Poesie di Lucio Mayoor Tosi e Francesco Paolo Intini, Commenti di Tiziana Antonilli, Giorgio Linguaglossa, L’epoca cibernetica è priva di «sacro», o meglio, il «sacro» è oggi lo scarto, i rifiuti, le discariche, Lo «scarto» è la deiezione, la reiezione della tecnologia che utilizziamo, Il «sacro» appare nella nostra poiesis come scheggia, resto, residuo, scarto

Lucio Mayoor Tosi Segni

[Lucio Mayoor Tosi, Segni, 2020]

Lucio Mayoor Tosi

[Lucio Mayoor Tosi nasce a Brescia nel 1954, vive a Candia Lomellina (PV). Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti, ha lavorato per la pubblicità. Esperto di comunicazione, collabora con agenzie pubblicitarie e case editrici. Come artista ha esposto in varie mostre personali e collettive. Come poeta è a tutt’oggi inedito, fatta eccezione per alcune antologie – da segnalare l’antologia bilingue uscita negli Stati Uniti, How the Trojan war ended I don’t remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), Chelsea Editions, 2019, New York.  Pubblica le sue poesie su mayoorblog.wordpress.com/ – Più che un blog, il suo personale taccuino per gli appunti.]

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Spero si capisca, dall’immagine che vi allego, come intendo muovermi in pittura nella narrazione per frammenti. I frammenti possono essere disposti sulla parete in serie infinita di combinazioni. Ciascun frammento è completo in sé. Questo che vedete è un esempio tra i tanti che si potrebbero fare. Per me questo è ciò che rimane dell’opera d’arte unica. Lo sapevo già dieci anni fa, quando facevo arte digitale, che sarebbe andata così.

Era già chiaro a Benjamin, ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – anche se è un libro che oggi possiamo considerare a dir poco obsoleto – il resto lo ha fatto Duchamp, insieme a certa critica d’arte: la pittura sembra morta. A questo penso sempre. Ma è perché la società si sposta, come un grande elefante. Una mandria di elefanti… Se c’è qualcosa di sbagliato, non sta nella pittura o nella poesia ma nella testa di chi non si rende conto.

In pittura l’opera unica è scomparsa, ha perso cioè ogni altro valore oltre a quello di essere decorativa. Ecco quel che ne resta: frammenti. Ma sono frammenti che possiamo comporre liberamente nello spazio per creare, non una ma un’infinità di opere nuove. Così facendo, l’artista che compone per frammenti, finisce con l’adottare il chiacchierio della comunicazione odierna; ma lo fa selezionando, ponendosi obiettivi di qualità. E’ un passo avanti rispetto al Pop di Andy Warhol. Anche se ne coglie il messaggio.

In Artscape.

«Le parole recano qualcosa di ciò che abbiamo visto e ci ha colpiti».
«Come le piante anche noi ci uniamo alle radici».

Alla fine mi sono inceppato. Non che questo crei problemi
più di quanti già ne abbiamo. Poca è la memoria.

Amen. Ma ho interrotta la catena dei sogni al portatore.
Non ci sento più da un’orecchio. Quello stanco di sorridere.

«Cosa possano ispirare queste parole, dipende da dove si è stati,
se in bianco e nero, o all’attenzione dei migliori specialisti».

Muovo un gatto a ridosso dei monti. Ne scende un’autostrada
a sei corsie; amaranto il dorso dei pesci. Significa aspetterò.

Hotel Notte chiara, Svizzera. Sui divani della reception,
nascosto in un libro; scoiattoli alla finestra, ecc. Un bonzo.

Ai lati un colore dimenticato, dove camminano
sempre più astratte fanciulle. In fila indiana, recando doni

che la madonna traduce in variopinte lettighe.

(May ott 2020)

Lucio Mayoor Tosi Segni astratti sulla fuliggine retrostante il vetro della stufa pellet.

[Lucio Mayoor Tosi, segni retrostanti il vetro della stufa pellet]

Francesco Paolo Intini

[Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. ]

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Queste poesie [di Anonimo romano] mi sono piaciute subito. Non c’è nulla di indecente. C’è di più. Penso di aver capito perché in quel periodo e per circa un ventennio smisi di scrivere. Si poteva scrivere in maniera non decorativa solamente in questo modo. Lo ricordo bene il faccione di chi ci governava raffreddando i conflitti sociali, smobilitando energie che si erano accumulate negli anni precedenti. Occorrevano nani e ballerine di corte, non certo poeti. Bisognava essere all’altezza del nostro anonimo e avere la sua potenza dirompente per azzardare qualcosa, ma i miei erano mezzi di “fanciullino” e al massimo potevano sortire un like.

Bisanzio

Cominciò con un passaggio sotto l’Arc de Trionphe
Mettere a tacere il vapore in una caffettiera.

L’arrampicata al pozzo,
la chiusa di gemme sui papaveri.

Lazzaro lasciò il lapsus
Per un capriccio dell’intestino.

La lingua di una banca giunse a lambirci.
I parametri sparati da cassieri Tze-Tze

Mostreremo le lacune nel De Rerum
L’immortalità comprerà quote di marmo

Leggiamo il Corriere di Bisanzio:
La città è salva dal fuoco greco.

Se sale un turco in cucina,
ci difenderà l’odore d’ uovo marcio

Il discorso interrotto riprese a masticare
Si mise addosso le parole di J.F.K

Tutti gli alveoli a disposizione.
Quale il limite dell’ orrore?

Due torri bruciavano a notte
sbadigli di cielo nel giallo.

Nacque una Berlino al minuto
Spari sui semafori:

il rosso partorisce celerini
Saltella un ramarro nei duemila

Non basta il Tempo
Ma monetine al secondo

una muta di serpi
riprende le spire

una conferenza dell’acqua calda
sulle bollicine in sciopero

Un’altra sull’ortica col pifferaio
Sotto palpebra. E i topi?

Sorridono i mezzobusti
Mentre annegano nel verso sbagliato.

Giorgio Linguaglossa

Warhol diceva che «Più guardi la stessa identica cosa, più perde di significato, e più ti svuoti e ti senti bene».

È una annotazione interessante. Pensiamo alla Gioconda. Più la guardiamo più essa perde di significato. Come può avvenire questo fatto? Semplice, non è la Gioconda che è cambiata, siamo noi che la guardiamo ad essere cambiati. E chi ha prodotto questo fatto? Semplice, è il nostro modo di vita che lo ha prodotto, esso richiede che guardiamo a tutto con la coda dell’occhio, mediante uno sguardo distratto, dinoccolato, mentre stiamo sul tram e gettiamo fuori dal finestrino uno sguardo sul traffico.

Oggi noi non sappiamo guardare in altro modo che con uno sguardo distratto. È una maledizione. Non sappiamo più guardare una cosa o una persona con uno sguardo diretto e fisso. Perche? Perché il mondo non ci interessa più, ovviamente. È qualcos’altro che ci interessa.

Per Adorno l’arte dell’intrattenimento, la quale «viene amministrata, integrata, qualitativamente rimodellata dall’industria culturale»,1 ha ormai da tempo minato l’arte. Di fatto, tale situazione comporta che l’arte è «divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».2

1 T.W. Adorno, Teoria estetica, trad. it. Einaudi, 1970, p. 24

2 Ivi., p. 26)

Tiziana Antonilli

Caro Giorgio, a proposito della lezione di Andy Warhol e della sua visione profetica, fai bene a ricordare la sua affermazione sullo ‘svuotamento’. Warhol fu tra i primi a proporre l’arte come prodotto di consumo, non a caso aveva iniziato a lavorare nel mondo della pubblicità. Quando riproduce all’infinito la Campbell’s soup non fa che riprodurre i valori e i metodi della società dei consumi, temi dei quali tu, Giorgio, hai sempre scritto. Oltre allo ‘svuotamento’, i suoi celebri ‘multiples’ producono un effetto ipnotico, l’effetto che producono su di noi le icone. Come Duchamps operava sui ‘found objects’, così Warhol operava sulle ‘ found images’. Persino il fungo atomico, che Warhol replica, diventa quasi banale, come avviene quando le persone guardano alla tv le stragi intorno alla tavola della cena. Trovo ci sia un legame molto forte tra le opere di Warhol, la sua visione dell’arte e la società attuale, ma anche con la poetica di cui l’ombra si fa portavoce.

Giorgio Linguaglossa

cara Tiziana,

già Benjamin aveva scritto che noi, moderni, osserviamo con la coda dell’occhio, con sguardo «distratto»; e Osip Mandel’stam negli anni venti constatava lo stesso fenomeno: il nostro guardare alle cose con uno sguardo con la coda dell’occhio. Certo, Warhol ci dice qualcosa di più, qualcosa di orribile, che il fungo del’esplosione della bomba atomica può essere impiegato come opera d’arte. Ma è chiaro che qui, con Warhol, siamo fuori del campo dell’arte, e questo era già stato indicato con precisione dal critico americano Arthur Danto.

Tutta l’arte che è stata fatta dopo Warhol è una cosa ben diversa da quella che precede il Brillo box (1964). È dalla presa d’atto di questo fatto che la poetry kitchen prende le mosse. Noi ne abbiamo piena cognizione, per questo facciamo una poesia molto diversa da quella istituzionale che continua a fare poesia come la faceva Pascoli.

L’epoca contemporanea, quella che viene dopo Warhol, quella della civiltà telematica, per intenderci, è l’epoca contrassegnata dalla tecnica, è un modo di accadere della verità, cioè del disvelamento. Heidegger insiste nel dire che è un modo che tende a espellere l’uomo dal suo “più proprio”, è un modo che fonda untempo di povertà in cui prevale la manipolazione dell’ente sorretta dal calcolo con cui simuove la conoscenza scientifica. Significative a tale riguardo sono le riflessioni diHeidegger contenute nella conferenza Perché i poeti? :

“l’essenza della tecnica viene a giorno con estrema lentezza. Questo giorno è la notte del mondo, mistificato in giorno tecnico. Sitratta del giorno più corto di tutti. Con esso si leva la minaccia di un unico, interminabile inverno. Frattanto, non solo è tolta all’uomo ogni protezione, ma le tenebre avvolgono l’integrità del tutto dell’ente. Ogni salvezza [Heile] è tolta. Il mondo diviene allora empio [heillos]. E così, non solo resta nascosto il Sacro [das Heilige] come traccia della divinità, ma lastessa traccia del Sacro, la salvezza, sembra dissolta”.

(Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, 1946)

Inseguire il «sacro»?

Inseguire il «sacro» mediante il «sublime», come fanno molti poeti di oggi porta su una falsa pista, a rovistare nel foro interiore. L’epoca cibernetica è priva di «sacro», o meglio, il «sacro» è oggi lo scarto, i rifiuti, le discariche. Lo «scarto» è la deiezione, la reiezione della tecnologia che utilizziamo. Il «sacro» appare nella nostra poiesis come scheggia, resto, residuo, scarto…

Penso che occorra accettare l’idea lacaniana di una fenomenologia senza un soggetto, come nell’universo onirico, come nei sogni. Allora, vedremo sorgere fenomeni che non sono fenomeni di un soggetto, ma che appaiono a un soggetto. Questo non significa che il soggetto non sia qui coinvolto, anzi, il soggetto fa parte della soggettività ma come soggetto dell’inconscio e soggetto del conscio, precisamente nella maniera dell’esclusione, in quanto diviso, in quanto il suo agire non è in grado di assumere il nocciolo della sua esperienza interiore. Voglio dire che il soggetto è sempre diviso, scisso dalla sua esperienza interiore. È questa l’accusa che rivolgo a tutti coloro che pensano sia possibile fare poiesis a partire dal soggetto, essi si ingannano. E ingannano.

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16 risposte a “Poesie di Lucio Mayoor Tosi e Francesco Paolo Intini, Commenti di Tiziana Antonilli, Giorgio Linguaglossa, L’epoca cibernetica è priva di «sacro», o meglio, il «sacro» è oggi lo scarto, i rifiuti, le discariche, Lo «scarto» è la deiezione, la reiezione della tecnologia che utilizziamo, Il «sacro» appare nella nostra poiesis come scheggia, resto, residuo, scarto

  1. La poesia dell’«io penso dunque sono» e dunque significo e posso significare è una poesia che deriva da un concetto di dialettica tutto sommato rassicurante, perché l’io ha a che fare soltanto con se medesimo, quello che dice l’io è nel campo della verità, non si discute. E non si discute più. Ipse dixit. Su questo punto penso che non ci siano dubbi.

    Nella poesia di Lucio Tosi non siamo più entro il recinto o campo della verità, ci muoviamo invece in un campo che non conosciamo, e che per di più ci è estraneo, in cui le strade e la mappa del territorio non possono più orientarci… è questa la ragione dei «segni» che Lucio Tosi dissemina sul suo cammino perché essi sono gli unici «segnavia» che ci consentono di riconoscere i luoghi e gli oggetti e, di conseguenza, il soggetto che noi siamo e che ci è sconosciuto.

    Tutto sommato, la poesia di un Sandro Penna e di un Bertolucci ci appare «rassicurante», e perfino quella di Zanzotto. Perché accade questo fatto? Perché? Perché quel novecento (sperimentale o orfico) era in effetti «rassicurante»: di qua i buoni, di là i cattivi, di qua l’Occidente con le sue democrazie, di là l”Orso sovietico con la sua nomenclatura autocratica. Adesso le cose sono un po’ cambiate, non possiamo più contare sulle divisioni e sulle censure. Il romanzo (quei pochi esemplari autentici), e la poesia (quella pochissima poesia di livello) non possono che ereditare e far propria questa mancanza di «rassicurazione», la tradizione non è più quella cosa più o meno rettilinea che si doveva continuare o interrompere, è diventata qualcosa di irriconoscibile e, quindi, qualcosa che non possiamo più riconoscere, né continuare né interrompere.
    Questo è il fatto e l’antefatto.

    Adesso c’è la nuova poesia (per quei pochissimi spericolati trapezisti che hanno il coraggio di cimentarsi sul filo e senza la rete di protezione di sotto). Di sicuro, Lucio Tosi è uno di questi spericolati trapezisti.

  2. Ha senso, oggi, chiedersi «Che cos’è l’arte?», cercare una definizione che ci dia l’ontos on, l’essenza dell’arte?
    Pensare una definizione della poiesis è il vero problema, in quanto tale pensiero presuppone già un determinato modo di vedere le cose, un modo di pensare che, storicamente, si è sedimentato come metafisica occidentale. Nel post-moderno la metafisica occidentale è stata decostruita da un pensiero che ne ha messo in crisi la griglia concettuale e ne ha sovvertito gli ordini e le tassonomie, esibendone così l’infondatezza. Ed è su questa infondatezza che dobbiamo fare i conti. La poesia di Lucio è fondata su questa assunzione, magari tutto il resto è incerto…

    Scrive Alessandro Lattuada in Philosohy kitchen:

    «Uno dei temi più dibattuti nel panorama filosofico-politico contemporaneo riguarda la nozione di evento. Diversi autori (Heidegger, Deleuze, Badiou –
    per citarne solo alcuni) hanno tentato di comprendere in che modo l’ordine dell’essere possa tener conto di ciò che viene definito un evento. Al di là delle
    differenti teorizzazioni, è possibile definire l’evento come un fenomeno che sconvolge e rivoluziona l’assetto politico, sociale ed etico di un’epoca – esso è
    l’elemento “traumatico” che modifica sostanzialmente e imprevedibilmente il percorso della storia. Žižek lo interpreta attraverso la categoria psicoanalitica di pulsione:

    Il paradosso è che un evento è un fenomeno retroattivo che si auto-pone. […] Badiou porta l’esempio della Rivoluzione Francese. Non possiamo spiegare questa Rivoluzione semplicemente con le sue condizioni sociali. Fu un atto autonomo che ci permette di leggere le condizioni precedenti come rivoluzionarie. […] C’è una sorta di atto originale di creazione; un certo universo del significato emerge, per così dire, dal nulla. Ora, penso sempre più
    che questa logica dell’evento sia troppo idealistica. In contrasto, la nozione lacaniana di pulsione cerca di render conto – e forse questo è il problema materialista di fondo – di come un evento possa emergere dall’ordine dell’essere. (Žižek 2004, 166) ».1

    1 Philosophy Kitchen #9 — Anno 5 — Settembre 2018 — ISSN: 2385-1945 — Soggettivazioni. Segni, scarti, sintomi p. 41

    • mariomgabriele

      Ognuno può pensare all’Arte come meglio crede. Così abbiamo la Poesia Pop, la Street Art, il Cyberpunk, e la scrittura Cannibal o Pulp, ecc., anche perché ciò rientra nei fenomeni linguistici spesso più retorici che reali, che vanno oltre il “pastiche” e la cannibalizzazione di codici messi alla rinfusa, resi attuali dal degrado cinematografico, morale, ed estetico, nel sabotaggio continuo di ciò che è la realtà all’interno del palinsesto quale elemento di pulsioni e di aritmie lessicali.

      Una scrittura, insomma, onnivera di ogni cosa, che si estrinseca a casaccio,per immagini e zone d’ombra, ma anche come controcultura dagli effetti devastanti tra storie minime e appariscenti, con il passaggio dalla “lingua di plastica” alla “plastica di una lingua” (Guglielmi), in narrativa e in poesia, peggio ancora in quest’ultima.La zona del retroverso è impagliata di forme tecniche,e manieristiche,secondo una corrente di coscienza che è la riduzione dell’autocritica e del suo annullamento.

      Questa topografia da leitmotiv è un blocco contro la creazione sintattica e organica, blocco da cui bisognerebbe prima o poi, uscirne fuori per solidificare le forme più credibili del’Arte, come scrive anche Marina Cvetaeva su Almanacco dello Specchio n. 4 1975 laddove si legge a pag. 23:”L’Arte è come la natura. Non cercate in essa altre leggi all’infuori delle leggi sue proprie (non l’arbitrio dell’artista, che non esiste, ma appunto le leggi dell’Arte”.

  3. Il volto e la maschera

    Quello che si chiama volto non può esistere in nessun animale
    se non nell’uomo, ed esprime il carattere.

    (Cicerone)

    Tutti gli esseri viventi sono nell’aperto, si mostrano e comunicano gli uni agli altri, ma solo l’uomo ha un volto, solo l’uomo fa del suo apparire e del suo comunicarsi agli altri uomini la propria esperienza fondamentale, solo l’uomo fa del volto il luogo della propria verità.

    Ciò che il volto espone e rivela non è qualcosa che possa essere detto in parole, formulato in questa o quella proposizione significante. Nel proprio volto l’uomo mette inconsapevolmente in gioco sé stesso, è nel volto, prima che nella parola, che egli si esprime e rivela. E quel che il volto esprime non è soltanto lo stato d’animo di un individuo, è innanzitutto la sua apertura, il suo esporsi e comunicarsi agli altri uomini.

    Per questo il volto è il luogo della politica. Se non vi è una politica animale, ciò è soltanto perché gli animali, che sono già sempre nell’aperto, non fanno della loro esposizione un problema, dimorano semplicemente in essa senza curarsene. Per questo essi non s’interessano agli specchi, all’immagine in quanto immagine. L’uomo, invece, vuole riconoscersi e essere riconosciuto, vuole appropriarsi della propria immagine, cerca in essa la propria verità. In questo modo egli trasforma l’aperto in un mondo, nel campo di una incessante dialettica politica.

    Se gli uomini avessero da comunicarsi sempre e soltanto delle informazioni, sempre questa o quella cosa, non vi sarebbe mai propriamente politica, ma unicamente scambio di messaggi. Ma poiché gli uomini hanno innanzitutto da comunicarsi la loro apertura, cioè una pura comunicabilità, il volto è la condizione stessa della politica, ciò in cui si fonda tutto ciò che gli uomini si dicono e scambiano. Il volto è in questo senso la vera città degli uomini, l’elemento politico per eccellenza. È guardandosi in faccia che gli uomini si riconoscono e si appassionano gli uni agli altri, percepiscono somiglianza e diversità, distanza e prossimità.

    Un paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica. In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. A un nome senza più volto.

    8 ottobre 2020
    Giorgio Agamben

    *

    Alcuni dati

    Secondo i comunicati ufficiali, i casi positivi di covid-19 in Italia al 28 ottobre sono in tutto 617.000, di cui guariti 279.000. I decessi sono 38.127 (la cifra si riferisce al numero dei positivi, indipendentemente dalla causa effettiva del decesso). I positivi sono nella grande maggioranza quelli che un tempo si definivano portatori sani (ora si chiamano curiosamente “malati non sintomatici”).
    La popolazione italiana è 60.391.000. Nel 2017 sono morte in Italia 650.614 persone (nel 2019, 647.000). I decessi per malattie respiratorie nel 2017 sono stati 53.372. Quelli per malattie cardiovascolari 230.283 (dati ISTAT).
    Secondo gli studi scientifici, l’IFR (Infection fatality rate, o tasso di mortalità) per il covid-19 è intorno allo 0,6 % (cfr. «Organisms, Journal of biological Sciences», vol. 4, n. 1, 2020, p. 6).
    È sulla base di questi dati che le libertà costituzionali sono state sospese, la popolazione è stata terrorizzata, la vita sociale cancellata, la salute mentale e fisica degli uomini gravemente minacciata.

    30 ottobre 2020
    Giorgio Agamben

    da https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-un-paese-senza-volto

  4. Penso che la posizione di un grande filosofo qual è senza dubbio Giorgio Agamben è la prova di come un grande filosofo possa essere colpito da cecità di fronte ad un grande avvenimento.

    Non c’è dubbio che l’emergenza Covid sia un fenomeno di livello mondiale, possiamo definirlo un Evento, anzi, l’Evento dei nostri tempi, negarne l’emersione dai fondali dell’essere è come negare che sotto la punta che si vede dell’iceberg si nasconde, non visto, una montagna di ghiaccio.

    C’è un Evento che sta sconvolgendo gli assetti del capitalismo mondiale. Penso che bisogna guardarlo bene in faccia questo Signore in grigio. Non averne paura, ma guardarlo bene in faccia. Denegarlo, negarne la portata significa la capitolazione del pensiero.

    È significativo che nessuno intervisti i poeti su questo Evento. Il perché è semplice. Perché non hanno nulla da dire di significativo.

    “Malattie” come psicosi, nevrosi e perversioni per Zizek cessano di essere considerate come disturbi e deviazioni che necessitano di una cura e diventano strumenti per la descrizione della realtà – in altri termini, esse assumono la statura di categorie filosofiche.
    Sì, anch’io penso con Zizek che le categorie filosofiche del nostro tempo debbano essere ricercate nella analitica dei disturbi psichici più che in quella dei disturbi esistenziali, ne è passato di tempo da Essere e tempo di Heidegger (1927), adesso dobbiamo studiare le psicopatologie della nostra vita quotidiana per capire il mondo di oggi. E forse anche la pseudo-poesia che si scrive oggi.

    • mariomgabriele

      Caro Giorgio,
      il problema del Covid19 e un problema di grande portata che nessuno osa affrontarlo perché non siamo preparati a dare una risposta.esauriente. Lo si nota anche con le interviste ai grandi virologi, ai professori universitari,ed epidemiologi. Questo virus è un vero e proprio attacco all’umanità e all’economia mondiale con una revisione territoriale della presenza delle grandi industrie estere che chiudono i battenti, come la Whirpool in Italia. Spetta alla scienza catturare il Dna del Covid. Non ci sono altre soluzioni.

      Ogni giorno ci sono dati scientifici che ribaltano quelli precedenti, Sul Web appaiono milioni di visualizzazioni nel mondo con traduzioni in moltissime lingue.
      E’ fondamentale avere un quadro preciso nella gestione della emergenza e delle decisioni governative..
      Il virus, scrive l’ingegnere TomàsPueyo, “non perdona e i dati drammatici su morti e contagiati sono la prova di una gestione fallimentare”.

      Non vi è stata una politica sanitaria univoca con gli altri Stati. Ognuno ha preso direttive disastrose.Questa pandemia prima la si ferma meglio è per noi, per le persone anziane, per i nostri, figli, per il futuro della economia. Quanto ai vaccini, e altri surrogati, la decontaminazione del virus è molto limitata nel tempo e ciò comporta ulteriori richiami dopo sei mesi.. Aspettiamo i risultati e comportiamoci di conseguenza secondo le regole sanitarie e di prevenzione del virus.

  5. di Simone Vaccaro

    La crisi che stiamo ora affrontando è la prima o forse l’ultima di quell’epoca individuata da una definizione tanto poco chiara quanto perfettamente lucida nell’affermare la sua contemporaneità: l’epoca post-moderna. È il post– che sempre fa discutere; perché segnala un prima, meglio rivela l’esistenza di un dietro (le quinte? Il complottismo è parte inerente della dialettica pubblica post-moderna), di un tempo contrastivo a cui questo si oppone. Scissione gnostico-dualistica di un questo, il post– del moderno, con un quel(lo), l’ante del moderno (Jacob Taubes, Escatologia occidentale; sul post– del moderno, Andrea Poma, Cadenze). Secolo brevissimo il Novecento: dalla nascita dell’Europa al termine della più grande guerra ottocentesca (meglio ancora: il Novecento è nato con la Seconda Guerra Mondiale, dentro le sue intime dinamiche) alla digitalizzazione, è stato attraversato per tutta la sua durata da una corrente costante di post– più o meno nascosti: post-apocalittici, post-moderni, post-metodici.

    Post- che sono diventati fine-di: fine della storia, dell’arte, delle grandi narrazioni… Narrazioni, per l’appunto. Narrazioni che sono oggi la causa di questo bailamme dis-formativo: per un perverso gioco della logica giocato ai danni di coloro che hanno giocato (che hanno pensato di giocare) con la logica, la fine delle grandi narrazioni si è trasformata nella grande narrazione manifestamente sventata, ma subdolamente apoteizzatta, dalla presunta pluralità a-metodica del detto: tante porte d’entrata e tante d’uscita.

    Narrazioni morenti nella dis-organizzazione, rottura dell’organismo come rottura del progetto organizzante quale il corpo umano (basti pensare al noto Corpo senza organi), che hanno trovato testata d’angolo in quel fenomeno tutto post-moderno (termine preso con le dovute precauzioni) del post-Truth, della post-verità. Fine delle grandi narrazioni e instaurazione del regime delle piccole narrazioni. Vendetta classista: il piccolo ha sopravanzato il grande. Ma ecco che si staglia, eminente, la pandemia connaturata alla disseminazione incoronata: puro nichilismo dell’in-differenza, perpetua viralità non micro-biologica, bensì micro-qualitativa. Quanto meno le due viralità condividono il grado minimo.

    Ma questa diffusa viralità si sublima abbandonando il grado minimo ed equidistanziandosi dall’intensità massima: il suo posto prediletto è il medio, il medium matematico, esatto, aritmeticamente naturale e razionale. Questo meso-livello (in parte mi sto ispirando a Ferraris, Postverità e altri enigmi), questo “volemose bbene” assiologico si trasforma in un “tana libera tutti” filosofico e si riversa in un sempre pericoloso esito epocale: il nichilismo.

    Difatti, la dimensione mediano-equidistante comporta l’estensione di una possibilità che travalica e trascende il reale: se, parafrasando un brocardo medievale, ab esse ad posse valet consequentia sed non converso, se insomma è il reale ad essere possibilità della possibilità del reale (con un evidente movimento retrospettivo catturato con profondità dal trascendentale kantiano), con la precedenza del possibile al reale si ha la sua più completa evanescenza. Altro ri(av)volgimento logico (questa volta in senso negativo): il post-moderno è in realtà il pre- modale della possibilità.

    Ma il medio è divisivo proprio perché a sua volta divisibile nello scetticismo estremo del nichilismo: il verosimile e l’inverosimile. Anche qui ci accostiamo ad una serie di gradienti di intensità la cui portata ha però effetti sostanziali, ontologici. Nulla è peggiore che il verosimile, esattamente come nulla è peggiore che l’inverosimile. I due concetti si incrociano, si contaminano, si contagiano; perfettamente equidistanti tanto dal vero quanto dal falso, si scambiano reciprocamente posizione in un divenire-l’altro di difficile contezza. Entrambi appartengono a quella bizzarra categoria ontologica del non-troppo. Il verosimile, ovvero il non-troppo-vero; l’inverosimile, quindi il non-troppo-falso. Ma fosse ciò sufficiente; ecco il rovesciamento nichilistico: il verosimile, ovvero il non-troppo-falso (se è verosimile non è vero; ma se verosimile non è poi neanche troppo falso…); l’inverosimile, quindi il non-troppo-vero (se è inverosimile non è falso; ma se inverosimile non è poi neanche troppo vero…).

    Il non-troppo, così come il troppo, nasconde un cuore nichilista, anzi è il distillato del nichilismo: il nichilismo troppo-pieno della verità dogmatica (della grande narrazione; merito del post-moderno averne scardinato le colonne portanti) di contro al nichilismo troppo-vuoto (della post-verità post-moderna). Il Novecento si è aperto con la morte del profeta del nichilismo; l’intero secolo di filosofia si è svolto come risposta alla profezia (temuta dallo stesso profeta): se la soluzione è l’aritmetica equidistanza il troppo nichilistico si riversa nei suoi vassalli nascosti del non-troppo del verosimile e dell’inverosimile (per non discettare poi del non-troppo-verosimile e del non-troppo-inverosimile, cioè dell’elevazione a potenza del non-troppo), lasciandoci in balia di mari procellosi.

    Non è quello che sta accadendo proprio oggi, nelle nostre città? Parodiando la parodia del buon Shade: “Se mi chiedi come va/ va male male male male/ ma non malissimo”.

    da https://arenaphilosophika.it/coronavirus-nichilista-non-troppo/

  6. «Benvenuti in tempi interessanti»
    di Slavoj Zizek

    La realtà

    La realtà è all’ordine del giorno, da sempre, e ci circonda in ogni momento, che ci piaccia o meno. Ma lo è in un modo tutto nuovo da quando, nello scorso agosto, Maurizio Ferraris ha avviato un confronto sulla necessità di un nuovo realismo dopo la sbornia del postmoderno: articoli, convegni, libri. Lo spirito dei tempi ha fiutato un cambio d’epoca, e ha generato un memorabile dibattito non solo in Italia, ma nel mondo, coinvolgendo filosofi, letterati, artisti. Una stagione si è conclusa, quella del postmoderno troppo spesso complice del populismo, della realtà svaporata nel reality, e si apre una fase nuova, in cui “realtà” e “oggettività” non sono più brutte parole, ma anzi diventano strumenti di comprensione, emancipazione e trasformazione. Otto tra i maggiori filosofi contemporanei, protagonisti della svolta, ci forniscono la cartografia di questo nuovo mondo.

    Quarta di copertina del libro Bentornata realtà a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris

    La questione filosofica oggi piú dibattuta negli interventi di dieci protagonisti. Che cosa c’è di nuovo nel «nuovo realismo» di cui si parla tanto da un anno a questa parte, in Italia e all’estero? E il nuovo realismo non significa un ritorno alla vecchia metafisica? Come si collega alle voci piú vive della situazione filosofica internazionale? E quali sono i risvolti teorici e politici della messa in crisi del postmoderno?

  7. frasi di Slavoj Žižek

    “Benvenuti in tempi interessanti”

    Una vita sprovvista di sostanza

    Sembrerebbe che adesso si promuovano modi di vivere che “non toccano” la vita, come viene indicato da questa straordinaria riflessione: È come se vivessimo, sempre di più, una vita sprovvista di sostanza su tutti i livelli. Si beve la birra senza alcol, il caffè senza caffeina, si mangia la carne senza grasso e, eventualmente, si fa del sesso virtuale… senza sesso”.

    “Non agire non è privo di significato, bensì vuol dire: accettare le esistenti relazioni di dominazione”.

    “L’amore si sperimenta come una grande disgrazia, un parassita mostruoso, uno stato di emergenza permanente che rovina i piccoli piaceri”.

    “Dopo aver fallito è possibile andare avanti e fallire meglio; invece, l’indifferenza ci fa affondare sempre di più nella palude dell’essere stupido”.

    “Nemmeno in politica non dobbiamo più aspirare a dei sistemi che spieghino tutto e a dei progetti di emancipazione mondiale; l’imposizione violenta delle grandi soluzioni deve lasciare il posto a specifici modi di intervento e resistenza”.

    “Siamo intrappolati in una malsana competizione, in una assurda rete di paragoni con gli altri. Non prestiamo sufficiente attenzione a ciò che ci fa sentire bene davvero, perché siamo ossessionati dal valutare se il nostro piacere sia maggiore o minore rispetto a quello degli altri”.

    “La filosofia non trova soluzioni, ma pone delle domande. Il suo compito principale è quello di correggere le domande“.

  8. Giuseppe Gallo

    Carissimo Giorgio, vorrei capire meglio queste affermazioni:
    “Una stagione si è conclusa, quella del postmoderno troppo spesso complice del populismo, della realtà svaporata nel reality, e si apre una fase nuova, in cui “realtà” e “oggettività” non sono più brutte parole, ma anzi diventano strumenti di comprensione, emancipazione e trasformazione. Otto tra i maggiori filosofi contemporanei, protagonisti della svolta, ci forniscono la cartografia di questo nuovo mondo.”

    Constatare che la realtà è “svaporata nel reality”, bere “la birra senza alcol, il caffè senza caffeina”, mangiare “la carne senza grasso e, eventualmente,” fare “del sesso virtuale… senza sesso”, e altre cose consimili, è sinonimo “di una vita sprovvista di sostanza su tutti i livelli”?
    Cos’è questa sostanza? E a chi dobbiamo ritornare? A Platone, ad Aristotele, a Kant?

    Giuseppe Gallo

    • carissimo Giuseppe,

      la prima frase da te riportata è di Maurizio Ferraris, ed è estrapolata dal suo libro sul realismo o nuovo realismo. La seconda frase è del marxista Slavoj Zizek. Penso che la «sostanza» di cui ci parla Zizek non abbia nulla in comune con quella di Platone, penso che con «sostanza» il filosofo di Lubiana intenda la struttura interna dell’homo sapiens, la struttura psicologica che guida l’uomo moderno.

      Il moderno è quell’epoca per la quale l’esser moderno diventa un valore, anzi il valore fondamentale a cui tutti gli altri vengono riferiti.

      L’epoca della Diesseitigkeit, dell’“Al di qua”.
      La modernità è l’età della secolarizzazione, sorretta e diretta dalla «fede nel progresso» e nel «nuovo come valore fondamentale». Vattimo sostiene che questa «essenza del moderno diviene davvero visibile solo a partire dal momento in cui […] il meccanismo della modernità si distanzia da noi», cioè è quella cosa da cui prendiamo le distanze. Oggi, in epoca di Covid, siamo storicamente costretti a prendere le distanze dalla ideologia del moderno e a pensare possibile e imminente un nuovo modello di sviluppo del capitalismo, e questo avviene perché il valore dominante il moderno, il «nuovo», è entrato in crisi, si è dissolto. In questo consiste – in breve – il post-moderno: in virtù della crisi del valore del «nuovo», della dissoluzione della credenza nel «progresso» – il cui carattere normativo è stato sottolineato da tutte le forme di modernismo artistico e culturale –, non v’è più un fine, una direzione della storia, perché la storia si trova davanti ad un bivio: può prendere svariate direzioni, spetta solo a noi decidere in quale direzione avviare la storia.

  9. Giuseppe Gallo

    Zona gaming 30

    Trentatré piaghe al giorno.
    Una per occhio, un’altra sulla lingua.

    Anche sopra i muri del tuo corpo.
    Le altre sugli schermi.

    Utilizza l’offerta oppure cambia idea.
    Cos’è una mano chiusa?

    8 ore alla partenza. Solo a spenti sorrisi
    avvengono identità.

    Lucy: -Più inumana mi sento a non riprodurmi!
    E cosa c’è dentro una bocca senza chiave?

    Zona gaming:
    Strategia estetica da XXI° secolo.

    Neanche i giovani giocano a cercare se stessi.
    Il vuoto è acqua di lago notturno.

    E il nulla non tracima.
    Sparviero chiuso dentro il chiuso di un pugno.

    Ormai esili automi, cristalli a riduzione semantica,
    per una esplosione sonica interna al cariotipo.

    Si dilunga la scena. E Lilly nella crepa
    a fondere la polvere dell’ocra e la saliva.

    Nei meandri della roccia qualche linea
    qualche curva, qualche secante.

    Zona gaming
    Noi non avevamo… E tu?

    Giuseppe Gallo

  10. in Funzione e campo della parola e del linguaggio Lacan ritiene che il«linguaggio umano» costituisca «[…] una comunicazione in cui l’emittente
    riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita». Un esempio relativo a quanto Lacan esprime sulla teoria della comunicazione è dato dal classico dialogo tra moglie e marito. Sia A il marito e B la moglie. Quando A (l’emittente) dice a B (il ricevente) tu sei mia moglie, tale atto di parola implica una risposta (implicita) in forma invertita, io sono tuo marito.
    La parola si configura, quindi, come una «domanda di riconoscimento».
    Andando piùavanti nel testo sopracitato (Funzione e campo della parola e del linguaggio) Lacan scrive: «La funzione del linguaggio non è quella di informare ma dievocare.
    Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro».

  11. milaure colasson

    Il linguaggio poetico è simile al Pubblico Ministero, ti costringe in un atto di accusa, ti rinvia a giudizio… ma il fatto è che si tratta di un atto costrittivo, devi scrivere come e dove vuole il linguaggio del Pubblico Ministero. Di solito gli scriventi non se ne accorgono nemmeno, pensano in buona fede di scrivere in risposta ad un Appello, alla sacertà della Ispirazione, alle virtù civiche di una poesia civile etc… e invece rispondono all’appello della santa Inquisizione con un linguaggio già dato e confezionato.
    Oggi ho letto le poesie di molti poeti italiani pubblicati in una rivista… devo ammettere che ne sono rimasta allarmata e spaventata per la infima qualità di quelle scritture…
    Come dice Lacan, il compito del linguaggio è quello di evocare non di messaggiare messaggi. Le poesie qui presenti di Lucio Mayoor Tosi e di Francesco Paolo Intini rispondono bene, da differenti punti di vista, alla funzione evocativa (ma non di un passato che non è più quanto di un futuro passato che è già stato e che sarà). La poesia migliore è fatta da un procedimento di spostamento e di condensazione delle parole, è fatta, proviene da un vuoto. La poesia è come una scala a chiocciola: ad ogni gradino senti che corri il rischio di mettere il piede nel vuoto… e di scivolare nel baratro. Se non fa questo, non è poesia. Il lettore deve avvertire che la parola non sa dove andare. La parola poetica è un rischio, si corre il rischio di scivolare nel vuoto ad ogni istante.

  12. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Tiziana Antonilli

    Caro Giorgio, a proposito della lezione di Andy Warhol e della sua visione profetica, fai bene a ricordare la sua affermazione sullo ‘svuotamento’. Warhol fu tra i primi a proporre l’arte come prodotto di consumo, non a caso aveva iniziato a lavorare nel mondo della pubblicità. Quando riproduce all’infinito la Campbell’s soup non fa che riprodurre i valori e i metodi della società dei consumi, temi dei quali tu, Giorgio, hai sempre scritto. Oltre allo ‘svuotamento’, i suoi celebri ‘multiples’ producono un effetto ipnotico, l’effetto che producono su di noi le icone. Come Duchamps operava sui ‘found objects’, così Warhol operava sulle ‘ found images’. Persino il fungo atomico, che Warhol replica, diventa quasi banale, come avviene quando le persone guardano alla tv le stragi intorno alla tavola della cena. Trovo ci sia un legame molto forte tra le opere di Warhol, la sua visione dell’arte e la società attuale, ma anche con la poetica di cui l’ombra si fa portavoce.

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