Dialogo della moda e della morte, di Giacomo Leopardi, La moda, l’Impero dell’effimero, da Lipovetsky a Walter Benjamin, Il pluralismo stilistico della Moda prefigura il pluralismo stilistico delle merci artistiche

Gif naomi Campbel

Dialogo della moda e della morte
di Giacomo Leopardi

Moda. Madama Morte, madama Morte.
Morte. Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami.
Moda. Madama Morte.
Morte. Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.
Moda. Come se io non fossi immortale.
Morte. Immortale? Passato è già più che ‘lmillesim’anno che sono finiti i tempi degl’immortali.
Moda. Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o dell’ottocento?
Morte. Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno.
Moda. Via, per l’amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto, e guardami.
Morte. Ti guardo.
Moda. Non mi conosci?
Morte. Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali, perché gl’Inglesi non ne fanno che mivalgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me gl’incavalcassi.
Moda. Io sono la Moda, tua sorella.
Morte. Mia sorella?
Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?
Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.
Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra.
Morte. In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.
Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare diogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.
Morte. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano. Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.
Moda. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, ecorrendo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.
Morte. Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda. Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi. Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuotutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che elladura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.
Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte. Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta l’usanza che non si muoia. Ma inquesto mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto chenon ho fatto finora.

Moda. Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor tuo,volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.
Morte. Tu dici il vero, e così voglio che facciamo..1 Giacomo Leopardi, Dialogo della moda e della morte, in Operette morali, Saverio Starita, Napoli 1835.

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Gif Naomi passerella

Giorgio Linguaglossa
I Passages sono i luoghi in cui si manifesta l’epifania del moderno

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Il Dialogo sulla Moda fu composto a Recanati tra il 15 e il 18 febbraio 1824 e fa parte delle Operette morali. Il Dialogo anticipa della gran parte delle riflessioni filosofiche sulla moda che verranno poi nel XX e nel XXI secolo da autori (Thorstein Veblen, George Simmel, Roland Barthes, Gilles Lipovetsky, Walter Benjamin etc.), anticipa tematiche che saranno tipiche del sistema culturale allora agli albori che aveva il suo habitat in una formazione economico-sociale agli inizi della industrializzazione e del consumo. Leopardi intuisce che la Moda è diventata una categoria del pensiero e un Fattore del reale. Se la moda prima di Leopardi era una deità, un quasi concetto, con questo Dialogo diventa una presenza metafisica, trascendente-immanente, una astuta forza del Reale al pari della morte. Ma perché proprio la Morte e non la Vita?. Leopardi individua un’origine comune a Moda e Morte, entrambe discendenti dalla stessa madre, la Caducità. Fra le due figure è la Morte che sembra dipendere dalla Moda, quest’ultima innalzata da vizio individuale a principio universale. La forza persuasiva della moda, nella dinamica delle forze produttive del capitalismo sarà un Fattore ineliminabile del ciclo della produzione e del consumo, anche di quello artistico, perché la Moda occupa un ruolo rilevantissimo sui fenomeni dell’arte e sulla diffusione dell’estetico a livello di massa. Lipovetsky battezzerà la Moda come «Impero dell’effimero».
La Moda inaugura il secolo della morte, il secolo XX, ci introduce al feticismo delle merci e alla alienazione che saranno le forze propulsive del XX secolo. La Moda fonda la merce, è inseparabile dalla merce, prescrive il rito della sua adorazione, crea il feticcio della merce e genera l’orizzonte della forma di vita del capitalismo in cui il feticismo delle merci occuperà un ruolo centrale.
L’Impero delle merci è inseparabile dall’Impero della Moda. La Moda è la sua imperatrice. E la merce la sua sorella.
Ciò che è stato erroneamente pensato come diffusione dell’estetico, deve quindi essere corretto come diffusione della Moda e delle sue estetiche di massa.
Durante il novecento la ricezione della Moda da parte delle poetiche e dei movimenti artistici è un fenomeno che non è stato ancora adeguatamente indagato e valutato. Possiamo però affermare che più ci si inoltra nel novecento più l’influenza sotterranea della Moda sui movimenti artistici diventa preponderante e pervasiva.
In un certo senso, possiamo dire che i cambiamenti della Moda preludono e anticipano i movimenti artistici.
In questo contesto di pensiero la poetry kitchen, in quanto poetica consapevole, opera al contrario, anticipa i futuri movimenti della Moda, anzi, per certi versi resta estranea e refrattaria alla Moda e alle sue tendenze, per altri ne adotta la strategia vincente.

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Gif Monna lisa

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Scrive Walter Benjamin:
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«Le mode sono una medicina destinata a compensare, sul piano collettivo, gli effetti fatali della dimenticanza. Quanto più un’epoca è effimera, tanto più si orienta secondo la moda». L’interesse più scottante della moda consiste per il filosofo tedesco nelle sue straordinarie anticipazioni. È noto come l’arte sia spesso capace di cogliere il reale con un anticipo di anni. Vetrine e saloni scintillanti di luci erano già realtà molto prima che la tecnica li illuminasse, prima che apparissero le  pubblicità luminose. La sensibilità verso il futuro del singolo artista supera di gran lunga quella della Gran Signora. «Tuttavia, la moda, in virtù del fiuto incomparabile della clientela femminile per ciò che si prepara nel futuro, è in contatto molto più costante e preciso con le cose a venire. Ogni stagione porta nelle sue ultime creazioni un qualche segnale segreto delle cose future. Chi imparasse a leggerli, non solo potrebbe conoscere in anticipo qualcosa delle nuove correnti artistiche, ma anche dei nuovi codici, delle guerre, delle rivoluzioni. – Sta senza dubbio in ciò il grande fascino della moda, ma anche la difficoltà di renderlo fruttuoso». 1

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Per Benjamin la moda è il rapporto con il ciò che fu, la memoria, con la morte. Questo apre una nuova costellazione di significati: non una rivisitazione di ciò che è già accaduto, ma il cogliere le potenzialità inespresse che il passato contiene come intimità del nuovo, questo è precipuo della moda. La moda, che Benjamin definisce come «l’eterno ritorno del nuovo», si inserisce in questa dimensione concettuale grazie al suo rapporto con il tempo, ed assume un valore epifanico.
Nel luogo del passage Benjamin vede annunciarsi la verità del moderno, il luogo dove anche il flâneur, amante del vagabondaggio, verrà sempre più degradato a livello del consumatore di merci alla moda.
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«Ciò che il bambino (e nel vago ricorso l’uomo adulto) trova nelle pieghe dei vecchi vestiti in cui s’infilava quando si teneva aggrappato al lembo della gonna di sua madre: questo devono contenere queste pagine […] «Le mode sono una medicina destinata a compensare, sul piano collettivo, gli effetti fatali della dimenticanza. Quanto più un’epoca è effimera, tanto più si orienta secondo la moda».2
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«L’interesse più scottante della moda consiste per il filosofo nelle sue straordinarie anticipazioni. È noto come l’arte sia spesso capace di cogliere, ad esempio in immagini, la realtà percepibile con un anticipo di anni. Si sono potuti vedere strade e saloni scintillanti di luci variopinte già molto prima che la tecnica li illuminasse così per mezzo di pubblicità luminose o di altri dispositivi».3
«La moda è l’eterno ritorno del nuovo», scrive Benjamin. Il consumatore delle merci alla moda corrisponde allo Übermensch nietzschiano: un creatore capace di affrancarsi dal passato, capace di darsi da sé i propri valori, che vive eternamente e ciclicamente nell’attimo presente, che persegue un’eterna ciclica volontà che si realizza nel nuovo.
Nel postmoderno è oramai inutile parlare di cicli della moda, e forse sarebbe preferibile utilizzare il termine riciclo. Oggi infatti la moda si caratterizza per una diffusa coesistenza di tutti gli stili, e dunque di tutte le novità in una sorta di tregua belligerante.
La frenetica rincorsa al nuovo ha raggiunto un punto nel quale, realizzando a pieno il suo potenziale di novità, la moda sembra aver annullato la sua stessa logica.4
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Come sostiene il filosofo Svendsen, se prima la moda seguiva una norma modernista, in cui ogni nuovo stile doveva sostituire tutti i precedenti, secondo un criterio di logica sostitutiva, nella contemporaneità si è andato imponendo un criterio di logica suppletiva (che io preferirei chiamare logica pacificatrice), secondo cui tutte le tendenze sono ora riciclabili e una moda nuova non si propone di subentrare alle precedenti, ma si aggiunge pacificamente e virtuosamente ad esse, senza rimuoverle. La moda ha raggiunto infatti una velocità tale che ha derubricato la logica del superamento del vecchio stile, al punto che molti interpreti si sono spinti a decretare la morte della moda. Ciò che caratterizza la moda di oggi è un pluralismo stilistico in cui non v’è una chiara tendenza dominante, ma un’infinità di stili eterogenei, che coabitano nello stesso luogo. Oggi siamo in una dimensione in cui si danno contemporaneamente una pluralità di stili contraddittori senza alcuna rivalità se non nella logica del maggior profitto. Se Georg Simmel in un articolo del 1916 aveva definito il proprio tempo «senza stile», oggi possiamo a ragione affermare che il nostro tempo convive pacificamente con la pluralità di stili.
(Giorgio Linguaglossa)
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1 Walter Benjamin, I passages di Parigi, a c. di Rolf Tiedemann, Piccola Biblioteca Einaudi, Giulio Einaudi, p. 68 editore, Torino 2000, cit., p. 436.
2 Ivi, cit., p. 85.
3 Ivi, cit., p. 68.
4 Lars Fr. H. Svendsen, Filosofia della moda, Piccola Biblioteca Guanda, Ugo Guanda Editore, Parma 2006, p. 97

12 commenti

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12 risposte a “Dialogo della moda e della morte, di Giacomo Leopardi, La moda, l’Impero dell’effimero, da Lipovetsky a Walter Benjamin, Il pluralismo stilistico della Moda prefigura il pluralismo stilistico delle merci artistiche

  1. Guglielmo Peralta

    In Walter Benjamin, «la moda presenta il rituale secondo cui va adorato il feticcio della merce (…) Essa è in conflitto con l’organico; accoppia il corpo vivente al mondo inorganico (…). Il feticcio, che è alla base del “sex appeal dell’inorganico” è la sua forza vitale. Il culto della merce lo mette al proprio servizio». (W. B. “Angelus Novus”, Einaudi pag. 146)
    Il grande feticcio è la tecnologia, che si avvia così a diventare la nuova mitologia. Essa genera i nuovi “eroi”, i nuovi “dei”, non più antropomorfi, ma postantropi, (il neologismo è mio) cioè post-umani o, per usare l’efficace espressione di Alexander Chislenko, infomorfi: ibridi, «entità che non sarà più possibile distinguere in base alle origini, artificiali o naturali». (in C. Formenti, “Incantati dalla rete”, R. Cortina ed.pag. 93). La tecnologia con i suoi “effetti speciali” crea dei modelli che superano la realtà al punto di “falsificarla”, di farne cioè un “prodotto” inferiore. E quei modelli ben fatti e attraenti sono la “misura” da raggiungere e da “indossare”. Essi veicolano il futuro nel tempo del postmoderno, dove la moda non è il costume del momento o di ritorno, ma il corpo che, facendosi maquillage, tatuaggio, “ingegneria genetica”, veste l’uomo, il quale tende così a con-fondersi con la cosa, a reificarsi. Dopo Nietzsche si attendeva l’uomo nuovo, l’Übermensch, generato dalla “morte di Dio”, amante della vita fino a volere lo sradicamento del tempo nell’ eterno ritorno. Ora che la “morte di Dio” è stata proclamata, ora che al Dio degli uomini si è sostituito il grande feticcio della tecnica: il cyborg, bisogna rassegnarsi e diventare amanti della moda e della morte, cioè del “feto” del Feticcio, generato dal «sex appeal dell’inorganico»?

  2. caro Guglielmo,

    L’inconscio è orfano, anarchico e ateo. E non pensa ad altro che ad intrattenersi con il Nulla (Ingehaltenheit in das Nichts)

    la Moda è inestricabilmente alleata con la Morte, ma la pulsione di Morte (Todestrieb) è anche il principio che consente alla vita di perseguire il proprio obiettivo, che altro non è che vivere la propria vita. La Moda, nella sua essenza, è reazionaria perché mistifica la reale situazione delle cose e i rapporti di forza tra i Fattori della produzione; reazionaria, come ben individuò Leopardi, perché si presenta in vesti rivoluzionarie. Quando invece essa è il feticcio della merce assunta ad onta d’urto del capitalismo trionfante. La Moda è il prodotto avvelenato del capitalismo fondato sul feticcio della merce, è il battito cardiaco del capitalismo. Il capitalismo sarebbe impensabile senza il feticcio della Moda.

    L’inconscio è rivoluzionario. Ed è rivoluzionario perché è produzione, ma non produzione di significati cosificati alla maniera della normologia del capitale. È produzione perché non significa più, produzione di libido, produzione di significati indecifrabili che collidono con la cosologia e la normologia delle parole cosificate. Non è certo lo specchio occulto dell’identità del soggetto, né il rappresentante delle parole cosificate dell’io.

    A ben vedere l’inconscio non è affatto identità, proprio perché nell’immanenza assoluta cara a Deleuze non c’è nulla del soggetto che si possa ricondurre all’individuo o alla persona. Si tratta del nomadismo di un inconscio che, nel suo concetto, non ha più nulla cui appellarsi per riconoscersi ed appartenere. Singolarità nomade è l’inconscio, impersonale ed anonima, dispersa nel campo intersoggettivo, e quindi aliena ed estranea alla Moda.

    Disconoscere ogni legge, dunque, persino la legge del significante, questo è il destino dell’inconscio, quella legge che, secondo Lacan, produce una scissione nell’Io e lo costituisce come soggetto diviso. Per questo non si tratta più soltanto di ribaltare l’ingiunzione cartesiana che unifica essere e pensiero nel Cogito quanto mettere in luce la frattura ontologica interna al soggetto, che si insinua nel soggetto pensato come cogitante.

    Nella concezione di una vita impersonale e singolare, la Moda non saprebbe che fare. Nella concezione di una vita che si gioca tutta in un’immanenza assoluta, come accade anche nel Deleuze che vuole distruggere Edipo, non c’è soltanto un soggetto diviso, inequivocabilmente scisso dal linguaggio da cui viene parlato, c’è anche dell’altro: forse l’ambiguità di una scissione che dissolve oltre che tagliare, che dissipa la coscienza nella sua presunta innocenza. Soltanto nel soggetto diviso e scisso e alienato la Moda, cioè la Morte, può allungare i propri tentacoli.

  3. Guglielmo Peralta

    Caro Giorgio,
    contro il “soggetto diviso, scisso e alienato“, occorre una ‘pedagogia ad hoc’ che sia anche un’ontologia, che tenda alla formazione e all’espressione della natura poetica dell’uomo in cor-rispondenza con la bellezza della natura fisica. Se il grande miscuglio di organico e inorganico è la Moda che attrae i bambini, i giovani e gli adulti; se essi non sanno rinunciare al consumismo tecnologico che offusca la coscienza e lascia precipitare l’Io nell’alienazione, nel vuoto, nella banalità, nell’effimero, allora, affinché si preservi il mondo dell’infanzia e l’uomo non si disperda nel bambino “allevato” dalla “rete”, è necessario procedere a una nuova umanizzazione dell’uomo. Bisogna tornare al mito e alla favola, dove gli dei e gli animali antropomorfi rivelano una natura umana che la “favola” virtuale oggi tende a dissipare nell’ultima metamorfosi dell’uomo: “eroe” forgiato a immagine e somiglianza di un dio minore e chiuso nel corpo di metallo, dove l’umana natura è mortificata e obliata.
    Se «Terminator è una macchina che indossa un corpo umano» (M. Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, concetto, questo, che è già in W. Benjamin), quando il confine tra macchina e uomo diverrà impercettibile, il processo di autodistruzione avviato dalla tecnica avrà il suo “innaturale” compimento. Verrà, allora, l’angelo S-Terminator, figlio dell’uomo e del grande Totem tecnologico, a segnare con indelebile marchio l’umana natura per liberarla o annientarla?
    Se, dunque, la fiaba e il mito cedono al virtuale; se fanno moda gli “eroi” tecnologici e l’uomo gioca a scacchi con la Morte, come quel cavaliere bergmaniano; se la realtà si perde nella peggiore fantascienza, allora c’è una ragione, e con essa una morale, da recuperare al più presto e da opporre al dilagante disconoscimento delle esigenze e del valore della natura umana. C’è una difficile scommessa da vincere in nome del sentimento, delle emozioni, dell’intelletto. Una scommessa tutta da giocare in casa, in famiglia, presso il focolare domestico dove, in principio, fu la fiaba.
    Contro lo strapotere della Moda, della TV, del computer, del virtuale, la famiglia, la scuola e la società devono riconquistare il potere e la virtù di “istruire”; devono fare in modo che il processo educativo diventi il loro programma a reti unificate, il grande software della comunicazione, opponendosi fortemente alla dispersione e scissione dell’ “io” nelle molteplici forme dell’apparire e ad un “sapere” globalizzato, omologato, che è “alfabetizzazione tecnologica”, colonizzazione dell’ “io” ad opera, soprattutto, di Internet e della sua ragnatela multimediale. Oggi il problema non è più di lottare contro l’analfabetismo strumentale, ma di esercitare un controllo sull’alfabetizzazione informatica contrapponendole, affinché essa non dilaghi irreparabilmente, l’universale alfabeto dello spirito o dell’interiorità.

    • caro Guglielmo,

      condivido le tue perplessità e i tuoi timori, ma forse non sobbiamo demonizzare la tecnica, non possiamo non prendere atto che la tecnica sia in sé un grandissimo vantaggio per l’umanità. Del resto la metafisica è svanita nella tecnica, ci insegna Heidegger. E allora forse dobbiamo accettare questa evenienza come necessitata, non possiamo sfuggire al mondo della tecnica. È la politica che deve fare il suo corso. Ma qui il discorso diventa scabroso. È la poesia che deve fare il suo corso. Noi non possiamo fuggire davanti al Nuovo, altrimenti ne saremmo inghiottiti dalla sua onda d’urto.

      Ieri ho corretto per l’ennesima vota una mia poesia iniziata nel 2012. Non mi soddisfaceva, c’era ancora qualcosa di vecchio, di elegiaco, di stantio… il linguaggio mi si smorzava nella penna, usciva a rilento e andava a ritroso, non si orientava verso il futuro ma guardava ancora al passato. Era un errore. È un errore se procediamo con gli occhi rivolti al passato. Dobbiamo guardare avanti, verso il futuro, ovvero, verso l’ignoto. L’ignoto è il cuore della tecnica, e il suo motore nascosto. Così, dopo due dozzine di rifacimenti, ecco l’ultima versione della poesia. Penso che sia una poetry kitchen.
      Ecco la poesia.

      Stanza n. 13

      K. sbattè la porta.
      Un Signore altissimo e magrissimo entrò con un violino,
      un tamburo, un’orchidea e una zimarra.

      Il musicista restò là, sulla soglia, per qualche minuto,
      sopra pensiero, irrigidito.
      Poi si scosse, e guardò la porta aperta. [1]

      Madame Hanska aprì tutte le finestre, spalancò i tendaggi.
      «Sa, ci sono i fiori del giardino, cambiamo l’aria!,
      facciamo entrare aria fresca!», disse con un volteggio.
      Fecero ingresso le madamigelle con il grembiulino,
      le giarrettiere bianche, le calze da infermiera e il rossetto.

      «Buonasera Cogito – esordì Hanska – le cose sono cambiate
      negli ultimi tempi, sa?».
      Prese una forbice e un posacenere
      e le sistemò sul comò di ceralacca.
      Dalla veranda splendeva la siepe di capelvenere e di acanti,
      di sigizie, forsizie e fiori di camarda.
      Fecero ingresso i musicanti agghindati con cappelli alla tirolese
      e bustini stretti alla vita.
      Il tempo era scandito dal quartetto di archi
      della famiglia Wunderlich.

      […]

      «Sa, c’è una tigre e un pianoforte… Ecco, metto la forbice
      sul pianoforte. Adesso Vivaldi può suonare.

      Woland ha ordinato ai gatti di suonare, il Requiem, quello, sì.
      Solo quello. La musica uccide gli uccelli», aggiunse la Signora.

      «Lo specchio avrà la sua vendetta!», gridò Baudrillard,
      «Non resta che reinventare il reale», aggiunse tra il serio e il faceto.

      La tigre sorrideva. Era seduta in mezzo alla camera.
      «Per oggi basta con la musica – disse –

      Dovrebbe esercitarsi più spesso.
      Impari a suonare, piuttosto. La rappresentazione è finita»

      […]

      Il commissario fece un buco nel muro.
      «Qui c’è la refurtiva.
      Sì, da qualche parte, dietro un quadro, sotto una mattonella
      magari… se c’è Hanska, c’è anche la refurtiva»,
      si lasciò sfuggire il commissario.

      «Ne sono certo». Annuì il violinista. Guardò il cielo color lavagna,
      e si lavò le mani.

      «Yolande è piccola,
      così porta sempre scarpe con tacchi dodici e cappelli colorati»
      disse la Signora.
      Guardai la foto di una donna ritratta nella cornice nera.
      «Sopra il cappello c’era un ombrello.
      Si chiama Yolande, ma non so chi sia…
      Un tempo è stata la mia amante».

      Però, era già notte.
      Entrai nel bosco. La pioggia era fitta, mista a neve.
      Così, ho preso il bus notturno per arrivare più in fretta.

      Erano le tre.

      Glossa
      [1] Le tesi Sul concetto di storia di Benjamin si concludono con una frase paradigmatica: “ogni secondo […] era [per gli ebrei] la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il Messia”. Questo significa che ogni momento di ogni giorno, in questa vita e in questo mondo, è il momento (“cairologico”) della decisione e dell’azione, il presente, e non il futuro, è il tempo della storia

      • Guglielmo Peralta

        Caro Giorgio
        sono d’accordo con te che non dobbiamo demonizzare la tecnica, perché sicuramente ha reso e rende più confortevole e meno faticosa la nostra vita. Tuttavia, non possiamo negare gli aspetti negativi; il fatto che siamo “conquistati” e controllati dal potere tecnologico, che è anche politico ed economico. Mi preoccupa, soprattutto, l’ “onnipotenza” dell’uomo, la sua “sfida” al Dio creatore. Temo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il connubio tecnica-fantascienza, i cui risultati già li vediamo con la costruzione, creazione artificiale di “cloni”e di robot sempre più somiglianti e simili all’uomo e, ovviamente, mi preoccupa l’invenzione di armi sempre più potenti e micidiali. La téchne ha contribuito all’oblio dell’essere e finirà per seppellirlo. Ciò perché al progresso tecnologico non è seguito lo sviluppo spirituale e viviamo in un tempo sempre più “povero”, in un mondo dove in fuga non sono gli dei, di hölderliniana memoria, ma semplicemente e tragicamente l’uomo. Non oso immaginare un futuro, anche prossimo, sempre più “deontologizzato”! Sì, “il tempo della storia” è, ora più che mai, il presente. E “qui e ora” bisogna agire!

  4. caro Guglielmo Peralta, caro Giorgio Linguaglossa,

    l’urlo di Munch destruttura tutta l’estetica della “espressione”, l’omino urlante per questo è privo dello strumento deputato al sentire: le orecchie; l’omino urlante non può udire il grido, benché intorno a lui si muovano vortici di onde sonore policromatiche. Già con questa opera viene sancita la fine del moderno.

    Ma che succede alle categorie estetiche nel passaggio moderno-tardo moderno-postmoderno?

    Per molti studiosi, fra cui Fredric Jameson, in primis muore il concetto di Teoria e appena dopo si registrano tre grandi scomparse:

    – la scomparsa dello stile individuale;
    – la scomparsa della storicità;
    – la scomparsa della profondità.

    Con la scomparsa della profondità si sgretola anche la possibilità moderna dell’oggetto (le scarpe di Van Gogh) che si fa soggetto di natura morta.

    Così come in certe esperienze di poesia postmoderna, negli USA, soprattutto, a un certo punto lo stesso Jameson segnala l’avvento della cosiddetta Language Poetry, o New Sentence, in cui una sorta di “frammentazione schizofrenica”, come in parte è quella delle Vicissitudini della gallina Nanin e della giacca di Magritte dello scrivente, ma anche il Dialogo fra il Signor K e Cogito di Giorgio Linguaglossa, con altre esperienze di Kitchen Poetry fra cui quella recentissima di Giuseppe Talìa, di Mario Gabriele, di Marie Laure Colasson, di Lucio Mayoor Tosi, di Francesco Paolo Intini, di Mauro Pierno, di Giuseppe Gallo, di Ewa Tagher, dell’Anonimo romano e qualche altro/altra, viene assunta ad estetica fondamentale.
    Frammentazione schizofrenica come Estetica fondamentale della Kitchen Poetry, oso dire.

  5. Giuseppe Talia

    A proposito di Nanin.

    Un tempo si diceva, “scrivi come una gallina”. E in effetti, a legger bene, parrebbe. La disgrafia corretta e corrotta dal correttore.
    Disorientamento e azzardo.

    Qualche traccia di becchime pre o post lirica con illuminazioni qui e lì, artefizio en pandant, …. quasi a voler salvare capra e cavoli, nella deriva senza ormeggi del kitsch e del kitchen, nell’epoca della superfetazione mediatica.

    Per far chiarezza su questi punti, occorre far ricorso a quanto scrive Giorgio Linguaglossa, “I fantasmi presenti nella poetry kitchen hanno la consistenza di un buco, di un vuoto di senso, essi assumono appunto il carattere di una fantasy, di una story telling, qualcosa che non è semplicemente illusorio o ingannevole, ma che è invece un pròton pseudos fondativo.” Come Nanin e la giacca di Magritte.

    L’isteria di cui parla Freud, che viene da Aristotele, descrive la connessione tra false premesse e false conclusioni, laddove si registra che se le premesse sono false le conclusioni devono necessariamente essere a loro volta false, in luogo della presenza di un errore originale. Quale che sia l’errore originale, del reale ordinario per una peritrope, obiezione di base, per cui non tutte le apparenze sono vere, anzi, il capovolgimento, l’antifrasi, assumono normalmente ciò che solitamente il sintagma raggruppa.

  6. Avete visto quanta gente, allora
    bisognerebbe bloccarli,

    assumerli in pianta stabile, proclamarli
    scrivere lettere comprensibili

    Le a vicino alle ti quelle vicino alle esse le altre vicino alle effe e così via.

    L’inappetenza, l’insorgenza di una via micidiale
    tra le sogliole e le sinapsi,

    la stessa correzione di un caffe, una cancellatura ufficiale, uno zoom eterno.

    La lavatura delle botti da ripulire,
    la stessa voce assente dei moti peristaltici.

    Gogol tra i flutti a mare
    sopra una altalena tra un cigolio e un’onda.

    (Un invito per Sagredo che parli di questo autore.)

    GRAZIE OMBRA.

  7. PICCHIATA

    Arrivò l’aereo.
    Un sigillo ritraeva Venere su Iceberg.

    Occorreva un mappamondo per Charlot
    Alla scrittura assegnare un gene nel DNA del fuoco.

    Morse di ferro e bicipiti possenti
    per scrivere alla lavagna.

    Con la plancia aperta non si scherza
    e nemmeno sui francobolli del Dittatore.

    Spade accese e occhio di Rommel
    All’ingresso della notte.

    Scorreva senza paragone, squalo a segnalare
    La presenza di Sant’Elena.

    L’ Atlantico spalancava fauci
    Ma vomitava barzellette su Pigafetta.

    Per questo la battuta indurì i muscoli.
    Divenne spruzzo e fu trafitto da balenieri.

    Dov’è ferito Moby Dick
    Saltella un femore.

    Una crosta nelle carni d’ulivo
    Si scosse come una coda di coccodrillo.

    Non ne poteva più di crotali
    Re di bastoni e acqua nei polmoni

    Ma chi bussa?
    Magellano?

    Emergere e mangiare un incrociatore
    far perdere il vizio di abortire rivoluzioni.

    I pesciolini d’argento mangiarono
    un leopardo sul Rio Faust.

    (Francesco Paolo Intini)

  8. antonio sagredo

    ….accetto l’invito di Mauro Pierno a parlare di Gogol’ che in qualche tempo del passato ebbe a vivere un tempo comune con Leopardi. Entrambi cupi e profondi eppure dotati di una risata fragorosa e non sai chi scegliere tra di loro due come compagno di strada o di stile: conoscevano entrambi la medesima Nostra Signora Morte, che recentemente mi ha privato di due eccezionali donne talentuose: la poetessa Annamaria De Pietro e la straordinaria regista cinematografica :la brindisina Valentina Pedicini.
    Ebbene il rapporto ( che definirei incestuoso) fra la Moda e la Morte (ben presentato o rappresentato dal Lingualgossa) non è affatto un rapporto utopico ma realmente materialistico.
    Gogol si può definire forse il primo ” funereo dandy” russo (attentissimo al “vestirsi” alla moda del suo tempo specie quando visse in Italia, a Roma), come Leopardi al contrario ma più efficace nell’analisi mortificava paradossalmente la Morte più che la Moda. Questa vista come un “ritorno dell’Eterno” e non viceversa, capace cioè di assumere (-rsi) sembianze sempre più “futuribili”, poiché diceva il poeta: la Morte non ha futuro (anche se ci accompagna malvolentieri nella Vita) , mentre la Moda è più che una Vita presente, ma irreversibile nella sua continua ricerca della Forma da indossare.
    Gogol’ conosceva bene questi aspetti, e mentre alla Moda riservava una attenzione morbosamente vitale poiché la opponeva alla Morte, non gli era dato di dedicarsi come avrebbe voluto… questa lo divorò a causa di un moralismo “religioso” che lo condusse a bruciare tantissime pagine dei suoi manoscritti, ritenendo ciò che scriveva altamente “deviante”, ed è per questo che non ebbe mai tanti “spazi mentali”, come invece possedeva Leopardi.
    La Moda il poeta la indossò con disinvoltura: le sue OPERETTE MORALI non avevano nulla di moralistico.
    grazie A. S.

  9. Simone Carunchio

    Interessantissime tematiche! Mi permetto di esprimere l’idea, contraria a quella di Heidegger, il cui pensiero apprezzo positivamente molto poco, in base alla quale la tecnica non rappresenta che una delle innumerevoli forme che può assumere la metafisica.

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