Compostaggi, di Mauro Pierno (Progetto Cultura, pp. 102, € 12, 2020), Immagine della cover di Marie Laure Colasson, Ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, il biossido di carbonio, gli scarti della combustione, gli scarti della produzione, le parole sporcificate, Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

Mauro Pierno Compostaggi

Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”
.

dalla Prefazione di Gino Rago a Compostaggi (2018) di Mauro Pierno

In Compostaggi registro un mutamento radicale nel fare poetico di Mauro Pierno, un mutamento di registro stilistico-formale con approdo all’impiego del distico, come per esempio in questo componimento della sua nuova raccolta poetica:

Di ciliegio sine die
con decorazioni appese ad asciugare.

Tese alla corda orizzontali le tovaglie
rumoreggiano di primavera.

Tra il vento anche le foglie stampate
si battono indipendenti.

Quanto tempo è passato nel giardino
anche tu Raneskaja non lo rammenti più!

Segno evidente, innegabile di una evoluzione che comincia a distanziare Mauro Pierno da tutto il truismario esangue della poesia dei gregari dell’umbertosabismo diaristico, del post-serenismo minimalista, del neocrepuscolarismo dell’io sconfitto, dell’elegia del cardarellismo post-rondista.
Giorgio Linguaglossa in una nota icastica così scrive: «Mauro Pierno è un poeta in rapida evoluzione, ha mandato al macero la poesia accademica e prosegue dritto nella sua ricerca di una poesia archeologica del presente, fa una archeologia del presente, poiché il passato è stato dimenticato dalla odierna civilizzazione di massa e del futuro lui si considera un po’ un antenato, una sorta di astronauta della Terra».
Ed ecco che compare una parola-chiave del nuovo corso poetico di Compostaggi, «archeologia del presente» che nella sua apparente valenza ossimorica dice tutto di un accorto lavoro di scavo nella parola di poesia dagli strati superiori a quelli inferiori fino allo strato del grado zero del linguaggio poetico, dove una sorta di pastiche linguistico ad alta interferenza è di casa come in questi versi:

Il quadrato costruito sull’ipotenusa il teorema applicato
nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Nei brani sgranati si arrotolano esistenze piè
e a cena le rive si allontanano.

Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati.
Dalla forma più casuale un ricettario pubblico.

Una rivoluzione portatile per l’ipnosi.
Questa tua apparizione a capotavola,

Tomas, rimette tutto in ballo.
Lo sai che le farfalle son alte alte alte. 

Versi esemplari di un intreccio di geometria-Vangelo-canzonetta che nella ibridizzazione linguistica trova una nuova cifra e anche una nuova energia interna delle parole che il poeta impiega nella architettura della sua nuova poesia, frutto della lunga frequentazione dei temi della Nuova Ontologia Estetica attraverso la Rivista Internazionale di Poesia “L’Ombra delle Parole”, un lavoro di profondo, radicale rinnovamento della nostra poesia ben sostenuto da tutta la Redazione del blog di Letteratura Internazionale, a partire da questi versi di Tomas Tranströmer

le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero…
(da La lugubre gondola, Bur, 2011)

dai quali si sprigiona tutta la forza delle immagini metaforiche e/o delle metafore cinetiche della estetica tranströmeriana, cui si approssima questo ben riuscito distico di Pierno “Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati. Dalla forma più casuale un ricettario pubblico”, quasi a preparare i componimenti dell’altra sezione della raccolta poetica di Mauro Pierno, Cose, in distici come questi:

L’ennesima fornitura li trovò spiazzati.
Un ipermercato il punto d’incontro.

Nelle ventiquattrore si apprestarono in tanti
con peluche e mascotte.

E i cani sorrisero. Si leccarono anche,
lappavano i musi, mostravano i denti. In cambio cosa offrivano loro!?

Incalzarono, “Peluche e mascotte!?” E allora sbraitarono.
Fuggirono acquirenti e mercanti.

il poeta suggella il corso nuovo della sua ricerca poetica fondata su un lavoro efficace sul logos.

Mauro Pierno 1

[Mauro Pierno]

.

Retro di copertina di Giorgio Linguaglossa

«Ciò che resta lo fondano i poeti» ha scritto Hölderlin. E infatti, ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, il biossido di carbonio, gli scarti della combustione, gli scarti della produzione, le parole sporcificate…
Le parole delle poesie di Mauro Pierno sono errori di manifattura, errori del compostaggio, errori della catena di montaggio delle parole biodegradate, fossili inutilizzabili. Sono queste parole che richiedono la distassia e la dismetria, sono le parole combuste che richiedono un nuovo abito fatto di strappi e di sudiciume. Non è Mauro Pierno il responsabile. Bandito il Cronista Ideale di un Reale Ideale, resta il cronista reale di un reale reale. Il «reale» del distico è dato dalla compresenza e complementarietà di una molteplicità di punti di vista e di interruzioni e dis-connessioni del flusso temporale-spaziale e della organizzazione sintattica e metrica. La forma-poesia della nuova poesia diventa così un distico distassico e dismetrico che contiene al suo interno una miriade di dis-allineamenti fraseologici, dis-connessioni frastiche, di interruzioni, di deviazioni sintattiche e dinamiche, di interferenze e rumori di fondo. Il distico è una gabbia metrica dinamica che contiene al suo interno le pulsioni e le tensioni che si sprigionano da decadimento chimico delle parole, che consente una sorta di compostaggio delle parole un tempo nobili e nobiliari.
È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, Mauro Pierno e i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza. «Solo i pensieri che non comprendono se stessi sono veri», ha scritto Adorno.

Mauro Pierno

da Compostaggi (2020) di Mauro Pierno

.
Il potere della sintesi polverizzato
e guardo negli occhi un unico pensiero, allo specchio

quell’esperienza al tinnove, mi chiedevi?
La lotta è seduta, oppure sedotta?! Un volto

unico frammento, non ricordo, neppure!?
L’esperienza così controversa appaga!

Il pugno è stato un simbolo
che ora riposa nella mano,

suonare il piano con solo cinque dita,
le altre nascoste.

Il pianista non ricordo chi sia,
la citazione nominale non serve. Chopin si dissolse.

*

L’isola che restringemmo nell’asola del mare
richiudemmo secca in un bottone acuto: “mayday, mayday”

Non devi stare allora ad ascoltare figlio il mare di mazzate,
la correzione è d’obbligo, cazzate, che la nuvola propone.

In assenza di piano
la casualità applicata preferisce virgulto a Virgilio.

Strilli Mauro Pierno Dopo aver saltellato

Di ciliegio sine die
con decorazioni appese ad asciugare.

Tese alla corda orizzontali le tovaglie
rumoreggiano di primavera.

Tra il vento anche le foglie stampate
si battono indipendenti.

Quanto tempo è passato nel giardino
anche tu Raneskaja non lo rammenti più!

*

D’accordo spengo la luce.
Ti racconto dei gatti al buio.

Dei politici, Kitdog e Kitwoman,
elegantissima al ballo stasera nel suo abito di strass,

la felpa del cane orrenda però! Deduco che dormi.
Se vuoi non starmi a sentire. Una visione a soggetto.

Al party, tra le chiacchiere, escludendo gli altri,
taluni annuivano sull’ennesimo candidato,

Salviti?! Non ricordavano bene il nome
e oscillavano sempre di più dal lunotto.

*

Infondo la piccola porta apriva anche all’esterno,
nei semplici cardini
svolazzanti. Al saloon si sorbivano idee,
gli sputi da un angolo all’altro
mostravano traiettorie fantastiche.
Ramon, nell’esatto momento che traballò stramazzando
riconobbe volare una spirale via Lattea,
sfuocata, verdastra.
Joe sparava e rideva.

*

Il quadrato costruito sull’ipotenusa il teorema applicato
nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Nei brani sgranati si arrotolano esistenze piè
e a cena le rive si allontanano.

Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati.
Dalla forma più casuale un ricettario pubblico.

Una rivoluzione portatile per l’ipnosi.
Questa tua apparizione a capotavola,

Tomas, rimette tutto in ballo.
Lo sai che le farfalle son alte alte alte.

*

La grande arteria fu trasformata in unica notte.
Dalla strada nulla disturbò il sonno.
Si percepirono solo lievi fischi e soffi.
Gregor solo al mattino lo constatò.
Giù in città, senza interruzioni
interminabili strisce pedonali,
zampettavano parallele al marciapiede.

*

L’evento accennato al piccolo bordo
configurato in un punto, sul corpo, accendeva un artiglio.

Una pozza specchiata dominava la vela, la riva, la rotta.
Labuan percepiva punture di spillo, la Tigre appariva.

Rianimata dal furore la pelle
non esaltava lo stesso dolore. Fingeva.

*

Gli ho presi a bottega tutti adulti
dotati negli arti dell’arte

un metro, una forbice, qualche stoffa
e bastone, pennelli e colori. La gioconda sorride. Desueti!

Ha una veste sciantosa,
un can can di quando la smise.

Alla curva si sporge e saluta.
Solo olio, una macchia che passa.

*

L’albero socchiuso ha una palpebra accennata,
Eva tollera in eterno questo alternarsi di funi.

Il sipario che si alza ha un giardino meraviglioso,
la vita scrostata di polvere colorata, quando cala.

Indossa una grembiale nell’atto di saldare,
Adamo attorciglia il prato con le stelle.

*

Un mugghio del vento muto Edgar Degas,
dalla sua amica, separato da un palo della luce.

Questa traccia di bosone
evidenzia la falla inutile, in cucina

tre quattro sedie di serenità.
Il tavolo di traverso,

nel taglio della luce l’albicocca
spalmata sull’ultima fetta frantumata.

Sul tagliere disperse
le briciole della fisica interrotta.

Un furto variopinte di parole,
Higgs che apre e richiude la dispensa.

Raccoglie una carta. La depone nel secchio.
Tovarisc è solo una foglia.

Alla stessa distanza il piazzale è un’ombra,
l’ora che cambia. Un De Chirico.

Nel torso un riscontro del corpo.
Obliqua la pioggia un tratteggio dall’alto del cielo.

Il viso era un ricordo con una semplice benda.
Di traverso non mostra la barba.

La solitudine in faccia rimette a posto il contorno,
dispone la linea sottile di case distratte. Cammina dormendo.

La statua non mostra interesse per l’orizzonte.
Un rombo sul ciglio rallenta.

Quel ramo esposto a mezzogiorno ha un’aderenza patchwork,
quanto le sinossi alle ginocchia imprimono una frenata.

Gli studi sulla tendenza al traffico,
sui viadotti accinti alla scollatura, un verbo perfetto.

Nella mescola solitaria della confluenza
una esatta indicazione stradale, Renzo-Lucia.

20 commenti

Archiviato in poetry-kitchen

20 risposte a “Compostaggi, di Mauro Pierno (Progetto Cultura, pp. 102, € 12, 2020), Immagine della cover di Marie Laure Colasson, Ciò che resta sono i materiali combusti, le scorie radioattive, il compostaggio, materiali inerti, non riciclabili, il biossido di carbonio, gli scarti della combustione, gli scarti della produzione, le parole sporcificate, Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

  1. Alfonso Cataldi

    Complimenti Mauro,
    lo sto leggendo

  2. La de-colonizzazione della poiesis dall’apparato metafisico

    Compostaggi è una scrittura di scarti simbolici, di scarti dell’Immaginario, di scarti della produzione, di scarti dello scarto. Appunto perché «Ciò che resta lo fondano i poeti» (Hölderlin). Con buona pace del poeta tedesco, oggi la poesia è divenuta discarica abusiva di materiali inerti, ipoveritativi, iperveritativi, ipodesiderativi, iporadioattivi. Se c’è una attività per eccellenza ipoveritativa nel ciclo della produzione e del consumo è l’attività di prodotti deiettati dal consumo. Oggi, caro Claudio Borghi, chi voglia essere un poeta innocente cade irreversibilmente nell’ipoveritativo e nel pensiero pacificato della parola che salva; il meccanismo della reversibilità di ogni produzione, anche di quella ipo o iperveritativa che oggi viene scambiata per poesia, è rigurgito della reversibilità a costo zero del kitsch.

    La tesi di Baudrillard è che per poter superare il dispositivo del codice sia necessario rendere il ‘simbolico’ autonomo rispetto alle nozioni di lavoro, di produzione, di bisogno e di desiderio attraverso un processo di de-colonizzazione del pensiero dall’apparato metafisico. Solo infrangendo lo
    specchio della produzione in cui tutta la metafisica occidentale è riflessa è possibile individuare quell’al di là del valore proprio del simbolico.

    Il simbolico non è un concetto né una istanza o una categoria, tantomeno una ‘struttura’. Esso è ciò che mette fine al codice disgiuntivo proprio del principio di realtà.

    Da qui l’idea di ‘scambio’ simbolico specificata da Baudrillard come processo di reversibilità. Sebbene infatti il sistema produttivo possa «legare e slegare le energie», essendo alla base di ogni distinzione, «ciò che non può fare e a cui non può nemmeno sfuggire, è di essere reversibile». La reversibilità è la morte per il sistema, «non lo slegamento, né la deriva».1

    La circolazione simbolica è «primordiale», nel senso di ciò che viene sottratto: il residuo che risulta dallo scambio economico per la sussistenza viene rimesso in circolo per alimentare la produzione di nuovo valore. Il surplus esiste soltanto nella produzione, la contingenza dei beni scambiati rimanda al principio di realtà. Questo sì, vigente e ottimistico.

    L’accumulazione di valori e dis-valori, di valore e di plusvalore è un fatto interno al capitale, è una finzione immaginaria pensare di potersi disfare del plusvalore attraverso il dono: «nulla è mai senza contropartita […] nel senso che il processo dello scambio è inesorabilmente reversibile». Il processo di scambio simbolico non conosce la gratuità del dono, quanto piuttosto «la sfida e la reversione degli scambi».2

    La figura dell’Edipo, del grande significante dispotico, è il padre autoritario dell’io panottico e legislatore che presiede alla Musa. È un arcaismo e un solecismo.
    Zizek, preseguendo sulle tracce di Baudrillard e Lyotard, ammette che la pulsione di morte (Todestrieb) non possa essere intesa che come metafora che racconta il Teatro e il suo doppio, ovvero il suo sdoppiamento in una controfinalità radicale: «la (pulsione di) morte è al di là dell’inconscio – dev’essere strappata alla psicoanalisi e rivolta controdi essa».3 scrive Baudrillard. E Zizek la considera una «disfunzionalità» radicale che agisce all’interno dei tre registri: Reale Immaginario e Simbolico e che proviene, diremmo, dal registro bio-genetico dell’homo sapiens.

    1 J. Baudrillard, Lo specchio della produzione, cit., pp. 145-6.
    2 Ivi, p. 15n.
    3 J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 165-166: «La pulsione di morte è imbarazzante, perché non permette più nessuna ricostruzione dialettica. In questo consiste la sua radicalità. Ma il panico che essa provoca non le conferisce uno statuto di verità: ci si deve chiedere se non sia essa stessa, in ultima istanza, una razionalizzazione della morte.»

    Il residuo è ciò che resta, ciò che si sottrae al consumo

    Che cos’è che rende la parola letteraria non consumata e non consumabile? Che significa una parola letteraria e poetica non consumabile? Quale è la funzione di questa specifica non consumabilità? Facciamo un passo indietro e tentiamo di tratteggiare il fondamentale contributo che Georges Bataille diede alla comprensione e alla critica della poesia e del poetico in relazione all’utile. Una posizione di cui tener conto in relazione alla costruzione di una storia dell’idea di utile e, al contempo, del fare poetico in età contemporanea. Ne La notion de dépense , Bataille esordisce col dichiarare l’inesistenza di un metodo corretto che consenta di definire ciò che è utile agli uomini. E prosegue indicando una dépense incondizionata, ovvero il principio della perdita, che riconosce come principio razionale.
    Dépense simbolica è specificamente quella riguardante un certo tipo di produzioni artistiche: letteratura, teatro e poesia. Aquest’ultima Bataille dedica uno spazio più ampio rispetto alle altre produzioni; la ragione poggia sulla adesione che il termine poesia ha con la dépense.
    Per Bataille il termine poesia può essere considerato come un sinonimo di dépense (perdita).
    Per la poetry kitchen ritengo di dover impiegare il concetto di repêchage de la dépence. Soltanto ciò che viene reimpiegato di ciò che è stato deiettato dal ciclo della produzione e del consumo può rientrare a pieno titolo nel concetto di dépence (perdita). Vi è perdita soltanto per ciò che viene trafugato dalla discarica a cielo aperto delle parole deiettate come bottiglie dismesse, si diceva una volta di «vuoto a perdere». Soltanto ciò che è destinato alla perdita e alla fuoriuscita dal ciclo della produzione e del consumo può essere ascritto al concetto di dépense (perdita). Soltanto allora la perdita è veramente perdita.

    Cfr.G. Bataille, La notion de dépense , in “La Critique sociale”, 1933, n. 7, ora in ID., Œuvres complètes, vol. I, Gallimard, Paris 1970,tr. it. La nozione di dépense, in ID., La parte maledetta, Bertani, Verona 1972, pp. 41-57

  3. milaure colasson

    caro Mauro,

    ho ricevuto il tuo libro, l’ho iniziato a leggere… devo dire che quello che mi ha colpito è la tua destrezza, come quella di un mago che fa scomparire alla vista il coniglio e poi fa comparire una stoviglia al posto del coniglio. In te c’è questa abilità e agilità, la tua poesia ne risulta trasparente e frizzante come uno spumante napoletano (forse è meglio dire: trevigiano?). Apprezzo anche la concisione del tuo scrivere senza arabeschi e solenoidi che riempiono le pagine della poesia accademica.
    Ho apprezzato in particolare alcuni inserti lirici ed elegiaci come questo:

    Quanto tempo è passato nel giardino
    anche tu Raneskaja non lo rammenti più!

    che, inseriti nella orditura kitchen, esplodono di vivacità.
    volevo dirti che sono onorata di essere presente nel tuo libro con un mio collage.
    Complimenti.
    m.l.

  4. Nella poetry kitchen ci sono mille piccole percezioni inconsce, esse sono le condizioni per l’esistenza delle nostre rappresentazioni (chiare e confuse, chiare e distinte), ed hanno il compito di non confondersi mai con le rappresentazioni chiare e distinte proprie del logos rationale ma di convivere con esse in un mistilinguismo insondabile.

    La «materia» micrologica dell’inconscio, ciò che sta «al di sotto della coscienza», corrisponde a queste piccole percezioni che a noi e alla nostra esperienza restano del tutto oscure e immateriali.
    Il carattere distinto-oscuro dell’inconscio del pensiero esprime qui la sua natura intensiva, la sua realtà non-empirica come oggetto fantasmatico che coincide con suo coglimento problematico. La verità è che quell’oggetto problematico che sta al di fuori dell’empirico, il fantasmatico, è la realtà non-empirica come fenditura o taglio nel caos del Reale. Il carattere indeterminato (distinto-oscuro) del fantasma che costituisce la struttura segreta dell’inconscio, non è una carenza, ma una mancanza, mancanza di Reale che ritorna nel Reale come parola combusta, lapsus, clinamen, scarto, e riciclo dello scarto.
    È l’orizzonte problematico del discorso poetico come discorso dell’Altro che qui si pone.

    L’inconscio del linguaggio, la dimensione inconscia e pre-rappresentativa della lingua, mero segno che emerge nel metalinguaggio della parola poetica.
    La parola poetica così come l’inconscio, non è mai né chiara-e-distinta, né chiaro-confusa come se la dà la rappresentazione apollinea delle estetiche del Bello, bensì distinta-oscura, chiaro-oscura, macchiata dall’ombra dell’inconscio. In sé è perfettamente distinta e differenziata in ogni sua singola parte, è una possibilità interna al linguaggio che è anche una spia della sua differenzialità costitutiva.
    La rappresentazione dell’inconscio e di ogni sua produzione è un errore prospettico generato dalla volontà di padroneggiare il divenire. La verità appartiene al divenire, il cui carattere non è rappresentabile: ogni conoscenza si sporge su una differenza originaria, e tale conoscenza è possibile, come organizzazione a posteriori del materiale sensibile, solo quando il divenire si è definito in una serie di rapporti tali per noi da poterlo vedere, conoscere e simbolizzare.
    L’ipotesi di un inconscio strutturato come un linguaggio concepisce lo stesso inconscio su quel modello linguistico che prevede l’organizzazione strutturale dei significanti, in se stessi mancanti, in una dipendenza da un significante dispotico che agisce e su di essi opera distribuendo il Valore-significazione. L’inconscio an-Edipico ignora la significazione così come ignora le leggi, le immagini, le strutture e i simboli. È un inconscio orfano, poiché precede il nome del Padre che inietta nelle sue produzioni l’assenza costitutiva del sé.

  5. Sono molto contento per Mauro Pierno, che riesce con questo libro ad emergere nella terra di nessuno che ci siamo creati qui all’Ombra – della filosofia.
    Venirsi incontro di linguaggi di diverso livello per affrontare insieme il godzilla che ci vorrebbe scrivere nelle mani. Mani che invece vogliamo tenere ben libere.
    Ieri, questi versi di Giuseppe Talìa: “Eccomi. Sono di ritorno. Da un lungo viaggio. / Il fuoco nel caminetto. Arde”. Questi due versi contengono la pillola che accorcia il sonno ai defunti: il punto. Che è stop-al parlante ( a Talia ne sono serviti cinque, da Eccomi al fuoco che arde). Emoji. Ma era per dire che gli strumenti ci sono tutti.
    Mauro Pierno se ne è impossessato, sa che adesso potrà divertirsi (ossessionarsi) come non mai.

    Mauro Pierno fa degli errori, o comunque sembra sempre sul punto di sbandare. In ogni caso l’errore è visibile. Forse perché alcune parole sembrano nate per la gag. Sì, alcune fanno ridere. “Desueti!”.

    Questi versi mi sono piaciuti particolarmente:

    Il viso era un ricordo con una semplice benda.
    Di traverso non mostra la barba.

    La solitudine in faccia rimette a posto il contorno,

  6. Giuseppe Talìa

    Complimenti a Mauro Pierno per i suoi Compostaggi.

    Solitamente, un libro di poesia dovrebbe contenere la combinazione di almeno tre criteri, la struttura (distico distassico e dismetrico, G.L. ), la retorica ( archeologia del presente, G.R.) e in ultimo il nucleo tematico. Quest’ultimo punto è contenuto nel titolo che rimanda al modo fermentativo con cui si trasformano i rifiuti solidi e quelli umidi in fertilizzante.

    Mi piace molto la copertina di M. L. Colasson.

  7. Gino Rago
    Prefazione nella sua versione integrale al libro poetico
    di
    MAURO PIERNO, COMPOSTAGGI, Edizioni Progetto Cultura, 2020

    *
    Riferendomi alla precedente silloge di Mauro Pierno, Ramon, Edizioni Terre D’ulivi, Lecce, 2017, ho scritto di recente: “Perché Mauro Pierno sceglie per questa sua agile ma densa plaquette il titolo Ramon? La spiegazione, almeno una spiegazione parziale, l’ho trovata a pag. 27 di questa raccolta, e viene dal film di Sergio Leone Per un pugno di dollari: “Al cuore Ramon, al cuore, / altrimenti non riuscirai a fermarmi…” E Pierno, autore assai apprezzato di testi teatrali, scrive a integrazione del brevissimo monologo del film di Sergio Leone: “Sparano al sole/ centrando solo nuvole e nuvole, / senza bersaglio”. Da soli questi pochi versi sono una dichiarazione di poetica.

    Il libro poetico di Mauro Pierno, Ramon, consta di tre sezioni che l’autore denomina “Libri”.
    Libro A, Perdo il controllo del silenzio; Libro B, Le parole sistemano se stesse; Libro C, L’assonanza. Sovrapposti insieme i tre titoli, ri-proposti in distici, si ottiene:

    Le parole sistemano se stesse, perdo il controllo del silenzio. L’assonanza.
    “Al cuore Ramon, al cuore, Altrimenti non riuscirai a fermarmi.”

    E al cuore delle emergenze del nostro tempo mira nei suoi versi Mauro Pierno, accatastando fotogrammi in uno stretto rapporto tra parole e immagini come tanti fiori messi nei bicchieri.

    Con chi parla il poeta? Fa finta di parlare con se stesso ma esterna il di dentro, nella nostalgia della parola che nessuno più abita. Cerca la sua patria linguistica. In un ‘io’ poetante senza narcisismo, senza la pretesa di porsi a misura del mondo e della storia. Mauro Pierno dichiara: “avrei voluto essere un poeta/ fingo// avrei voluto esserlo per davvero/ scrivo.”.
    Cosa certa il poeta di Ruvo di Puglia? In una forma di “giustificazione” di Ramon, Mauro Pierno scrive: “Cerco il diletto di cose inutili. Concettualmente divenute inutili […], dell’acqua, per esempio, che danza e sorride, senza ragione, per il solo diletto del poeta…”. Nel corpo il poeta avverte una zattera immobile, alla fine Mauro Pierno si consegna al vento, “al vento part-time, scodinzolandogli attorno/ ho sottratto la voce”.

    Questa raccolta, Ramon, non ha presentazione, non ha retro di copertina, non ha nemmeno postfazione. In epigrafe ha soltanto uno stralcio delle Finzioni di Jorge Luis Borges, riguarda il cosiddetto “metodo regressivo” di accostamento ad un libro: “per localizzare un libro A, / consultare preventivamente il libro B, / per localizzare il libro B,/ consultare preventivamente il libro C; e così fino all’infinito…”. Mauro Pierno qui è ancora distante dal distico e dal polittico, cui tuttavia tende. Costruisce ragnatele ma non di fili, bensì di “masserizie & immondizie”, fa barricate di plastiche e scarti nel ricordo della “totalità” smarrita, se non definitivamente perduta. Nell’esilio permanente che per il poeta è “esilio linguistico” a Mauro Pierno di Ramon non resta che evocare strappi, spaesamenti e spoliazioni nello statuto non dichiarato delle parole dimenticate: l’aria statica primaverile / posata sopra i corpi, / sorride stralunata:/ un’ebete striscia chiara, un’anemica sensazione di franchezza.” Ironia? Forse si, ma ironia intrisa di malinconica meditazione sulla perenne condizione di esilio che poi è la vita.
    In Compostaggi registro un mutamento radicale nel fare poetico di Mauro Pierno, un mutamento di registro stilistico-formale con l’approdo all’impiego del distico, come per esempio in questo componimento della sua nuova raccolta poetica.

    Di ciliegio sine die
    con decorazioni appese ad asciugare.

    Tese alla corda orizzontali le tovaglie
    rumoreggiano di primavera.

    Tra il vento anche le foglie stampate
    si battono indipendenti.

    Quanto tempo è passato nel giardino
    anche tu Raneskaja non lo rammenti più!

    Segno evidente, innegabile di una evoluzione che comincia a distanziare Mauro Pierno da tutto il truismario esangue della poesia dei gregari dell’umbertosabismo diaristico, del postserenismo minimalista, del neocrepuscolarismo dell’io sconfitto, dell’elegia del cardellismo post-rondista.
    Giorgio Linguaglossa in una nota icastica così scrive: “Mauro Pierno è poeta in rapida evoluzione, ha mandato al macero la poesia accademica e prosegue dritto nella sua ricerca di una poesia archeologica del presente, fa un archeologia del presente, poiché il passato è stato dimenticato dalla odierna civilizzazione di cassa e del futuro lui si considera un po’ un antenato, un sorta di astronauta sulla Terra “.
    Ed ecco che compare una parola-chiave nel nuovo corso poetico di Compostaggi, “archeologia del presente” che nella sua apparente valenza ossimorica dice tutto di un accorto lavoro di scavo nella parola di poesia dagli strati superiori a quelli inferiori fino allo strato del grado zero del linguaggio poetico, dove una sorta di pastiche linguistico ad alta interferenza è di casa come in questi versi:

    Il quadrato costruito sull’ipotenusa il teorema applicato
    nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

    Nei brani sgranati si arrotolano esistenze piè
    e a cena le rive si allontanano.

    Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati.
    Dalla forma più casuale un ricettario pubblico.

    Una rivoluzione portatile per l’ipnosi.
    Questa tua apparizione a capotavola,

    Tomas, rimette tutto in ballo.
    Lo sai che le farfalle son alte alte alte.

    Versi esemplari di un intreccio di geometria-Vangelo-canzonetta che nella ibridazione linguistica trova una cifra e anche una nuova energia interna delle parole che il poeta impiega nella architettura della sua nuova poesia, frutto della lunga frequentazione dei temi di Nuova Ontologia Estetica affrontati e messi sul tappeto da Giorgio Linguaglossa attraverso la Rivista Internazionale di Poesia “L’Ombra delle Parole”, un lavoro di profondo, radicale rinnovamento della nostra poesia ben sostenuto da tutta la redazione del Blog di Letteratura Internazionale, a partire da questi versi di Tomas Tranströmer,

    “…le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero…”
    (da La lugubre gondola, Bur,2011)

    dai quali si sprigiona tutta la forza delle immagini metaforiche e/o delle metafore cinetiche della estetica Tranströmeriana cui si approssima questo ben riuscito distico di Pierno “Ci si ammassa con forchette negli inferi precipitati. Dalla forma più casuale un ricettario pubblico”, quasi a preparare i componimenti dell’altra sezione, Cose, che in distici come quelli che seguono:

    L’ennesima fornitura li trovò spiazzati.
    Un ipermercato il punto d’incontro.

    Nelle ventiquattrore si apprestarono in tanti
    con peluche e mascotte.

    E i cani sorrisero. Si leccarono anche,
    lappavano i musi, mostravano i denti. In cambio cosa offrivano loro?

    Incalzarono, “Peluche e mascotte!?” E allora sbraitarono.
    Fuggirono acquirenti e mercanti.
    suggellando il corso nuovo di ricerca poetica fondata su un lavoro efficace sul logos.

    Mauro Pierno sta percorrendo una propria strada di accesso alla realtà, una strada lastricata dalla frequentazione pluriennale dell’Officina de lombradelleparole.worpress.com. In questo tragitto la sua dizione poetica è diventata sempre più oggettiva, spersonalizzata, fredda, ironica e autoironica. L’autore di Compostaggi ha saputo mettere a punto un congegno di de-automatizzazione e di fibrillazione del suo linguaggio poetico, una proceduta di de-contestualizzazione del testo nell’ambito del testo, immettendo nel testo un sotto-testo che funge da contro figura e da alter ego. Penso sia questo l’elemento di distinguibiltà della sua dizione poetica nell’ambito della nuova ontologia estetica sempre attento a non far mai combaciare la parola con il suo referente, la cosa. E così, in questa dicotomia e discrasia, la dizione poetica di Pierno si presenta instabile e disarticolata, come in fieri ed in itinere. La poesia si fa luogo di incontro di interlocuzioni, un attivismo che tiene desto il testo che è sempre attraversato da forze longitudinali che ne determinano la contestura. In fin dei conti, il poeta è un homo artifex che agisce, agambenianamente, attraverso l’archeologia del presente. Su questo aspetto scrive Linguaglossa: “il poeta fa così un lavoro analogo a quello dell’archeologo e dello speleologo, scende al di sotto del testo per mostrare che le commessure sono state assemblate da altri autori in diversi tempi e in diversi spazi, e che quel testo può tornare a vivere pur se non ha mai visto la luce.”.
    L’evento accennato al piccolo bordo
    configurato in un punto, sul corpo, accendeva un artiglio.

    Una pozza specchiata dominava la vela, la riva, la rotta.
    Labuan percepiva punture di spillo, la Tigre appariva.

    Rianimata dal furore la pelle
    non esaltava lo stesso dolore. Fingeva.

    Nella rapida successione di sostantivi evento-bordo-punto-corpo-artiglio-pozza-vela-riva-rotta-spillo-Tigre-pelle con il verso libero in distici fondati prevalentemente su sintagmi nominali, Mauro Pierno si allontana definitivamente dalla linea Petrarca-Tasso-Ungaretti che per anni ha dominato, ingabbiandola, grandissima parte della poesia del secondo novecento che ha fatto del poeta italiano, per dirla con Mario Lunetta, “un addetto alle pulizie”, un impiegato della poesia emotiva equipaggiata dal conformismo stilistico oggi dilatante.
    *
    Gino Rago
    *

  8. FRANCESCO LORUSSO

    Un sincero augurio a Compostaggi, che possa percorrere lunga strada.
    Complimenti a Mauro Pierno che sa sondare con scioltezza itinerari stilistici freschi, personali e di condivisione. In ogni suo libro sa riformulare la sua pronuncia e la sua poetica.
    ________
    Una sintassi di vertebre interrate
    di parole senza dardo né faretra.

    Dagli oblò delle sinfonie
    al ghiaccio simmetrico delle capanne.

    Dalla geometria dell’occhio
    alla similitudine del dado.
    ________

    L’accostarsi alla NOE gli ha fatto bene e questa sua esperienza meritava di essere offerta ordinata in volume, sia alla sua bibliografia che a tutti i lettori.

    Un saluto a chi ripara il tempo e le parole sotto questa Ombra.

    Francesco Lorusso

    • Caro Claudio Borghi,
      dopo la Sua civile risposta Le segnalo doverosamente, e non è una dichiarazione semplice di poetica che rischia di lasciare il tempo che trova,
      che in Compostaggi di Mauro Pierno, come nelle mie “pallottole” e nelle “Vicissitudini di Nanin, la gallina della cover dell’Antologia Poetry Kitchen”, come anche in tutte le composizioni-dialoghi di Giorgio Linguaglossa, di Mario Gabriele, di Lucio Mayoor Tosi, di Giuseppe Talìa, di Marie Laure Colasson, oltre che nelle composizioni di Francesco Paolo Intini, di Ewa Tagher, di Pino Gallo, di Guido Galdini e come soprattutto in Maria Rosaria Madonna, sono evidenti i segni di una evoluzione che ci distanzia da tutto il

      – truismario esangue della poesia dei gregari dell’umbertosabismo diaristico,

      – post-serenismo minimalista dei nipotini romani e meneghini di Sereni,

      – neocrepuscolarismo dell’io sconfitto,

      e da tutta l’elegia del cardarellismo post-rondista, ecc.

      Insomma, caro Claudio Borghi, e stavolta parlo per me soltanto, so in quale porzione di mondo desidero stare con la mia ricerca poetica che, sinceramente, in evoluzione com’essa è, non so a quali esiti possa condurrmi;

      ma di sicuro conosco, e da tempo, tutte le altre porzioni di mondo nelle quali poeticamente non voglio più stare.

      *

      Gino Rago

  9. La poetry kitchen

    La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina, ha lasciato i salotti degli intellettuali e gli androni con le colonne neoclassiche delle abitazioni borghesi e si è introdotta in cucina. È un’attività piccolo-borghese al tempo stesso ordinaria e generica (poiché tutti mangiamo, quindi appartiene al genere), quotidiana e individuale poiché il cibo viene preparato ogni giorno da ciascuno di noi.

    Nella sua dimensione ordinaria e quotidiana, la cucina soddisfa i nostri bisogni più immediati, si lega alla dimensione intima della casa, del focolare, assolve un bisogno umano ma anche, consente differenze di stile e ingegnosità, fattori indispensabili ai fini della riproduzione dell’homo sapiens. Le possibilità offerte dalla cucina sono presenti fin dall’inizio della storia dell’homo sapiens in quella che si può definire come il sito dell’abitare per eccellenza qual è la casa, con il suo logo più importante: la cucina come luogo di confezionamento e consumazione dei cibi.

    Poetry kitchen dunque come manufatto costruito in casa con gli utensili che abbiamo sotto mano tutti i giorni: i piatti, le padelle, il coltello, la forchetta, il sale, lo zucchero, lo zenzero e la curcuma, gli aromi… senza il bisogno di indossare panni aulici o «sartorie teatrali». Scrivere in modo dimesso e dismesso, senza fronzoli o abissali angosce o insondabili epifanie; una poesia, diciamo, frittura di pesce, poesia omelette, poesia usufritta, fatta in padella, ascoltando il tiggì de “La 7” e i telegiornali di regime, magari masticando delle noccioline o trangugiando patatine fritte.

    Sbaglia di grosso se qualcuno pensa che la nuova fenomenologia del poetico, la poetry kitchen, sia solo un gioco di scacchi o di fuochi d’artificio o una collezione di figurine comiche e bizzarre, insomma, una bizarrerie. In realtà, la nuova poesia è affollata in modo assordante dalla presenza del mondo, in essa si assiste al mondeggiare del mondo con tutte le sue acrobazie e le sue follie, e dalla presenza della terra, con la sua pesantezza e le sue spine.

  10. Quando si parla di “sintomo” della nevrosi, dice Lacan, si ha ache fare con un particolare significante connesso ad un significato che è stato rimosso dalla coscienza del soggetto. Si tratta, ancora una volta, di una testimonianza di come un malfunzionamento nella struttura del linguaggio, nella catena significante determini una alterazione della parola nei confronti della cosa che vorrebbe designare.
    Analogamente il linguaggio poetico ha a che fare con un significante connesso ad un significato rimosso dalla coscienza del soggetto che si sposta su un altro significante imprevisto e imprevedibile… Qui, in questa linea di confine si situa la poetry kitchen.

    La parola, divenuta incomunicabile e incomprensibile, perde la sua stessa essenza e la possibilità di ottenere una risposta. Diviene una parola vuota. La parola diun soggetto che crede di parlare di se stesso, ma che in realtà parla soltanto di qualcuno che gli assomiglia, ma che non coincide con il soggetto dell’inconscio, con il soggetto del suo desiderio. E’ la parola del soggetto che si crede un Io, del moi, di chi cede alla “follia più grande”. Come ricorda Recalcati, “più la parola si riempie di Io, più risulta vuota di desiderio”.1

    Nell’uomo c’è qualcuno che parla, un Ça parle. Ma si tratta di uno sconosciuto.

    M. Recalcati, Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina Editore, 2012,Milano, pag. 102

  11. mariomgabriele

    Caro Mauro Pierno,
    la sorpresa viene nel leggere il tuo volume che metabolizza un tempo estetico di assoluta diramazione degli eventi, con una fitta rete di elementi linguistici definiti deittici tendenti a presentare l’oggetto o il soggetto in una ideografia dinamica.
    Appare evidente che la tua prima posizione poetica abbia subito un travaso di idee e di comportamento linguistico, decisamente ascensionali, come scorporazione ad una genetica verbale di prima nicchia biologica, per approdare in ogni latitudine ad un progressivo disfarsi del paesaggio umano, risucchiato dai molteplici cocktail espressivi, che danno l’esatta situazione di come si possa arginare il passato andando incontro al presente e al futuro.
    Ci sono nei tuoi versi scatti acrilici in un fissaggio visivo ed estetico che precisa tempi e modi del reale, anche a costo di ridurre il frammento in un click fotografico: la qual cosa non può che produrre “compostaggi”, sintesi dell’attimo fuggente.

  12. milaure colasson

    dopo il commento di Mario Gabriele e la prefazione di Gino Rago, non potrei aggiungere nulla di particolare… certo, il poeta oggi è diventato un “addetto alle pulizie” dello stabile chiamato “Poesia”, come diceva il mio amico Mario Lunetta che ho frequentato per lunghi anni… Che dire? Mario mi manca, mi mancano i suoi motti di spirito, la sua verve, la sua intelligenza acuta… peccato che Giorgio Linguaglossa, (marxista eclettico) e Mario Lunetta (marxista ortodosso) non si siano mai incrociati, e pensare che abitavano anche vicino qui a Roma, ne sarebbe venuto fuori un bel connubio. La lettura di Compostaggi mi ha esilarato. Mauro Pierno è un poeta che non ti lascia un momento, che ti incalza con sempre nuove invenzioni e verve. Questi Compostaggi mi convincono pienamente, quello di Pierno è un modo originalissimo di interpretare la poetry kitchen, e lui è stato bravo a trovare la sua propria strada in questo percorso a tappe forzate. E’ stato audace e tenace. E i risultati si vedono.
    Complimenti.

  13. Carlo Livia

    Caro Mauro, non ho ancora avuto il tuo libro, appena arriverà lo leggerò con molto interesse, dagli esempi pubblicati e dai molti già letti so che costituisce un importante contributo alla creazione di un pensiero poetico che ribalta e reintegra codici espressivi ed assiologici ormai inutilizzabili, quelli del “pensiero calcolante”( Heidegger), di ascendenza socratica, responsabile del predominio del logos sul pathos, del razionale sul mitico, intuitivo, inconscio, onirico, visionario, alla cui valorizzazione in funzione soteriologica tutte le personalità artistiche più dotate, dal Rimbaud delle “Illuminazioni” alle avanguardie, si sono convertite.

    “L’arte è la vera attività metafisica di questa vita” (Nietzsche), e in questo momento l’unico strumento per favorire quell’inevitabile rivoluzione morale, antropologica che permetta di superare questa fase di stallo tra la vecchia metafisica e una nuova dimensione spirituale che liberi dalla dittatura del capitalismo consumistico, liberando le energie del sogno, della passione creativa, dell’espressione libera e integrale, emancipata da dogmi e ideologie.
    Per raggiungerla dobbiamo potenziare il carattere icastico e rappresentativo dell’inconscio, a lungo subordinato ai codici repressivi e devitalizzanti dell’apollineo, con cui abbiamo smarrito la dimensione del sacro per l’ossessiva ricerca del dominio e dello sfruttamento.

    “Questa è l’opera del poeta, che interpreti e noti il suo sognare.
    Credetemi, la verità viene aperta dal sogno.
    Ogni arte poetica non è che interpretazione del sogno. ” (Hans Sachs).

    In particolare ci sono due elementi, nella tua scrittura, che tentano di trascendere l’opacità e il nichilismo a cui è asservito il pensiero dell’homo consumens: la frammentazione, con l’implicita ribellione all’ intelletto dello scientismo post-socratico, che confina l’Essere nelle illusorie gabbie dello spazio-tempo, per codificarne la presunta unità ontologica.
    E l’umorismo, di cui sei dotato in modo invidiabile, che non è superficiale e triviale senso del comico, per dilettare senza risultanza, ma l’intuizione dei punti deboli della logica convenzionale, delle aporie e paralogismi che, abilmente smascherati, denunciano l’artificio mistificatorio della dimensione linguistica e concettuale in atto.
    Come forse sai Andrè Breton compose un’antologia dell’umorismo nero, in cui, esaminando autori anche molto diversi, come Sade, Kafka, Lautreamount, ne evinse la comune capacità di mettere in risalto l’assurdo, come una metafisica dell’insensato, iperbolico, contradittorio, che connota il pensiero quando vuole addentrarsi nell’Altrove, con il suo ridicolo abito cucito nel buon senso socratico-cartesiano.

    Per ricambiare le ispirazioni che mi hai suggerito, vorrei dedicarti qualche frammento dei miei sogni.

    SOGNI O SEPOLTURE

    Un ragno divora Dio. È il sogno del morbo rosa.
    Un frammento dello specchio precipitato dall’alto.

    Malati esultano in mezzo ai fiori che parlano di te.
    Due eternità separate dallo stupore dei morti.

    Ti allontani in un colore di pagine chiuse.
    L’angoscia indossa pallidi guanti di musica.

    Notti per modellare voluttà o soffici precipizi.
    Divinità muschiosa della signora estinta in tedesco.

    Entrando nella sala in fondo all’anima ci si prende per mano.
    Davanti alla statua infelice si recita la preghiera.

    Cercano fra i cespugli l’embrione triste.

    L’utero nero sorride sull’erba. Offre un finale impossibile.

    Nel refettorio poche nuvole conversano con la morte.
    Meduse ingioiellate offrono antichi peccati mortali.

    Il frastuono della macchina del piacere copre la parte mancante del cielo.

    L’incesto docile lucida la cristalliera delle prove ontologiche.
    Due cieli ciechi, furiosi combattono per l’ultimo istante.

    Una luce con una radice di amari ricordi.
    Preghiera che cade con una lama di sogno in cuore.

    Il piacere divora bianche colombe dai forzieri dei lavatoi celesti.

    Sospiri d’amanti ed elefanti di sonno nel viale appena risorto.

    Appena estratta la pietra di follia, l’Universo precipita nel primo amore.

    Se le sacre spoglie parlano la lingua del serpente cosmico…

    /…/

    Il vecchio digiunatore m’insegue per divorarmi. Ha inghiottito una bomba e sta per esplodere. Davanti alla torre campanaria sento il boato.
    Ma è uno scoppio di risa. Nel salone scintillante le principesse si trastullano con le anime perdute. Hanno morti multiple fiorite sul petto, spesso viola.

    La Dea si dispera nel pallore orientale. Grida di mettere in ordine i pensieri, che sono mobili scrigni di vento, sorti dal peccato originale. Io rubo dal dipinto l’angelo triste.

    Fumo nel lucernario a precipizio sull’universo estinto. Lei passa sul vascello immortale. Mostra il calvario d’amore. Il pallore dei passanti che giustifica l’eterno.

    Il luogo dei morti è coperto da un’estasi bionda. Donne necessarie al cielo scompaiono dietro le betulle, dimenticando un fremito di Chopin.

    Ultima notte sull’imbarcadero. La donna scarmigliata divora chiavistelli celesti e piange a dirotto. Il cosmo salpa troppo lentamente per l’Essere gravemente ferito. Fiotti di promesse tradite dalla crepa indecente.

    Hanno negli occhi una strana luce…

    /…/

    Tre lune psichiche languono sugli spalti, con la dama ovale.
    Una pausa di Schubert sovverte le consustanziazioni.

    L’animale pazzo con le mani di sonno. Dalle sue grida s’alza una scala invisibile. Si direbbe amore. Ma tutto precipita senza testa.

    Piovono silenzi rossi. All”angolo fra musica e morte. Nel gorgo orientale si scompare incensati. O l’antro villoso dell’assente incontenibile.

    Al posto dei bambini un pozzo con dieci necessità e una luna radente.
    La Sposa trasporta mucchi di dolore nel canneto. Io valgo più di questo – grida al guardiano.

    Anime oscure si ostinano a morire malgrado la fontana di smeraldo.
    La folla demente cresce nel segreto intermedio.

    Hiroshima cerca il segno immutabile. Un lungo giocattolo nel rovescio del tempo.

    /…/

    Mezzanotte fonda. L’idolo danza nell’oceano senza lanterne.
    Ha imparato ad inginocchiarsi. Il livello del mistero oscilla al vento.

    Antiche donne del fiume cantano al centro della malattia.
    Quanto amiamo la morte! – sospirano ai cieli ipotetici.

    La rastrelliera di cristallo raduna i vicoli sopravvissuti alla furia dell’inquisizione.

    Cinque ottave senza respiro, e il cielo è un precipizio vellutato, con dita di fanciulla.

    L’amore è un cavallo pazzo, corre sempre su questo filo spezzato – dice la dama velata.

    Io lasciò il Paradiso incendiato dal desiderio. Portò sulle spalle una foresta di diamanti vivi, occhi di donne-praterie.
    Mettila giù – dice il cielo, non vedi, sei nello specchio senza fondo.
    L’elefante annuisce sul confine.

    Con una sola dose lei attraversa il lago.
    Il dolore fiorisce nel corallo, e richiude la porta col peccato.

    Dopo l’elevazione la sposa incontra il testimone, e lui s’inchina.

    /…/

    Il bianco perduto dalle ragazze dei quartieri alti è steso ad asciugare.

    Pallido di farmaci, fermo per sempre davanti al portone ammutolito.
    Nessuno piange in cielo.

    Il caso ha infranto l’ultimo sigillo, e ora le nozze si mettono in fila, mute, verso l’incidente.

    Piovono strani calici, colmi di sguardi.
    Il pensiero albino ha dimenticato a casa la bestia, e ad ogni istante l’uranio si amputa l’anima.

    Un’alba chimica passeggia seminuda fra occhi rimasti senza morte.
    Nel fondo ormonale, drappeggiato di nostalgia.
    Fra la giungla e l’eternità.

    Oppure la Signora mutevole attende, accanto al Cosmo.
    Inventa alfabeti, sogni, costellazioni, corpi martoriati, gesti d’amore…

  14. caro Carlo,

    adesso che hai consegnato al bianco il bianco del soggetto, adesso che hai abbandonato l’io come un abito messo da parte sulla stampelliera nell’armadio d’inverno, adesso che hai lasciato la parola del soggetto che si crede un Io, la tua poesia fa un grande passo in avanti. Ça parle. Parla Lui, parla l’Altro. La tua poesia è diventata più profonda e misteriosa proprio in quanto ha dismesso l’abito dell’io (e forse questo è un merito della poetry kitchen… qualcosa della poesia buffet è entrata dentro di te…)

    È noto che a questa parola che ha smarrito la propria essenza nella pretesa di un Io che vuole parlare di sé, Lacan contrappone la parola «piena», una parola che oltrepassa il piano narcisistico dell’Io e riconosce nell’Altro la sede della propria verità – questa parola trova il suo senso nell’enunciazione del desiderio inconscio del soggetto. Questo desiderio inconscio parla e lo fa attraverso un “discorso transindividuale” che oltrepassa le intenzioni soggettive e si configura come “discorso dell’Altro”. Più precisamente, Lacan afferma che “l’inconscio è quella parte del discorso concreto, in quanto transindividuale, che difetta alla disposizione del soggetto per ristabilire la continuità del suo discorso cosciente”.1

    La conclusione a cui arriva Lacan – l’inconscio del soggetto come discorso dell’Altro –evidenzia come già la scoperta di Freud, implicitamente, dimostri che non è l’uomo a parlare, ma che nell’uomo c’è qualcuno che parla, un Ça parle.

    Ça parle
    parla nell’Altro, in quel luogo dove il soggetto “trova il suo posto significante”.2

    C’è “chi parla” nell’Altro e il soggetto può anche non avvertirlo, ma rimane la certezza che sia proprio lì che parla, nel luogo dove si istituisce una relazione tra significante e soggetto anteriore ad ogni possibile risveglio del significato. L’Altro è sede e destinatario di una verità che vuole essere svelata, ma che rimane nascosta, censurata. Emerge, qui, l’immagine dell’inconscio come capitolo censurato,“quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco”, una parte di storia occupata da una menzogna. Solo attraverso l’assunzione della propria storia, il soggetto può riscrivere, o meglio, può scrivere da capo quel capitolo bianco.

    Concepire la poesia come un foglio bianco sul quale si scrivano delle parole bianche, tal che il bianco delle parole si confonda con il bianco della pagina e il bianco del soggetto che sta di fronte alla pagina.
    Ma il bianco non significa purezza, nel bianco a guardar bene c’è una scrittura.
    L’ingresso dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica ha cambiato il logo, l’essenza del fare arte e dell’arte, poiché la riproducibilità mette in opera la ripetizione, la quale mette in opera la differenza, e la differenza mette in opera il sempre eguale, e il sempre eguale il ritorno del rimosso, che altro non è che la traccia di una cancellazione, di una colluttazione.

    «L’inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco od occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere ritrovata; il più spesso è già scritta altrove».
    J. LACAN

    1 J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, vol. I, Einaudi, 2002, Torino, pag. 252
    2 J. Lacan, La significazione del fallo. Die Bedeutung das Phallus, in Scritti, vol. II, Einaudi, 2002, Torino, pag. 687

  15. Ebbene devo ammetterlo
    ha scritto pure a me!!!
    Prassi e stazioni. Ripartenze e sottovie.
    Abnegazione agambeniane, suffissi in transito su rotaie in Ombra.
    La stasi è mobile! Lo si sente lusingato.
    Da pag.12:
    “approfondimento della poetica del frammento e delle sue evoluzioni, avvenuto in questi anni di frequentazione della stessa,[l’Ombra] percorrendo come pendolare il tragitto ferroviario Bari-Ruvo di Puglia e scritte con il cellulare.”,[…]

    “Sono poesie che contengono …[…] tracce e pensieri e oggetti, di autori nazionali [ Linguaglossa, Livia, Leone, Rago, Colasson, Ventura, Dzieduszycka, Intini, Catalano, Caronia, Talia, Gallo, Cataldi, Galdini, Tosy, Godi, Tagher, Grieco, Dono, Sagredo, Petrillo, Giancaspero, Gabriele, …(…) Perché non mai messo pure a me nella nota della salute?]… [Pierno]…(certo me ne dimentico qualcuno!…) internazionali e frequentatori letti e commentati al momento in una sorta di dialogo ininterrotto tra lo spazio, il tempo, gli uomini e le loro molteplici raffigurazioni.”
    Un lavoro di intrattenimento politico.
    Una sorta di master magister.
    Un pagliacciata infingarda.
    Grazie…grazie OMBRA.
    {UN ABBRACCIONE GINO, GINO RAGO}.

  16. caro Mauro,

    le tue sono poesie scritte al cellulare durante il tragitto ferroviario Bari-Ruvo di Puglia, andata e ritorno, leggendo i post dell’Ombradelleparole sulla poetry kitchen.
    Straordinario!

  17. Caro Mauro
    leggendo una tua poesia come qualunque altra nello stile Kitchen\Noe si ha sempre la sensazione di essere di fronte ad una specie di stile Fosbury che surclassa il ventrale eternamente fermo ai 2 m e 30 cm scarsi.
    Questa sera piove su Bari e muovo i miei passi su Via dei Mille, ma la libreria che mi hai indicato era chiusa. Peccato, riproverò nei giorni buoni che mi sono appuntato su un palmo di mano.
    Si ha un bel dire di una pioggerellina ma che dire dell’ ossigeno liquido che piove dai tetti? Ecco, leggendo queste tue sull’Ombra, in attesa di avere tra le mani l’opera completa, ti vien voglia di scrivere e dunque trasmetti una malattia contagiosissima:

    La strada mostrò le rughe in subbuglio.
    Da quale emisfero migravano?

    Angoli e corvi in lotta per un regno.
    I porti uniti in un unico cartello e le streghe.

    -Macbeth?
    -San Pasquale.

    Non si vedeva piovere ossigeno
    Da quando convertimmo l’alta marea

    Che epoca poteva ospitare una pioggia su Bari?
    Un pioggerellina senza richiesta di permesso edilizio

    L’ostilità delle code dinnanzi a castagne
    Quella dei serafini con il termometro a infrarossi

    Ma non c’ era l’anima nascosta tra i capelli?
    Il cuoio è tana di lupi. Perché aggiungere tormento?

    Questi uomini che piangono olio non sanno nulla
    Dell’assassino sulla porta d’ingresso

    C’è un incubo in ogni pacco che arriva
    Perché non si sa la differenza tra un pollo e il cianuro

    Un caro saluto e con l’augurio che la Bari Nord ti ispiri ancora ottima poesia
    Ciao Franco

  18. Mi riferivo a ieri, Giovedi. Ciao

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.