Poesia n. 42 di Marie Laure Colasson, da Les choses de la vie, Qualsiasi ierofania mi è estranea, Lettere di Giorgio Linguaglossa e Marie Laure Colasson ad un poeta, tutta la pseudoarte dei giorni nostri ha il valore dei colori che giacciono al fondo di un lavabo sporco, è pattumiera con del miele intorno per attirare le api, e i gonzi, Incisioni di Isabella Collodi

Isabella Collodi, acuaforte, Larga la foglia stretta la via

Isabella Collodi, acquaforte, Larga la foglia stretta la via

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Marie Laure Colasson

Qualsiasi ierofania mi è ostile ed estranea.

Penso che la mia poesia sia afanica, apatica, drasticamente materica, diafana e diafanica.
L’arte che attraversa tutti i suoi momenti senza poter mai giungere a un’opera che esprima il positivo/negativo è l’arte di oggi, giacché non può mai identificarsi con alcuno dei momenti del positivo/negativo. Nella mia poesia non troverete mai un momento in cui si dice il positivo/negativo di una affermazione e né il positivo/negativo di una negazione. Affermazione e negazione facevano parte di quella metafisica che intendeva le parole che contenevano una intenzionalità verso […] una direzione verso […]. Nella mia poesia non troverete mai le «parole verso», che assumono la «potenza» della negazione o la «potenza» della affermazione, che intendono il reale come Nulla, e così sono quindi Nihil, nichilismo. Il termine Nulla non è ovviamente hegeliano ma post-heideggeriano, come post-heideggeriana è la conclusione del concetto dell’arte nella surmodernità. Come intendere e raffigurare il Nulla del Nuovo Nulla? Ecco, questo è il problema. Il nuovo nichilismo della surmodernità è fatto di Cose piene, di azioni, di merci, di clic su di un computer, di I like. Oggi la nuova metafisica che è la Tecnica non ci dà alcun nichilismo, non ci consegna alcun Nihil ma ci fornisce il Pieno in grandissima quantità: il Pieno dei markettifici, il pieno del negotium che ha sostituito l’otium. Tutto ciò non coincide con nessuna essenza dell’arte nel punto estremo del suo destino (hegelianamente inteso);  l’essere dell’arte si destina all’uomo come un qualcosa che non può essere pronunciato, chiamato, definito (come pronunciare il Pieno?). Probabilmente, finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia dell’occidente, l’arte non uscirà dal suo interminabile crepuscolo, un crepuscolo pieno di Cose piene, ovviamente, che altro non è che il modo in cui il Nulla si manifesta come Pieno di Cose, come Pieno.
La bella interiorità? Beh, mettiamo le cose in chiaro e guardiamo le cose bene in faccia: tutta la pseudoarte dei giorni nostri ha il valore dei colori che giacciono al fondo di un lavabo sporco, è pattumiera con del miele intorno per attirare le api, e i gonzi.

Lettera  di Giorgio Linguaglossa ad un giovane poeta sulla Musa (2018)

caro [Omissis],

penso che la Sua poesia riuscirà bene quando dismetterà qualsiasi postura neosperimentale, neometrica, neosonora o neoorfica e quando rinuncerà al gioco delle parole e tra le parole, quando rinuncerà a tutto, quando rinuncerà anche alla rinuncia… a quel punto soltanto potrà scoccare la poesia… la Musa, lo sa, è una Signora oltremodo timida, basta un nonnulla che si impensierisce e fugge, si sottrae, si scherma… del resto, tutti la guardano, tutti la bramano, la vorrebbero possedere… questa cosa del «possesso» è una vera barbarie, tutti i plebei dello spirito vogliono possedere la Musa, ma lei si trincera dietro il rifiuto, si rifiuta, ecco tutto, di apparire in pubblico, rigetta qualsiasi dono, qualsiasi impegno, qualsiasi obbligazione, è una fanciulla timida e solitaria, pallida, scarmigliata… vuole soltanto trincerarsi dietro una spessa coltre di silenzio e di oblio, rifugge la balbuzie dei letterati, la loro grassa ignoranza e supponenza, la loro triviale arroganza… e poi rifugge le poetiche di maggioranza, le trova triviali, ne è spaventata…

Marie Laure Colasson

“Baudelaire è il poeta che deve fronteggiare la dissoluzione della tradizione nella nuova civiltà industriale e si trova quindi nella situazione di dover inventare una nuova autorità: egli ha assolto a questo compito facendo della stessa intrasmissibilità della cultura un nuovo valore e ponendo l’esperienza dello choc al centro del proprio lavoro artistico. Lo choc è la forza d’urto di cui si caricano le cose quando perdono la loro trasmissibilità e la loro comprensibilità all’interno di un dato ordine culturale. Baudelaire capì che l’arte se voleva sopravvivere alla rovina della tradizione, l’artista doveva cercare di riprodurre nella sua opera quella stessa distruzione della trasmissibilità che era all’origine dell’esperienza dello choc: in questo modo egli sarebbe riuscito a fare dell’opera il veicolo stesso dell’intrasmissibile”.1

La situazione della poesia italiana alla fine degli anni sessanta, alla fine della rapidissima industrializzazione dell’Italia, era alquanto problematica, la poesia si trovava nella condizione di non poter contare sulla propria sopravvivenza, cioè la sopravvivenza non era affatto scontata nelle nuove condizioni di un paese industrializzato, la civiltà di massa era un dato di fatto inevitabile, e la poesia era diventata un manufatto evitabile, perituro, il suo linguaggio era diventato intrasmissibile (nell’accezione agambeniana). Montale tira le conseguenze di questo fatto storico e fa una poesia di piccoli choc quotidiani, utilizza il quotidiano per fare di esso un campo minato irto di mine-choc. Ma non porta fino in fondo questa idea che rimane nascosta dietro l’involucro dell’ironia e dell’autoironia, e dello scetticismo cosmico. Cioè fa un passo indietro proprio quando avrebbe invece dovuto fare un salto triplo mortale in avanti.

1 G. Agamben, L’uomo senza contenuto, 1970, p. 160

Isabella Collodi Incisione la femme 2019

Isabella Collodi, La femme, incisione, 2019
Isabella Collodi, acquaforte, topi di donna luna
Isabella Collodi, Topi di donna luna, incisione
Isabella Collodi, Mandala della stilita, china e acquerello, 40×40 cm.
Isabella Collodi mandala del virus china acquerello 40x40
Isabella Collodi, Mandala del virus, china e acquerello, 40×40 cm

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Questa è la mia ultima poesia… sulla situazione della poesia attuale… da Les choses de la vie

42.

Eredia la Pompadour et Madame Colasson
montent dans un cyclopousse conduit
par une girafe qui chante un lied de Haendel

La blanche geisha arrive de l’île d’Osaka
munie d’une petite malle en fer blanc
transportant Tristan Tzara à cheval

La Pompadour offre à André Breton
son “amour fou” au delà des mots

Eredia vole à Lucio Mayoor Tosi
son parchemin lézardé pour lui raser la barbe

Gino Rago et Mario Gabriele cherchent
des détritus aux couleurs chatoyantes
pour vacciner Madame Colasson

Hasard des hasards ils se retrouvent tous
au café des “Deux Magots” autour
d’un guéridon bancal et s’assoient sur
des chaises déraisonnables

Breton vêtu de son kimono à fleurs de lotus
s’altère avec Tristan Tzara descendu de son cheval
et proclame que le dadaïsme s’enfouit
dans la joyeuse poussière des temps

Gino Rago le critique Linguaglossa et leurs amis
assis sur des marmottes en rupture de métastases
interviennent et déclarent
que le surréalisme est dépassé
depuis que les zèbres ont perdu
leur merveilleuse géométrie générée par Malévitch

Désormais la poésie passéiste
est amplement remplacée par
l’indigeste cuisine de la poetry kitchen

Le cheval et la girafe pris au dépourvu
avalent des gélules électriques de toutes les couleurs
et vont se promener dans la rues de St. Germain des près

*
Eredia la Pompadour e Madame Colasson
salgono su un risciò guidato
da una giraffa che canta un lied di Haendel

La bianca geisha arriva dall’isola di Osaka
munita di un piccolo baule in ferro bianco
che trasporta Tristan Tzara a cavallo

La Pompadour offre ad André Breton
il suo “amour fou” al di là delle parole

Eredia ruba a Lucio Mayoor Tosi
la sua pergamena screpolata per radergli la barba

Gino Rago e Mario Gabriele cercano
dei detriti dai colori cangianti
per vaccinare Madame Colasson

Fortuna delle fortune si ritrovano tutti
al caffè dei “Deux Magots” intorno
a un tavolino traballante e si siedono su
delle sedie irragionevoli

Breton vestito con un kimono a fiori di loto
s’inalbera con Tristan Tzara sceso da cavallo
e proclama che il dadaismo se ne è fuggito
nella gioiosa polvere del tempo

Gino Rago e il critico Linguaglossa e i loro amici
assisi su delle marmotte in rottura di métastasi
intervervengono e dichiarano
che il surrealismo è superato
da quando le zebre hanno perduto
la loro meravigliosa geometria generata da Malevitch

Oramai la poesia passeista
è stata ampiamente rimpiazzata dall’indigesta
cucina della poetry kitchen

Il cavallo e la giraffa presi alla sprovvista
inghiottono delle capsule elettriche di tutti i colori
e vanno a passeggio per le vie di St. Germain des près

Pensare ad una essenza originaria della poiesis, l’abitare dell’uomo sulla terra, è quantomai fuorviante. Si può immaginare un’essenza della poiesis provenendo dal futuro, mai dal passato. Il compito urgente del nostro tempo è qui per Marie Laure Colasson quello di mettere in questione il «senso» stesso dell’opera poetica, che deve avvenire attraverso la «dimenticanza» della poesia della tradizione essendo essa intrasmissibile per eccellenza e contaminata dalla falsa coscienza; l’opera poietica torna così ad abitare il suo «luogo proprio», torna a parlare del luogo e dal luogo che conosce a menadito, con le persone, i sosia, gli avatar, e magari anche con le maschere, purché siano tutte «proprie» e non allotrie.
La poesia di Marie Laure Colasson abita il «proprio», e lo fa senza infingimenti e senza falsa coscienza. Per questo i suoi avatar sono degli Estranei familiari, sono i suoi doppi, i suoi sosia, i suoi fantasmi con cui l’autrice entra in colloquio familiare. L’opera autentica torna all’origine guardando al futuro, anzi no, provenendo dal futuro. Tornare all’origine significa qui andare avanti, fare una poiesis che abiti il futuro come luogo più proprio (e quindi il più estraneo). In tal senso, e solo in tal senso la poesia della Colasson è un’arte irrealistica in quanto realistica al massimo grado, in quanto inventa, trova il suo realismo a partire dall’irrealismo. Il realismo oggi è lo stato vegetativo permanente della poiesis. Oggi il realismo se vuole veramente assomigliare al reale deve diventare irrealismo al massimo grado, deve provenire dal futuro, non più dal passato. Deve dimenticare il passato.

(Giorgio Linguaglossa)

Isabella Collodi

Isabella Collodi è nata a Roma, dove vive e lavora, il 19 ottobre 1957. Dopo gli studi classici, si è laureata in Psicologia nel 1982.Nel 1980 iniziava lo studio dell’incisione su rame, dedicandosi prevalentemente all’acquaforte, pur avendo, fin dall’infanzia, disegnato e dipinto. Nel 1988 ha esposto per la prima volta, nell’ambito di una rassegna di giovani artisti, organizzata dal Comune di Roma mentre nel 1994 le è stato conferito il Premio per l ‘Incisione nella Biennale del Mediterraneo ( Alessandria D’Egitto ). Vive e lavora in Circonvallazione Clodia 21, 00195 Roma. Tel 0039  06  39728551  ; Cell. 3334645566.  Hanno scritto del suo lavoro diversi storici e critici d’arte tra cui : F. Di Castro, L. Trucchi, G. Giuffrè, A. Gerbino,  Erika Langmuir, Mans Holts – Ekstrom.

Marie Laure Colasson volto 1

Marie Laure Colasson nasce a Parigi e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, insegna danza classica è coreografa di danza contemporanea

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13 risposte a “Poesia n. 42 di Marie Laure Colasson, da Les choses de la vie, Qualsiasi ierofania mi è estranea, Lettere di Giorgio Linguaglossa e Marie Laure Colasson ad un poeta, tutta la pseudoarte dei giorni nostri ha il valore dei colori che giacciono al fondo di un lavabo sporco, è pattumiera con del miele intorno per attirare le api, e i gonzi, Incisioni di Isabella Collodi

  1. La poesia come Zona ZTL
    La percezione distratta, il frammento, la leggerezza

    Il ripristino della percezione distratta e il concetto di immagine come «dialettica della immobilità» (dizione di Benjamin), sono elementi concettuali importantissimi per comprendere un certo tipo di operazione estetica della poesia e del romanzo moderni: Salman Rushdie, Orhan Pamuk, fino alla poesia di John Taylor e Mario Gabriele…

    Come scrive Jacopo Ricciardi:

    «Il soggetto stesso è una verità priva di qualsiasi certezza. Il soggetto allora ha una caratteristica oggettuale (ed è vero che si genera una doppia lente: il soggetto che è oggetto, e l’oggetto che è soggetto), e l’io è dissolto.»

    Dalla dissoluzione dell’io bisogna pur trarre le conseguenze, la forma di scrittura non può non recepirne le ripercussioni al proprio interno, una nuova forma-poesia e una nuova forma-narrativa non sono cose gratuite, occorre rimettere tutto in discussione, questa è la ragione che ci spinge verso una nuova fenomenologia del poetico. Il mondo sta rapidamente cambiando sotto la spinta della pandemia, sotto i nostri occhi, non possiamo fingere che niente sia accaduto e che niente accada. L’implosione dei 5Stelle e del PD sono qui sotto i nostri occhi, non possiamo guardare al presente con gli occhiali del passato, quelli della decrescita felice che si è mutata in decrescita infelice, come volevasi dimostrare.

    Ad un giovane autore che mi ha inviato le sue poesie ho scritto che le sue poesie si riferiscono ad un reale che semplicemente non c’è, che doveva cambiare il reale delle sue poesie prima di poter pensare di cambiare il reale del reale.
    È successo che sono decine di anni che la poesia italiana usa il linguaggio invece di im-piegarlo, lo usa come si usa un fazzoletto di carta. Errore madornale, il linguaggio non è un fazzoletto di carta, non puoi usarlo, non puoi fare con il linguaggio il trucco delle tre carte.

    La poesia di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Marie Laure Colasson è una tipica poesia della percezione distratta, una poesia che ha accettato l’idea della leggerezza e della levità.
    Io un tempo (nel 1992 quando ho pubblicato il mio libro di esordio, Uccelli), pensavo che le parole della poesia dovessero essere «vere», «pesanti». Errore, mi sbagliavo, e la mia poesia dell’epoca porta la traccia di quell’errore. Leggerezza e levità non equivalgono a sciocchezza e banalità, tutt’altro.

    Tanto più oggi che viviamo in mezzo ad una rivoluzione permanente (che non è certo quella della dittatura del proletariato ma quella della dittatura delle emittenti linguistiche… anche le immagini sono percepite dall’occhio come icone segniche, immagini linguistiche…), oggi la percezione distratta è diventata il nostro modo normale di interagire con il mondo, anzi, il mondo si dà a noi sub specie di percezione distratta e di immagini in movimento… con buona pace di chi pensa ancora la poesia con schemi concettuali pre-baudeleriani…

    Così commenta Alessandro Alfieri nel saggio citato: «I frammenti sono da un lato prodotti della cultura del consumo, della moda, della meccanizzazione dell’agire, ma su un altro livello sono anche promessa di futuro, possibilità offerta agli uomini di scardinare la storia dei vincitori e il tempo mitico del sempre-uguale».

    Ecco, io penso invece che il «frammento» della nuova fenomenologia del poetico rifletta proprio la mancata promessa di «Bonheur», nel futuro non c’è felicità alcuna…

    La poesia come Zona ZTL

    Il governo Draghi è una sorta di Zona ZTL, surroga la disfatta della politica dei partiti con la governabilità garantita dalla Amministrazione ZTL, il che potrebbe anche essere il male minore o il bene massimo possibile oggi. Le Zone ZTL sono ormai diventate una categoria della politica. Ma sono diventate anche la categoria della poesia e della narrativa ufficiale, quella governamentale, che sforna dozzine di romanzi, gialli e poesie selfie ogni giorno per il semplice fatto che la governamentalità si basa e si alimenta sul terreno della riproducibilità delle forme poetiche e narrative, tutte pusillanimi e tutte bacate. Scatole vuote di ogni contenuto.

    C’è una metafora, quella della mossa del cavallo, cui si ricorre. Della mossa capace di sbaragliare il campo del conformismo immobile del letterario poetico. In questo caso, il ricorso ad essa è pertinente. La mossa aprirebbe una diversa prospettiva, brucerebbe ogni rendita di posizione, compresa quella delle attuali istituzioni letterarie, impedirebbe di sostituire alla ricerca di una linea politica assente la ricerca delle alleanze, delle affiliazioni e delle cooptazioni per continuare governare la scatola vuota; manderebbe in soffitta le immagini dei padri scelti (Sereni, Sanguineti, Penna, Raboni e minori), per avvallare una nuova proposta di politica estetica, quella della poetry kitchen e della nuova fenomenologia del poetico. Quelle immagini, quelle narraqzioni ora sono diventate di comodo, da promettenti si sono rivelate laterali e conformiste, prodotto di una storia conclusa, a cui non si può più attingere.

  2. Gino Rago

    Storia di una pallottola n.8

    Ufficio degli oggetti smarriti di via Gaspare Gozzi. Il commissario Ingravallo ha requisito una busta con dentro questa conversazione telefonica.

    Wislawa Szymborska:
    «Madame Colasson,
    avrei bisogno del suo cardiogramma».

    Marie Laure Colasson:
    «Madame Szymborskà, le posso concedere un cablogramma
    con dentro il nulla».

    Wislawa Szymborska:
    «La sua pallottola viaggia sempre a scrocco…
    E anche senza biglietto».

    Marie Laure Colasson:
    «Madame Szymborskà, sto dissipando le mie “strutture dissipative”.
    Domani sarebbe già tardi, non posso risponderLe.
    Adieu».

    *

    caro Gino Rago,

    sono passati 101 anni dal saggio di Osip Mandel’štam Sull’Interlocutore (1919). Questa tua poesia rende bene la differenza, anzi, l’abisso che passa (e divide) tra la visione della poiesis della Szymborska (sostanzialmente ancorata alla ontologia poetica del tardo novecento) e quella di Marie Laure Colasson, una poetessa della nuova ontologia estetica.
    Da Mandel’štam alla Szymborska c’è un filo conduttore piuttosto rettilineo: la fiducia nell’interlocutore che guida la poiesis, adesso le cose sono cambiate, quel filo si è spezzato, non è più possibile rivolgersi ad alcun interlocutore. La poesia ragionamento, la poesia della elocuzione, la poesia figlia del significato e del significante è tramontata, oggi il poeta è alle prese direttamente con il «nulla» (in tal senso non avrebbe senso discettare di significante e di significato), la sola cosa che può fare è mettere il «nulla» al posto dell’«interlocutore» di Mandel’štam. E ripartire da lì.
    Il vero potere destituente è la potenza destituente del «nulla» che abita la poiesis della nuova poesia della nuova ontologia estetica.
    La poiesis kitchen adotta la strategia destituente.
    (Giorgio Linguaglossa)

  3. In una sintesi estrema direi che, com’è e deve essere nella poetry kitchen, in questa poesia di Marie Laure Colasson la metrica è una successione di versi liberi con assonanze, consonanze e rime interne.

    Lo stile è un alternarsi come dire “sinuoso” di linguaggio denotativo-documentaristico e di linguaggio connotativo il quale si affida a correlativi oggettivi (giraffa, cavallo) che nell’adozione dell’allegoria forse indicano la poesia possibile del nostro tempo, con sintagmi fatti prevalentemente di sostantivi.

    E’ un testo poetico esemplare di poesia in cui si registrano, per dirla con Roland Barthes, da un lato la morte definitiva dell’autrice e dall’altro l’ingresso del lettore nella energia interna della poesia, con l’Io poetante che Marie Laure Colasson ripudia in maniera definitiva e con esso l’atteggiamento lirico-elegiaco.

    Marie Laure Colasson ha letto La terra desolata di T. S. Eliot e ha fatto suoi
    collage e frammento dell’uomo senza più un centro e svuotato di significati, come si evince chiaramente anche dalla interpretazione del testo colassoniano da parte di Giorgio Linguaglossa ,soprattutto quando scrive:
    “Tornare all’origine significa qui andare avanti, fare una poiesis che abiti il futuro come luogo più proprio (e quindi il più estraneo). In tal senso, e solo in tal senso la poesia della Colasson è un’arte irrealistica in quanto realistica al massimo grado, in quanto inventa, trova il suo realismo a partire dall’irrealismo.”

  4. milaure colasson

    caro Gino Rago,

    non scrivi mai pensieri scontati, grazie per il tuo commento e per la poesia dialogo tra me e la Szymborskà che hai postato.

    Volevo dire qualcosa sulle acqueforti di Isabella Collodi, artista che conosco bene da anni. Anche per la sua opera si può applicare la categoria dell’irrrealismo o del post-surrealismo. Nelle sue acqueforti ci sono figure femminili ignude che sembrano cadere da una altezza… c’è come un racconto di un Eden dimenticato o rimosso che può affiorare soltanto nelle figuralità multiple. Isabella ama curare i piccolissimi dettagli con la china o il disegno a punta fine e i minimi particolari, ci racconta una fiaba della felicità perduta o dimenticata, le Bonheur promessa troppe volte dalle religioni monoteiste e tradita troppe volte.
    Con le sue figure la mia poesia non ha che da guadagnarne.

  5. Ecco una mia poesia «destituente», tipica della Zona gaming o Zona ZTL, espressione della poetry kitchen.
    L’imminenza della catastrofe in cui versa il contemporaneo implica la presa d’atto che noi viviamo dopo il fallimento del politico inteso come luogo comune di una comunità. Allora è decisivo per noi il nuovo compito che questo fallimento ci ha lasciato in eredità. Quello che ci rimane è la vita ridotta a nuda vita, direbbe Agamben.

    Stanza n. Zero. Backstage

    «Che cos’è ‘sta roba? – disse K. – si mangia? con il coltello
    e la forchetta?, dico…
    che un fotone prenda contemporaneamente il percorso di destra
    e di sinistra!
    “La frattura metafisica della presenza?”
    Il gatto, dice Schrödinger è in una sovrapposizione quantistica di gatto-sveglio e gatto-addormentato, e resta tale fino a quando non osserviamo il gatto.
    Eh?, che ne dice Cogito?».

    Proprio in quel mentre una tigre con la gamba ingessata
    e la tgirl Naomi Colt, zeppe n. 22, fanno ingresso nel bar “Fulmini e saette”,
    in via Pietro Giordani 18,
    stanno prendendo un caffè con Madame Pompadour e Miss Aldington
    proprio sotto l’Ufficio Informazioni Riservate,
    di quel cialtrone di Linguaglossa…
    parlano dell’autoannientantesi nulla, che è il nulla, un toysex,
    e dell’essere che altro non è che il nulla
    travestito da tgirl.

    «Filip Filipovič Preobraženskij in “Cuore di cane”, romanzo di Michail Bulgakov
    dice: “Ja ne ljublju proletariat”
    – “A me non piace il proletariato” -.
    Ebbene, Cogito, neanche a me piace il proletariato né la borghesia
    e neanche la piccola borghesia mediatica,
    tantomeno gli intellettuali.
    Non sono cose da prendere sul serio.
    Le sue poesie, caro Cogito, sono belvederi, intrattenimenti di manigoldi,
    pachtwork derisori, collage di aforismi e banalità di banausici,
    frasi estorte a portaborse e a rubacuori da strapazzo,
    frasari manipolati, cialtronerie, assiomi furfanteschi,
    pseudo verità…
    ciarlatanerie, refrain, ciarpame, ciottoli,
    montaggio di pezzi smontati,
    citazioni pseudo accattivanti, furfanterie, piaggerie, accattonerie,
    deposito di luoghi comuni e luoghi di intellettuali…
    Entretien di brani incollati?, che cosa sono?, ditemi voi,
    monologhi sotto forma di dialoghi?, dialoghi
    sotto forma di monologhi?,
    collezione di aforismi?,
    collezione di fantasmi?
    confessioni? ».

    «Una reciproca esclusione del significante e del significato»,
    replicò Cogito da una boccata di fumo.
    «To pragma auto (la cosa stessa),
    è questa stessa negatività che non nega né afferma
    alcunché».

    Come accade in certe interviste
    Lady Beyoncé uscì dal televisore e prese a litigare con la pornostar Amanda Fox
    e lo stallone Billy Box.
    Sissy Nyxi begins to prepare herself for her daddy
    prese il minivestito in latex dall’attaccapanni
    e deambulò davanti alla webcam…

    Ma tutto ciò, a conti fatti, non è della minima importanza.
    Non è nulla.

  6. …Oramai la poesia passeista
    è stata ampiamente rimpiazzata dall’indigesta
    cucina della poetry kitchen

    (Marie Laure Colasson)

    E IN EFFETTI UNA IENA SPIAVA DALLA PRESA

    Maneggiavano un manubrio inchiodato a destra.
    Due cellule al costo di una.

    La stesso Genere sostituì il centravanti.
    Quanti goal ha fatto Archimede?

    A libro di Tranströmer chiuso
    Continuavano a parlare di Clitennestra.

    Potrai fare il giro delle dance room
    E trovare un cilindro a palla.

    La TV si spense sotto i nostri occhi
    e una spina raggiunse l’orgasmo.

    Prefiche gracchiavano sui pini
    Alito di iena dal microonde.

    Giobbe in un alterco col calendario
    parlava di profeti blu

    Fafnir ferito mortalmente perse sangue di pulzella
    sognando un piano per rimettere la sfera al centro

    Sigfrido alla guida di una Ferrari con gli occhiali di Filini

    Un tiro ad effetto fece il giro del San Nicola
    E colpì un fianco dell’incrociatore Potëmkin

    (Francesco Paolo Intini)

  7. Guido Galdini

    Lavori domestici quattro. Filosofia della cucina
    (Kochphilosophie)

    asciughiamo più in fretta le posate e le stoviglie
    le sistemiamo rapidi negli armadi
    per ritornare ai nostri compiti avventurosi
    alle riflessioni sull’acrobazia dei concetti
    appagati dell’assenza di un filo

    intanto ci sono nuove pentole da scrostare
    piatti sopra altri piatti, generosi di sugo
    la cena è finita e c’è ancora tanto da fare
    prima di rimettersi a ingarbugliare e recidere

    ma la cucina non si arrende, esercita
    la sua filosofia imperturbabile, degna come ogni altra
    d’essere valutata per i problemi enunciati
    e lasciati fortunatamente irrisolti.

    • caro Guido Galdini,

      mi piace questo tuo modo di leggere e rappresentare il contemporaneo: ontologicamente, eticamente, politicamente, linguisticamente, storicamente e presentemente, diacronicamente e sincronicamente secondo una poiesis della in-compiutezza e della irrisoluzione, che trova il suo luogo nella costellazione alineare di ciascuna delle sue componenti.
      Una modalità poetica ontologica o kitchen dovrà, ogni volta, tenere in vigore il costitutivo intreccio poetico (alineare) con il non-poetico e l’extra poetico. Una filosofia della cucina (Kochphilosophie) ben si addice al presente contemporaneo dal quale è stata revocata ogni vocazione messianica, storica.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/03/05/poesia-n-42-di-marie-laure-colasson-da-les-choses-de-la-vie-qualsiasi-ierofania-mi-e-estranea-lettere-di-giorgio-linguaglossa-e-marie-laure-colasson-ad-un-poeta-tutta-la-pseudoarte-dei-giorni-nos/comment-page-1/#comment-72650
    Vorrei segnalare un tentativo poetico di una giovane poetessa nata a Bari nel 1979.

    Teodora Mastrototaro
    da Legati i maiali

    In fondo al muro l’intonaco ha una muffa che sembra essersi smarrita,
    la stessa forma irregolare delle macchie sul culo di certi bovini.
    Sul bordo del canale di scolo l’acqua che sbatte sembra il lamento smarrito di certi maiali.

    La falena che vola impazzita intorno alla luce della lampadina
    ha lo stesso movimento smarrito vibrante e scalpitante di certi puledri.
    Uno schizzo di sangue incrostato da tempo si è smarrito sgorgando dal collo di certi montoni.

    A fine giornata chiudiamo la porta e dentro la stanza rimane la morte
    che resta da sola a giocare con l’occhio schizzato dalla cavità orbitale
    del cavallo in fila.

    Il destino aporetico della nuda vita degli uomini del nostro tempo è ben indicato da un libro di Teodora Mastrototaro (Marco Saya Editore, 2020), nel quale si narra della vicenda della macellazione dei maiali (allegoria della condizione umana) con un linguaggio crudo e diretto di marca espressionistica. L’allegoria degli umani sotto indicati dalla rappresentazione dei maiali condotti ad esecuzione, riesce convincente.
    Gli uomini «nel luogo stesso – la nuda vita – che segnava il loro asservimento» (1) politico – vivono inconsapevolmente (al pari dei maiali) la nuda violenza che assurge a vigenza vuota e incondizionata in un mondo in cui le categorie giuridiche «non rispecchiano più alcun comprensibile contenuto etico» (2). L’autrice investiga il fondo animale cui è stata ridotta la nuda vita degli umani sotto l’imperio del capitalismo di oggi. Che cos’è questo dispositivo?, la questione della nuda vita si fa tangibile: che cos’è, infatti, «quel che definisce i dispositivi con cui abbiamo a che fare nella faseattuale del capitalismo». (3), se non l’odierno assurgere della nuda vita ad assolutezza, ad in-differenza, a radicale de-soggettivazione ad opera di una proliferazione sempre più asfissiante di dispositivi tecnico-social-governamentali, nella loro «immane parodia dell’oikonomia teologica» (4). «Nella non verità del soggetto [contemporaneo] non ne va più in alcun modo della sua verità».(5), scrive Agamben e, come si vede, il compito affidato al pensiero è proprio quello del tentativo d’assunzione e revoca di questo vacuum etico-veritativo.
    Il campo è per Agamben il luogo assoluto edemblematico del consolidamento della nuda vita e dello stato d’eccezione in quanto tali, il
    paradigma biopolitico del moderno, dove la nuda vita satura interamente il luogo della politica. Analogamente, per la Mastrototaro, il campo di concentramento dei maiali che sono ammassati in vista dell’esecuzione capitale, è affine al campo di concentramento degli umani, anch’essi ammassati nell’oikonomia in vista del compimento del sacrificio della propria nuda esistenza. Ma ciò, sapientemente, nel libro, non è mai detto, l’autrice fa silenzio intorno a questo evento.

    1 Cfr. G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, 1996, pp. 13.
    2 Ibidem p. 103.
    3 G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006, p.30
    4 Ibidem p. 34.
    5 Ibidem p. 31.
    6 Ibidem p. 36.

  9. Giuseppe Gallo

    A proposito di Zona gaming, evocata da Linguaglossa nella presentazione della sua “Stanza n. Zero. Backstage”, ecco la mia ultima…

    Zona gaming 34

    L’Etna affumica i sogni
    sui cigli del Mediterraneo.

    Robby pescava scintille di niente
    sull’orlo del pozzo.

    E i gatti e i cani e i topi e i passeri
    sempre negli occhi.

    Sempre negli occhi
    le metastasi della nebbia.

    Una pioggia rossa si scontra con una pioggia nera.
    È nato un temporale sulle pagine dell’ombra.

    Zona gaming
    …sembravano ragni…

    In una gabbia di sguardi
    e tra pareti di sughero.

    I trucioli nudi arricciano i riccioli.
    I secchielli di plastica slabbrano al sole.

    A cavallo! Di ogni nostalgia!
    A cavallo dei ragni…

    Nei buchi della notte
    le domande assassinate

    Ecco il treno. Riparte l’attesa.
    Robby è rimasta tra le zampe del gatto.

    Zona gaming
    … aritmie dissolte…

    Giuseppe Gallo

  10. Sulla adorniana «dialettica negativa»

    Per Adorno la dialettica è negativa perché si pone negativamente nei confronti della «razionalità strumentale» capitalistica. L’arte pensata da Adorno oppone una «Negazione determinata» al «mondo totalmente illuminato» (aufgeklärte Welt) in cui si moltiplicano le immagini false e stregate dei prodotti dell’«industria culturale».
    Per Adorno è possibile affermare che quanto le opere devono criticare nella realtà sociale capitalistica è il dominio (Herrschaft) dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo. Tale dominio risponde a una logica secondo la quale quanto più cresce la razionalità dei mezzi di produzione, tanto più essa appare in stridente contrasto con la totale irrazionalità dei fini che si perseguono attraverso gli stessi mezzi.
    Tuttavia, le modalità concrete attraverso cui le opere d’arte pongono in essere tale negazione determinata (bestimmte Negation) non hanno nulla a che vedere con una semplice affermazione di princìpi opposti a quelli prodotti dal sistema. È attraverso la loro forma, la disposizione degli elementi formali di cui sono composte, e dunque grazie a un linguaggio «non significante», «muto» e insieme carico di senso, che le opere negano la conformazione dell’esistente. In altre parole, per Adorno «la critica non si aggiunge all’opera dall’esterno ma le è immanente».1
    Tanto più il linguaggio dell’arte è «muto» quanto più l’illuminazione artificiale prodotta dal sistema di dominio è fitta e totale. Ne segue che «l’arte moderna […] rifiuta l’essenza affermativa dell’arte tradizionale come menzogna, come ideologia […] L’arte è la promessa di felicità che non viene mantenuta».2
    «Promesse du Bonheur significa di più del fatto che la prassi fin qui esercitata contraffa la felicità! La felicità sarebbe al di là della prassi. A dare la misura dell’abisso tra la prassi e la felicità è la forza della negatività interna all’opera d’arte».3
    Tutta la tradizione metafisica non ha fatto che ripetere a se stessa che c’è un inizio ed una fine, che c’è una origine e poi qualcosa che ne deriva, che la rappresenta, che le permette di evolversi, espandersi, uscire fuori di sé (quasi sempre col fine già predisposto di fare ritorno a casa). C’è un primario e un secondario, una realtà e una finzione, un significato e un significante, e qualsiasi cosa succeda, e comunque la si metta, non si potrà dire che il finto venga prima del vero, che la rappresentazione venga prima di ciò che viene rappresentato. Ma in realtà (più evidentemente in questa epoca che in altre) noi non ci muoviamo che attraverso e dentro la finzione, le rappresentazioni, codici, scritture, origini sempre differite. Chi ha mai visto l’Essere? Chi ha mai toccato il Senso? Chi ha mai potuto dire di aver stretto rapporti con l’Origine?
    Agamben concepisce la religione a partire dal verbo latino relegere. Parola che significa essere attenti, vigilare, vegliare sulle cose, che sono sacre, preoccuparsi che le cose sacre restino separate dalle altre. Questa separazione è essenziale per ogni religione.
    La profanazione, al contrario, significa, esercitare contro quella vigilanza un atteggiamento di consapevole in-curia, non-curanza, anzi, di consapevole avversione trasgressione per tutte le cose considerate sacre.
    La profanazione è, quindi, una prassi di libertà che ci libera dalla trascendenza, da ogni forma di soggettivazione, di assoggettamento all’Altro, di assoggettamento alla trascendenza.
    La poiesis è lo spazio aperto dove si svolge il gioco della profanazione e della trasgressione, della libertà dalla trascendenza e dal recinto delle cose ritenute sacre.
    La profanazione apre cosí uno spazio di libertà dell’immanenza.
    Sono propenso a pensare che tutta la nuova fenomenologia del poetico è, in certo modo, il prodotto del «nuovo mondo», conglomerato di citazioni senza virgolette di altri poeti dell’età del modernismo e dell’umanesimo, auto citazioni, ma anche montaggio, compostaggio incessante di tutto ciò che può essere montato, compostato; costellazione di appuntamenti segreti, ricordi, rammendi, parole trovate, perdute, ritrovate, parole dimenticate, fotogrammi, lapsus e, perché no, delle nostre ossessioni, delle nostre fobie. Una «pallottola» che rimbalza qua e là e che produce una sequenza impensabile di disastri, un commissario inconcludente, un misterioso «Ufficio di Informazioni Riservate» di Gino Rago che interviene ad libitum e scombuglia il corso degli eventi, un Faust che colloquia con Mefistofele, la vita come «Registro di bordo» (Mario Gabriele). Ci guida una idea di poesia ma non possediamo alcuna poesia. Ci guida una idea di mondo ma non possediamo alcun mondo. La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia. Parlare di contenuto di verità a proposito dell’arte moderna è come parlare di immondizia dello spirito. Con questi frammenti dobbiamo puntellare la nostra poiesis.

    1 T.W. Adorno, 1967, Teoria estetica trad. it. 1979, p. 57
    2 Ibidem p. 152
    2 Ibidem p. 19

  11. Si gioca sul filo della perdita di senso. Dopodiché viene naturale che si incontri, con Marie Laure Colasson, la leggerezza. Diversa da Alice nel paese delle meraviglie; futura, nel senso che futuro è il tempo spensierato dell’infanzia… che ricordiamo e non ricordiamo, ma sappiamo di averla misteriosamente compromessa. Sogniamo, qui, un mondo libero che assomigli almeno un poco al mentale.
    E voilà!

    Sono aghi di pino, quelli che servono al pittore
    per dipingere graffi; con questi sperando

    di aggirare il lettore occidentale.
    Le sue morbide clavicole. Il Passamontagna.

    «Nella Bibbia, già si parlava del festival di Sanremo».
    «In case basse riposano ghiande e porcospini».

    (May, mar 2021)

    Due.

    Erano creature dantesche, si dileguavano nella notte
    senza preavviso neanche un sospiro senza quiete.

    Si sarebbero sposati di lì a poco: corno di rinoceronte!
    Ma intanto erano due, di cui uno cieco l’altro sordo.

    Mentre uno si mette in mostra, l’altro sogna.
    Dice che è la variante 117. Per caso una bella caviglia.

    Qui è tutto bianco. Il mare tranquillo, l’alba dei giorni
    si è fermata, il capitano ha offerto il caffè;

    ci siamo detti la vita, scambiati i quaderni. Poi come arbitri
    fuori dal campo di calcio, ci siamo salutati.

    «Tutto finisce» disse uno all’altro. Perché erano sempre due.
    E non c’è verso, o verbo, che possa cambiare.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/03/05/poesia-n-42-di-marie-laure-colasson-da-les-choses-de-la-vie-qualsiasi-ierofania-mi-e-estranea-lettere-di-giorgio-linguaglossa-e-marie-laure-colasson-ad-un-poeta-tutta-la-pseudoarte-dei-giorni-nos/comment-page-1/#comment-72657
    lo spazio espressivo integrale

    Lo spazio espressivo integrale di ogni testo poetico lo puoi intendere, in accezione epistemologica, soltanto quando si comincia a pensare l’idea di un ancoraggio ontologico per guardare alla poiesis come a un campo di tensioni linguistiche essenzialmente storiche, come un sistema instabile di tensioni dove ciascuna cerca di prevalere sulle altre in vista del raggiungimento dello stato di quiete del dominio sulla materia linguistica avversa, in parole povere, sugli altri registri linguistici. Lo stile altro non sarebbe quindi che la risultante di queste forze in gioco che si contendono l’egemonia e la preminenza sulle forze soggiogate e vinte.
    In altre parole, un testo poetico è vivo e vitale soltanto quando questo campo di tensioni linguistiche e stilistiche si mantiene in vita e si alimenta di sempre nuove forze in gioco come un campo aperto tra i vari contendenti.

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