Stanza n 5, Dialogo tra il Signor K e Cogito, Poesia di Giorgio Linguaglossa, Il significato è la metastasi della significazione, Storicamente il dialogo sorge quando si profila all’orizzonte l’incomprensione, l’equivoco, il conflitto

Il significato è la metastasi della significazione. Il significante è l’automobile e la metastasi il suo autista. Salire a bordo di un tale veicolo senza una mascherina FFP2, significa infettarsi.
a) La poiesis non può e non deve essere collegata con la metastasi.
b) Tra la poiesis e la metastasi c’è inimicizia assoluta.
c) Una poesia che punta al significato nasce già morta.
d) Il significato è un ideologema.
e) Il significato è un DPCM erogato da una dittatura sanitaria.
f) L’inconscio è quell’operazione che è presupposta come condizione per la riscrittura delle tracce, il cui rimaneggiamento per Freud è alla base delle possibilità stesse del pensiero.
g) La scrittura poetica si situa lungo la linea di demarcazione tra il soggetto delle tracce, ovvero, dell’inconscio e il soggetto del conscio.
(g.l.)

Bulgakov Behemoth

.

Giorgio Linguaglossa

Stanza n. 5

(dialogo tra il Sig. K. e Cogito)

.

«Ingehaltenheit in das Nichts*.
Così, ho preso dimora nel Nulla», disse K.
«Oggi la poesia è libera, nel senso che non deve nulla
a nessuno.
E non deve rispondere a nessuno. Giusto?».
.
«Giusto».
.
«Ora, vorrei porLe un quesito. Precisamente:
Il legame che unisce il dentro con il fuori».
.
In quel mentre, la tazzina di caffè bollente prese il volo dalla caffettiera
e giunse alle labbra di K. il quale lo trangugiò d’un sorso
senza colpo ferire.
Cogito sbuffò del fumo di sigaro in faccia al Signor K.
.
Una lisa giacca a quadretti si posò sulle spalle di Raskolnikov
e giunse al numero 19
di via Grazhdanskaja, proprio all’angolo col vicolo Stoljarnyj,
in cima ai tredici gradini che sta scendendo per l’eternità
dalla sua soffitta al quinto piano.
Tra poco sbucherà sotto l’arco del cortile, attraverserà il portone,
passerà davanti alle ventidue bettole aperte sulla via,
arriverà al ponte Kokushkin
fino al numero centoquattro del canale Griboedov.
Sono 730 passi.
Li aveva contati innumerevoli volte.
Guarda i due androni e i cortili, la scala di destra
che tra poco infilerà
fino al terzo piano, dove premerà il campanello con un suono debole
e spento, che sembra di latta e non di ottone.
Ha tempo per mettersi la mano destra sul cuore
che batte troppo in fretta.
Appesa a un cappio cucito all’interno del soprabito,
sotto l’ascella sinistra,
è pronta l’accetta con cui spaccherà la testa alla vecchia usuraia
Alena Ivanovna e a sua sorella Lizaveta.
.
«Gioco preferibilmente con il Signor F., Il Re di Spade è il mio prescelto.
Poi viene il Re di Denari.
Hanno entrambi paura della mia ombra.
Che a sera si allunga sui marciapiedi, tra i lampioni e le grondaie…»,
disse K.
.
«È attraverso la luce che noi vediamo le cose,
ma noi non vediamo la luce.
O meglio, vediamo la luce indirettamente attraverso la visione delle cose.
La luce è invisibile»,
replicò Cogito fuori contesto.
.
«Le persone sono felici perché non conoscono l’amore».
Disse proprio così il Signor K.
Poi il figuro piegò le sue nere ali dietro le spalle
e attese la risposta del filosofo.
.
«Tutta la mia vita è entrata nel cofanetto dei ricordi
della contessa Popescu, un pastorello suona uno zufolo
sul limitare di un querceto», disse Cogito.
.
«Lola Astanova suona al pianoforte un’aria di Chopin.
Azazello, in platea, applaude».
.
«Il nostro compito è tracciare le linee interne delle cose»,
replicò Cogito, ancora una volta fuori contesto.
«Ella deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito».
.
K. storse il labbro. Un dente d’oro fece la sua comparsa.
«La metafisica sorge quando il linguaggio va in vacanza», eccepì K.
.
«La mia metafisica sorge quando tramonta la sua di metafisica»,
opinò Cogito, il quale così proseguì:
«Il senso del mondo deve essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non vi è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore…».
.
Il Drago ebbe un sussulto. Il mento leporino si agitò.
.
«Ho paura, Cogito. Il terrore mi annebbia la vista.
Parlo spesso con un uccellino, gli accarezzo le piume…
Lui mi dice»:
.
«Sistemare la carta nel vassoio.
La carta non è quella giusta.
Rimuovere la carta dal vassoio.
C’è troppa umidità nella carta.
La carta non è del tipo consentito.
Provate a sostituire la carta.
Altrimenti sostituite la stampante.
Date a Cesare quel che è di Cesare.
La pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento…»
.
* «Intrattenersi nel Nulla», dizione di Heidegger
.
Storicamente il dialogo sorge quando si profila all’orizzonte l’incomprensione, l’equivoco, il conflitto. Infatti, il dialogo socratico sorge quando sorge la storia e, molto probabilmente finirà quando finirà la storia, almeno così come l’abbiamo conosciuta. La poesia quindi si fa dialogica, adotta il dialogo quando esso diventa una forma problematica.
Leggendo questa poesia kitchen, di «superficie», non possiamo non chiederci: Che cos’è il reale? È legittimo porsi una domanda del genere? Si può, definire il reale mediante il significante, che è ciò che ad esso continuamente sfugge? Tentare di afferrarlo, tentare di impadronircene non significa mancare il bersaglio del reale? Chiediamoci: il reale viene “prima” o “dopo” il significante? Chiediamoci: è la “materia” sulla quale il significante agisce, o è il resto dell’operazione del significante (ciò che si sottrae alla simbolizzazione)? È il “primordiale” di cui ci parla Lacan nel Seminario VII?, oppure è lo scarto dell’azione del significante, l’atto fondativo del registro del senso che da esso resta irrimediabilmente escluso?
È questa una poesia di tipo Realistico? Surreale?, o Surrazionale? – Abbiamo una parola per definirla? E questa «superficie» non ci condanna ad una dimensione onnivora e totale, appunto, «superficiaria», non ci relega agli arresti domiciliari nella casa della superficie equivalente?
Il Covid19 ha reso evidente che il mondo è diventato una superficie plurale, continuale, globale ove tutto accade contemporaneamente in tutti i luoghi. È questa la nostra dimensione metafisica. In tutti i luoghi siamo ad un tempo unici e plurali, è questa la dannazione della nostra condizione esistenziale a cui non ci possiamo sottrarre.
(g.l.)

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14 risposte a “Stanza n 5, Dialogo tra il Signor K e Cogito, Poesia di Giorgio Linguaglossa, Il significato è la metastasi della significazione, Storicamente il dialogo sorge quando si profila all’orizzonte l’incomprensione, l’equivoco, il conflitto

  1. Alfredo de Palchi

    Autunno

    precocemente m’inganni con un giorno di luce
    e un altro di acqua che svuota le panche
    della piazza e del vento
    che spiazza i colombi le passere
    e scombuglia gli scoiattoli tra ventagli
    di ramaglie tenaci a tenersi un po’ di foglie
    non come tu sei
    io sono tale e qual ero nel tuo corpus
    mistico di vulva
    un giorno così e un altro così
    senza la fretta di arrivare dà dove tu arrivi
    (17 ottobre, 2006)

    da Foemina tellus, Ed. Joker, 2010

    Questa poesia di Alfredo de Palchi potrebbe sembrare una poesia di paesaggio alla maniera di Cardarelli… e invece è una poesia sulle «pareti interne», il lago dell’inconscio. È questa la differenza tra un poeta di rango come Alfredo de Palchi e un poeta di «paesaggio» come Cardarelli. È una poesia potentemente cacofonica, del tutto disordinata. C’è uno «scombuglio», non ci si raccapezza tra «scoiattoli tra ventagli di ramaglie…»; non si capisce chi è il soggetto e chi l’oggetto. Si verifica un ribaltamento (ecco il paradosso!) tra i due attanti… inoltre, tutti gli attanti sono messi in riga da quella energia oscura che è l’inconscio… è lui l’istanza che governa questa poesia (come in genere tutta la poesia di Alfredo de Palchi),* e la scombussola, la squassa da cima a fondo…
    Bisognerebbe rileggere la poesia del secondo novecento e, più ancora, la nuovissima poesia italiana della «nuova ontologia estetica» secondo l’ottica del linguaggio ultroneo derivato dal sogno e dall’inconscio…

    * Cfr. Giorgio Linguaglossa, Quando la biografia diventa mito. La poesia di Alfredo de Palchi (Ed. Progetto Cultura, 2016)

  2. da lombradelleparole.wordpress.com del 6 novembre 2020

    Giorgio Linguaglossa

    … «Non c’è cavallo di Troia di cui la Ragione non abbia ragione», scrive Derrida, ed è vero, contro di essa non si può combattere che con le armi della Ragione, il suo spazio è totale e onniavvolgente, e allora non resta che dichiarare davanti al Tribunale della Ragione il silenzio indifferenziato del rumore, o il rumore indifferenziato del silenzio. Niente sfugge al collasso dell’ordine Simbolico se non frammenti insignificanti e lacerti strappati dai manifesti, ed è di essi che la tua poesia si nutre. E poi: il silenzio ha una sua storia? E il rumore? Il rumore ha una sua storia? Ha senso una archeolgia se tanto trovi tutto in superficie, rottami e rifiuti che galleggiano sul mare dell’essere? Allora, non resta che fare una archeologia della superficie, di ciò che si trova in superficie. Un poeta è sempre a contatto con l’immondizia, con i rifiuti, con le discariche delle parole abbandonate come lattine di birra vuote. Un poeta, lo ripeto, può fabbricare le sue costruzioni soltanto con i materiali di risulta, con la spazzatura. L’immondizia, la spazzatura è il «sacro» della nostra epoca.

    Lucio Mayoor Tosi

    Perfettamente d’accordo con il commento di Giorgio. Le tue poesie disseminate in depositi culturali a cielo aperto. E’ questa la direzione, verso l’emerso. Ma ci sostiene l’inconscio, non più segregato negli abissi.

    Giorgio Linguaglossa

    La petizione per una archeologia del silenzio è una pretesa purista, intransigentemente reazionaria, apparentemente non-violenta, a-dialettica; questa petizione è contro bilanciata e messa in sordina dall’altra petizione, quella di una archeologia del rumore messa in atto da Mario Mario M. Gabriele, l’unica in grado di rappresentare oggi l’irrappresentabile, di parteggiare attivamente per la demistificazione della ideologia del silenzio che si sposa con nozze curiali con lo status quo del presente, con le trombe di Trump.

    Lucio Mayoor Tosi

    Come può un poeta sposare l’ideologia del silenzio, supposto che si tratti di ideologia?

  3. Giorgio Linguaglossa

    «Benvenuti in tempi interessanti», scrive Slavoj Žižek.

    Benvenuti in tempi di nuovo realismo kitchen. Viviamo in un mondo totale, totalmente aperto, totalmente bucato, come uno scolapasta, che sfugge alla legge del terzo escluso e al principio di non contraddizione, così come al principio di ragion sufficiente, un mondo ragionevolmente deficiente. In questo mondo soltanto può crescere e prosperare la poetry kitchen.

    La nostra poesia, la poetry kitchen, è un genere di poiesis che può sorgere e proliferare soltanto in concomitanza con una emergenza, infatti essa emerge in contemporanea con la Sars Cov2 o Covid19, quando il mondo sembra saltato come da un fungo atomico, il nuovo reale emerge dall’oscurità del precedente reale e pone nuovi problemi filosofici, politici, etici e poietici. È il reale che preme, emerge, viene alla ribalta e decide del tramonto della vecchia metafisica e della vecchia patria linguistica delle parole.

    È il reale che decide della decadenza di interi generi letterari tradizionali, compreso il genere della antologia. È il reale che ha derubricato la tradizionale critica letteraria in pourparler, è il reale che ci spinge alla ricerca di nuovi strumenti e metodi di fronte allo strapotere dell’industria dell’intrattenimento culturale. Decostruzionismo, critica reader oriented, teoria della ricezione, neoermeneutica, new historicism, cultural studies, hanno indirettamente posto in evidenza un problema divenuto palese: quello della perdita di funzione della tradizionale critica letteraria, di avere cioè l’esclusiva nel giudicare e promuovere le nuove opere, giudicate e promosse, piuttosto, dal mercato e dalle Istituzioni deputate.

  4. Carissimo Giorgio,
    ecco un mio tentativo di lettura della poesia

    tentativo di lettura della poesia
    Stanza n 5, Dialogo tra il Signor K e Cogito
    di Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago

    La valenza ontologica del linguaggio e la poesia come evento

    È noto che in linguistica ogni parola può essere analizzata sotto due punti aspetti, quello denotativo e quello connotativo. Se la denotazione è il semplice significato letterario di un termine, la connotazione è, invece, il contenuto emotivo, diremmo gli aloni di suggestioni che è in grado di produrre lo stesso termine e, per estensione, un testo poetico.
    Il carattere connotativo di un termine è un fenomeno assolutamente personale, soggettivo.
    In questa poesia il baricentro è tutto spostato sull’aspetto connotativo delle parole e sul mix di registri linguistici, non escluso il linguaggio da bugiardino, le didascalie che accompagnano i prodotti commerciali, come nella strofa finale:

    «Sistemare la carta nel vassoio.
    La carta non è quella giusta.
    Rimuovere la carta dal vassoio.
    C’è troppa umidità nella carta.
    La carta non è del tipo consentito.
    Provate a sostituire la carta.
    Altrimenti sostituite la stampante.
    Date a Cesare quel che è di Cesare.
    La pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento.

    nella quale «carta-vassoio-stampante-pagliuzza» sono tutte parole da inscrivere nel linguaggio connotativo. La poesia è un «Polittico», vale a dire, una composizione di strutture differenti che, tutte insieme, cambiano dall’interno la significazione di ogni singola parte.
    Linguaglossa organizza il testo poetico con il metodo direi della «de-localizzazione», del soggetto e dell’impersonalità; il soggetto non appare mai come io-poetante, la sua presenza è in ogni parola del testo senza però mai apparirvi.
    Il testo poetico si avvale della dinamica del nascondimento e dell’apparizione, secondo una personale nozione della molteplicità del reale. In proposito Heidegger scrive:
    «Ponendosi in opera, la verità appare. L’apparire, in quanto apparire di questo essere-in-opera e in quanto opera, è la bellezza. Il bello rientra pertanto nel farsi evento nella verità».
    La poesia chiama necessariamente in causa un altro tema, il ruolo del linguaggio nello specifico percorso del «porsi in opera della verità». Heidegger scrive:
    «Ogni arte, in quanto lascia che si storicizzi l’avvento della verità dell’ente come tale, è nella sua essenza Poesia (Dichtung) , ossia creazione e istituzione del nuovo, apertura di un mondo […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accedere alla parola e all’apparizione».
    In questa poesia esemplare della poetry kitchen, a parte le novità del dialogo (tra il Signor K. (il diavolo) e il filosofo Cogito) e del polittico, Linguaglossa si limita a presentare una «situazione» di conflitto tra la storia e il pensiero che muove la praxis. Per questo compito occorre un nuovo linguaggio e un nuovo concetto della poiesis. Di qui il rigetto della tanto diffusa quanto limitante idea del linguaggio poetico epigonico e l’idea di un nuovo paradigma inteso come una nuova comunicazione all’interno di un grande patto comunicativo tra l’autore e il lettore. Linguaglossa pone il problema della «valenza ontologica» del linguaggio, il tema della poesia come evento e istituzione di nuovi mondi. Viene ripresa la riflessione di Heidegger secondo il quale: «È il nominare che istituisce l’essenza e l’essere di tutte le cose».Tutto si gioca in questo Dialogo tra il Signor K e Cogito sulla valenza ontologica del linguaggio su cui lo stesso Heidegger scrive: «Ma il linguaggio non è soltanto e in primo luogo l’espressione orale e scritta di ciò che deve essere comunicato. Esso non si limita a trasmettere in parole e frasi ciò che è già rivelato o nascosto, ma, per prima cosa, porta nell’Aperto l’ente in quanto ente. Là dove non ha luogo linguaggio di sorta, come nell’essere della pietra, della pianta e dell’animale, non ha neppur luogo alcun aprimento dell’ente e quindi nessun aprimento del non-essente e del vuoto». 1
    La poetry kitchen è l’ultimo stadio della nuova fenomenologia estetica, fase avanzata di un nuovo paradigma e della rottura del «patto comunicativo» poeta-lettore del novecento poetico italiano fondato sulla idea di soggetto logologico che presuppone la «monade individuale» come soggettività autosufficiente in un regno chiuso su sé stesso. Nella nuova poesia il soggetto è decentrato e frammentato, lo spazio e il tempo sono presenti non dal punto di vista di un soggetto centrale panottico ma da disparati punti di vista che, tutti insieme, reclamano un nuovo modo di vedere il reale.

  5. Grazie Gino,

    per la tua acuta lettura.
    In fin dei conti, la «composizione» (chiamarla poesia sarebbe vintage) è un semplice «dialogo». Una volta si diceva «a tesi», ma qui mi riuscirebbe difficile pensare a quale tesi. In realtà a me pare che non ci sia alcuna tesi, né volevo dimostrare alcuna tesi. Tesi e anti-tesi sono parole di un altro mondo che è scomparso.
    Quando ho iniziato a scrivere questa «composizione» non avevo nessuna idea di come dovessi svolgere il compito, anche perché non avevo alcun compito da svolgere. Ecco, questa è stata la prima difficoltà: il non avere alcun compito. Nessuno di noi ha in realtà alcun compito da svolgere. Il capitalismo si è dimostrato il più grande rivoluzionario (con buona pace del marxismo) perché ha scompigliato le carte in tavola.

    La seconda questione è che non sapevo come «mettere in opera la verità» perché non penso di possedere alcuna «verità», né vado alla ricerca di alcuna «verità», guardo sempre con diffidenza a questa parola, come alla parola «bellezza», tanto usata a sproposito dai pessimi poeti.

    E non sapevo neanche di che cosa avrebbe dovuto trattare la «composizione». Però ero consapevole che l’unico argomento con cui intrattenevo rapporti era l’ignoto, ovvero, il nulla.
    Ecco, la forza del capitalismo sta nel modo diretto con cui ci mette di fronte al nulla. E nel far questo ci ha anche privati dell’ultima ideologia, dell’ultimo serbatoio della pacificazione: ci ha privati dell’angoscia. L’angoscia non è un concetto, ci ha insegnato Heidegger. Oggi noi non sappiamo più cos’è l’angoscia. Oggi noi non sappiamo più che cosa sia il godimento (la jouissance di Lacan), il godimento apparteneva ad altre epoche storiche. Il godimento non ci appartiene, come sanno bene gli psicanalisti lacaniani. Dove ci sono io non c’è il corpo, dove c’è il corpo non ci sono io, il godimento appartiene al corpo, non all’io. Di qui la psicosi e le perversioni e i misticismi, che sono tutti tentativi (strade interrotte) per raggiungere l’orgasmo dell’angoscia, quella angoscia che era, in verità, tranquillizzante, pacificatrice perché ci faceva sentire infelici. E cosa c’è di più rapinosamente bello dell’infelicità? Ebbene, a pensarci bene il capitalismo ci ha privati anche di questo sentimento: dell’angoscia e dell’infelicità.1

    Così, non avendo tema, non avendo un compito da svolgere, non possedendo un messaggio da trasmettere, mi sono trovato a trattare di quella cosa complicata che è il «nulla» e, con buona pace dei mistici, mi sono accorto che il «nulla» è invece pieno di cose.

    Cogito altro non è che un Socrate, un filosofo senza metafisica, per eccellenza atopico, senza scuola, senza riconoscimento politico, anzi, suicidato dallo stato. La filosofia, che è pensiero che pensa, non ha fissa dimora, inquadramento, è inassimilabile e inservibile.

    Il Signor K. è il clinamen dell’ordo rerum, quell’entità che interviene per sparigliare le cose degli uomini. E in questo sì che lui ha un «compito», e anche piuttosto problematico. Lui sì, paradossalmente, deve avere una metafisica. Ma si trova spaesato a dover contendere con un filosofo che invece ne è privo. La contesa dunque è davvero sbilanciata. Tra i due contendenti Cogito non ha nulla da perdere perché non ha metafisica. Invece Il signor K. ha tutto da perdere perché lui, il démone, ha tutto da perdere perché se perde la sua metafisica perde se stesso.

    Così, di paradosso in paradosso, la composizione procede da spaesamento a spaesamento, da una provocazione all’altra. Cogito risponde sempre con frasi fuori contesto, decontestualizza il contesto delle domande del Signor K. È la sua strategia per porre nel nulla le cose della ragione, porre la Ragione nel Nulla. Paradossalmente, davanti a questa strategia di Cogito, il Signor K. non ha una strategia da opporre se non urticanti provocazioni che, però, lasciano indifferente Cogito, il quale non ha mai bisogno di cambiare posizione, il Signor K. invece sì, tenta sempre di nuovo nuove sortite, va all’assalto della cittadella di un filosofo senza più metafisica, e ne rimane scornato.

    L’ultimo atto del capitalismo è dato dal capitalismo vincente, il quale ha vinto su tutti i fronti, è per questo che è stato sconfitto. Si è auto sconfitto. Di qui viene meno anche il bisogno di una ontologia, più che di ontologia della crisi qui dovremmo parlare dell’ontologia della disparizione dell’ente e della analitica dell’EsserCi. Il soggetto è il detentore di qualcosa che lo determina ma di cui non sa niente essendogli precluso il contatto, pena il suo stesso dissolvimento. È questa la ragione che spinge Cogito a rispondere a K. con una frase ancora una volta fuori-contesto:

    «Tutta la mia vita è entrata nel cofanetto dei ricordi
    della contessa Popescu, un pastorello suona uno zufolo
    sul limitare di un querceto», disse Cogito.

    Cogito lo sa, ma non lo dice. E qui si chiude la partita. O forse se ne apre un’altra.

    1 Cfr. C. Leguil, Sartre con Lacan, Quodlibet, Macerata, 2018, p. 155. «La posta in gioco non è teorica ma pratica. Così come Freud l’ha mostrato con lo stesso titolo del suo articolo del 1926, Inibizione, sintomo e angoscia, il fenomeno dell’angoscia è coordinato al sintomo. Ma non lo si può definire come un sintomo: l’angoscia non è il significante di un significato rimosso. L’angoscia ha una modalità di presenza propria, che non è significante». Cfr. la nozione di Trieb, «nozione ontologica assolutamente fondamentale, che risponde a una crisi della coscienza che, dato che la viviamo, non siamo obbligati necessariamente a cogliere pienamente». J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, 1959-1960 (1986) tr. it. di M. D. Contri, Einaudi, Torino 2008, pp. 151-152

    Sull’Angoscia oggi

    L’angoscia non è qualcosa di cui si possa fare esperienza, di cui si possa dire perché è al di qua dell’esperienza; l’esperienza è sempre fuori dell’angoscia, le è estranea nonostante la maschera o le maschere con le quali si pavoneggia sul palcoscenico della teatrale messa in scena. Oggi siamo fortunati a vivere nell’epoca della pandemia Covid19 perché possiamo esperire dal vivo il bordo dell’angoscia e ne possiamo parlare. Lo stesso negazionismo o riduzionismo di massa che si è sviluppato nei paesi occidentali è la migliore dimostrazione di come l’angoscia come Angst sia scomparsa dai radar delle società a democrazia liberale; non è più il desiderio dell’Altro che scatena l’angoscia, come pensava Lacan, ma essa è un sotto prodotto del desiderio scomparso o in via di disparizione che genera l’angoscia di massa che la produce in quantità smisurata; semmai è il non-desiderio che produce la non-Angoscia. Non c’è più un punto privilegiato dal quale raccontare l’angoscia, perché essa sfugge al significante, non è narrabile, non è più possibile narrare l’orografia dell’angoscia, perché essa è scomparsa dai radar delle nostre società democratiche.

  6. Enesidemo (80-130 a.c.)

    «Le umane vicende oscillano come su di una bilancia
    dai pesi diseguali, ora sollevandosi, ora invece tirando giù il piatto.

    Terribile è l’incertezza e molta è l’oscurità
    che coinvolge i fatti della vita:

    come in un sogno profondo, noi vaghiamo
    senza poter nulla percorrere con esattezza di ragionamento

    e senza nulla afferrare con vigore e fermezza,
    poiché tutto è simile ad ombre e fantasmi.

    E come nei cortei la fronte passa oltre e sfugge
    agli sguardi e nei torrenti invernali il corso dell’acqua,

    spingendosi oltre, per la violenza della sua velocità,
    precorre il nostro sguardo e gli si sottrae,

    così anche gli eventi della vita, spingendosi innanzi
    e sorpassandoci, danno tutta l’impressione di star fermi,

    mentre non permangono neppure un istante,
    ma vanno ogni ora in rovina»1

    1) Enesidemo, frammento tratto dal De Iosepho di Filone di Alessandria, 140-41. Ho utilizzato la traduzione di Antonio Russo che si trova in Scettici antichi, Utet, Torino, 1996, oag. 562. Dello scettico Enesidemo sappiamo pochissimo e la sua esistenza è stata fatta oscillare tra l’80 a.C. e il 130 d.C.

    [La riscrittura in distici è opera mia]

    Parallasse

    È molto importante la definizione del concetto di «parallasse» per comprendere come nella procedura della poesia di Francesco Paolo Intini, ma non solo, anche nella poesia di Marie Laure Colasson e altri poeti della nuova ontologia estetica in misura più o meno avvertita, sia rinvenibile in opera questa procedura di «spostamento di un oggetto (la deviazione della sua posizione di contro ad uno sfondo), causato da un cambiamento nella posizione di chi osserva che fornisce una nuova linea di visione.»

    [The common definition of parallax is: the apparent displacement of an object (the shift of its position against a background), caused by a change in observational position that provides a new line of sight. The philosophical twist to be added, of course, is that the observed difference is not simply ‘subjective,’ due to the fact that the same object which exists ‘out there’ is seen from two different stations, or points of view. It is rather that […] an ‘epistemological’ shift in the subject’s point of view always reflects an ‘ontological’ shift in the object itself. Or, to put it in Lacanese, the subject’s gaze is always-already inscribed into the perceived object itself, in the guise of its ‘blind spot,’ that which is ‘in the object more than object itself,’ the point from which the object itself returns the gaze *

    * Zizek, S. (2006) The Parallax View, MIT Press, Cambridge, 2006, p. 17.

    È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza. Il soggetto del reale, costantemente sballottato da un significante all’altro, si dà solo come effetto della significazione, rinvio continuato, segno della sua costitutiva scissione: il soggetto non si dà, se non come già da sempre barrato. Il soggetto giunge, ma dove?. Giuseppe Talia dice: «Eccomi», sono «Ovunque»; ovvero, in nessun luogo.
    Poiché intendiamo con segno l’associazione di un significante a un significato, possiamo dire […]: il segno linguistico è arbitrario […]. La parola
    arbitrarietà […] non deve dare l’idea che il significante dipenda dalla libera scelta del soggeto parlante […]; noi vogliamo dire che è immotivato, vale a dire arbitrario in rapporto al significato, col quale non ha alcun aggancio naturale.
    «Non c’è alcuna significazione che si sostenga se non nel rinvio ad un’altra significazione» (Lacan 1974). Il significato, infatti, non indica la cosa, ma la si-gnificazione («Ogni volta che parliamo diciamo la cosa, il significabile, tramite il significato. C’è qui un abbaglio, perché è bene chiaro che il linguaggio non è fatto per designare le cose. Ma questo abbaglio è strutturale al linguaggio umano» (Lacan 1974), il senso non è costituito dal rapporto rappresentativo significato-significante, bensì dalla catena significante, dal continuo rimando da un significante all’altro secondo le leggi del linguaggio, che seguono il modello della metonimia e della meatofora.

    Giuseppe Talia

    inediti da Eccomi. Ovunque

    Eccomi. Sono di ritorno. Da un lungo viaggio.
    Il fuoco nel caminetto. Arde.

    Il fuoco è l’elemento principe. Scioglie e riaggrega.
    L’aria, invece, è ovunque. Principe.

    La bottiglia. Principe. Dai monti della Sila.

    Che dire, Germanicus, si parla la lingua.
    E la lingua è fuoco e aria.

    *

    A De Palchi

    Chi voleva buttarla in politica rossa e resilienza
    Ha cercato di sollevare il solito motivo.
    Fascista. Recluso. Per sette anni.
    Come una mosca sul pane benzoino.
    Libero.
    Anche se poi io sono anarchico – mi dicevi.
    Se puoi, anarchico.
    E io. Io,
    Dall’America. Dall’isola di Manhattan.
    Ho sposato una donna ebrea.
    Fu dopo che mi buttai nella Senna
    E ne venni fuori
    E c’è chi ancora la butta in politica rosa e resistenza

    Dimenticandoti nel fosso, con i calzoni bagnati
    un fucile in mano e l’analista.

    *

    Dai, divertiamoci un po’, Germanicus.
    Non trovi anche tu che se togliessi una virgola.
    Dai, divertiamoci un po’ Germanicus.
    Mi cambia tutto il senso. Bullo. Nel secondo caso.

    Che dire di questa pandemia? Praticamente,
    In epoca di pandemia, non devi uscire, o almeno
    Il meno possibile; lo puoi incontrare ovunque;
    lo trovi ovunque.
    Non trovi anche tu, che questo vestito grafico
    Non devi meno ovunque ovunque, mi stia bene?

    E’ tempo d’affari online altro che vendita al dettaglio.
    L’immagine sfiora appena i fili del cablaggio.
    Metti i Ferragnez. Un polinomio frastico.
    E fratello, o frate o fraté, dilla come vuoi;
    Se non lanci un # o sorella, o sora, o soré;
    Se non azzardi, come Magrelli con la Minetti.
    Solo che Magrelli ci ha giocato facile. L’ha buttata sullo scandalo.
    E sulle lodi delle bocce.

    No, no, io (eccomi) dico una cosa diversa.

    Massimo Recalcati. Ti ho inviato i libri. Pre-pandemia.
    E nemmeno un grazie. Ora, invece, ti indirizzo
    Questa nuova poetry kitchen. Come una planetaria
    Impasta e sminuzza gli elementi di disturbo, lalalangue.
    La- la -langue la tua risposta Massimo.

    *

    Nunzio Pino vorrebbe che scrivessi
    Una riscrittura delle Vocali vestite, invece che vissute.
    Buona idea. Penso. A come Armani V come Versace.

    Ma toh guarda, la A è la V capovolta.

    *

    Andare oltre il viaggio.
    L’alluce sul capezzolo della venere.
    Gli anelli al collo Kaian.
    Le scarpe di svolta.
    Andare oltre il viaggio.
    Oltre il collo allungato e le scarpe.

    *
    Maitresse miracolante.
    Adoro. La Maitresse.
    Il capo curvo sui frammenti di ricordi.

    Che si mangia? Ti voglio bene.

    Non voglio venire più qui.
    Me ne sto a casa mia.

    Ma tu sei a casa tua.

    E’ casa mia questa? E chi lo dice?

    Te lo dico io.

    E tu che ne sai?

    Sono tuo figlio.

    Ah, per questo lo sai?

    Io da ragazza facevo la sarta.

    Poi sono diventata maestra.

    *

    L’eleganza di Dio. La indossi ovunque.
    La vedi ovunque.

    • Trovo molto interessante questa scrittura semi meccanica di Giuseppe Talia. Disturbata da scariche elettriche (perdite di memoria nel linguaggio), ne guadagna la creatività che “salda” creando nuova composizione del discorso. Qui trovano posto vocali e colori, vien da dire; per la gioia di chi ha apprezzato quel suo lavoro.

      • Giuseppe Talìa

        Ti ringrazio, Lucio, per la semi meccanica disturbata che salda il discorso.
        Ti voglio dire che la gallina Nanin e la poetry kitchen li trovo geniali.

  7. La scrittura semi meccanica di Giuseppe Talia segna un nuovo sviluppo della poetry kitchen. Non la libertà dell’inconscio, che non può mai essere credibile, la una semi libertà, una sorta di arresti domiciliari del discorso poetico che oscilla tra il soggetto del conscio e il soggetto dell’inconscio, come due discorsi che si intersecano e si ostacolano, dove ciascuno va per conto proprio. Il risultato è una sorta di discorso poetico con le proposizioni e le mini proposizioni affette da zoppìa, claudicanti…

  8. Ricevo e pubblico questo scritto di Giuseppe Talìa.

    Caro Giorgio,
    grazie per aver postato le poesie. Mi sto riprendendo e, partendo dalla poesia, ho ricominciato a scrivere. Cerco di rientrare nel dibattito, che ho potuto seguire poco, causa (?).

    La gallina Nanin, l’opera geniale di Lucio Mayoor Tosi, pittore.
    La poetry kitchen del ketchup sui kellog’s di M. Mario Gabriele.

    La metastasi di Paolo Intini.
    La metastasi di Intini viene dopo il colpo di pallottola
    di Rago. Commissariati e geishe.

    Di Marie Colasson apprezzo la ricerca della luce.
    Tra le sue forme, alcuni semicerchi mi sembrano delle lampade nell’oscurità.

    Il capitolo, la stanza n. 5 (dialogo tra il Sig. K. E Cogito), contenuto in niente, “Ingehaltenheit in das Nichts, da dove prende dimora il nulla.

    L’intrattenimento, nella stanza, la tazzina di caffè che prende il volo e la giacca lisa a quadretti.
    Il problema del soggetto, si mischia al problema tempo.

    Si risolvono nella classificazione dei personaggi, ventidue bettole aperte sulla via.
    Di latta e non di ottone, il suono.

    Possono esserci favole senza “caratteri”, dice Aristotele, ma non potrebbero esserci caratteri senza favola. Le azioni. Il gioco. I due attanti, Re di spade e di re di denari.

    L’accetta e il cappio. (vecchia usuraia e sorella) (comunicazione narrativa)
    Nel salto di una azione all’altra, la dialogia () tra un frame e l’altro è funzionale: attese la risposta del filosofo. La vita.

    Segue rubbish, scarti, un dente d’oro.
    Ecco, il dente d’oro è una metafora brillante.

    Nascosta nel tritume. Attraversata dalla luce fuori contesto.
    Chopin e la Lola fa molto arredamento.

    “Il nostro compito è tracciare le linee interne delle cose.”
    E si va nella dimensione dell’apertura dello scrigno.

    Quale metafisica? La metafisica di K. Che va in vacanza,
    oppure la metafisica di Cogito. Il senso del mondo e nel mondo fuori.

    La scena sul finale è costellata di sinestesie (mento leporino),
    peritrope, come la metafora distorta; la questione del falso.

    A partire dall’esame dei concetti, così come teorizzato nel Teeteto.
    Ai soggetti principali, si aggiungono i loro interlocutori. (uccellino).

    L’anafora sta nella scacchiera dell’ultimo blocco.
    “sistemare la carta nel vassoio. Dove l’iterazione

    dell’oggetto obbedisce alle azioni del soggetto in quanto il soggetto viene informato dall’oggetto stesso.

    Il sigillo finale. Cesare. E una doppia metafora con triplo avvitamento.

    (Giuseppe Talìa)

  9. Ha scritto Marco Onofrio il 9 novembre 2016:

    Il poeta ha alle spalle il critico pungolatore, e insieme cavalcano a briglie sciolte il cavallo selvaggio di una fantasia dittatoriale, che crea regole e mondo. Una fantasia che rivendica la propria libertà dai giochi del Potere: nella composizione “Il signor K.” la tigre che rappresenta appunto il Potere ordina al poeta di suonare il violino, ma l’archetto del poeta “stride” perché egli si rivela incapace di suonare a comando: vuole suonare quando e ciò che gli pare. Cioè: la poesia può sopravvivere solo se si ritaglia uno spazio autonomo dalla macchina mondiale dell’economia e della comunicazione strumentale.

    La chiave che apre il mondo poetico di Linguaglossa è un surrealismo onirocritico che mette in gioco tutta la realtà fisica, fino al livello subatomico: tutta la natura, tutta la storia, tutta la cultura (anche la Scienza). Linguaglossa giustappone e mescola i luoghi dello spazio e del tempo, proiettati su un unico piano di simultaneità. La poesia è una «idrovora narcomedusa»: succhia tutto l’esistente e l’esistibile, come un’idrovora, e ha il potere narcotizzante e marmorizzante della Medusa, che svela il volto osceno dell’orrore sotto le sembianze più “normali”, il «malessere quieto dell’esistenza». La poesia dunque

    «accoppia materia e immondizie
    sigizie di correaltà, apparenta
    “Storia ed eoni, platonismi e crudeltà».

    Dalla metafora tridimensionale di Mandel’štam, Linguaglossa trae una visione poliedrica e multipolare: come un suono stereofonico riprodotto da sorgenti simultanee. Einstein ha dimostrato che lo spazio ha quattro dimensioni (la quarta è il tempo). E Linguaglossa scrive:

    «Vidi l’Angelo dai quattro volti che guardava
    in quattro specchi il mio sembiante riflesso,
    quadruplice barbaglio della luce».

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/11/09/giorgio-linguaglossa-da-three-stills-in-the-frame-selected-poems-1986-2014-chelsea-editions-new-york-2015-quattro-poesie-da-risposta-del-signor-cogito-la-polizia-segreta-cerca-il-quaderno-ne/?fbclid=IwAR3HShjbAXCcvSTXdDC85rQjjfN7w2ZyBtivLckI0bZG-UCeqv_uPEWi8OM

  10. Giuseppe Talia

    Il problema del soggetto e la supremazia dell’oggetto.

    Credo anche io che la Parallasse sia un tratto significativo della ricerca della rivista l’Ombra delle parole. La Parallasse, descrive il cambio di punto di vista e di conseguenza di punti di vista.

    Il soggetto perde la sua supremazia e la cede all’oggetto, all’altro,

    La questione con cui si guarda l’oggetto rispetto all’oggetto stesso, e l’acquisizione della supremazia che il soggetto cede all’oggetto.

    L’oggetto si replica e si auto-replica. – E il soggetto?

    E’ il caso di Mario M. Gabriele,
    iterazione monocromatica di replicazione dell’oggetto, Registro di Bordo.

    (G. Talìa)

  11. antonio sagredo

    – Bisognerebbe rileggere la poesia del secondo novecento e, più ancora, la nuovissima poesia italiana della «nuova ontologia estetica» secondo l’ottica del linguaggio ultroneo derivato dal sogno e dall’inconscio… –

    Giustamente il LInguaglossa non si stanca di ripetere questa sua avvertenza e più volte in passato ne abbiamo parlato e discusso e non potevo che dargli ragione… da quando cominciai a scrivere seriamente di finzioni e altro si rafforzava in me questa convinzione e il coraggio linguaglossiano di proporre nomi di poeti e poetesse poco note aveva pienamente la mia approvazione, specie la sua progressione tra principi alti e bassi è sempre positiva e dunque capace di ribaltare lo stantio e la poesia che somiglia spesso a un pus epatico…
    mi piace la sua insistenza al variare sullo stesso tema e somiglia a un mio antico tetrattico in versi, ossessivo e mai pedantesco, l’ossessione di una storia e non il contrario, come il mio racconto \il giardino\.
    Ma recentemente con questa nuova sua versione della metastasi sono pienamente del suo stesso parere… e il significato pare essere un giudizio fossile e scheletrico… la signific..azione davvero supera e sconvolge il significato che è stasi, patologia, morbo, e che di azione non ha nulla se non il senso smarrito e perduto che si diffonde disgustosamente ovunque..
    e allora mi sono ricordato di alcuni miei veri che irridono la metastasi…
    ………………………….
    metastasi
    ……………………………………..
    Giocherai all’assenza o alla fuga, mia vita!
    L’inchiostro segnerà una traccia di metastasi:
    un’ombra e una rosa da coniugare fino al sangue!

    1981
    …………………………………………………….
    Toccherà alle folle celebrare disfatte inconsuete o vittorie
    di metastasi, perché l’ostia sia più gustosa d’una nerastra
    chiavica sugli altari… che glorificano rigagnoli di un sangue
    esiliato, e quel martirio della parola che non sa la luce, e la pietas!

    2011
    …………………………….
    Dovrei, forse, rivedere i miei tormenti e i miei sinistri umori
    e l’aspra farsa che ha per credo una seria lacrima, e di legno
    il mio sangue destro che celebra la metastasi dell’ignominia,
    e la maschera che in falsetto mi vive, e mi rintrona: Fatina, Fatina!

    2011
    ………………..
    Come la mia tentazione è la quiete! Arricciati come trucioli i miei versi gordiani,
    da un diniego teatrale alle quinte non sai se nodi scorsoi, vasi a Samo o nottole ad Atene!
    Requiem… e non hai che l’accidia nemica dei falchi come una metastasi d’ossa – e carne
    potrei ancora io cantare a dismisura: la soglia come una lama nella mia gola!

    2015
    ……………………………………
    grazie… a. s.

  12. antonio sagredo

    … volevo ma poi ho dimenticato di scrivere in quanto distratto che una delle mie fissazioni era quella di far divenire la parola totalmente estranea alla poesia – al mondo poetico – appunto far parte con tutti i doveri e diritti linguistici e di stile proprio alla poesia stessa e che pedanti gufi hanno sempre eliminato come corpo estraneo, appunto frutto della patologia metastatica… e sono parole che al contrario testimoniano della vivezza della POESIA che è capace di accogliere tutte le parole possibili e probabili… parole-termini come contumacia e la stessa metastasi divenire appunto di gran valore poetico, parole insomma tratte da tutte le discipline, categorie, scienze varie – qui giurisprudenza e medicina – come esempio…
    parole che non danno alcun fastidio alle altre parole pensate come sempre poetiche per diritto alle Poesia…
    Qui in questo blog abbiamo esempi numerosissimi di tale parole ritenute non poetiche divenute poetiche attraverso vari esperimenti, varie teorie ecc.
    Dunque la metastasi – che è trionfo dei significati -si combatte anche con le parole ancora adesso ritenute non-poetiche… non bisogna buttare via nessuna parola, se mai i significati che fossilizzano delle parole tutto dai toni ai suoni, dagli stessi significati ossificanti alla musica-musical… ecc.
    Infine è il ritmo che decide la posizione spaziale nel verso o nella strofa della parola non metastatica…
    grazie

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