altrimenti tutte le poesie sarebbero delle preghiere, e le preghiere sarebbero tutte poesie.

1] M. Heidegger, Nietzsche, 1961, trad it. Franco Volpi, Adelphi, 1994, p. 556
2] Ibidem Nietzsche, trad. it. Adelphi, 1994 pp. 554, 557]
3] Ibidem p. 559

Vincenzo Petronelli

Buonasera amici,
innanzitutto mi complimento con Giorgio per quest’articolo che fa il punto di questo momento fondamentale della riflessione della Noe, che snodandosi attraverso il concetto di “poetry kitchen” è arrivata ad un crocevia importante ed ad una sempre maggiore definizione identitaria. Nell’articolo di oggi ritroviamo alcuni passaggi di straordinaria incisività nel dibattito di questi ultimi mesi e ringrazio Giorgio per avermi citato: in effetti devo dire che se già di per sé l’incontro con la Noe si è rivelato determinante nel mio percorso poetico ed intellettuale, gli sviluppi connessi alla “poetry kitchen”, costituiscono per me un punto d’approdo particolarmente vivido, perché collegato ad una serie di istanze che ho cominciato a sviscerare vent’anni fa, sulla scia degli stimoli suscitatimi dall’”inocntro” con un poeta che all’epoca mi ha aperto delle porte inaspettate e cioè l’irlandese Paul Muldoon. Mi hanno colpito le riflessioni sottoposteci da Antonio Sagredo e Gino Rago, poiché mi sollecitano su un tema che personalmente sento molto e che evidenziano indiscutibilmente la necessità di una palingenesi nella poesia italiana e cioè la l’invadenza – anche per la settarietà lobbystica che l’accompagna – della poesia salottiera, vera e propria cancrena della nostra poesia. Mi fa piacere che Antonio Sagredo – con cui mi congratulo ancora per la sua prolifica attività di traduttore dalla poesia di area slava – abbia citato un grande poeta come Holan, gigante della poesia novecentesca ed emblema della vera poesia in contrapposizione ai “salottifici”; così come mi fa piacere che abbia menzionato Dino Campana, un vero “caso” nella nostra storia letteraria, rivalutato dopo lo scempio che proprio il mondo della “nomenklatura da salotto” cercò di operare sulla sua poesia, una ventata innovativa nel panorama della produzione poetica italiana della prima parte del’900, esattamente come la poetica della Noe si propone di fare a distanza di un secolo da Campana. Condivido anche l’idea di Antonio dell’autenticità e della profondità dell’anima e dell’opera poetica di Campana, rispetto ad un’affettazione che anch’io ho sempre avvertito in buona parte della produzione montaliana. Il problema è che la scrittura da salotto è ormai diventata imperante, inflazionando anche il panorama editoriale per le scelte di comodo degli editori stessi, perché è più conveniente evidentemente assecondare la corrività della scrittura rivolta alla ricerca facile del “mi piace”: come dice Gino Rago, il modello di poesia oggi dominante, è incapace di confrontarsi con il “logos”, con i prpblemi cruciali della dimensione umana. Come scrive Giorgio, “La fine della metafisica, tuttavia, non significa affatto un cessare della storia. È l’inizio di un prendere sul serio questo “evento”, per ritrovare – sempre per parafrasare Giorgio – la dimensione ontologica che dia una logica alla scrittura poetica stessa. Evidentemente la Noe è la giusta strada in questo direzione.
Grazie a tutti voi amici dell’ “Ombra”,

 

Francesco Paolo Intini

Carta straccia in risalita dal cestino

Cos’è quest’aprirsi di meandri?
Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?

Si chiama Robespierre e porta la parrucca.
Per un certo tempo la testa sottobraccio.
Ora respira e arriccia i polpi sul lungomare.

Chi conforta chi?
Faust al capezzale di Mefistofele.

Carismatico il pipistrello di Baudelaire
Qui Islero, il mio cuore schizza spade nella rena.

Ce ne andammo dagli scogli
Giocando a golf, raccontando il parto
Di un orca a feto.

Sarajevo è il mar Rosso e dunque niente sparo.
L’ Asburgo sull’auriga ringrazia Osiride

La strada dei manometri per i gas nervini.
Nessun angelo segnerà le vostre bombole.

La notte che respirai iprite resuscitarono mille fanti
Alla stazione di Bari invece sollevai un angelo
Bello era e senza Kelvin da prestare

Oh Curie tra le bombe e le fin de siècle
C’è del Radio con un Sé sull’etichetta.

Il seguito è perfetto.

L’impazienza prova un corto di Charlot.
Nasce Filini nel fodero degli occhiali.

Nessun gesto è desolato
ma un martello pigia un piede ogni secondo.

Un pizzico di Margherita, un grammo di Elena
Il settimo di riposo, il sesto si tuffi al porto.

Di fronte alla Vittoria
Un sottopasso nel canale d’Otranto.

Il male ha un’onda anomala, soltanto un po’ dolente :
Di virus infettato da un ago nel deltoide.

Per una scheda su prato (2018)

(Abstract: Il significato vuoto apparve su prato,
lato occidentale di una coop e dentro
i bar di germanio.
Anche via Redavid era spenta -le auto parcheggiate ai relais
I capitoli del Principe come tombini aperti nel formaggio
molecole di acido butirrico sotto i piedi del Valentino)

Un vento silenzioso portava jazz e denti smaglianti
Soltanto il cielo fragola aveva
un capezzolo di conforto

il timore dell’allunaggio alla mercè
di formiche- che avrebbe fatto la mafia dei colombi
se non ci fosse stato il pizzo da pagare?

l’essere adorato e penzolare
o addirittura stramazzare al suolo
come un chiodo che si configge nel suolo patrio
o un capopartito sulla terra rossa.

 

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Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017), è in corso di stampa Registro di bordo. Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). È presente nella Antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.

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Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.Come articoli o saggi in La Zagaglia: Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta): Leone Tolstoj le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A. Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).Ha curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di Josef Kostohryz , pubblicato in «L ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e KateYina Zoufalová; i poemi: Edison (in L ozio,& ., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L ozio», 1988) di Vitzlav Nezval; (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rud enkova, di Zbynk Hejda, Ladislav Novák, di JiYí KolaY, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar BYezina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo), trad. A. Di Paola e K. Zoufalová.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. 

27 commenti

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27 risposte a “Poesie di Mario M. Gabriele, Antonio Sagredo, Francesco Paolo Intini, Perdersi dentro il linguaggio materno e ritrovarsi in un altro linguaggio, poetry kitchen di Giorgio Linguaglossa e Vincenzo Petronelli

  1. Mariella Bettarini

    Grazie di cuore, sempre, a voi tutti/(tutte per i preziosi invii, e mille auguri, con un saluto caro da

    Mariella (Bettarini)

  2. milaure colasson

    Francesco Intini, Antonio Sagredo (alias Alberto Di Paola) e Mario Gabriele. Tre poeti assolutamente singolari e impropri, commendevolmente impropri e eteroacustici; ciascuno con una propria ossessione, un proprio lessico e una
    propria stilematica, tutti e tre muti e tutti e tre muniti di acufeni acuti e particolarissimi. Direi tutti e tre incompatibilmente indipendenti e incomunicanti. E’ questo un effetto della poetry kitchen: che ciascun poeta è completamente diverso dagli altri, ciascuno parla una lingua incomunicante, eppure tutti hanno in comune una distopia, l’impossibilità di abitare una terra comune. Forse non ci è data una terra comune, e ciascuno è condannato a parlare il proprio idioletto.

    • mariomgabriele

      Gentile Colasson,

      visitando la pagina di oggi, con soli due interventi, quello di Bettarini e il suo, mi fa pensare che molti lettori siano andati a vaccinarsi e che abbiano avuto effetti collaterali dopo le iniezioni. Spero e mi auguro di no. Quanto al suo intervento, anche se schematizzato, riesce a fissare con un flash back le direzioni opposte di ognuno dei tre poeti citati, e cioè Sagredo, Intini e il sottoscritto, dandone responsi ermeneutici diversi e di   chiara catalogazione. Ovviamente ciò che caratterizza questa triade poetica è la loro elaborazione intersemiotica, come motore propulsivo e modello a sé, che può apparire discontinuo e divergente. Ma è proprio questo il punto che determina la partogenesi di questa poetica, intenta a ridefinire un quantum lessicale, come costrutto alternativo alla deriva postmoderna che non è riuscita a riorientare la prua della Poesia. La responsabilità delle forme ha un ruolo di metamorfosi e cambiamento in chi ne determina  il progetto. Guardando bene l’avventura della NOE, si avverte che c’è in giro un desiderio di  costruire una alternativa  al linguaggio  obsoleto e vuoto che ancora oggi dilaga nella industria editoriale e anche, se me lo permette, in qualche isola poetica dentro la nuova Ontologia Estetica.   Bisogna dare maggiore importanza e attenzione  alla responsabilità delle forme e a ciò che si dice, giustificando anche autocriticamente ciò che si scrive.

  3. antonio sagredo

    Ringrazio Milaure Colasson per le gentili parole: commentare non è facile, ma più difficile è scrivere.

  4. Giuseppe Talìa

    La poesia di Sagredo è da copertina su Playboy.

  5. vincenzo petronelli

    Ben ritrovati amici,
    Innanzitutto ringrazio Giorgio per aver menzionato il.mio intervento all’interno di questo straordinario parterre di poeti. Le tre poesie proposte in quest’articolo mi sono particolarmente care, intanto per la loro rappresentività stilstico-espressivo-contenutistico della poetica Noe, nonché per la ricchezza del loro apparato “iconografico” e visionario. Siamo di fronte a tre esempi significativi della capacità e dell’intendimento della poetica della Noe di destrutturare linguaggi e paradigmi strutturali tradizionali per calibrare un nuovo fondamento ontologico di rappresentazione del mondo. Il nostro tempo, piaccia o meno, caratterizzato da questa sua dimensione frammentante e pulviscolare rispetto ai modelli di costruzione epistemologici strutturatisi nel passato, abbisogna evidentemente dell’edificazione di un nuovo statuto interpretativo della realtà e se questa era già un’esigenza avviata dalla rivoluzione digitale, la crisi pandemica di quest’ultimo anno ha ulteriormente velocizzato tale processo. Mi sembra che i poeti della Noe dimostrino di farsi trovare pronti di fronte a questa presa di coscienza.
    Buona giornata a tutti.

  6. caro Mario,

    è vero quanto tu scrivi, a volte concediamo spazio qui nell’Ombrea ad autori che orbitano lontano dalla nuova ontologia estetica, però quando li citiamo ne diamo sempre un resoconto critico, diciamo sempre il nostro pensiero senza equivoci o sottintesi. La nostra posizione, quella della nuova ontologia estetica e della poetry kitchen è chiara, ciascuno, se dotato di costrutto intellettuale, può recepirne gli esiti. La nostra è una posizione dinamicamente aperta e in sviluppo, in progress, come si diceva una volta nel lontano novecento, chiunque, se vuole, può proseguire il lavoro collettivo dando una spinta propria, fornendo spunti teorici e fattuali, il lavoro è collettivo, l’Ombra delle Parole è una bottega artigiana dove si fabbricano i materiali nuovi, si riutilizzano quelli vecchi ma con una nuova vernice, nuovi ingredienti chimici. In questa ricerca abbiamo incontrato poeti diversi, che si sono opposti con tutte le proprie forze al linguaggio poetico a vocazione maggioritaria che è in vigore in Italia da almeno cinquanta anni. Uno di questi è stato Mario Lunetta. La riscoperta di questo poeta è utilissima quindi per mettere a fuoco il percorso di quei poeti che non si sono adattati alla deriva posiziocentrica della poesia italiana a vocazione maggioritaria di questi ultimi decenni.
    In tal senso, riprendo quanto ho scritto in un mio precedente commento.

    22 marzo 2021 alle 11:27 –

    «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità»1 di cui ci parla Maurizio Ferraris corrispondono a quel dispositivo ontoteologico governamental provvidenziale che ha guidato e guida le de-politicizzate democrazie occidentali, il dispositivo del consenso volontario e del soggiogamento spontaneo delle masse alla invisibile Autorità democratica. Quello che lega con un cordone memorial-ombelicale la poesia della contraddizione, targa Mario Lunetta e la mia (nostra), targa poetry kitchen o poesia buffet, è la presa d’atto della liquidazione della tradizione poetica italiana considerata alla stregua di una simil-tradizione e dello psudo stile del lirismo e dell’anti lirismo elegiaci soggiacenti della poesia italiana di questi ultimi decenni che si nutre omeopaticamente di un linguaggio poetico a vocazione maggioritaria.
    Penso che valga la pena di riflettere sulla mappa alternativa a quella maggioritaria della poesia italiana di questi ultimi decenni, Mario Lunetta è stato un fiero oppositore delle officine poetiche posiziocentriche di Roma e di Milano, ed è stato messo in sordina e nel dimenticatoio perché poeta scomodo e riottoso ai compromessi con le élites letterarie, il nostro scopo invece è quello di restituire alla storia culturale del nostro Paese il profilo di una poesia di lotta e di opposizione che, in quanto scomoda e ostile alle transazioni, è stata oggetto di silenziazioni e di censure tribali.

    Mario Lunetta pensa l’arte come espressione della falsa coscienza dell’arte e dei suoi adepti benpensanti ammaestrati al culto della dea della bellezza e riconduce il problema dell’estetica all’interno di una lettura del conflitto tra le classi e tra i singoli intellettuali i quali prendono posto, consapevolmente e/o inconsapevolmente, presso una delle due parti in lotta. Il poeta romano pensa l’arte materialisticamente come praxis entro le strutture ideologiche postmoderne portatrici del destino storico della crisi della cultura occidentale come crisi della tradizione. La bellezza estetica, teorizzata nella modernità come epifania mistica e inafferrabile, fa sorridere di scherno il poeta romano il quale capovolge il piano di lettura della crisi dell’arte ammaestrata investendo con scherno derisorio i suoi rappresentanti, insulsi salariati al soldo della borghesia finanziaria e immateriale che detiene i quattro quinti della ricchezza del capitalismo globale.

    Agamben ha scritto nel 1970: «Ogni grande opera contiene una parte d’ombra e di veleno,contro la quale non sempre fornisce l’antidoto». In un certo senso, l’opera poetica di Mario Lunetta, nel suo insieme, fornisce un formidabile antidoto contro la poesia ammaestrata degli ultimi decenni. Aiuta a mitridatizzarmi avverso la poesia elegiaca che ha imperversato e imperversa in Italia e in Occidente.

    1 M. Ferraris op. cit.

  7. Nel ringraziare Milaure per le sue parole rifletto sull’ assenza di una terra comune di cui parla nell’intervento. E’ vero quanto è vero che di fronte a noi c’è la questio fondamentale: che poesia scrivere dopo la fine della metafisica e più in generale come e cosa scrivere che sia all’altezza della potenza tecnologica messa in campo proprio in questi giorni di Covid, senza scadere in una poesia da salotto televisivo che accontenti tutti? Per quanto mi riguarda la ricerca è volta verso forme espressive che mettono in crisi il concetto stesso di tempo. A me non sembra poco dal momento che questo concetto è cardine della riflessione filosofica di ogni epoca nonché una delle sette grandezze fisiche fondamentali.
    Un caro saluto e grazie.
    Franco

  8. caro Francesco,

    L’abitazione poetica dell’uomo sulla terra ha da tempo neutralizzato l’opposizione tragico/ comico. L’uomo non abita più da almeno due secoli poeticamente (Dichterisch) sulla terra. Poeticamente abita l’uomo sulla terra»(dichterisch wohnet der Mensch auf dieser Erde), scrive Hölderlin. E il nostro modo di abitare la terra è il kitchen, sotto il segno dell’abbandono, del congedo e dell’oblio.
    L’ultimo poeta che ha abitato il tragico e poi lo ha abbandonato è stato, qui in Italia, Maria Rosaria Madonna con Stige (1992, e adesso Stige. Tutte le poesie, Progetto Cultura, Roma, 2018).
    Sia Antonio Sagredo che te e Mario Gabriele (e tutti noi della poetry kitchen) siete (siamo) avviati da tempo verso una forma-poesia ibrida, che riesca a coniugare il tragico (inattingibile ormai) con il comico (il ludus, il circense), perché il nostro è un semplice dimorare «poeticamente» sulla terra orfana del Totem, orfana della tradizione, non possiamo più parlare «in nome del Padre» diceva Lacan; la nostra è una forma di vita anonima e impersonale, dove ciascuno parla il proprio «idioletto» come acutamente annota la Colasson, e fa gesti quotidiani, gestualità da teatro, ipotiposi, usa parole canovaccio, parole-straccio, parole diverticolate, impresentabili e ineducate, parole inoperose direbbe Agamben. A questi discorsi non è possibile imputare azioni e responsabilità, perché hanno compiuto un passo più in là, sono andati oltre la soglia della comprensibilità e del consumo, al di là del significato e del significante.

  9. cari interlocutori,

    le Vostre poesie sono dirette in rotta di collisione contro il muro del rumore delle parole, eretto dall’homo sapiens per chissà quale maledizione o veredizione… È che immessi in questa condizione ontologica il poeta di oggi non ha altro scampo che inoltrarsi oltre quel muro del rumore delle parole per provare a vedere cosa c’è là dietro…

    Scrive Le Clézio:
    «Abbiamo voluto dimenticare il fatto che il mondo linguistico è un mondo totale, totalmente chiuso; non ammette compromessi, non ammette condivisione. Dal momento in cui vi siamo penetrati, non ci è più possibile tornare indietro, verso quell’altro mondo, quello del silenzio».

    Siamo quindi condannati ad andare avanti, verso il rumore delle parole. Quelle assurde, insignificanti, plurisignificanti, impostore, fasulle, nauseabonde…

    «Tutte le opere d’arte, e l’arte nel suo insieme, sono enigma […]. Il fatto che le opere d’arte dicano qualcosa e con lo stesso respiro lo nascondano, indica il carattere d’enigma sotto l’aspetto del linguaggio». (T.W. Adorno, Teoria estetica, 1970, trad. it. 2009, p. 162)

    1 J.M.G. Le Clézio, La torre di Blabele , in P. Barbetta, E. Valtellina (a cura di), Louis Wolfson. Cronache da un pianeta infernale, Manifestolibri, Roma 2014, p. 101»

  10. Cari Giorgio Linguaglossa e Vincenzo Petronelli,

    direi che di fronte alla koinè del politichese, del «riflusso», della regressione verso poetiche di stampo intimistico, anche questi tre poeti, Antonio Sagredo, Francesco Paolo Intini e Mario Gabriele, in armonia con taluni punti estetici e formali della poetry kitchen,al fine di creare contraddizioni all’interno del senso comune egemone e di produrre «enzimi fantastici indigeribili per creare sconcerto nei confronti dell’universale obbedienza» (Mario Lunetta),,
    mi pare che in questi loro testi si appellino a tentativi di scrittura ecfrastica.
    Che ne dite di questa chiave di lettura?

    • mariomgabriele

      caro Gino,
      nonostante io abbia tre vocabolari, non sono riuscito a trovare il termine “ecfrastica” da te adoperato. Allora mi sono rivolto a Wikipedia e dopo alcune ricerche mi sono soffermato su questa definizione riporto integralmente, E’ questo che tu volevi esprimere come senso di lettura? Comunque, anche se non fosse vero, ti ringrazio per esserti soffermato su questi testi. Un saluto e grazie. -“C’è un genere di poesia, forse meno conosciuta, che si basa sul legame tra letteratura e arte, parole e immagini. Si tratta della poesia ecfrastica, così chiamata poiché deriva dal termine greco ekphrasis, che significa “descrivere, rivelare” e consiste, appunto, nella descrizione verbale di un’opera d’arte.
      Per questo motivo, il suo scopo principale è quello di fare in modo che il lettore immagini e visualizzi l’opera attraverso l’uso delle parole. Questa poesia affonda le proprie radici nell’Antica Grecia, a partire da Omero, anche se nei secoli a seguire molti scrittori decisero di comporre poesie ecfrastiche, come ad esempio Shakespeare o Auden”.

      • mariomgabriele

        ……errata corrige…. aggiungere (che) alla frase “dopo alcune ricerche mi sono soffermato su questa definizione che riporto integralmente”,.

        • Caro Mario Gabriele,
          l’idea di scrittura ecfrastica che tu hai prelevato da Wikipedia è quella originaria, ma ora è obsoleta e superata poiché la scrittura da intendere come ecfrastica oggi ha assunto altre valenze ed altre applicazioni (basti pensare all’avvento della fotografia e delle immagini sempre a portata di vista…

          A me basta segnalare che il senso nel quale io ho inteso parlare di scrittura ecfrastica nel tuo testo poetico, soprattutto, ma anche in quello di Francesco Paolo Intini e in buona parte anche in quello di Antonio Sagredo,
          riguarda il rapporto fra immagine, sguardo e parola del poeta di fronte a una immagine.

          La parola e l’immagine si contendono le dimensioni dello spazio e del tempo se, come Beckett sostiene, “la vera forza dell’arte è spingersi verso ciò che non si può rappresentare”, ovvero spingersi alle soglie del tempo e dello spazio nel tentativo di rendere “visibile” il tempo.

          E le riflessioni sul rapporto lmmagine/Tempo sollevano questioni profonde che guardano alla relazione complessa, da un lato, e carica di tragicità, dall’altro, tra essere umano e tempo, tra l’essere e il divenire.

          Con il particolare che lo sguardo del poeta su un frammento di un’opera d’arte, o di una foto, un frammento in grado di farsi Immagine suscita la necessità di una parola che meglio esprima il senso del tempo nel poeta che altro non è che il suo tempo interiore, per cui il rapporto ecfrastico opera-sguardo-immagine-parola-tempo coincide alla fine con l’attivazione del tempo interiore del poeta e nel tempo interno della sua parola.

          • mariomgabriele

            caro Gino,
            tu e la Colasson avete aperto un libro chiuso, sfogliandolo in ogni sua parte, parlando della scrittura ecfrastica, illustrandone le parti più innovative rispetto al primo tempo in cui questo termine presentava connotati propri. E venuta fuori una specie di architettura strutturale che dalla neutralità e inosservanza dei lettori, ha messo in luce le diapositive
            nascoste dei poeti citati, con i loro pensieri a effetto radiante. Grazie e cordiali saluti. Mario Gabriele.

    • vincenzo petronelli

      Caro Gino, mi scuso, ma nella cornice dell’intenso e ricco confronto sviluppatosi su quest’articolo mi era sfuggita questa tua sollecitazione che accolgo con grande piacere. Condivido totalmente la tua visione e ti dirò che in effetti, uno degli elementi che fin dal primo impatto mi ha attratto verso la poetica della NOE (di cui gli autori che citi sono indubbiamente tra gli esponenti di maggior rilievo) di lavorare sulla parola per sottrazione, alla stregua di scultori – per meglio precisarne l’universo semantico e l’incisività icastica – attraverso la riduzione dell’apporto del signficante “grafico”, compensato dalla ricchezza dell’apparato visivo, iconografico e direi anche sonoro che si intreccia attorno alla parola, complentandone l’apparato significativo ed inquandrandone in definitiva l’essenza. Buona serata.

  11. milaure colasson

    Penso che l’ekfrasis sia non solo una risorsa retorica ma qualcosa di più, almeno per come la intendiamo noi della poesia buffet. Già nella titolazione poesia buffet c’è contenuta l’idea del prendere e del lasciare, della scelta secondo i nostri rispettivi gusti, ed è l’idea della gratuità e della arbitrarietà del nostro gesto ogni qual volta afferriamo un pasticcino o un salatino dalla tavola imbandita. Al fondo dell’ekfrasis c’è il riconoscimento che fare poesia o fare arte figurativa è non altro che riprodurre in un altro alfabeto una immagine che è stata generata da un altro alfabeto, si tratta di un esercizio di traduzione e di tras-duzione. Ma la poetry kitchen non può essere considerata unicamente come un collage di citazioni (come ho letto da parte di persone che non hanno capito niente di questa procedura), qui non si tratta di fare un assemblaggio di citazioni o un assemblaggio di ekfrasis (questa è una visione riduttiva), qui c’è l’idea del polittico e del sistema instabile che ci guida e dei vasi comunicanti tra le instabilità che generano altra instabilità. Carattere della poetry kitchen è, anche, come è stato rilevato, il prodotto della parallasse e del punto di vista. Cambiando punto di vista (cioè il soggetto) cambia la posizione e quindi il punto di vista stesso, e cambia anche l’oggetto. Quindi cambia tutto. Nella poetry kitchen non si tratta di fare un duplicato del flusso di coscienza (come in parte è presente nella poesia di Antonio Sagredo), perché ci sono tanti flussi di coscienza quanti sono i punti di vista che cambiamo nel corso di una giornata. La tecnica dello zapping e della peritropè è qualcosa di essenziale alla poetry kitchen, senza le quali si ritornerebbe ad una poesia temporamente normo direzionata e unilineare. Il problema quindi è da mettere così: è che ci sono tante ekfrasis quante volte cambiamo registro e punto di vista nel corso di una giornata, l’ekfrasis allora non sarebbe altro che un sinonimo di movimento, del flusso eleatico delle cose. Ad esempio, in questo senso, la poesia di Mario Lunetta resta ancora all’interno delle poetiche del tardo novecento in quanto è costruita interamente entro il concetto di flusso di coscienza, la poesia di un Mario Gabriele e di Intini invece no, esula dal flusso di coscienza, anzi, lo fa a pezzi, ne fa tanti pezzettini. Ciò che resta sono dei sintagmi, delle citazioni, dei referti…. che in sé non hanno senso e che messi tutti insieme sembrano voler uscire fuori del senso, del non senso e del con-senso.

    • mariomgabriele

      Una risposta così saggiamente ermeneutica sul concetto di ekfrasis pone in luce variazioni interpretative da rendere così apertamente decodificabile questo lessema. Come ci siamo arrivati, non lo so, E’ un bene che il linguaggio poetico si distacchi dalla convenzione letteraria e simbolica di una volta, legandosi e proponendosi come nuovo soggetto della NOE. Parto da questa annotazione perchè in realtà l’immobilismo estetico risulta oggettivamente aterosclerotico, e non interscambiabile con le varie genesi poetiche e letterarie. Bene dunque, e un grazie a Milaure Colasson.

  12. L’inconscio è quel capitolo della mia storia
    che è marcato da un bianco
    od occupato da una menzogna:
    è il capitolo censurato.
    Ma la verità può essere ritrovata;
    il più spesso è già scritta altrove.
    (J. Lacan)

    Ecco, penso che per andare alla ricerca dello statuto o dispositivo della verità occorra andare a rovistare nel sacco sgonfio e spiegazzato dell’Altrove, lì è l’inconscio. E il binario che ci occorre per questa impresa è la metonimia. Lungo l’asse della catena metonimica si srotola dinanzi a noi il vagone non l’inconscio, quello è inconoscibile se non per metafore e simboli, ma la sua metonimia, il suo traslato, la sua tras-duzione.
    Ed è quello che fa la nuova fenomenologia del poetico, la poetry kitchen!

    • La parola è diventata incomunicabile e incomprensibile, ha perduto la sua stessa natura interrogativa ed esclamativa, e la possibilità di ottenere una risposta si è di molto affievolita. La parola è diventata un guscio vuoto.

      La parola del soggetto che crede di parlare di se stesso, in realtà parla soltanto di qualcuno che gli è contiguo ma che non coincide con il soggetto dell’inconscio, con il soggetto del suo desiderio. È la parola del soggetto che si crede un Io, del moi, di chi cede alla “follia più grande”. Come ricorda Recalcati, “più la parola si riempie di Io, più risulta vuota di desiderio”.1

      A questa parola che ha smarrito la sua essenza nella pretesa di un Io che vuole parlare disé, Lacan contrappone la parola piena, una parola che oltrepassa il piano narcisistico dell’Io e riconosce nell’Altro la sede della propria verità – trova il suo senso nell’enunciare il desiderio inconscio del soggetto. Questo desiderio inconscio parla e lo fa attraverso un “discorso transindividuale” che oltrepassa le intenzioni soggettive e si configura come “discorso dell’Altro”. Più precisamente, Lacan afferma che “l’inconscio è quella parte del discorso concreto inquanto transindividuale, che difetta alla disposizione del soggetto per ristabilire la continuità del suo discorso cosciente”.

      La conclusione a cui arriva Lacan – l’inconscio del soggetto come discorso dell’Altro – evidenzia come già la scoperta di Freud, implicitamente, dimostri che non è l’uomo aparlare, ma che nell’uomo c’è qualcuno che parla, un Ça parle.
      .
      Ça parle parla nell’Altro, in quel luogo dove il soggetto “trova il suo posto significante”.2
      La nuova poesia non può non prendere atto di questo progressivo svuotamento dell’atto di parola. È un atto dovuto. La poetry kitchen parte da qui, da questo assunto posto come a-priori e incontrovertibile.

      Con un verso di Mauro Pierno, la Parola è
      «Un algoritmo sdrucciolo con la riga al centro.»

      1 M. Recalcati, Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione,
      Raffaello Cortina Editore, 2012,Milano, pag. 102
      2 Ibidem.

      • In questi anni il globale e la fine dell’età dei ‘nazionalismi metodologici’ sono stati spesso affermati con un deficit di riflessione critica sui fondamenti o attraverso il conio di neologismi, come glocale (mix di globale e locale), che intendono essere all’altezza di queste nuove esigenze del pensiero.

        La globalizzazione è la nuova forma con cui si dà oggi la modernizzazione.
        La globalizzazione è un concetto che intende sostituirsi al paradossale universalismo eurocentrico di inizio novecento. Questo movimento di pluralizzazione della temporalità moderna e di unificazione del suo linguaggio su scala globale e su scala locale, determina le condizioni e l’orizzonte problematico dentro al quale si collocano le teoresi e le pratiche delle modernità multiple, delle modernità glocali. I linguaggi che narrano il mondo odierno tendono a diventare sempre più glocali, si universalizzano nel mentre che si individualizzano, talché si riscontra una maggiore universalizzazione linguistica quanto più i linguaggi tendono a divenire glocali.
        È questo il caso eclatante della poetry kitchen i cui linguaggi tendono a diventare linguaggi glocali, acquistano la massima particolarizzazione nel mentre che attingono il globale.

  13. Delle manipolazioni interdisciplinari nel punto esatto di un incontro
    a capo, il tuffo parabolico di una perfetta iperbole. Rodolfo.

    Un algoritmo sdrucciolo con la riga al centro.
    Hai visto come è facile interconnettersi? In pompa magna,

    o flambé o per intero, per piccoli centimetri, nella misura in cui
    occlusa, rintintin, il santo verso del sacro graal, a capo a piedi, fa lo stesso.

    un abbraccio Ombre. Grazie.
    (Grazie Talia)

  14. Molto stimolante tutto ciò che è stato detto sull’ekfrasis. Confesso che anch’io mi sono rivolto a wikipedia per averne un’idea e di essere rimasto meravigliato per l’assenza di un referente immediato e riconducibile ad un’opera d’arte nelle poesie postata. Ma poi come a volte succede il nodo si è sciolto ed ho cominciato a pensare che il referente poteva essere pensato oltre che come motivo ispiratore, anche a posteriori come emanazione dalla poesia. E dunque è perfettamente in linea con il gusto del tutto personale di preferire la nascita dei quadri dai versi e non viceversa.

    SULLE BACCANTI FATTE A PEZZI DA ORFEO\MORFEO

    “Le riflessioni sul rapporto lmmagine/Tempo sollevano questioni profonde che guardano alla relazione complessa, da un lato, e carica di tragicità, dall’altro, tra essere umano e tempo, tra l’essere e il divenire.”(Gino Rago)

    La poesia di un Mario Gabriele e di Intini invece no, esula dal flusso di coscienza, anzi, lo fa a pezzi, ne fa tanti pezzettini. Ciò che resta sono dei sintagmi, delle citazioni, dei referti…. che in sé non hanno senso e che messi tutti insieme sembrano voler uscire fuori del senso, del non senso e del con-senso. (Milaure Colarsson)

    Cari Gino Rago e Milaure Colasson, cari tutti,
    ekfrasi è termine difficile, impronunciabile, quasi quanto Pfizer che mi sono fatto ripetere tre volte dal medico mentre mi iniettava negli occhi la sua tenerezza per la barba di fronte e nel deltoide l’antivirus.

    Blu o rossa? Blu e rossa rispondo, ma non mi prende sul serio. E intanto procede verso la soluzione finale. Percorrerà vasti territori inesplorati, vedrà il confine tra l’attentato di Sarajevo nella prima pagina di Beltrame e i Dieci Comandamenti, un Dio contro l’ Altro e di mezzo il Mar Rosso. C’è l’arciduca interpretato da Yul Brynner che ritorna mesto al Suo, rimasto sull’altare, sconfitto e in piena crisi d’identità.
    In Egitto finì molto prima la Metafisica (per iniziare cosa?). Senza molti drammi subentrò il post moderno di Euclide.

    Quale dunque il quadro?
    Uno che inghiotte tra le sue onde l’ arciduchessa in abito di cellulosa e i proiettili grigi, lasciando in bianco il muro e aria di malta fresca come quella respirata nell’arena alla fuoruscita di Islero, dotato di diamante al cuore e dunque resistente alla spada anche se a rotearla è Manolete o il picador di Goya. Non ce la fanno insomma contro la forza nelle spalle che fa vortice, il saper sfruttare la corrente ascensionale tra le corna, proprie dei tori di razza buona ma non di Robespierre che cade rovinosamente raccogliendo la testa con parrucca dal cesto in cui è precipitata nel frattempo.

    Suo il posto d’ufficio nella “ Caduta di Maximilien R.” e dunque deve frettolosamente ritornare in posa, questa volta per guadagnarsi da vivere tra gli arruffa polpi, noti personaggi, nonché famigerati dal nome impronunciabile tra gli abitanti di scogli del litorale barese.

    Dov’è finita l’iprite del 43?

    Polpi, datteri e cozze nere trangugiano tranquilli il gas nervino, si gonfiano i polmoni da decine d’anni respirando al capezzale di Mefistofele, contagiato invece di colera ed epatite dagli occhi azzurri. Irrompono dalle pagine della Gazzetta del M. gli albanesi, nello stesso set senza che si capisca il verso. Io dico che il tuffo va dalla dallo specchio d’acqua verso la nave attraversando i fili della compagnia (quale?). Ma c’è chi giurerebbe di aver visto il contrario.

    Dirige Faust ovvio. Perché? Chi più di lui è maestro del gran ritorno. Mica si scherza in quanto a desiderio. Davvero è un trucco di strega ritornare giovani e belli? Da dove verrà questo voler fermare l’attimo? C’è Elena di mezzo, non un’ idea ma la Bellezza di questa terra che fa felice per sempre chi la possiede.

    Il Sé imperiosamente scritto nelle pagine dell’Oracolo che parlò a Morfeo\Orfeo di come distruggere i Guardiani\Baccanti, che ha tra le sue mani il Radio di Curie, il Darmstadio e gli altri fratelli è qui raccolto in un’opera di bene, ma l’angelo alla stazione lo atterrisce (Evidentemente non è lo stesso del Santo Bevitore) non avendo un Kelvin da trasmettere. Potrebbe scendere sotto lo zero e raccattarne tra i dannati.

    Dopotutto si tratta di un film che va avanti e indietro e dunque di arte perfetta, forse di Chaplin o Salce e in definitiva il buon Filini, picconatore di campeggio rinascerà come Venere da un fodero afferrandosi agli occhiali e confidando nella loro capacità di donare la mira.

    E’ lui l’Eletto?

    Innanzitutto non si può scegliere la pillola e dunque rotola per terra o si perde tra le pieghe delle pasticche giornaliere o tra le confezioni da due iniettate al Policlinico. Colorante rosso o blu? Chissà? La cosa certa è che il confine non esiste e che un giorno o l’altro sarà inghiottito un urlo. Di Orfeo che fa stadio intorno alle Baccanti, inchiodate ai pali prima che possano far goal.

    ciao

  15. Giuseppe Talìa

    Tre autori diversissimi ma accomunati da una ricerca che ha spezzato totalmente un certo modo di fare poesia. In ognuno dei tre esiste una rottura, un prima e un dopo.
    Il dopo.
    Se le foto mi dicono qualcosa Intini, con posa da pensatore su un autobus, mi ha fatto venire in mente Sanguineti che diceva di scrivere sui tram, sugli autobus, sui treni, e la copertina del libro Faust e Mefistofele, l’immagine è peculiare al discorso, preparatoria, comunicativa. Intini afferma che la sua ricerca prevede il rapporto con il tempo. In effetti, ho scritto da qualche parte di questa peculiarità, i verbi nei distici vanno e vengono dal presente al passato e viceversa, e la forma del distico permette tale “mettere in crisi i tempi verbali nella storia.” O meglio armonizzarli. Cosa comunica il testo? Oltre al tempo, dal punto linguistico una ridda, un movimento vorticoso di succedanei della realtà ma combinati con l’apparente non senso, con un apparato metrico personale e funzionale al verso. Il verso in Intini c’è.

    Mario M. Gabriele, è il fondatore dello stile che ha trovato nei principi teorici della NOE un unicum. Dopo aver fatto a pezzetti il soggetto, sparpagliandolo sempre di più nel tempo, fin da L’erba di Stonehenge in una miriade di altri soggetti. Ho letto sulla rivista recentemente alcune poesie di L’erba di Stonehenge e la loro freschezza illuminata mi ha fatto pensare al percorso fino a Diario di Bordo, dove la puntina del grammofono graffia e gira e alle volte pare girare a vuoto.

    Antonio Sagredo, ultimamente mi ha inviato un poemetto, Elegia Viola per Annita. Quando il poeta Sagredo scrive dimidiando l’io, dunque lo divide in due metà, riesce a lasciare traccia del suo percorso.

    Ho risposto a Sagredo, che la sua poesia mi sembra apocalittica e che lui riveste la figura di San Giovanni. Una maschera, ovviamente tra le tante.

    Come apocalittica può essere anche la poesia di Intini, per certi aspetti, meno urlata e più tagliente. E spesso la chiusa dei testi di Intini è senza speranza, oppure c’è un omicidio, macelleria et similia.

    Giuseppe Talìa

    • Vanessa

      Buon pomeriggio a tutti!
      Ho scoperto di recente questo interessantissimo spazio di conversazione. Non faccio parte del campo, ma ho sto leggendo tante poesie che mi appassionano e sono felice anche di leggervi.Scusate la mia intrusione ,mi sono permessa di scrivere al tuo commento Giuseppe.
      Complimenti a tutti!
      Vanessa.

  16. Giuseppe Talìa

    Cara Vanessa, mi permetto a nome di tutti di ringraziarti e darti il benvenuta.

    • Vanessa Ragona

      Il mio cognome credo risulta non essermi comparso. Comunque ho risposto sotto il tuo commento perché ho capito chi sei!😊
      Grazie!È un piacere leggervi, non ne capisco nulla, quindi non vorrei scrivere fesserie, mi limito a farvi i complimenti per le belle poesie.
      Ciao Giuseppe, ciao a tutti.

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