Gérard Beaugonin, Poesia frattale, con uno scritto di Giorgio Linguaglossa, Il problema di fondo della poiesis di oggi, lo statuto di verità del discorso poetico

main-fractale

Gérard Beaugonin

Poesia frattale

Preoccupato dall’atrofia, recentemente impostata dalla pandemia, del senso del tocco carnale, volevo celebrare la Mano – frequento da tempo le strutture frattali per oggetti d’arte e concetti intellettuali, e ho appena incontrato l’Ombra delle Parole. Linguaglossa l’ho conosciuto nell’occasione di una mia mostra nel Palazzo Pubblico di Siena, nel lontano 2008. S’imponeva, quindi, la creazione dell’opera poetica

La  Main Fractale.

La poesia frattale è una poesia a 2  dimensioni, non lineare da sinistra a destra e dall’alto al basso, sia nel suo concepimento, sia nelle sue interpretazioni orali tendenziali, sia nelle sue letture scritte di linguaggio concepibili …

L’inizio si trova nella parola  Main, non scritta su una riga ma in uno spazio, delimitato da un foglio A4, senza adozione di alcun stile grafico, come un disegno allo stesso tempo di immagini e di significati, estetici e semantici, provocati interattivamente, dove le parole e la grafica alternano fino ad arrivare insieme ad una fine, possibilmente provvisoria, fino all’occupazione dello spazio…

L’immagine bidimensionale è la sola vera madre, e le parole contenute  ricopiate in testi derivati sono delle letture lineari concepibili. 

Ecco una possibile lettura, quella che, durante il processo creativo,  avevo manoscritto in brutta copia con numerose correzioni, e poi ricopiata pulita:

Main Fractale
(Lecture concevable)

je suis
la Main
du dessin
de poésie
je suis le
POLLOCK
de poésie
mot, lettre
noir, blanc
ligne, tache
je geste FRACTAL
avec doig-T
les mains tendres, caresses
das schoene Gesicht
tout ces mégots écrasés
sans lendemain
il vaut mieux attendre
coup de mains
en tour de mains
corne de l’abondance
danse sous les mains des gamins
sur le champ de foire
plein de sacs à main
à tout prendre.

Gerard beaugonin programmeur-

Gérard Beaugonin è nato in Francia nel 1932. Ingegnere SUPELEC, debutto nel 1957  alla Cie des Machines BULL Logic designer, dopo 3 mesi responsabile per il disegno del sistema di Multiprogrammazione del Gamma60, al momento dell’introduzione del transistor, prima che il nome Informatica sia stato inventato, prima che i professori e il mondo accademico cessassero di deriderci, noi volgari tecnologi che inventavano il nuovo mondo. Un mondo dove la Tecnologia precedeva la Scienza.  Fondatore & AD nel 1963 della figliale francese della Control Data Corporation, produttore dei super-computer dell’epoca, emigrato negli Stati Uniti nel 1968 come Vice President International. Emigrato in Italia, residente a Siena, come consulente indipendente nella creazione di imprese alta tecnologia. Fondatore & Presidente di ENGLIShEAR VOICEbook, Esercizi Orali delle lingue straniere. Da sempre artista dilettante, poi dal 2000 a tempo pieno, pittore, scultore, musicista (composizione dodecafonica), saggista e poeta in 4 lingue, traduttore multidirezionale di poesie francese, italiane, inglese e tedesche. Frequentatore quasi quotidiano di 6 lingue, Francese, Inglese, Tedesco, Italiano, Castigliano, Russo.

Mostre: Minneaplis, PaloAlto (1969-1973), Personale Parigi,  inf@rtmatique (2005), Personale Siena Palazzo Pubblico, Magazzini del Sale, Di Siena la MemoriaLa profondità delle superficie (2008), Collettiva, Siena Santa Maria della Scala, Cavalli d’autore, (2020).
Ha pubblicato per la Saggistica:
Management , Politics and Corruption, Authority, Equality & Efficiency (1978, english) Le bateau Ivre, Essais en bref & Exercices poétiques, (2001), Précurseur d’une Future Philosophie de la Technologie (2020, 290 p. A4, nombreuses illustrations de l’auteur)
L’Informatique (2020, 281 p. A4, nombreux facsimile d’articles de presse concernant l’auteur, et nombreuses illustrations de l’auteur). Versione italiana tradotta e adattata dall’autore, con alcuni esempi specifici alla situazione italiana (2021, 280p A4) L’intera mia opera, pittura, scultura, musica, poesie, saggi, in diverse lingue,  è accessibile sul mio sito Web, e le versioni integrali dei libri da richiesta tramite E-Mail
 www.gerard-siena.it 
gerardbeaugonin@gmail.com

Giorgio Linguaglossa

Il problema di fondo della poiesis di oggi

Il problema che sta al fondo della «nuova poesia» non può essere sottaciuto. Io penso che il problema dei problemi verta intorno allo «statuto di verità del discorso poetico», se il discorso poetico abbia un proprio «statuto di verità» o se invece sia il portatore di una istanza non veritativa o extra veritativa. Il distinguo di fondo mi sembra questo.

Di fatto, la poesia italiana delle ultime decadi non è stata in grado di avvistare l’iceberg, perché pensava con categorie sussidiarie ed epigoniche, si accontentava di petizioni sussidiarie: problematiche come la traduzione della poesia, la poetica degli oggetti, la libertà della poesia, la poesia narrativa, la libera tematizzazione della poesia (glossa, didascalia, commento), la poesia corporale, performativa, ironico-giocosa etc. quando invece la categoria fondamentale che comprende in qualche modo tutte le altre è lo «statuto di verità del discorso poetico», cioè se il discorso poetico abbia a che fare con quella scatola misteriosa che definiamo «verità», oppure se essa «verità» è una questione periferica e secondaria che possiamo tranquillamente mettere da parte.

Da questa presa di posizione ne deriverà la poesia di ciascuno di noi. Ho la spiacevole sensazione che la poesia italiana di queste ultime decadi abbia inconsapevolmente dato credito ad un discorso poetico che abita la categoria della post-verità, della ipoverità, della verità laterale, della verità dell’io, della verità della verità etc., pensando in questo modo di dribblare il problema ben più arduo e periglioso dello statuto di verità del discorso poetico.
Resta, al fondo, il problema principe da sciogliere: «lo statuto di verità o non verità del discorso poetico».

Essere nel XXI secolo” è una condizione reale, non immaginata

«Questo dato di fatto non è un fiorellino da mettere nell’occhiello della giacca: è un modo di pensare, di vedere il mondo in cui ci troviamo: un mondo confuso, denso, contraddittorio, illogico. Cercare di dire questo mondo in poesia non può quindi non presupporre un ripensamento critico di tutti gli strumenti della tradizione poetica novecentesca. Uno di questi – ed è uno strumento principe – è la sintassi: che oggi è ancora pesantemente prosastica, discorsiva, troppo concatenata e sequenziale, quasi identica a quella che è prevalsa sempre di più fra i poeti verso la fine del secolo scorso, in particolare dopo l’ingloriosa fine degli ultimi sperimentalismi: finiti gli eccessi, la poesia doveva farsi dimessa, discreta, sottotono, diventare l’ancella della prosa», scriveva Steven Grieco Rathgeb nel 2018.

Rebus sic stantibus, dicevano i latini con meraviglioso spirito empirico. Che cosa vuol dire: «le cose come stanno»? E poi: quali cose? E ancora: dove, in quale luogo «stanno» le cose? – Ecco, non sappiamo nulla delle «cose» che ci stanno intorno, in quale luogo «stanno»?, andiamo a tentoni nel mondo delle «cose»?, e allora come possiamo dire intorno alle «cose» se non conosciamo che cosa esse siano.
«Essere nel XXI secolo è una condizione reale», ma «condizione» qui significa stare con le cose, insieme alle cose… paradossalmente, noi non sappiamo nulla delle «cose», le diamo per scontate, esse ci sono perché sono sempre state lì, ci sono da sempre e sempre (un sempre umano) ci saranno. Noi diamo tutto per scontato, e invece per dipingere un quadro o scrivere una poesia non dobbiamo accettare nulla per scontato, e meno che mai la legge della sintassi, anch’essa fatta di leggi e regole che disciplinano le «cose» e le «parole» che altri ci ha propinato, ma che non vogliamo più riconoscere…

12 commenti

Archiviato in poetry-kitchen

12 risposte a “Gérard Beaugonin, Poesia frattale, con uno scritto di Giorgio Linguaglossa, Il problema di fondo della poiesis di oggi, lo statuto di verità del discorso poetico

  1. Essere nel XXI secolo è una condizione reale, non immaginaria

    Qui potete vedere le Composizioni di Gérard Beaugonin:

    http://www.gerard-siena.it/modern-art/abstract/table2/abstract-table2.htm

    Nel 2008 ho potuto visitare lo studio di Beaugonin. Mi sono trovato dinanzi a un gran numero di manufatti, sculture, diciamo così, completamente costruiti con materiali di risulta, con oggetti poveri, dismessi della nostra vita di relazione, tutti rigorosamente improvvisati, cioè che sono sfuggiti alla amministrazione dell’Io e della coscienza e alla amministrazione domestica della vita quotidiana. Appunto, è con questi oggetti usciti fuori dal ciclo della produzione e del consumo che sono fatte le opere di Beaugonin. Da questi oggetti sono stati banditi, e per sempre, il «sublime», il «poetico», i diagrammi della «rappresentazione», il «bello», il «brutto». Come noto, i pittori sono molto più avanti dei poeti, questi ultimi pensano ancora al discorso elegiaco dell’io, alla rammemorazione di una insondabile maestà dello spirito… i pittori, i creatori di manufatti, NO, loro pensano in termini di materiali da costruzione, e costruiscono con quelli.
    Anche la nuova ontologia estetica pensa la costruzione di oggetti in questo modo, ma lo pensa in modo conseguente, in modo drastico. Le vie di mezzo, le compromissioni, gli accomodamenti non danno buoni risultati.

  2. il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
    volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
    può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
    che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

    (Vincenzo Vitiello)

    Pasolini nel 1975 in una intervista pochi mesi prima del suo assassinio, scriveva:
    «Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come».1

    Appunto, oggi 13 febbraio 2021, siamo giunti alla completa de-politicizzazione dell’Italia e alla completa de-politicizzazione delle pratiche artistiche che si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, cioè quelle rette dal plusvalore, dalla valorizzazione del capitale.
    In questo senso l’Italia è il paese di avanguardia dell’Occidente. Prendere atto di questo fatto taglia le gambe ad ogni altra ciarla.
    I conflitti si sono de-politicizzati. Anche i conflitti estetici si sono de-politicizzati. Il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore. Allora, non resta che porsi nel turning point della trasformazione, esserne i protagonisti non i soggetti passivi significa accettare il rischio del conflitto come possibilità che apre all’Evento.

    La poetry kitchen è l’apertura di un campo di possibilità, significa assunzione del conflitto nell’ambito della poiesis. Forme e pratiche di conflitto sono anche la resistenza, il rifiuto, il diniego, la sottrazione, la diversificazione, la provocazione in quanto affermazioni di differenza e possibilizzazione di una alternativa possibile. Nel conflitto per la trasformazione si determina la possibilità di un progetto; nell’affermazione pratica delle differenze si apre la possibilità di una mise en acte di una via di uscita dal pensiero regolativo e apologetico del reale. Una nuova sfera pubblica passa attraverso una nuova pratica delle differenze e delle possibilità. La nuova prassi costituente la normatività può essere solo trasformativa, cioè rivoluzionaria. Forse Karl Marx non è ancora del tutto morto.

    La trasformazione degli Uffici Stampa degli editori in «negozi» è un processo in atto da tempo in Occidente, occorre prenderne atto. Anche la cosiddetta critica culturale è finita per aggiudicarsi una nicchia di sopravvivenza adeguandosi, cioè trasformandosi in fattorini del «negozio», che esaltano la bontà e la primarietà dei prodotti della ditta. Stiamo diventando tutti acquirenti online di «beni», e la critica culturale si adatta, sia attraverso la vendita diretta di prodotti, sia attraverso i meccanismi di affiliazione con i siti che li vendono, come fanno già molte testate internazionali con sezioni dedicate ad ogni tipo di «negozio» e di «ozio».
    Le schedine editoriali che si trovano in quarta di copertina o nei risvolti di copertina dei libri non sono diverse dai bugiardini dei prodotti farmaceutici, obbediscono alla medesima ratio e agli interessi di vendita e di marketing della merce cui sono allegate.

    1 https://www.cittapasolini.com/post/il-nudo-e-la-rabbia-intervista-a-pier-paolo-pasolini-1975

  3. Caro Giorgio,

    ringrazio per i tuoi commenti. ti assecondo più che volentieri nell’interrogazione sulla verità del discorso poetico:
    “«statuto di verità del discorso poetico» … cioè se il discorso poetico abbia a che fare con quella scatola misteriosa che definiamo «verità», oppure se essa «verità» è una questione periferica e secondaria che possiamo tranquillamente mettere da parte….
    La poesia italiana di queste ultime decadi abbia inconsapevolmente dato credito ad un discorso poetico che abita la categoria della post-verità, della ipoverità, della verità laterale, della verità dell’io, della verità della verità etc., pensando in questo modo di dribblare il problema ben più arduo e periglioso dello statuto di verità del discorso poetico.”

    Noi scienziati abbiamo l’ipotesi per difenderci dalla fede, dalla menzogna, dalle opinioni, dall’incertezza, dalla contemporaneità della verità, pozzo senza fondo con nuovi strati d’ipoverità che chiamiamo ancora ipotesi…
    Noi artisti plastici abbiamo il fare oggetti per difenderci dalle domande, dalle menzogne, dall’incertezza, dai giudici, dalle critiche, dai mercanti, dai musei…
    Noi poeti abbiamo soltanto le parole, che dobbiamo lavorare come oggetti per farle diventare verità…e difendersi dall’io…
    Circa settecento anni fa un certo Dante Alighieri scriveva (Vita nova):
    « … che le parole sono fatte per mostrare quello che non si sa… ».

    In « Alphabet », alla lettera X, Paul Valéry scrive:

    «Quale idea è più degna dell’uomo di quella di aver denominato ciò che non conosce affatto? Io posso far entrare ciò che ignoro nelle costruzioni del mio spirito e fare di una cosa sconosciuta un pezzo della macchina del mio pensiero
    E altrove : «Si può fare qualcosa a ciò che non esiste: gli si può dare un nome

    Solche brüsten sich damit, dass sie nicht lügen: aber Ohnmacht zur Lüge ist lange noch nicht Liebe zur Wahrheit. Hütet euch! Freiheit von Fieber ist lange noch nicht Erkenntnis!
    Nietzsche Zarathoustra – 4° parte – Vom höheren MenschenDal Gran Uomo
    … tali si vantano di non mentire : però l’impotenza alla menzogna è ancora ben lontana dall’Amore per la Verità… State attenti!
    La liberazione dello zelo febbrile è ancora ben lontana dalla Conoscenza!…
    In una mia poesia francese ho scritto:

    Le Faire, l’Être et le Paraître, c’est un choix.
    J’aime le faire qui exalte l’oubli d’être,
    et qui expulse toute pensée du paraître.
    À la question « Qui suis-je ? » répond un sourire.

    È già troppo dire ?
    Vorrei, però aggiungere una domanda similare sullo statuto di estetica del discorso poetico, come silenziatore della Volontà, appoggiandomi su questo :
    …Uno dei primi elementi del godimento procuratoci dal bello, è quel silenzio temporaneo della Volontà, il quale si stabilisce all’istante in che ci abbandoniamo alla contemplazione estetica…»
    (Schopenhauer – Volontà e Rappresentazione)

    Ho appena scoperto che Isaac Newton (1643-1727), nel libro Hypothesis, scrive:

    Let no man think me oblig’d to answer objections against this script, for I desire no decline being involved in such troublesome and insignificant disputes.”
    He wanted to find the order of chaos,… 200 years anticipation.
    His language, in a letter, is that of a poet:

    “For nature is a perpetual circulatory worker, generating fluids out of solids, and solids out of fluids, fixed things out of volatile, &volatile out of fixed, subtile out of gross, & gross out of subtile, Some things to ascend and make the upper terrestrial juices, Rivers and the Atmosphere, and by consequence others to descent…”

    Ecco la mia ultima poesia ,…politica

    Lo Scivolo

    Futuro indietro, davanti nel passato,
    un presente scivola sul tempo,
    e Mandelbrot scivola sulla farfalla
    del temporale in arrivo
    sul mondo frattalizzato.

    Una parola canta una verità,
    punta dei piedi in un’altra,
    si scioglie La parola,
    l’ontologico scivola in opinioni,
    tra due verità, il verbo soffre,
    ingoiato dal filocibosofo.
    But Hypothesis is truth.

    Alfabeto ristretto
    per una scala troppo lunga,
    lo scritto ben temperato
    in cerca d’autore.
    Vocali, inutile scritto, per dire.
    Atatürk riscrive, per leggere.

    Le nuvole spingono il mare,
    Turner scivola davanti in fiamma,
    bandiera tedesca annegata.
    Il vetro traspare, il colore lo rompe,
    il trasparente nasconde chi davanti,
    ladro che scivola in banca.

    Mendeleev celebra l’elemento massiccio,
    migliaia di neutroni, protoni scivolati via,
    elettroni a milioni sgretolati nel divertimento.
    L’impiegato Draghi compie l’acquisto
    per conto di Goldmann Sachs.

  4. Giuseppe Gallo

    Leggo che la metalepsi, o metalessi, occupa la posizione numero 86.743 dell’elenco dei termini più utilizzati del nostro dizionario… Possibile? Come mai? Da qualche mese non faccio altro che leggerlo continuamente nei post riguardanti la poetry kitichen… Ecco il risultato della mia indagine.
    La metalèpsi (o metalèssi), [dal lat. metalepsis, trascrizione del termine greco Μετάληψις, ha il significato di «sostituzione», derivando dal verbo μεταλαμβάνω, «prendere invece». Tale figura appartiene ai campi più vasti della metonimia e della metafora. Lo chiarisce Quintiliano quando cita i versi di Virgilio:
    Post aliquot mea regna videns mirabor aristas,
    e ci fa comprendere, attraverso una serie di “trasposizioni” di termini, o metafore intermedie, che “post aliquot aristas”, «dopo alcune reste [di grano]» significherebbe «dopo alcuni anni», concetto che si raggiunge gradatamente, “passando dalle reste alle spighe, dalle spighe alle messi, da queste alle estati e dalle estati agli anni..”
    D’altronde, non siamo soliti dire: “quel signore ha sulle spalle molte primavere”, per indicare che è “carico d’anni”, ovvero, vecchio? Ecco, allora, l’essenza della metalepsi: si sostituisce l’espressione diretta: “quel signore è vecchio” con un’espressione indiretta : “quel signore ha molte primavere”. Precisa il De Mauro: “sostituzione del lemma proprio con il suo traslato”. La metalepsi, dunque, ci permette di “intendere una cosa per mezzo di un’altra”.
    L’immagine, per esempio, di due sigarette incrociate che formano una croce, evoca l’idea: “fumo uguale morte”. Dalle sigarette fumate, attraverso altre mediazioni graduali, si cade nella morte, incutendo sensazioni di sorpresa e di stupore.
    Lo stesso avviene, e lo puntualizza ultimamente Giorgio Linguaglossa, in alcuni interventi su L’Ombra delle Parole, quando, dopo l’uso di un dentifricio, qualcuno, guardandosi allo specchio, si chiede: dove è “finito il giallo” dei miei denti lavati “con Pepsodent”? L’effetto dei denti bianchi riporta alla causa. L’uso di Pepsodent determina il candore dei denti ed elimina il giallo precedente. Si ha metalepsi, perciò, anche quando si parla dell’effetto e si tace la causa. Questo sotterfugio favorisce la ricchezza espressiva e influenza più profondamente l’inconscio di chi assorbe il messaggio comunicazionale.
    Su questa base, lo stesso Linguaglossa, avverte che l’uso della metalepsi, utilizzata raramente nella letteratura classica, oggi è sempre più frequente. E non solo nella pubblicità. Infatti, “i poeti della poetry kitchen” la possono e la devono utilizzare, “ma cambiando una tessera, una parola della frase”, per cui al posto di “dove è finito il giallo dei denti lavati con Pepsodent?”, si potrebbe scrivere: “dove è finito il gallo dei denti lavati con Pepsodent”? Oppure, lacuna blu invece di laguna blu; cespuglio di finestre invece di cespuglio di ginestre… Questa “deviazione”, digitale o mentale, è un semplice refuso o è un ‘accezione differente della metalepsi? E perché questa metastasi linguistica? Lascio ai lettori la libertà della risposta…

    Giuseppe Gallo

  5. antonio sagredo

    a proposito di FRATTALI

    ——————————————————————-
    Crestati imbonitori, rospi di luce, siete gravidi
    d’applausi oltre la soglia coi primi passi
    del bardo inglese vestito di gramaglie,
    per essere in uno altare e ostia, sacerdote albino
    goloso di fonemi e di frattali. E sono ratti
    comparse spettri, viscido sudario
    sotto i tori di ciechi simulacri,
    ruggiti di rame contro i nostri morti,
    giocatori d’azzardo, astragali di vermi quando la notte,
    chiusa al canto, notifica con lingua mercuriale
    il malgoverno e il tuo sguardo simili a monete
    di menzogna.

    —————————-
    Volati via sigilli e scrigni!
    Accidia di lagune!
    Livido il pensiero se crivelli digitali frattali
    sono preludi virulenti, sterili pannelli… e più felice
    conforto la mia mente digiuna di chimere
    con altre ombre… da cardini aguzzi idiomi di sirene
    e falò s’ergono come verghe… posticcio vagare del
    —————————————-Arlecchino inchiodato dagli occhi di bue sulla croce… bestemmia.
    Pierrot ha smarrito la malinconia, i suoi attributi… lunari.
    Colombina fa la spagnola a un torero scheletrico e claudicante.
    Don Chisciotte piscia nel suo bacile… credetemi, è debole di reni.
    Dulcinea invano cerca un’asta armata in un deserto di frattali.
    Sancho Panza ha la gotta: logorrea di rosari… dissipazioni… letanie…

    antonio sagredo,
    da LEGIONI, 1989

    • caro Antonio Sagredo,

      della tua poesia, che risale al 1989, e quindi precedente di tre lustri la poetry kitchen, io preferisco gli ultimi versi, che sembrano quasi prefigurare certe nuove possibilità espressive che noi oggi stiamo perseguendo:

      Arlecchino inchiodato dagli occhi di bue sulla croce… bestemmia.
      Pierrot ha smarrito la malinconia, i suoi attributi… lunari.
      Colombina fa la spagnola a un torero scheletrico e claudicante.
      Don Chisciotte piscia nel suo bacile… credetemi, è debole di reni.
      Dulcinea invano cerca un’asta armata in un deserto di frattali.
      Sancho Panza ha la gotta: logorrea di rosari… dissipazioni… letanie…

      (antonio sagredo, da LEGIONI, 1989)

      Penso che la strofe vada bene così, da sola, in quanto la parte che precede rimanda ad una ontologia tipicamente novecentesca. A mio avviso, si tratta di due poesie diverse con due strumentazioni retoriche distinte.

  6. caro Giuseppe Gallo,

    penso, e lo ripeto, che i pittori siano molto più in avanti dei poeti. Se osserviamo con un po’ di attenzione le «figure» di Gérard Beaugonin, ci accorgiamo che anch’egli impiega la metalepsis quando al posto degli occhi mette dei bottoni e quando vuole rappresentare il fondale delle sue figure si limita a predisporre delle icone che raffigurano le corolle dei fiorellini stilizzate, e così via… Che cos’è questo procedimento se non metalepsis? Tutte le sculture (almeno quelle che ho visto direttamente così come il ricordo me le consegna) sono «fatte» con questo procedimento, seguendo questa figura retorica.

    Il fatto che la poesia italiana del novecento e di queste ultime due decadi epigoniche non abbia mai impiegato la metalepsis non è una colpa della metalessi quanto una negligenza e una disaccortezza dei poeti e dei narratori. E il fatto che nella poetry kitchen sia rinvenibile in grandissima misura questa figura retorica (vedi Francesco Paolo Intini, la Colasson, Mario Gabriele ed altri…) indica qualcosa di più di un fatto, indica un mutamento stilistico e un cambiamento di paradigma della scrittura letteraria.

    Quando tu chiedi ai lettori: «Questa “deviazione”, digitale o mentale, è un semplice refuso o è un ‘accezione differente della metalepsi? E perché questa metastasi linguistica?», io ti rispondo semplicemente che quando un cambiamento tanto evidente nella fabbricazione di un manufatto letterario entra in gioco, ciò significa che sono mutate le condizioni ontologiche, e quindi fenomenologiche, della costituzione di un manufatto letterario e artistico. E indica anche una mutazione del «gusto». Così come muta un virus, può mutare anche il «gusto», può mutare anche la costellazione ontologica di una «Cosa».

  7. GRANDI COME QUARK E IN FONDO A CHI CHIEDERE UNA MANO?

    L’ascensore a metà piano
    Il libro di Tranströmer frantumato.

    Una tempesta di spigole lascia la mano ad Einstein.
    Scoglio di Pitcairn nel lavandino.

    Che succede al trend di elettroni?
    Uno tzunami risponde dal frigo: -Quel mazzolin…

    La colla ha spento i motori
    Il mar Baltico solca la stiva.

    Avvistammo renne e caprioli
    L’afa sciolse le pagine del pack

    Vennero delle onde.
    In fondo ad ognuna un volto di Baccante.

    -Funziona anche così!
    Gridò l’Oceano tra assi paralleli.

    Uscì la Trinidad e di seguito Magellano.
    Nessuna freccia nella gola.

    Dalle carene agli Urali saltellano brokers.
    Elettroni liberi di chiudere i mercati.

    Dosi solitarie vendevano aghi
    Le vene scorrevano tranquille.

    Gli ascensori ricominciarono a trasportare sedie
    La Siberia appostò tigri in credenza

    L’Himalaya mise a posto la dentiera.

    (Francesco Paolo Intini)

    • Jacopo Ricciardi

      Quando una parola appare ha un tempo che la forma. Intini non permette che si formi del tutto e prima che una forma la chiuda il poeta le cambia direzione, quasi un rimbalzo di senso, un tornare indietro, un alterarsi profondo come se non fosse quello che era (essendo già non finita). I sensi si distorcono avvicinandosi, come onde, e magneticamente si sviano. I sensi si rettificano senza fine, senza mai un compimento, in un singhiozzo semantico, si sbarrano la strada tra loro, si obliterano a vicenda: questo accadere immobile (che pure sfugge senza sosta  all’avanzare del testo, caricandosi o scaricandosi) scava e fa emergere qualcosa, lo rende disponibile, rintracciato, lo rende avvertibile, con evidenze che riempiono lo spaesamento.

  8. Draghi e il Cambio di Paradigma

    Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha pubblicato venerdì una propria riflessione sul Cambio di Paradigma imposto dal Presidente del Consiglio Draghi al sistema partitico-giornalistico italiano.

    E da giorni, Mario Draghi, che stasera scioglierà la sua riserva al Quirinale offrendo al presidente della Repubblica la sua lista dei ministri, fa girare a vuoto non solo la politica ma anche buona parte del giornalismo italiano. Che a poco a poco, studiando lo stile del presidente incaricato, la sua prudenza, i suoi silenzi, la sua distanza, la sua cautela, la sua circospezione, si sta rendendo conto di una rivoluzione copernicana con cui, grazie a Draghi, dovrà fare presto i conti buona parte dell’informazione del nostro paese.
    Una rivoluzione copernicana ancora difficile da mettere a fuoco ma che con ogni probabilità costringerà l’Italia dei media a passare improvvisamente da un’epoca pettegola dominata dai retroscena a una meno chiassosa dominata dalla scena. E in assenza di veline, di spin, di tweet, di post, di like, di scazzi, di divisioni, di scissioni e probabilmente di polemiche, i protagonisti della piazza mediatica almeno per un po’ dovranno trovare un modo per reinventare se stessi, per cambiare schema, per ripensare alla propria identità e per superare la stagione del ring – scazzotto dunque sono – provando semplicemente a fare l’opposto di quanto fatto nel 2011 subito dopo la nascita del governo Monti
    “.

  9. Così fan tutti. Gli ortopedici, gli estetisti.
    Alla bell’e buona. Si sdrai. Le conseguenze poi…

    Le analisi ben presto dovranno riparare al meglio.
    Gli arti si ricostruiscono ed i paradigmi pure.

    Quante vettovaglie hai incartato nelle portaerei?
    Questo è esatto! Quante volte le medaglie d’argento?

    Tranquilli si riorganizzano, in fila, nei cassetti, persino nei teatri. A mezzogiorno nei telegiornali.

    Giorgio, fuori è sempre il solito via vai,
    nel transito intestinale il tratto delle parole. Tenue.

    Ogni abuso riconosciuto, disciolto e opportunamente
    edulcorato…Subito al tavolo ventotto!

    Grazie OMBRA.

  10. milaure colasson

    Penso che Gérard Beaugonin abbia voluto in tutta la sua produzione diffondere una sconfinata allegria e gioia dove l’immaginazione più sfrenata se ne frega del significato… ho constatato che nei suoi manufatti ha usato i pezzi dei computer gettati via e tutto ciò che del mondo tecnologico viene dismesso e abbandonato nelle pattumiere. Mi sono molto rallegrata nel vedere i suoi personaggi a metà clown e per metà mostri dotati di follia. Gérard perimetra il “sacro” dei giorni nostri: i rifiuti, le cose utilizzate e gettate, in questo perimetro lui edifica le sue cose. Ho anche pensato all’Art Brut organizzata in Svizzera da Jean Dubuffet, penso che in un certo modo possa essere annoverato tra gli autori limitrofi alla poiesis kitchen.
    Complimenti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.