Ranko Risojević, da Rumore, taccuini della bosnia Erzegovina, Sull’Angoscia, Appunto di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Due Pannelli bidimensionali del 1975

foto folla indistinta

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Ranko Risojević nasce nel 1943 in un paesino nel nord della Bosnia ed Erzegovina, ai confini con la Croazia. Si laurea in matematica e Fisica presso la Facoltà di Scienze matematiche e naturali dell’Università di Sarajevo. Inizia a lavorare come professore di matematica e fisica nelle scuole ma ben presto lascia il lavoro per dedicarsi alla scrittura: poesia, prosa e drammi teatrali. Pubblica più di quaranta libri, ricopre la carica di direttore della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Banja Luka, riceve premi per la propria attività letteraria; diversi suoi libri vengono tradotti in vari lingue. Risojević è poliglotta e perciò quando può e sa, ama discorrere con gli amici stranieri che vengono spesso a trovarlo, nelle loro lingue madri. Durante l’ultimo conflitto bellico che ha distrutto la Jugoslavia, è rimasto a Banja Luka, ha cercato di lavorare e di capire quello che stava succedendo e perché. Questo libro, il primo tradotto in italiano, racconta la sua esperienza di vita in guerra.

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Ranko_Risojevic

Ranko Risojević

da Rumore (Taccuini dalla Bosnia ed Erzegovina), Stilo Editrice, 2013 – traduzione di Danilo Capasso

L’angoscia

Qualunque cosa faccia, l’angoscia sgocciola lungo le dita. Dovunque io vada, che fugga o mi nasconda, sono circondato dall’angoscia. Guardo il mondo, centinaia di meraviglie, una bellezza terrena e umana mai vista, e vedo solo l’angoscia e solo angoscia.
Nel mezzo di un discorso grazie al quale uomini intelligentissimi si scambiano le proprie bellissime argomentazioni, l’angoscia mi afferra alla gola – ma cosa ascoltro, perché ci credo! Mi manca l’aria e perdo conoscenza, non sono più quello di poco fa; se perdo conoscenza, questa sarà la più grande punizione per me, altro che esalare qui l’ultimo respiro.
La nutriente pioggia che scende dal cielo per inondare i terreni fertili non è fatta di acqua ma d’angoscia, perché dopo di lei questa germogli nei campi. Visto che è stato piantato il seme, da questo non si può cavare nient’altro. Seme dell’angoscia nei nostri giorni, seme della dimenticanza.

La creazione del mondo

All’inizio c’era lo sperma. Ce n’era tanto, di sperma, che si poteva riempire tutto il cosmo. E ne scorreva ancora, di sperma. Dallo sperma è stato creato Dio. E lo sperma ancora correva. Lo sperma è stato creato da Dio. E Dio creò l’uovo dallo sperma. E ce n’era ancora, di sperma che scorreva. E Dio diede lo sperma all’uomo perché si moltiplicasse.
(Tutto il resto combacia con le ulteriori teorie: quella dell’origine divina dell’uomo e quella dell’evoluzione).

Il sonno e la luce

Sono solo in una casa buia. Attraverso le finestre vedo che fuori è notte, comunque c’è qualcosa che luccica. Attraverso questa notte, verso di me e questa casa nella quale sono rinchiuso, spesso neanche solo, ma con i bambini nelle altre stanze, qualche volta nella stessa, spesso con i bambini che cerco perché sono improvvisamente scomparsi, spesso con loro che dormono e sognano i miei sogni, attraverso questa notte il mio nemico si avvicina. Lui è al di là di qualsiasi lotta, la sua vicinanza mi paralizza completamente, ed è di questo che ho più paura. Lui non mi distruggerà bensì mi renderà di ghiaccio.
L’unica salvezza sarebbe la luce. Cerco di accenderla, spingo disperatamente gli interruttori, ma oltre ai contatti che fanno capire che non c’è corrente, non appare niente – non c’è luce, il buio continua a regnare.
Corro con le gambe diventate legnose scivolo di stanza in stanza, ma o sono le lampadine a essere fulminate o sono gli interruttori che non funzionano, non posso accendere la luce. Questa non ha accesso al mio sogno.
Quando riuscirò a svegliarmi allora sarò salvo. Sarà sempre così?

Marie Laure Colasson Pannello bidle 88 1 20 cm 1980
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.30 cm, 1975

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L’abisso del sonno

J’ai peur du sommeil
comme on a peur d’un grand trou

(Baudelaire)

Cado nel sonno, breve, leggero e in quella piccola parte del mio sonno, in quella particella della mia vita, sento tutto l’orrore dell’altro che è in me, da qualche parte, nascosto dietro qualche muro. Non mi tocca, ma m’impedisce di toccarlo, di illuminarlo, perché in quel momento in quegli spazi, in quelle stanze, simili alle mie in modo così ingannevole, non c’è luce e il terrore soggiunge, fa capolino dal di fuori, o non appare per niente, ma potrebbe sopraggiungere, svelarsi e io faccio di tutto, ogni sforzo, per fermarlo, ma come, Dio mio! Mi sforzo per fermarlo in me, perché non si diffonda del tutto; che non prenda il mio essere e che non mi porti dal sonno nel suo regno. Mi sveglio subito, già estenuato da quella lotta, so che non si ripeterà più quella stessa notte, ma so anche che dovrò aspettare il sonno.

Introduzione alla vita al giorno

Nei momenti di risveglio non sono da nessuna parte. Poco prima di quel momento, non ero niente; solo un’ora dopo, sono già questo corpo e questo pensiero lacerato che combatte costantemente con se stesso – il momento del risveglio è prezioso. Non posso evocarlo quando voglio, ma lo adoro.
Il momento dell’assopimento mi rende disperato. Per quanto tenti di rilassarmi, o di rimanere cosciente al momento del passaggio al sonno, il prima e il dopo si mischiano e dopo tutto mi è indifferente. Prima di quel momento è come se morissi. È mai possibile sopportare tante piccole morti?

Leggo le mie annotazioni, ci sono proprio io in loro o sono state scritte da una mano completamente indifferente a tutto ciò che compone il mio essere – non così come potrebbe essere, bensì come è, né buono né cattivo, né benefattore né malfattore? la consapevolezza di qualche disinvoltura verso la scrittura distrugge sempre la consapevolezza di me stesso che è al di sopra della prima. Alla fine l’abilità non è importante, solo la mia anima lo è.
Si intrecciano, si attanagliano, proprio così. Si riappacificano, si baciano, Cave, Cavete. Andiamo anima mia, può darsi che la mano ci segua, e forse qualche volta ci guidi!

Il punto di Euclide

Sul papiro c’era una macchia. Sul fondo piano e bianco, si pavoneggiava come un re senza corona.
Euclide aveva l’intenzione di finire il primo libro della Stoicheia, ma la macchia lo disturbava.
«Togliti», la pregò.
«Sono forse io un punto?», gli chiese la macchia.
«Tu, in base alla mia definizione, non sei niente», le replicò Euclide.
«Allora resto», rispose rabbiosa la macchia, «finché non diverrò un punto».

Marie Laure Colasson Pannello bidimensionale legno 1m 1 50m 1982
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.40 cm, 1975

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Gli occhi e l’anima

Quell’uomo mi è sempre stato antipatico. Ogni incontro con lui mi era fastidioso. Stavo in disparte, in silenzio, per non scontrarmi con lui. Una volta, e Dio sa come, qualcuno dei nostri amici mi ha chiesto di fotografarlo a modo mio. Ha occhi espressivi, è un pittore e il mio lavoro sarebbe stato interessante, così dicevano L’ho fatto per forza nascondendo il mio sguardo dal suo. Non mi ricordo neanche se l’ho inquadrato bene nell’obiettivo. La sera ho sviluppato la pellicola e le foto. Ma che cosa ho notato immediatamente! Un viso nuovo. Occhi mobili, luminosi, umani, amichevoli. In loro non c’era neanche un po’ di cattiveria, solo un’anima aperta che accetta tutto con l’innocenza di un bambino. Quanto mi sono rallegrato di quelle foto.

Vecchie fotografie

Le fotografie ereditate spesso pongono a coloro che le hanno accolte molte domande quasi del tutto irrisolte. In un primo momento ci chiediamo se conosciamo tutte le persone sulle foto, ma con il passare del tempo ci chiediamo quando e in quale occasione è stata scattata questa o quella fotografia. Quando si tratta delle nostre foto, quelle personali, ci pentiamo di non aver scritto le date, poi ci chiediamo come mai qualcuno – il padre, la madre, il fratello o il parente – non abbiano scritto una didascalia accanto alla foto. Quanto più passa il tempo, tanto più abbiamo bisogno di didascalie sempre più grandi; alla fine ci accorgiamo che si tratta di un romanzo, del nostro o dei nostri parenti.

Gli aedi

I poeti hanno creato la Storia: reale o inventata, per noi oggi non è importante. Omero ha creato il mondo ellenico, non è accaduto il contrario. I governanti sono consci di questo semplice dato di fatto. Perciò loro si comportano con molta attenzione verso i poeti. Nel 1284, avendo conquistato il Galles, Eduardo I ordinò di accecare tutti i poeti. Ma se loro poi hanno cantato le vittorie del signore, con quali occhi hanno visto gli avvenimenti?

La classe di Kafka

Ogni giorno, a un ragazzo di nome Kafka era difficile trovare il suo banco in classe. Quando si dirigeva verso un posto, credendo fosse suo, allora lo attendeva una voce derisoria:
«Questo non è il tuo banco, stupido Franz».
«Di nuovo hai dimenticato dov’è il tuo posto».
«Quanto sei confuso e stupido, poveretto».
E così aspettava l’insegnante stando in piedi in un angolo.
L’insegnante vedendolo, l’avrebbe sgridato:
«Che hai fatto ieri, Franz, che sei nell’angolo già dalla prima ora?».

Giorgio Linguaglossa

In virtù del proprio carattere ancipite il linguaggio
è costituente dell’arte e suo nemico mortale […] Il
vero linguaggio dell’arte è muto, il suo momento
muto ha il primato su quello significante
(Adorno, Teoria estetica, 1970)

La repressione del desiderio da parte della istanza del significante produce, lacanianamente, il fantasma che impersona il ruolo di «sostegno» del registro del Reale, ma, al contempo, la liberazione della repressione da parte della produzione di merci produce, in contemporanea alla istanza repressiva, una contro istanza liberatoria; la liberazione del desiderio residuo così verificatosi può essere reinvestito nella acquisizione di beni, di merci. E il desiderio residuo ritorna nel Reale. E così il ciclo si chiude. Per riaprirsi subito di nuovo in un eterno ritorno del represso e in un eterno ritorno della liberazione dal represso. L’eterno ritorno del sempre eguale è un formidabile sostegno del Reale. E questo eterno ritorno che si ripete ossessivamente produce angoscia, l’angoscia asettica e asessuata che non dipende da alcun oggetto e da alcun soggetto, e neanche da se stessa, In tal senso, l’angoscia è libera, libera di oscillare tra il Reale e la realtà, come un pendolo, senza mai fermarsi, ché, se si arrestasse cesserebbe di essere angoscia, sarebbe desiderio compiutosi. L’angoscia quindi sta al desiderio ma come contemporanea sospensione del desiderio che oscilla come un pendolo. Ma tutto questo andrà perduto, viene compromesso dall’instaurazione dell’Edipo sovrano, tutta la produzione desiderante viene schiacciata nella rappresentazione, le associazioni libere invece di immettere connessioni polivoche, vengono biunivocizzate, linearizzate, sospese ad un significante dispotico. Le macchine desideranti vengono indebolite, addomesticate, edipizzate, ci dice Deleuze. E questo «indebolimento» del desiderio produce di rimbalzo anche l’«indebolimento» dell’angoscia.
La nostra angoscia, quella degli uomini del XXI secolo, è una «angoscia indebolita». Così come la nostra percezione della «catastrofe» è una «catastrofe indebolita». Forse l’angoscia  che si indebolisce, prima o poi avrà termine, ci sarà un punto di non ritorno, quello sarà il paradiso, l’aver raggiunto una sorta di quiete. Ma la quiete, una volta raggiunta, produrrà di nuovo angoscia. L’angoscia della quiete. E sarà di nuovo l’inferno dell’angoscia. Per il momento ci dobbiamo accontentare della nostra angoscia portatile, derubricata.

10 commenti

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10 risposte a “Ranko Risojević, da Rumore, taccuini della bosnia Erzegovina, Sull’Angoscia, Appunto di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Due Pannelli bidimensionali del 1975

  1. «Svelare l’arcano della fattura del plusvalore». Sta in questa piccola frase di Marx il destino del capitalismo e, quindi, anche di noi.
    Anche l’angoscia Ci si presenta sotto la veste di un «arcano», non sappiamo da dove viene né dove è diretta. Di fronte a lei Ci scopriamo disarmati. Ella va e viene, passeggia su altissimi trampoli, mostra le sue seduzioni, ci seduce in definitiva, Ci ammalia. L’angoscia è il nostro «arcano», svelarla sarebbe come svelare la nostra forma di vita, la nostra nuda vita. Essa ci soprprende a tergo quando beviamo il caffè al bar o quando parliamo d’altro con commensali. A me è capitato di udirla in occasione della presentazione di un libro di cui scoprivo che non avevo niente da dire. Ecco, in quel niente, si affacciava l’angoscia. L’angoscia Ci è fedele. Non Ci tradisce mai.

    Nella misura in cui cresce l’infelicità generale e particolare, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
    Nella misura in cui cresce la libertà delle merci, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
    Nella misura in cui cresce il plusvalore, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
    Nella misura in cui il mondo ci appare immodificabile, cresce corrispettivamente anche l’angoscia.
    La claustrofobia per il chiuso e l’agorafilia per l’aperto, sono l’espressione dell’angoscia come dato immodificabile.

    • milaure colasson

      al caro Diego De Nadai,

      esprimo la mia alta considerazione per la voce recitante che ha saputo interpretare magistralmente la prosa di Bruno Shulz e, in particolare, per la tecnica delle dissolvenze che ha applicato al video, anche quello, magistrale anch’esso, della Stanza n 57 di Giorgio Linguaglossa che spero di vedere presto pubblicata qui.

      Esprimo anche la mia ammirazione per le prose di Ranko Risojevic, in particolare ho apprezzato la scelta dei testi sulla tematica dell’angoscia di oggi che riguarda tutto l’Occidente, tematica centrale dei nostri giorni.

  2. L’angoscia quale tonalità emotiva nell’antichità non esisteva. La medicina ippocratica classificava invece la malinconia come uno dei quattro umori della natura organica dell’uomo. Etimologicamente era la «collera nera» dei medici antichi che spesso nella poesia medievale assunse forma figurale, ad esempio in Cecco Angiolieri oppure nella personificazione dantesca:

    Un dì si venne a me Malinconia
    e disse: «Io voglio un poco stare teco»;
    e parve a me ch’ella menasse seco
    Dolore e Ira per sua compagnia. (Rime LXXII)

    Il Contini definirà questa Malinconia dantesca «larva metafisica bonaria e innocua». “Larva metafisica bonaria e innocua” mi pare si adatti perfettamente ad una moderna considerazione dell’angoscia, così come la descrive Linguaglossa: «La nostra angoscia, quella degli uomini del XXI secolo, è una «angoscia indebolita». Così come la nostra percezione della «catastrofe» è una «catastrofe indebolita».
    Siamo già in un’altra situazione storico-esistenziale rispetto alla propositività heideggeriana dell’Angoscia (Angst) quale “funzione metodica fondamentale in seno all’analitica esistenziale” dove l’esserci, in questa modalità, scopre una possibilità di apertura privilegata che scardina (temporaneamente) l’Essere dalla sua deiezione.
    In questi taccuini bosniaci di Ranko Risojević l’angoscia è «larva metafisica», «angoscia indebolita», agonia lenta che non finisce mai di finire:
    «Nei momenti di risveglio non sono da nessuna parte. Poco prima di quel momento, non ero niente; solo un’ora dopo, sono già questo corpo e questo pensiero lacerato che combatte costantemente con se stesso – il momento del risveglio è prezioso.»

  3. cara Letizia,

    hai colto il centro del discorso. È cosa nota la determinazione heideggeriana
    dell’essenza della metafisica come oblio della differenza di essere ed essente, nonché la contrapposizione del pensiero metafisico ad un pensiero più originario che che viene individuato da Heidegger nei detti dei pensatori aurorali presocratici. Si presenta così un contrasto: un’immagine della storia dell’essere che comincia con il pensiero autentico aurorale per poi cadere nell’oblio della differenza con l’avvento di Platone di contro ad un’immagine che pone la stessa storia dell’essere come storia dell’oblio – togliendo, allora, ogni compiuto riferimento autentico all’essenza dell’essere.
    Come va, allora, intesa la differenza, se si vuole negare che Heidegger sia incappato in una così evidente ed ingenua contraddizione, e se si vogliono dunque tenere insieme le due immagini indicate? Come intendere, poi, la Seinsvergessenheit – l’oblio dell’essenza dell’essere?
    Come questo medesimo Wesen? È qui in questione l’inizio della Metafisica – la quale resta pur sempre il pensiero dell’oblio.

    Forse, azzardo, questa «angoscia indebolita» che coglie tutti noi abitanti del secolo XXI ha origine in questa Seinsvergessenheit, una sorta di asettica nostalgia di quella dimenticanza dell’essere da cui siamo sorti e da cui continuamente sorgiamo.
    Forse, azzardo, è questo il nostro «plusvalore», altrimenti saremmo degli scimmioni che sconoscono la dimenticanza dell’origine.
    Ogni parola che noi abitiamo è la patria di un’altra parola dimenticata e/o rimossa. Così noi abitiamo sempre, inconsapevolmente, una dimenticanza, una rimozione.

  4. INEDITO DEL NUOVO VOLUME HORCRUX
    POSTED ON GENNAIO 9, 2021 BY MARIO M GABRIELE

    Eduard Hopper ha fatto en plein
    con dipinti e acquerelli nel Museum di N.Y.

    Un album di litanie riportò Nick Cave alla preghiera.
    L’unico modo per non rattristare Jones
    è aprirle l’armadio con le collezioni Van Cleef & Arpels.

    Il tempo ti ruba la neve e il sorriso
    quando cadono le ballerine on ice.

    Amelia Giordani faceva ròsbif
    senza conoscere le newsletter di BioFood.

    44 anni estetista e crioterapeuta,
    Daniela ha chiuso i negozi di rossetto sexy.

    Sui banconi della ELLEESSE difficile è trovare
    L’Erboristeria cinese e i costumi tibetani.

    Roby, classe 1990 è diventato curatore d’archivi
    per la Georgia Town.

    Tornano i tempi domestici, i minuetti di Mia Martini.
    Chi rifarà lo spartito a Moonlight Serenade?

    Povera Lilly! Ha scambiato Barbie
    per una modella Armani.

    Abraham Yehoshua ha fatto di Raskolnikov
    uno scriptorium di farfalle spirituali.

    Il futuro di George è già scritto in modalità blended.
    Leggendo il Dizionario Work ci sono neologismi sonori
    utili per le Coverstories .

    Mikalovic ha un bungalow dove ha riposto
    i poeti di Ljubomudry senza OL’Ga Sedakova.

    La morte è quella che più complica la vita
    ed è come l’acqua che scorre tra le mani.

    A sentire Laurence Boone
    “Il mondo è sempre più imprevedibile”.

    Il padre di Katrin non sa
    se le diapositive diventino gialle.

    Qualunque cosa faccia
    trova sempre la distanza tra Essere e Avere.

    Siamo buoni, Kravitz!
    Liberiamo Kafka da Il Processo.

    Giorgio Linguaglossa says:
    gennaio 9, 2021 at 6:12 pm

    L’aura che trasmette questo linguaggio poetico del poeta anziano si dístacca fortemente dalla tradizionale rappresentazione di uno stile sereno, malinconicamente articolato. Esso mette invece in risalto come Mario M. Gabriele, un maestro della poetry kitchen, che padroneggia completamente il suo mezzo, si distacchi dalla poesia tradizionale e con ciò anche dal suo pubblico abituale.
    « Il tardo stile (Spätstil, in svedese) è un esilio che da un certo punto di vista comporta uno sfoltimento di tutto il bagaglio non essenziale, ma da un altro implica un rigetto delle esigenze del linguaggio tradizionale di pacificazione di contrasti e contraddizioni, come di tutte le esigenze di contesto e di conseguenza. La disarmonia e la frammentazione nell’immagine della realtà e nel linguaggio sono elementi naturali in questa fase tarda. Sull’irosa irragionevolezza riposa volentieri una forte sospettosità », scrive Kjell Espmark nella nota introduttiva al suo ultimo libro del 2019 tradotto da Enrico Tiozzo –

    Francesco Paolo Intini

    SOLUZIONE BLU PICASSO

    Il sole atterra, scende blu di Picasso
    Il pilota inciampa in una perla

    Racconti d’agave girati a donna
    E tigre su malva:-Che ci sto a fare qui?

    Appare l’asso biondo
    (omissis)

    Il runico crea un angelo
    A lui le chiavi dell’Apocalisse

    Chi vede blu Picasso
    Si tramuta in piombo

    Negli occhi il ghiaccio di Magellano
    Blu sulla prua della Vittoria

    Gli States nel bunker di Berlino.

    S’intravvede il Guadalquivir
    E di tanto in tanto Siviglia al centro

    Un calcio d’inizio,
    o nel culo della Germania

    Ci raggiunge una sedia elettrica mentre aspettavamo una motosega
    Nel curriculum non c’è un’estinzione andata a male

    Il blu di Picasso si stende su Venere
    fermo a uno spillo che brucia nell’ occhio

    Linguaglossa:- Il sole atterra sulla punta di uno spillo
    il blu di Picasso ottiene udienza dal Papa

    il pilota automatico inciampa in una perla
    atterra su una luna di Giove e si fa la barba

    Rachmaninoff in mano a parrocchetti
    Blu in pasto ai premi di poesia

    L’ineffabile svolazza sul ring
    Becco curvo contro Clay

    se un uovo schianta il corno
    Ci sarà la chiusa a coca e strisce

    Dresda pigia tasti blu
    una sega il piano

    Il pilota rimette i tacchi a spillo.
    Danza un secolo con l’ agave spoglia.

    Il blu di Picasso si vende sul Sole
    indossa un bikini stracciato da Giove.

    (…)

    Una struttura non può costituirsi se non a condizione di avere una casella vuota che le permette di far circolare i suoi elementi, in questo posto vuoto Lacan posiziona l’oggetto piccolo a, il resto, lo scarto, ciò che non può accedere al simbolico, il luogo della maggiore instabilità della struttura, il punto di catastrofe.
    La catastrofe, quindi, non solo partecipa del Reale ma è il presupposto su cui si basa la struttura stessa.
    (g.l.)

  5. Non ricordo se in Storia universale dell’infamia, in L’Aleph o in Finzioni, Jorge Luis Borges, da lirico dell’ultraismo e da autore di riferimento del realismo magico, scrive:« Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».
    Sempre in una delle sue opere, ma in un’altra occasione, Borges ci ricorda, e cito lungo il filo della memoria, che ogni persona che passa nella nostra vita è unica e sempre lascia un poco di sé in noi e sempre si porta via un pco di noi.
    Certo,ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
    Le parole di Borges mi sono tornate in mente leggendo questo autore, Ranko Risojević, oggi proposto da Giorgio Linguaglossa su questa pagina de L’Ombra delle Parole, soprattutto quando egli medita su

    Vecchie fotografie

    (“Le fotografie ereditate spesso pongono a coloro che le hanno accolte molte domande quasi del tutto irrisolte. In un primo momento ci chiediamo se conosciamo tutte le persone sulle foto, ma con il passare del tempo ci chiediamo quando e in quale occasione è stata scattata questa o quella fotografia. Quando si tratta delle nostre foto, quelle personali, ci pentiamo di non aver scritto le date, poi ci chiediamo come mai qualcuno – il padre, la madre, il fratello o il parente – non abbiano scritto una didascalia accanto alla foto. Quanto più passa il tempo, tanto più abbiamo bisogno di didascalie sempre più grandi; alla fine ci accorgiamo che si tratta di un romanzo, del nostro o dei nostri parenti”).

    Sul tema dell’angoscia già hanno meditato, come meglio non si può fare, sia Letizia Leone sia lo stesso Giorgio Linguaglossa.

  6. Carlo Livia

    L’angoscia è paura dell’indefinito, inafferrabile, impredicabile, del Nulla (l'” angst” di Heidegger), ma anche traccia del Dio morto, richiamo ineludibile di nostalgia ( Kierkegaard ) che conduce ad una ontologia fondata su istanze extra-razionali, intuizioni estetiche, artistiche
    ( Schelling ).

    I testi di Risojevic indicano la necessità di una conversione dal pensiero logico in analogico, di un capovolgimento della gerarchia assiologica delle dimensioni psichiche freudiane, di un prevalere dell’inconscio sul conscio, liberando la sfera emozionale dai vincoli dell’istanza razionale e morale.

    Ma è esattamente quello che avviene nella psicosi. Conscio e inconscio devono integrarsi senza prevaricazioni, per non precipitare nel delirio o restare nella vita deprivata, addomesticata, del “gregge, del cane legato alla catena” ( Nietzsche ) pieno di rabbia e frustrazioni, condannato al buio e all’incertezza, agli “scorni di chi crede/ che la realtà sia quella che si crede” ( Montale).

    Dalla metafisica platonica in poi la ragione, l’idea ha sostituito l’Essere. Confondendo la propria sete di dominio con la verità il “pensiero calcolante” ha precluso l’accesso alla capacità cognitiva del sentimento, della sfera più profonda della psiche.

    Ma “ciò che è stato compreso non esiste” ( Eluard ) e sono proprio i risultati della moderna ricerca scientifica a provarlo (Heisenberg).
    Come le dimensioni e le traiettorie degli elettroni, ineluttabilmente falsificate dalle procedure per determinarle, dogmi e paradigmi formalizzati in senso logico-matematico alienano dalla verità lo sguardo che indaga.

    È proprio lo strumento dell’indagine, il linguaggio, a creare l’illusione, specialmente quando si addentra nei territori della metafisica.
    Mentre nel campo della conoscenza empirica le parole, seppure inerti a cogliere il noumeno, riescono ad essere un efficace strumento operativo
    (consentendo gli sviluppi straordinari delle scienze e tecnologie) nella speculazione astratta le parole sono come “le ali di un uccello che vorrebbe volare nel vuoto, in mancanza di aria”. (Kant)

    Si tratta di giudizi analitici, o paralogismi, che derivano semplicemente dal proprio significato, proditoriamente camuffati da giudizi sintetici, che accrescono la conoscenza articolando diverse prospettive.

    È come trovarsi in una stanza in cui le finestre, invece che vetri, hanno specchi, o immagini dipinte. Crediamo di vedere la realtà ( Dio, il nulla, la libertà, l’Infinito, ecc.), ma in realtà vediamo solo noi stessi, o le immagini interiorizzate che altri hanno creato.

    Ma questo vuol dire che fuori della stanza non cia sia nulla?
    Ecco la grande aporia, l’errore della modernità. Come se il nulla non fosse un altro impredicabile, prospettico elemento del nostro sguardo alterato, disconnesso dalla propria arcaica capacità di visione olistica.

    Jung sostiene che la ineluttabile necessità di creare mitologemi e simboli metafisici sia una facoltà innata, ereditata geneticamente come la paura, il desiderio, la disposizione a creare organismi sociali, infatti è quello che hanno sempre fatto, in ogni cultura, profeti e poeti.

    Nella modernità è stato giudicato improprio, mistificatorio l’uso del linguaggio analogico, perché valutato in senso oggettivistico, come nella produzione di verità scientifiche.
    Gianni Vattimo, erede dell’esistenzialismo nicciano e heideggheriano, ha mostrato come l’assenza di fondamento, di verità assoluta, sia la semplice constatazione che qualunque verità non può che essere ermeneutica, relativa, prospettica. Ma il “pensiero debole” non è rassegnazione al vuoto cognitivo, ma una apertura verso forme emancipate dalla fossilizzazione, autoritaria e normativa del dogmatismo.

    Il grande profeta dell’angoscia moderna, Kafka, vedeva nell’oscurità della ragione il profilo del Dio assurdo, onnipotente, ma che permette il male, ma allo stesso tempo la dimensione colpevole, degradata della nostra ragione, che vorrebbe ridurre il prospettivismo in certezza, come se “la parte potesse comprendere il tutto” ( Spinoza):

    “Ciò che noi possiamo cogliere è il segreto, l’oscuro.
    In esso abita Dio. Senza questa oscurità noi supereremmo Dio.
    Per questo Dio deve rimanere nel buio.”
    Franz Kafka

    “Dice verità chi dice ombra.”
    Paul Celan

    “Gli Dei non muoiono che dello stare in mezzo a noi.”
    René Char

  7. Cos’è un Editoriale*

    È un termine che viene usato piuttosto liberamente e spesso esteso a qualunque articolo di commento o opinione.
    Treccani invece spiega:
    “Articolo di fondo che viene stampato, talora senza firma, nelle prime colonne della prima pagina di un giornale (o nella prima pagina di una rivista) e rispecchia l’indirizzo politico del giornale stesso”.

    Quindi, a essere corretti e rigorosi sul significato, l’elemento peculiare dell’editoriale è che è scritto “a nome del giornale” e quindi è firmato dal direttore o da un responsabile importante, oppure non è firmato.
    In molti quotidiani internazionali è più frequente – rispetto a quelli italiani – la tradizione di una sezione fissa di editoriali non firmati, all’interno delle pagine dei commenti e delle opinioni: che possono essere anche tre o quattro ogni giorno ed esprimere una posizione su diversi argomenti, a volte anche più leggeri. In Italia è un’idea che ha ripreso il Foglio alla sua nascita – quando declinò alcune delle impostazioni formali del Wall Street Journal – e che mantiene ancora oggi. Anche il Post pubblica editoriali non firmati, anche se molto saltuariamente (e con una scelta simile nella gran parte degli articoli).

    Ma appunto per questa abitudine agli editoriali non firmati, si è fatto notare questa settimana negli Stati Uniti l’annuncio del maggiore quotidiano dell’Oklahoma – che si chiama The Oklahoman – per cui gli editoriali d’ora in poi saranno firmati. Le cose stanno cambiando, dice l’editoriale sugli editoriali, ed è meglio che i lettori sappiano sempre chi scrive: alla fine anche gli editoriali sono espressione di un autore (in particolare all’Oklahoman li scrive quasi sempre una sola persona). La scelta segue un anno di frequenti polemiche sulla difficile distinzione tra le pagine dei commenti e le altre nei quotidiani americani: dove appunto sono spesso curate da due redazioni separate.

    Saviano sulla torta

    Due storie contigue di cui abbiamo scritto molto nei mesi scorsi hanno trovato venerdì la sintesi più spettacolare nell’annuncio che Roberto Saviano scriverà e produrrà contenuti per il Corriere della Sera: la prima storia è l’uscita da Repubblica di molti giornalisti e collaboratori più o meno noti, ma stavolta si parla del più grosso di tutti; l’altra storia è la competizione decennale tra Repubblica e Corriere che in questa transizione del primo sembra volgere più a favore del secondo, e il passaggio di Saviano – a cui si lavorava da qualche settimana – ne è una concreta sanzione.
    Ora c’è una terza storia, naturalmente, che è l’inserimento delle opinioni e delle scelte di Saviano – molto di sinistra, polemiche e sovversive – nel contesto della tradizionale “moderatezza” del Corriere della Sera, e nelle abitudini della cospicua parte dei suoi lettori più conservatori. Quasi tutti i “fuoriusciti” di Repubblica dei mesi passati erano andati a scrivere sul Fatto o su Domani, con passaggi più prevedibili.

    La Netflix della cultura che ci sarebbe già

    Da diversi mesi è capitato spesso che qualcuno chiedesse un maggiore impegno della RAI – il servizio pubblico radiotelevisivo, come si chiama – nel compensare le mancanze del sistema scolastico provocate dalla pandemia e dalle limitazioni conseguenti: in particolare rispetto ai poco convincenti annunci del governo sulla creazione di nuove piattaforme culturali online si è detto assai che dovrebbe fare di più la RAI col suo grande potere di comunicazione e mezzi. Questa settimana BBC – l’altro servizio pubblico europeo con cui RAI si confronta spesso – ha annunciato un progetto per intensificare la programmazione didattica per i ragazzi a casa da scuola, tra diffusi apprezzamenti.

    * da: Charlie, raccontare i fatti e cambiarli

    Perché ho citato questo pezzo? Perché tocca un problema di fondo: la scrittura di un Editoriale, aspetto essenziale per una rivista, non soltanto perché disegna la linea politica, ma perché indica anche i contenuti di riflessione, la strategia di lungo periodo e quella di corto periodo, e la tattica del momento di un giornale (on line o su carta). In tal senso, ad esempio, ogni post della nostra rivista demarca il «territorio» di un editoriale, fonda un linguaggio, decide quali categorie di pensiero utilizzare, quali parole adottare e quali rigettare. Insomma, un editoriale non può essere una riflessione generalista come va di moda oggi, ma deve prendere una posizione, assumere una linea di fondo,
    (g.l.)

  8. La poesia non è un libero movimento dell’emozione,
    ma una fuga dall’emozione; non è l’espressione della personalità,
    ma una fuga dalla personalità.
    Ma, certamente, solo coloro che hanno personalità ed emozioni
    possono sapere cosa significhi voler fuggire da esse.

    (Eliot)

    Sull’Angoscia

    Kierkegaard nella sua opera Il concetto dell’angoscia (1844) designa lo stato dell’uomo di fronte all’esistenza, che gli si presenta come possibilità indeterminata in cui si cela sempre l’alternativa della morte.
    A tale situazione di angoscia esistenziale l’uomo può rispondere fondamentalmente in due modi:
    con il suicidio, negazione radicale di ogni possibilità;
    con la fede, attraverso la quale l’uomo fa appello alla sorgente stessa di ogni possibilità.

    Ebbene, entrambe le soluzioni proposte dal filosofo danese non sono soluzioni ma escamotage, una finzione che ha l’apparenza di risolvere un problema irrisolvibile. Sono delle inaccettabili scorciatoie. Né il suicidio né la fede sono la soluzione per l’angoscia, soltanto la praxis per un mondo che sia libero dall’angoscia è la soluzione del problema dell’angoscia.
    Agire nel mondo reale in modo che la mia angoscia sia dissolta in concomitanza con l’angoscia di tutti gli altri uomini.
    Non esiste una via individuale al problema dell’angoscia. Finché il virus dell’angoscia colpisce gli uomini, nessuno può sentirsi libero dall’angoscia, ed è inutile cercare di risolvere il problema con delle scorciatoie.

    Sul problema dell’angoscia si legga l’intervista a Franco Volpi

    http://www.asia.it/adon.pl?act=doc&doc=348

  9. Nella celebre intervista televisiva del 1969 Heidegger pone il problema dell’angoscia in termini nuovi. Così si esprime Franco Volpi:

    Il quadro è profondamente mutato rispetto agli anni di Che cos’è metafisica? (1929), e tuttavia il fatto che Heidegger si rifaccia alla conferenza del 1929 segnala che egli intende pensare in continuità con quel testo. È intervenuta la nuova attenzione per il fenomeno della tecnica moderna, che impone di modificare l’impianto trascendentale ancora troppo «soggettivistico» della prima filosofia heideggeriana. In fondo, sia in Essere e tempo (1927) sia in Che cos’è metafisica?, tutto ruota attorno all’esserci quale punto archimedeo da cui è generato e da cui dipende il senso delle cose. Già nella prolusione, il concetto di angoscia e l’esposizione dell’esserci al nulla mostrano come la generazione del senso da parte dell’esserci non stia del tutto a disposizione dell’esserci stesso, non provenga da un suo atto di consapevole e volontario conferimento, ma dipenda dalla situazione umorale in cui l’esserci si trova. Per pensare in modo radicale questa «gettatezza» dell’esserci, Heidegger è costretto ad abbandonare il primato quasi trascendentale dell’esserci e a compiere quel «salto» nell’essere e nella sua storia, che caratterizza la sua riflessione successiva. Da questa prospettiva, la tecnica, forma epocale del mondo moderno, gli appare come un destino assegnato all’uomo dall’essere. Rispetto a ciò l’uomo crede di essere un «soggetto sovrano», ma in realtà non lo è e non ha la possibilità di autosalvarsi. «Ormai soltanto un Dio ci può salvare», recita il titolo della celebre intervista concessa allo Spiegel e pubblicata alla sua morte. Chi oggi crede che l’uomo abbia nelle proprie mani la possibilità di salvarsi, non ha ancora capito la gravità della situazione. Pecca di «pelagianesimo», se così si può dire, ossia di quell’antica eresia che riteneva possibile salvarsi anche senza la grazia soprannaturale. In altri termini: non si rende conto che egli è già sempre calato in un mondo e in una storia di cui non dispone e a cui può solo cercare di adeguarsi. Questo orizzonte in cui noi stiamo, e che si sottrae alla nostra presa, Heidegger lo nomina con il termine più generale e indefinibile di tutti: l’«essere». Come comportarsi una volta riconosciutolo? C’è una virtù all’altezza delle sfide poste dalla tecnica e dal destino epocale in cui ci troviamo? Per Heidegger la virtù e la morale rimangono qualcosa di penultimo rispetto alle realtà ultime che la tecnica smuove. Non ha senso spostare questa o quella pedina sulla scacchiera, quando è l’intero tavolo da gioco che è stato ribaltato. Bisogna piuttosto fare un «passo indietro» e richiamare l’uomo ai limiti della sua finitudine: l’uomo è un problema senza soluzione umana.

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