Giorgio Agamben, Ciò che resta, Che cos’è, infatti, la poesia, se non ciò che resta della lingua dopo che ne sono state disattivate una a una le normali funzioni comunicative e informative? Poesia di Francesco Paolo Intini, Stanza n. 23, di Giorgio Linguaglossa, Sulla Poetry kitchen di Vincenzo Petronelli

Foto Descending Man, Photo by Jason Langer

«La nuova poesia ontologica?,/ l’abat jour sul comò, i fogli tenuti insieme dalle mollette da bucato,/ il pappagallo Totò,/ suvvia Cogito, siamo seri…»

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Giorgio Agamben

Ciò che resta

Nicola Chiaromonte ha scritto una volta che la domanda essenziale quando consideriamo la nostra vita non è che cosa abbiamo avuto o non avuto, ma che cosa resta di essa. Che cosa resta di una vita – ma anche e ancor prima: che cosa resta del nostro mondo, che cosa resta dell’uomo, della poesia, dell’arte, della religione, della politica, oggi che tutto quanto eravamo abituati a associare a queste realtà così urgenti sta scomparendo o comunque trasformandosi fino a diventare irriconoscibile? All’intervistatore che le chiedeva «che cosa resta per lei della Germania in cui è nata e cresciuta?», Hannah Arendt rispose «resta la lingua». Ma che cos’è una lingua come resto, una lingua che sopravvive al mondo di cui era espressione? E che cosa ci resta, quando ci resta soltanto la lingua? Una lingua che sembra non avere più nulla da dire e che, tuttavia, ostinatamente resta e resiste e da cui non possiamo separarci? Vorrei rispondere: è la poesia. Che cos’è, infatti, la poesia, se non ciò che resta della lingua dopo che ne sono state disattivate una a una le normali funzioni comunicative e informative? Ricordo che Ingeborg Bachmann mi disse una volta che non era capace di andare dal macellaio e chiedergli: «mi dia un chilo di fettine». Non credo che volesse dire che la lingua della poesia è una lingua più pura, che si trova al di là della lingua che usiamo dal macellaio o per gli altri usi quotidiani. Credo piuttosto che la lingua della poesia sia l’indistruttibile che resta e resiste a ogni manipolazione e a ogni corruzione, la lingua che resta anche dopo l’uso che ne facciamo negli SMS e nei tweet, la lingua che può essere infinitamente distrutta e tuttavia rimane, così come qualcuno ha scritto che l’uomo è l’indistruttibile che può essere infinitamente distrutto. Questa lingua che resta, questa lingua della poesia – che è anche, io credo, la lingua della filosofia – ha a che fare con ciò che, nella lingua, non dice, ma chiama. Cioè, con il nome. La poesia e il pensiero attraversano la lingua in direzione del nome, di quell’elemento della lingua che non discorre e non informa, che non dice qualcosa di qualcosa, ma nomina e chiama. Un breve testo che Italo Calvino usava dedicare agli amici come il suo «testamento spirituale» si chiude con una serie di frasi mozze e quasi ansimanti: «tema della memoria – memoria perduta – il conservare e il perdere ciò che si è perduto – ciò che non si è avuto – ciò che si è avuto in ritardo – ciò che ci portiamo dietro – ciò che non ci appartiene…». Io credo che la lingua della poesia, la lingua che resta e chiama, chiama proprio ciò che si perde. Voi sapete che, tanto nella vita individuale che in quella collettiva, la massa delle cose che si perdono, lo scialo degli infimi, impercettibili eventi che ogni giorno dimentichiamo è così sterminato che nessun archivio e nessuna memoria potrebbero contenerli. Quello che resta, quella parte della lingua e della vita che salviamo dalla rovina ha senso solo se ha intimamente a che fare col perduto, se sta in qualche modo per esso, se lo chiama per nome e risponde in suo nome. La lingua della poesia, la lingua che resta ci è cara e preziosa, perché chiama ciò che si perde. Perché ciò che si perde è di Dio.

 https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-che-cosa-resta

«Da un tombino di Bari sbuca una folla»
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SENZA ATOMI DI GUARDIA.

Una goccia nel lavandino annuncia l’Africa.
A galla finalmente.

Nessuno ha abbandonato la sua colpa.
Le orche nel contatore.

Da un tombino di Bari sbuca una folla.
Sono gialli, mani e piedi legati da uno stelo.
Il capobanda ha il berretto di podestà.

La notte è stata lunga ma prima
eravamo fermi ad un semaforo.

Il rosso ci mostrò lo scolo nell’ Egeo
Dovevamo qualcosa a una Liberty.

Una contraddizione a Lesbo.
Alcuni versi di Baudelaire.

La radice tolse il respiro dalla linfa.
Nient’altro che desiderio e ambra nelle vene.

-Se attraversi il libro dei santi togli il sagrestano dalla scala d’oro.
Salendo avrai il passo del Cro-Magnon, l’alabarda di Neil Armstrong.

Una corrida al polso gridava olè:
Lo strano caso della specie che si fece Io.

Che tecnica stravince nell’inconscio?

Nessuna meraviglia se un ragno divora
La sua antilope su un baobab.

Una lavastoviglie sbranata da leoni.

Prima di attraversare il Mara restammo un attimo
Ad osservare il Pirelli. Lava dagli altoparlanti.
La mandria di dentifrici a metà acqua.

Il pentagramma aprì le fauci.

Se escono tori dalla bocca
nell’ipotesi che una colpa trovi il cuore

C’è l’inchiostro da succhiare, l’invasione della Polonia.
Tutto in un capitolo alle cinque de la tarde.

Il piano 2021 fuori spada
Una mossa di barbiere alla tiroide.

Caro Franco, mi complimento sinceramente per la tua poesia che trovo – come tanti altri tuoi componimenti – emblematici della visione della ricerca poetica della Noe. Una poesia che scavalca le convenzioni spazio-temporali, frugando tra i reticoli, gli interstizi della storia personale e collettiva, individuando le articolazioni icastiche espressive, fonetiche che consentono di ricostruire l’ontogenesi. Continuerò a seguirti con interesse, come tutti gli amici della Noe. A presto.

(Vincenzo Petronelli)

Bulgakov Azazello Gif

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre sbuffa del fumo da un sigaro italiano

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Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 23
Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica?,
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca
la fotografia di Enceladon.

[…]

K. misura con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.

«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito.
Voi siete dei rompiscatole, lo dico con tutto il rispetto
per il vostro ruolo, ma lo dico.
La bellezza di Enceladon?, suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me
Far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
Ed io detesto le soluzioni finali, preferisco, invece,
complicare ciò che è rettilineo.
Flirtare con Lei, Herr Cogito, tutto sommato, mi eccita,
è come giocare al gatto e al topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica,
ha qualcosa dello specchio da toeletta, ma rammenta
lo specchio ustorio…
Qualcosa di… dis…di…cevole…».

[…]

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre sbuffa del fumo da un sigaro italiano.

«Kyrie Eleison, Signor Cogito,
Ella è un irriducibile imbrattacarte.
Pensi che adesso, a Londra, sotto il Blackfriar Bridge,
pende il corpo di un impiccato.
Chi l’ha impiccato? Oh, bella questa! Suvvia, Cogito
non sia maleducato…».

[…]

«Ecco, diciamo – riprese K. –
che interverrò, di persona, sì, in prima persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele, Marie Laure Colasson e gli altri sodali?
Sì, penso che potremmo prendere un caffè insieme.
“Locanda dell’Ombra”, lì, nel sotoportego. Ponte dei Sospiri.
La nuova poesia ontologica?,
l’abat jour sul comò, i fogli tenuti insieme dalle mollette da bucato,
il pappagallo Totò,
suvvia Cogito, siamo seri…
mi congedo… mi prendo la libertà di comparire
e scomparire.
Di quando in quando…».

Room n. 23
Mister K. The «new ontologic poetry»?
Come on Cogito, let’s be serious…

The train is travelling. Takes soldiers with pointed helmets.
Toward the Russian front.
Mr K. is seated in the restaurant wagon,
carrying by his side the diplomatic valise.
In the inside pocket of his jacket Cogito has
the photo of Enceladon.
[…]
Mr K. measured with wide steps the space of the restaurant wagon
«The idea would be to eliminate people like you, Cogito,
you are a ball-breaker, with all respect
for your role.
The beauty of Enceladon? Come on, Cogito, don’t be ridiculous.
What do you want, it would be easy for me
to have one of my subalterns pull the trigger,
but that would be, we know, excessively playful
and I detest final solutions, rather preferring
to complicate what is simple.
Playing with you, Herr Cogito, all summed up, pleases me,
it’s like a game of cat with mouse.
Besides, adding all up, art is an onanistic activity.
It has something of the bathroom mirror, but recalls
the usury mirror.
Something un… speakable».
[…]
«To what do I owe your visit?» asks Cogito preoccupied
while he smokes an Italian cigar.
[…]
Well, let’s say – answers Mister K. –
I will intervene personally,
from time to time, according to my atrabiliar humors,
in the events of the world.
You, Mario Gabriele, Gino Rago and Francesco Paolo Intini?
Yes, I think we can take a coffe together.
At the Shadow Inn, there, in the sotoportego of the Bridge of Sospiri
The «new ontologic poetry»?
Come on Cogito, let’s be serious…
I take my leave. And I remain free to reappear.
And Disappear.
From time to time…»

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Giorgio Linguagloss; opening verse, “Il treno è in viaggio…”. All Rights Reserved.

Buonasera a tutti voi amici dell’Ombra e ben ritrovati. Seguendo l’evoluzione del progetto Noe in questi mesi, mi si è impressa nettamente la sensazione che il nostro percorso di de-sclerotizzazione e palingenesi stilistica e filosofica della poesia italiana, sia giunto ad un momento cruciale in quanto vada ormai pienamente definendosi e compiendosi. Trovo che il concetto di Poetry kitchen riassuma e consacri mirabilmente il percorso intrapreso da Giorgio e dalla Noe tutta in questi anni, poiché approda alla più completa destrutturazione, dis-articolazione e ri-agglutinamento del linguaggio e dei modelli poetici che hanno regnato (in gran parte incacrenendola) sulla poesia italiana degli scorsi decenni, La Poetry kitchen infatti, scardina i modelli cogniti, non solo dall’”alto” – mediante cioè l’evidenziazione antropo-filosofica della fondatezza di una nuova ontologia – ma anche dal “basso”, cioé dalle scaturigini nella praxis quotidiana di tale approccio euristico. Direi così che si possano re-indirizzare al mittente le osservazioni (che mi è capitato di udire a proposito della poetica della NOE) di eccesso di intellettualismo, problema che al contrario trovo affligga proprio il vecchio paradigma di fare poesia, ridotto ormai in molti casi (come spesso ha sottolineato Giorgio) ad un semplice e miserevole conseguimento di apprezzamenti salottieri.

L’idea di ricerca poetica sottesa alla Nuova Ontologia Estetica, incentrando la sua attenzione sui lacerti del circostante, consente al poeta di muoversi alla stregua di un archeologo o di un filologo, ricostruendo i frammenti del percorso storico individuale che diventa poi epos. storia collettiva: l’opera della Noe si connota come quello che nella teoria epistemologica del sociologo ed antropologo Marcel Mauss, prende la definizione di “fatto sociale totale”, cioè di un singolo elemento di indagine gnoseologica, in grado di rischiarare la totalità della vita culturale, partendo dalla “struttura”, fino ad illuminare la “sovrastruttura”. Partendo dalla scomposizione dell’apparente, ricorrendo anche alla componente corrosiva, ironica, giocosa, – già di per sé sovversiva rispetto al “dato” – la poesia della Noe si spinge ad illuminare le dinamiche profonde della vita, fino alle le dimensioni altre, il piano sottostante l’impalcatura, in cui si annulla qualsiasi crogiolo dell’”io” su cui si è basata tanta parte della poesia novecentesca. Peraltro, un’ altra funzione che la maggior parte della poesia contemporanea italiana non è più in grado di assolvere a causa di questa forma di autismo lirico-salottiero in cui è sprofondata, è la capacità di farsi testimone del suo tempo, rispetto al quale fornire degli strumenti di interpretazione ed orientamento.

La poesia della Nuova Ontologia, ricostruendo i contorni della storia, riconquista alla poesia italiana anche questo ruolo fondante (come evidenziato anche nei mirabili interventi di Giorgio, di Jacopo Ricciardi e di Marie Laure Colasson, con i quali mi complimento per il livello della loro poesia) ed in questo tempo frantumato, caratterizzato dalle derive di un capitalismo cannibalizzato dal mondo distopico della potenza finanziaria, cui si contrappone un populismo demenzial-demagogico di ispirazione fascistoide, la riflessione offerta dalla poesia della Noe può offrire un contributo notevole alla ricomposizione del mosaico ed all’individuazione di un nuovo paradigma ontolologico globale. Parafrasando la formula di commiato del mio conterraneo Mauro Pierno dico sentitamente: GRAZIE OMBRA!

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Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  Natomaledue è in preparazione. 
Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo globale di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico. La poetry kitchen o poesia buffet.

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27 risposte a “Giorgio Agamben, Ciò che resta, Che cos’è, infatti, la poesia, se non ciò che resta della lingua dopo che ne sono state disattivate una a una le normali funzioni comunicative e informative? Poesia di Francesco Paolo Intini, Stanza n. 23, di Giorgio Linguaglossa, Sulla Poetry kitchen di Vincenzo Petronelli

  1. antonio sagredo

    CIO’ CHE RESTA: LA POESIA (LEI) O IL POETA?
    O ENTRAMBI?
    MA QUI NON HA SENSO NESSUN DIO!

    Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

    a Lesmian

    Quando tutta la notte si è consumata come una candela
    pensavo chi potevo esser stato io nell’attraversarla indenne.
    Di me restava di un notturno nulla solo un calco… come
    uno specchio tracciava il riflesso suo nudo e una luce insonne.

    E si sbranava lei, e io in lei mi rivoltavo senza capire
    del suo tempo il senso e del suo spazio se avesse un infinito…
    ed io in lei che mi scivolava via non sapevo il moto del mio
    corpo, e del mio cerebro non conosceva imbelle la mia presenza.

    È quella notte di cui cerco la memoria e la sua assenza quand’io
    in lei ero non mancante e sentivo le mie orme scalfire le sue oscure luci lubrificate dai cristalli dei miei occhi… e lei se ne andava via per terminare sfinita il suo arco in una irreversibile

    parabola… e io ero a lei una ignota maschera che sbirciava col trucco la sua voce illuminata come se a una quinta nerastra una parte avessero assegnata le parole e non a uno sfinito corpo che nella notte affidava la propria identità recidiva al suo – svanire!

    Antonio Sagredo

    Roma, 21 dicembre 2014,
    (tra l’ora quinta e la sesta)

  2. L’arte, scrive Agamben nel 1970, nella sua opera d’esordio filosofica:

    «è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva perché non può più identificarsi con alcuno di essi. E, in quanto l’arte è divenuta la pura potenza della negazione, nella sua essenza regna il nichilismo. La parentela fra arte e nichilismo attinge perciò una zona indicibilmente più profonda di quella in cui si muovono le poetiche dell’estetismo e del decadentismo: essa dispiega il suo regno a partire dal fondamento impensato dell’arte occidentale giunta al punto estremo del suo itinerario metafisico. E se l’essenza del nichilismo non consiste semplicemente in un’inversione dei valori ammessi, ma resta velata nel destino dell’uomo occidentale e nel segreto della sua storia, la sorte dell’arte nel nostro tempo non è qualcosa che possa essere decisa sul terreno della critica estetica o della linguistica. L’essenza del nichilismo coincide con l’essenza dell’arte nel punto estremo del suo destino in ciò, che in entrambi l’essere si destina all’uomo come Nulla. E finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia dell’Occidente, l’arte non uscirà dal suointerminabile crepuscolo.»1
    «Interrogarsi sul compito dell’arte equivale a chiedersi quale potrebbe essere il suo compito nel giorno del Giudizio Universale, cioè in una condizione (che è per Kafka lo stesso stato storico dell’uomo) in cui l’angelo della storia si è arrestato e, nell’intervallo tra passato e futuro, l’uomo si trova davanti alla propria responsabilità».2

    1 G. Agamben, L’uomo senza contenuto,1970, pp. 86-87
    2 Ibidem pp. 170-171

    Sono trascorsi 51 anni da queste parole, sarebbe stato sufficiente leggere questa pagina da parte di un poeta degli anni settanta e ottanta, per fare una severa auto critica, e invece si è continuato a scrivere poesie accademiche e di circostanza, senza aver mai meditato sui fondamenti e sul destino storico della poiesis nell’epoca della fine della metafisica e della tecnica dispiegata. Ad oggi, non mi risulta che un poeta italiano degno di questo nome abbia mai sciolto il problema da noi posto di «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?».
    Una cosapevolezza non vaga e non accademica, quindi non neutra delle implicazioni susseguenti a quelle parole di Agamben mi sembra albeggi nella poesia della poetry kitchen. Siamo stati gli unici a porre la domanda programmatica:

    «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?».

  3. La «frattura» (p. 161), la «scollatura» (p. 163), il «differimento originale della presenza» (p. 162), la scissione fondamentale su cui poggia per Agamben la metafisica è fondata su una presupposizione, un oblio della scissione medesima:

    «Il “disagio” che la forma simbolica porta scandalosamente alla luce è quello stesso che accompagna fin dall’inizio la riflessione occidentale sul significare, il cui lascito metafisico è stato raccolto senza beneficio d’inventario dalla semiologia moderna. In quanto nel segno è implicita la dualità del manifestante e della cosa manifestata, esso è infatti qualcosa di spezzato e di doppio, ma in quanto questa dualità si manifesta nell’unico segno, esso è invece qualcosa di ricongiunto e di unito. Il simbolico, l’atto di riconoscimento che riunisce ciò che è diviso, è anche il dia bolico che continuamente trasgredisce e denuncia la verità di questa conoscenza. Il fondamento di questa ambiguità del significare è in quella frattura originale della presenza che è inseparabile dall’esperienza occidentale dell’essere e per la quale tutto ciò che viene alla presenza, viene alla presenza come luogo di un differimento e di un’esclusione
    nel senso che il suo manifestarsi è, nello stesso tempo, un nascondersi, il suo essere presente un mancare. È questo coappartenenza originaria della presenza e dell’assenza, dell’apparire e del nascondere che i Greci esprimevano nell’intuizione della verità come Aletheia, svelamento […] Solo perché la presenza è divisa e scollata, è possibile qualcosa come un “significare”; e solo perché non vi è all’origine pienezza ma differimento (sia questo interpretato come opposizione dell’essere e dell’apparire, come armonia degli opposti o come differenza ontologica dell’essere e dell’essente) c’è bisogno di filosofare. Per tempo, tuttavia, questa frattura viene rimossa e occultata attraverso la sua interpretazione metafisica come rapporto di essere più vero e di essere meno vero, di paradigma e di copia, di significato latente e dimanifestazione sensibile.»1

    «La ‘somiglianza’ e l’intersezione semica non preesistono alla metafora, ma sono rese possibili da essa e assunte poi come sua spiegazione, così come la risposta di Edipo non preesiste all’enigma, ma, da esso creata, pretende, con una singolare petizione di principio, di offrirne la soluzione. Ciò che lo schema proprio/improprio ci impedisce di vedere è che nella metafora nulla si sostituisce in realtà a nulla, perché non esiste un termine proprio che quello metaforico è chiamato a sostituire: solo il nostro antico pregiudizio edipico – cioè uno schema interpretativo a posteriori – ci fa scorgere una sostituzione dove non vi è che una dislocazione e una differenza all’interno di un unico significare […] in una metafora originaria sarebbe inutile cercare qualcosa come un termine proprio. […] La dislocazione metaforica non avviene, infatti fra il proprio e l’improprio, ma è una dislocazione della stessa strutturazione metafisica del significare: il suo spazio è quello di una reciproca esclusione del significante e del significato in cui emerge alla luce la differenza originale
    su cui si fonda ogni significare […] il paradosso centrale del significare che la metafora mette a nudo: il semainen è sempre originalmente una dynamis di adunata, una commessura d’impossibili.»2

    «Porre all’inizio una scrittura e una traccia, significa mettere l’accento su questa esperienza originale [cioè: che l’esperienza originale sia sempre già presa in una piega, che la presenza sia ineludibilmente sempre già presa in un significare], ma non certo superarla. […] La metafisica della scrittura e del significante non è che l’altra faccia della metafisica del significato e della voce, il venire in luce del suo fondamento negativo e non certo ilsuo superamento. Se è, infatti, possibile mettere a nudo l’eredità metafisica della semiologia moderna, ciò che resta per noi ancora impossibile è dire che cosa sarebbe una presenza che, finalmente liberata dalla differenza, fosse soltanto una pura e indivisa stazione nell’aperto. Quel che possiamo fare è riconoscere l’originaria situazione del linguaggio, questo “plesso di differenze eternamente negative”, nella barriera resistente alla significazione alla quale la rimozione edipica ci ha precluso l’accesso. Il nucleo originario del significare non è né nel significante né nel significato, né nella scrittura né nella voce, ma nella piega della presenza su cui essi si fondano: il logos, che caratterizza l’uomo in quanto zoon logon echon, è questa piega che raccoglie e divide ogni cosa nella commessura della presenza. E l’umano è precisamente questa frattura della presenza, che apre un mondo e su cui si tiene il linguaggio. L’algoritmo S/s deve perciò ridursi alla sola barriera: /; ma, in questa barriera, non dobbiamo vedere solo la traccia di una differenza, ma il gioco topologico delle commessure e delle articolazioni, il cui modello abbiamo cercato di delineare nell’ainos della Sfinge, nella malinconica profondità dell’emblema, nella Verleugnung del feticista.»3

    «Solo quando saremo giunti in prossimità di questa “articolazione invisibile”, potremo dire di essere entrati inuna zona a partire dalla quale il passo indietro e al di là della metafisica, che governa l’interpretazione del segno nel pensiero occidentale, diventa veramente possibile. Che cosa sarebbe una presenza restituita alla semplicità di questa “armonia invisibile” […] forse possiamo per ora soltanto presentire. […] Noi non possiamo che avvicinarci a qualcosa che deve, per ora, rimanere a distanza.»4

    1 G. Agamben, Stanze, 1977, p. 162
    2 Ibidem pp. 177-179
    3 Ibidem pp. 187-188
    4 Ibidem p. 189

  4. antonio sagredo

    «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?»., ebbene io mi sono posto questo “problema”, ma sarebbe più esatto dire:” Quale poesia scrivere dopo la fine della poesia?.

  5. milaure colasson

    Scrive Agamben:

    “Che cosa resta di una vita – ma anche e ancor prima: che cosa resta del nostro mondo, che cosa resta dell’uomo, della poesia, dell’arte, della religione, della politica” ?

    La risposta è semplice: un cumulo di rifiuti. Lì è la nostra metafisica.
    La sola metafisica che ci è rimasta è custodita nella discarica dei rifiuti.

  6. Carlo Livia

    NELL’ANGOLO BUIO DELLA METEMPSICOSI

    dalla polluzione secondaria raccolgono frammenti di bambine che bisbigliano

    il Santo che attraversa il violoncello mi riconosce

    è sempre il recinto della Madre
    miliardi di Marilyn e un solo Principe buffo

    ricambio d’anime nella notte lesbica

    nei giorni casti il cielo scende di due ottave
    e muore un dagherrotipo

    /…/

    Claire gioca nel cortile da millenni

    alla dodicesima luna ha un corpo d’aria
    indossa un tumulto di gemme e gallerie
    fruga nel cielo capovolto
    riordina la mistica dei ciliegi

    trasfigurazioni nude accorrono dalla collina

    quando il profumo spalanca il teorema
    morti allucinati nuotano nel vento dei salici

    /…/

    lo schianto ha un padrone distratto
    risorgenze di ghiaccio senza spettatori

    il silenzio delle sirene è il prezzo della Sposa

    una valanga di stupro intravista nel fotogramma
    fra la stalla e il mattatoio

    l’estasi della partitura si perde in aporemi
    sparge madrine irte di spigoli e farmaci

    /…/

    le belle cariocinesi sfuggono
    dall’angolo buio della metempsicosi

    poche pastiglie sconvolgono il Sacramento

    in alto oscurano i filatoi
    in basso violini celibi, stanze di Kafka, petting senza uscita

    carri supini da millenni di nozze

    angeli intermittenti sciamano dal catodo slacciato

    l’ultimo ha una ferita
    da cui cadono donne scarlatte

    • Fantastico, Carlo. L’inconscio fa meglio il suo lavoro quando cessa di essere mito. Penso che la poesia noe la si legga meglio, come fanno i salmoni, risalendo l’atto della scrittura.

      • caro Carlo,
        il testo presenta caratteristiche kitchen ed emblemi del Sublime (la Sposa, il Santo, la Madre, gli Angeli etc.). Le due emblematiche non riescono a trovare un momento di equilibrio… voglio dire che proprio quando sei sul punto di dover abbassare (a mio avviso) il linguaggio, tu, invece, lo alzi, e ritorni al Sublime da cui provieni. E così tracci, a mio avviso, un circolo chiuso dal quale non riesci più ad uscirne, quando invece dovresti aprirlo quel circolo chiuso, sporcare il Sublime con il quotidiano, il triviale, il kitsch. È che ancora una volta e per l’ennesima volta tu metti un peso eccessivo sul piatto del Sublime della bilancia, e poco o pochissimo sul piatto kitchen. Così la poesia pende da ciò da cui dipende: il Sublime, il linguaggio alto.
        A mio avviso, c’è troppo sublime.
        Cmq, la composizione è una buona base di lavoro, ci dovresti lavorare (io alle mie poesie ci lavoro per anni…).

        • Carlo Livia

          Grazie per l’attenzione, anche a Lucio.
          Credo che di fronte all’impercorribile prospettiva delle ontologie formalizzate in semantiche e mitologie senza sbocco, senza piu’ vita, occorra trovare una diversa coesione dei frammenti, dei brandelli metaforici che vagano fuori dal recinto del logos, “rifiutati” dal super-io, riaggregarli, ricondensarli in una nuova sintassi semantica, che non può che scaturire dal pathos, da cui promana ogni eteronomo, “sublime” elemento semiotico, avvinto alla propria ansia di autoannientarsi, trascendersi in interminabili prospettive anarchiche… è la stessa prospettiva che orienta il compositore di musica; è la dimensione emotiva che suggerisce l’aggregazione di toni e ritmi, non il calcolo o il gioco intellettuale. Ma forse per Giorgio questo è inutile, antico…

          Vi dedico un frammento di “Lei” (She) di Lawrence Ferlinghetti, da poco scomparso, uno dei pochi esempi di romanzi scritti in autentico lessico surrealista, sempre auspicato, ma mai veramente raggiunto dallo stesso Breton. Al culmine della narrazione, metafore, catacresi, metalessi, distorsioni e sortilegi logico-sintattici d’ogni tipo si placano, la lingua sembra ricomporsi, trascinata dall’acme emozionale dell’incontro con l’inafferrabile donna angelo, strega, allucinazione, sempre sognata, intravista, inseguita, agognata, che finalmente appare in carne e ossa, ma proprio allora si rivela metafora, nostalgia, anamnesi…

          “…Lei era, gli pareva, un’idea, un’ossessione…era qualcosa venuto ad affliggere, a distruggere…la lingua che indugiava malignamente ( con una sempre più intensa bellezza sulle sillabe che -e lei doveva rendersene conto – lo divorava dentro, lo scottava, lo divorava ) prendeva in lui radici parassite…nella sua ricerca della verità…

          …le baciai la gola e gli incavi alla base del collo, spingendola dolcemente indietro…lei non voleva che mi fermassi, perché per lei ero qualcun altro e il suo desiderio poteva essere soddisfatto solo da lui, che in principio l’aveva risvegliato…

          ..e il suo corpo era quel famoso petit gateau che inzuppato nel tè e portato alle labbra evocava un mondo precedente…

          Lo stesso inviolabile mistero dell’amore come reminiscenza platonica appare in questi versi di Eluard:

          “..un viso che ricorda tutti i visi dimenticati “

          • caro Carlo,

            Ha scritto Keines:
            «Le difficoltà non risiedono nelle nuove idee ma nel sottrarsi alle vecchie che ramificano in ogni angolo della mente».

            Ha scritto Ilya Prigogine:
            «Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

            La nuova ontologia estetica segue il medesimo principio coniato dal grande chimico russo. Parafrasando lo scienziato potremmo dire che «la forma-poesia è un sistema instabile, infatti, non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

            È fondamentale indagare la dimensione caosmotica e caosferica in ossequio a quella filosofia pratica, a quella prassi tipica della poiesis kitchen a cui si è accennato con la citazione di Prigogine: fabbricare una zona di indeterminazione, un sistema altamente instabile e infiammabile da connettersi con un fuori, con un immaginario verso cui tendere per camminare fuori dalla nostra zona di comfort normografico e normologico, una zona di indeterminazione e di indifferenziazione entro la quale costruire un crocevia fortuito d’incontri, un assemblaggio, un patchwork, una story telling, un puzzle dinamico e instabile, instabile perché se c’è la stabilità c’è la normologia.

            Tu parli di « ontologie formalizzate in semantiche e mitologie senza sbocco». Puoi spiegare meglio cosa intendi e a che cosa ti riferisci?

            La corrispondenza dell’entanglement che si rinviene così di frequente nella poesia della nuova ontologia estetica o poetry kitchen è un concetto molto diverso dalla empatia che si ha nel discorso poetico epifanico della tradizione novecentesca; nei tuoi testi si ritrova l’empatia piuttosto l’apatia, la ierofania piuttosto che la diafania, il sacro-sublime piuttosto che il sacro-profano, la tua posizione, comprensibilissima, è in linea di continuità con la poesia epifanica di un Ungaretti, il che in sé non è un disvalore ma segna una distanza considerevolissima rispetto alla poesia del profano che qui si tenta di perseguire.

  7. Jacopo Ricciardi

    Il frammento non lo trovo io. Il frammento non trova io. Il frammento si trova da solo. Guardo la tartaruga fracassata in terra davanti a me. Io l’ho lanciata e ho sbagliato. Il frammento che cerco è già pronto, devo solo cucinarlo per bene. Ma dove lo trovo? Se il mondo che ho davanti è fatto da tante unità, e devo fare di quelle unità un frammento debole, un residuo, devo prendere l’ombra di quelle unità che sono le parole, e capire che le parole in quanto ombre sono le vere cose, e devo trattarle, friggerle magari, con attenzione in una poesia strutturata con parole d’ombra che sono ‘cose’ vere. Il mondo che ho davanti sta dopo quelle ‘cose’. È vero allora che la realtà è una discarica.
    E la realtà ha situazioni (dentro cui essa si muove; le vicende vi si dibattono dentro, le attraversano per momentanei brani e lembi di situazioni), o concezioni (che la sintetizzano e la radicano, a volte in un modo a volte in un altro moltiplicandosi come spazi di tempo; l’elaborazione si elabora e il suo meccanismo ha un trascorrere, una simulazione di tempo, ripetuta in isole di tempi, allungate, protratte), o condizioni (ossia il modo delle cose di essere l’una al fianco dell’altra in relazioni multiple, contradditorie, occupandosi a vicenda, un pezzo dell’una in un pezzo dell’altra, confrontandosi, senza venire a capo di nulla, anzi per non venirne a capo; soggetti e oggetti in promiscua azione, ogni cosa in per nel sull’altra, confondendosi e provocandosi), o tradimenti (ogni cosa si divora allontanandosi fino all’infinito, all’estremo, vincendo e fallendo contemporaneamente, in un distanziamento di una deriva; il vicinissimo e il lontanissimo convivono, bruciano e collassano quasi che un’ombra si alimentasse di altre ombre), o si consuma (ogni cosa lasciata a se stessa col suo universo di esperienza-relitto, in viaggio con le altre cose in un elenco inesauribile di universalità; il consumarsi senza sosta e senza termine ne dà l’universo tra irripetuti universi di ‘cose’ lasciati a se stessi, privati di una sola creazione per tutti e arricchiti di una sola creazione per ognuno), o negazione (caduta libera di spazi attraverso tempi e tempi attraverso spazi lasciando apparire veri lampi di strascichi spazio temporali; con ‘cose’ frammentate di presenze sparse).
    Situazioni (Gino Rago), concezioni (Giorgio Linguaglossa), condizioni (Marie Laure Colasson), tradimenti (Francesco Paolo Intini), consumazioni (Mario Gabriele) e negazioni (Jacopo Ricciardi), sono le caratteristiche apparenti della realtà che ora funzionano come meandri della discarica, dove si perdono e vengono ritrovate le ‘cose’ ossia le parole che riemergono attraverso la vastità di questi meandri che le fanno riapparire in quanto realtà fatta dell’ombra (mentale) che si rimodella fisicamente, abitando questi meandri fisici della realtà non più apparente, e da questi riconcretizzando un mondo di comportamenti e leggi di un futuro presente.
    La mente riconosce le situazioni, e le può ricreare, anzi può essere una situazione, e quindi inserire i frammenti nelle situazioni della mente. La mente ha dei meandri come eventi proiettivi. Ora il punto è capire se la mente riconosce l’architettura delle situazioni nella realtà apparente e le porta dentro di sé, potendo diventare situazione di sé, per far riemergere i frammenti delle parole da quei meandri, oppure la mente è fatta da una struttura che è stata autoriconosciuta come situazioni e ha modellato la realtà apparente su di sé in quanto situazioni mentali, nascondendosi in un’apparenza che la stessa ha prima creato e poi tolto riconoscendosi originaria matrice. Ma allora cosa sono le situazioni mentali? È un modo della mente di mettere in relazione i frammenti, cioè di farli apparire ad ogni meandro con un certo fondamento, un certo modo di apparenza, di concretizzazione, di occupazione di un luogo, una proiezione che permette un certo tipo di mostrarsi reale. La mente ha più meandri, e sono meandri umani; si ha la sensazione che la mente abbia una struttura che possa essere anche non umana (extraterrestre?) ma noi abbiamo la mente umana e solo quella possiamo far funzionare. L’intelligenza artificiale può essere una mente non umana? Le parole sono cosa umana, e possono aprire all’umano e alla mente umana. Quanti sono i meandri di cui è capace? Forse quanti sono i viventi. Ognuno può attivare un proprio piano di meandro.

    • caro Jacopo,

      stanotte ho sognato che l’ultimo giorno di lavoro in ufficio prima di andare in pensione avevo stipato tutte le mie cose dell’Ufficio in una cassa di legno, ma era troppo ingombrante e pesante per portarla via semplicemente… in qualche modo ci ho provato. Degli agenti preposti ai cancelli mi hanno riconosciuto e mi hanno salutato. Io ho salutato loro. Ero un po’ imbarazzato per via della cassa ingombrante, infatti mi chiedevo: «E adesso che cosa penseranno di me? Che ho rubato le cose dall’ufficio?», ma fortunatamente gli agenti non ci hanno fatto caso. Così sono sbucato in un corridoio del carcere di Regina Coeli (dove ho lavorato per molti anni). Il giorno dopo sarei andato in pensione, e dovevo portarmi via quella cassa… Così sono uscito lungo la via della Lungara. Ero in automobile ma la strada era ostruita da dei lavori e quindi non potevo passare, avrei dovuto fare un giro lunghissimo per passare. Così mi accigevo a fare il tragitto lungo quando… mi sono svegliato. E mi sono chiesto: «Dov’è la cassa»?

      È che dentro quella cassa ci stanno tutte quelle cose che non ho potuto portare via con me. C’è tutto il mio passato, a me stesso sconosciuto. Forse la poesia, nella poesia si ritrova il passato, che però nel frattempo è diventato irriconoscibile. E allora non ci resta che oscillare in quella zona mediana tra passato e futuro che non è il presente, perché il presente non esiste, ma è un frammezzo. È in questo frammezzo che dobbiamo lavorare con la poiesis. Quando tu scrivi che «la mente ha più meandri», tocchi un punto importante, ma come faccio a riconoscere le cose che sono stipate nella cassa se non le posso più riconoscere perché sono diventate irriconoscibili? Le vere esperienze sono quelle che sono andate via e sono scomparse. Con la poesia non possiamo fare altro che una copia di quelle esperienze che sono ormai scomparse, una copia di un originale che non c’è più.

      È che per la poesia non abbiamo un linguaggio già pronto, altrimenti non sarebbe poesia ma kitsch. Il linguaggio poetico e il linguaggio narrativo tendono sempre più ad assomigliare ai linguaggi da rotocalco. Anche il lingaggio del politico tende ai linguaggi telemediatici. Non c’è via di uscita: i linguaggi artistici prendono a modello inconsapevole i linguaggi telemediatici. Quando invece il linguaggio poietico lo dobbiamo trovare andando contro corrente in un perenne stato di eccezione durante il quale sospendiamo ogni linguaggio del già detto, restiamo senza parola, senza linguaggio… In questa condizione esistenziale, quando ci manca il linguaggio, sentiamo che qualcosa di essenziale ci sfugge ma non riusciamo a dire che cosa sia, è solo una sensazione, una impressione…

      Scrive Agamben:
      «Governare la nuda vita è la follia del nostro tempo. Uomini ridotti alla loro pura esistenza biologica non sono più umani, governo degli uomini e governo delle cose coincidono».

      E ancora: «Una cultura che si sente alla fine, senza più vita, cerca di governare come può la sua rovina attraverso uno stato di eccezione permanente. La mobilitazione totale nella quale Jünger vedeva il carattere essenziale del nostro tempo va vista in questa prospettiva. Gli uomini devono essere mobilitati, devono sentirsi ogni istante in una condizione di emergenza, regolata nei minimi particolari da chi ha il potere di deciderla. Ma mentre la mobilitazione aveva in passato lo scopo di avvicinare gli uomini, ora mira a isolarli e a distanziarli gli uni dagli altri»

      … E la poesia italiana che fa? Continua con i suoi stereotipi e con il concetto lineare e reflessologico di mimesis del reale presunto e presupposto?; ma, chiediamoci, quel reale che ci hanno raccontato, non è scomparso?, non si è inabissato con tutto il bagaglio del senso, del significato e del non senso?, non è affondato con l’inabissarsi dell’ideologia della mimesis?. La poesia continua ad essere narrata come se quel reale fosse lì con il linguaggio che abbiamo già pronto, davanti a noi in attesa di essere fotogrammato. Ma quel reale è diventato ideologia, feticcio, surrogato, simulacro del senso comune, non è più possibile accoglierlo nella sua postura così com’è e per come si presenta nell’ideogramma dell’ideologia. E viene scambiato con la poesia dell’io, con la poesia monodica, con la poesia della disperazione posticcia, fasulla e invereconda. Quello che è posticcio e inverecondo è la postura della poesia che si auto nomina maggioritaria per via di elezione e di cooptazione…

      • “Il Decalogo è chiaro, il Codice pure”
        di Mario M. Gabriele, da In viaggio con Godot, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

        Il declassamento ontologico del “Soggetto parlante”
        https://lombradelleparole.wordpress.com/…/comment…/…
        L’io è letteralmente un oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione che chiamiamo funzione immaginaria.
        J. Lacan – seminario XI

        Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
        come soggetto, non era niente, ma che,
        appena apparso, si fissa in significante.
        J. Lacan – seminario XI

        L’idea del «Soggetto parlante» è qualcosa che è in viaggio, qualcosa di inscindibile dal linguaggio, anch’esso sempre in viaggio nell’accezione mutuata dalla linguistica e in particolare da de Saussure, di un soggetto nel linguaggio, ovvero di quel soggetto colto nella sua inferenza con il significante in quanto condizione causativa del Soggetto. Questa premessa, se ricondotta nel campo psicoanalitico, implica che non vi sia ambito del desiderio, e che dunque non si possa dare propriamente parlando alcun fenomeno dell’esistenza, se non all’interno di una dimensione che potremmo definire con Lacan «originariamente linguistica», determinata cioè dall’«Altro» come luogo della parola fondata così sulla totalità dell’ordine simbolico in quanto ordine causativo del Soggetto.

        Il Decalogo è chiaro

        Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
        I convenuti furono chiamati all’appello.
        Chiesero perché fossero nel Tempio.
        A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
        Solo il Verbo può giudicare. L’occhio si lega alla terra.
        Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
        Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
        separava la pula dal grano,
        chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
        Fermo sul binario n.1 stava il rapido 777.
        Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.
        -Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,
        chiese un turista.
        -E’ la mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.
        Allora, che salvi Barbara Strong,
        e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
        e i morti per acqua e solitudine,
        e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
        e che ci sia una sola primavera
        di verdi boschi e alberi profumati,
        come in un trittico di Bosch.
        Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.

        Ci furono mostre di calici sugli altari,
        libri di Padre Armeno e di Soledad,
        e un concerto di Rostropovic.
        Usciti all’aperto prendemmo motorways.
        Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di morire,
        c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
        A San Marco di Castellabate
        la stagione dei concerti era appena cominciata.
        Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
        Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
        Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
        Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
        di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.
        Un relatore rimandò ad una nuova lettura
        I Cent’anni di solitudine di Garcia Màrquez.
        Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.
        Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie.

        [English translation by Adeodato Piazza Nicolai, a poem of Mario M. Gabriele]

        Clear is the Decalogue, so is the Codex.
        Those gathered were called by name.
        They asked why they were in the Temple.
        Angels and bodyguards to the right of the throne.
        Only the Verb can pass judgement.
        The eye is tied to the earth.
        It has no other hook if not the rose and the violet.
        A gendarme of the RDT, along Friedrichstraße,
        separated the chaff from the grain,
        asking Franz if he had ever read the dawn of the gods.
        Stopped on rail nu. 1 was the rapid 777.
        Few books on the seat. The face of Marilyn on Time.
        —That point up high, it looks like the Eiffel Tower, what is it?-
        a tourist asked.
        -It is the hand of the world near to God’s idex finger-, answered a monk.
        Then my it save Barbara Strong,
        and doctor Manson, the prior De Bernard,
        and the dead by water and loneliness,
        and that it will no longer be evening and night as long as the years remain,
        and that there only be one springtime
        of green woods and fragrant trees,
        as in a Bosch tryptich.
        Therefore, I also will go since the bell is playing.

        There were displays of chalices on the altars,
        bookd of Fther Armeno and of Soledad,
        and a concert by Tostropovic.
        Out in the open we took the hiways.
        In the land of myths, wer we forget to be born and to die
        there were publicity boards and blubell.
        At San Marco in Castellabate
        the concert season had just begun.
        The open-air stage waa waiting for a Gospel quintet.
        Had lost the tracks of the sax player from the Mid West.
        The first showman spoke of the love flight of Greta with Stokowski.
        The minimal passions arrived with Medea’s humors,
        in front of the visive art by Cornelis Esher.
        A speaker deferred his new lecture
        The Hundred Years of Solitude by Garcia Marquez.
        This year the postman won’t ring more than three times
        Et c’est la nuit, Madame, la Nuit!. Je le jure, sans ironie.

        © 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem starting with this first line: “Il Decalogo è chiaro, il Codice pure” by Mario M. Gabriele, published in the volume In viaggio con Godot / On the Road with Godot. Edizioni Progetto Cultura di Roma. All Rights Reserved

      • Jacopo Ricciardi

        “Forse la poesia, nella poesia si ritrova il passato, che però nel frattempo è diventato irriconoscibile. E allora non ci resta che oscillare in quella zona mediana tra passato e futuro che non è il presente, perché il presente non esiste, ma è un frammezzo. È in questo frammezzo che dobbiamo lavorare con la poiesis.” Giorgio Linguaglossa

        Ecco una poesia che finalmente si serve della forza, dell’energia, della presenza di quanto è accumulato in una mente e che resta sconosciuto allo scrivente. I frammenti che vengono scritti emergono da un contenuto conosciuto della mente ma imbevuti di quel contenuto sconosciuto, che è già zona o luogo della mente. I frammenti quindi, anche se scritti su un foglio, sono proiezioni di quel luogo in quel luogo. Quel luogo della mente dilaga fisicamente sulla realtà esterna.
        In fondo ciò che non conosciamo sta anche nel futuro. La mente di ognuno potrebbe essere piena anche del proprio futuro che non si conosce.
        Queste due non conoscenze, del passato e del futuro, che ci sembrano diverse, potrebbero essere fatte della stessa materia, ossia nascoste nella sostanza di tempi e spazi della mente. E il frammento potrebbe assorbire come una spugna quella sostanza proiettandosi in quello stesso luogo trasportando un contenuto di forza, energia e presenza che si concretizzano in un certo modo per ogni scrivente, per ogni aggregato mentale.
        Si potrebbe dire che ogni aggregato mentale sia una possibile ricomposizione mentale, e che la mente abbia un numero di identità quante sono i possibili esseri umani e che queste identità vere della mente dissolvano l’identità superficiale e apparente di ognuno.
        Il Sé allora è la mente che esplora se stessa, in un aggregato o in più aggregati, dilagando fisicamente nella realtà esterna.

  8. antonio sagredo

    Pasternàk:

    Definizione della poesia

    È – un fischio maturato sodo.
    È – uno schiocco di lastre di ghiaccio premute.
    È – la notte che raggela la foglia.
    È – il duello di due usignoli.

    È – un dolce pisello inselvatichito.
    È – il pianto dell’universo nei baccelli.
    È – un Figaro che dai leggii e dai flauti
    si getta come grandine su un’aiuola.

    È tutto, ciò che alla notte è così importante trovare
    sui profondi fondi delle piscine,
    ed è anche portare una stella fino al vivaio
    su tremanti palmi bagnati.

    Più piatto di tavole sull’acqua è – l’afa.
    Il firmamento è ingombro di ontani,
    poter ridere in volto a queste stelle,
    infatti l’universo è- un luogo remoto.

    1917
    “(Ci sono spesso in Pasternàk delle poesie che si chiamano “definizione”. È il tentativo di un’autopoetica, il tentativo di dare un compendio dei propri congegni, delle proprie immagini, di fare una specie di vocabolario esplicativo dei propri espedienti verbali e della scala delle immagini. “(A. M. Ripellino)
    Alcuni miei tentativi a distanza di 60 ANNI:
    Tentativi di definizione della poesia

    Poesia
    sono tornei tra mare e cielo,
    sembianti esotici, geometrie terribili.
    Labirinti dove soli si azzuffano ringhiando,
    universi che imitano apocalissi.

    Poesia
    sono tornei di tenerezze inaudite,
    teatri di rugiade, prodigi evanescenti.
    Finzione dei tarocchi che sognano destini,
    immagini di fate e di leggende.

    Poesia
    sono tornei fra misteri di cristallo,
    rubini dei cristalli, disperate corone.
    Vanità delle lune dove s’indugiano i poeti,
    cavalieri erranti, antiche sinfonie.

    Poesia
    sono tornei tra cielo e terra,
    cigni in lagrime, donne innamorate.
    Rosari di canicole dove smania la tortora,
    deliri di madreperla, narcisi impazziti.

    1977

    • Poesia può solo essere detta, non descritta. Queste poesie, di Pasternak e tue, ne sono la prova. Preferisco Pasternak… Mi piacerebbe qui continuare questo gioco, a modo mio, a modo di tutti, direi, ora però non posso. Tu metti tante tortore ricamate, una bizzarria. Magari più avanti. Grazie.

      • … Fatto:

        Poesia (è).

        Trash è la parola di stamattina, che sulle punte sbianca.
        Da qui partire alla scoperta dell’universo.

        E’ nel gatto l’estasi delle stoviglie d’argento
        in fondo al mare mediterraneo.

        Appesa a un palloncino tricolore, senza metafora,
        fresca come la pubblicità.

        /May…)

        • Si capirà da questi versi che sono di buon umore, dovuto al fatto che i sondaggi danno in crescita il M5S – vero partito kitchen della politica italiana, tutt’altro che fascistoide come qualcuno qui ha scritto. Perché pensa e non sa.

    • Il fatto è che Pasternàk parla della sua poesia, della esperienza della sua poesia, e quindi quello che dice vale per lui e lui soltanto.

  9. QUALCOSA SCENDE DAL CALENDARIO FORSE BILE O UN VERSO NASCOSTO.

    Il 22 febbraio cominciarono i lavori.
    Un’ oca innamorata del suo fegato.

    Ci volle un ginecologo al capezzale
    Che sapeva dove mettere le mani.

    Il calendario in bianco.
    Ottobre nascosto dietro Maggio.

    Ci fu il modo di sporcarsi le mani ma poi
    iniziarono i registri a compilarsi.

    Il peso della visione e l’importanza
    Delle virgole nel sistemare i primi.

    Dietro front delle pallottole.
    Si torna nei tamburi. Niente Bucharin.

    Una postilla abolisce gli sgabelli.
    Esenin recita al capezzale d’Isadora.

    C’è Filini di fronte. Sapete?

    L’Asl prende di petto la Questio.
    Non accade niente senza un depistaggio.

    Caino ucciso da suo fratello.
    Revenge di un petalo sul catrame.

    Lenin si riprende dall’urto delle arterie
    Rimesso in piedi dallo zar Nicola.

    Salta un piano per far fuori la partita
    Escludere peschi dalle avanguardie.

    Ossigeno liquido condensa Elio.
    Un profumo sistema i papaveri.

    Prendere il ‘69 e rovesciare la corolla.
    Scoprire se tra gli stami c’è albume d’uovo.

    Tutto in un pacchetto per Natale.
    Sonno diffonde cloroformio.

    Il gran ritorno della bile nell’ intestino.
    Ferlinghetti morto, Andy vivo.

    (Francesco Paolo Intini)

  10. Questa fine di cucchiaini nel reparto più piccolo.
    Sebbene poi per disordine anche qualche cucchiaio nello scomparto delle forchette.

    La genesi, la paleogenetica, l’antropologia degli arti ancora attivi
    ma tanto a chi vuoi che interessi? E’ una gara atipica, sospinta dalle sopracciglia.

    Tutte le batterie sono scariche e le consonanti attive.
    Una accezione sospetta la gravidanza nella mitologia.

    grazie OMBRA.

  11. antonio sagredo

    secondo me quanto scrivono di Pasternak sia Linguaglossa che Mayor Tosi
    è privo di fondamento:
    Pasternak scrivendo della Natura scriveva per tutti, e aveva valore per tutta l’umanità.
    Quanto a Mayor Tosi vi è una ignoranza della storia e della poesia di Pasternak e inoltre vi è incapacità a comprendere il senso delle figure del poeta; che richiede acume critico non comune. Insomma faciloneria e superficialità dominano.

  12. antonio sagredo

    Limitazioni critiche nei confronti di Pasternak come uomo e come poeta sono la testimonianza di chi ancora non ha compreso la sua poesia e l sua personalità. Riconosco che non è facile la sua comprensione. Ma quanti poeti sono restati incompresi?
    “nel linguaggio figurato dei suoi tempi… ” : mi si spieghi che cosa intende, perché la sua risposta significa che conosce tutti i “linguaggi figurati” del \al tempo di Pasternàk: cosa di cui dubito fortemente.
    La sua poesia è diretta a tutti, come quella di tutti i grandi poeti,

    • Caro Antonio,
      la mia non è una sentenza ma solo un parere personale. Pasternak mi annoia, come anche non sopporto altri di quel tempo; Marina Cvetaeva per la grevità del suo discorso poetico (al contrario, quando scrive lettere e diari, geniale franca leggera e diretta. Sempre ricorderò “Il mio Puskin”). Invece potrei leggere Anna Achmatova all’infinito… È grave?
      Il linguaggio figurato di cui parlo è nelle metafore, riscontrabile non solo in Pasternak ma un po’ in tutti i poeti russi di quel periodo.

  13. a

    Carro Mayor,
    da un punto di vista stilistico si deva alla Cvetaeva uno scatto in avanti della poesia russa… dico di novità tecniche e tematiche… lo stile della Cvetaeva è così moderno da suscitare irritazione, mentre caro mio la Achmatiova si muove coi dettami della fine dell’800; ecco perché l’Achmatova la legge all’infinito, perché non mette alla prova la sua modernità)che non ha) mentre Marina né ha ufo. Il professor storico Barbero che di poesia russsa sa poco ha il suo stesso atteggiamento.
    La Cvetaeva è troppo in avanti per essere compresa; per questo Pasternàk (delle poesie) e lei si intendevano bene. Sono poeti del 900 più spinto, mentre la Anna resta indietro.
    La Anna Politovskaja fa la tesi sulla Cvetaeva, e non certo sulla Achamtova; perché la prima le dette una certezza d’agire.
    Pasternàk l’annoiaperché non conose la sua metafora e la metafora in generale

    • Caro mio,
      le metafore sono per me (come) grappoli d’uva, estate e inverno.
      I poeti russi hanno struggente il sentimento di essere per l’appunto russi, orgogliosi di quell’appartenenza, però condizionati dall’alto senso di responsabilità.
      Immagino non sia questa la “modernità”. Se però intendiamo con modernità un tecnicismo, allora può essere che lei abbia ragione. Purtroppo posso solo leggere in traduzione. Non è l’unica, la Cvetaeva, a tenere ben distinte poesia e prosa. Per alcuni è ancora oggi così.
      Questo non accade ad Achmatova. Quanto invece a Pasternak: mi annoia, ma non nego che sia tra i più grandi poeti. Se vuole, posso farle un lungo elenco dei grandi poeti che mi annoiano…

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