Guido Galdini, Piccola astrinomia per timidi e mansueti, 2018, pseudo limerick, poetry rebus, Poetry kitchen, Due strutture gemelle di Marie Laure Colasson, acrilico su tavola, 2021, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, La scrittura poetica imbonitoria che va di moda oggi

Guido Galdini B-N

Guido Galdini

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018)

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Guido Galdini
PICCOLA ASTRINOMIA PER TIMIDI E MANSUETI

dall’ E-book Lunario in versi: undici poeti italiani – iPoet 2018, LietoColle Editore

il buco nero, al centro dello Scorpione,
è un segnale che avverte del suo aculeo,
una minaccia per le costellazioni più ostili
a non sfiorare l’orlo del precipizio

il buco nero al centro dello Scorpione
è al centro esatto della Via Lattea,
ogni galassia pare ne custodisca
uno in segreto tra le sue viscere
come avamposto dell’estremo futuro

la sua proposta di annientamento
è un’avvisaglia della rassegnazione
a cui tutti dovremo infine abdicare:
uomini, pianeti, stelle,
galassie, dei, universi.

*

Marte ha una vetta
alta ventisette chilometri,
Giove una tempesta che imperversa da secoli,
Saturno è più leggero dell’acqua
e quindi galleggerebbe
in un oceano di estensione adeguata,
la Terra ha strane luci in superficie
e ci mette in pensiero
che qualcosa stia andando storto:
in un’altra occasione vedrò d’essere più preciso.

2 – GEOMETRIA – UN BREVE RIPASSO

Geometria uno

nell’affrontare le sfide di questo mondo
la praticità della geometria ci è di grande aiuto
con le sue semplici e tranquille conclusioni

ad esempio, una tassellatura piana
può essere composta da poligoni uguali
soltanto se triangoli, quadrilateri o esagoni

ciò che appare un infinito di libertà
un foglio che si estende oltre ogni lato
va affrontato con cautela e metodo
per non lasciare nessun luogo incompiuto

ci si domanda quali suggerimenti
trarre per gli altri affanni che ci costringono
a vagare per non desistere
a tentare invece di rassegnarci
e a usufruire del tedio della perseveranza
in luogo di ogni altra spenta macchinazione.

Guido Galdini
Geometria due

nessuna mappa sarà mai in grado
di riprodurre in modo adeguato
la superficie della terra
la curvatura della sfera impedisce
che siano insieme rispettate nel piano
le dimensioni, gli angoli e le distanze

questo inciampo non arresta i cartografi
che potranno decidere, con arguzia e candore
cosa mantenere, attenuare od espandere:
come d’uso, quando comanda il sospetto
la verità è un compromesso tra le menzogne.

3 – LAVORI DOMESTICI

Elegia per il lavello della cucina

il frammento del guscio di un uovo
tre semini di pomodoro
un nocciolo di oliva
l’ombra della buccia di una cipolla
una crosta di formaggio
mezza foglia d’insalata
uno spaghetto

un po’ d’acqua che gorgoglia prima di sparire nello scarico
che altro serve per affrettare la fine?

Istruzioni per il rifacimento di un letto (proprio od altrui)

è mattina ed il sole si sta dondolando
con questo inizio
spero sia soddisfatto il vostro appetito poetico

il letto sfatto richiede competenza e fiducia
le lenzuola accartocciate, avvolte nel loro disagio
ricordano che non è passata invano la notte
a passeggiare tra gli incubi e gli altri sogni leggeri

iniziate col togliere i cuscini, appoggiateli ad una sedia
rivoltate fino in fondo le coperte, date aria al materasso
sbattete, sprimacciate, affrontate
tutte le azioni inermi del sollievo

fatto questo lasciateli un po’ riposare
riprender fiato per la notte ventura
guardate in basso la strada
poco affollata di gente e di rumori
fate vagare i pensieri: malgrado l’apparente distacco
questo passaggio è essenziale
per la riuscita dell’opera

poi riprendete il lavoro
tirate, aggiustate, pareggiate le onde
concedete una carezza ai cuscini
stendetevi sopra il copriletto
e date un ultimo tocco
alla piccola piega rimasta ribelle sull’orlo

non ho usato nemmeno una volta il termine coltri
vi prego di tenerne conto nel giudizio sul presente componimento.

4 – NOMI E COGNOMI

Corrispondenza

Kurt Gödel non mancava mai di rispondere
al gran numero di lettere che riceveva
prima le minute, poi qualche versione intermedia
sino al testo finale, levigato e impeccabile
ma non si curava quasi mai di spedirlo
lasciandolo appassire tra i suoi appunti

di un modo così prudente di replicare
ci si è affannati a darne spiegazioni
dalle più miti alle più tenebrose
ma, data la definitiva reticenza dell’interessato
anche questo quesito rimarrà indecidibile

intanto la carta si sbriciola, l’inchiostro sbiadisce
con tutto il resto del suo archivio
conservato, presumo, in un edificio di Princeton
circondato da stagni e da prati
accuditi con anglosassone sobrietà.

*

quando il cielo sarà diventato un turacciolo
e si racconterà in qualche bettola dell’antinferno
del nostro universo come di una menzogna poco riuscita
resterà, immobile, Richter, con le mani
di granito e di seta sui tasti dell’ottocentonovantaquattro (1)

alla domanda se vi sarà una fine
se qualche approdo verrà mai raggiunto
Richter non ha alcuna
propensione a rispondere
sa che l’arrivo è sepolto in ogni nota
perduta dentro il sogno di se stessa
e ancor più nel silenzio intermedio
che rimprovera i suoni per la loro ambizione

Richter non si alzerà da quella seggiola
rimasta immune dalla bufera intercorsa
tra l’adagio e la danza
rimanere seduti
non appartiene alle obiezioni ma agli oltraggi.

(1) È la sonata D894 di Schubert, la preferita di Sviatoslav Richter, che la eseguiva con irrefrenabile lentezza.

Marie Laure Colasson Struttura, 30x30, 2020

Marie Laure Colasson, Struttura, 30×30, acrilico, 2020

Marie Laure Colasson, Struttura, 30x30 acrilico 2021

Marie Laure Colasson, Struttura, 30×30, acrilico, 2021

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Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

La scrittura poetica di Guido Galdini ha sempre commerciato con ciò che precede il significato. Galdini è attirato dal segreto di Kurt Gödel, dalle pre-note di Richter, dalle risposte mai inviate, dalle domande mai formulate, da una sua personale ritrosia che è in sé già una risposta, dalla stessa impossibilità di articolare una risposta tout court. Per Galdini la scrittura poetica deve sostare in questa zona intermedia: tra la domanda e la risposta, tra il significato e il pre-significato, fedele al suo assioma secondo il quale «la verità è un compromesso tra le menzogne». Il suo approdo alla poetry kitchen è così avvenuto per necessità, con i suoi tempi e i suoi modi, un avvicinamento alla zona d’ombra dei pre-significati, dai post-significati, dagli pseudo limerick, dalla poetry rebus. Possiamo dire che per Galdini la scrittura poetica sia una posizione di pre-significati che forse non giungeranno mai a solidificarsi in significati stabili, un atto di sottrazione dai significati stabili e stabiliti, un atto di ritrosia, di rinuncia. Da qui i giochi, i rebus e le trappole che si trovano un po’ dappertutto nelle sue poesie, le trappole dello humour, inviti a lasciarsi espellere, a prendere congedo dal testo, prendere congedo dai significati, dall’Edipo, dal significante primordiale, dai significati tutti. Le poesie possono indurre a pensare che si tratti solo di giochi dove non succede nulla, e invece sono giochi dove succede qualcosa della più grande serietà: la caccia a tutte le forme di menzogna e di ipocrisia.

Una struttura non può costituirsi se non a condizione di avere una casella vuota che le permette di far circolare i suoi elementi; in questo posto vuoto Lacan posiziona l’oggetto piccolo a, il resto, lo scarto, ciò che non può accedere al simbolico, il luogo della maggiore instabilità della struttura, il punto di catastrofe, il predellino sopra il quale scivila il piede del significato.

La scrittura poetica è «una produzione di significati», un atto di im-posizione del linguaggio alle cose; quando invece la posizione del poetico dovrebbe essere un ritrarsi dal linguaggio, sostare un passo indietro, un attimo prima che la parola ci raggiunga, dall’esterno, con la sua dote di «imposizione», di Gestell avrebbe detto Heidegger; se invece andiamo oltre, se procediamo verso il linguaggio, con attese, con im-posizioni, con Gestell, ecco che quel linguaggio ci imporrà le sue regole di condotta e le sue scelte, il nostro linguaggio verrà intaccato dalla «imposizione» dei linguaggi che provengono dall’esterno, dal mondo dell’utilitarietà, dal mondo delle condotte, delle pratiche, da ciò che è redditizio, dagli interessi in competizione, dall’interesse dell’io alla propria auto conservazione e alla propria im-posizione.

Il problema è molto complesso e non riducibile in poche battute, ma certamente l’ideologema dell’io che impera nel mondo tecnologizzato delle società mass-mediatiche non aiuta a pensare in poesia e a scrivere buona poesia, l’io ha bisogno dei linguaggi dell’utilitarietà, della comunicazione, della im-posizione, non può farne a meno pena la sua implosione; l’io è una macchina infernale che lavora sempre per la propria sopravvivenza, lavora per i progetti di auto organizzazione dell’io, non può fare altrimenti, è un epifenomeno delle ideologie utilitaristiche che imperversano nella comunità linguistica e mediatica, non può sfuggire alla ontologia della im-posizione.

La totalità della poesia che si fa oggi nell’Occidente mediamente acculturato, anche tra i poeti più accreditati, altro non è che un epifenomeno dei linguaggi mediatici, scrittura utilitaria, impositiva, progettante, narrativizzante, quella che più volte ho chiamato scrittura assertoria, suasoria, incantatoria, che è l’altra faccia della medaglia di una scrittura definitoria, scrittura da risultato, che parla con un linguaggio imperativo, giustificato, giustificatorio.

Qualcuno mi chiederà: «che cosa intendi per linguaggio giustificatorio»? Risponderei così: con linguaggio giustificatorio intendo la posizione del «poeta» che si pone in un angolino del «mondo» e di lì si interroga e interroga il «creato» alla ricerca di un «senso» che giustifichi la propria esistenza. Ebbene, questa è una finzione e un falso, è una posizione imbonitoria, assolutoria, in quanto si assume un Gestell, un podio, e ci si mette in posa, in alto sullo zoccolo, proprio come una statua; e di lì si sciorinano pensieri meditabondi, efflorescenze di narcisismi. La poesia che si fa oggi è ricchissima di cotali «poeti» che oggi sono di moda e vengono celebrati. Un nome per tutti: Franco Arminio, incomparabile nell’adamismo della sua positura assolutoria dalla quale sciorina incensamenti alla pacificazione, buonismi e banalismi in grande quantità.

Qualche tempo fa un poeta mi ha scritto che non «condivide affatto il [mio] giudizio apocalittico» sul decesso della poesia italiana maggioritaria, che invece godrebbe, a suo parere, di ottima salute. Al di là dei convincimenti personali sull’argomento, tutti legittimi e tutti opinabili, penso – ho tentato di argomentare questo mio pensiero in varie mie pubblicazioni – che la poesia di questi ultimi decenni sia stata fatta per esigenze privatistiche, psicologiche, posizionali, per ragioni encomiastiche, di status symbol, per personalismi, per narcisismo, sempre senza alcun progetto culturale e consapevolezza storico culturale della poesia del novecento. La mia impressione, spero di sbagliarmi, è che la poesia italiana maggioritaria di queste ultime cinque decadi sia un genere di scrittura privatistica priva di valore culturale, un genere di scrittura non retta da alcuna ricerca poetica, alcuna épisteme, direbbe un filosofo. Una scrittura imbonitoria.

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29 risposte a “Guido Galdini, Piccola astrinomia per timidi e mansueti, 2018, pseudo limerick, poetry rebus, Poetry kitchen, Due strutture gemelle di Marie Laure Colasson, acrilico su tavola, 2021, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, La scrittura poetica imbonitoria che va di moda oggi

  1. Marie Laure Colasson, Strutture gemelle, 30×30 cm 2021

    In queste «strutture gemelle» avviene ciò che ci narra la fisica delle subparticelle, della fisica quantistica, dove vige la legge dell’entanglement, dove un fotone corrisponde a miliardi di chilometri con un altro fotone. Così, in queste «strutture gemelle» della Colasson avviene che non c’è alcun «significato», si tratta soltanto della trasmissione di un input che si propaga a velocità istantanea da un punto all’altro del nostro universo. Analogamente, così funziona l’inconscio. E qui non c’entra dio o Zeus o qualche altra divinità o qualche sacralità ma è la legge fondamentale del cosmo.
    L’arte non è una «produzione di significati» nel senso usuale del termine ma è la trasmissione istantanea di «micro strutture», di bit o qubit da un punto all’altro del cosmo (leggi il nostro inconscio) a cui noi diamo il nome di «significato».
    In realtà, non c’è alcun «significato» nel significato. Ma c’è il «significato» in un altro »significato».

    Topologia del Reale? Una superficie piatta, unidimensionale, priva di discontinuità
    .
    L’inconscio funziona come una topologia, il sapere dell’inconscio è un sapere topologico.
    La topologia ci dice che si dà un luogo che è un non-luogo. L’esemplificazione più avvincente di questa teorizzazione è il nastro di Möbius, il più famoso esempio di superficie non orientabile, della quale non è possibile stabilire un sopra o un sotto, un dentro o un fuori. Per averne conferma non ci resta che attraversare questa figura, di percorrerla, in un senso o nell’altro.
    Il nastro di Möbius ci rende evidente il paradosso dell’inconscio. L’inconscio è la dimensione più propria e intima del soggetto, ma è anche quel qualcosa che gli resta sempre escluso, esterno al soggetto, bersaglio mancato, luogo nel quale l’incontro con il reale avviene nella figura del trauma. Avviene così che l’extimità è quel qualcosa di più intimo del soggetto che però si trova al di fuori di esso; la superficie topologica del nastro di Möbius ci fornisce una perfetta rappresentazione della scissione del soggetto, l’estraneità del soggetto nei confronti del suo reale più proprio ed intimo.
    Quel vuoto causativo del reale al centro del soggetto è intimamente intimo ed estraneo al soggetto medesimo. Nel nastro di Möbius il sopra è immediatamente il sotto, il dentro è immediatamente il fuori, il vuoto è immediatamente il pieno. Si dà un transito continuo: il sopra diventa sotto, il dentro diventa fuori, il vuoto diventa pieno. Lo svolgimento di questo divenire è un accadimento immediato, senza soglia, mediante un transito continuo. Un effetto quasi magico.
    .
    Si verifica un continuum non discontinuo, non oppositivo. Ciò accade in quanto ogni dimensione diventa un altro da sé in uno svolgimento, senza scambio né attraversamento di soglie o discontinuità. Nel nastro di Möbius ogni dimensione spaziale precipita nel suo opposto senza andare oltre la soglia del continuum.
    Così nella poesia kitchen di Gino Rago o di Marie Laure Colasson tutto accade in virtù del continuum, per via dello statuto non oppositivo del Reale, dove si passa da un personaggio all’altro attraversando i secoli (Antonio e Cleopatra), oppure mettendo in comunicazione telepatica e geografica, oltreché storica, gli autori della nuova poesia (Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa), facendo interagire oggetti disparati come la pallottola, la gallina Nanin e la giacca di Magritte. Sono questi oggetti a costituire l’orditura del Reale. O meglio, è per il tramite della ribellione degli oggetti che possiamo gettare uno sguardo all’interno del Reale. Nella poesia di Marie Laure Colasson abbiamo un gioco di maschere e di sosia che si scambiano il posto e le identità (Eredia, la bianca geisha, Francis Bacon etc.) in una fantasmagoria che segue le leggi dell’inconscio e, in particolare, quel vuoto causativo del Reale che si rivela essere la soglia più intima (ed estranea) della soggettività.
    .
    Gli oggetti e i personaggi della nuova poesia kitchen sono come situati su un tappeto volante o nastro magico che, scorrendo, ci mette in scena la coreografia e la scenografia di un Reale che non conoscevamo, gli scenari di un retro-Reale o sopra-Reale.
    La configurazione topologica di questo nastro magico è dunque tale per cui in esso non c’è una cosa che si rovesci nel suo altro, perché prima non c’è alcuna cosa, ma solo un piano assoluto di un continuum senza opposti, senza contrari, senza discontinuità.

  2. Esprimo gioia per queste nuove di Galdini che mi ricollegano ai suoi Appunti precolombiani. Luce, tanta luce stamattina. Io lo so che presto avremo tante scritture e arte di semplice e cordiale comunicazione – penso ad Anna Ventura, ma anche alla mia gallina Nanin. Sono risposte alla complessità, non concettuali ma di tanta intelligenza e ironia.

  3. Guido Galdini penso non abbia nulla da obiettare all’assioma di Marie Laure Colasson:

    «Oublions les choses ne considérons que les rapports».

    • Guido Galdini

      Totalmente d’accordo.
      Consiglio l’ultimo libro di Carlo Revelli (Helgoland), che illustra magnificamente questo concetto.
      Dalla quarta di copertina:
      “In questo libro non solo si ricostruisce, con formidabile limpidezza, l’avventurosa e controversa crescita della teoria dei quanti, rendendo evidenti, anche per chi la ignora, i suoi passaggi cruciali, ma la si inserisce in una nuova visione, dove a un mondo fatto di sostanze si sostituisce un mondo fatto di relazioni, che si rispondono fra loro in un inesauribile gioco di specchi.”

  4. [Trovo questa conversazione via twitter una smagliante poesia ]

    Kotomine Kirei@Kirei__K

    In risposta a @lucatelese

    Verremo a cercare voi giornalistucoli di regime al soldo di #Giuseppi quanto vi paga l’avvocatucolo per sostenere questa schifosa dittatura sanitaria, verme maledetto?

    Luca Telese@lucatelese
    Paga in lingotti d’oro.

    viaTweet

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/01/13/guido-galdini-piccola-astrinomia-per-timidi-e-mansueti-2018-pseudo-limerick-poetry-rebus-poetry-kitchen-due-strutture-gemelle-di-marie-laure-colasson-acrilico-su-tavola-2021-ermeneutica-di-g/comment-page-1/#comment-71663

    Il “saggio di profitto” di Carlo Marx è così definito nella formula:
    s = Pv / (c + v)
    in cui Pv è appunto il “plusvalore”. La caduta tendenziale del saggio è dovuta – in seguito allo sviluppo tecnologico – alla crescita esponenziale di “c” ed è per il filosofo tedesco una delle contraddizioni intrinseche del capitalismo.

    La devalorizzazione del capitale umano può essere definito come caduta tendenziale del saggio di valore a causa dell’aumento del capitale umano (in anni di lavoro e di spesa esistenziale) “c” impiegato durante tutto l’arco di esistenza dell’uomo.

    La devalorizzazione dell’homo sapiens è un problema non solo filosofico ma di praxis.
    Modificare lo stato di cose presente è allora un obbligo politico, etico ed estetico.

  6. Il futuro sembra negato. Immaginarlo solamente sembra qualcosa di terrificante: precarietà,incertezza, paura. Viviamo questo strano momento, inquietante e disperato, dove nientesembra possibile. Niente si muove. Il capitalismo continua a dispiegare con arroganza lapropria logica mostrandosi incapace di rispondere alle crisi e ai disastri che esso stessogenera. Il Dio capitale ad oggi sembra imbattibile: crudele, cinico, affascinante. La sua fascinazione l’ha reso eterno. Eppure siamo convinti che di eterno non ci sia nulla. Forse l’aldilà, ma nella testa di qualcuno. Ad oggi, non è tanto una qualche eternità del capitalismo a rendere impossibile
    – e impensabile – un’alternativa, ma il fatto che non vi siano controforze sufficientemente potenti da poterne dichiarare la fine.

    (Davide Cattarossi)

  7. antonio sagredo

    Marte ha una vetta
    alta ventisette chilometri,
    Giove una tempesta che imperversa da secoli,
    Saturno è più leggero dell’acqua
    e quindi galleggerebbe
    in un oceano di estensione adeguata,
    la Terra ha strane luci in superficie
    e ci mette in pensiero
    che qualcosa stia andando storto:
    in un’altra occasione vedrò d’essere più preciso.

    g. g.
    ——————————————————————————–
    risposta affettuosa a Guido galdini
    —–
    … ma Tu pensa se fossi un abitante di Saturno ( o altro corpo celeste del nostro sistema solare, o altro fuori di questo sistema, magari della stessa galassia, o altro ancora: fuori della – mia –galassia e cioè su una altra galassia, o fuori di qualsiasi altra galassia)… insomma in un dove che non fa parte di nessun dove… e allora da dove mi potrebbe venire l’idea di un dio (creatore) ?! …e di cristo, nemmeno a parlarne!
    …e da una altra galassia si vede appena come il nostro sistema solare (un puntino!) gira attorno alla sua galassia (la periferia di questa) in andamento ondulatorio; e poi se da Saturno la Terra appare come un puntino, immaginate come non è assolutamente visibile dal centro della sua stessa galassia; e, ancora, da quell’altra galassia il nostro sistema solare non appare più, nemmeno come un puntino dall’andamento ondulatorio… scompare del tutto.
    La non osservabilità della Terra dal centro della sua stessa galassia sta alla quasi non osservabilità del nostro sistema solare dal centro di questa stessa galassia… da una altra galassia; ripeto, questo nostro sistema a sua volta non è più osservabile: scompare del tutto.
    Ma tutto ciò è noto

    ——————————————————————————————–
    alla Terra

    Portavo la mia immagine per la città come un retrattile vessillo.
    Il tripudio dei miei passi scavava un sentiero di note austere,
    non avevo con me una reliquia da barattare con la santità
    e nemmeno una nicchia mi era data per un conforto da accattone.

    Gli svolazzi della mia mente erano capricci di stiletti spuntati a malincuore,
    da una accidia di laguna vedevo un puntino azzurro come tanti da Saturno
    – era la Terra che miravo! – e non sapevo il suo millennio quel giorno estivo
    di lei che mi sorrise con Cassini. Quale gioia la conoscenza che compresi

    dai miei occhi, e come Dio fosse a sua volta una creazione della Rota,
    l’emorragia di una clessidra ai tempi della mia innocente trasparenza.
    Le contrade come una sinfonia d’infanzia in quel sarcofago: tabernacolo pinto
    da epitaffi e necrologi… per fissare, in una partitura, gli anelli della Storia.

    antonio sagredo

    Roma,
    all’ora terza del 29 gennaio 2014
    e 3/01

    • Guido Galdini

      Gentile Sagredo
      il mio pezzo non era riferito al sistema solare come presunta parte privilegiata dell’universo, ma era un pretesto per esprimere qualche dubbio su come sarebbero andate le cose qui sulla Terra (ed era un testo del 2017!!!) viste da una breve distanza.
      Purtroppo sono stato un buon profeta.
      Saluti
      GGG

  8. La stanchezza ha un bandolo nascosto,
    il resoconto
    nel resto di una calza. Un foro.
    Un occhio senza pupille.
    La statua in marmo che scardina i piedi immobili.
    Lo sforzo presto detto. Un spermatozoo filiforme.
    Una cariatide senza più voce nell’universo
    a testa in giù,
    Atlante l’acrobata,
    fuso alla sostanza del circo.
    *
    L’istruzione semplice per “il rifacimento di un letto”, caro Galdini
    trovo che sia un apoteosi poetica, la giusta distanza tra lo scherzoso e l’impegnativo,
    la carica naturale che contraddistingue la poetry kitchen!
    Una questione di distanza dalla pagina, dalla storia,
    l’abbandono di ogni velleità:
    “Qualcuno mi chiederà: «che cosa intendi per linguaggio giustificatorio»? Risponderei così: con linguaggio giustificatorio intendo la posizione del «poeta» che si pone in un angolino del «mondo» e di lì si interroga e interroga il «creato» alla ricerca di un «senso» che giustifichi la propria esistenza. Ebbene, questa è una finzione e un falso, è una posizione imbonitoria, assolutoria, in quanto si assume un Gestell, un podio, e ci si mette in posa, in alto sullo zoccolo, proprio come una statua”. (Linguaglossa)

    Grazie Ombra.

  9. Marina Petrillo

    Sia deterso il cordone ombelicale con il mondo.

    Tradito ogni vessillo della degna
    umana esistenza, torna il celeste rimpatrio.

    Una fitta perviene – sua perfezione-
    a ricordare del corpo la presenza.

    Si agita il mare sospinto
    da moti inversi al calibro
    di una incommensurabile potenza.

    Il faro perviene a sua luce totale.
    Irradia prisma di particelle attive
    plasma ottico luminescente.

    Una scia di scorie produce combuste
    presenze e, remota al suo ciclo iniziale
    si sottrae a ogni parvenza.

    Dei cieli, summa.
    Voragine e antipode stellata
    mondo siamese gemello, pulsante.

    Si è all’interno del fascio fotonico
    Ideato a miraggio : non si distilla
    la perfezione di un cuore devoto.

    Detiene potere sull’Essere e non mente
    l’ascensione totale, ultimo fatale movimento
    assiso al trono del mirabile salto.

    La consistenza materica perdura a essenza
    ogni moto trascina il suo opposto a sintesi.

    Giunti, siamo. Soglia immortale
    o suo discapito in forma minore.

    Marina Petrillo

    • Della poesia della Petrillo come il quelle di Livia sono le stesse scintille ad operare la stessa composizione.
      Sono parti integrante degli stessi acciarini
      che interagiscono…Sono pietre focaie…sono i motorini di avviamento combinatamente ed insistentemente fatti deflagrare per una combustione interna. Sono un grido. Un urlo ultimo. Sono della stessa sostanza.
      Sono una perdita. Sono un grido afono, sterile.
      Senza più procreazione. Sono l’afasia del linguaggio che si avvita sbanato alla realtà.
      Riconosco il dolore sterilizzato dalla scrittura.

      Grazie Ombra.

  10. Carlo Livia

    TEODICEA

    “There is a crack, a crack in everything
    that’s how the light gets in ”
    Leonard Cohen

    La mente si arma contro il cielo livido
    ma la finestra spalancata sbalordisce gli uragani.

    Angeli torbidi, lividi torturano il Grande Assente.

    Nella camerata i vivi copulano e piangono,
    i morti vegliano nei teleschermi. Annodano i pensieri.

    In fondo la Madre al rovescio, che capovolge tutto.
    Imbandisce cieli sconsacrati per le belve scarlatte.
    Ma il vento oscuro ferisce le pareti,
    porta raffiche, catene, forme vitree, fantasmi.

    Il Padre lascia le stanze di Mozart.
    È un ragno verde e blu, stremato dalle Apocalissi.

    Corpi di palpebre turchine lottano nei nascondigli
    per contemplare la morte nuda, stretta al firmamento.

    Piovono anime e domande sui bagagli di sabbia
    dimenticati dal Sovrano.

    Tracce d’esilio s’intrecciano attorno al fulmine gotico.

    Sogni ancora umidi di Paradiso
    sbocciano sulle rotaie di miele turchino.

    Antichi peccati mortali sorvegliano l’avenue dei baci.

    Un embrione di stelle spiumate sull’erba assopita.
    Pochi fantasmi dal lampione agli elefanti di sonno.

    Forme psichiche in guanti di pioggia.
    Innamorati piegano le costellazioni dalle soffitte appena risorte.

    La follia in due merletti intrisi di aldilà.

    /…/

    La morte dice di non avere segreti da svelare. Mente!

    Dalla feritoia solo un pianto sbiadito.
    Pochi frammenti di Eterno nell’acqua scura.

    Il delirio convoca miliardi di peccati originali nell’Assunzione.

    Nello specchio la domenica scivolosa.
    Idoli e farmaci nella comunione oscillante.

    Acque fisse dell’anima nascondono la Creazione.

    La Rosa di Nulla, detenuta, discinta, prega fra le radiazioni.

    /…/

    Dagli abbaini dei sogni spezzati
    agli specchi cattivi dei sotterranei.

    La rimessa con gli attrezzi della morte.
    Spiriti vuoti, ossidati, nelle segrete definitive.

    Donne degli androni, senza occhi né voce.
    Sono qui e altrove. Non sanno.
    Scendono nei pozzi insonni, fra schianti di stelle.
    Suscitano in cielo lunghi corridoi dove si ribellano angosce e fuochi fatui.

    Nessuno conosce il proprio nome
    ( sogno sbagliato, amore senza uscita, scia di neve nel deserto ).

    Ma ci sono pozze di flauto che muoiono felici fissando il cielo,
    cancelli a mare che s’aprono solo con un sospiro,
    e sguardi di fanciulla che mentendo dicono il vero.

    /…/

    Ostinazione del brutto sogno.
    I fiori sbagliano tristezza.

    La quinta luna è una donna ammaestrata
    che sbarra le porte a lampi muti, impauriti
    che sorgono da morbidi precipizi.

    È lontano il giorno in cui tutti gli astri dimorano in un’arpa
    e si svelano i sospiri che un antico suicida
    ha dimenticato fra i viali e le case.

    Un lampione a lutto risveglia l’acqua morta dei pianoforti.

    Qualcuno seppellisce in vento nemico
    la scia lentissima del primo addio.

    Un arcangelo falso gira instancabile attorno a questo istante
    suscitando abissi, costellazioni, desideri.

    • Sono forti Carlo!
      Mi colpisce questa continua evocazione. Questa perdizione, il distacco dalle parole, dal significato pur conservando una evocazione che si propaga come una eco continua. Nel Vuoto la poesia si propaga.
      “In principio nei primissimi istanti… è solo il Vuoto.
      Il Vuoto, soltanto che non è il Nulla.
      È un Vuoto zeppo di cose.
      È come come il numero zero.
      Lo zero che contiene tutti i numeri…” (Gino Rago, Il Vuoto non è il Nulla – I platani sul Tevere diventano betulle.).
      Grazie, Grazie Ombra.

  11. Nelle poesie postate da Carlo Livia, Marina Petrillo e Antonio Sagredo io annoto una generale tendenza a spostare l’asse e il baricentro della poiesis dal prosaico al sublime, con annesso spostamento verso l’alto del lessico e degli stili.
    Con la conseguenza che il lessico diventa sempre più aulico e lo stile tende sempre più verso il barocchismo. Si va verso, come dire, la «valorizzazione» del materiale lessicale in direzione «sublime», in direzione esattamente contraria da quando con L’incendiario (1910) di Palazzeschi e The Waste Land (1922) di Eliot in poi la poesia occidentale ha percorso invece la strada del prosaico e dell’abbassamento dello stile.
    È chiaro che si tratta di una direzione di ricerca plausibile, ma che non introduce nessuna «distanza» critica tra il materiale lessicale, l’io e lo stile che tende naturalmente verso la catacresi. La conseguenza è la dilatazione dell’io e dello stile verso l’infinito e l’indeterminato. Quella «distanza» che in tutti questi anni abbiamo tentato con il lavoro della rivista di favorire e introdurre anche nella poesia italiana. Quell’abbassamento del tono, del lessico e dello stile perfettamente esemplificato nella poesia di Guido Galdini:

    Marte ha una vetta
    alta ventisette chilometri,
    Giove una tempesta che imperversa da secoli,
    Saturno è più leggero dell’acqua
    e quindi galleggerebbe
    in un oceano di estensione adeguata,
    la Terra ha strane luci in superficie
    e ci mette in pensiero
    che qualcosa stia andando storto:
    in un’altra occasione vedrò d’essere più preciso.

  12. Concordo con il parere di Giorgio: nella poesia di Livia ravvedo un surrealismo di (sua) maniera, poco surreale; nella poesia di Marina Petrillo una fuga verso alto, come quando cadono bombe e le colombe si annidano in soffitta; Sagredo, poi, qui sempre più nel vuoto se stesso… Ieri ho letto che è venuta a mancare Anna Ventura…

    • “una fuga”, correggo. Mi perdoni, Marina.

    • Marina Petrillo

      Grazie per l’attenzione Lucio e per la delicata immagine delle colombe.
      Forse non traspare, ma avverto molto il legame con la terrestrità e la contaminazione con la terra, la materia (sia pur redenta). Così tanto la mia esperienza su questo piano di realtà è stata, ed è potente, costellata di esperienze impegnative e folgoranti che il percorso poetico si è nutrito di quella stessa vita ma, trasformata. Tentativo di portare quel che è in basso in alto e viceversa, senza scomodare il grande Ermete Trismegisto… In questo, ciò che scrivo non differisce da ciò che sono o, più umilmente, aspiro ad essere. Una piccola stella, anche se frantumata, sempre aspira a brillare.
      Un pensiero affettuoso ad Anna Ventura, alla sua poesia.
      Un caro saluto a tutti i poeti che ammiro e seguo con affetto.
      Marina Petrillo

  13. Giuseppe Gallo

    Dopo tanta poiesis, un po’ di ironia…

    Un limerick per Guido Galdini

    Nei dintorni di Rovato
    scrutava un astronomo il creato.
    Ma per trovare Venere e Saturno
    spiegò una piega alle coltri di turno.
    Fu così che divenne rinomato.

    Giuseppe Gallo

  14. Scrive il filosofo Slavoj Žižek:
    «Non è che falliamo perché non riusciamo a incontrare l’oggetto, piuttosto l’oggetto stesso è la traccia di un certo fallimento».

    Io parafraserei così:
    Dimmi quali sono i tuoi «oggetti» e dove sono dislocati e ti dirò che poesia fai. Condivido quindi la tesi di Žižek, secondo il quale «l’oggetto è la traccia di un certo fallimento».

  15. Dono a Guido Galdini, poeta e mio compaesano. Anche a Marina Petrillo, per via della materia. È di oggi:

    Dracula.
    Non mi ha mai sussurrato un verso; del tipo “Per cui adesso
    siamo qui, nulla in cambio di qualcosa che resterà per sempre”.

    Lo aspettavo, certe notti, come legata a un filo, d’estate,
    la mia gola sul terrazzo. – Ecco qui l’inchiostro, fai un bel respiro.

    Scrivilo d’un fiato. Tentenna solo quando le porte sbattono,
    o il cane abbaia. Piega le ginocchia, Stai per inchiodare in bocca,

    ultimo della stirpe, eccetera, dall’antico teatro ad oggi. Barra,
    sposta i capelli. Mi attrae la materia, poterla toccare. Entrarci quasi.

    Respira forte.

    (May 1/21)

  16. Carlo Livia

    Caro Giorgio, il concetto di “sublime” ( sub-limen, che sta sotto al limite ) dal trattato dell’Anonimo greco del primo secolo, fino a Burke, Kant, Schopenhauer, Nietzsche evolve emancipandosi dall’idea di bello,
    manierato, sofisticato, barocco, a quella di indicibile, terribile, l’orrendo che affascina e può distruggere chi lo osserva, proprio il contrario dell’edulcorato, gradevole, adatto a dilettare e rassicurare.

    In questo senso è rappresentazione del sacro, la dimensione divina ma anche ctonia, che ogni cultura tende a neutralizzare, recingendola in confini concettuali, mitologici, rituali, dogmatici, normativi, con l’uso di paradigmi e linguaggi formalizzati, per occultare la distanza, la dismisura con ciò che ci sovrasta e minaccia col suo inaccessibile mistero.

    Nella poesia post-simbolista, che per me nasce con le “Illuminazioni” di Rimbaud, questa dimensione coincide con l’inconscio, per la cui esplorazione l’io abbandona ogni referenza identitaria, razionale, etica ed estetica, per accogliere senza censure e pregiudizi l’incontenibile energia onirica e visionaria di cui è, nel pensiero convenzionale, precario baluardo, inconsapevole vittima e alienato traditore ( je est un autre ).

    Nasce così l’inevitabile decomposizione sintattica, dilatazione e sconcretizzazione semantica, il mutarsi delle metafore in catacresi, l’evocazione analogica di contenuti metamorfici e inafferrabili. Certo qualcosa di completamente diverso dall’elegia tradizionale, che si limita a descrivere la superficie di tale dimensione, senza sprofondarvi, senza mutarne la natura, come la poesia e l’arte che riescono a scalfire e modificare l’inconscio ( come un’ascia che spezza il ghiaccio dell’anima, diceva Kafka ).

    Priva di tale pathos del trascendente, dell’indicibile, la poesia diventa una semplice prosa frammentata, incapace di avvincere il lettore con una trama di vicende ben orchestrata.

    In Eliot, il depotenziamento lirico viene usato per esaltare – per contrasto – le vette liriche con cui è alternato, come l’incipit del “Waste land” (“Aprile fra tutti è il mese più crudele/ perché risveglia i lilla’ dalla terra morta…”) uno dei più struggenti esempi di lirica, orfica, mistica, di misteriosa emozione evocativa che un poeta abbia mai creato. Serve anche ad esaltare la desertificazione spirituale del tempo, evocando la desolazione degli “uomini vuoti “, incapaci perfino di rendersi conto che “gli Dei sono fuggiti” (Holderlin) , perché hanno dimenticato perfino di aver dimenticato il vero Essere ( Heidegger ). Infatti nei testi più maturi, dopo la conversione
    ( Quattro quartetti ) il tono prosaico scompare completamente.

    Del resto tutto ciò è frutto di istanze emozionali ed estetiche inafferrabili e non indagabili, per cui è ormai non solo presuntuoso, ma inutile presumere di giudicare la poesia odierna, che ha perso ogni afferenza a paradigmi e assiologie ormai del tutto eteronome e inutilizzabili .
    Come l’amore, è il punto di intersezione fra libertà e necessità, assoluto e contingenza, luce e oscurità.
    Meglio limitarsi ad un’umile, partecipe accoglienza di ogni opera che riesca ancora a ricordarci che

    “Sempre di un bene perduto
    Mi oppresse il desiderio.
    Nel più antico ricordo
    Mi fu tolto qualcosa che ignoravo… ( Emily Dickinson).

    Grazie per l’attenzione.
    Un caro e grato saluto a Mauro.

  17. Guido Galdini

    Ringrazio Lucio per il regalino.
    Invidio questa scrittura cinematografica di brevissime frasi a singhiozzo, di cui non sarei mai capace.
    A me vengono solo lunghi e noiosi periodi, che mi va benissimo a considerarli prosa.
    A questo proposito riporto la breve introduzione alla manciata di componimenti astronomici apparsi nell’E-book I-poet 2018 di LietoColle.
    “In queste composizioni proseguo nella ricerca di una poesia totalmente estranea all’interiorità. Prendendo spunto da temi scientifici, e con l’utilizzo di un linguaggio intransigente e talvolta scorbutico, il tentativo è di far emergere un significato di massima precisione, con tutta la chiarezza che mi riesce di conquistare”.
    Concludo con un commosso ricordo di Anna Ventura, con cui ho avuto un cordiale scambio di opere che mi ha permesso di cogliere la sua mano ferma ed essenziale.

    • Forse perché ho capito, caro Guido, di essere uno sciamano, mentre tu sei l’uomo bianco. Lavoro sull’origine, tutto quel che faccio è volto al primitivo-moderno. Anche oggi abbiamo un fare generativo, primordiale; che forse manca del connotato universale, ma trovarlo non è semplice. Per fare questo, il passato non aiuta. Ma aiuta te, che hai mente diversa. In comune abbiamo un linguaggio di rinuncia (al poetico), grazie al quale, al poetico possiamo arrivare, ma per via di altra forma di scrittura: prosa innanzi tutto, e con questa veder le stelle; cosa in altri tempi non concessa, per via del genere.

  18. caro Carlo,

    torniamo per un momento ai testi, così cerchiamo di capirci meglio. I testi qui presentati di Guido Galdini, pubblicati in una antologia nel 2018, sono senz’altro precedenti alla poetry kitchen, ma sono significativi perché dimostrano come Galdini abbia posto in atto il rovesciamento derisorio del modello maggioritario della poesia italiana, in particolare del modello suasorio assertorio con annesso il sublime del quotidiano e il sublime tout court.

    L’incipit del The Waste land: “Aprile fra tutti è il mese più crudele/ perché risveglia i lilla’ dalla terra morta…”, non è affatto «uno dei più struggenti esempi di lirica, orfica, mistica, di misteriosa emozione evocativa», come tu affermi, ma è un esempio mirabile di derubricazione della lirica alta, sublime in un dettato prosaico, basso, con le parole normali del parlato. Proprio qui sta il punto che tu equivochi dandone una lettura opposta e, permettimi, erronea.

    La poesia di Galdini che abbiamo citato è un esempio calzante di questa impostazione «derubricatrice», «prosaica», che adotta il «parlato» basso come in sottovoce, che impiega il paradosso per il paradosso, il fuori-senso per il fuori-senso, il rovesciamento derisorio del modello suasorio e assertorio. Ed è nuovissimo, per la poesia italiana di oggi, questo tono non salmodiante e questo lessico basso, volgare (cioè della lingua del volgo), proprio del «parlato» domestico, quello che si fa in cucina (kitchen). Si tratta di un rovesciamento carnevalesco e canzonatorio del parlato «alto» e del tono jeratico ed erratico di tanta poesia pseudo orfica che orfica non è affatto, di tanta poesia mistica che invece è semplicemente banale.

    Marte ha una vetta
    alta ventisette chilometri,
    Giove una tempesta che imperversa da secoli,
    Saturno è più leggero dell’acqua
    e quindi galleggerebbe
    in un oceano di estensione adeguata,
    la Terra ha strane luci in superficie
    e ci mette in pensiero
    che qualcosa stia andando storto:
    in un’altra occasione vedrò d’essere più preciso.

    È chiaro che il rovesciamento derisorio e carnevalesco del modello sublime preannuncia e invoca il rovesciamento dell’ordinamento sociale, politico ed estetico. Questo è il punto.
    Ecco un pezzo da tenere a mente sul «rovesciamento carnevalesco dell’ordine sociale».
    (tratto da M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 1979.)

    «Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù.

    Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto.

    Tutte queste forme di riti e spettacoli organizzati in modo comico erano molto diffuse in tutti i paesi dell’Europa medievale, ma si distinguevano per la loro ricchezza e la loro complessità nei paesi di cultura romanza, e in particolare in Francia […].

    Tutte queste forme, organizzate sul principio del riso, presentavano una differenza estremamente netta, di principio si potrebbe dire, rispetto alle forme di culto e alle cerimonie ufficiali serie della chiesa e dello stato feudale.

    Esse rivelavano un aspetto completamente diverso del mondo, dell’uomo e dei rapporti umani, marcatamente non ufficiale, esterno alla Chiesa e allo Stato; sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medioevo, e in cui essi vivevano in corrispondenza con alcune date particolari. Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondo, e non sarebbe possibile comprendere né la coscienza culturale del Medioevo, né la cultura del Rinascimento senza tenere in considerazione questo dualismo. L’ignorare o il sottovalutare il riso popolare del Medioevo porta a snaturare il quadro di tutta l’evoluzione storica della cultura europea nei secoli seguenti […].

    Un significato del tutto particolare aveva l’abolizione di tutti i rapporti gerarchici. In effetti, durante le feste ufficiali le differenze gerarchiche erano mostrate in modo evidente: in esse bisognava apparire con tutte le insegne del proprio titolo, grado e stato, e occupare il posto assegnato al proprio rango. La festa consacrava l’ineguaglianza. Al contrario, nel carnevale tutti erano considerati uguali, e nella piazza carnevalesca regnava la forma particolare del contatto familiare e libero fra le persone, separate nella vita normale – non carnevalesca – dalle barriere insormontabili della loro condizione, dei loro beni, del loro lavoro, della loro età e della loro situazione familiare».

  19. Anche le Lettere sono finite? di Alfonso Berardinelli (2014)

    Con l’inizio degli anni Novanta si parlò di “fine della storia”.

    Tra società dello spettacolo, declino della politica e avvento dell’informatica, è mutata la figura dello scrittore: hanno vinto consumo e mercato. E ora siamo nell’epoca in cui tutti scrivono.

    Nessuno può dubitare che il Novecento sia finito. Ma quando e come è finito? Da quali segni e fenomeni si evince che la continuità è interrotta? L’edizione aumentata e aggiornata dell’ultimo volume della Storia della letteratura italiana di Giulio Ferroni è uscita già da un anno, ma continuo a sfogliarla e rileggerla cercando di capire che cosa contiene, che cosa rivela o nasconde quel nuovo sottotitolo:

    «Il Novecento e il nuovo millennio». A che cosa sostanzialmente fa pensare una tale formula, che sembrerebbe soltanto informativa? È certo che gli anni passano, che qualcosa di nuovo si aggiunge al passato. Qualcosa cambia, qualcosa si perde e si dimentica. Soprattutto se si tratta di un’intera letteratura, i cambiamenti sono molti e possono confondere le idee. Oggi c’è un clima generale diverso. Ma d’altra parte si ha o si vuole avere l’impressione che “tutto sommato” si vada avanti più o meno come prima. Gli autori hanno altri nomi, ma non cambia il nome di quello che fanno: si scrivono romanzi e poesie, si fanno recensioni, escono libri di saggistica e di critica. Ci sono, come prima, il premio Strega e il premio Campiello, che ogni giovane vuole.

    A Torino c’è la Fiera o Salone del libro. Poi c’è la Milanesiana, c’è Massenzio, e poi “Libri come” e “Più libri, più liberi”… Ma se devo interpretare il punto di vista di uno storico della letteratura, in questo caso Ferroni, mi sembra che sia lui per primo ad avvertire la fine di un’epoca letteraria che aveva mantenuto per cinquanta o cento anni caratteristiche relativamente costanti, anche nel passaggio da modernità a postmodernità. Pubblicando nel 2012 un saggio su Giudici e Zanzotto, non sarà un caso se Ferroni lo ha intitolato Gli ultimi poeti, cosa che ad alcuni, specie ai più giovani, non è affatto piaciuta. Ultimi? Ma come? E noi chi siamo? La poesia continua a vivere.

    Il presente esiste, ha preso il posto del passato e guarda al futuro. La parola “ultimi” non credo però vada presa troppo alla lettera e in assoluto. Si dovrebbe intendere come: “gli ultimi poeti di un’epoca in cui i poeti avevano certe caratteristiche oggi più difficili da trovare, perché loro appartenevano a pieno titolo al Novecento, un secolo finito”.

    Dunque: quando è finito il Novecento? La sua fine non mi sembra sia un fatto accaduto fra il 1999 e il 2000. Il Novecento ha cominciato a finire prima, è finito più volte, potrei dire che è finito tre volte. Si è trattato di un processo scandito in circa tre decenni, mentre per altri versi qualcosa di quel secolo vive tuttora. In questo o quel punto del sistema letterario la memoria della cultura novecentesca agisce ancora.

    Due critici nati negli anni Cinquanta e dotati di un notevole senso del passato e della storia (ma un critico smemorato non è un critico), come Giorgio Ficara e Raffaele Manica, intitolarono alcuni anni fa le loro raccolte di saggi rispettivamente Stile Novecento ed Exit Novecento. Non può essere una banale coincidenza. Credo che ci siano state da parte degli autori una precisa intenzione e una chiara intuizione di ciò che è avvenuto. Almeno nella letteratura italiana, uno stile è finito, uno stile che nonostante le sue varianti, ramificazioni e divaricazioni si spiegava e si generava a partire da presupposti che da un certo momento in poi (nel corso degli anni Novanta, mi pare) sono venuti meno.

    Secondo alcuni pessimisti non si è perso “uno” stile, si è perso o è sempre più raro “lo stile”: almeno se si pensa che lo stile sia un valore e non un fatto che in arte si dà comunque, buono o cattivo che sia. Mi sembra che stia aumentando il numero di coloro secondo i quali tutto “a suo modo” è cultura ed è a suo modo arte anche l’intenzionale o inconsapevole negazione dell’arte intesa come lavoro sulla forma, eccellenza tecnica, abilità e originalità artigianale.

    Per chi crede che lo stile sia un valore, la critica non ha senso se non valuta e giudica. Per chi crede invece che lo stile sia un fatto, la critica è registrazione di eventi che esistono come puri eventi, tutti di pari dignità, per i quali viene rivendicato il diritto di ricevere attenzione. Piacciano o non piacciano e quanto valgano, è allora del tutto secondario: ogni prodotto è artistico se si presenta come artistico e va quindi accuratamente descritto e interpretato.

    Le avanguardie novecentesche fondavano su questo principio la loro strategica e tattica forza d’urto. Non importa che molta letteratura futurista e surrealista risulti illeggibile: è indubbiamente un fatto e quindi anche un valore letterario. Non importa che molta pittura e scultura moderna (ammesso che la distinzione sussista) siano a malapena guardabili dopo un primo sguardo: sono prodotti esposti e conservati nei musei e nelle gallerie d’arte, critici autorevoli si sono applicati a darne sofisticate o sofistiche interpretazioni e dunque guai a chi osa dire, ad esempio, che da un certo punto in poi Picasso ha prodotto solo merci artistiche facilmente realizzabili da vendere a caro prezzo, che Duchamp è stato solo un brillante provocatore e Andy Warhol un astutissimo mercante.

    Nelle arti visive il Novecento non è ancora finito, le repliche continuano. In letteratura molta della qualità novecentesca si è perduta.

    Già con la seconda metà del secolo il romanzo, la poesia e la critica non hanno dato più niente di paragonabile alle opere di Proust, Joyce, Svevo, Mann, Kafka, Musil, Yeats, Apollinaire, Blok, Machado, Eliot, Lorca, Benn, Lukács, Spitzer, Šklovskij, Benjamin… La postmodernità ha prodotto Borges, Auden, Camus, Beckett, Nabokov, Grossman, Morante, Yourcenar, Celan, Calvino, Enzensberger, Barthes, Steiner… È con questi autori che il Novecento si conclude. Ognuno di loro è stato consapevole del suo venire dopo, del suo essere “post” rispetto ai classici di primo Novecento. Anche questa coscienza era un tipo di continuità.

    Con l’inizio degli anni Novanta si parlò di “fine della storia”. Tra società dello spettacolo, declino della politica e avvento dell’informatica non cambiò solo la società letteraria, cambiò l’idea di letteratura, la figura dello scrittore e il modo di produrre, consumare, interpretare la letteratura. Generi lungamente e anche proficuamente messi in discussione, come il romanzo e la poesia, riacquistarono una forma convenzionale, quella che permette oggi al romanzo di “fare mercato” (a dominare è il modello del best seller narrativo, reale o potenziale) e che permette alla poesia di entrare in una circolazione fluida, fra letture pubbliche e presenza in rete, una circolazione che quasi non prevede più una vera e propria lettura, il che mina la stabilità formale dei testi, dati per poetici perché si presentano come poetici.

    Una simile situazione non è più neppure postmoderna, non presuppone la modernità, la ignora e quindi non può che mettere in difficoltà il lavoro e il ruolo della critica. Anche uno storico e critico molto informato e militante come Ferroni da anni parla ripetutamente di “angoscia della quantità”. Il post-Novecento è dunque, come disse Cesare Garboli, l’epoca in cui “tutti scrivono” rivendicandone anzitutto il diritto. La scena letteraria è affollata di decine e centinaia di nuovi autori in cerca di “visibilità”, mentre la qualità dell’atto di leggere tende gradualmente a scadere in “lettura distratta”. Dilatandosi enormemente, la nozione di letteratura perde la fisionomia che aveva conservato ai più alti livelli nel corso del Novecento, quando l’idea di testo letterario e della sua priorità, le tecniche di analisi formale e linguistica, l’enfasi sull’importanza della lettura avevano provocato riflessioni e discussioni ininterrotte e appassionate.

    Dagli anni Novanta e con l’inizio del nuovo millennio è cresciuta piuttosto l’importanza del mercato, del consumo librario come che sia, della presenza del personaggio-autore nei festival e nei media di massa vecchi e nuovi. Per tutto il Novecento, anche nelle sue ribellioni e turbolenze, la letteratura viveva tenendo presente la storia della letteratura. Oggi si va verso una letteratura o postletteratura che vive in uno spazio non più storico e che sembra “non fare storia”. Per questo, sebbene priva dell’autorità che ha avuto in passato, la critica sta diventando il solo luogo in cui la letteratura continua almeno in parte a prendere coscienza di se stessa, dei propri precedenti e del proprio passato.

  20. “Respira forte”

    Questo è il ritornello della solitudine.

    Appresso troverai le chiavi segrete. Le chincaglierie eclettiche, le pale eoliche, i
    le case sfitte.

    Hanno piantato così i piloni è sono andati via.

    Il cemento ha sofferto la breve crisi della lapidazione.

    Le strade hanno più o meno la stessa convergenza
    e negli strati della ionosfera si è diradato un lutto,

    la scia è docile nel firmamento, gli occhi a balia e i cavalli a dondolo.

    Grazie Ombra.
    Questo è un omaggio a Tosi che omaggiava Galdini e Petrillo…ecc. ecc.

  21. antonio sagredo

    fintanto si ragiona come terrestri non è possibile che io sia compreso… quando scrivo come fossi abitante di saturno e cha la Terra è un puntino qualsiasi nel sistema solare, dalla nostra galassia è non osservabile per nulla, figuriamoci dalle altre! Il mio intento è che in altri spazi insomma di dove la Terra non è osservabile, ma dallo stesso Saturno l’idea di un Dio creatore non è concepibile.
    Potrei parlare e scrivere ancora, ma…

  22. antonio sagredo

    dovete perdonare la mia ignoranza ma non so il significato di “postmodernità”… fatto è che non è l’elenco e questo è postivo.
    Se ho ben compreso deformandolo questo significato credo che la scrittrice Anna Maria Ortese (AMO) è oltre la postmodernità, Si situa in mondo che non conosce il tempo della evoluzione, poiché l’incanto della sua prosa sorvola le miserie umane, e di queste ne racconta le varie umanità nascoste:
    tutti i significati e i significanti delle sue prose sono sottoposti a un vaglio (filtro) che va oltre la magia dei suoi sogni poco decifrabili eppure quanto sono concrete e crudeli e spietate le realtà di cui durante la nostra lettura siamo circondati, basta pensare al “Mare non bagna Napoli” e le vite dei quartieri in quelle viuzze… come pensare al mare prossimo se la realtà nuda è il vero mare tangibile di Napoli!
    In quelle viuzze nessuno sa che cosa sono le “modernità” e le “postmodernità ” !
    So invece che gli scollamenti della parola ri-bisogna recuperarli e questo ci traduce oltre ogni post o ante e similari.

    grazie

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