La stella di Natale, Poesia di Boris Pasternak, traduzione di Antonio Sagredo

boris pasternak

Una traduzione delle Poesie di Jurij Živago fu realizzata da Mario Socrate e pubblicate nel novembre del 1957. Le poesie erano una sorta di appendice al romanzo Il dottor Živago (1957) e il tutto fu pubblicato in prima edizione mondiale nei Narratori Feltrinelli. Seguirono innumerevoli pubblicazioni. Ho scelto di fare una traduzione di una sola di queste poesie La stella di Natale la più possibile libera poiché sono trascorsi 63 anni, e secondo me necessitava una revisione propriamente non ortodossa, sperando di fare qualcosa di positivo. Non so se vi siano altre traduzioni di questa poesia.

(Antonio Sagredo)

Ancora di questi tempi, anni ’70, è usanza che i bambini portino alberi di Natale ai cimiteri. Tanto ricorrente questo tema che vi è una poesia di Andrej Voznesenskij (1933-2010), intitolata Alberi di Natale: Ali / a reazione / di alberi / sfondano i soffitti… / e l’irruenza dell’albero / è come una donna nel buio / tutta nel futuro / tutta perle / con gli aghi sulle labbra. Vedi anche il Corso monografico su Majakovskij del 1971 di A.M.Ripellino op.cit., p. 76. Nel Natale di Majakovskij c’è un risentimento verso questa festività, tant’è che dice: ”Ci sarà un pieno Natale/ Così che/ persino/ si avrà noia di celebrarlo.”, ma siamo nel 1916! – Il poeta Pasternàk torna, da una passeggiata nel bosco – forse c’è stata una bufera di neve – verso casa, e si vede lui stesso come albero di Natale in movimento (4°, 5° e 6° verso). Siamo vicino ai giorni di Natale, e tutto è visto dagli occhi del poeta come evento puramente festoso: egli ama il tepore della casa, della sua camera, e quello dei parenti che gli si stringono intorno con tutte le dicerie e chiacchiere tipici del periodo natalizio. È, dunque, tutto visto, come con un occhio di bue teatrale più che cinematografico, ma non vi sono lampi di luce che saettano di qua e di là, i quali sono invece armonici e partecipano essi stessi all’evento; e mettono in evidenza ciò che si svolge fuori, come quinte esterne (le mele, i pini, il giardino, ecc. e i profumi e gli aromi relativi), mentre all’interno si muovono personaggi e cose umanizzate, recitando le rispettive parti natalizie; e ogni cosa (al melo le mele) e ogni persona, al loro posto; così le camere sono cosparse di profumi. Non c’è dissonanza, non ci sono urli, e tanto meno infelicità e tristezze, ma solo contentezza intima, privata, che traspare anche dai volti dei famigliari e degli ospiti. E poi le figure femminili vestite a festa che irrompono e che sono motivo per il poeta di “attrazione femminile che continuerà ad essere associata nell’immaginario pasternakiano al profumo degli agrumi. Nella famosa festa dell’albero di Natale dagli Sventickij Juij Živago s’inebria del profumo dei mandarini e di Tonja, premendo alle labbra il fazzoletto di lei. Ma già nell’Infanzia di Ženja Ljuvers la sensualità della madre passa alla figlia per mezzo di uno spicchio di mandarino che la rinfresca durante il viaggio nel treno”, in Boris Pasternàk, Il soffio della vita, op. cit., nota 53, p. 82; prefazione di Evgenij Pasternàk. La camera di lavoro di Pasternàk così è descritta da suo fratello Aleksandr Leonidovič: “La sua camera, già nella giovinezza, era un esempio di rara severità, di semplicità e di vuoto: un tavolo, una sedia uno scaffale per i libri. Nessun quadro, nessun oggetto d’abbellimento,. Era rimasto così anche dopo, nelle varie fasi della sua vita. Non l’ho mai conosciuta altrimenti”, in Boris-Aleksandr-Evgenij Pasternàk, La nostra vita, op. cit., p. 142. La foto di copertina di questo libro ritrae il poeta nella sua camera; si evince anche che era mancino (!?). In una seconda foto (parte inferiore della copertina) compaiono i fratelli Pasternàk con la loro madre durante una villeggiatura estiva. Il valzer a cui si riferisce Pasternàk è probabilmente quello del compositore viennese Joseph Lanner (1801-1843); ma pensiamo anche ai valzer polacchi, di cui si sentì molto attratto! Poesia gioiosa, che contrasta con un anno che ha colpito duramente il poeta: la morte della Cvetaeva il 31 agosto del 1941; il poeta reagisce nella maniera che gli è più congeniale: rivolgendosi alla Natura, vivificando in essa ogni creatura umana felice o infelice che sia stata; reagendo con serenità alle vicende belliche in corso (l’8 settembre del 1941 comincia l’assedio di Leningrado che termina con la vittoria russa il 27 gennaio 1944), contrapponendo alla tragedia la sua visione ottimistica, ma non certo per calcolo o opportunismo: è che il poeta guardava al dopo, quando tutto è già passato, tant’è che una sua raccolta di fine guerra s’intitola Quando il tempo si rasserena. In una poesia di questa raccolta Dopo la tempesta di neve più che simbolicamente nei primi due versi così dice: “Appena la tempesta s’è calmata,/tutt’intorno subentra la quiete”.

Riporto qui la traduzione di Paolo Statuti (2018) : Valzer con lacrima >> Come io l’amo nei suoi primi giorni /Appena giunto dal bosco o dalla tormenta!/I rami non hanno ancora vinto l’impaccio./I pigri fili non mostrano turbamento,/E con una lenta luce cangiante/Pendono come canutiglia d’argento./Il ceppo è protetto da un sordo manto./Indoratelo, rendetelo giulivo /Non batterà ciglio. Eppur così modesto/In una lamina lilla e smalto turchino/ Lo avrete a mente finché esisterà l’universo./ Come io l’amo nei suoi primi giorni,/In una ragnatela o dall’ombra coperto!/ Nella prova solo stelle e bandiere,/ La malaga non hanno ancora messo./ Le candele sembra non siano vere,/Non fuochi, ma tubetti di rossetto./ E’ irrequieto e ansioso come un attore/Insieme ai suoi nella serata d’onore./ Come io l’amo nei suoi primi giorni/ Tra le quinte con un gruppo di parenti./ Le mele al melo, le pigne all’abete./ Ma non a questo. Esso è nella quiete./E’ di un taglio assai diverso./ E’ stato segnato, è stato prescelto./ Per lui stasera comincerà l’eterno./ Esso non teme affatto il detto./ Un destino insolito gli è prescritto:/ Nell’oro delle mele, come profeta al cielo,/ Come ospite di fuoco volerà al soffitto./ Come io l’amo nel primo momento,/ Quando l’abete è l’unico argomento.*

[da una mia nota n. 283 al Corso monografico su B. Pasternàk di A. M. Ripellino del 1972-1973]

Boris Pasternak

La stella di Natale

L’inverno tormentava ogni cosa.
Dalla steppa il vento urlava senza requie.
Nella grotta, sul fianco della collina,
il nuovo nato aveva freddo.

Il fiato del bue lo scaldava.
C’erano nella grotta
altri animali mansueti
e sulla culla si spandeva un mite tepore.

I pastori assonnati scuotevano dai mantelli
la paglia dai giacigli e i granelli del miglio,
e scrutavano dai burroni
gli spazi della mezzanotte.

In lontananza, sepolte dalla neve, la pianura,
le pietre tombali dei cimiteri, le staccionate,
le stanghe dei carri scorgevi nella neve,
e il cielo stracolmo di stelle incombeva sul camposanto.

E così vicino da non averla mai veduta
più umile, più discreta di un lucignolo
alla finestrina di un riparo
una stella luccicava sulla via di Betlemme

Ardeva come un pagliaio,
lontana da Dio e dal firmamento,
ardeva come i bagliori di un incendio,
i fuochi di una masseria e un granaio in fiamme.

Spiccava come un covone incendiato
di paglia e di fieno
vagante per l’intero universo
turbato da quella nuova stella.

Da ogni parte intorno a lei si spandeva un fulgore
rossastro sempre più ardente e colmo di presagi,
e tre astrologhi si presentarono
al richiamo di misteriosi fuochi.

Una carovana di cammelli portava doni a non finire.
Piccoli e bardati asinelli, da sembrare più piccoli
mentre scendevano dal monte.
E, in una inspiegabile visione di tempi così imminenti,
si mostravano nelle lontananze tutte le cose che poi si compirono.
Tutto ciò che fu pensato nei secoli, tutti i sogni e i mondi,
tutto il futuro delle gallerie e dei musei,
tutti i giochi delle fate e le opere dei maghi,
e del mondo tutti gli alberi di natale, tutti i sogni dei bambini.

Tutte le ghirlande e il tremolio di tutte le candele accese,
e le meraviglie dei variopinti sfolgorii…
… E sempre più pungente e rabbioso il vento flagellava dalla steppa…
… Tutte le mele e i globi dorati…

Dietro gli ontani si scorgeva un pezzo dello stagno,
lo si vedeva di là anche dal lato opposto
oltre i nidi dei corvi e le cime degli alberi.
E lungo il terrapieno si riconoscevano
i pastori, gli asini e i cammelli.
”Inchiniamoci davanti al miracolo, andiamo, andiamo anche noi”
così parlarono allacciandosi i mantelli.

Camminando nella neve si scaldavano.
Le impronte di nudi piedi era una lunga traccia di lamine lucenti,
una guida alla capanna attraverso la pianura scintillante.
E contro quelle impronte, come presso la fiamma di un moccolo,
i cani latravano ai raggi della stella.

Sembrava una fiaba la notte gelata:
per tutto il camino se ne veniva giù dai monti
innevati qualcuno che era, fra loro, invisibile.
I cani erano inquieti e guardinghi ,
e timorosi s’accucciavano ai piedi dei pastori.

Procedevano uniti alle genti per quella strada
e per quelle contrade degli angeli già conosciute.
Come incorporei, trasparenti, erano invisibili,
ma l’impronta del loro piede restava sulla via.

La gente si radunava sulla rupe. L’alba era vicina.
E già i rami dei cedri erano visibili.
Maria chiese a quelli chi fossero.
Risposero che erano pastori inviati dal cielo
e che erano lì per cantare a loro due le lodi.
Lei disse che eran troppi e di aspettare sulla soglia.

C’era una bruma cinerina fin dal primo mattino,
e qui mulattieri e allevatori battevano i piedi.
Chi camminava urlava contro quelli a cavallo;
e vicino al tronco cavo colmo d’acqua
i cammelli mugulavano e gli asini scalciavano.

I primi albori ripulivano il cielo
delle ultime stelle, come granelli di cenere.
Tanta era la gente che Maria fece entrare
soltanto i Magi traverso la soglia di pietra.

Luminoso il bambino dormiva in una culla di quercia,
pareva un raggio lunare entro un cavo tronco.
Non era avvolto dalla calda lana di pecora,
lo era dal respiro di un asino e dalle narici di un bue.

I Magi nell’ombra, al buio della capanna
balbettavano, erano ammutoliti.
Ma qualcuno in quel buio prese
con le dita uno dei tre Magi e lo spostò
a sinistra verso la mangiatoia;
quello si voltò indietro: e sulla soglia , come in visita
alla Vergine, mirava la stella di Natale.

[libera traduzione di Antonio Sagredo, 1983-2020]

Pasternak

Boris Pasternak

16 commenti

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16 risposte a “La stella di Natale, Poesia di Boris Pasternak, traduzione di Antonio Sagredo

  1. antonio sagredo

    Vorrei rammentare una mia dimenticanza che, oltre alla traduzione di Mario Socrate, vi è quella di Paolo Statuti che la pubblicò nel suo blog — Un’anima e tre ali —

  2. Tantissimi AUGURI agli Amici dell’ Ombra

    Dal nulla spunta il Presepe. Con le idee chiare del rappresentante che illustra i suoi prodotti: stelle, pastori, serafini sospesi a fili di nylon su spettacoli di neve e sughero. Tutto questo mondo in cui scorrazzano conigli, pecore, galline e pastori era stato concepito nel dopoguerra all’ombra del Vesuvio non certo per l’ epoca post moderna. La macchina si è ingrippata da non poco e dunque ci sono Rolls Royce e Cadillac a intasare la strada per Betlemme. Il tempo è ateo, non ammette altro Dio che sé stesso, come frutto del disordine e suo genitore ma allora il Piccolo del 25 dicembre chi è?
    Una variante nel panorama di chi nasce in ogni istante o un germoglio qualsiasi sull’unica pianta della vita?
    Una parte consistente della popolazione è per la prima idea e dunque gli attribuisce tutte le proprietà che un Dio deve possedere, prima fra tutte quella di non aver niente a che fare con gli oggetti che tocchiamo ahimè! destinati a nascere e scomparire.
    Il tempo in questo è maestro e di certo sa fare bene il suo lavoro di smaltimento e riciclaggio infischiandosene di chi non gli riconosce onnipotenza e onnipresenza.
    Il presepe come la domanda però rimane uguale a sé stesso alla faccia anche del 2020 che piove ancora da nubi nere e scorre nel solco di questo enorme scetticismo. Basta tirarlo fuori dal box nel giorno in cui decidiamo il big bang e subito si mette all’opera seguendo leggi e ritmi che funzionano a meraviglia.
    Leggi semplici che si accavallano e si susseguono per come vanno sistemati i pastorelli, le grotte, la scalinata, lo spirito napoletano in ogni figura che mima un lavoro. Manca la motivazione iniziale, la legge delle leggi che renda uguale il buio della cantina alla luce della cometa sulla stalla. Sarà per un’altra volta. Per il momento c’è questo bambinello che nessuno sa se è quello che dirà in seguito. Speriamo per il momento che ci dica qualcosa sul gioco dei dadi che di questi tempi manda in campo le sue combinazioni migliori e sembra davvero imbattibile.
    Magari soltanto con un vagito.

    Francesco Paolo Intini

  3. antonio sagredo

    preVISIONE, proFEZIA, e altro….

    —————————————————————
    L’Ospizio delle Libertà in San Giovanni

    Quando il Fato giunge di soppiatto a conteggiare noi
    e gioca a nascondino come un cieco delatore,
    celebrare il tradimento è un dono razionale.
    Le falene non s’addicono alla luce di fari già dimessi,
    quando i morituri non prestano alle maschere le ossa.

    Mirava dei patiboli i decubiti stellari, esangui,
    e di una tortura i rigurgiti di traiettorie senza fine.
    Gli insensati strofinìi delle comete su muraglie inesistenti
    e dei ratti la peluria di sfolgoranti squittinìi – mirava…
    e su di te, davvero, non sai se sfacelo o rovina!

    Quando giungerà il terribile Natale di scintille e di tragedie
    assetate i commensali con fiumare di acque feniche!
    Gli zoccoli s’appestano in un silenzio di galoppo,
    i sentieri hanno un volto equino come i quattro candelabri.
    Leviteranno tumuli di anatemi in tumulti di calunnie,
    ma noi brinderemo ai miti che hanno scavato un vuoto oblio!

    antonio sagredo

    Vermicino, 6/11 dicembre 2006

  4. Il Natale ormai è entrato a far parte della nostra metafisica. Noi pensiamo in termini di Natale e di natalità in quanto siamo abitati da una certa metafisica che ci accompagna dalla culla alla tomba.
    Il racconto della nascita di un bambinello in una mangiatoia della Palestina è diventato una narrazione inconscia, fa parte del nostro immaginario. Ma l’immaginario è sempre un sostegno del Reale. Il Reale si sostiene su dei sostegni che sono le sue narrazioni. Il reale è ciò che ci viene narrato.
    Nel mondo pagano il Natale era la festa del Sole invicto (Sol invictus). Il cristianesimo ha soppiantato e sostituito quella narrazione con un’altra più proficua al dominio dell’uomo sulla natura.
    Adesso è giunto il momento di fare un passo indietro da quella metafisica, di de-territorializzare quella metafisica.
    (g.l.)

    di Matteo Pietropaoli

    «La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica. L’esserci umano può rapportarsi nei confronti dell’ente solo se si tiene immerso nel niente. L’andare oltre l’ente accade nell’essenza dell’esserci. Ma questo andare oltre è la metafisica stessa. Ciò implica: la metafisica appartiene alla “natura dell’uomo”. Essa non è un settore della filosofia universitaria, né un campo di escogitazioni arbitrarie. La metafisica è l’accadere fondamentale nell’esserci. Essa è l’esserci stesso. E poiché la verità della metafisica dimora in questo fondamento privo di fondo, essa è costantemente insidiata da vicino dalla possibilità dell’errore più radicale. Perciò nessun rigore d’una scienza raggiunge la serietà della metafisica. La filosofia non può mai essere misurata col parametro dell’idea della scienza».3

    In questa riflessione di Heidegger sono in realtà mantenute a un tempo le due istanze della metaphysica generalis e di quella specialis, negli aspetti appunto della sua ontologia fondamentale e di quella che è indicata come metafisica dell’esistenza, ma entrambe sono mantenute nel carattere positivo della metafisica e non in quello semplicemente critico. Ciò che qui innanzitutto egli dice è che la domanda sul niente pone al fondo in questione il tutto di ciò che è, e così in primis noi stessi che poniamo tale domanda. Ma noi chi? Ogni singolo uomo inteso in quanto apertura di un orizzonte d’essere, in quanto punto di vista di questo orizzonte in cui si è inclusi, in quanto esserci. Solo sulla base di tale orizzonte d’essere ci può essere rapporto, e così qualcosa che è sempre mio, che sono sempre io, può rapportarsi nei confronti di altro che è, di un ente che non è questo punto di vista. In quanto esserci, l’essenza dell’uomo è per Heidegger proprio quella di andare oltre e aprire costantemente questo orizzonte che lo conduce al rapporto tanto teorico quanto pratico con l’ente, ossia con tutto ciò che è e con ogni singolo ente, compreso se stesso. L’ andare oltre, ossia uscire fuori di sé come ente e aprire quell’orizzonte di rapporto, di comprensione, per cui ogni ente si mostra innanzitutto e per lo più in quanto qualcosa, è ciò che costituisce l’essenza dell’uomo, vale a dire la sua esistenza. Questo però significa che fare metafisica non è qui interrogarsi su problemi logici, su questioni storiche o dottrinali, bensì andare oltre di sé come ente: «questo andare oltre è la metafisica». Il che al fondo vuol dire: l’essenza dell’uomo, in quanto esserci, di andare oltre, ossia di esistere, è a un tempo la sua essenza metafisica. L’uomo è fondamentalmente e già sempre metafisico, mai soltanto uno studioso di metafisica. Anzi, la metafisica è ciò che vi è di più proprio in esso, anche prima del suo essere uomo, perché è il suo accadere fondamentale di anticiparsi in quanto uomo, ossia riguarda il suo carattere di esserci, di apertura, di oltrepassamento, soltanto a partire dal quale ciascuno può individuarsi in quanto uomo e in quanto questo uomo.
    […]
    la metafisica, dal momento che si confronta con il niente, è per Heidegger già esistenza, è esistere, la meta-fisica è l’essenza dell’uomo di andare oltre di sé non solo come uomo concreto ma anche come mero ente, di essere l’apertura dell’essere, l’esserci. Ma questa essenza dell’uomo in quanto tale è già propria di ogni singolo uomo. L’uomo è al fondo metafisico perché esiste, e, visto che esistere è il suo carattere d’essere, fintantoché egli è è sempre metafisico. Per il futuro della metafisica, nel senso della sua sussistenza, da questo punto di vista non vi è nulla da temere: finché esisterà l’uomo ci sarà metafisica. Allora però perché interrogarsi a riguardo? Perché preoccuparsi a riguardo? A che pro tale riflessione? Diversamente da molte teorie di stampo umanistico qui la metafisica non è intesa come una disciplina che debba servire a rendere l’uomo più civile, più spirituale o più intelligente. Anzi essa non è proprio una disciplina; l’esistenza stessa è metafisica, a onor del vero basta esistere per essere metafisico. E allora una metafisica dell’esistenza, che si sviluppi in quanto radicalizzazione di una ontologia fondamentale, che cosa significa e perché andrebbe ricercata? Si è detto che l’esistenza in qualche modo prefilosofica dell’uomo è già metafisica, e questo avviene perché l’uomo in quanto esserci va già sempre oltre di sé e, nell’estendersi come apertura, nell’esistere, riceve gli enti secondo la sua comprensione d’essere, sicché essi si mostrano in quanto qualcosa, ossia hanno un significato, già sempre in accordo all’orientazione di questo orizzonte. Questo orizzonte d’essere però, di cui vi è fin da subito comprensione e che quindi ha già sempre un senso, è del tutto inespresso per l’uomo, in quanto a un tempo il più generale, il più indefinibile e il più ovvio, al punto che l’uomo innanzi-tutto e per lo più non è in grado di renderne conto.

    Qualcosa di molto simile è stato rappresentato già da Platone nella Repubblica con le ombre del mito della caverna: il singolo uomo vede delle cose senza poter scorgere il fondamento del suo vedere, la luce stessa che gli permette la visione, e così crede che le ombre siano cose in sé e non dotate di un significato in ordine a questo orizzonte, a questo modo di visione. Quindi nella situazione quotidiana l’uomo non è conscio di essere metafisico, ma questo non intacca affatto la sua esistenza, ossia la determinazione del suo essere oltre di sé e così il sentire, esperire e al fondo vivere all’interno di un orizzonte di senso. Accade però, ed è importante il fatto che semplicemente accada, che qualcuno si ritrovi nell’insignificanza delle cose, in quell’angoscia,5 che per Heidegger fa venire meno tutti i significati che gli enti ricevono quotidianamente in un orizzonte orientato, ossia dotato di senso. Non vi è più alcun senso e così il teatrino degli enti in quanto cose, delle ombre in quanto cose in sé, perde ogni significato. Anche all’uomo incatenato di Platone sembra infatti capiti a un certo punto di voltare la testa rispetto alle ombre e scorgere il fuoco. Non è chiaro, e andrebbe approfondito, se questa angoscia, questo voltare il capo, sia qualcosa che possa autenticamente essere causato, provocato, o avvenga di per sé. L’importante è qui che questo accada e conduca a rendersi conto dell’inessenza in sé tanto delle cose quanto della stessa verità come verità assoluta, al fondo il passaggio al tema ontologico-fondamentale della veritas transcendentalis: tutto ciò che è è tale in accordo a un preliminare orizzonte d’essere che lo dispone.

    Qui si pone l’attenzione però su una cosa fondamentale, che troppo spesso rischia di essere tralasciata, e cioè che questo orizzonte d’essere ha un punto di vista, così come un punto cieco, e mentre quindi riceve e dispone tutto ciò che è in accordo al suo senso, è a un tempo spalancato a partire da un qui, da un ci che ne fornisce l’orientazione. Questo ci dell’essere è appunto l’esserci. Ciò vuol dire innanzitutto che tale orizzonte, in quanto orientato, non è assoluto, ha un punto di vista che non può ricomprendere tutto ma che accoglie e rigetta, seleziona e dispone, proprio a partire da qui, dal ci che esso stesso è, e non da un astratto punto distante, neutrale e indifferente. Questo è il tema centrale della finitezza di cui ogni sviluppo metafisico dovrebbe farsi carico: ogni considerazione sull’essere in generale è già sempre posta a partire da una posizione ontica che ne determina in qualche modo l’orientazione, e così il suo carattere. Al fondo si tratta del concetto heideggeriano dell’esserci nel suo esser gettato in un mondo, il quale anche quando riflette sul suo essere è condizionato dalla comprensione d’essere in cui si trova.

    E il progetto, per cui l’esserci già sempre disposto in un orizzonte d’essere è autenticamente nel carattere del poter essere? Il progetto è d’altra parte proprio ciò che illustra in primo luogo le possibilità del passaggio a una metafisica dell’esistenza. Si è detto infatti che nell’angoscia per Heidegger l’uomo si trova spaesato, privo del significato degli enti, e così inizia, qualora non la rifugga per timore, la sua interrogazione sull’essere, su ciò che è e sul senso. Che questa interrogazione prenda le mosse per altri motivi, come la meraviglia, è qui indifferente; l’importante è che il senso dell’orizzonte dato venga ora messo in questione, così come la sua verità in sé. In tale messa in questione, nell’andare oltre gli enti ricevuti in quanto cose e anche oltre di sé come mero uomo, si giunge a riconoscersi come apertura del proprio orizzonte, punto di vista che, pur già sempre in una comprensione d’essere, ha la possibilità di orientarla, di anticipare il significato delle cose ricevute determinando il senso dell’apertura. Ma questo che cosa comporta? Per lo più niente di positivo. Il percorso dell’ontologia fondamentale è ancora propriamente pars destruens, in cui a seguito dello squarcio dovuto all’angoscia si opera un’analisi esistenziale di ciò che è, la quale conduce appunto alla veritas transcendentalis dell’essere e all’assegnazione dell’esserci: niente è di per sé, tutto viene ricevuto da me in quanto apertura in accordo all’orizzonte d’essere spalancato. Tale conclusione è però a prima vista foriera del più sterile relativismo, e lascia così il singolo uomo di nuovo in balia del quotidiano, dove questi per lo più, una volta constatato l’abisso dell’essere, nuovamente si rifugia. Infatti l’ambito del quotidiano, sebbene ora sia stato privato di un senso assoluto, rimane per colui che non compie il passaggio ulteriore e resta nella dissoluzione dei significati l’unico senso, per quanto debole e pantomimico, in cui possa vivere.

    3 M. Heidegger, Was ist Metaphysik (1929), in Wegmarken (1976), in
    Gesamtausgabe, Band 9, ed. F.W. von Herrmann, Vittorio Klostermann, Frankfurt a.M. 1976, pp. 121-122; tr. it. di F. Volpi, Che cos’è metafisica?, in Segnavia, Adelphi, Milano 2008, pp. 76-77. Qui la traduzione di Volpi è stata in parte modificata.
    4 Cfr. in particolare M. Heidegger, Metaphysische Anfangsgründe der Logik, cit., p. 199; tr. it. p. 187: «La possibilità che l’essere si dia nella comprensione ha per presupposto l’esistenza fattizia dell’esserci e questa a sua volta l’esser semplicemente presente fattizio della natura. Proprio nell’orizzonte del problema dell’essere, posto in maniera radicale, si mostra che tutto ciò è visibile e può venir compreso in quanto essere solo se c’è già una possibile totalità dell’ente. Da tutto ciò risulta la necessità di una peculiare problematica che ora ha per tema l’ente nell’intero. Questa nuova interrogazione risiede nell’essenza della stessa ontologia e risulta dal suo capovolgimento, dalla sua μεταβολή. Designo questa problematica come metaontologia. E qui, nell’ambito del domandare metaontologico-esistenziale, vi è anche l’ambito della metafisica dell’esistenza [Metaphysik der Existenz] (qui soltanto si può porre la questione dell’etica)».
    [Qui la traduzione di Moretto è stata in parte modificata]
    5 Cfr. i § 40 e 68 di M. Heidegger, Sein und Zeit, (in Jahrbuch für Philosophie und phänomenolo- gische Forschung , Band, ed. von E. Husserl, Halle 1927), Max Niemeyer, Tübingen 1993; tr. it. di P. Chiodi, riv. da F. Volpi, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2006
    da https://www.academia.edu/32037612/Metafisica_dellesistenza._Il_possibile_sviluppo_metaontologico_a_partire_da_Heidegger_Giornale_di_Metafisica_2-2016_

  5. Giacomo Pezzano –
    Gli “Holzwege” del criticismo

    da https://www.academia.edu/1763723/Gli_Holzwege_del_criticismo_percorsi_della_Wirklichkeit?email_work_card=thumbnail

    «Gli “Holzwege” del criticismo: percorsi della Wirklichkeit

    Le seguenti pagine cercano di tracciare un percorso speculativo intorno al concetto di“realtà” intesa come Wirklichkeit: a partire dalla sua presenza in uno degli snodi del criticismo kantiano, se ne mostreranno alcune “evoluzioni” che sembrano allo stesso tempo mantenere contatto con lo “spirito kantiano” e allontanarsene definitivamente. Emergerà – in un percorso in cui si tratta ogni volta di rimettere in questione ciò che è wirklich nella Wirklichkeit – come la Wirklichkeit conduce alla tematizzazione di un wirken che sembra essere la sua radice e la soluzione del suo enigma, pur potendo essere inteso di volta in volta in senso più strettamente filosofico (Kant-Hegel),economico-antropomorfo (Marx), biologico-naturalistico (Nietzsche-Susskind-Lorenz). In conclusione, si problematizzerà la modalità peculiare di relazione con il mondo propria dell’animale umano (la realtà umana), per notare come la realtà di quest’ultimo possa essere pensata in termini di relazionalità.

    1. A partire dal criticismo: la questione della Wirklichkeit

    Tutto ha inizio con una fine. Con la fine della metafisica, con il tentativo kantiano di porre fine alla possibilità della metafisica come forma di conoscenza, di metter fine ai sogni e ai voli visionari: certo, non ha torto chi sostiene che con Kant a ben vedere la metafisica non viene affatto negata, non solo perché viene comunque considerata espressione di un vero e proprio bisogno naturale, ma anche se non soprattutto perché si ritrova ad avere uno spazio ben preciso e circoscritto (come ogni ambito dell’esperienza umana, secondo il dettato di fondo dell’intero progetto delle Critiche), una sua autonomia e un suo locus naturalis, ancorché appunto non quello della conoscenza in senso stretto (“intelletto + sensibilità”, “concetto + forma a priori”,“forma + contenuto”, “categorie + spazio/tempo”, ecc.). Al di là di questo, tuttavia, la mossa kantiana viene qui letta prima di tutto come il tentativo di “riportare alla realtà” la filosofia e la scienza soprattutto, come quel gesto al quale potrà poi rifarsi il neopositivismo del Novecento che in maniera estrema (ed evidentemente non kantiana, sia chiaro) vedrà in ogni metafisico null’altro che un«attore» o un «musicista senza talento musicale», cioè qualcuno che è incapace di aderire alla realtà accettando il paziente lavoro di verifica e di correzione che il confronto con essa impone, preferendo invece partorire concetti (creare, secondo l’espressione tanto cara a Deleuze) autoreferenziali e automoventesi, privi dunque di qualsiasi riferimento a e radicamento nella realtà. Questo “richiamo alla realtà”, sul quale qui consideriamo erigersi l’intero edificio del progetto architettonico kantiano, può essere espresso come un “richiamo alla Wirklichkeit”, a tal punto che il vero e proprio compito lasciato in eredità da Kant (filosoficamente ma non solo) è proprio quello di decifrare lo statuto e il significato della Wirklichkeit

    – di riappropriarsi sino in fondo della domanda esclusivamente filosofica circa la realtà della realtà. Ciò è soprattutto evidente in uno dei luoghi indubbiamente più importanti non solo della Critica della Ragion Pura
    ma dell’intera filosofia di Kant in generale, ossia la Dialettica trascendentale e in particolare il capitolo sull’ideale della ragion pura: qui Kant, com’è noto, prende posizione contro la possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio, in quanto appunto l’esistenza non è un predicato reale
    («un concetto di qualcosa che possa sopraggiungere al concetto di una cosa»), una “nota concettuale”, bensì qualcosa che si aggiunge – e non può che farlo empiricamente – al semplice concetto, che si sovrappone al predicato logico determinandolo e dandogli contenuto (cfr. Kant 1998, 612-653). In sintesi, Realität e Wirklichkeit sono due realtà diverse, la prima solo analitica, la seconda sintetica, la prima meramente concettuale, la seconda effettuale, dunque effettivamente reale, ossia davvero reale.»
    * * *

    Commento di Giorgio Linguaglossa

    Alla domanda posta qualche giorno fa ai poeti:

    Quale poesia scrivere dopo la fine della Metafisica?,
    rispondo
    :

    Tutto ha inizio da una fine. Con la fine della metafisica tradizionale, ha inizio una nuova metafisica la cui tematizzazione sta all’arte e alla poesia individuare. Questo richiamo alla realtà ha l’intento di cambiare il concetto stesso che abbiamo di realtà come Realität. Perenta la stessa ragione giustificativa della dimostrazione dell’esistenza di Dio, è rimasta quella della dimostrazione dell’esistenza della realtà. Esiste la realtà? La distinzione tra Realität e Wirklichkeit, è importante perché ci consente di mettere a fuoco che è la Wirklichkeit la dimensione nella quale si muove la Nuova poesia della nuova ontologia estetica la quale non è soltanto un concetto alla maniera kantiana ma è una, appunto, dimensione «estesa e mutagena» nella quale vigono altri e diversi sistemi di misurazione, anch’essi intrinsecamente mutageni e modali. Oggi che la filosofia si rivolge a concetti come quello di «mappa», di «topologia», di «grammatica», di «mondo» e similari, anche la poesia deve mettere a fuoco adeguati strumenti retorici ed ermeneutici adatti alla esplorazione della nuova «dimensione estesa e mutagena» qual è il mondo di oggi.

    Occorre rimettere in questione ciò che è wirklich nella Wirklichkeit – la Wirklichkeit conduce alla tematizzazione di un wirken che sembra essere la sua radice e la soluzione del suo enigma. Il reale è differente dalla realtà. Se la realtà è ciò che si presenta nell’orizzonte dell’apparire, il reale è ciò che resta ascoso all’apparire. L’arte e la poesia hanno questo telos: quello di far apparire nell’orizzonte degli eventi ciò che è nascosto, e lo possono fare soltanto cambiando radicalmente il paradigma. L’arte può rendere visibile il reale soltanto ripudiando il paradigma costituito. La nuova arte e la nuova poesia del nuovo paradigma si presentano sotto la veste dell’Enigma in quanto irriconoscibile.

    Così, il soggetto della antica metafisica non corrisponderà più al soggetto della nuova metafisica, la «colonna sonora» della poesia del novecento non corrisponderà più alla «colonna insonora» della nuova poesia, il «tempo» della antica poesia unilineare e unitemporale non corrisponderà più al tempo, anzi, ai tempi della nuova poesia a «polittico», dove i tempi sono scomposti e si giustappongono in maniera irregolare e a-sistematica, dove l’entanglement della phoné della antica colonna sonora si ripropone in una nuova veste fenomenica e mutagena. Il tempo è diventato mutageno, e parlare di tempo al singolare è in se stesso una dizione erronea, più correttamente occorrerà parlare di «tempi interni» e «tempi esterni» alla parola, di dimensione intrinsecamente mutagena di ogni singola parola.

    La Nuova poesia deve appropriarsi di questa nuova dimensione «estesa e mutagena» (in senso della pluralità dei tempi e degli spazi) per fondare la nuova Wirklichkeit del presente.
    Direi che la Nuova poesia sta alla vecchia come la mappa satellitare sta alla tradizionale mappa geografica fissa.

    Cara Annawrite,

    quello che tentiamo di fare è molto semplice: tracciare un quadro dove vi sia un di più di realtà, un wirklichste Wirklichkeit, ovvero un quid di «più reale realtà». Se l’arte, la poesia si fermano all’idea di realtà che già sapevamo, è un’arte e una poesia di maniera, si tratta di un fare epigonico. L’arte e la poesia devono cercare nuovi punti di vista (standpunkt) dai quali sia possibile percepire una realtà più estesa, più profonda. Ma per far ciò occorre mettere in essere un nuovo paradigma, non solo della visione, ma dell’essere. Insomma, la questione è sempre una questione ontologica.

  6. 25 ottobre 2015

    COLLOQUIO TELEFONICO TRA STALIN E BORIS PASTERNAK https://lombradelleparole.wordpress.com/…/il-colloquio…/

  7. Per Antonio Sagredo, per Francesco Paolo Intini, per Giorgio Linguaglossa.

    Suggerisco un motivo di riflessione su modernismo e postmodernismo
    (da una idea di Fredric Jameson, Il Postmoderno, Garzanti, Milano, 1989, PP. 109):

    Il vero passaggio paradigmatico dal moderno al postmoderno?
    Lo ha stabilito senza equivoci l’arte cinematografica, il cinema, ed è il passaggio da
    Blowup di Antonioni (moderno)
    a
    Bowout di De Palma (postmoderno).

    Così come per comprendere definitivamente il significato dello spazio della guerra postmoderna bisogna necessariamente accostarsi a Dispacci di Michael Herr (Alet Edizioni, PP. 307, trad. Margherita Bignardi).

    Senza Dispacci, e senza Michael Herr, Kubrik non avrebbe mai potuto realizzare Full Metal Jacket e Coppola non avrebbe mai potuto concepire, nemmeno lontanamente, le sceneggiature di Apocalypse now.

  8. antonio sagredo

    …..non bisogna dimenticare la cinematografia russa che viene dimenticata poi che non la si conosce affatto…
    i due registi su menzionati, specie l’ Antonioni che senza Ejzenstein non sarebbe che una nullità.

    a.s.

  9. Una mia poesia inedita per il santo Natale

    Stanza n. 3

    Cogito apre ogni giorno una bottiglia di Asti spumante.
    L’apriscatole apre la scatoletta di carne Simmenthal.
    Cogito cerca colà la verità che si può digerire.
    Si assicura sempre una via di fuga: la scala di servizio all’esterno dell’edificio,
    sito in Marketstrasse n. 7, al quinto piano
    sgombra da masserizie e rifiuti.
    La materia oscura della pagina bianca si offre.

    L’unghia smaltata di K. agguantò al volo il calice del Campari
    che oscillava negli stagni Patriarsci.
    Il direttore d’orchestra depose la bacchetta, i musicisti se la filarono,
    il pubblico prese a fluire.
    Zlatan Ibrahimovich prese a calci un pallone e fece goal.
    L’autobiografia della pioggia prese a litigare con la biografia della neve.
    «C’è un agente morboso», disse K. rivolto ad Azazello.
    Nel frattempo la mano ingioiellata agguantò un secondo Campari.

    «Se c’è, c’è il morbo», rispose quest’ultimo.
    Il quale tirò fuori dal taschino della giacca un ipotocasamo nuovo di zecca,
    E con quello cominciò a frinire, a fare saltelli.
    «E se non c’è?»,
    chiese amabilmente Azazello, dopo l’ennesima giravolta.
    «C’è la guarigione», replicò K. passeggiando rumorosamente
    con i mocassini nuovi di zecca made in Italy.
    «Nella teca c’è il Covid19».
    Il berretto verde di K. ebbe un sussulto.

    «Sono i risultati delle tre carte, caro Cogito.
    Il principio di concordanza. Nient’altro che un gioco di prestigio.
    Tuttavia, la poiesis nasce da un lancio di dadi
    su un piano inclinato…
    Il Covid19?
    È un elemento della perturbazione universale che concorre
    con una perturbazione ancora più universale…

    Quella parte del tutto che vuole costantemente il male e invece concorre
    a produrre costantemente il bene.
    Al di là del principio del bene e del male.
    Ovviamente.»

  10. milaure colasson

    Per il santo Natale è proprio la poesia kitchen che ci voleva.

  11. Proposta di poesia

    Due voci della poesia svedese:
    Karin Boye (1900 – 1941) e Tomas Tranströmer

    Tre poesie di Karin Boye
    *
    Sento i tuoi passi nella sala,
    sento in ogni nervo i tuoi rapidi passi
    che nessuno nota altrimenti.
    Intorno a me soffia un vento di fuoco.
    Sento i tuoi passi, i tuoi amati passi,
    e l’anima fa male.
    Cammini lontano nella sala,
    ma l’aria ondeggia dei tuoi passi
    e canta come canta il mare.
    Ascolto, prigioniera dell’oppressione che consuma.
    Nel ritmo del tuo ritmo, nel tempo del tuo tempo
    batte il mio polso nella fame.
    *

    Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
    Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

    Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
    dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?

    Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
    Cosa di nuovo ora consuma e spinge?

    Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
    male a ciò che cresce
    male a ciò che racchiude.
    Certo che è difficile quando le gocce cadono.
    Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
    si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
    il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
    Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
    difficile sentire il profondo che trae, che chiama
    e lì restare ancora e tremare soltanto
    difficile voler stare
    e volere cadere.

    Allora, quando più niente aiuta
    si rompono esultando i boccioli dell’albero,
    allora, quando il timore non più trattiene,
    cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
    dimenticano la vecchia paura del nuovo
    dimenticano l’apprensione del viaggio –
    conoscono in un attimo la più grande serenità
    riposano in quella fiducia
    che crea il mondo.
    *

    Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro
    giunge così profondo nell’eternità,
    nessun lago, quando le nebbie si diradano,
    riflette una calma simile
    come l’attimo –
    quando i confini della solitudine si cancellano
    e gli occhi diventano trasparenti
    e le voci diventano semplici come venti
    e niente c’è più da nascondere.
    Come posso ora aver paura?
    Io non ti perderò mai.
    *
    da Karin Boye, Poesie, Le Lettere, Firenze, 2018, pp.161
    a cura di D. Marcheschi
    ***

    Una poesia di Tomas Tranströmer

    *
    La tempesta poggia la sua bocca alla casa
    e soffia per emettere un suono.
    Dormo inquieto, mi giro, leggo
    il testo della tempesta assopita.

    Ma gli occhi del bambino sono spalancati al buio
    e il temporale mugola per lui.
    Entrambi amano le lampade che dondolano.
    Entrambi sono a metà strada dal linguaggio.
    La tempesta ha mani infantili e ali.
    La carovana si lancia verso la Lapponia.

    E la casa avverte la sua costellazione di chiodi
    che tiene insieme le pareti.

    La notte è immobile sul nostro pavimento
    (dove tutti i passi attutiti
    riposano come foglie affondate in uno stagno)
    ma fuori infuria la notte!

    Sul mondo passa una piú grave tempesta.

    Poggia la sua bocca alla nostra anima
    e soffia per emettere un suono – temiamo
    che la tempesta soffiando ci svuoti.
    *
    da Tomas Tranströmer, Il cielo incompiuto, in Poesia dal silenzio, Crocetti Editore, 2011
    (Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

    ***

  12. Troppa presenza dell’autrice nelle 3 poesie della Boye (morta nel 1941, suicida, non fece in tempo a leggere La morte dell’autore di Barthes.

    Nessuna presenza dell’autore nella poesia di Tranströmer e ingresso pieno del lettore nei suoi versi, così come nessuna presenza dell’autore si avverte in Stanza n.3 di Linguaglossa in cui, anche in virtù dell’adozione del parlato e del virgolettato, il lettore è chiamato a entrare nel testo.

    Poesia leggibile, a significato chiuso, in Karin Boye ed esclusione del lettore dalla econonia esetica generale dei 3 testi (modernismo).

    Poesia scrivibile per la composizione di Tranströmer e per il testo di Linguaglossa e cittadinanza poetica piena del lettore (postmodernismo e ipermodernismo).

  13. caro Gino Rago,

    Adorno ha scritto:

    « Finché delle opere d’arte è predicabile una funzione sociale, questa consiste nella loro mancanza di funzione » (Th. W. Adorno, Teoria estetica, trad, it., p. 320)

    È lampante che la poesia di Karin Boye è fondata sulla fenomenologia dell’io e sulla «funzione sociale» della prima persona singolare. Posizione rispettabile ma che oggi rischia di approdare alla agiografia dell’io, alla sua contraffazione e alla mummificazione di un cadavere già in avanzato stato di putrefazione.
    È chiaro che con Tomas Tranströmer, con 17 poesie (1954) si apra una nuova pagina per la poesia occidentale non più fondata sulla spettrografia panottica dell’io. Nella seconda metà del novecento l’io ha perduto la centralità, e continuare oggi a fare poesia dell’io significa fare epigonismo e agiografia.

  14. Condivido in pieno le meditazioni che Giorgio Linguaglossa fa nel commento che precede il mio sul rischio, fra i tanti, di scadere nell’agiografia dell’io di certa poesia. Anche perché il testo, definito in altri miei interventi sullo stesso tema della morte dell’autore, di tipo «realistico» quasi esclude il lettore dal testo poetico perché gli permette unicamente di essere il «consumatore» di un significato fisso, come accadde in un testo della Achmatova e come accade nelle tre poesie di Karin Boye per questo definibili «a significato fisso».

    Al contrario, la poetry kitchen fa del lettore non più soltanto un «consumatore» di significato ma un «produttore di significati».

    Il testo come La stanza n.3 di Giorgio Linguaglossa diventa policentrico, eccentrico, capace di aprirsi a una «pluralità di significati».

    E più si accentua la «mort de l’auteur», secondo l’idea di Roland Barthes, più il baricentro del testo si sposta verso il lettore.

    Nella poetry kitchen il lettore entra nel testo per scrivere egli stesso la poesia.

    Come per tutta la poesia di Tranströmer, anche per la poetry kitchen la poesia si fa un luogo di incontro e di meditazione attiva nella osmosi poeta-testo-lettore/lettrice.

  15. Sergio Benvenuto: Lettera aperta ai giovani che aspirano all’insegnamento superiore

    Alcuni amici, non più giovani, che lavorano nelle fabbriche della cultura, mi dicono di questi tempi: “Detesto fare via video convegni, lezioni, conferenze, gruppi. Aspettiamo che l’epidemia passi, e così faremo il nostro agognato convegno come si faceva prima.” Mi fanno tenerezza, e per non sconvolgerli non dico loro quel che penso: “Anche dopo l’epidemia, ti capiterà di fare ben pochi convegni in presenza!”

    Altrove ho argomentato come la pandemia da coronavirus darà un’accelerazione impetuosa a un cambiamento che era già in corso, e che nel prossimo futuro cambierà sempre più radicalmente la nostra vita. Ovvero, sempre più il nostro lavoro si svolgerà via video. E non solo il lavoro.

    Gli spettacoli, ad esempio: grazie a fornitori come Netflix (poi ne nasceranno altri), ci scaricheremo i film che vogliamo e ce li guarderemo a casa, su schermi che diventeranno sempre più cinemascopici.

    E così la seduzione amorosa avverrà sempre più attraverso dating applications, come Tinder. Un’attività di ricerca che, per molti, diventa sempre più compulsiva. Non ci sarà più bisogno di andare a ballare per trovare un partner amoroso o semplicemente un sex friend, né dovremo accontentarci di cercare il coniuge tra colleghi o colleghe d’ufficio.

    Non c’è bisogno di essere futurologi di professione per immaginare gli effetti di questa conversione al video remoto nel campo dell’insegnamento. Non cambierà quasi nulla per l’asilo e le scuole elementari, ma, man mano che il livello di istruzione si eleverà, sempre più esso verrà fatto in remoto. È inevitabile, piaccia o meno.

    Esistono già da tempo corsi di laurea on line; nel futuro quasi tutti i corsi di laurea saranno on line, o in streaming. Ovvero, un professore potrà fare lezioni in presenza di una decina di studenti e studentesse, che andranno là per le ragioni più varie (per parlare poi col professore, per corteggiare una studentessa…), e poi essere seguito magari da migliaia di studenti in streaming.

    Ovvero, le università saranno sempre più delocalizzate. Potrò essere un cinese di Nanchino e iscrivermi ad Oxford in UK, potrò essere un paraguayano di Asunción e iscrivermi a corsi di matematica a Paris-Saclay. Per limitarci all’Italia, se sono una ragazza che abita a Roccasecca, provincia di Frosinone, non sarò costretta a trasferirmi nella costosa Milano per iscrivermi alla Bocconi e prendermi una laurea in Economia.

    Questa deterritorializzazione dell’insegnamento avrà un effetto irrimediabile: la riduzione progressiva del personale insegnante. E ovviamente anche delle università: resteranno le più importanti, e quelle più internazionalizzate. Sempre più studenti e studentesse vorranno assistere via video all’insegnamento dei “professori migliori” o che considerano tali. E un “grande professore” o una “grande professoressa” potranno tenere lezione a migliaia di persone contemporaneamente… Oggi, un professore alquanto scarso o noioso ha un certo numero di studenti comunque, perché, essendo costoro stanziali, non hanno scelta. Ma cosa avverrà quando, di fatto, gli studenti potranno scegliere i professori? Le università avranno tutto l’interesse ad assumere per i loro corsi di laurea i professori più importanti, più noti, o semplicemente più simpatici, per attrarre iscritti; insomma, sempre di più i professori verranno scelti dagli studenti. Non importa che le università siano pubbliche o private: ognuna andrà alla rincorsa dei professori e professoresse che attraggono più studenti. Come già accade in molte università non solo private, sarà sempre più lo studente a decidere, perché paga. Il cliente ha sempre ragione.

    Quindi, diminuzione progressiva degli insegnanti: i “migliori” (qualunque sia la definizione di migliore) accaparreranno la maggior parte degli studenti, agli altri resteranno solo le briciole. E quando queste briciole saranno minime (probabilmente per la maggioranza dei docenti), questo porterà all’eliminazione dei professori marginali. Come del resto accade in qualsiasi campo, culturale e non.

    Quando in Italia si dette il via libera alle televisioni private, solo gli illusi pensarono che questo avrebbe moltiplicato le reti facendo trionfare la democrazia mediatica: di fatto, per decenni, quasi tutto il pubblico si concentrò su sei reti, tre della RAI e tre di Berlusconi. Ma questo accade anche in filosofia, per esempio. Filosofi bravi ce ne sono stati tanti nella storia, ma quanti di loro leggiamo e studiamo? Una minuscola parte. Non è che sia diverso dai motori di ricerca: ce ne erano tanti, e poi è rimasto solo Google.

    Si calcola che ogni anno solo una piccolissima porzione di romanzi pubblicati e di film distribuiti (circa una diecina) accaparra la maggior parte del pubblico, circa l’80%: agli altri romanzi o film, di cui alcuni anche molto buoni, restano solo piccole briciole. Di fatto, tutti leggiamo gli stessi romanzi, tutti vediamo gli stessi film, tutti ascoltiamo le stesse canzoni, tutti leggiamo gli stessi filosofi… in tutto il mondo o quasi.

    Con professori e università sarà la stessa cosa. Ne resteranno ben pochi.

    Se quindi oggi un giovane mi chiedesse consiglio se intraprendere o no una carriera universitaria (oggi una carriera da Calvario, in Italia), gli direi: “Tentala solo se sei convinto/a di essere veramente eccezionale. Altrimenti non tirerai un ragno dal buco”. Non basterà essere un po’ bravo… Per “eccezionale” non intendo solo avere un grande talento nel proprio campo, ma – in mancanza di questo, o in aggiunta a questo – avere anche altri talenti che assicurano il successo nell’insegnamento: la seduzione oratoria, il carisma didattico, la capacità organizzativa, il saper usare i media per crearsi fama.

    Essere professore universitario ridiventerà quel che era un tempo, quando di professori ce n’erano pochi: essere parte di una corporazione altamente prestigiosa, quasi irraggiungibile.

    nsomma, giovani, buona fortuna! E un felice 2021.

    EJPsy. European Journal of Psychoanalysis
    http://www.journal-psychoanalysis.eu
    Via Dandolo 24
    00153 Roma – Italy
    Advanced.Psychoanalysis@gmail.com
    tel: +39-06.5818695

    Istituto Elvio Fachinelli ISAP (Institute of Advanced Studies in Psychoanalysis)
    I.P.R.S.
    Passeggiata di Ripetta 11
    00186 – Roma – Italy
    http://www.journal-psychoanalysis.eu/isap

    • Tutto giusto ciò che scrive l’articolista, ma non bisogna dimenticare che le università sono il luogo anche della ricerca e questa non si può fare a distanza, in streaming o in mondovisione. La cucina di casa non è esattamente la stessa cosa di una cappa chimica e non si può sostituire una bilancia analitica con una per i sessanta grammi di spaghetti o i venti di olio extravergine. Il Covid 19 non ha ucciso né infettato gli strumenti o i laboratori che hanno continuato a vivere, a richiedere nutrimento e a potenziarsi infischiandosene dell’ aria nefasta. E dunque non solo hanno incassato il colpo ma reagito seguendo la loro preziosa natura.
      La lezione su cui dobbiamo riflettere a lungo è quella che abbiamo sotto gli occhi di un vaccino pronto in meno di un anno. E’ stato come far parte di un match formidabile tra una intelligenza limitata dai pochi anni di sviluppo (dico millenni) ed una di qualche miliardo di anni che ha già maturato ogni esperimento possibile e ne ha tratto da ognuno un insegnamento. Un peso piuma che disperatamente tenta con un diretto di mettere KO un supermassimo.
      Quali immense forze hanno lavorato nella riduzione dei tempi?
      Quale il ruolo degli investimenti nella ricerca?
      Personalmente traggo fiducia dalle possibilità della Scienza di far fronte ai problemi legati al rapporto Io-Natura esattamente come ne trassero i contemporanei di Pasteur, di Fleming (e di tanti altri) e tutti quelli che compresero la portata delle loro scoperte. Grandi sfide richiedono grandi investimenti, genio e coraggio.
      Credo che si sia messo in moto un meccanismo per cui le risposte della scienza si faranno sempre più rapide.
      Sarà questa l’occasione per richiamare sempre più menti al lavoro di ricerca?
      Sarà il sistema a contorno capace di dare una risposta all’altezza della posta in gioco?
      Personalmente lo spero.
      Già oggi il talento nella ricerca è, nella maggior parte dei casi, ciò che viene privilegiato nella scelta del personale universitario almeno in quelle pubbliche. La sua quantificazione si effettua finalmente sulla base di dati oggettivi rilevabili da banche dati uguali per tutti nel mondo. Negare il genio creativo nella ricerca è contraddittorio nei confronti della natura espansionistica della tecnologia stessa. I giovani che mettono piede per la prima volta in un laboratorio probabilmente già lo sanno e in caso contrario, imparano presto a tenersi in vita e a produrre lavori in condizioni di precarietà e competizione.
      Speriamo che anche questo pesi e resti negli anni a venire e che la ricerca non diventi alla fine soltanto un privilegio aziendale o di pochi centri pubblici lasciando alla gran parte delle altre il compito di sviluppare la capacità didattica così bene espressa dall’articolista quando scrive:
      “ la seduzione oratoria, il carisma didattico, la capacità organizzativa, il saper usare i media per crearsi fama”.
      Un caro saluto e TANTISSIMI AUGURI DI BUON ANNO
      CIAO
      FRANCO

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