Inediti di Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, La poesia kitchen pone con urgenza il problema di un «nuovo rapporto con le «cose», e per farlo assegna altri nomi alle cose, Commenti di Jacopo Ricciardi, Giorgio Linguaglossa, I resti diroccati di quello che un tempo fu il glorioso Totem del Padre, l’Edipo oggi caduto in disuso

Gif Bergman Persona

[La società post-Edipica delle società post-democratiche de-politicizzate di oggi si esprime attraverso i simulacri. Il simulacro è il falso che si presenta sulla scena come un falso, paradossalmente autentico, cioè senza misteri, senza doppiezza e senza reticenze, in quanto doppio, triplo, quadruplo etc. di un originale andato perduto o inesistente… Il desiderio verso la «Cosa» è il desiderio della nudità, desiderio della Madre, ed è marcato dalla negatività: può sussistere solo come privazione, come ombra; è oscuro, opaco, irriducibile, inarrivabile, irraggiungibile, impalpabile, impossibile, ed è definito solo dal suo opposto, dalla non nudità]

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Un inedito di Mario M. Gabriele

da Horcrux

L’Ostrabismo Cara
era quanto di più amasse Cesare Viviani,
tra plurisensi verbali del 63
in una stagione di fuoriusciti dai parcheggi ausiliari
sebbene facesse da guida una rondinella dal cielo
che non trovava un nido nel percorso
se non un pince-sans-rire di balbettio psicogeno.

Un giorno ce ne andremo
girando la manopola di un’altra radio.

Ti ritrovi, ai confini della realtà,
a immaginare l’androide
come il nuovo ceppo organico
con Cindi Mayweather.

Natale se n’è andato spegnendo le luminarie
e gli abeti senza primavere.

Altri sub-plots li racconteremo
da Gennaio a Carnevale.

Dog annusa le scarpine da jogging
con profumo di foglie himalayane.

Oggi resteremo con gli avanzi nella dispensa,
senza cablogrammi e storytelling.

Krus ha concluso l’epistolario
con il titolo: Off Limits.

Due, tre, quattro mesi, forse anche un anno
per cambiare la sinapsi.

Se vai al super game controlla il fornello,
gli OROGEL nel frigo, se entra nelle stanze
il profumo del barbecue del Signor Elliott.

Sing Tao Thing ci ha mandato 10 haiku,
brevi come le nostre ore.

Seguiamo Molly con il suo vestito stagionale.
Non è molto, ma aiuta a superare i giorni della Memoria.

Penso che questa poesia di Mario Gabriele possa essere annoverata tra le risposte più esaustive al questito da me proposto nel commento che precede [Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?].
Gabriele parte da L’ostrabismo cara, libro di esordio di Cesare Viviani pubblicato da Feltrinelli nel 1973, e giunge ai giorni nostri, noi che viviamo nella democrazia più strampalata d’Europa, la più de-politicizzata, la più deterritorializzata dai populismi in voga.
Cosa ne posso dire? Mi trovo in difficoltà perché non c’è un commento che si possa fare a questo tipo di poesia: poesia buffet?, poesia fetish?, poetry kitchen?, kitchen e basta?, poesia da soggiorno?, poesia ad orologeria?, poesia da post-strabismo?, poesia daltonica?… non saprei come definirla, poesia pop?, poesia pop-corn?, poesia della linea giullaresca?, o post-giullare?, poesia ridanciana?, poesia della ipoverità di massa? poesia della Società Signorile di massa?, poesia carnevalesca? Non saprei proprio, è questo il punto. Forse, azzardo, trattasi di poesia-flipper; ma no, forse mi sbaglio, è la poesia di un nuovo Palazzeschi, quello de L’incendiario (1910), la poesia più rivoluzionaria del novecento che è passata sotto sordina e sottaceto ed è stata rubricata come poesia ironico-giocosa.
Forse oggi l’unico modo di scrivere poesia è questo di Gabriele di mischiare i registri dei frantumi e dei frammenti in un pluriregistro stilistico e lessicale irto di frantumi scagliosi e irti.
E lasciamolo divertire!

È che sono le cose stesse che urgono e spingono altre cose in una certa direzione. Basta ascoltare le cose. Come non avvertire il processo di feticizzazione delle parole che si è spinto tanto oltre da sovrapporre alla realtà stessa della merce in quanto tale una copia di quella stessa merce, un sosia di quelle stesse persone: un logo, un label, un marchio che richiami la merce, un nomen che richiami anamnesticamente la persona. Facendo della poiesis il luogo stesso dell’aleatorio e del non-nominabile. Il mondo è diventato non più nominabile. Baudelaire assegna all’arte il compito di appropriarsi dell’irrealtà e, come il dandy, insegna la possibilità di un nuovo rapporto con le cose che vada oltre il valore d’uso e il valore di scambio. Portando fino alle sue estreme conseguenze il principio della perdita e dello spossessamento di sé, il dandy e la poesia moderna oppongono all’accumulazione capitalistica del valore di scambio e al godimento del valore d’uso del marxismo «la possibilità di un nuovo rapporto con le cose: l’appropriazione dell’irrealtà».1
La poesia kitchen pone con urgenza il problema di un «nuovo rapporto con le cose», e per farlo assegna altri nomi alle cose. Così, semplicemente, la poesia torna a nominare il mondo.

(Giorgio Linguaglossa)

1 G. Agamben, Stanze, 1977, p. 57

Molto interessante è questa poesia che cita  direttamente (nel distico iniziale) la poesia che appartiene all’ultimo Vecchio poetico rispetto al Nuovo della poesia di Gabriele, ben inserendola (quella) nel mondo complessivo di ‘cose’ non Vere, ossia tra le ‘cose’ di realtà superficiale e mascherante; è tipico di Gabriele inserire le ‘cose’ non giudicate o minimizzate, ma mostrate nel loro più fulgido fulgore indipendente (autonomo), e così ‘scartate’. L’ultima poesia Vecchia è una ‘cosa’ tra le altre; la poesia Nuova è fatta di ‘cose’.

(Jacopo Ricciardi)

L’Espressionismo linguistico, poetico e critico è la migliore triade che si possa riscontrare quando si esamina una poesia nell’era del virtuale e multimediale, dove le parole, le immagini e le icone, sono i collettivi di una memoria personale in continua oggettivazione. Quando si scrive una poesia entrano in azione elementi della realtà ,collegati o disconnessi tra loro per una esteriorizzazione dei processi di composizione del verso non sempre decodificabili. Ringrazio vivamente Giorgio Linguaglossa e Jacopo Ricciardi per l’esauriente analisi critica sul mio testo poetico sopra riportato che rende più accessibile l’incontro con i lettori.

(Mario M. Gabriele)

Inedito di Lucio Mayoor Tosi

La domanda per i politici: con chi di voi vorrò sognare?
Con chi, con-cong? Poi cadde la serranda. Eravamo nei paesi al sud.

Da lì, ancora più in basso, giù giù verso l’inferno. La merda.
Come sott’acqua, poi risalire. Stato d’animo: cavallette a riposo.

A Palazzo Chigi s’avverte negli arredi l’usato. L’usato Presidente,
le usate penne per le firme, la mani usate, il fantasma del tempo.

Una ranocchia. Plop! E anche questa è fatta.

(May, 13 feb)

caro Lucio,

nella tua poesia fetish e kitchen intravvedo i resti diroccati di quello che un tempo fu il glorioso Totem del Padre, l’Edipo oggi caduto in disuso. Certe figure che ricorrono nella tua poesia: «Palazzo Chigi», il «Presidente» sono significative del Totem che è stato de-sacralizzato e de-istituzionalizzato e sostituito con una casella vuota. Certo senso di caduta che si avverte nella tua poesia: «Da lì, ancora più in basso, giù giù verso l’inferno. La merda», è il segnale inconscio di questa caduta dal Totem nella «merda», ovvero, nella situazione post-edipica priva ormai del Nome del Padre e priva di Edipo.

Penso che certa centralità dei populismi di oggi abbia a livello inconscio qualche fondamento in questa caduta dal Nome del Padre nella anomia delle società post-democratiche depoliticizzate di oggi. È noto dalla psicoanalisi lacaniana il fenomeno cosiddetto della dissoluzione di Edipo, della figura paterna, del padre inteso come funzione simbolica, del Nome-del-Padre, garante dell’ordine del linguaggio e del legame sociale e grado zero dell’ordine simbolico, rappresentante dell’ordine simbolico e garante della coesione sociale. Sono note, a questo proposito, alcune elaborazioni come il “complesso di Telemaco”, che caratterizzerebbe i giovani d’oggi destinati a vivere in una “società senza padri”, e le interpretazioni delle vicende politiche secondo la chiave interpretativa dell’“assenza del padre” (la figura di Berlusconi sarebbe un anti-padre, un “padre orgiastico”, Urvater freudiano accattivante e ammaliante). Queste ipotesi ermeneutiche hanno stimolato un ampio dibattito in Italia in questi ultimi anni. L’indebolimento del legame sociale della sintassi nelle arti e nella poesia kitchen può essere un segnale rilevante di questo processo storico epocale. Le categorie della psicoanalisi di derivazione lacaniana sono un utilissimo strumento concettuale per individuare i micro movimenti tellurici che avvengono nel sociale, il capitale «liquido» non ha più bisogno di un Padre da onorare quanto di un suo sostituto, si limita a lasciare una casella vuota nel nome del Padre che può essere riempita di contenuto ideativo qualsivoglia.
Ovvio, se il Padre non c’è, non si dà neanche la ribellione, la contestazione del Nome del Padre e dell’Autorità garante del legame sociale.

Questa dissoluzione di Edipo è la ragione fondante del fenomeno della diffusione del desiderio verso la «Cosa», la figura materna; l’accesso al desiderio così liberalizzato sopprime il divieto edipico di accedere al godimento assoluto della «Cosa», ossia della madre, oggetto un tempo dell’interdetto edipico, concedendo a tutti il diritto di cittadinanza di godere orgiasticamente della «Cosa», del corpo materno. Di qui l’orgiastico desiderio di fare a pezzi le Istituzioni del Nome del Padre, le regole e le leggi di coesione sociale di Edipo. La società post-Edipica delle società post-democratiche de-politicizzate di oggi si esprime attraverso i simulacri. Il simulacro è il falso che si presenta sulla scena come un falso, paradossalmente autentico, cioè senza misteri, senza doppiezza e senza reticenze, in quanto doppio, triplo, quadruplo etc. di un originale andato perduto o inesistente. D’altronde, essere coscienti della relazione simulacrale che collega tutte le cose è essenziale per afferrare il contemporaneo. Il desiderio verso la «Cosa» è il desiderio della nudità, desiderio verso la Madre, ed è marcato dalla negatività: può sussistere solo come privazione, come ombra; è oscuro, opaco, irriducibile, inarrivabile, irraggiungibile, impalpabile, impossibile, ed è definito solo dal suo opposto, dalla non nudità.

(Giorgio Linguaglossa)

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017), è in corso di stampa Registro di bordo. Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). È presente nella Antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019
 
Lucio Mayoor Tosi nasce a Brescia nel 1954, vive a Candia Lomellina (PV). Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti, ha lavorato per la pubblicità. Esperto di comunicazione, collabora con agenzie pubblicitarie e case editrici. Come artista ha esposto in varie mostre personali e collettive. Come poeta è a tutt’oggi inedito, fatta eccezione per alcune antologie – da segnalare l’antologia bilingue uscita negli Stati Uniti, How the Trojan war ended I don’t remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), Chelsea Editions, 2019, New York.  Pubblica le sue poesie su mayoorblog.wordpress.com/ – Più che un blog, il suo personale taccuino per gli appunti.

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15 risposte a “Inediti di Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, La poesia kitchen pone con urgenza il problema di un «nuovo rapporto con le «cose», e per farlo assegna altri nomi alle cose, Commenti di Jacopo Ricciardi, Giorgio Linguaglossa, I resti diroccati di quello che un tempo fu il glorioso Totem del Padre, l’Edipo oggi caduto in disuso

  1. Due poesie di Franco Fortini.

    Leggendo una poesia

    Leggo versi di Sereni
    per un amico che morì anni fa. Rammento
    quel suo amico e la casa dov’era vissuto.

    E quando Sereni ebbe accompagnato
    al cimitero del Verano il corpo del suo amico
    per l’autostrada oltre l’Appennino ritornò
    fissando a uno a uno cinquecento chilometri
    riflettendo a poco a poco
    verso questa città
    che oscilla nei mattini di sole sulle marcite.

    Non ho mai capito gli altri né me stesso
    ma il modo che ho di sbagliare questo sì. Se mi arriva
    una verità è nel mezzo della fronte: è
    un’accusa. Ragiono
    senza comprendere. Mai sono dove credo.

    Avrò parlato quel mattino
    come l’idiota che so essere. Qualche bava
    gaia avrò avuta alle labbra. Qualche sussidio
    per la mia giornata fino a notte.
    Per arrivare a passi torti fino a notte.
    Incredulo Sereni mi guardava
    offeso no ma stupefatto. Era seduto
    al suo tavolo e negli occhi sanguinosi
    gli duravano le grandi costruzioni della propria morte.

    La cortesia e la grazia non so bene che siano.
    Dentro questo autobus che ci trasferisce c’è tale un urlìo
    che non permette di parlare
    e nemmeno di tacere umanamente.

    Mi è stato fatto non so quando un male.
    Una ingiustizia strana e indecifrabile
    mi ha reso stolto e forte per sempre.
    Leggo i versi di Sereni per Nicolò Gallo
    e scrivo ancora una volta parola per parola.
    Non tutto allora è vero quello che ho detto sin qui.
    Posso anche io intendere chi noi siamo.

    (da Paesaggio con serpente, 1984)

    *

    Sopra questa pietra…

    Sopra questa pietra
    posso ora fermarmi. Dico alcune parole
    nello spazio vuoto preciso.
    Le grandi storie
    tentennano in sonno, vacillano
    nelle teche i crani
    dei poeti sovrani.
    L’enigma verde ride la sua promessa.

    Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
    Ecco il fulmine di giugno.
    Batte l’acqua gronde e guglie.
    Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
    Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
    mi farà mai più.

    (da Composita solvantur, 1994)

    Dall’84 al ’94 passano dieci anni durante i quali scompare un sotto genere della poesia italiana: la poesia in forma di missiva parlata che si rivolge ad un altro poeta con il quale si è in interlocuzione. Fortini che si rivolge a Vittorio Sereni.
    Un genere o un sotto genere letterario scompare quando le condizioni storiche mutano e ne decretano la inanità. Qui a mutare sono state le condizioni storiche: quel tipo di interlocuzione tra letterati che adottano il mezzo poetico non ha più adepti, non interessa più a nessuno, tantomeno agli interessati. Infatti, la poesia italiana che è seguita a Composita solvantur non presenterà più la crisi della comunicazione tra due persone, tra due poeti, la crisi del conflitto tra due o più poetiche. La crisi delle poetiche non richiede più lo strumento poetico per la sua espressione, perché è la crisi delle poetiche a non fare più testo.
    Le poetiche che verranno dopo il 1994 non sono più in crisi perché non ci saranno più poetiche in conflitto, ma soltanto poetiche personalistiche e posiziocentriche che hanno come obiettivo primario la competizione per la visibilità e l’auto storicizzazione.
    Fortini ne è ben consapevole quando scrive malincomicamente:

    «Dico alcune parole/ nello spazio vuoto preciso».

    Così si chiude un’epoca della poesia italiana.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/02/15/inediti-di-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-la-poesia-kitchen-pone-con-urgenza-il-problema-di-un-nuovo-rapporto-con-le-cose-e-per-farlo-assegna-altri-nomi-alle-cose-commenti-di-jaco/comment-page-1/#comment-72385
    Dispositivi poietici e dispositivi politici sono solidali, hanno luogo nella medesima polis e presuppongono sempre una metafisica. L’articolazione originaria tra la Phoné (la voce che si toglie, viene meno e precipita nel negativo) e il Logos (il discorso articolato in un linguaggio), fonda la phoné come il negativo e il logos come positivo.
    Quando, come e perché sorge una nuova «voce» è un Evento che rivela una nuova metafisica. Una nuova «voce» può sorgere soltanto dal perire della vecchia «voce».
    La dizione «voce senza linguaggio» significa questo emergere della voce nel e dal linguaggio, nel e dal linguaggio che sta emergendo. La «voce» è sempre alla ricerca del linguaggio più appropriato che possa ospitarla. Il linguaggio è la «casa» della «voce».
    Quando la «voce» abbandona un linguaggio, ciò avviene perché quella «casa» è diventata inospitale: ci piove dai tetti, le finestre e le porte non chiudono bene alle intemperie e vi penetra il gelo d’inverno e la calura in estate. Allora, la «voce» deve abbandonare l’abitazione e si mette in viaggio alla ricerca di una nuova abitazione…
    La poiesis è quell’ente per il quale ne va, nel suo esistere, del suo aver nome, del suo essere un fare nel linguaggio.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/02/15/inediti-di-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-la-poesia-kitchen-pone-con-urgenza-il-problema-di-un-nuovo-rapporto-con-le-cose-e-per-farlo-assegna-altri-nomi-alle-cose-commenti-di-jaco/comment-page-1/#comment-72395
    Che cos’è un dispositivo poietico?

    Un dispositivo poietico è una costellazione di categorie retoriche ed ermeneutiche.
    La poesia di Mario Gabriele e di Lucio Mayoor Tosi non può non recepire la riterritorializzazione del trash e del kitsch, prendere atto della spazzatura… non può non de-territorializzare, de-costruire, de-rottamare il già rottamato, il già costruito, il già territorializato, la spazzatura della cultura divenuta cultura del trash e del pacchiano.
    Il genere lirico, il gusto euforbito ed eufonico è diventato trash e kitsch, pacchianeria dello spirito, furfanteria di manigoldi…

    La poesia consapevole di oggi non può non riterritorializzare frammenti, tracce, orme, lessemi, impulsi, abreazioni, rammemorazioni, idiosincrasie, tic, vissuti, dimenticanze, obblivioni; attaccare post-it e segnalibri, segnali semaforici e somatizzazioni, pixel, trash, pseudo trash, codicilli… questo spetta all’arte, è compito dell’arte senza più voler sondare chissà quali profondità metafisiche; in fin dei conti tutte le tecniche sono parenti strette della Tecnica con la maiuscola che afferisce al Signor Capitale e ai suoi epifenomeni: gli esseri umani, gli acquirenti consumatori di merci. Il Capitale pensa, sa, ma l’arte ne è consapevole e dismette gli abiti di scena, adotta la strategia del camaleonte, si mimetizza tra gli oggetti, vuole essere un oggetto più oggetto di altri, da usare e gettare via; vuole essere un oggetto meno oggetto di altri, vuole essere un conglomerato di orme, di tracce di oggetti scomparsi, luminescenze, rifrazioni di oggetti sprofondati in chissà quale superficie…

    Nel volume II/3 del progetto su Il sacramento dellinguaggio. Archeologia del giuramento, del 2008: oggetto dell’analisi è, qui, il paradigma del “giuramento” come luogo in cui si rende manifesto il dispositivo “veritativo” messo in campo da diritto e religione, che «sarebbero nati […] per cercare di legare le parole alle cose, per assicurare l’efficacia del linguaggio, per “vincolare, attraverso maledizioni e anatemi, il soggetto parlante al potere veritativo della sua parola”».
    Stante quanto sopra, appare evidente che nell’ambito della poiesis non si dia alcun «giuramento» di voler far coincidere le parole alle cose, qui il dispositivo veritativo non può che essere quello di scollegare, de-collegare il dispositivo veritativo tra le parole e le cose e di introdurre un altro dispositivo veritativo il cui compito precipuo sarebbe quello della istituzione della differenza tra le parole e le cose.

    (Homo sacer, p. 105)

  4. antonio sagredo

    “Fortini ne è ben consapevole quando scrive malincomicamente:

    «Dico alcune parole/ nello spazio vuoto preciso».

    Così si chiude un’epoca della poesia italiana. ”

    ——————–
    Così è scritto più sopra.
    Ma come devo intendere il termine “preciso”?
    così:
    Preciso \che\ : «Dico alcune parole/ nello spazio vuoto».
    Quel “preciso” pare insensato \ o ha troppo senso?
    E se Fortini avesse scritto.
    “«Dico alcune parole/ nello spazio vuoto deciso» ?
    Avrebbe potuto scrivere Linguaglossa:
    “Così si chiude un’epoca della poesia italiana” ?
    ———————————————————————–
    un chiarimento, prego.
    Poesia robotica, o altro?

    as

  5. Jacopo Ricciardi

    La strofa di Gabriele è fatta da due poli, che si attivano alla lettura prima l’uno poi l’altro. Il primo riprende una concretezza reale, un ‘cosa’ esistente (apparentemente esistente); il secondo ha caratteristiche simili al precedente, ma lontanissimo da esso per contesto reale, in un salto incommensurabile tra due ‘cose’, messe in relazione diretta tra loro: si crea tra i due poli una torsione tanto potente da smaterializzare il legame che pure continua ad unire questi due aspetti della realtà. Il passaggio di energia che si trasmette in tensione tra la prima e la seconda parte, le acceca, e le isola, apparenti nell’assenza, e, il percorso incommensurabile che la mente compie in un istante ricollegandole, è sempre diverso (come la traccia di un lampo), e in questo modo la mente li recupera accorpati in una turbina che tritura la realtà consueta in un’altra presenza.
    In effetti colpisce la solidità e la vastità dell’azione di questa poesia: una solidità energetica, e una vastità senza confine. Poesia perfettamente adeguata alla provocazione della realtà che si trova (andando indietro di più di un secolo) nell’intimo cuore della poesia ‘L’Incendiario’ di Aldo Palazzeschi come giustamente segnalato da Giorgio Linguaglossa.

    • mariomgabriele

      L’analisi critica fatta da Jacopo Ricciardi sul mio testo, apre ampi viadotti interpretativi sul linguaggio poetico, così come fa anche Giorgio Linguaglossa nei suoi interventi su L’Ombra delle parole, da immettere nella Critica di oggi, varianti ufficiali di una ermeneutica per decenni emarginata dalle maggiori Case Editrici.

      Il linguaggio poetico ha assunto connotati distinguibili in sincronia e diacronia, determinando l’accesso della critica nel disvelare le differenze sostanziali del lessico, che nel carotaggio più profondo del subconscio riportano in superficie la gerarchia specifica dei valori poetici, e della significanza.

      Non c’è dubbio che ogni opera d’Arte è una provocazione dell’autore nei confronti dei critici, spettando a questi ultimi di determinare la valutazione ontologica ed estetica.
      A fronte di tutto questo ci sono il pensiero e l’attrito tra l’Essere e il Nulla, in un dualismo che non permette piani di salvezza.
      Allora, e in codesti termini, i commenti di Jacopo Ricciardi e di Giorgio Linguaglossa finiscono per essere essenziali nel condurre il lettore in una zona di salvataggio fuori da ogni forma di teatralità, mettendo in mora il falso dal vero verde.

  6. Di Mario M. Gabriele, il fatto che leggendo una poesia ne leggi una decina. Le sue mini immagini, le mini storie – ognuna bastevole per altri a ricavarne composizioni che ribadiscono nei versi quanto si è già compreso dalla prima nominazione. Un terzo di verità, più due, se va bene, di superfluo – Invece Gabriele passa repentinamente ad altro: perché così fanno i pensieri, è questo il loro reale andamento nella mente. E non solo nella mente di oggi.
    Viene fuori, insomma, l’imbroglio della scrittura, che col pensiero ordinario non avrebbe a che fare.
    Ma questo è nella poesia di nuova ontologia estetica; così come nella meditazione, allorché ci si accorge del codino di un pensiero che se ne va… e quello nuovo che si presenta, già diverso.

    Nel libro “Diario di Bordo”, Mario Gabriele offre una sequenza di distici adatti per chi volesse intraprendere una dieta letteraria. Lì è proprio maestro. Al secondo step della dieta andrebbe considerata la semplificazione della lingua accademica: operazione assai complessa per chi già abituato a scrivere su tastiere di più ottave. Sanno, avvertono, che oltre le estremità del linguaggio ne va della piega del pantaloni.

    Di Gabriele – ma da subito, la prima volta – ti accorgi che le poesie nuove nascono classiche: la compostezza della versificazione, la lunghezza stessa delle composizioni, mai oltre la media capacità di mantenere l’attenzione… presupposto questo per una pop poesia, che di nuovo avrebbe la capacità di non complicare la vita, da quando si è fatta talk show. Quindi arriva facile, anche perché le citazioni sono sonore (lo diceva Pound, delle sue). Il nuovo getta l’ancora nel classico. Sicché lo capiscono non solo gli altri nuovi, ma anche, tra i più attenti, i poeti di sempre. E’ l’evoluzione.

  7. mariomgabriele

    Un discrimine il mio tra passato e presente nella poesia? Non credo. Sono piuttosto convinto che unificare l’Old e il New nel linguaggio poetico non è una dicotomia ma un tipico esempio di osmosi psichica e culturale da cui emergono sempre un subsentire e un subpensare: un binomio che esplicita storia e invenzione da cui non è raro imbattersi nei riflessi del passato e del presente omogeneizzati in un unico Asset esistenziale e figurativo, il tutto coesistendo con altri linguaggi extranazionali come cifre del vissuto, e della riprogrammazione della vita sfuggita dalle mani. In altre parole è la voce antica insieme a quella degli Avatar attraverso un processo creativo che è anche sceneggiatura. Il tuo commento risplende di autonomia ermeneutica con chiavi di lettura molto suggestive. Ti ringrazio e a ben leggerti sulla Rivista. Un abbraccio Mario.

  8. Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
    Mi recai sull’isola innevata.
    Non ha parole la natura selvaggia.
    Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
    Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
    Linguaggio non parole.

    Giunge a proposito questa poesia di Tomas Tranströmer, che dice e non dice come e dove, ma dentro ci trovo la ricerca per intero, da cui quelle orme di scoiattolo. E la bellezza del paesaggio, l’aria pulita della nuova poesia ovunque si legga.

  9. milaure colasson

    Penso che il distico aggiudichi alla poetry kitchen di Mario Gabriele un rigore e una serietà di poesia classica, aggiunge qualcosa al testo che richiede la spaziatura e la sospensione propria del distico. E’ come se sia Mario che Lucio si preoccupassero di manutenzionare di continuo i testi con interventi di efficientamento energetico e di riduzione del rischio noiotico (la noia che promana dalla poesia di accademia che si fa in Europa), La Poesia fetish e la poesia buffet hanno stretto alleanza per introdurre un sistema sismico che non dia un attimo di tregua alla elettricità dei testi poetici, introducendo un aumento di installazione di impianti fotovoltaici e colonnine di ricarica dei veicoli elettrici delle parole.
    Complimenti ad entrambi e a tutti i commentatori di questa pagina.

    • mariomgabriele

      Il distico ha mille porte aperte per ospitare turisti verbali come effetto globalizzante che incolla, assembla e sigilla in maniera visibile tutte le superficie dinamiche del tempo: una specie di Bostik Poli Max, di cristallizzazione su pietra, cemento, intonaco, legno, ferro, alluminio, zinco, acciaio, ceramica, sughero, battiscopa, davanzali, soglie, materiale isolante, pannelli gessati, infissi, con una elasticità permanente, che lascia il collage come un quadro di Pollock, ma da cui si intravvedono tutti i colori di una tavolozza ibrida che rimarca uno sciame di pensieri che solo l’Arte e la letteratura possono realizzare. Quanto alle tracce di natura classica, abbinate a quelle della nuova ontologia estetica da me recuperate, si tratta solo di riconnettersi con un territorio già omologato, che non può essere ripudiato, così come non possiamo ripudiare i nostri genitori senza i quali non saremmo su questa terra.

      • Fantastico! Pollock, Bostik Poli Max, ma anche Kurt Schwitters. Anche se io intendevo riferirmi a forma e resa della poesia strutturata: tanti parlano di scrittura per frammenti, però ti accorgi che ragionano sull’andamento strofico; che il distico azzera, o spiana, inglobando frammenti di varia e libera misura. Da qui la sua parentela col verso libero. Quasi un paradosso.
        Classica è per me la resa strutturale che nelle tue poesie ha particolare compostezza, frutto di sapienza e maestria. Da qui la mia ammirazione: per il cesello che non teme confronti con la più classica delle poesie in metrica, sebbene di questa non resti niente; anche perché separati da un intero secolo di modernità.

  10. caro Mario,

    tu porti alla massima efficienza il dispositivo eterologico del discorso interrotto. Tu concepisci una discorsività alternativa: una discorsività che tenga conto dell’interruzione, delle fratture, dei frammenti che ci abitano, delle linee di clivaggio che compongono stabilmente ormai il nostro mondo storico e esistenziale; allo stesso tempo tenti di riformarle quelle fratture, di costruire modi di parola altri, introduci nel discorso altri discorsi, li inizi e li interrompi di continuo, li fai interagire per constatarne gli attriti e le scintille che ne escono.

    La tua è una parola il cui elemento fisico si radica nella nostra condizione attuale, fatta di grandi derive nella globalità più smisurata e della più grande frammentazione e slittamento del senso (figura ordinaria di questo è la povertà di comunicazione nell’eccesso di comunicazione, tipico paradosso del web). È che è venuto a mutare nella tua poesia, radicalmente, il modo di intendere la funzione del significante e del signifiato, tu li destituisci per fondare l’istituzione della de-stituzione. E lo fai con una grande naturalezza, come fosse la cosa più facile del mondo.

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