Inediti da Horcruz di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Soluzione blu Picasso, Poetry kitchen, Il soggetto mancante, di Slavoj Žižek, L’Angoscia dei nostri giorni di Giorgio Linguaglossa, Piero Tevini, collage e acrilico, 2012

 

Piero Tevini, collage e acrilico 12x18 cm, 2012Piero Tevini, Colloquio, collage e acrilico 12×18 cm, 2012

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Inedito da Horcruz
di Mario M. Gabriele

Eduard Hopper ha fatto en plein
con dipinti e acquerelli nel Museum di N.Y.

Un album di litanie riportò Nick Cave alla preghiera.
L’unico modo per non rattristare Jones
è aprirle l’armadio con le collezioni Van Cleef & Arpels.

Il tempo ti ruba la neve e il sorriso
quando cadono le ballerine on ice.

Amelia Giordani faceva ròsbif
senza conoscere le newsletter di BioFood.

44 anni estetista e crioterapeuta,
Daniela ha chiuso i negozi di rossetto sexy.

Sui banconi della ELLEESSE difficile è trovare
L’Erboristeria cinese e i costumi tibetani.

Roby, classe 1990 è diventato curatore d’archivi
per la Georgia Town.

Tornano i tempi domestici, i minuetti di Mia Martini.
Chi rifarà lo spartito a Moonlight Serenade?

Povera Lilly! Ha scambiato Barbie
per una modella Armani.

Abraham Yehoshua ha fatto di Raskolnikov
uno scriptorium di farfalle spirituali.

Il futuro di George è già scritto in modalità blended.
Leggendo il Dizionario Work ci sono neologismi sonori
utili per le Coverstories .

Mikalovic ha un bungalow dove ha riposto
i poeti di Ljubomudry senza OL’Ga Sedakova.

La morte è quella che più complica la vita
ed è come l’acqua che scorre tra le mani.

A sentire Laurence Boone
“Il mondo è sempre più imprevedibile”.

Il padre di Katrin non sa
se le diapositive diventino gialle.

Qualunque cosa faccia
trova sempre la distanza tra Essere e Avere.

Siamo buoni, Kravitz!
Liberiamo Kafka da Il Processo.

Francesco Paolo Intini

SOLUZIONE BLU PICASSO

Il sole atterra, scende blu di Picasso
Il pilota inciampa in una perla

Racconti d’agave girati a donna
E tigre su malva:-Che ci sto a fare qui?

Appare l’asso biondo
(omissis)

Il runico crea un angelo
A lui le chiavi dell’Apocalisse

Chi vede blu Picasso
Si tramuta in piombo

Negli occhi il ghiaccio di Magellano
Blu sulla prua della Vittoria

Gli States nel bunker di Berlino.

S’intravvede il Guadalquivir
E di tanto in tanto Siviglia al centro

Un calcio d’inizio,
o nel culo della Germania

Ci raggiunge una sedia elettrica mentre aspettavamo una motosega
Nel curriculum non c’è un’estinzione andata a male

Il blu di Picasso si stende su Venere
fermo a uno spillo che brucia nell’occhio

Linguaglossa: – Il sole atterra sulla punta di uno spillo
il blu di Picasso ottiene udienza dal Papa

il pilota automatico inciampa in una perla
atterra su una luna di Giove e si fa la barba

Rachmaninoff in mano a parrocchetti
Blu in pasto ai premi di poesia

L’ineffabile svolazza sul ring
Becco curvo contro Clay

se un uovo schianta il corno
Ci sarà la chiusa a coca e strisce

Dresda pigia tasti blu
una sega il piano

Il pilota rimette i tacchi a spillo.
Danza un secolo con l’agave spoglia.

Il blu di Picasso si vende sul Sole
indossa un bikini stracciato da Giove.

(…)

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. 
Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017), è in corso di stampa Registro di bordo. Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). È presente nella Antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019

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Giorgio Linguaglossa

A proposito del soggetto mancante

Il soggetto per Žižek viene situato all’interno dello spazio vuoto (tra Simbolico e Reale) che viene a crearsi, spazio vuoto privo di contenuto in cui emerge un soggetto a sua volta vuoto, che però è fondamentale per il passaggio da un ordine all’altro. È questo divario il luogo della soggettivazione, se non ci fosse alcuna discrepanza tra un oggetto e la sua rappresentazione simbolica (la parola), allora non ci sarebbe nemmeno il soggetto perché ci sarebbe totale identificazione.
Il soggetto si caratterizza come la risposta del Reale alla domanda del Grande Altro; è il vuoto dell’impossibilità di rispondere alla domanda che l’Altro pone.
Se non ci fosse un vuoto da colmare non ci sarebbe nemmeno la possibilità di un processo di soggettivazione, se ci fosse piena coincidenza tra i due ordini che cosa si dovrebbe soggettivizzare? Nulla. Žižek riprende un saggio di Aron Bodenheimer dal titolo Perché? Sull’oscenità del domandare.

La tesi che qui viene sviluppata ci mostra come nell’atto del domandare ci sia qualcosa di osceno, indipendentemente dal contenuto della stessa domanda. È il contenuto ad essere chiamato in causa, è la forma in quanto tale ad essere oscena: la domanda denuda il suo destinatario, invade la sfera della sua intimità ed è per questo che spesso la reazione è quella di un sentimento di vergogna. Anche se una domanda si riferisce ad un dato di fatto, rende sempre il soggetto formalmente colpevole: colpevole per la sua impotenza di fronte a questo dato di fatto.
Se dunque la domanda ha il potere di esporre la vulnerabilità del soggetto significa che, nel momento in cui viene posta, ha il compito di mirare al punto di impotenza presente nell’individuo. Ne segue il fatto che è nella sua stessa natura generare un sentimento di vergogna nel momento stesso in cui viene posta; questo accade perché mira al nucleo più intimo del soggetto.1

Scrive Slavoj Žižek:

«È necessario far riferimento al fantasma fondamentale, inteso come concetto presente in Freud e Lacan, e da questi definito come la più intima essenza del soggetto, come la definitiva cornice proto-trascendentale del mio desiderare che proprio in quanto tale rimane inaccessibile alla mia comprensione soggettiva; il paradosso del fantasma fondamentale è che l’essenza stessa della soggettività, lo schema che garantisce l’unicità del mio universo soggettivo mi è inaccessibile. Nel momento in cui mi avvicino troppo, la mia soggettività e auto esperienza perdono consistenza e si disintegrano».
«Più reale del reale, il fantasma è nell’oggetto più dell’oggetto stesso».2

La poesia kitchen che noi facciamo, o che tentiamo di fare, ha a che fare con il «fantasma» più che con le muffe alle pareti dell’io, viviamo in un mondo di spettri e di fantasmi. C’è il Reale perché c’è il fantasma del reale. Il Reale è popolato di fantasmi.

1 S. Zizek, L’oggetto sublime dell’ideologia, tr. it. a cura di C. Salzani, Ponte alle Grazie, Firenze 2014, p. 218
2 S. Žižek, Lacrimae rerum, cit., p.217.

«Svelare l’arcano della fattura del plusvalore»

Sta in questa piccola frase di Marx il destino del capitalismo e, quindi, anche di noi.
Anche l’angoscia Ci si presenta sotto la veste di un «arcano», non sappiamo da dove viene né dove è diretta. Di fronte a lei Ci scopriamo disarmati. Ella va e viene, passeggia su altissimi trampoli, mostra le sue seduzioni, ci seduce in definitiva, Ci ammalia. L’angoscia è il nostro «arcano», svelarla sarebbe come svelare la nostra forma di vita, la nostra nuda vita. Essa ci soprprende a tergo quando beviamo il caffè al bar o quando parliamo d’altro con commensali. A me è capitato di udirla in occasione della presentazione di un libro di cui scoprivo che non avevo niente da dire. Ecco, in quel niente, si affacciava l’angoscia. L’angoscia Ci è fedele. Non Ci tradisce mai.

Nella misura in cui cresce l’infelicità generale e particolare, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
Nella misura in cui cresce la libertà delle merci, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
Nella misura in cui cresce il plusvalore, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
Nella misura in cui il mondo ci appare immodificabile, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
La claustrofobia per il chiuso e l’agorafilia per l’aperto, sono l’espressione dell’angoscia come dato immodificabile.

È cosa nota la determinazione heideggeriana dell’essenza della metafisica come oblio della differenza di essere ed essente, nonché la contrapposizione del pensiero metafisico ad un pensiero più originario che che viene individuato da Heidegger nei detti dei pensatori aurorali presocratici. Si presenta così un contrasto: un’immagine della storia dell’essere che comincia con il pensiero autentico aurorale per poi cadere nell’oblio della differenza con l’avvento di Platone di contro ad un’immagine che pone la stessa storia dell’essere come storia dell’oblio – togliendo, allora, ogni compiuto riferimento autentico all’essenza dell’essere.
Come va, allora, intesa la differenza, se si vuole negare che Heidegger sia incappato in una così evidente ed ingenua contraddizione, e se si vogliono dunque tenere insieme le due immagini indicate? Come intendere, poi, la Seinsvergessenheit – l’oblio dell’essenza dell’essere?
Come questo medesimo Wesen? È qui in questione l’inizio della Metafisica – la quale resta pur sempre il pensiero dell’oblio.

Forse, azzardo, questa «angoscia indebolita» che coglie tutti noi abitanti del secolo XXI ha origine in questa Seinsvergessenheit, una sorta di asettica nostalgia di quella dimenticanza dell’essere da cui siamo sorti e da cui continuamente sorgiamo.
Forse, azzardo, è questo il nostro «plusvalore», altrimenti saremmo degli scimmioni che sconoscono la dimenticanza dell’origine.
Ogni parola che noi abitiamo è la patria di un’altra parola dimenticata e/o rimossa. Così noi abitiamo sempre, inconsapevolmente, una dimenticanza, una rimozione.

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19 risposte a “Inediti da Horcruz di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Soluzione blu Picasso, Poetry kitchen, Il soggetto mancante, di Slavoj Žižek, L’Angoscia dei nostri giorni di Giorgio Linguaglossa, Piero Tevini, collage e acrilico, 2012

  1. L’ultimo stadio della nuova fenomenologia estetica.
    La poetry kitchen

    Penso che l’Evento (Ereignis, Heidegger) non sia assimilabile ad un regesto di norme o ad un’assiologia, non ha a che fare con alcun valore e con nessuna etica. È prima dell’etica, anzi è ciò che fonda il principio dell’etica, l’ontologia. Inoltre, non approda ad alcun risultato, e non ha alcun effetto come invece si immagina il senso comune, se non come potere nullificante. La nientificazione [la Nichtung di Heidegger] opera all’interno, nel fondamento dell’essere, e agisce indipendentemente dalle possibilità dell’EsserCi di intercettare la sua presenza. Si tratta di una forza soverchiante e, in quanto tale, è invisibile, perché ci contiene al suo interno.
    L’Evento è l’esito di un incontro con un segno.

    I testi sono esemplificativi di un modo di essere della nuova fenomenologia estetica come pop-poesia, poesia buffet o poetry kitchen. Si badi: non riattualizzazione del pop ma sua ritualizzazione, messa in scena di un rituale, di un rito senza mito, e senza, ovviamente, alcun dio. Con il che finisce per essere non una modalità fra le tante del fare poesia, ma l’unica pratica che nel mondo amministrato non ricerca un senso là dove senso non v’è e che si colloca in una dimensione post-metafisica, vale a dire, nel fuori-significato, nel fuori-senso.

    In tale ordine di discorso, la top-pop-poesia si riconnette anche a quello che è stato da sempre lo spirito più profondo della pratica poetica: la libertà assoluta e sbrigliata soprattutto dal referente, da qualsiasi referente, parente stretto della ratio complessiva del mondo amministrato.

    La poetry kitchen vuole essere la rivitalizzazione dello spirito decostruttivo che, nella poesia italiana del novecento, si è annebbiato. La poesia si è costituita in questi ultimi decenni come una attività istituzionale e decorativa, si è posta come costruzione di un edificio veritativo, proprio nel mentre la verità se la dava a gambe e faceva pernacchie. Per via del fatto che la poesia che vuole mettere in evidenza le condizioni di un essere nel mondo, finisce inesorabilmente nel kitsch.

    La poetry kitchen non redige alcun senso del mondo, nessun orientamento in esso. Non è compito della poesia fornire orientamenti ma semmai svelare il non orientamento complessivo del mondo.

    Non è compito della poetry kitchen commerciare o negoziare o rappresentare alcunché, né entrare in relazione con alcunché; la poetry kitchen non si pone neanche come una risorsa stilistica o come un contenuto veritativo purchessia. Si pone semmai come un fuori-questione della poiesis, un fuori-questione del logos. La poetry kitchen può essere considerata una pratica, né più né meno, un facere. Così è se vi piace.

    La poetry kitchen è un ossimoro. In greco, oxymoron vuol dire «acuta follia». C’è, infatti, dell’acuta follia a mettere insieme termini in apparenza così distanti e inconciliabili come il pop, cioè il popolare, e la poesia, la disciplina più elitaria, almeno se la si pensa in termini di disciplina di nicchia riservata ai professionisti della «poesia». Ma, se si esce da questa visione angusta e mortifera che concepisce la poesia come un discorso fatto da cerchie ristrette di professionisti auto nominatisi «poeti» per cerchie ristrette di altri auto nominativi «poeti» che non sempre si capiscono tra di loro, ecco che allora l’ossimoro non sarà più tale.

    (Giorgio Linguaglossa)

  2. Una ontologia positiva è questa dipendenza singolare-universale di tutti

    Non è dubbio che una pratica come quella della poetry kitchen non poteva essere messa a punto al di fuori delle coordinate della cosiddetta «globalizzazione» che ha investito il nostro mondo. «Globalizzazione» è un termine polisemico, che sembra riprodurre più equivoci che convergenze; spesso gli vengono contrapposti o affiancati altri termini, ad es. «mondializzazione», ma che non soddisfa pienamente l’esigenza di una definizione della realtà e del mondo in cui ci troviamo a vivere. Questa realtà dell’essere-nel-mondo appare costituita su forti elementi di novità e, dunque, di discontinuità rispetto a un passato anche molto prossimo. Dalla transnazionalizzazione di funzioni e prerogative ordinative-sovrane, al WorldWide Web; dal mercato mondiale, all’ibridazione planetaria dei molteplici linguaggi; dal terrorismo internazionale, alla guerra globale, e infine al virus per eccellenza globale come il Covid19 ecc., la realtà dell’essere-nel-mondo appare riprodursi in una onnipervasività reticolare, in una interconnessione globale.
    Ciò che sembra un contrassegno di novità è una universale reciproca dipendenza che determina il nostro essere-nel-mondo.

    In mancanza di altri termini migliori, si potrebbe chiamare postmoderno il nuovo assetto dello stato di cose con cui si ha a che fare. Questa parola, per quanto possa realmente mettere a fuoco una transizione oltre la modernità forse non del tutto compiuta – come suggerisce il prefisso “post”, appare tuttavia troppo compromesso da certe determinate scuole di pensiero che lo hanno maggiormente utilizzato. Per cui si è soliti accomunare il postmoderno con la «fine delle grandi narrazioni», con la fine del «soggetto» o di altre categorie portanti del moderno. In alcune diagnosi grottesche e per nulla disinteressate della postmodernità si è associata a questa determinata lettura del reale l’idea della «fine della storia» e, dunque, l’inizio di un’era nella quale dominerebbe l’unicità di un modello. Quanto invece, al contrario, la molteplicità delle pratiche che costituiscono il referente ontologico, vale a dire quella variegata realtà in continuo movimento che la «globalizzazione» tenta di abbracciare, smentisca quest’ultima tesi, appare imporsi all’evidenza di sguardi meno interessati.

    La molteplicità, attraverso la quale si dispiega ciò che chiamiamo
    realtà, non autorizza semplificazioni di sorta. Occorre ripensare l’universalità delle differenze. Ripensare i diritti universali a partire dalla concreta molteplicità. Ripensare da capo, dentro, contro e oltre il moderno. Ripensare la verità come non rivelata o eterna, ma come risultato di un processo di costruzione che abbracci la multiversalità, significa valorizzare le relazioni possibili tra le singolarità, cioè tra le materiali posizioni di differenze, nella costruzione di una dimensione comune. Il compito pertiene alla pratica, il compito è la prassi. Il mondo globalizzato ci consegna ad un’universale reciproca dipendenza, ad una prassi singolare-universale.
    Una ontologia positiva è questa dipendenza singolare-universale di tutti.
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  3. La top pop poesia, la poesia buffet, la poesia pop corn

    La top-pop-poesia o poetry kitchen o poesia buffet è una spettrografia, un patchwork, un’azione ibridante di simulacri e avatar, di luoghi, personaggi e situazioni disparati. La spettrografia è la condizione irriducibile della singolarità umana giunta al punto della sua esistenza meramente bio-logica, un dispositivo di registrazione e trasmissione a distanza di qualcosa che non può più essere un messaggio, fors’anche in bottiglia.
    La morfologia di questo tipo di scrittura spazia entro un’ampia gamma di sottogeneri:

    journal intime in forma epistolare, autoritratto, autobiografema, autobiologia, témoignage fictif, dialogue fictiv, intervista biografica, commento di cronaca e ready made, video documentario, testo pseudo testimoniale. È vero che tutte queste sono categorie già codificate dagli specialisti del «genere», ma è che qui si trovano a dover coabitare tutte insieme, contemporaneamente in un testo. È vero anche che si tratta di uno stile frammentato, densamente popolato di rinvii, di momenti cripto-autobiografici, di notizie di cronaca, di
    maschere, di auto-correzioni, di tentativi di autocritica, di iperboli cioè tutte articolazioni che limitano la presentazione di sé entro un’estetica del mero montaggio e che rinviano ad una struttura testuale che inaugura la discontinuità del tempo narrativo e dello spazio narrativo. Si tratta, in fondo di una scrittura frattale. Essa è strutturalmente molteplice e pluristilistica, capace di ospitare più autobiografismi di nuovo conio dentro una stratigrafia cronachistica, fantasmatica e autobiografica.

    L’ibridizzazione, la privatizzazione, la tribalizzazione generano un nuovo dispositivo testuale, denotabile, funzionale e pseudo testimoniale. L’autentico, l’inautentico, l’in-autenticabile, il falso, il simulacro, il similoro, il gioco di specchi, l’entanglement, l’interferenza, la peritropè, la catacresi e la metafora sono costantemente intrecciati, organicamente incorporati nell’orditura del testo, guidato da una forma di spiccata artificialità. La continuità del testo è costantemente interrotta da interferenze da formazioni enunciative di tipo teoretico, da enunciati della pubblicità, frasi fatte, descrizioni di fotogrammi di filmografie desuete e di fotografie. Una scrittura senza modello e senza destinatario garantito.

    Una Stimmung apatica che si esterna in politonie caratterizza lo stile di questo nuovo tipo di scrittura che è anche un nuovo concetto del reale che implica la massima perentoria di dover «reinventare il reale» (Baudrillard) e che misura la distanza che è intercorsa «dal postmoderno alla postverità», la quale altro non è che «la popolarizzazione del principio capitale del postmoderno (ossia la versione più radicale dell’ermeneutica), quello appunto secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni […] Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità (vale la pena di osservare che la fine dei grandi racconti coincide – in forma del tutto coerente con la creazioni di “razionalità regionali” – con i primi casi di negazionismo».1

    Siamo all’interno di un gioco di specchi.

    1 M. Ferraris, op. cit.

    • mariomgabriele

      Ciò che tu hai riportato è quanto di più conclusivo ed estetizzante si potesse produrre sulla nuova ontologia, nonostante le cospirazioni portate avanti dall’architettura monobase della poesia tradizionale.

      A farla breve, non abbiamo nessuna colpa di avere creato la poesia Kitchen o poesia buffet, in quanto la fine delle metanarrazioni e lo scompiglio socio-economico e politico della pandemia richiedevano tali apporti. Il tuo intervento, caro Giorgio è importante. Trattasi di un richiamo accademico e storico di cui non si può non tenerne conto come hai dimostrato. Mi ha fatto molto piacere vederti nel ruolo di apripista di codesta stimolante esegesi che se non ci fosse stata, non ci sarebbero neanche i poeti della NOE.

      Si sono aperti i luoghi della variabilità estetica, con il paradosso interstiziale del frammento, del distico e del polittico, nell’impeccabile messa a fuoco della lingua e dello stile. La Storia critica e futura ha davanti a sé il compito democratico di soffermarsi su ciò che (hai), (abbiamo) prodotto, in difetto del quale si prolungherebbero di nuovo l’omissione e l’invisibilità. La seconda parte dal titolo: La pop poesia, la poesia buffet, mi piacerebbe inserirla come Premessa al mio volume HORCRUX a cui molto si adatta. Un cordiale saluto e grazie. MMG.

      • caro Mario,

        mi fa piacere questa tua presa di posizione, tu sei stato l’apripista della poesia buffet o poetry kitchen, e da te aspettavamo questo endorsement, come si dice oggi. De resto è venuto il momento di fare massima chiarezza sulla nostra direzione di ricerca, non è più tempo per opportunismi o per i negazionismi, ognuno è libero di farsi la propria poesia pret à porter, ma noi non siamo disponibili ad avallare proposte che appartengono a una antica ontologia estetica nella quale non ci riconosciamo e dalla quale abbiamo preso le distanze.
        Del pezzo puoi fare copia e incolla e inserirlo come prefazione alla tua nuova raccolta, ne sono onorato.

        E adesso una poesia di Charles Simic:

        The world doesn’t end

        Part I

        We were so poor I had to take the place of the bait in the mousetrap. All alone in the cellar, I could hear them pacing upstairs, tossing and turning in their beds. “These are dark and evil days,” the mouse told me as he nibbled my ear. Years passed. My mother wore a cat-fur collar which she stroked until its sparks lit up the cellar.

        *

        The flies in the Arctic Circle all come from my sleepless nights. This is how they travel: The wind takes them from butcher to butcher; then the cows’ tails get busy at milking time.

        At night in the northern woods they listen to the moose, the lion… The summer there is so brief, they barely have time to count their legs.

        “Brave as a postage stamp crossing the ocean,” they drone and sigh, and already it’s time to make snowballs, the little gray ones with stones in them.

        Part II

        A poem about sitting on a New York rooftop on a chill autumn evening, drinking red wine, surrounded by tall buildings, the little kids running dangerously to the edge, the beautiful girl everyone’s secretly in love with sitting by herself. She will die young but we don’t know that yet. She has a hole in her black stocking, big toe showing, toe painted red…And the skyscrapers… in the failing light… like new Chaldeans, pythonesses, Cassandras…because of their many blind windows.

        *

        Dear Friedrich, the world’s still false, cruel and beautiful…

        Earlier tonight, I watched the Chinese laundryman, who doesn’t read or write our language, turn the pages of a book left behind by a costumer in a hurry. That made me happy. I wanted it to be a dreambook, or a volume of foolishly sentimental verses, but I didn’t look closely.

        It’s almost midnight now, and his light is still on. He has a daughter who brings him dinner, who wears short skirts and walk with long strides. She’s late, very late, so he has stopped ironing and watches the street.

        If not for the two of us, there’d be only spiders hanging their webs between the street lights and the dark trees.

        *

        The dead man steps down from the scaffold. He holds his bloody head under his arm.

        The apple trees are in flower. He’s making his way to the village tavern with everybody watching. There, he takes a seat at one of the tables and orders two beers, one for him and one for his head. My mother wipes her hands on her apron and serves him.

        It’s so quiet in the world. One can hear the old river, which in its confusion forgets and flows backwards.

        *

        My guardian angel is afraid of the dark. He pretends he’s not, sends me ahead, tells me he’ll be along in a moment. Pretty soon I can’t see a thing. “This must be the darkest corner of heaven,’ someone whispers behind my back. It turns out her guardian angel is missing too. “It’s an outrage,” I tell her. “The dirty little cowards leaving us alone,” she whispers. And of course, for all we know, I might be a hundred years old already, and she’s just a sleepy little girl with glasses.

        *

        Once I knew, then I forgot. It was as if I had fallen asleep in a field only to discover at waking that a grove of trees had grown up around me.

        “Doubt nothing, believe everything,” was my friends idea of metaphysics, although his brother ran away with his wife. He still bought her a rose every day, sat in the empty house for the next twenty years talking to her about the weather.

        I was already dozing off in the shade, dreaming that the rustling trees were my many selves explaining themselves all at the same time so that I could not make out a single word. My life was a beautiful mystery on the verge of understanding, always on the verge! Think of it!

        My friend’s empty house with every one of its windows lit. The dark trees multiplying all around it.

        Part III

        The time of minor poets is coming. Good-by Whitman, Dickinson, Frost. Welcome you whose fame will never reach beyond your closest family, and perhaps one or two good friends gathered after dinner over a jug of fierce red wine… while the children are falling asleep and complaining about the noise you’re making as you rummage through the closets for your old poems, afraid your wife might’ve thrown them out with last spring’s cleaning.

        It’s snowing, says someone who has peeked into the dark night, and then he, too, turns toward you as you prepare yourself to read, in a manner somewhat theatrical and with a face turning red, the long rambling love poem whose final stanza (unknown to you) is hopelessly missing.

        After Aleksandar Ristović

        O the great God of Theory, he’s just a pencil stub, a chewed stub with a worn eraser at the end of a huge scribble.

        • mariomgabriele

          caro Giorgio difficile è difendersi dai mille proiettili puntati contro la Nuova Ontologia Estetica, da parte di coloro che ostacolano il nostro modo di fare poesia, a meno che non siano loro stessi degli infiltrati del vecchio regime letterario da cui non riescono a venirne fuori, se non tentando, con i propri mezzi pseudontologici, di fare un unico team dalle evidenti disfanie letterarie.

          La Rivista ” L’ombra delle parole” ha bisogno di apportare le dovute selezioni in grado di produrre un Brand estetico, di indubbia qualità.(quello che già abbiamo come modello morale e stilistico, che non può essere degradato fino al punto di considerarlo inutile, quando invece è un salto di struttura e di rapporto qualitativo.

          Quanto alla mia richiesta di apportare come Prefazione il tuo commento al volume Horcrux, ti ringrazio moltissimo, comunicandoti che non appena l’Editore provvederà a consegnarmi le copie di Remainders,, gli invierò l’ultimo mio Word. Cordiali saluti MMG.

  4. Frammenti anipoetici in stile poetry kitchen di una ex Biancaneve

    Una volta ero Biancaneve, poi mi sono lasciata andare.

    Oggi ho fatto la mia prima torta.
    È venuta na merda, giusto per ricordarmi che cucinare per me è come scopare per voi.
    Impossibile.

    Avendo eliminato molti contatti negli ultimi giorni ho deciso di aggiungerne qualcuno nuovo, quindi scorro i suggerimenti di FB e osservo le foto come fossero figurine:
    – faccia da culo
    – questo sicuramente è un coglione
    – immagine occhio che spia – guardone pervertito
    – Cane in primo piano – cesso a pedali
    – Marilyn Monroe – cessa a pedali e complessata
    – Sagoma bianca – stalker/ assassino
    – faccia da coglione
    – faccia da coglione
    – faccia da coglione
    – faccia da coglione
    – faccia da coglione
    – faccia da culo
    – faccia da culo
    – faccia da culo
    – faccia da culo
    E così via, all’infinito.
    Niente, questo profilo non sboccerà mai.

    Detesto talmente tanto gli uomini che quando arrivo al punto di volerli uccidere gli chiederò di sposarmi.

    Leggo di gente che continua a dire che non ne usciremo prima del 2025
    Ma state scherzando? Quindi vorrà dire che io ricomincerò a vivere a 48 anni?
    No, facciamo così. Io mi tengo i miei carissimi 43 anni fino alla fine di questo cazzo di incubo.
    Non voglio dimostrare anni che non ho mai usato.

    Bello questo appendiabiti, vero?

    Quando fa l’amore mi chiama Giulia ma io sono Antonella.

    Stamattina il mio ragazzo mi ha detto che è un po’ triste perché nessuno si prende cura di lui cosi gli ho chiesto se per caso ha iniziato a piacergli il cazzo che non si sa mai.

    “Avevo due figli scemi; quello che lo è di meno l’ho messo a capo dell’azienda di famiglia; l’altro l’ho fatto entrare in politica”.

    C’è un vecchietto che sotto ogni mio selfie scrive “SAMSUMG O IPHONE?”
    Proprio stamani mi ero decisa a rispondergli con un “prostata o disfunzione erettile?” ma ho scoperto che mi ha eliminata.

    *
    Insomma 2 giorni fa entro nel bar dove vado di solito per prendere un caffè ma con questo freddo mi scappa la pipì ogni 5 minuti quindi ne approfitto per chiedere di andare in bagno. Il barista mi dice che gli dispiace ma sono le 18 meno 5 e il bagno non può essere più usato come da disposizioni anti covid. Gli dico ah, ok. Bevo il caffè, esco di fretta e non faccio in tempo a tornare a casa che mi piscio sotto.
    Eh,vabbè, capita.
    Oggi torno al bar per prendere il mio caffè quando entra un tizio enorme senza mascherina. Il barista gli dice di mettersela ma lui non risponde e chiede da bere. Io resto li in attesa che qualcuno lo cacci a pedate nel culo ma, incredibilmente, il barista gli serve da bere in silenzio senza più contestare.
    Il tipo mi si mette accanto e io, presa da un istinto inconfessabile di spaccargli il bicchiere in testa, mi giro e gli chiedo che problema avesse e se pensava per caso che la mascherina fosse un optional.
    L’energumeno mi fissa negli occhi qualche istante in cui ho creduto di essere già morta, poi, senza rispondermi, consuma in fretta e va via.
    Restiamo io e il barista che mi guarda e mi fa: ma non l’hai visto chi era? Scommetto che era pure armato questo. Ti metti contro uno del genere e rischi una coltellata.
    Lo guardo perplessa e rispondo: scusa, ma davvero dici? Cioè, a me non hai fatto andare in bagno l’altro giorno perché erano le 18 meno 5 e a questo senza mascherina gli servi pure da bere? Ma sei serio?
    E lui: eh, ma te non mi sembri pericolosa.
    E io: ah, davvero? Allora facciamo cosi. Domani vengo alle 18 meno 5 e se non mi fai andare in bagno ti spacco a sediate il bancone del bar.
    Ride.
    Scusa, gli faccio, ma che te ridi?
    E lui ” no, è che stavo pensando a te che devi venire sempre a pisciare qui al bar.

    *

    C’è una che ha postato una foto con dicitura “voglio solo essere felice”
    Ma porca mignotra, c’hai 40 anni e ancora ce credi?
    Internatela.

    *

    Sono uscita di casa per prendere un po’ d’aria e ho visto, in ordine sparso, un ragazzino investito in monopattino, un polacco irsuto al bar senza mascherina che per poco non mi menava appena gli ho chiesto se per lui fosse un optional, un vecchio riverso sulla scale di una chiesa e ho pestato la merda di un cavallo credo
    Torno a casa, si è fatto tardi.

    *

    Sono nata il 29 aprile del 1977.
    Era una giornata di pioggia dopo mesi di sole e mia madre imprecava dal dolore del parto.
    Più di 12 ore di travaglio perché non volevo proprio uscire e lei si incazzava sempre di più, maledicendomi.
    Alla fine, una volta venuta alla luce, mi scoprirono subito un difetto all’anca che mi avrebbe portato nei mesi successivi a starmene distesa con una specie di tutore.
    Che culo, direte voi, ma la cosa più bella fu la reazione che ebbero i miei genitori appena mi videro, stordita dalla morfina e piena di rughe,, con le mani enormi e raggrinzite, sproporzionate al corpo minuscolo e un testone gigantesco pieno di capelli neri a spazzola. Esclamarono in coro; mamma mia quanto è brutta! Speriamo almeno che sia intelligente.
    E invece.

    *

    Torno a casa e il cane piange. Piange molto. Che cazzo é successo? Lo metto a terra e mi accorgo che non poggia una zampa. Come cazzo ha fatto a rompersi una zampa? Salgo di nuovo in macchina con il cane zoppo e mi dirigo dal veterinario rischiando la morte un paio di volte. Arrivo con il magone a mille, dico che il cane si è probabilmente rotto una zampa, il tizio lo prende, lo mette per terra e il cane comincia a correre ovunque, come se niente fosse .

    *

    Cammino verso casa e trovo un portafoglio per terra. Al suo interno 150 euro, carte di credito e documenti. Il tizio è del 79, dunque non un vecchietto.
    Quindi ho preso i 150 euro, me li sono messi in tasca e ho lasciato il portafogli al bar a fianco al marciapiede dove l’avevo trovato.

  5. antonio sagredo

    “l’oggetto sublime della ideologia” è il vuoto che la sostiene…
    infine si è davanti ad un vuoto oggetto, a una vuota ideologia, alla stessa sublimità divenuta vuota.
    E’ faticoso per la mente umana pensare che tutto sia un pretesto per dominare, ci si avvinghia e ci si appella ad una convinzione che non ha alcun fondamento concreto se non una costruzione mentale…
    tutte le filosofie sono giustificazioni funzionali a una qualcosa di astratto e
    tutte le parole di tutti i linguaggi sono asserviti…

    “Dio ha reso l’anima” : è un verso di un mio componimento 40 anni fa…

    as

  6. Il diritto di studiare e di sparare cazzate. L’elemosina.
    Quella volta di un esame. La bomba che ripercorre a ritroso il cielo.

    La penna invano. Un recipiente di articoli distratti. Hai fatto bene a rammentarlo, un buco esatto!

    Guardate su facebook la cioccolata calda, il termometro al mercurio e Cupiello. Gli chiedo:

    cos’è la poesia del pensiero?
    Quando io non scrivo e tu capisci che è meglio!

    La nostra, la vostra distrazione.
    ‘O ccafè, Cunce’.

    Grazie Ombra.

  7. Pasolini nel 1975 in una intervista pochi mesi prima del suo assassinio, diceva:

    «Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come.»1

    Appunto, oggi 17 gennaio 2021, siamo giunti alla completa de-politicizzazione dell’Italia e alla completa de-politicizzazione delle pratiche artistiche che si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, cioè quelle rette dal plusvalore, dalla valorizzazione del capitale.
    In questo senso l’Italia è il paese di avanguardia dell’Occidente.
    Prendere atto di questo fatto taglia le gambe ad ogni altra ciarla.

    Occorre assumere il conflitto come valore trasformativo

    Occorre porsi nel punto di vista della trasformazione, esserne i protagonisti, non i soggetti passivi significa accettare il rischio del conflitto come possibilità che apre all’Evento.
    La poetry kitchen è l’apertura di un campo di possibilità, significa assunzione del conflitto nell’ambito della poiesis. Forme e pratiche di conflitto sono anche la resistenza, il rifiuto, il diniego, la sottrazione, la diversificazione, la provocazione in quanto affermazioni di differenza e possibilizzazione di una alternativa possibile. Nel conflitto per la trasformazione si determina la possibilità di un progetto; nell’affermazione pratica delle differenze si apre la possibilità di una mise en acte di una via di uscita dal pensiero regolativo e apologetico del reale. Una nuova sfera pubblica passa attraverso una nuova pratica delle differenze e delle possibilità. La nuova prassi costituente la normatività può essere solo trasformativa, cioè rivoluzionaria. Forse Karl Marx non è ancora del tutto morto.

    1 https://www.cittapasolini.com/post/il-nudo-e-la-rabbia-intervista-a-pier-paolo-pasolini-1975

  8. Giuseppe Gallo

    Un limerick per Intini

    Al tempo in cui svaniva il blu di Prussia
    e il rosso tramontava pure in Russia,
    gocciolò da una tela il blu Picasso
    e colorò altri mondi andando a spasso.
    Forse è per questo che oggi siamo fucsia!

    Giuseppe Gallo

  9. La trasformazione degli Uffici Stampa degli editori in «negozi» è un processo in atto da tempo in Occidente, occorre prenderne atto. Anche la cosiddetta critica culturale è finita per aggiudicarsi una nicchia di sopravvivenza adeguandosi, cioè trasformandosi in fattorini del «negozio», che esaltano la bontà e la primarietà dei prodotti di famiglia. Stiamo diventando tutti acquirenti online di ogni cosa, e la critica culturale si adatta, sia attraverso la vendita diretta di prodotti, sia attraverso i meccanismi di affiliazione con i siti che li vendono, come fanno già molte testate internazionali con sezioni dedicate ad ogni tipo di «negozio».
    Le schedine editoriali che si trovano in quarta di copertina o nei risvolti di copertina dei libri non sono diverse dai bugiardini dei prodotti farmaceutici e obbediscono alla medesima ratio e agli interessi di vendita e di marketing della merce cui sono affiancati.

  10. antonio sagredo

    “Quando io non scrivo e tu capisci che è meglio!”…..
    come più o meno spesso al caro Pierno capita di centrare il punto fondamentale della scrittura… del perché continuo (si continua) a scrivere e non siamo sicuri del tutto se sia la scrittura a scriverci o oggi è soltanto così. E allora è meglio non scrivere più oppure è meglio che la scrittura ci abbandoni del tutto; quest’ultima condizione, che non so se ancora umana, mi convince di più e mi avvicina alla mia (o ad altre) condizione di quando decisi di licenziare (la mia?) la Musa: questa se la prese a male ed io più di lei, ma è che per comprendere di più le cose terrestri non mi restava altro di non scrivere più… e con questo mi avvicino al pensiero di Pierno.
    E allora non mi restava che riflettere : “cos’è la poesia del pensiero?” e se il contrario fosse più razionale? Ma queste due domande non sono nuove affatto! Ancora ci tallonano!
    E allora che fare?!
    —————————————————
    Pasolini… un giorno del 1980 comprai i libri di lui che mi mancavano e trascorsi tutta una estate a riempire questo vuoto, Conclusione: il giudizio mio su Pasolini mutò di poco: più che la sua poesia mi interessava il suo pensiero. Deflettere di più che riflettere.

  11. Ad un Io rimosso da ogni mio testo attuale, fb lo tira fuori periodicamente dalle sue pagine dimenticate. Un’occasione per rifletterci sopra. Ad un ospite insopprimibile corrisponde il sogno ricorrente di un poeta chiuso in un muro. Si tratta del piccolo geco a cui è stata sbarrata l’uscita e dunque condannato a vagare nel buio senza cedere mai la sua vitalità. Che sia vivo è innegabile ma il suo modo di rivelarsi è per ” gioco di specchi, entanglement, interferenza, peritropè, catacresi e metafora” (G.L) a cui corrispondono apparizioni misteriose nella casa dei fantasmi, libero da catene che lo leghino ad un tempo di orologi da polso, tutti della poesia piglia tutto, che fa cassa perchè facile da citare nei talk show, capace di attingere all’universalità propensa all’ esclamazione: vera! Bellissima!
    Ma che c’entra quest’ultima con l’evoluzione della tecnica?
    E’ chiaro che si tratta di una battaglia contro i mostri sacri della cucina, i best sellers del piatto del giorno che la credono morta o al massimo le indicano le campane di Notre Dame de Paris come luogo degno dove mettere radici . La poesia kitchen è in grado di percepire l’odore del basilico nel sugo della realtà e dunque di tracciarne il Dna macerato e clonarlo se necessario. Si gira all’infinito nelle stanze del castello. Il centro è un piccolo pozzo positivo da cui succhiare acqua e ottenere nutrimento, scintillante e pulsante come i distici che gli fanno cerchio.
    C’è la peste nelle strade e Antonius ritorna dalle crociate dove ha lasciato il senso delle cose conservandone le domande fondamentali. Jöns non è solo il suo scudiero ma colui che ha contezza del buio nella luce. La partita a scacchi vede dall’altra parte un Virus in grado di mettere in scacco matto l’umanità.
    Ci sarà una poesia adeguata al terrore negli occhi della strega messa al rogo?
    Grazie a Giorgio e agli amici della NOE.

    Il limerick di Giuseppe Gallo si inserisce perfettamente nel senso della poesia aperta dell’articolo presente. Ciao e GRAZIE

    IL RITO DELLA COLAZIONE

    Settimo sigillo su latte, pane e dolcificante
    Antonius parla con lo spettro. Il vuoto, l’ aglio.
    L’acqua sul viso suonato dai Nirvana.

    I corvi s’incatenano al giorno.
    Martelli battono sulle antenne.

    Tramonto in giro per il mattino

    Allende c’è.
    L’animale lancia bombe contro la Moneda.

    Quanto vive l’animale?

    I sogni ricorrenti si fanno prevedibili,
    una tarantola s’arrampica sul Palazzo..

    Telecamere nell’ orbita di Bergman.
    Si recita ma la peste rinnova lo spread.

    Ingrossa il collo, scuce lembi di orologi
    E gli uomini di Dio nutrono le tuniche.

    In codice si saprà il nome del fortunato vincitore
    Uno di questi giorni diremo che il verso è l’unico nemico
    E dunque nessuno comprenderà l’arcano della strega

    Ah l’eretica non rispetta le previsioni.
    Non così Filini.

    L’oracolo predice l’eletto, ma sbaglia l’omelette
    Filini ha un piano per agosto.
    Farsi assumere nella ragioneria di Stato.

    Si fa un Lenin al secolo o il letto!

    Francesco Paolo Intini

    • milaure colasson

      caro Francesco,

      sappiamo che il vaccino anti Covid è fondato su un principio semplice, si immette un segmento dello RNA del virus nel corpo di un vivente in modo che esso provochi la difesa delle cellule immunitarie. In modo analogo deve operare l’anti virus della poesia kitchen, deve infettare il corpo dell’ospite in modo da stimolarne le risposte difensive e immunitarie. Per scrivere poesia kitchen occorre vaccinarsi, bisogna raggiungere un livello di allergia al virus, e per far questo dobbiamo stimolare le difese immunitarie contro il virus della poesia della tradizione morta e sepolta. Domani mattina appariranno delle mie traduzioni di alcune poesie di Antonin Artaud, poeta che andrebbe riletto come uno dei più innovativi della poesia europea.
      Complimenti per la tua poesia kitchen e Auguri per il tuo compleanno.

  12. Caro Francesco,

    sono propenso a pensare che tutta la nuova fenomenologia del poetico è, in certo modo, il prodotto del «nuovo mondo»,1 conglomerato di citazioni senza virgolette (non c’è bisogno che sia necessariamente virgolettato) di altri poeti dell’età del modernismo e dell’umanesimo, auto citazioni, ma anche montaggio, compostaggio incessante di tutto ciò che può essere montato, compostato; costellazione di appuntamenti segreti, ricordi, parole trovate, parole dimenticate, di fotogrammi, di lapsus e, perché no, delle nostre ossessioni, delle nostre fobie. Una «pallottola» che rimbalza qua e là e che produce una sequenza impensabile di disastri, un commissario inconcludente, un misterioso «Ufficio di Informazioni Riservate» di Gino Rago che interviene ad libitum e scombuglia il corso degli eventi, un Faust che colloquia con Mefistofele, la vita come «Registro di bordo» (Mario Gabriele). Ci guida una idea di poesia ma non possediamo alcuna poesia.
    Con questi frammenti abbiamo puntellato la nostra poesia.

    1 Cfr. G. Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009 «il nostro tempo non è nuovo, ma novissimo, cioè ultimo e larvale. Esso si è concepito come poststorico e postmoderno, senza sospettare di consegnarsi così necessariamente a una vita postuma e spettrale, senza immaginare che la vita dello spettro è la condizione più liturgica e impervia, che impone l’osservanza di galatei intransigenti e di litanie feroci, coi suoi vespri e i suoi diluculi, la sua compieta e i suoi uffici. […] Poiché quel che lo spettro con la sua voce bianca argomenta è che, se tutte le città e tutte le lingue d’Europa sopravvivono ormai come fantasmi, solo a chi avrà saputo di questi farsi intimo e familiare, ricompitarne e mandarne a mente le scarne parole e le pietre, potrà forse un giorno riaprirsi quel varco, in cui bruscamente la storia – la vita – adempie le sue promesse».

    Sulla adorniana «dialettica negativa»

    Per Adorno la dialettica è negativa perché si pone negativamente nei confronti della «razionalità strumentale» capitalistica. L’arte pensata da Adorno oppone una «negazione determinata» al «mondo totalmente illuminato» (aufgeklärte Welt) in cui si moltiplicano le immagini false e stregate dei prodotti dell’«industria culturale».
    Per Adorno è possibile affermare che quanto le opere devono criticare nella realtà sociale capitalistica è il dominio (Herrschaft) dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo. Tale dominio risponde a una logica secondo la quale quanto più cresce la razionalità dei mezzi di produzione, tanto più essa appare in stridente contrasto con la totale irrazionalità dei fini che si perseguono attraverso gli stessi mezzi.
    Tuttavia, le modalità concrete attraverso cui le opere d’arte pongono in essere tale negazione determinata (bestimmte Negation) non hanno nulla a che vedere con una semplice affermazione di princìpi opposti a quelli prodotti dal sistema. È attraverso la loro forma, la disposizione degli elementi formali di cui sono composte, e dunque grazie a un linguaggio «non significante», «muto» e insieme carico di senso, che le opere negano la conformazione dell’esistente. In altre parole, per Adorno «la critica non si aggiunge all’opera dall’esterno ma le è immanente».1
    Tanto più il linguaggio dell’arte è «muto» quanto più l’illuminazione artificiale prodotta dal sistema di dominio è fitta e totale. Ne segue che «l’arte moderna […] rifiuta l’essenza affermativa dell’arte tradizionale come menzogna, come ideologia».
    «L’arte è la promessa di felicità che non viene mantenuta».2
    «Promesse du Bonheur significa di più del fatto che la prassi fin qui esercitata contraffa la felicità! La felicità sarebbe al di là della prassi. A dare la misura dell’abisso tra la prassi e la felicità è la forza della negatività interna all’opera d’arte».3

    Tutta la tradizione metafisica non ha fatto che ripetere a se stessa che c’è un inizio ed una fine, che c’è una origine e poi qualcosa che ne deriva, che la rappresenta, che le permette di evolversi, espandersi, uscire fuori di sé (quasi sempre col fine già predisposto di fare ritorno a casa). C’è un primario e un secondario, una realtà e una finzione, un significato e un significante, e qualsiasi cosa succeda, e comunque la si metta, non si potrà dire che il finto venga prima del vero, che la rappresentazione venga prima di ciò che viene rappresentato. Ma in realtà (più evidentemente in questa epoca che in altre) noi non ci muoviamo che attraverso e dentro la finzione, le rappresentazioni, codici, scritture, origini sempre differite. Chi ha mai visto l’Essere? Chi ha mai toccato il Senso? Chi ha mai potuto dire di aver stretto rapporti con l’Origine?

    Agamben concepisce la religione a partire dal verbo latino relegere. Parola che significa essere attenti, vigilare, vegliare sulle cose, che sono sacre, preoccuparsi che le cose sacre restino separate dalle altre. Questa separazione è essenziale per ogni religione.
    La profanazione, al contrario, significa, esercitare contro quella vigilanza un atteggiamento di consapevole in-curia, non-curanza, anzi, di consapevole avversione trasgressione per tutte le cose considerate sacre.
    La profanazione è, quindi, una prassi di libertà che ci libera dalla trascendenza, da ogni forma di soggettivazione, di assoggettamento all’Altro, di assoggettamento alla trascendenza.
    La poiesis è lo spazio aperto dove si svolge il gioco della profanazione e della trasgressione, della libertà dalla trascendenza e dal recinto delle cose ritenute sacre.
    La profanazione apre cosí uno spazio di libertà dell’immanenza.

    1 T.W. Adorno, 1967, Teoria estetica trad. it. 1979, p. 57
    2 Ibidem p. 152
    2 Ibidem p. 93

  13. Una colta Signora che si interessa di poesia, mi scrive:

    Io sogno una poesia lieve, esilissima, che si scorga appena in controluce: quasi una pergamena di segni sottili che riveli in filigrana un’anima di luce

    Le ho risposto:

    Non sono tempi questi per una poesia esilissima, credimi, Isotta, non c’è nessuna luce quaggiù…

  14. antonio sagredo

    Mi dispiace sig.ra Isotta, Linguaglossa ha ragione “non sono i tempi”, e poi abbiamo bisogno di una Poesia della privazione, come scrive Holderlin…
    per sopravvivere oggi c’è bisogno di una poesia “mostruosa”, ne ho dato qualche esempio in passato , ma legga questi versi “esilissimi”, e La ringrazio.
    …………………………………………………………

    Tentativo di definizione

    Portami sulle mani la dissonanza delle ceneri
    e dei viventi il lutto dei canti che non è per noi,
    ma tu coi tuoi stessi sogni ti raggiri il giorno
    per mutare del senso i numeri e non i tuoi notturni versi.

    Ho contro di me gli occhi che cantavano i miei poemi!
    Il sesso e la visione contro la parola, come su un murato specchio!
    Poesia, sii più spietata dei carnefici e avrai il tuo Potere!
    La lingua del poeta non è persuasiva, non dà consigli umani!

    Tu, verso, inventa che io penso agli strumenti dell’armonia,
    al verme che è digiuno di immortalità e di grida serpentine
    e non gradisce del mio canto il suono che non sa la nota!
    Poesia, ti tradirò altrove dove la ragione dal gallo è esiliata

    per la sua banderuola che impazza ai cardini per divorare Leuco!
    Poesia, non ti amare troppo, non sono un martire vanesio!
    Al tuo capezzale, Poesia, ti volterò le spalle e me ne andrò, e
    di nuovo canterò fuori, un’arietta canterò e un… ritornello.

    Tu conosci tutti i canti e i trionfi, più eterno che immortale
    è il tuo cammino, e sarai mortale finché gli dei vivranno.
    Ed è per te, non per una donna, che la rovina mi tallona!
    Non mi fare ombra, togliti di mezzo, fingi di esser finta, almeno!

    Poesia, tu vuoi esser letta, essere sulla bocca di tutti,
    come i nomi di tutte le puttane ad ogni trivio mestruato!
    Togliti la maschera, fammi vedere il vuoto che ti fa viva!
    Al poeta devi la tua fama, è per la tua storia che t’accendo di visioni!

    E le chiacchiere che racconti sono per i Cesari, non per i miei trionfi!
    Con altra voce ormai… ritornerò poeta! E mi toglierò il cappello,
    alzerò i tacchi, e via dall’inferno! E nell’inferno almeno, fingi almeno
    di avere il volto di un poeta! Dimmi almeno di essere umile e superba!

    Poesia, tu hai coraggio, perché ti sostengo e spingo.
    Mistico apostolo, io? Se mai, inutile! Io consacrato a Te?
    Mai! Non sono un sacerdote, né un grafomane… Ti detesto:
    più sei assente, più mi fai compagnia: sei amica, amante, diavoleria!

    antonio sagredo
    Roma, 13 marzo 2011

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