Wanda Heinrichová: In ricordo di Petr Král (1941-2020), Poesie inedite di Petr Král, versione dal ceco di Antonio Parente

Il Mangiaparole n. 9 Petr Kral

[nella banda in alto, da sx, foto di Iosif Brodskij, Giorgio Linguaglossa, Alfredo de Palchi, Czeslaw Milosz. in cover Petr Král]

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Petr Král nasce a Praga il 4 settembre 1941 da una famiglia di medici e muore il 17 giugno 2020. Dal 1960 al ’65 studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU. Nell’agosto del 1968 trova impiego come redattore presso la casa editrice Orbis. Ma, con l’invasione sovietica, è costretto ad emigrare a Parigi, la sua seconda città per più di trent’anni. Qui, Král si unisce al gruppo surrealista, che darà un indirizzo importante alla sua poesia. Svolge varie attività: lavora in una galleria, poi in un negozio fotografico. È insegnante, interprete, traduttore, sceneggiatore, nonché critico, collabora a numerose riviste. In particolare, scrive recensioni letterarie su “Le Monde e cinematografiche” su “L’Express”. Dal 1988 insegna per tre anni presso l’”Ecole de Paris Hautes Études en Sciences Sociales” e dal ‘90 al ’91 è consigliere dell’Ambasciata ceca a Parigi. Risiede nuovamente a Praga dal 2006. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti: dal premio Claude Serneta nel 1986, per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985), al più recente “Premio di Stato per la Letteratura” (Praga, 2016).
Tra le numerose raccolte poetiche, ricordiamo Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). Curatore di varie antologie di poesia ceca e francese (ad esempio, l’Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002, per l’editore Gallimard, 2002), è anche autore di prosa: ricordiamo “Základní pojmy” (Praga, 2003), 123 brevi prose, tradotte in italiano da Laura Angeloni nel 2017 per Miraggi Edizioni. Attivo come critico letterario, cinematografico e d’arte, Petr Král ha collaborato con la famosa rivista “Positif “e pubblicato due volumi sulle comiche mute. Antonio Parente ha tradotto di Král molte poesie in italiano pubblicate da Mimesis, Tutto sul crepusculo nel 2015.

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Petr Kral 2016 caffè Slavia, Praga

[Petr Král al caffè Slavia, Praga, 2018]

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Wanda Heinrichová: In ricordo di Petr Král

“Ma è una cosa che mi aiuta”, disse con voce alterata, quasi infantile, mentre tentavo di allontanarlo dal computer. “Vatti a riposare”, lo pregai, “altrimenti la gamba ricomincia a farti male”.

Ora mi dispiace. Mi pento delle mie parole insensibili, di non aver capito. Sono molte le cose di cui mi pento.

Fino alle ultime settimane, Petr trovava ore e minuti in cui il dolore non gli impediva di lavorare. Solo che lui non lo chiamava lavoro. La letteratura era la sua vera esistenza. Prendeva sul serio il suo servizio alla letteratura in tutta la sua giocosità, e al servizio della letteratura si dedicava come a nient’altro al mondo.

Leggo i manoscritti che ritrovo nel suo computer, ma nella bozza delle sue memorie non riesco a rinvenire l’aneddoto che mi raccontò una volta. Un tema al ginnasio: Cosa significa l’arte per me? Non so come se la cavarono i compagni di classe di Petr, ma lui rispose riempiendo l’intero quaderno. Stupito e allo stesso tempo perplesso, l’insegnante alla fine non valutò nemmeno la sua risposta. Posso immaginare come sia trasparito da quello scritto scolastico l’amore irresistibile di Petr per la pittura, il cinema, i libri, la poesia. Hanuš Schwaiger e i suoi Anabattisti forse invasero i quieti paesaggi di Kosárek, tanto Petr era pieno di immagini, fin da ragazzo. Ciò che lo colpiva non era esclusivamente la letteratura, era la poesia in sé. La poesia di luci e ombre, i movimenti delle creature, delle foglie, delle macchie, delle voci e dei rumori del mondo.

Petr percepiva nettamente la presenza della poesia, il suo rapporto con essa poteva essere paragonato solo ad una inclinazione religiosa. La venerava, l’amava, la sfidava, la cercava, la difendeva nel campo della critica. Incoraggiava instancabilmente i suoi compagni di viaggio con il suo profondo interesse per la poesia di altri artisti.

“Impariamo a guardare attraverso l’arte”, diceva, il più delle volte in relazione alla pittura.

Caratteristico di Petr considero questo suo approccio sequenziale: Lasciarsi incantare ed educare dall’arte e poi – non più con ingenuità, ma con un senso di nuova avventura – tuffarsi nella realtà.

La vita per una poesia, così Petr ha intitolato i suoi ricordi. Non è riuscito a portarli a termine, né è arrivato al racconto del tema che ho citato in precedenza. Quando i medici gli dissero che la prognosi era di pochi mesi, rifletté: “Dovrò fare diversamente, in qualche modo, a salti”. Raccoglieva tutto in appunti (scriveva sempre prima a mano), nel comporre e riscrivere il testo era arrivato alla soglia dell’adolescenza.

Durante l’agonia, Petr si tirava su nel letto, e probabilmente l’ultima cosa che ha detto è stata: “Qualcun altro dovrà finirlo al posto mio”. Non intendeva sicuramente solo le memorie, pensava anche ai saggi inediti sul cinema, che voleva fornire di note, alle traduzioni, alla poesia.

Un uomo ardente di febbre con gli occhi lucidi di stelle
incidono il soffitto con brucianti e misteriosi disegni di ornamenti turchi
o mappe di macchie sui muri dei cimiteri

solo l’ultimo sguardo frenetico di entrambi gli occhi
esala al soffitto un due punti prima dell’urlo
che già più non si avverte

:

(settembre 1957)

Questi versi Petr li ricordò un mese prima della sua morte, era ancora capace di alzarsi e andare al computer, e il computer ne registrò la data. L’intera poesia si intitola Dal sonno al risveglio, Petr la scrisse a sedici anni. E davvero è morto di febbre, bruciando.
Il mondo del ventunesimo secolo gli era già estraneo, eppure lo amava ancora, fino a esserne ossessionato, di esso amava ciò che lui chiamava i resti del mondo reale. Cosa intendeva per resti? Ricordo, ad esempio, un concerto raccolto, al Jazz Dock nel 2011, pochi spettatori, ma una musica formidabile. Il vecchio Lee Konitz suona il sassofono, non sul palco, che non c’è, è seduto proprio di fronte a noi. E poi pianoforte, contrabbasso e batteria, musicisti molto giovani, le luci del bar che si riflettono sul fiume notturno, la superficie rosa, soprattutto rosa della Moldava che luccica, Lee Konitz si alza, indica l’acqua tutt’intorno, alza lo sguardo e dice: “Queen Mary.” Non so cosa volesse dire Konitz. Il transatlantico Queen Mary non andò a picco, non fu mai affondato. Durante la guerra, fu verniciato di grigio, da cui il nome Gray Ghost. Non solca più gli oceani, le sue eliche sono state rimosse, eppure. È qui come Lee Konitz. Come te, Petr.

Petr Král

Tutta la ruggine

Ma
donna tutta quella ruggine
di condutture corrotte cumuli caduti
rivelata nel terreno smosso da scavature
come forme quotidiane di seminterrati
sotto i piedi e le gambe
anche di dolce avvenenza del viandante e della viandante vivi Ma
donna e come sale qui pervade i corpi con severo crepitio
si drizza come il fruscio di foglie cadute la fiamma secca ma
donna in cui riarde
ciò che più non cova che mi riempie della tua carne
e in te stridono le mie ossa
porta a noi l’acuto brusio
del bosco antico dei suoi turbolenti rami delle venature infiammate
dei cespugli ardenti di cerve

* * *

“Ridi”, lo sollecitarono
Il cuore lo comprese
ma la bocca si irrigidì

Continuare a sparare alla cieca
o semplicemente sbandierare

* * *

Il bisogno di andare
seguire la strada
il marciapiede
Cicche e ciliegie
Nei vuoti
l’intera giornata nuova

Di notte il buio enfisema
nella sciamatura di stelle
Nella camera da letto
qua e là un fermaglio
Sotto il tavolo briciole
A volte una meteora
Un dente caduto
Una scalfittura di unghia
sulla parete
La saliva rimanente
all’angolo
Nell’occhio del paesaggio
solo una macchiolina d’albero
Subito una cicca
e poi un nocciolo
Il bicchiere che al tatto
si allontana di nuovo

* * *

Il bucato torna a noi
in uno sventolio spudoratamente candido
Il brandello di nuvole
dovrebbe ora consegnarlo qualcuno
se solo da qualche parte in Moravia
dietro l’impervia femminilità del declivio
dove continua a levarsi
e a scomparire
Le silenziose fabbriche del nulla
nuove città vuote

(dalla raccolta inedita Distanze)

Altre poesie traduzione di Antonio Parente

Nei giorni invernali

Una mano nell’oscurità preme
l’interruttore, il neon lampeggia esitante. Il buio dormiente
soltanto da lontano striato da un’opaca apparizione: per metà un tremulo locale e per metà forse anche l‘intero paesaggio cinereo, con un mucchio fumante di abiti
– forse carne –
umidiccio di stelle e della colpa occulta. E di nuovo l’oscurità, di nuovo chiedere
soltanto: di cosa è impallidito il sangue, cosa di nuovo annega di notte
sotto la superficie delle parole. Tanto a lungo finché la luce s’impietrisce
e immota rivela
l’estensione originale di una scena cenerina, vuota.

(Per l’angelo, 2000)

Hotel Mercurio

Questa volta senza barba su ritratti illustrissimi
bussa qui nudo alla sua porta
forse ha in mano la chiave
e i bambini devono fare il giro fino al ponte
È autunno, i pescatori seduti sul ramo
gridammo la data odierna vendevano i biglietti di ieri
quei ragazzi però volevano vedere solo il culo della moglie del consigliere
che irradiava l’azzurro della sera dalla porta della stanza
dove pulisce il sangue

(L’era dei vivi, 1989)

Foto Lazslo Moholy Nagy 2

foto Lazslo Moholy Nagy

È qui

Buoni a nulla
e battifiacca, ah,
è qui, il giorno,
getta il suo sguardo su di noi.

Il giorno odierno, non chiede
nulla,
è qui, raccoglie il bucato,
aduna i resti delle famiglie.

Dimenticate il pudore
e le pretese, è qui,
veglia
ai piedi delle vie.

È qui il giorno,
mi conosce
quanto voi, apre in noi
gli stipiti,

scrive sulla nostra pelle
i messaggi per gli altri.
Il giorno,
è qui più di noi,

e in noi fa luce
da lontano, date pure
un’occhiata intorno,
travi, pennoni abbattuti;

alzatevi,
è giunto il giorno,
sdraiatevi,
è qui,

scarica la luce
sul marciapiede,
in piedi, lui stesso chiede
del giorno,

incede
senza vanto,
sale d’attesa, prestiti,
recessi,

capannelli vari,
grassi.
È qui il giorno,
avvicinatevi adagio,

senza lampada
e impacco,
passate
accanto agli attrezzi,

voltatevi
di spalle;
è ovunque,
ovunque gemono

i cardini, ristagnano
le acque ad alto fusto,
siete dappertutto inastati
nel giorno,

issate la bandiera, deponete
le valige,
vuoti e pervasi
dal giorno.

(Accogliere il lunedì, 2013)

Alla sconosciuta fulva del treno per Parigi, agosto

Con occhio cisposo scrivo
nel tuo
di biglia verde piena di bava e silenzio
di un mare straniero

spaccata dal rugginoso sole mentre la fai rotolare
verso il muro bianco
Fessura di bocca Zazzera arruffata contro il deserto
candore come uno scoppio e un grido

Il tempo scalpiccia qua e là
sulle assi I convogli
militari sospirando
avanzano tra i vagoni

Sollevati da un’ondata da un antico
terrore sei un animale di trasporto
Una lampada del corpo inestinto
raggiante nella casa ignuda degli anni del saccheggio

(Per l’angelo, 2000)

Giorni

Piedi nudi che continuano a vivere limpidamente
sfiorano leggermente la fresca notte
nella pietra

(Il continente rinnovato, 1997)

4 commenti

Archiviato in poesia ceca

4 risposte a “Wanda Heinrichová: In ricordo di Petr Král (1941-2020), Poesie inedite di Petr Král, versione dal ceco di Antonio Parente

  1. La soggettività, la coscienza, l’arte, la poesia, la sopravvivenza della specie umana, il principio antropico

    dirò che, in primo luogo, la poesia cambia con il mutare della soggettività, della coscienza e, in secondo luogo, con il mutare del linguaggio.

    Una nuova soggettività ha bisogno di un nuovo linguaggio.
    Per esempio, con il linguaggio di Zanzotto non riuscirei a dire una cosa semplice semplice come quel verso che mi è venuto in mente tempo fa:

    La balena ha i denti bianchi.

    Cercare in questa frase la musicalità mi sembra un atto di ingenuità, la frase è manifestamente anipoetica, esula dal linguaggio centralizzato sull’io come quello che è andato di moda nei cinquanta anni trascorsi e che tuttora miete vittime sacrificali… quel linguaggio era ed è una superfetazione letteraria di nessun valore cognitivo, detto in altre parole, non significa nulla, è asemantico.

    In queste poesie di Petr Král, uno dei poeti europei di maggiore talento, è evidente che qui siamo in un concetto di soggettività molto diverso da quello, che so, di un qualsiasi poeta italiano degli ultimi decenni ante nuova ontologia estetica. La poesia non è un algoritmo che può essere fabbricato con un computer (con buona pace dell’esperimento che Nanni Balestrini fece negli anni sessanta!).

    In un universo che può essere riprodotto da una serie finita di algoritmi, quello che non può essere riprodotto nell’universo è proprio il non-algoritmo della forma-poesia!

    Il non-algoritmo è alla base di tutti gli algoritmi matematici e linguistici che formano l’universo.

    Moltissimi poeti ne corso del novecento si sono chiesti:

    A che cosa serve la poesia?

    Io risponderei dando la parola ad uno scienziato, Roger Penrose, il quale pone la domanda seguente:

    «A che cosa serve la mente? – Quale vantaggio selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?».

    Dirò che l’arte, la poesia non offrono nei brevi e medi tempi nessun vantaggio selettivo alla specie umana, ma è sui tempi lunghi o lunghissimi che esse riflettono la propria fondamentalità. Semplicemente, l’homo sapiens non potrebbe esistere, mantenersi in vita senza arte. Mi sembra un buon argomento contro le piccinerie intellettuali dei deboli di mente i quali hanno asserito gozzovigliando la inutilità dell’arte. L’arte è non solo utile, ma addirittura fondamentale per le esigenze fondamentali della psiche umana, per la sua soggettività, per il suo equipaggiamento intellettuale.

    Do la parla di nuovo a Penrose:

    «Nel formulare la domanda in questo modo ci sono vari assunti impliciti. Innanzitutto c’è la convinzione che la coscienza sia di fatto una “cosa” descrivibile scientificamente, e inoltre che essa “faccia” effettivamente “qualcosa”, e inoltre che ciò che essa fa sia equivalente in tutto ma priva della coscienza si comporterebbe in un qualche modo meno efficace. D’altra parte, si potrebbe credere che la coscienza… non “faccia” nulla… Oppure, all’opposto, il fenomeno della coscienza potrebbe avere un qualche fine divino o misterioso – forse un fine teologico che non ci è stato ancora rivelato… Un po’ preferibile, a mio modo di vedere, sarebbe una versione un po’ più scientifica di questo argomento, ossia il principio antropico, il quale asserisce che la natura dell’universo in cui ci troviamo è fortemente vincolata dalla richiesta che esseri intelligenti come noi stessi debbano essere realmente presenti per osservarlo.»

    1] R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore, 1989, trad. it. 2000 Bur scienza, p. 512

    Ho parlato ieri con una poetessa molto intelligente la quale mi diceva del suo non riuscire ad apprezzare la poesia di Petr Král. La cosa non mi stupisce affatto, anzi, questo conferma le mie supposizioni circa il clima di ostilità e incomprensibilità che un nuovo oggetto estetico provoca se inserito in un contesto culturale e di gusto invecchiato, o comunque non aggiornato. Ecco perché io sarei dell’opinione di parlare, in Italia, della nascita di un Nuovo Paradigma Stilistico in poesia. Il Nuovo Paradigma è già nato in Europa e la poesia di Petr Král ne è un esempio. Certo, per apprezzare un nuovo oggetto estetico occorre munirsi di nuove categorie ermeneutiche, per questo è nata l’Ombra delle Parole, per tentare di riempire questo vuoto culturale della poesia italiana di oggi.

    Per parlare della poesia di Král dovrei ripetere molte cose già dette in questi ultimi anni su queste colonne… ma vedo una sordità diffusa, una abulia, una inerzia a tutto ciò che non rientra nei vecchi parametri stilistici ed estetici, sicuramente questa arretratezza culturale è un problema molto serio e grave, un ostacolo che non consente una piena comprensione delle formidabili possibilità che il Nuovo Paradigma offre a chi ne accetta e condivide i presupposti e la griglia concettuale.

    Nel tradurre queste poesie di Král una difficoltà è stata quella dell’uso dei tempi verbali. Edith Dzieduszycka mi ha scritto che molti tempi verbali scelti da Král sono sbagliati dal punto di vista di un discorso sintatticamente corretto. Edith è di madrelingua francese, non intendo mettere in discussione il suo parere, quello che mi colpisce a posteriori è che mi veniva spontaneo tradurre, a volte, l’imperfetto francese a volte con il passato remoto italiano e altre volte con il passato composto, inoltre, il poeta ceco inserisce e disinserisce di continuo nuove proposizioni apparentemente scollegate dalla proposizione principale, anzi, le nuove proposizioni risultano libere e indipendenti; Král inserisce di continuo nuovi personaggi e nuove prospettive di azione mediante delle apodosi che nulla hanno a che fare (almeno a priva vista) con le protasi. Queste indirezioni, queste indeterminazioni continuamente riproposte in tutte le proposizioni del discorso crea nel lettore un senso di instabilità, mina le certezze (sintattiche e semantiche) del discorso, sovverte i facili approdi delle anticipazioni semantiche, insomma, distrugge tutte le aspettative, gli orizzonti di attesa cui eravamo abituati con la poesia ad esempio come quella italiana del secondo dopoguerra che fa riferimento ad un discorso temporalmente e sintatticamente ordinato secondo una progressione lineare delle singole proposizioni.

    Nella poesia di Král tutta la antiquata impalcatura sintattica e semantica della poesia tradizionale è saltata come su una mina, quella orditura sintattica è crollata con tutte le sue fisiologiche e ideologiche certezze e aspettative.

    Ma, dobbiamo chiederci: tutta questa impalcatura sintattica e ideologica è saltata per un capriccio di un poeta o è saltata perché il mondo è cambiato e con esso anche la lingua?

    Io propendo per la seconda ipotesi: la poesia di Král è cambiata perché il mondo è cambiato, il suo linguaggio è molto diverso da quello cui siamo stati supinamente abituati dalla poesia italiana corrente…

    La poesia fenomenologica di Petr Král

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/17/cinque-poesie-inedite-di-petr-kral-1941-ce-qui-sest-passe-testi-originali-in-ceco-e-francese-traduzione-in-italiano-a-cura-di-giorgio-linguaglossa-e-edith-dzieduszycka-l/comment-page-1/#comment-38984

    L’essere di cui io colgo il fenomeno, non è il fenomeno, non si trova nascosto dietro o davanti o di lato ad esso né può essere distinto realmente da esso. Noi percepiamo l’essere contemporaneamente al fenomeno e non potremmo fare altrimenti, i nostri sensi sono stati creati dalla selezione naturale per percepire i fenomeni con immediatezza e precisione, ne andrebbe della sopravvivenza della nostra specie. Nella poesia di Král l’essere sfugge in continuazione, e deve sfuggire alla condizione fenomenica per darsi come fenomeno, l’essere non può esistere solo come «auto manifestazione». L’essere è disperso nelle miriadi di fenomeni che lo caratterizzano.

    L’«io» nella poesia kraliana è la rappresentazione dell’«essere» tramite la rappresentazione dei «fenomeni», la coscienza dell’io è dispersa nella coscienza degli altri, la caratteristica principale di questa poesia sta nella dispersione e nella moltiplicazione dei fenomeni, quella che indico come «storialità» che caratterizza il particolarissimo modo di esistenza dell’«io» nel mondo moderno. In tal senso, possiamo affermare che la poesia kraliana è «fenomenologica», aggettivo che tanto piace a Král , infatti è stato il poeta praghese a volerlo sottolineare in una sua missiva a me diretta. La coscienza è anzitutto «tetica», «intenzionale», «posizionale»; cioè è sempre «coscienza di qualcosa», coscienza di altro e di altri… tutto ciò che accade all’interno delle sue poesie e che si rivela come molteplicità, dispersione di esistenze, è questa ricerca di altro e di altri.
    Husserl ha posto in chiaro come la coscienza sia sempre coscienza di qualcosa d’altro. Ogni coscienza è posizionale in quanto essa si trascende per raggiungere un oggetto, esaurendosi in questa posizione stessa: quanto vi è di intenzionale nella mia coscienza attuale è diretto verso il fuori, verso l’oggetto intenzionato.

    Tuttavia, la condizione necessaria e sufficiente perché una coscienza conoscente sia conoscenza del suo oggetto, è che essa sia coscienza di se medesima come conoscente questo oggetto. Si tratta di una condizione necessaria, perché se la mia coscienza non fosse cosciente d’essere coscienza dell’oggetto, sarebbe coscienza di esso senza esser cosciente di esserlo, ossia sarebbe una coscienza che non sa di se stessa, una coscienza incosciente: il che è una assurdità però è un fatto continuamente esperibile in ogni atto della nostra giornata. Per la grandissima parte della giornata noi non siamo affatto coscienti di noi stessi, l’«io» se ne va a zonzo senza alcuna coscienza di sé, medita, pensa, compie azioni senza che ci sia bisogno dell’intervento della coscienza. Nella poesia kraliana tutto questo è evidente, è una scrittura che sgorga da una libertà dalla coscienza auto organizzatoria, una libertà che si manifesta come dispersione e moltiplicazione di esistenza.
    Che cos’è questa libertà dalla coscienza? È la sensazione che deriva dalla coscienza di sé come distanza da se medesima…; bisogna concepirla come un vacuum che la coscienza ha con se stessa, distanza posizionale di sé con se stessa. E che cos’è questa «distanza» se non il nulla che interviene e prende posto nel nulla della coscienza?

  2. Quanta vita e quante verità nelle poesie di Petr Král! Senza l’ombra di un pensiero concettuale, quindi le cose per come appaiono nella loro evidenza, in superficie e profondità. E lo sguardo, le parole tratte da più soggettive… fanno di Petr Král l’antesignano di questa nostra nuova poesia, diversa per struttura ma aderente, come vento, all’accadimento oggettivo e mentale…

  3. colgo a volo lo spunto di Lucio Mayoor Tosi per dire che il fatto che vi sia linguaggio nella poesia di Petr Král, accade in quanto il poeta ceco assume semplicemente nell’aver-luogo del linguaggio stesso un Evento.
    In questo modo, il parlante scopre la propria balbuzie, si scopre anche in-fante, poiché il linguaggio inquanto tale (il suo Evento) può essere esperito unicamente in quanto «potenzialità di parlare» ,vale a dire in quanto è relazione in potenza con un poter e un non-poter (parlare), in quanto mera possibilità di parlare.
    L’evento di linguaggio si rivela in poesia come ciò che emerge dall’evento, ciò che è evento, che si fa, come cosa stessa.

  4. Jacopo Ricciardi

    L’io liquido si allunga, si affina, si raccoglie, goccia, si versa. L’io liquido si accumula, si dilata, in un verso, e, un verso versa, quell’io dilatato in una scena e in una immagine che occupano uno spazio in un tempo, in un altro verso, con un nuovo spazio e un’altra misurazione di tempo. I versi si legano come zone indipendenti dell’io ma comunicanti da questo salto fisico dal verso di sopra al verso di sotto. L’io liquido prosegue nella poesia per movimenti imprevedibili, pieni, sorprendenti occupazioni, caratteristiche, di spazio e di tempo, rinnovati ad ogni piano del verso. A volte i piani collimano in un verso senza punto ma con una maiuscola: l’io liquido scorre e passa un varco e si ritrova altrove, in un altrove controllato, nel quale il liquido dell’io, come fosse sangue bollente, si esalta della propria corrente, e sembra quasi sul finale della poesia borbottare per ebollizione; il giorno in ‘È qui’ si apre un varco nel corpo delle persone, e dentro di esse esiste un nuovo fuori dove il giorno si impersonifica, fino a che le persone non occupino un altro fuori dentro il giorno, disintegrando mano a mano il dato corporeo. Questo procedimento di aprire spazi e tempi dentro altri spazi e tempi in piani della realtà, rende l’io smaterializzato da un corpo e rimaterializzato in momenti di spazio e tempo, che ad ogni verso hanno un piano dove concretizzarsi nello spaziare e nel temporeggiare di un io che si sparge come un liquido.

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