Il trans Aurelio Bang augura a tutti: «Merry Christmas!», Stanza n 93, poesie di Mauro Pierno, Giuseppe Gallo, Giorgio Linguaglossa, La rappresentazione del Reale è qualcosa di caosferico e caosmatico, La poetry kitchen si presenta come una poesia buffet

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Il trans Aurelio Bang augura a tutti: «Merry Christmas!»

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Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 93

La crossdresser Gipsy Fox, nuda, con la gabbia per il pene,
oscilla sull’altalena, manda dei kiss kiss e dei cuoricini
al gentile pubblico di Facebook.

Il Commissario con la mascherina interroga Enceladon.
Il pappagallo giallo-verde sventola la bandiera italiana alla finestra.
Ripete ossessivamente:
«Preferiti, Commenti, Scarica, Condividi, Chi siamo!»

Il trans Aurelio Bang augura a tutti: «Merry Christmas!».
La femboy Barbie si dichiara credente, fa sesso con il macho Zozzilla
davanti alla webcam.

Lady Malipierno porta al guinzaglio la tgirl Andrea
con manette dorate fetish.
Chiede spesso al cagnolino di abbaiare.
Si è fatto anche assumere come buttafuori o buttadentro,
lì all’ “OfficinaBar”,
quel locale equivoco, qui alla Piramide,
frequentato da transgender, lesbiche ed etero…
In seguito ne persi le tracce…

So, per sentito dire, che divenne l’amante di Lady Malipierno,
che lo introdusse nelle segrete stanze della sua alcova
e delle sue adiacenze negli ambienti del sottobosco politico…
che riceveva con un senatino di crossdresser…

Fanno ingresso in scena il Commissario e il filosofo Cogito.
Si accomodano in poltrona e guardano un film porno.
«I comunisti sono scomparsi», dice il Commissario.
«Il salotto color fucsia invece era tenuto da Madame Hanska,
ma era riservato agli ufficiali della Gestapo», disse il filosofo.
«Questo però è il racconto di un’altra epoca il cui ricordo
sbiadisce lentamente…»

La subgirl Korra Del Rio prende il caffè before bondage banging.
Le gemelle Kessler agitano le gambe sul palcoscenico.
al ritmo della musichetta da Carosello “Da-da-un-pa”

«Abbiamo interrotto il telefono senza fili della pandemia»,
dice l’assessore alla sanità della Lombardia.
Così il Covid19 se ne va in giro da 39 giorni
a braccetto con Gina Lollobrigida.
«Outbreak in Lombardy, Italy», titolano i giornali esteri.

La tigre dello zoo di New York ha il Coronavirus.
Il pappagallo dichiara all’erario che ha fatto l’autocertificazione.

Lady Fremdy boy passeggia in via Sistina con collarino nero in pizzo,
stringatura in lacci e borchie di metallo ai seni,
l’anello fallico vibrante gold con un set per bondage
e un kit sadomaso new style.

Il Signor Spectator dice: «Nella foto la pipa è sempre una pipa»,
si fa un selfie con la crossdresser Andrea Lou Salomè.
Barry Friedman, un mio vecchio amico vive a New York, un bellimbusto…
che esercita il mestiere di dogsitter e copula con madame Altighieri.
All’epoca faceva il giocoliere agli angoli della 33a Street…
Un illusionista di successo.
Rammento che poi si dedicò al mestiere di squillositter di madame annoiate,
ben più remunerativo.

Il vento del meriggio accompagna i passi pensierosi del filosofo.
Cogito torna a casa nella Marketstrasse n. 7.
Accende la radio.
Fischietta un ritornello da avanspettacolo degli anni sessanta:
«La notte è piccola per noi, troppo piccolina!…»

Giuseppe Gallo

[Ecco altra spazzatura…]

“Dicevi, amore,
che c’è troppo rumore?”
-Mio caro George, è colpa delle gomme
che cancellano i meno e i più alle somme.
Noi siamo solo e sempre spettatori!

Di specchi ustori o di retrovisori?

*

Sempre più pensierosa la Nanin
beccava “il brutto sogno” nel panin.
Sì rivide “rugiada di fanciulla”,
“bava di morbo” e “principessa” in culla.
“Merci! Merci!” le mormorò Ho Chi Minh.

Giorgio Linguaglossa

Scrive Ilya Prigogine: «Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni». Come aveva già stabilito Adorno, la critica della cultura è spazzatura non meno della cultura di cui si tratta. Non c’è soluzione, non c’è una via di fuga dalla spazzatura e dall’immondezzaio che non sia spazzatura e immondezzaio. La critica che si fa oggi alle opere d’arte è accompagnamento musicale sulla via dell’immondezzaio.

La nuova ontologia estetica segue il medesimo principio coniato dal grande chimico russo. Parafrasando lo scienziato potremmo dire che «la forma-poesia è un sistema instabile, infatti, non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

È fondamentale indagare la dimensione caosmotica e caosferica in ossequio a quella filosofia pratica, a quella prassi tipica della poiesis kitchen a cui si è accennato con la citazione di Prigogine: fabbricare una zona di indeterminazione, un sistema altamente instabile da connettersi con un fuori, con un immaginario verso cui tendere per camminare fuori dalla nostra zona di comfort normografico e normologico, una zona di indeterminazione e di indifferenziazione entro la quale costruire un crocevia fortuito d’incontri, un assemblaggio, un patchwork, una story telling, un puzzle dinamico e instabile, instabile perché se c’è la stabilità c’è la normologia.
Mi sembra che la poesia kitchen di Gino Rago sia sufficientemente instabile, adattabile e infiammabile.

La rappresentazione del Reale è qualcosa di caosferico e caosmatico.

“Poiché l’inconscio non è né immaginario né simbolico, è il reale stesso, il reale impossibile” che è qui in questione.1

È Freud, attraverso le associazioni libere, il campo delle libere sintesi, le connessioni senza fine, le disgiunzioni inclusive, le congiunzioni senza specificità, gli oggetti parziali e i flussi, a scoprire l’inconscio produttivo. Scopre l’inconscio produttivo: da una parte il confronto tra produzione desiderante e produzione sociale, dall’altra, la repressione esercitata dalla macchina sociale sulla macchina desiderante, e la rimozione di tale repressione. Ma tutto questo andrà perduto, viene compromesso dall’instaurazione dell’Edipo sovrano, tutta la produzione desiderante viene schiacciata nella rappresentazione, le associazioni libere invece di immettere connessioni polivoche, vengono biunivocizzate, linearizzate, sospese ad un significante dispotico. Le macchine desideranti vengono indebolite, addomesticate, edipizzate. La psicoanalisi spiega tutta la produzione del desiderio su una determinazione familiare e confina il desiderio entro le mura domestiche, tagliandolo fuori dal suo rapporto con ilcampo sociale, che invece è quello realmente investito dalla libido.

“La psicoanalisi ha la sua metafisica, cioè Edipo”.2

I punti cardine su cui tale metafisica si articola sono il desiderio come acquisizione, la teoria degli oggetti parziali, la trascendenza del fallo. Come noto Edipo rappresenterebbe, per Deleuze e Guattari, la svolta idealistica della psicoanalisi ai quali si oppongono e cercano di decostruire. Il desiderio come mancanza lega la psicoanalisi alle teorie classiche del desiderio, il nesso più evidente è con il pensiero platonico, se il desiderio è mancanza dell’oggetto reale, si lascia all’interiorità la facoltà di produrre un oggetto irreale, “il desiderio produce intrinsecamente un immaginario che fiancheggia la realtà”1.

Ma Deleuze e Guattari negano tale dualismo tra produzione concreta sociale e produzione irreale fantasmatica:

“Il reale non è impossibile anzi, nel reale tutto è possibile, tutto diventa possibile”.3

Finora c’era un filtro, un collo di bottiglia che decideva cosa potesse entrare in una poesia e cosa no. Adesso, finalmente, questo filtro, questo luogo censorio, è caduto, la poetry kitchen si presenta come una poesia buffet, dove ci puoi mettere di tutto e ci trovi di tutto, perché il luogo poetico è diventato un logo, un marchettificio, un luoghificio di preamboli e di capitomboli dove tutto è possibile. Il Reale è questo. Prendere o lasciare. Così è se vi piace.

Una poesia che non rimandi al pensiero, al cospetto e al sospetto del nulla, non mi interessa, non cattura la mia sensibilità né la mia intelligenza. Ma, come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario. Questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli sciocchi; questo voler fare delle «istallazioni» del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una istallazione, non lo si può inscatolare, mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un logo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo, piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.4
Una poesia che non dialoghi con il nulla è para-poesia o pseudo-poesia, come ce ne sono a miliardi di esemplari.
Platone nella Repubblica indica le ombre del mito della caverna: il singolo uomo vede delle cose senza poter scorgere il fondamento del suo vedere, la luce stessa che gli consente la visione, e così crede che le ombre siano cose in sé e non dotate di un significato in ordine a questo orizzonte, a questo punto di vista della visione. Nella situazione quotidiana l’uomo non è consapevole di essere metafisico, ma questo non intacca affatto la sua esistenza, cioè la determinazione del suo essere oltre di sé, e così il sentire, l’esperire e il vivere all’interno di un orizzonte di senso. Accade però, ed è importante il fatto che semplicemente accada, che qualcuno si ritrovi nell’insignificanza delle cose, in quell’angoscia che per Heidegger fa venire meno tutti i significati che gli enti ricevono quotidianamente in un orizzonte orientato, ossia dotato di senso. Non vi è più alcun senso e così il teatrino degli enti in quanto cose, delle ombre in quanto cose in sé, perde ogni significato.

1 Cfr. G.Deleuze, F.Guattari, L’Anti-Edipo.Capitalismo e Schizofrenia, p.55 e segg.
2 Ivi, p. 56
3 Ivi, p. 57
4 Cfr. M. Heidegger, Was ist Metaphysik (1929), in Wegmarken (1976), in Gesamtausgabe, Band 9, ed. F.W. von Herrmann, Vittorio Klostermann, Frankfurt a.M. 1976, pp. 121-122; tr. it. di F. Volpi, Che cos’è metafisica?, in Segnavia, Adelphi, Milano 2008, pp. 76-77. «La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica. L’esserci umano può rapportarsi nei confronti dell’ente solo se si tiene immerso nel niente. L’andare oltre l’ente accade nell’essenza dell’esserci. Ma questo andare oltre è la metafisica stessa. Ciò implica: la metafisica appartiene alla “natura dell’uomo”. Essa non è un settore della filosofia universitaria, né un campo di escogitazioni arbitrarie. La metafisica è l’accadere fondamentale nell’esserci. Essa è l’esserci stesso. E poiché la verità della metafisica dimora in questo fondamento privo di fondo, essa è costantemente insidiata da vicino dalla possibilità dell’errore più radicale. Perciò nessun rigore d’una scienza raggiunge la serietà della metafisica. La filosofia non può mai essere misurata col parametro dell’idea della scienza».

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la Gina, in pompa magna. Le tette enormi

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Mauro Pierno

Capisci il verso del presepe dall’abbondanza.

La paprika, la curcuma, i frigoriferi.
La posizione degli scaffali in alto,
quelli in basso,
il granturco, la grancassa, la cassiera enorme, la Gina,
in pompa magna. Le tette enormi.

E scarta incarta prepara infiocca, pesta tasti,
immobilizza le Nanin.
Un gioco enorme. La quaglia in alto, l’oca al rimbalzo, le signorine Richmond.
E poi i dadi sempre più fitti.

Quale è il regolamento, la testardaggine,
la somiglianza? Il diagramma covid?

Una risata,
una risata fragorosa di Marie Laure.

La fiamma bassa.

.

[The song “Quando, quando, quando” is actually an Italian pop song from 1962, in the bossa nova style, with music by Tony Renis and lyrics by Alberto Testa]

Vincenzo Petronelli

Buonasera e ben ritrovati a tutti voi amici, in questo nuovo anno apertosi purtroppo per noi con la scomparsa della nostra Anna Ventura, evento che mi ha molto rattristato. Riparto da questo articolo [https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/12/16/la-cultura-e-spazzatura-e-larte-ne-dipende-come-la-nettezza-urbana-dallimmondizia-di-giorgio-linguaglossa-poesie-di-tiziana-antonilli-marie-laure-colasson-nellambito-del/comment-page-1/#comment-72193] che ha ormai un mese perché mi era piaciuto particolarmente, e ci tenevo ad intervenire, cosa che nel periodo natalizio, a causa di alcune problematiche familiari,non mi è stato possibile. Qui Giorgio ci propone una serie di spunti non solo di estremo interesse, ma a me particolarmente cari, poiché sintetizzano i motivi che mi hanno affascinato verso la poetica della Noe fin dal primo impatto. Ho sempre ritenuto – per lo meno per quanto mi riguarda- la scrittura poetica, frutto di una ricerca antropologica, poiché influenzato dalla mia passione per questa disciplina, considero la riflessione poetica come la forma di poiesis maggiormente in grado di riprodurre il procedimento di analisi totale del fenomeno umano propria dell’antropologia, grazie alla malleabilità “materica” del suo linguaggio ed alla sua natura indagatrice di quella facoltà fondamentale della cultura umana che è la parola. L’incontro con la Noe è stato “epifanico” per me, folgorandomi fin dal primo momento proprio per la sua paradigmaticità in questo senso, che ritrovo appieno in quest’articolo. Lo scavalcamenro delle barriere tradizionali di tempo e dunque l’atemporalità della narrazione poetica (trovo felicissima in questo senso la declinazione operata da Marie Laure Colasson della dimensione diacronica come storia e di quella sincronica come geografia), l’affrancamento dalla partizione classica della costruzione tra soggetto ed oggetto, l’idea di rinvenire tra i residui della cultura “ufficiale” le reali fondamenta dell’ontogenesi, così come fa l’antropologia nei confronti della filogenesi, rispecchiano pienamente la mia visione di poesia. Mi piace in particolare l’immagine della ricerca delle fonti per la ricerca poetica tra i “rottami” della storia e della cultura, perché mi ricorda – altra scoperta fondamentale che ha illuminato in epoca universitaria la mia formazione – la metafora proposta dal grande storico francese Jacques Le Goff, che sollecitava gli storici, all’interno di un percorso – paragonabile a quello della Noe – di revisione dell’epistomologia storica, coniugandola proprio con il sapere antropologico, ad indossare i panni degli straccivendoli per andare a rovistare tra i “rifiuti” della storia per rinvenirvi quelle “tracce di esistenza umana”, non solo ignorate, ma addirittura snobbate dalla storia ufficiale fino ad allora, per motivi idelogici. Ringrazio Giorgio e tutti voi amici dell’ “Ombra delle parole” come sempre, per le mirabili riflessioni.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019
Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo globale di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico. La poetry kitchen o poesia buffet.
Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.
Giuseppe Gallo, nato a San Pietro a Maida (Cz) il 28 luglio 1950 e vive a Roma. È stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Negli anni ottanta, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, di Roma. Delle varie Egofonie,  elaborate dal gruppo, da segnalare Metropolis, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, rappresentata al Teatro “L’orologio” di Roma.
Sue poesie sono presenti in varie pubblicazioni, tra cui Alla luce di una candela, in riva all’oceano,  a cura di Letizia Leone (2018.); Di fossato in fossato, Roma (1983); Trasiti ca vi cuntu, P.S. Edizioni, Roma, 2016, con la giornalista Rai, Marinaro Manduca Giuseppina, storia e antropologia del paese d’origine. Ha pubblicato Arringheide, Na vota quandu tutti sti paisi…, poema di 32 canti in dialetto calabrese (2018). È redattore della rivista di poesia “Il Mangiaparole”. È pittore ed ha esposto in varie gallerie italiane.

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14 risposte a “Il trans Aurelio Bang augura a tutti: «Merry Christmas!», Stanza n 93, poesie di Mauro Pierno, Giuseppe Gallo, Giorgio Linguaglossa, La rappresentazione del Reale è qualcosa di caosferico e caosmatico, La poetry kitchen si presenta come una poesia buffet

  1. milaure colasson

    «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1

    Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica». Di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. La questione verità così soggettivizzata si trasforma in qualcosa che si può esternare perché abita nelle profondità presunte del soggetto. È da questo momento che la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privato, anzi privatistico. Questa problematica deve essere chiara, è un punto inequivocabile, che segna una linea da tracciare con la massima precisione.
    Questo assunto Mario Lunetta lo aveva ben compreso fin dagli anni settanta. Tutto il suo interventismo letterario nei decenni successivi agli anni settanta può essere letto come il tentativo di fare della forma-poesia «privata» una questione pubblicistica, quindi politica, di contro al mainstream che ne faceva una questione «privata», anzi, privatistica; per contro, quelle strutture privatistiche, de-politicizzate, assumevano il soliloquio dell’io come genere artistico egemone.
    La pseudo-poesia privatistica che si è fatta in questi ultimi decenni intercetta la tendenza privatistica delle società a comunicazione globale e ne fa una sorta di pseudo poetica, con tanto di benedizione degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione nazionale.
    (Giorgio Linguaglossa)

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017

    Giuseppe Gallo
    2 febbraio 2021 alle 13:32

    Sempre più pensierosa la Nanin
    beccava “il brutto sogno” nel panin.
    Sì rivide “rugiada di fanciulla”,
    “bava di morbo” e “principessa” in culla.
    “Merci! Merci!” le mormorò Ho Chi Minh.

    giorgio linguaglossa
    2 febbraio 2021 alle 17:11

    Esempio di prosa poetica «concreta».
    da Agota Kristof, Ieri, trad. di Marco Lodoli, Einaudi

    Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato.
    Era una primavera precoce. Camminavo nel vento a passi decisi, rapidi, come tutte le mattine. Eppure avevo voglia di ritrovare il mio letto e distendermi, immobile, senza pensieri, senza desideri, e di restare sdraiato fino al momento in cui avrei sentito avvicinarsi quella cosa che non è voce né gusto né odore, solo un ricordo vaghissimo, venuto da oltre i limiti della memoria.
    Lentamente la porta si è aperta e le mie mani abbandonate hanno sentito con terrore il pelo serico e dolce della tigre.
    – Musica! – Ha detto. – Suoni qualcosa. Al violino o al piano. Meglio al piano. Suoni!
    – Non sono capace, – ho detto. – Non ho mai suonato il piano in tutta la mia vita, non ho nemmeno un pianoforte, non l’ho mai avuto.
    – In tutta la sua vita? Che sciocchezza! Vada alla finestra e suoni!
    Davanti alla mia finestra c’era un bosco. Ho visto gli uccelli riunirsi sui rami per ascoltare a mia musica. Ho visto gli uccelli. la piccole teste inclinate e gli occhi fissi che guardavano da qualche parte attraverso di me.
    La mia musica si faceva sempre più forte. Diventava insopportabile.
    Un uccello morto è caduto da un ramo.
    la musica è cessata.
    Mi sono voltato.
    Seduta in mezzo alla camera, la tigre sorrideva.
    – Per oggi basta, – ha detto. – Dovrebbe esercitarsi più spesso.
    – Sì, glielo prometto, mi eserciterò. ma attendo visite, lei capisce, per favore. Essi, loro, potrebbero trovare strana la sua presenza qui, a casa mia.
    – Naturalmente, – ha detto sbadigliando.
    A passi felpati ha varcato la porta che subito ho richiuso a doppia mandata dietro di lei.
    – Arrivederci, mi ha gridato ancora.

    giorgio linguaglossa
    2 febbraio 2021 alle 17:26

    Uno stralcio da una mia poesia della raccolta Stanza n. 23

    […]

    K. esce dal tempo. Rientra nel tempo. Nel presente.
    Assente.
    Una finanziera rattoppata ai gomiti,
    nelle tasche i resti di un aquilone, monete fuori corso.

    Notte. Pioggia. Ombrello. Sotto l’ombrello, il cappello. K.
    «Le parole tradiscono le parole»,
    dice il Signor K. rivolto al Signor Cogito.

    «All’improvviso, mi sono affacciato alla finestra
    per vedere se il vento era sempre là.
    Quando mi sono voltato Woland era scomparso», disse K.

    Una volta la settimana K. va a caccia con un leopardo
    appositamente addestrato.
    K. è tanto potente che la mattina, nel dare ordini
    non dimentica di comandare al sole di alzarsi.
    «Non ci si può fidare dei cinesi. Sono bravi a inventare,
    ma ricordano troppo – disse K. – e questo è un male».
    Il cielo era ubbidiente.
    Non una nuvoletta, la primavera limpidissima,
    gli uccelli garrivano al sole come bandiere al vento.
    «Musica!», ha comandato il Signor K.
    «Ma io non so nuotare», risposi.
    «Suoni al pianoforte qualcosa, la musica verrà.
    Non c’è bisogno di saper suonare»
    Così, mi avviai verso il pianoforte a coda,
    posai le mani sui tasti ingialliti. E la musica divina gorgogliò
    come dallo scarico del water.

    C’è una tigre in corridoio, un pianoforte, le forbici sul pianoforte,
    la coda della redingote del Signor K. che si agita…
    Con un tonfo gli uccelli morti caddero dagli alberi.
    «La musica uccide tutti gli uccelli…», dissi.
    La tigre sorrise.
    «Ritornerò», disse. Ed uscì dalla porta con passi felpati.
    “Quella porta è sempre chiusa – pensai –
    non può entrare”.
    Ma non avevo mai provato ad uscire da quella porta.

    […]

    All’improvviso, Eredia mi ha detto:
    «Nessuno può scrivere la propria morte».
    «Ma io sono morto, un morto sì che lo può»,
    ho replicato.

    Allora, il commissario mi ha interrogato:
    «Chi è Eredia?»
    «Eredia è un personaggio inventato, non esiste»
    «La tigre, il pianoforte, gli uccelli?»
    «Fantasmi, sono solo fantasmi. Loro non sono colpevoli»
    «Il Signor K.?»
    «È un fantasma»
    «E il poeta di via Pietro Giordani?»
    «È un altro fantasma, nient’altro che un fantasma»
    «Madame Colasson?»
    «Un fantasma»
    «Lei e Gino Rago siete dei terroristi!»
    «Non saprei…»
    «E allora, apra la porta. Apra quella porta!»
    «È un ordine!»
    «Ma non c’è nessuna porta qui. È solo una mia fantasia…»

    Così, ho aperto quella porta.
    Non c’era Nessuno.
    Forse qualcuno ha cancellato la poesia…
    Ed io ho dimenticato di averla scritta.
    Ho dimenticato di esser morto tanto tempo fa.

    Il mago Woland mi ha fatto resuscitare.
    In carne ed ossa.
    E adesso sono qui. Nel presente.

    Assente.

    *
    Cari amici,

    come sapete, sono di formazione culturale francese ma abito a Roma da ormai tanti anni che mi sono familiarizzata, nel bene e nel male, con questo paese, un grande piccolo paese. Proprio ieri abbiamo assistito al capitombolo della seconda Repubblica, un’era è finita con il collasso del sistema partitico politico, d’ora in avanti occorrerà mettere mano alla terza Repubblica, questo penso sia chiaro.
    E penso sia chiaro che anche i rappresentati dell’arte e della cultura, gli scrittori, i pittori, i poeti, i filosofi, i saggisti, le persone normali e comuni dovranno prendere atto che un sistema-Paese è finito, ha esaurito il suo ciclo vitale e che occorre mettere mano, al più presto alla ricostruzione del sistema-Paese.
    Anche la poesia e la cultura italiane devono prendere atto che un intero insieme di linguaggi, di narrazioni sono giunti al capolinea, occorre urgentemente trovare un nuovo linguaggio poetico e mi sembra che la poetry kitchen abbia dimostrato di capire la gravità e la profondità della crisi che non riguarda solo il sistema partitico ma riguarda il sistema-Paese. Una crisi profonda dalla quale non si può uscire con delle ricette a base di aspirine. Urge dotarsi di nuovi linguaggi, di nuove narrazioni, urge un Nuovo Paradigma.
    Mi sembra che il post di oggi e quello di ieri siano di una lampante chiarezza, abbiano dimostrato la grande sensibilità della rivista di CHIUDERE una strada che è giunta al capolinea e APRIRE ad un’altra direzione di ricerca, ad altri linguaggi.
    La poesia di Linguaglossa, con la sua grande carica dirompente, non è né bella né brutta, è caosmatica e caosferica, segna il momento di svolta della poesia italiana e del sistema-Paese.
    Da francese italianizzata dico: Viva l’Italia e Viva la poesia italiana!
    (Marie Laure Colasson)

  2. UN BITE E MEZZO

    Raggruppare lana sulla lampada.
    Raggruppata.
    (In fondo si trattava di sostituire una u difettosa)

    Morso di pecora al posto del cavallo.
    Sostituito.
    (Unità di misura non ammessa dal SI)

    Alla scomparsa di Guernica cambiò rotta la corrente del golfo.
    Anche i Sette Sigilli furono ritoccati da Filini.

    Dalla sedia del regista originò un ratto e altri risalirono la rena.
    Innestare uno speculum sulla Punto rottamata.

    Chi ha parlato male della r?
    Forse un pungiglione calmerà la sete di peste?

    C’è un ragazzo sul predellino che riempie un secchiello di nostalgia.
    Faremo un castello con qualche trucco di cartone
    ma alla fine morderemo un pezzo di pane.

    Il collo di mollica che nessun demone riesce a baciare.

    -Che furfanti riempiono le valigie?
    Svuotare anche la stiva della scrivania.
    Litanie da bombarolo in un lapsus.

    Un tirannosauro incastrato in prossimità del cuore.
    Ma nessuno vuol parlarne.

    Forse un infarto chiarirà la misura del suo bite
    o un’indagine televisiva sulle pillole di dentina.

    Alle dieci del mattino interviene una marmitta catalitica.

    E in fondo potevamo coltivarli come lumache
    Sarebbero cresciute al profumo di mimosa.

    Avremmo discusso con un angelo biondo.
    Bignè sulle guance e tulipani dopo i canini.
    Anteprima e via coi programmi sul cappellino.

    Fa così buio sul Tempo
    e i lampioni suonano black to black per raggelarsi.

    Ha un lampo d’amuchina mentre sposta una parete
    Un tocco di meraviglia sistema le piastrelle.
    Si tratta di uno scarico da inabissare nella fossa delle Marianne.

    I critici non capiscono i tubisti che murano le strofe tra pesci rotti.

    L’emporio della metafisica pubblica i suoi depliants.
    Sfogliarli all’alba, sul Collins ogni parola che buca una tomba.

    Per il momento gli eventi girano attorno ad uno scarico
    Finire in strada senza ausili né parcheggio riservato.

    Un’ape morta sul lavandino.
    Un cardellino con la bocca di un bambino.

    Non c’è tregua nel creme caramel.

    (Francesco paolo Intini)

  3. Cara Milaure Colasson,

    condivido in pieno le tue riflessioni.

    Leggendo i testi di Giorgio Linguaglossa, di Peppino Gallo, di Mauro Pierno e di Francesco Paolo Intini, rafforzo in me la necessità di ricordare,riproponendole in forma sintentica, queste 2 meditazioni, l’una di Slavoj Žižek, l’altra dello stesso Linguaglossa.

    Scrive Slavoj Žižek: «Tramite il coraggio delle avanguardie artistiche, dal futurismo a dada, dal surrealismo al ready-made, sino al loro prolungamento nel dedalo dell’arte concettuale post-bellica, la provocazione è divenuta oggi una pratica non più provocatoria e una forma codificata. [É] in grado forse di darci qualche segno, qualche storta sillaba intorno alla nostra contemporaneità».

    Giorgio Linguaglossa scrive:« La poetry kitchen ha un concetto fortemente etico del fare. Non è compito della poetry kitchen fondare scuole, istituire peripati o gerarchie poetiche, commerciare o negoziare o rappresentare alcunché, né entrare in relazione con alcunché; la poetry kitchen non si pone neanche come mera risorsa stilistica o come un contenuto veritativo che non c’è, ma come effetti di un contenuto veritativo che rimane occultato, effetti di effetti, riflessi di riflessi. Si pone semmai come un fuori questione della poiesis. La poetry kitchen può essere considerata una pratica, né più né meno, un facere.
    Così è se vi piace».

  4. cari amici,

    penso sia giunto il momento di svegliarci dal lungo sonno della ragione che ha imperversato nel nostro martoriato Paese. Beh, adesso svegliamoci, il Paese è arrivato all’ultima sua risorsa, l’unico uomo d’Italia che può salvare questo disgraziato Paese: Mario Draghi. Se lui fallisce, l’Italia imboccherà rapidamente la via del declino e del default.
    Vogliamo ancora affidarci a un blog tenuto da un sito di un privato?, oppure ai fascisti di Fd’I. e alla Lega, il partito più antieuropeista d’Europa? Quando arrivi ad un passo dall’abisso, che fai? Se il Paese ha ancora delle risorse di auto conservazione, dovrebbe fare un passo indietro, rinsavirsi.

    La mia poesia?
    Beh, penso che sia la rappresentazione dell’Italia di oggi.
    Anche la poesia di Francesco Intini mi sembra il degno accompagnamento «musicale» alla ambulanza che sta portando il Paese nella sala di rianimazione.

  5. Giuseppe Gallo

    Cari amici,
    d’accordissimo con tutti… speriamo che l’accompagnamento “musicale”, evocato da Giorgio, non si trasformi in trenodia…

    Non “C’è più tregua nel crème caramel”:
    siamo alla fine del carrousel.
    Vennero sempre da Oriente i maghi,
    le pesti, i ratti, i Covid e i draghi!
    Oh imbell’Italia, quanta sei bel…

    Giuseppe Gallo

  6. Guido Galdini

    Uno pseudolimerick un po’ in ritardo, ma i tempi dei limerickisti sono molto più lunhi di quelli dei politici. Vedremo se si potrà recupeerare.

    C’era un nobile e illustrissimo avvocato
    omonimo di un poeta rinomato
    che correva su e giù per il Senato
    a caccia di onorevoli spaesati
    pronti ad offrire stampelle e triumvirati
    ma era questa una manovra malaccorta
    trovando chiusa ogni anta ed ogni la porta
    così è rimasto solo e rassegnato
    ed ha concluso che forse sarebbe stato
    meglio imitare il poeta rinomato
    con poco pubblico ma ancora col suo fiato
    quel nobile avvocato sconsolato.

  7. Il testo kitchen qui presentato, Stanza n. 93, si presenta come sistema cacofonico e irrelazionale che non richiede, non prevede la comprensione come ‘riconoscimento’ dell’altro, immedesimazione nell’altro, come avviene nella poesia epifanica o comunque empatica cui siamo abituati; piuttosto è la distanziazione il fattore decisivo. Distanziazione del lettore dall’autore e dell’autore da sé medesimo. Quanta più distanziazione tanto più il testo diventa irriconoscibile e impresentabile. Distanziazione e disarticolazione sono i binari lungo i quali procede il testo kitchen.
    La domanda del modo di appropriazione dei personaggi, delle icone, degli avatar specifici del testo, deve essere posta in termini che escludano il ricorso alla soluzione ideologica che porta con sé i termini di soggetto e oggetto e la struttura di riconoscimento speculare nel cerchio chiuso entro il quale essi si muovono. La intrinseca contraddittorietà di tale formulazione viene superata mediante la transizione ai concetti di articolazione, scarto, e relazionalità, differenza, capovolgimento, parallasse, peritropè etc; i personaggi intesi come «oggetto-di-conoscenza», vengono con ciò ‘declassati’ allo status di meri ‘segnaposto’ o ‘segnavia’ aventi la funzione di indicare la irrelazionalità inscritta nella praxis performativa.
    Il testo vive nell’esecuzione timbrica, nella voce performativa, nello scarto tra la voce e il gramma.

    Nella vicenda che la poetry kitchen mette in scena, è evidente la disconnessione da ogni visione tragica dell’esistenza a cui rimanda la nozione di destino, in quanto ogni gesto è una messa in mora dell’azione, del crimine, della colpa e dell’imputazione, ancora più significativo in tale vicenda è il superamento della dialettica tra maschera e volto, che costituisce il presupposto di ogni carattere comico e drammatico. Gli avatar, al di là di ogni possibile dubbio, sono totalmente maschera; essi non possono gettare la maschera, in quanto sono privi di azione e dietro di essa non c’è nulla. Per converso, divenire maschera significa assumere totalmente l’apparenza come cifra dell’esistenza, significa perdere ogni personalità, ogni identità, ogni certezza in favore della identità della maschera. Il doppio, a cui rimanda il concetto di persona, che come sappiamo ha nella teatralità della maschera la sua scaturigine, e su cui si fonda gran parte della politica e della teologia occidentale e, secondo l’indicazione di Carl Schmitt, della teologia politica, negli avatar non ha più ragion d’essere. Gli avatar non sono persone, non compiono azioni, non sono responsabili di nulla, non gli si può imputare nulla; dietro la maschera non c’è alcun volto, alcuna identità, la maschera non è capace di azione, può solo gesticolare. Vuoto di rappresentazione, vuoto di identità, vuoto di rappresentazione. Di conseguenza, abbiamo il collasso della politica, collasso dell’etica e il collasso della poetica, il collasso della rappresentazione.

  8. Un Signor articolo. Un vero pezzo di maestria giornalistica. Tutto oggettivo. Tutto vero e verificabile.
    Un vero pezzo di prosa poetica kitchen, non c’è che dire.

    Rocco Casalino, portavoce di Conte, e la sua parabola: l’ufficio gigante, le sfuriate e ora gli scatoloni
    Ritratto di Rocco Casalino, portavoce e demiurgo di Palazzo Chigi. Le cene con Merkel e Macron in cui si metteva a capotavola. Temutissimo in Rai, decide gli ospiti dei talk show e annulla interviste
    (di Fabrizio Roncone)

    da https://www.corriere.it/cronache/21_febbraio_04/rocco-casalino-parabola

    L’ufficio di Rocco Casalino, a Palazzo Chigi, ha le dimensioni di un campo da calcetto.
    Fu un bellissimo capriccio.
    Il funzionario gli mostrò la stanza di solito destinata al portavoce del premier. Rocco restò immobile per alcuni istanti (solo il labbro superiore iniziò a tremargli: gli succede sempre quando sta per esplodere).
    Poi, battendo i piedi, urlò: «Orrore! È uno sgabuzzino!».
    Il funzionario, mortificato, chinò il capo. Nel pomeriggio iniziarono i lavori di ampliamento e così, adesso, non sarà una questione di scatoloni. Servirà una ditta di traslochi.
    Rocco, entrando lì, si è da subito percepito in grande. È inutile cercare di definire il suo ruolo: demiurgo, spin doctor, eminenza grigia, sottosegretario senza aver giurato sulla Costituzione. Rocco è stato quello che gli è stato consentito di essere. Mettendo in controluce la figura di questo ex concorrente del Grande Fratello — palestrato, 48 anni portati sempre dentro abiti stretti e corti, da buttafuori di discoteca brianzola — si comprende meglio quanto quella in cui siamo precipitati non sia una crisi di governo, ma una crisi di sistema.

    Certo, per i cronisti politici sono stati anni stupendi. Rocco allude, tratta, corteggia, annuncia, rimprovera, minaccia, drammatizza e poi, quasi sempre, perdona. Permaloso e un po’ mitomane (tornando da Bruxelles: «Per questo benedetto Recovery avete ringraziato tutti, da Conte a Gualtieri, e vi siete dimenticati di me»), pignolo fino all’ossessione, narratore sfrenato (Lele Mora, suo ex agente: «Ha talento, è solo un filo pettegolo»).
    Rocco odia Wikipedia. Cova una bizzarra pretesa all’oblio. Invece fai clic, e la sua storia torna. L’infanzia in Germania, a Frankenthal. Il padre operaio, la madre commessa, pugliesi emigrati da Ceglie Messapica che si spezzano la schiena per farlo studiare. Lui si laurea a Bologna, in Ingegneria: ma non ci si vede in un cantiere. Così gira un po’ a vuoto, finché, nel Duemila, riesce ad entrare nella “Casa” di Canale 5, prima edizione del reality, milioni di italiani incollati morbosamente alla tivù: lui resiste alla segregazione 92 giorni con Pietro Taricone e Marina La Rosa (che, la scorsa estate, gli fa la cortesia di raccontare a Cruciani&Parenzo: «Rocco era bravissimo a leccarmi i piedi»).
    Lui diventa un puma. Perché intanto s’intrattiene con Trump, e organizza cene con Conte, Macron, Merkel: dove, senza esitare, si siede a capotavola. Poi si alza e, al cellulare, decide gli ospiti dei talk show (Il Foglio spiegò che c’era un “Codice Rocco”), in Rai è temutissimo, annulla interviste ai quotidiani («Stabilisco io se Peppino parla o no»), via whatshapp — duro come gli ha insegnato Casaleggio padre — minaccia i dirigenti del Mef: «Li cacciamo».

    Dannato cellulare.
    Non usarlo così, Rocco.
    Sei troppo disinvolto.
    Glielo dicevano: ma niente.

    Crolla il ponte Morandi a Genova, i pilastri in macerie ancora fumanti, la conta dei morti e dei superstiti, ma lui si lamenta con i giornalisti: «Basta, non mi stressate! Chiamate come pazzi. Io ho pure diritto di farmi un paio di giorni, che m’è già saltato Ferragosto, Santo Stefano, San Rocco…».
    Era un “vocale”, c’era l’audio: è costretto a chiedere scusa. Pochi giorni dopo i paparazzi lo sorprendono comunque sugli scogli con José Carlos Alvarez, il suo fidanzato cubano. Questo Alvarez è un ex cameriere, ha perso il lavoro, vive di sussidi, però un giorno viene segnalato all’Ufficio Antiriciclaggio della Banca d’Italia: il suo istituto bancario registra movimenti sospetti di cifre “rilevanti”. Panico. Rocco che urla. Crisi nervosa. Poi prova a spiegare: «José giocava in Borsa, non sapevo nulla, è vittima di ludopatia».
    Versione ufficiale. Non si discute. Come quando confessò a una Iena, su Italia1: «Hai mai provato a portarti a letto un rumeno? Se gli fai dieci docce, continua ad avere un odore agrodolce». Ragazzi – spiegò poi Rocco – «ma è chiaro, stavo recitando». Sparita, invece, la pagina Linkedin in cui vantava un master in business administration conseguito all’università di Shenandoah, in Virginia («Mai avuto uno studente con il cognome Casalino», comunicarono dagli Usa).

    Senza master, ma con un talento naturale per lo spettacolo. Conte che legge i Dpcm nella notte; le conferenze stampa in cui le telecamere sono costrette — in una liturgia rivoluzionaria — ad inquadrare un po’ il premier e un po’ anche lui, Rocco; gli Stati Generali dell’economia organizzati a Villa Doria Pamphili nello sfarzo e nella totale inutilità.

  9. Propongo un raccontino kitchen:

    Il ventriloquo.

    Un’ombra ci osservava da tempo, al coffee shop. Ombra di lunghi baffi e orecchie a punta. Disse «Siete italiani? Ho visto che mischiate l’erba col tabacco…».

    «Sì, e non mi vengono mai abbastanza. Abbastanza bene. Dipende dall’atmosfera che riescono a stabilire nell’inesperienza tutte le discordanze nel fare presto e bene ogni cosa».

    «Sa, abbiamo confezionato per Natale diversi sortilegi, tutti con cartine messe per traverso. Un castello. Però mancava il ricordo di quella volta che la vita sembrò perfetta. Quindi cade tutto».

    Sapeva ascoltare, capì perfettamente. Non sembrava interessato a fare affari con polli stranieri e novizi del bel pensiero in sé. Aveva tempo da perdere. Piegò le ginocchia, si appoggiò al muro.

    Poi diede fuoco alla plastica dell’accendino; spense e si mise a grattare la parte bruciata sul tavolino; ne ricavò un mucchietto, ci mischiò dell’erba e arrotolò. Per tutti fu come si stesse parlando.

    Forte, pensando, gli dissi. Lo stato naturale delle cose. Quattro dita sul tavolo, le altre a tirare dal filtro quel non si sa che accadrà, mentre accade diversamente. «Di dove, in Italia?»

    Campi, fossati. Cani lasciati in libertà. Nessun fantasma. Il cielo è un fantasma! Ti guarda. Fosse Dio, abiterebbe in quei posti. Dio vasto trenta, quaranta chilometri. Si sposta in fretta. Ma a volte non c’è.

    Notte tracciata da perpendicolari, tempo e luce con materia. Ti sposti di un secondo e tutto cessa di esistere.

    (May, 2021)

  10. Guido Galdini

    Questo è invece un po’ più attuale.

    C’era un famoso drago di Crescenzago
    con suo fratello un altro drago di Parabiago
    questi due draghi alla fine li hanno chiamati
    a prendere il posto dei vivandieri e degli avvocati
    perché non c’era più niente nel ripostiglio
    che non fosse scaduto e finito male
    come l’avessero conservato delle cicale
    si sono messi allora con gran subbuglio
    ad attizzare un fuoco per ogni intruglio
    chissà se il loro incendio sarà capace
    per una volta a levarci da questa brace
    chissà se insieme formeranno un enorme mago
    il drago di Crescenzago e di Parabiago.

  11. Cari Lucio Mayoor e Guido Galdini,

    adesso è chiaro, sia lo pseudo-limerick di Guido che la prosa kitchen di Lucio si muovono nella stessa orbita culturale entro cui si muove il pensiero filosofico più aggiornato, cioè dalla constatatazione della aporia del fondamento, della struttura aporetica della verità e del fondamento stesso dell’esistenza umana e della storia.
    Non che questo significhi necessariamente cinismo, scetticismo o disfattismo teoretico, ciascuno se la può intendere e se la può suonare come vuole, anzi, ciò che compete alla poiesis oggi è la integrale accettazione della aporia del fondamento. E non se ne parli più.
    La struttura testuale di un testo kitchen allora non sarà altro che questo oscillare tra la identità e la differenza, tra l’esser identico dei diversi e l’esser diverso degli identici, e l’esser identico del loro differire.

    Scrive in proposito Massimo Donà:

    «Stia l’ “è” per l’esser identici dei diversi, e il “non-è” per il loro differire. Ecco, stando al logos hegeliano, si dovrà dire che il loro essere è reale in quanto “non-è“, e che, reciprocamente, il loro non-essere è reale in quanto “è“.
    Tali antitetiche implicazioni dicono dunque la stessa cosa – nulla di diverso costituendosi davvero, nel loro significare. Ché, il non-essere dell’essere è appunto l’essere del non-essere. Se l’essere non-è, ciò-che-è sarà sempre e solamente il non-essere; d’altro canto, sostenere che anche il non essere non è, comporta la negazione della prima affermazione – comportanto, comunque, la negazione di una negazione, l’imporsi di una semplice affermazione.
    Insomma, il negato nel soggetto, se negato, non può che dar luogo alla sua affermazione. Ma qui il negato è l’essere – la negazione della cui negazione non può che dar luogo, dunque, alla sua affermazione. Allo stesso modo in cui, per un analogo ragionamento, l’essere del non-essere dice invero il semplice non-essere dell’essere.
    Cioè, di là dalle esplicite intenzioni hegeliane, nulla ci permette di ritenere, in base al suo stesso argomentare, che essere e non essere siano anche realmente ‘differenti’.
    […]
    Certo, la forma della contraddizione che Hegel ritiene di dover far valere come struttura originaria della verità è quella in virtù della quale l’esser differenti dei differenti è tanto ‘vero’ e ‘reale’ quanto il loro esser identici; ma, per l’appunto, ciò è in quanto il suo stesso argomentare – se compreso nel meccanismo logico che comunque finisce per essere chiamato in causa – gli impedisce di sostenere.
    Perché l’affermazione dell’esser identici dei differenti ‘in quanto’ differenti non può essere intesa come indicante quacosa che non consista nell’assoluta indistinguibilità di identità e differenza; è infatti proprio ‘in quanto differenti‘ che i differenti devono esser compresi come identici; e non da un altro punto di vista, rispetto al loro esser differenti. Non da un altro punto di vista, cioè, essi sono identici. Ma proprio ‘in quanto differenti’.
    Come dire che è proprio nel loro differire che noi possiamo e dobbiamo riconoscere il loro esser identici». 1

    1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, Milano, 2008 pp. 132-133

  12. Massimo Donà, filosofo kitchen. Si può dire? Per come riesce a navigare con la logica tra le sponde, ma senza approdare a nulla – ché la logica è bella di suo.
    Filosofi e poeti possono ben guardarsi negli occhi, quando si tratta di parole.
    “L’esser identico del loro differire” a me sembra una via di fuga, ma anche un comodo rifugio. La domanda che mi sorge, ingenerosa, è sempre la stessa: cari filosofi, ma vogliamo mettere anche qualcosa nel piatto?

  13. Sì, penso che anche Massimo Donà dice delle cose che suonano squisitamente kitchen alle nostre orecchie. È che bisogna leggere i filosofi, i “poeti” dovrebbero aprirsi alle suggestioni della filosofia e della astronomia e trarre delle conclusioni invece di restare attaccati alla boa delle piccole certezze private e tirare in ballo il «divino», il «sacro» a josa e a casaccio. Dovrebbero imparare a trarre delle idee da altre idee…
    In questa accezione, la metalepsi e la catena metonimica costituiscono i binari fondamentali della poiesis kitchen.

    Scrive Massimo Donà:

    «L’Occidente non è mai stato in grado di pensare il diabolus dell’ “identità” o meglio, di pensarlo quale principio dell’esserci di tutto quel che c’è. D’altro canto, l’Immediato ha il proprio Cominciamento in quella positività che, non essendo in alcun modo distinguibile dalla negatività
    1) non può essere intesa come originariamente e-veniente, ossia come costitutentesi a partire da un (Ab)-Grund la cui funzione paradossalmente fondativa sarebbe comunque implicata dalla struttura di un “differire” per cui solamente, il Cominciamento sembra riuscire a costruire la positività del suo stesso ‘esserci’ (ci stiamo riferendo al differire tra essere e non-essere); e
    2) proprio per questo, non si distingue affatto dall’a-temporalità e dall’indivisibilità caratterizzanti l’Inizio – in cui quell’Ab-Grund avrebbe dovuto naturalmetne risolversi.Per questo l’Immediato dice la stessa ponentesi e negantesi determinatezza di ogni ente […]
    Solo in questo senso il contenuto del Cominciamento è davvero la perfecta ni-entità dell’ente; ossia l’Inizio stesso, in quanto affermante e negante, ab origine, innanzitutto se medesimo. Ma anche l’ente in quanto ente, o meglio, ogni ente, in quanto letto quale articolazione di questa stessa inamovibile identità.
    D’altronde, l’ente è, in quanto tale, l’essere il cui “non” (che nell’ “è” del determinato si dice appunto come immediata destituzione di ogni possibile e concreta alterità) esprime l’indeterminatezza propria di un Inizio che è, in quanto tale, Cominciamento.
    L’essere, infatti, non può dirsi che nella perfectio del non-essere.».1

    1 M. Donà, op. cit. p. 137

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