Antonin Artaud (1896-1948), Poesie scelte, traduzione e commento di Marie Laure Colasson, La crudeltà della parola

Antonin Artaud (1896-1948)

antonin artaud-man-ray

Poète noir

Poète noir, un sein de pucelle
te hante,
poète aigri, la vie bout
et la ville brûle,
et le ciel se résorbe en pluie,
ta plume gratte au coeur de la vie.

Forêt, forêt, des yeux fourmillent
sur les pignons multipliés ;
cheveux d’orage, les poètes
enfourchent des chevaux, des chiens.

Les yeux ragent, les langues tournent
le ciel afflue dans les narines
comme un lait nourricier et bleu ;
je suis suspendu à vos bouches
femmes, coeurs de vinaigre durs.

Poeta nero

Poeta nero, un seno di vergine
ti assilla,
poeta inacidito, la vita ribolle
e la città arde,
e il cielo si riassorbe in pioggia,
la tua penna graffia al cuore della vita.

Foresta, foresta, degli occhi brulicano
sui pinoli disseminati;
capelli di bufera, i poeti
inforcano cavalli e cani.

Gli occhi si infuriano, le lingue svoltano
il cielo affluisce nelle narici
come un latte nutriente e azzurro;
io sono appeso alle vostre bocche
donne, cuori di aspro aceto.

La rue

La rue sexuelle s’anime
le long de faces mal venues,
les cafés pepiant de crimes
deracinent les avenues.

Des mains de sexe brûlent les poches
et les ventres bouent par-dessous;
toutes les pensees s’entrechoquent,
et les tetes moins que les trous.

La Strada

La strada sessuale si anima
lungo volti sgraditi,
i caffè spiano i delitti
sradicano i viali.

Le mani del sesso bruciano le tasche
e le pance bollono sotto;
tutti i pensieri si scontrano,
e le teste meno dei buchi.

L’arbre

Cet arbre et son frémissement
forêt sombre d’appels,
de cris,
mange le cœur obscur de la nuit.

Vinaigre et lait, le ciel, la mer,
la masse épaisse du firmament,
tout conspire à ce tremblement,
qui gîte au cœur épais de l’ombre.

Un cœur qui crève, un astre dur
qui se dédouble et fuse au ciel,
le ciel limpide qui se fend
à l’appel du soleil sonnant,
font le même bruit, font le même bruit,
que la nuit et l’arbre au centre du vent.

(da L’ombilic des limbes)

*
Quest’albero e il suo fremito
foresta cupa di appelli
di grida,
mangia il cuore oscuro della notte.

Aceto e latte, il cielo, il mare,
la massa spessa del firmamento,
tutto cospira a questo tremito,
che giace nel cuore spesso dell’ombra.

Un cuore che crepa, un astro duro
che si sdoppia e schizza al cielo
il cielo limpido che si fende
all’appello del sole che risuona,
fanno lo stesso rumore, lo stesso rumore,
della notte e l’albero al centro del vento.

Vitres de son

Vitres de son où virent les astres,
verres où cuisent les cerveaux,
le ciel fourmillant d’impudeurs
dévore la nudité des astres.

Un lait bizarre et véhément
fourmille au fond du firmament;
un escargot monte et dérange
la placidité des nuages.

Délices et rages, le ciel entier
lance sur nous comme un nuage
un tourbillon d’ailes sauvages
torrentielles d’obscénités.

Vetri di suono

Vetri di suono dove girano gli astri.
Bicchieri dove cuociono i cervelli,
il cielo che formicola d’impudenti
divora la nudità degli astri.

Un latte bizzarro e veemente
formicola nel fondo del firmamento;
una lumaca sale e disturba
la placidità delle nuvole.

Delizie e rabbie, il cielo intero
lancia su di noi come una nuvola
un vortice di ali selvagge
torrenziali di oscenità.

Antonin Artaud, 1926

(traduzione di Marie Laure Colasson, testi tratti da L’Ombilic des Limbes suivi de Le Pèse-nerfs et autres textes Ed. Gallimard, 1956)


In me c’è fretta. C’è urgenza.
Vorrei. Vorrei una cosa qualsiasi, ma presto. Vorrei andarmene.
Vorrei sbarazzarmi di tutto ciò. Vorrei ripartire da zero. Vorrei uscirne fuori.
Ma non uscirne fuori da un’uscita. Vorrei un uscirne fuori molteplice,
a ventaglio. Un uscirne che non si fermi, un uscire ideale,
e tale che, uscito, io ricominci subito a uscire.
(H. Michaux)

Antonin Artaud, scrittore, poeta, attore, commediografo, regista e teorico; perché definirlo? Un essere sovversivo, polimorfo, eccentrico, in guerra costante contro i tabù e i pregiudizi della cultura della sua epoca. Artaud ricerca prima di tutto «l’oeil intellectuel dans le délire».

Malato fin dalla sua infanzia, internato spesso in manicomio, subirà numerosi elettrochoc. Attraverso i suoi scritti, le sue poesie, le sue lettere a Jacques Rivière, si può leggere lo sradicamento e la follia.

«La malattia è il suo soggetto e fa girare il tutto intorno ad essa». Le sue perdite di lucidità e i suoi dolori fisici «dépossession de ma substance vitale», «l’angoisse qui fait les fous», dirà lo scrittore, sono il male sovrano che lo condurranno alla dipendenza dalle droghe e dall’oppio.

È grazie al dottor Toulouse, psichiatra colto, amico di artisti, riconobbe l’eccezionalità degli scritti e dei disegni di Artaud; è grazie a lui che noi lo conosciamo, è lui che lo farà debuttare nella vita sociale e artistica. All’inizio con Jacques Rivière e subito dopo da Jean Paulhan come direttore di Gallimard, poi, in seguito, con André Breton e i surrealisti. Malgrado tutto, le rotture con Breton saranno inevitabili dovute alla unicità del personaggio che frugava nel nulla della sua depossessione.

Ne L’Ombilic des Limbes, la sua poesia il Poète Noir (1925) ci introduce direttamente nel delirio distruttivo; le parole sono sferzanti e taglienti come colpi di coltello: “Poète noir”, “poète aigri”, “la ville brule”, nella sua volontà di esprimere l’inesprimibile (“ta plume gratte au coeur de la vie”); la collera (“cheveux d’orage”), “les yeux ragent”, così che un una speranza disperata fra “ciel” e “femmes”. Antonin Artaud non ricerca affatto l’armonia delle parole, ma unicamente la traduzione mentale del suo sentire e ci trasporta di colpo nel suo delirio paranoico vibrante d’intensità.

Vediamo adesso ne Les Textes de la période surréaliste, la poesia “La Rue” (1929), scritta al seguito dei suoi viaggi in Messico e in Irlanda. Durante questi soggiorni cercherà i più antichi miti di queste popolazioni, ne tornerà con una strana forma di misticismo. La poesia “La Rue” ribolle di sessualità; lo si crederebbe a Pigalle nel quartiere delle prostitute. Benché nel passato abbia amato le donne, ritorna da questi viaggi con una specie di disgusto per il corpo dove «l’orgasme est diabolique» e dove i «démons femelles viennent le persecuter».

“Faces mal venues”, “les cafés pépiant de crimes”, “Des mains de sexe brulent les poches”: tutti i versi sarebbero da citare tanto essi sono virulenti. Vuole un corpo in trasformazione “un corps atomique qui explose avec l’écriture”.

«L’uomo è malato perché è mal costruito. Bisogna decidersi a metterlo a nudo per grattargli via questa piattola che lo rode mortalmente, dio, e con dio i suoi organi, Legatemi pure se volete, ma non c’è nulla che sia più inutile di un organo. Quando gli avrete fatto un corpo senza organi, l’avrete liberato da tutti gli automatismi e restituito alla sua libertà. Allora gli reinsegnerete a danzare alla rovescia come nel delirio del bal musette e questo rovescio sarà il suo vero dritto». (Artaud) La vita è «disseminazione… semenza radio-fisica di magia, di cui nessuno da che mondo è mondo ha potuto dire cosa fosse» (Artaud). Il corpo deve essere liberato dalla soggezione del soggetto e dalla reclusione di un’anatomia «di cui dio è l’unico responsabile certo». Reclusorio di atomi.

Un aneddoto.

Una sera mentre era internato in un manicomio psichiatrico (alla fine della sua vita che durò nove anni), Artaud si cala dal muro di cinta alla ricerca della libertà perduta. A un certo punto, ritorna al manicomio scalando all’incontrario il muro. Dei poliziotti accorgendosi dello scalatore vogliono arrestarlo. E lui risponde: “ma io sto tornando al manicomio, sono un pazzo”. Ho narrato questo aneddoto in quanto ci dà un profilo del geniale sovversivo, nero, Antonin Artaud il quale ha una importanza fondamentale per la poesia che prenderà corpo nel corso del novecento, una poiesis che fa della immaginazione il perno attorno al quale si può costruire una poesia moderna.

Per Deleuze l’immaginazione non è una facoltà della mente, ma una collezione di idee: «collezione senza album, messa in scena senza teatro, o anche flusso delle percezioni»;1 dunque, non qualcosa che funzioni seguendo un ordine, ma un processo delirante, libero, al quale le idee partecipano. E che cos’è l’idea? In questo senso, non è nient’altro che il dato, l’esperienza: un’impressione nell’immaginazione.

Per il tramite della immaginazione «la letteratura (ormai sarebbe meglio dire la  scrittura), rifiutandosi di assegnare al testo (e al mondo come testo) un «segreto», cioè un senso ultimo, libera un’attività che potremmo chiamare contro-teologica, o meglio rivoluzionaria, poiché rifiutarsi di bloccare il senso equivale sostanzialmente a rifiutare Dio e le sue ipostasi, la ragione, la scienza, la legge. […] Per restituire alla scrittura il suo avvenire, bisogna rovesciarne il mito: prezzo della nascita del lettore non può essere che la morte dell’Autore».2

1 G. Deleuze, Empirismo e soggettività, Orthotes, Napoli-Salerno, 2018, p. 13

2  R. Barthes,  Il brusio della lingua. Saggi critici IV, Einaudi, Torino, 1988, p. 55

(Marie Laure Colasson)

[Marie Laure Colasson nasce nel 1955, pittrice francese, vive e lavora a Roma, ha esposto nelle gallerie di Parigi, Buenos Aires, Bruxelles, Roma, Torino. Sta preparando il suo primo libro di poesie, Les choses de la vie] – «Nella mia poesia la storia (l’aspetto diacronico) e la geografia (il piano sincronico) coesistono e coabitano dando forma ad una superficie estesa in lungo e in largo, onnivora e vorace. Forse perché viviamo ed operiamo in un mondo piatto, in un Reale piatto (con buona pace dei terrapiattisti) che un giorno sarà popolato soltanto da virus e da germi monocellulari. Proviamo ad invertire le cose (Les choses de la vie): noi umani siamo semplicemente ospiti dei germi e dei virus.»

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Antonin Artaud, scrittore, regista e attore francese (Marsiglia 1896 – Ivry-sur-Seine 1948). Aderì al surrealismo ma se ne allontanò per frequentare la scuola di Ch. Dullin, esordendo come attore all’Atelier. Nel 1926 impostò un’attività teatrale autonoma con la fondazione del teatro Alfred Jarry (dove esordì come regista mettendo in scena una sua pochade) e con la elaborazione di alcuni manifesti teorici sul coinvolgimento dello spettatore. Per Artaud compito del teatro è scuotere, sconvolgere lo spettatore: il suo teatro della crudeltà intendeva appunto proporre uno spettacolo totale in cui fossero impiegati tutti i mezzi d’azione (luci, suoni, gesti, vicende, ecc.) atti a suscitare la partecipazione incondizionata dello spettatore. Nel 1935 assunse la direzione del Folies-Wagram e vi rappresentò il suo dramma Les Cenci. Una malattia mentale lo costrinse a vivere lontano dalla vita teatrale, ma scrisse ancora qualche saggio tra cui il volume Van Gogh, le suicidé de la société, 1947. Tra le sue opere: Tric trac du ciel (1923); L’ombilic des lymbes (1925); L’art et la mort (1929); Les nouvelles révélations de l’être (1937). Ricca di notizie la sua Correspondance avec Jacques Rivière (1927) e notevoli le Lettres d’Antonin Artaud à J.-L. Barrault (postumo 1952). Fondamentale per il teatro Le théâtre et son double, (1938). 

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25 risposte a “Antonin Artaud (1896-1948), Poesie scelte, traduzione e commento di Marie Laure Colasson, La crudeltà della parola

  1. La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia

    Dopo Artaud sappiamo che:
    la cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia. Parlare di contenuto di verità a proposito dell’arte moderna è come parlare di immondizia dello spirito.

    L’oggetto dell’estetica è qualcosa che non sta né qua né là. E l’arte non ha modo di acciuffarlo, se non con l’accalappiacani o l’acchiappafarfalle. In ciò, il concetto di arte è affine a quello delle nuvole. È un concetto rarefatto. Un concetto meteorologico.

    L’arte che vuole essere fondazionale, si ritrova ad essere funzionale, perché l’arte non fonda più alcunché tranne la propria metessi con lo spirito fatto di immondizia. Così, l’arte scopre la propria natura meteorologica e merceologica. L’arte suprema è la forma suprema di merceologia dello spirito.

    L’arte suprema di Baudelaire ha mostrato che quella «promesse du bonheur» che essa promette è, in realtà, una truffa, in quanto nella società delle merci essa è sempre meno sicura della propria esistenza e della propria sopravvivenza. L’arte però risponde alla propria insussistenza con il ritorno del rimosso, ripresentando ogni volta quella promessa fedifraga sapendo della menzogna, ma tacendo. Ed ecco come il silenzio si insinua nella sua struttura con il ritorno del rimosso. Baudelaire ci ha mostrato in maniera indiscutibile quanto quella «promesse du bonheur» sia una truffa dello spirito servile e quanto la pacchianeria sia vicina all’arte nella sua più alta forma di espressione.

    «L’oggetto dell’estetica si determina come indeterminabile, negativo. Perciò l’arte ha bisogno della filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo. I paradossi dell’estetica le sono dettati dall’oggetto: “Il bello richiede forse l’imitazione schiavistica di ciò che nelle cose è indeterminabile” (P. Valéry)

    «Il momento ripetitivo del gioco è copia del lavoro non libero, così come la forma di gioco che domina al di fuori dell’estetica, lo sport, ricorda obblighi pratici ed adempie incessantemente la funzione di abituare incessantemente gli uomini alle esigenze della prassi…».

    (Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970)

    Il Bello, concetto contraffatto e ingenuo, presuppone sempre la borsa della spesa, la sporta piena di delizie dolciarie da supermarket. Dà l’illusione del piacere dell’immediatezza. E invece è il piacere dell’immondizia. Il momento del piacere nella fruizione di un’opera d’arte, non può essere intuitivo né immediato se non nella forma rozza del realismo ingenuo, che ingenuo non è affatto perché sottoposto alla mimica e alla mimesi del «reale». Il problema si ripresenta sempre allo stesso modo. E risponde alla eterna domanda: Quest’arte è realistica? È rispondente ai criteri di ciò che intendiamo per realismo?

    Il fatto è che nell’epoca del crescente impoverimento dello spirito oggettivo, di fronte al factum brutum dell’obiettività sociale, l’arte è costretta a dichiarare bancarotta e a recedere a ironizzazione dello stile floreale, a parodia dello stile.

    Quindi, stabilire che cos’è il «reale» e che cosa intendiamo per reale è sempre prioritario per l’arte che non voglia apparire in funzione decorativa o utilitaristica. Però, l’arte che va a letto con il «reale» recita la parte della concubina fedifraga, e non è neanche tanto seria quanto vorrebbe apparire. Epperò, la poca serietà dell’arte è sorella della sua natura fedifraga.

    «Mediante la moda l’arte va a letto con ciò cui è costretta a rinunciare e ne trae forze che si atrofizzano sotto la rinuncia; senza di questa, tuttavia, l’arte non ci sarebbe. L’arte, come apparenza, è il vestito di un corpo invisibile. La moda è il vestito come assolutezza. In questo la moda e l’arte si capiscono». (Adorno, op. cit. p.447) – «Il concetto di corrente alla moda – moda e arte moderna sono termini linguisticamente affini – è un caso disperato« (Adorno, op. cit. p.447)

    Direi che la moda è il vestito del corpo visibile, e l’arte di quello invisibile. Metessi della Moda e dell’arte.

    Nell’ambito della comunicazione globale, arte e nettezza urbana vanno a braccetto. Quel tanto di spirito soggettivo che trasuda dai suoi belletti, richiama alla mente l’abito della Signora Sosostris.

  2. Verso un Nuovo Paradigma

    L’immaginario politico e l’idea di futuro sembrano oggi cancellati dall’imperativo dell’austerity. Ma quale sarebbe il vero passaggio rivoluzionario, si chiedevano un tempo Deleuze e Guattari: ritirarsi dal mercato globale o, al contrario, andare ancora più lontano, “accelerare il processo”?
    L’economia è in crisi, ma la tecnologia continua a evolvere sotto i nostri occhi: i social network sono sempre più pervasivi, la logistica delle merci sempre più veloce e digitalizzata, servizi segreti e finanza usano algoritmi sempre più sofisticati per analizzare e prevedere i comportamenti di massa.

    E se l’impasse politica fosse legata all’incapacità di comprendere le nuove astrazioni del capitale e del lavoro, gli algoritmi che controllano le relazioni sociali tanto quanto il tempo collettivo congelato dalla finanza in futures e derivati? Un nuovo nomos tecnologico sembra prendere forma a livello planetario, dove i poteri tradizionali degli Stati nazione si intrecciano con le grandi corporation della rete.

    Un ex direttore della Cia lo ha riassunto in modo cinico ma efficace: “Uccidiamo persone sulla base dei metadati”. Rispondendo al recente Manifesto accelerazionista e rilanciando la tesi del capitalismo cognitivo, gli autori del presente libro(1) sostengono che lo sviluppo tecnologico possa essere ridisegnato in senso rivoluzionario, che l’astrazione più estrema dell’intelligenza debba diventare arma politica e che il futuro sia da riconquistare come terreno visionario.
    […]
    In una battuta, si potrebbe dire che non è sufficiente affermare che il capitalismo di oggi è un capitalismo cognitivo, ovvero che valorizza e organizza la conoscenza e le informazioni prodotte dal lavoro di una moltitudine globale ovunque assoggettata ad almeno una catena di montaggio numerica e a un dispositivo digitale (tutti hanno almeno un telefono cellulare). Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire:
    il capitale stesso “pensa”. Un po’ come quando la prospettiva moderna di Leon Battista Alberti nacque portando a Firenze le tecniche di proiezione ottica e astrazione geometrica dei matematici di Baghdad, raddrizzando molti quadri sghembi, aggiungendo una dimensione di profondità all’estetica e aprendo dunque una visione nuova delle spazio collettivo e politico, così sarebbe oggi salutare importare una visione aliena nella filosofia politica (e in particolare nella cosiddetta Italian Theory), per potere vedere i network globali e l’orizzonte tecnologico globale con la profondità e la proiezione di un nuovo paradigma, che faccia emergere e dischiuda uno spazio collettivo e politico più complesso. Si dà oggi un salto di qualità, un passaggio di paradigma, una breccia epistemica che dovrebbe essere riconosciuta da qualunque forma di pensiero. Urge un Machiavelli del nomos tecnologico globale.
    Il trontiano punto di vista “di parte” ha bisogno di un nuovo paio di occhiali per osservare la nuova profondità del “tutto” macchinico.

    (Matteo Pasquinelli)

    1 Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune.
    https://www.academia.edu/7953140/Gli_algoritmi_del_capitale_Accelerazionismo_macchine_della_conoscenza_e_autonomia_del_comune?email_work_card=title

    • mi scrive un interlocutore alla mia email privata

      caro Giorgio,

      quaranta anni di neoliberismo (a far luogo dal 1980) hanno reso la maggior parte dei partiti politici di sinistra spogliati di pensiero radicale, del tutto svuotati e senza un mandato popolare. Nel migliore dei casi essi hanno risposto alle crisi attuali con appelli per un ritorno ad una economia keynesiana; a dispetto dell’evidenza che non esistano più le condizioni che resero possibile la socialdemocrazia del dopoguerra. In questi quarant’anni anche la produzione culturale è stata invasa dal nominalismo individualistico, un neoliberalismo dell’io con tanto di benedizione ideologica hillmaniana e junghiana…

      caro Interlocutore,

      si è pensato molto poco al «concreto» e al nesso «Concreto/complessità» proprio delle democrazie liberali le quali hanno avuto un ruolo storico progressivo fintantoché sono riuscite a garantire un equilibrio fra: produzione di ricchezza e distribuzione di ricchezza tra le classi meno agiate. Quando questo sistema di trasmissione e riequilibrio della ricchezza si è inceppato, in quel momento sono sorte le tendenze alla restaurazione e al sovranismo nazionalistico. A mio avviso il rilancio delle democrazie liberali si misurerà dalla loro capacità di assicurare la trasmissione di una parte della ricchezza dalle classi abbienti e affluenti a quelle povere. Iniziative come quelle della flat tax vanno in direzione esattamente contraria: verso un aumento della ricchezza ai ricchi e una diminuzione della medesima per i poveri.
      È molto semplice. Io non getterei la culla con il neonato. Il neoliberalismo deve essere sviluppato in un nuovo e più equo liberalismo che garantisca la re-distribuzione della ricchezza dalle classi agiate a quelle povere e poverissime. È questo il punto. Il punto è il cambio di paradigma di cui il pensiero progressivo e riformista deve farsi carico. Ma questa redistribuzione della ricchezza non può avvenire soltanto mediante strumenti come il reddito di cittadinanza o il reddito universale ma mediante il cambio di paradigma dello sviluppo che consenta un aumento della ricchezza con un aumento della ridistribuzione della ricchezza. «Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni,quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione». (Marx, Grundrisse, 1857, 101)

  3. Poetry Kitchen

    What’s that? J’ai lu quelques exemples dans ‘L’Ombra delle parole’.
    Qua e là ci trovo qualche cosa di provocante, sveglio di curiosità, scucitura vagabonda, e anche abuso di sigle sconosciute e nomi propri…
    Però, nessuna musica… quasi mai…Tutto fa pensare al movimento Dodecafonia dove nessuna risoluzione tonale è offerta per un riposo dalla tensione… pezzettini di Anton Webern, … oppure miscela di Alban Berg (unico ancora suonato… di rado)… Lo sforzo indomabile di inventare a tutti costi una voce non temperata… un nuovo sistema… per evitare ogni paragono di valore d’opera. Bernstein inquieto dalla “Unanswered question”.
    Poetry Kitchen è vero Arte Contemporanea con lo spiegazionismo dilagante, recursivo, spiegare la spiegazione, offerto dalla guida turistica dello spettacolo, che spiega la spiegazione del gallerista o conservatore, che spiega quella del critico, che spiega la spiegazione del giornalista, che spiega quella dell’artista, dando così a tutti da mangiare del cibo già in parte digerito.
    Ho trovato nelle analisi proposte da Poeti Kitchen su opere Poetry Kitchen numerosi riferimenti a Schopenhauer, Nietzsche e Adorno, (tutti amici miei frequentati), fino a urtare in qualche ricerca di luce nell’oscurità Lacaniana (grazie, però, per la donazione du Courbet de l’Origine du monde (il quadro più veduto al mondo (per ragioni non artistiche))). Non ho trovato nessun riferimento a Spinoza, la cui ragione liberatrice sarebbe molto utile!…

    Ho tradotto “The raven” in francese e in italiano;… non si poteva tradurre “nevermore” con “mai più” (4 vocali per 2 consonanti) senza distruggere il tutto poetico musicale… ho scelto “per sempre” (6 consonanti per una sola vocale ripetuta 3 volte), che è il più dolce suono possibile trovato nella lingua italiana tanto brutale di vocali duri, dalle risonanze Verdiane di belcanto (sarebbe forse più facile in Napoletano), e che obbliga adeguati cambiamenti di testo per conservare l’idea del poema.
    Ho scritto un saggio di 30 pagine sulla traduzione italiana della musica di “The raven”.
    Lo stesso problema, meno disperato, si pone per la traduzione francese, dove ho scelto “pas encore” (5 consonanti per 3 vocali pronunciate) al posto di “jamais plus” (6 consonati per 4 vocali forte). La bellezza di una lingua viene dalle consonanti, dove le vocali (inutili per leggere le parole scritte (ebreo ed arabo le scrivono soltanto in necessità)) sono lì per esprimerle. Il genio di Dante, tra altro, è l’invenzione della prosodia endecasillaba per diminuire il numero di vocali. Ho studiato diverse prosodie, francese, tedesca, italiana, in lunghi fastidiosi documenti universitari, e ho trovato interessante adottare la prosodia di una lingua per un’altra,… principalmente la prosodia tedesca in poesie francese…

    Altra osservazione pertinente:
    La traduzione come metodo di scrittura nella lingua madre
    Il fenomeno multilingue
    Ho notato che, facendo da solo la traduzione di alcuni miei testi francesi in inglese, italiano o tedesco, modificavo quasi sempre l’originale: si trattava di modifiche semantiche ispirate dalla traduzione, che suscitavano sinonimi e omonimi diversi a seconda delle lingue o talvolta addirittura delle modifiche sintattiche. Il rispetto delle regole rimiche e metriche scelte liberamente provoca la creatività come anche la ricerca di una musica poetica tramite i ritmi, le ripetizioni, le imitazioni e le variazioni.
    La traduzione provoca in qualche modo un approfondimento semantico spesso trasportabile di ritorno nella propria lingua. La traduzione interagisce realmente nel perfezionamento dell’originale.
    Anche dopo aver già tradotto un testo in inglese, per esempio, una successiva traduzione in italiano spesso riusciva ancora a suggerirmi altri miglioramenti del testo originale. Sono convinto del valore creativo dello sforzo di traduzione a beneficio del testo originale, sia sul pensiero, sia sul significato, sia sulla forma… Non è necessario essere totalmente a proprio agio con una lingua straniera per trarre vantaggio dal fenomeno. Forse anche l’imperfezione e le esitazioni servono nell’insistente ricerca delle parole più giuste, che talora rimbalzano sul testo originale.

    Invece di aderire a Poetry Kitchen, propongo quindi, inventare una nuova forma di frequentazione in variazioni su temi di perfetta costruzione poetica già creata…come una elaborazione di traduzione di una poesia nella stessa lingua dell’originale… Non il “À la manière de…” di Francia,… piuttosto “in onore di …” oppure “dalla frequentazione di…”
    Ci sono in Occidente molto più scrittori poeti di lettori di poesie,… pretendo essere un lettore che scrive poeticamente la sua ammirazione dei grandi confermati poeti…

    Ecco un mio contributo poetico ammiratore in francese:

    Les phares de Baudelaire, variations

    Une strophe de Baudelaire manque ici,
    Remplacée par une autre qui n’est pas de lui,
    Qui m’ennuyait ; et ailleurs en un vers magique
    Un mot, une lettre, autre sens, même musique.

    Rubens, fleuve d’oubli, jardin de la paresse,
    Oreiller de chair fraîche où l’on ne peut aimer,
    Mais où la vie afflue, et s’agite sans cesse,
    Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer ;

    Leonard de Vinci, miroir profond et sombre,
    Où des anges charmants, avec un doux souris,
    Tout chargé de mystère, apparaissent à l’ombre
    Des glaciers et des pins qui ferment leur pays ;

    Rembrandt, triste hôpital tout rempli de murmures,
    Et d’un grand crucifix décoré seulement,
    Où la prière en pleur s’exhale des ordures,
    Et d’un rayon d’hiver traversé brusquement ;

    Michel-Ange, lieu vague où l’on voit des Hercules
    Se mêler à des Christs et se lever tout droits
    Des fantômes puissants qui dans les crépuscules
    Déchirent leur suaire en étirant leurs doigts ;

    Le Caravage, forçat de lumière et d’ombre
    Où la couleur aveugle le dessin qui sombre ;
    Où un œil vit encore en un visage mort,
    Fuyant les desseins des puissants abusés d’or.

    Watteau, ce carnaval où bien des cœurs illustres,
    Comme des papillons, errent en flamboyant,
    Décors frais et légers éclairaient par des lustres
    Qui versent la folie à ce bal tournoyant ;

    Goya, cauchemar plein de choses inconnues,
    De fœtus qu’on fait cuire au milieu des sabbats,
    De vieilles au miroir et d’enfants toutes nues,
    Pour tenter les démons ajustant bien leur bas ;

    Delacroix, lac de sang hanté des mauvais anges,
    Ombragé d’un grand bois de sapins toujours verts,
    Où sous un ciel chagrin, des fanfares étranges
    Passent, comme un soupir étouffé de Weber ;

    Ces malédictions, ces blasphèmes, ces plaintes
    Ces extases, ces cris, ces pleurs, ces te-deum
    Sont un écho redit par mille labyrinthes,
    C’est pour les mortels un divin opium !

    C’est un cri répété par mille sentinelles,
    Un ordre renvoyé par mille porte-voix,
    C’est un phare allumé sur mille citadelles,
    Un appel de chasseurs perdus dans les grands bois !

    Car c’est vraiment, Seigneur, le meilleur témoignage
    Que nous puissions donner de notre dignité
    Que cet ardent sanglot qui roule d’âge en âge,
    Et vient revivre au bord de notre éternité.

    © Copyright, 01/2021 – Gérard Beaugonin,

  4. caro Gerard Beaugonin,

    mi fa piacere averti qui nella nostra rivista che da tempo è indirizzata verso una nuova ontologia estetica, colgo e accolgo le tue considerazioni come un invito ad ampliare l’orizzonte della nostra visione delle cose, come sai la poesia italiana è stata minoritaria in Europa negli ultimi cinquanta anni e noi intendiamo uscire da questo stato di minorità provocando una «rottura» e un «rilancio», un «nuovo paradigma». Questo, ovviamente, ci ha messo di fronte alla muta e sorda resistenza da parte della poesia accademica, la reazione della poesia degli uffici stampa degli editori maggiori è stata ed è, ovviamente, di rigetto. Non poteva accadere diversamente, era prevedibile.
    Mi è capitato stamane sotto gli occhi questo video per la RAI filmato da Giorgio Albertazzi, lo ripropongo perché rivela la distanza e la incomprensibilità delle tematiche affrontate dal poeta italiano più significativo prodotto dalla cultura dello sperimentalismo: Andrea Zanzotto. Quella tematica, quella della «neve», ci è del tutto estranea, addirittura incomprensibile, una tematica affetta da secondarietà e irrilevanza agli occhi di un lettore di oggi. Oggi i problemi della poiesis si sono talmente aggravati che si richiede ad un poeta non qualcosa di accademico (oggi ci appare del tutto accademica la questione della «neve», i problemi si sono talmente aggravati e aggrovigliati, la crisi è diventata così profonda da farci guardare finanche con nostalgia la tematica della «neve» e quella del «paesaggio», nonché quella della «Beltà», che ci appaiono meri calligrammi…).

    https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2018/12/Andrea-Zanzotto-la-poesia-mia-difesa-70fb2ed9-b1b8-4e03-8ab1-31e93d9b828d.html

    Recita la didascalia del video:

    «In questo filmato l’attore Giorgio Albertazzi, insieme a un gruppo di ragazzi, intesse con Andrea Zanzotto un dialogo incentrato sul rapporto tra poesia e realtà. La poesia Sì, ancora la neve!, tratta dalla raccolta La Beltà (1968), costituisce uno degli esiti più maturi di una poetica basata sull’innovazione lessicale, sullo scardinamento del linguaggio, un linguaggio in cui il poeta letteralmente si “inabissa”. A tale sperimentalismo è sottesa l’idea della poesia come atto di verità. La sua valenza conoscitiva tuttavia non si risolve in un risultato, in un approdo, ma consiste piuttosto in una ricerca perenne di senso. La poesia di Zanzotto è precipuamente “resistenza alla perdita di senso” dell’uomo e del mondo, tensione verso un significato che si dà in modo intermittente e solo nel linguaggio poetico, la cui capacità di significazione è comunque sempre messa in discussione. Questo tentativo di afferrare un mondo, una realtà recalcitrante, che sempre sfugge, è accompagnato dalla consapevolezza profonda dell’accidentalità dell’uomo. Il richiamo alla neve è dunque il richiamo a qualcosa di imperituro: la neve è sempre la stessa di cento milioni di anni fa, nonostante la corruzione consumistica attuale. Le ultime riflessioni che emergono in questo filmato sono dedicate alla vocazione rivoluzionaria della poesia e al rapporto tra quest’ultima e gli sviluppi tecnologici che hanno segnato la più recente storia dell’uomo. Zanzotto auspica una tecnologia pulita ed elegante, in accordo con la natura, una tecnologia che sia “poeticamente programmata”. Da Sì, ancora la neve»:

    Che sarà della neve
    che sarà di noi?
    Una curva sul ghiaccio
    e poi e poi… ma i pini, i pini
    tutti uscenti alla neve, e fin l’ultima età
    circondata da pini. Sic et simpliciter?
    E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso –
    perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
    perché si è fatto noi, roba per noi?
    E questo valere in persona ed ex-persona
    un solo possibile ed ex-possibile?
    Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
    ma dove le due serie entrano in contatto?
    Ma è vero? E che sarà di noi?
    E tu perché, perché tu?
    E perché e che fanno i grandi oggetti
    e tutte le cose-cause
    e il radiante e il radioso?
    Il nucleo stellare
    là in fondo alla curva di ghiaccio,
    versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
    ma che sarà della neve dei pini
    di quello che non sta e sta là, in fondo?

  5. caro Gérard,

    ad esempio, nella poesia kitchen è scomparsa la tematica. Sfido chiunque a reperire una tematica. Semplicemente non c’è, non rientra tra i parametri della poetry kitchen. È stata abolita da qualcuno, ma non certo da noi. Chi l’ha abolita?

    Una mia composizione kitchen dalla raccolta Stanza n. 23

    Stanza n. 9

    K. si afferrò al tavolo con entrambe le mani.
    Come per tenersi.
    Il berretto verde ebbe una esitazione.
    «… ma io ero lì», disse poi in tono di rassegnazione.
    Sembrava spossato.
    «Cavallo che perde si cambia», aggiunse.

    Era trascorsa mezz’ora da quella frase.

    «E perciò, sì…», disse alla fine, pacatamente K.
    «In realtà, Žižek si sbaglia, condivido la colpa… perché è la mia colpa… la mia colpa… solo adesso, che ho parlato… ora che ho detto tutto… l’ho capito…»

    Si arrestò.
    Girò intorno al tavolo.
    Sputò nella sputacchiera all’angolo.
    Girò ancora una volta intorno al tavolo.
    Il ragazzo con il quadrato nero sul profilo, disse:
    «Cavallo che vince non si cambia.
    Non riesco a vomitare.
    Eppure lo vorrei, lo giuro…
    Lo spurgo è più pulito del mio vomito».

    Girò per l’ultima volta intorno al tavolo.
    Il quadrato nero se ne andò per i fatti suoi.

    K. mi osservò attentamente dai fondi di bottiglia dei suoi occhiali.
    Poi, il berretto verde parlò:
    «Žižek si sbaglia.
    Non succederà niente di tutto ciò».

    Indossò la mascherina.

    «La Ladyboy Frenzy Bell al semaforo attraversa col rosso.
    La vita può diventare pericolosa, sa?
    Ti mettono il Covid in casa
    e sei spacciato.
    Chi?, ma gli agenti segreti, i marziani!».

    «No, non lo so», risposi…

    «Žižek si sbaglia.
    È come se guardasse i particolari in eccesso
    di sovraesposizione.
    Una miopia non correttamente curata, lasciata
    tranquillamente peggiorare.
    Un glaucoma.
    Il male è nella cornea, è nell’apparato equoreo.
    Una poesia scritta da una talpa, per un’altra talpa.
    Per il sottosuolo.
    Con le pantofole invertite».*

    * volevo dire che l’ultima strofa l’ho tratta da alcune frasi di Mauro Pierno messe in un suo commento qui nell’Ombra, tempo fa…

  6. Tutta colpa dei piedi e dei ridicoli resoconti,
    nevvero.
    Deposte poi tutti bottoni in un armadio
    si tentò di scucirne un piccolo lembo. Esclamò,
    “ma l’abito insomma?”…
    Gli risposero da un camerino spoglio,
    da un teatro abbandonato,
    da un sottoscala senza titolo, con gli stessi versi di una cantante lirica:
    abbasso, abbasso le pantofole!

    La poetry kitchen è l’estetica della sterilità, stiamo qui a cinguettare, traducendo un verso, una parola, un senso.
    Grazie Ombra, grazie Colasson.
    Benvenuto a Gérard Beaugonin

  7. inserisco qui due poesie di poeti molto distanti geograficamente ma appartenenti entrambi alla poesia occidentale. Mi sembra che in entrambi i poeti si possa riscontrare la ricerca di una più aggiornata fenomenologia del poetico.

    Charles Simic

    Domando al piombo
    perché ti sei lasciato
    fondere in pallottola?
    Ti sei forse scordato degli alchimisti?
    Hai perso qualsiasi speranza
    di diventare oro?
    Nessuno mi risponde.
    Pallottola. Piombo. Con nomi
    del genere
    il sonno è lungo e profondo.

    Yehuda Amichai

    Come un capitano, dopo il pranzo di gala,
    che agli ospiti mostra la sala delle macchine
    nel ventre della nave (belle donne lo hanno preteso),
    e per i gradini di ferro li conduce in basso, apre
    con metallici schianti gli sportelli, li richiude
    e quelli ammirano tutto il luccichio e tutto
    quel roteare e quel salire e scendere,
    così faccio vedere ai miei ospiti
    la stanza dei miei bambini, apro la porta,
    tacito la chiudo
    e sentiamo tre diversi respiri
    tre ritmi diversi nella stanzetta, che è l’infinito.
    E una piccola luce azzurrina brilla in alto
    sopra la porta.

  8. Qui Salieri si cimenta in un pezzo molto semplice di critica musicale…

    E adesso, ecco come si procede ad un’opera kitchen

  9. Ringrazio Marie Laure Colasson per questa pagina su Antonin Artaud. Tralascio di dire qualcosa sulla follia perché di questa si è già detto tutto; l’articolo però mi ha riportato a quando, da ragazzo, sognavo un’arte folle ma sana, creata cioè da persone capaci di frequentarla senza per questo doverci perdere la salute; i miei artisti preferiti erano morti, suicidi, o alcolizzati; altri ne ho conosciuti personalmente, che non li potevi frequentare… Quando iniziai con l’astrattismo, facevo apposta un informale “scientifico”; che però era freddo, di pittura mossa, dinamica ma fredda… e a me piaceva, tra i nostri, Emilio Vedova… quindi terapia, terapia, per poi approdare allo zen. Penso che la poetry kitchen sia un modo per frequentare la follia, che la forma adottata (se di forma si può parlare) fornisce la chiave di accesso per inconscio ed automatismi; mix liberatorio che, procedendo, sempre più ci renderà differenti e solitari. Molte delle cose che qui vengono pubblicate sembrano avere scopo didattico per la generazione prossima a venire.

    • caro Lucio,

      le tue osservazioni sono sempre brillanti e colgono aspetti particolari e importanti della nostra ricerca. Tu scrivi:

      «Penso che la poetry kitchen sia un modo per frequentare la follia, che la forma adottata (se di forma si può parlare) fornisce la chiave di accesso per inconscio ed automatismi; mix liberatorio che, procedendo, sempre più ci renderà differenti e solitari.»

      Io, personalmente, mi ritengo un marxista di tipo nuovo, aperto a tutte le sollecitazioni culturali, quindi, eclettico, e quindi a-teo, come si dice, e quindi molto razionale, con i piedi per terra, ben piantati nella madre terra. Per me la poetry kitchen è il nuovo modo di essere, una nuova forma di vita, e anche un ottimo esercizio dello spirito, il mio modo di essere contemporaneo, il modo per eccellenza di rifuggire alla normologia e alla normografia, il nuovo modo di essere che ci può aprire alla esplorazione dell’inconscio collettivo, ma non nel senso perseguito erroneamente gli junghiani che ne fanno un concetto-sacco dove ci ficcano di tutto alla rinfusa. In fin dei conti, l’inconscio Nessuno l’ha mai visto, Nessuno ci è mai andato ad abitare. E il reale? Nessuno lo ha mai veramente visto! Tutti credono ingenuamente di vivere nel Reale! Ma è una illusione, in realtà tutti viviamo e pensiamo all’interno di un sortilegio, questo sì, collettivo.
      Ecco, caro Lucio, prendere finalmente cognizione che viviamo tutti in un Grande Sortilegio, nel Grande Capitale e nel Grande Altro, sarebbe una buona cosa, non credi? l’uscita dal nostro stato di minorità!

  10. Guido Galdini

    Artaud è stato tra gli interpreti della Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer.
    Eccolo qui

  11. tutto questo mi sembra vecchio… già James Joyce parlava di flusso di coscienza (flow of conscience),… viaggiando verso la follia letteraria … dal suo capolavoro “A Portrait of the Artist as a Young Man”, quando l’inventiva del nuovo stile non era ancora sistema,… fino alla pazzia di Finnegans Wake!…

  12. Ogni tecnica è il prodotto di una riterritorializzazione delle tecniche precedenti. Con il che intendo dire che fare e leggere una poesia kitchen significa aver operato una riterritorializzazione delle tecniche precedenti, aver cioè imparato a far interagire in modo inatteso e inconsueto le tecniche precedenti in funzione di un nuovo modello di poiesis. L’evoluzione della poiesis va in parallelo con l’evoluzione tecnologica. Significa aver imparato il punto in cui una tecnica non può essere ulteriormente sviluppata senza l’ausilio di una riterritorializzazione della medesima tecnica.

    Fu Marx il primo a suggerire che ogni macchina è sempre la riterritorializzazione di precedenti relazioni di potere. Tanto quanto la divisione del lavoro è plasmata dai conflitti sociali e dalla resistenza dei lavoratori, allo stesso modo procede l’evoluzione tecnologica. Le parti del “meccanismo” sociale “aggiustano” se stesse alla composizione tecnica loro contemporanea a seconda del grado di resistenza e conflitto. Le macchine sono forgiate dalle forze sociali ed evolvono in accordo con esse.Pure le macchine informatiche sono la cristallizzazione di tensioni sociali. Se accettiamo questa intuizione politica, che significa guardare alle relazioni sociali e ai conflitti sostituiti dalle macchine informati-che, abbiamo finalmente una metodologia per chiarire le generiche definizioni di “società dell’informazione”, “società della conoscenza”,“società della rete”, ecc. Tanto quanto le macchine industriali non venivano a rimpiazzare semplicemente i
    cavalli vapore degli operai, ma un intero insieme di relazioni sviluppate nel periodo manifatturiero,così le macchine informatiche vengono a rimpiazzare un insieme di relazioni cognitive già al lavoro ad esempio all’interno della fabbrica industriale.

  13. antonio sagredo

    Ha ragione il signor Gerard Beaugonin… ma più che cosa vecchia , è obsoleta, il che è peggio, poi che non c’è ritorno: si resta impotenti, non si riesce ad agire e il linguaggio scritto, muore… non si riesce nemmeno ad essere schizofrenici: stato da cui tutto può ricominciare: Artaud ci provò e fallì. Insomma non riuscì a far combaciare le sua follia teatrale con quella della vita.
    —-
    La “follia letteraria” fu un tramite costitutivo del giovane Joyce, che non era né pazzo e né schizofrenico e a questo suo stato normale deve la riuscita del Finnegans Wake.
    Perché quando un autore è pazzo o schizofrenico, non è detto che debba scrivere opere eccezionali, se mai è il contrario.
    Più pazzia equivale a più normalità, perché soltanto così si possono scrivere
    nuove e rivoluzionarie opere. Perché soltanto così si possono controllare meglio tutti i dettami che costituiscono la struttura base di una opera.
    Insomma più è normale un autore più è probabile che crei una opera fuori del comune.
    La domanda è : come si può scrivere dopo il Finnegans Wahe ?
    —-
    Il flusso di coscienza fece il suo tempo nello stesso momento in cui in Joyce si manifestava nella scrittura, difatti a lui non fu più necessario quando per uno scontro interiore con quello poté scrivere il Finnegans…
    E nello scontro fra questo flusso (che era già il passato) e la nuova scrittura del Finnegans, il flusso fu distrutto, e con questa nuova e diversa visione fu distrutta anche la “pazzia” esterna della lingua scritta, ma prima quella interiore (interna) …
    ….dall’orale interiore allo scritto il passaggio fu così traumatico che fu marcata la differenza e la distinzione che ne risultò dallo scontro.
    —–
    Artaud per riuscire nel teatro doveva essere normale e fingere la follia che lo governava (sul palco): fece tutto il contrario.
    Resta comunque un punto fermo come dichiarò Carmelo Bene che di Artaud ne segnò i limiti e i furori.

    • Faccio notare che la parola “flusso” denota l’estensione del pensiero lineare oltre le finalità di senso e significato. Nella poetry kitchen il pensiero lineare viene costantemente interrotto, deviato, frammentato. Nella poetry kitchen si dà spazio al vuoto, alla sospensione. Invito a leggere con maggiore attenzione quanto si è scritto nell’arco di questi ultimi cinque anni.

  14. I flussi come ben dite non c’entrano un bel niente.
    Stiamo cercando una poesia magica. Che incanti con le sue somministrazioni e con rubinetterie d’oro!
    #1
    SOMMINISTRAZIONI

    «La vita può diventare pericolosa, sa?
    Ti mettono il Covid in casa
    e sei spacciato.
    Chi?, ma gli agenti segreti, i marziani!».

    Arriva improvvisa la fine come battito
    di stella in universo di pietre lunari.

    Tra galassie fu accolto come idea balzana
    dentro s’impastavano carne e vuoto. Gli dèi risero.

    Ci si sveglia al mattino nel rito della primavera.
    La sera le donne puliscono il barbeque.

    si avvalgono sempre della facoltà di non rispondere.
    Il nostro amico di Cracovia si spoglia in un pied-à-terre.

    Inediti e versi pubblicati di Linguaglossa, Petrillo, Intini,
    Gabriele, Rago.

    GRAZIE OMBRA

  15. Il flusso di coscienza
    QUOTE – “Faccio notare che la parola “flusso” denota l’estensione del pensiero lineare oltre le finalità di senso e significato.”- UNQUOTE
    Ma il ‘flusso’ denota anche l’esistenza del “fiume”… traducendo l’inglese ‘flow’ invece del termine sinonimo di origine “stream”…
    The stream of consciousness from Wikipedia:
    QUOTE – Stream of consciousness, narrative technique in nondramatic fiction intended to render the flow of myriad impressions—visual, auditory, physical, associative, and subliminal—that impinge on the consciousness of an individual and form part of his awareness along with the trend of his rational thoughts. The term was first used by the psychologist William James in The Principles of Psychology (1890). As the psychological novel developed in the 20th century, some writers attempted to capture the total flow of their characters’ consciousness, rather than limit themselves to rational thoughts. To represent the full richness, speed, and subtlety of the mind at work, the writer incorporates snatches of incoherent thought, ungrammatical constructions, and free association of ideas, images, and words at the pre-speech level.
    UNQUOTE
    … e poi è atterrato nella letteratura … il fiume veicola tutto senza distinguo… quindi va bene il ‘fiume di coscienza’… strana discussione per definire una cosa come la Poetry Kitchen che non ammette ‘tematica’ nessuna… mi dice Linguaglossa… eppure Poetry Kitchen è il tema che i poeti Kitchen discutono più volentieri…
    Continuo pensare – niente di nuovo… solo stile,… quando lo stile di scrittura guadagna precedenza sulla trama… per finire con necessità di spiegazioni recursive…
    Joyce facendo uso di parole di una quarantina di lingue nell’Ulysses,… oltre che fiume di coscienza,… fiume di hyper-razionalità,… Arno Schmidt (tedesco, (più conosciuto di letto)) faceva lo stesso sforzo di incomprensibilità in Zettel’s Traum…
    Gérard Beaugonin

  16. antonio sagredo

    “Stiamo cercando una poesia magica. Che incanti con le sue somministrazioni e con rubinetterie d’oro!”… carissimo Mauro, stai parlando della mia poesia!
    … che di flussi s’intende, della loro mancanza, della loro assenza, della presenza non reclamata dal poeta!
    LA POESIA PRIVATA DALLA PAROLA, CANTA!
    Mauro, stai parlando di incantamenti che io seguo ed inseguo e perseguo dall’inizio della mia vita poetica fino a non sopportarli più, perché poi ho scoperto che non tanto i versi erano incantati ma pure de-cantati, infatti sono riuscito là dove non esiste più l’incanto, ed è invece incantesimo!
    Siamo giunti quando ancora la poesia non era oralità, eppure il canto era dovunque e non v’era bisogno né di vederlo e né di ascoltarlo, poi che era tutt’uno con un qualcosa che ancora non era natura!

  17. Tiziana Antonilli

    Sono d’accordo con Gérard Beaugonin , anche io preferisco stream a flow se parliamo della tecnica usata da Joyce nell’Ulisse, il termine stream è più vicino all’idea del liquido che scorre, nello scorrere continuo nessun secondo è uguale ad un altro, nessuna goccia è uguale ad un’altra. Quello che accade nella mente di Molly è quello che accade nella nostra mente in ogni momento delle nostre giornate, i nostri pensieri, se lasciati liberi, procedono per free associations , solo la tecnica zen del vuoto mentale può sottrarci a questo fiume. Consiglio questa pratica , ottenere il vuoto mentale richiede allenamento, ma una volta raggiunto, i ricordi sgorgano luminosi, carichi di una luce che altrimenti non si coglierebbe. Invece che di ‘ fiume di hyper-razionalità ‘ come dice Beaugonin, parlerei di realismo, la presa d’atto di ciò che accade nella realtà.

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