La pandemia del Covid19, L’ubicazione poetica della verità è un luogo inabitabile, la poetry kitchen di Francesco Paolo Intini secondo Giorgio Linguaglossa, Quattro poesie di Nunzia Binetti

Strilli Lucio Mayoor Tosi

[di Lucio Mayoor Tosi]

Giorgio Linguaglossa

La pandemia del Covid19 ci ha posto di fronte alla necessità di rivedere le categorie con le quali fino a ieri comprendevamo, o credevamo di comprendere il mondo. La pandemia del Covid19 ha cambiato le carte in tavola, e la poiesis non può non prenderne atto. Non si può più fare poesia come la facevamo fino a ieri, il Covid ha fatto da spartiacque.

Ieri parlavo con un poeta che mi ha chiesto che cosa intenda quando scrivo:

«L’ubicazione poetica della verità è un luogo inabitabile».

Ed io ho risposto più o meno così:

«Il discorso poetico, come esperienza estetica significativa dell’iper-moderno, è diventato un luogo inabitabile. Occorre prenderne atto. La poesia moderna parte da qui, dalla presa di coscienza della rottamazione delle grandi narrazioni e dalla consapevolezza che il suo luogo-non-luogo è diventato poeticamente inabitabile. Per questo dobbiamo abitare questo luogo-non-luogo, non abbiamo altra scelta che questa».

«Portami degli esempi di ciò che intendi», mi ha chiesto l’interlocutore:

Io ho risposto:

«La poesia di Mario Gabriele e di Gino Rago sono delle risposte poetiche efficienti a questa crisi del mondo moderno o, in altre parole, alla crisi del capitalismo di oggi».

Ovviamente, alla mia risposta il dialogo si è chiuso.

Francesco Paolo Intini

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. 

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SPINNING

Numeri dai ciliegi.
Chele all’uscita degli empori.

«Ho attraversato Andromeda.
Con la proboscide risucchiato una bianchina.

Piantai un asintoto a piazza Mercantile,
per unire Harlem al San Paolo. »

Scorreva la Via Lattea sul Lungomare.
:-una sera d’ottobre sarete liberi.

Sbarcarono millesimi dall’Impero
torsi come vele d’ Isabella.

Occorrono medici e professori a Kampuchea,
nervi e terreno fertile che collabori coi Khmer.

Alla lezione sul metro lineare
una lira di Vittorio Emanuele.

Gronda sangue perché il cappio tende al midollo
ma l’osso del collo non conosce il limite.

L’esattezza sale su un tram, saluta Crollalanza.
Batista è già oltre gli squali delle Bermude.

Ha molte cifre pendenti e scappa come un calcolo biliare
lanciando molotov contro il duodeno,

Genio di un Dio che ha visto chiaro.
In TV la famiglia di Lot, il sale da cucina.

Ci vorrà un millennio per convincere
un bigattino a rendere il boccone.

Piovono zeri sugli ombrelli, si sciolgono i passanti.
Belle anime in giubbe di visone.

:-Grandine grossa, acqua tinta e neve…

Numeri si riproducono negli interspazi
: una favilla sfugge al ghiaccio

musica di ciocco sotto i pattini
gambe a girare un vento che si ingrossa.

Dedalo e Ulisse dai polmoni,
su per la faringe all’ufficio sinistri

*

Il tramonto dell’arte come categoria moderna, può essere interpretato in due modi. In senso forte e utopico significa l’avvento dell’estetizzazione della cultura di massa, in cui l’arte autentica si dà rinnegando la fruibilità immediata di tipo “gastronomico” e scegliendo il silenzio come forma autentica di comunicazione (Cfr. l’opera musicale di John Cage); in tal senso l’arte sarebbe una forma di protesta contro l’esistente e la prefigurazione di un mondo vero, conciliato, reintegrato, sempre però di là da venire.
In senso debole, o reale, quello verso cui propende l’ontologia del declino o ontologia debole di Vattimo, l’opera presenta i caratteri dell’essere heideggeriano: l’arte si dà come ciò che si sottrae a una completa e definitiva esplicitazione, come ciò che si manifesta in essa e nulla più, al di fuori di ogni storicizzazione o apertura di mondi storico-destinali.

L’arte per la poetry kitchen di Francesco Paolo Intini è ciò che si offre gastronomicamente, ma con segno invertito, alla delibazione e degustazione dei palati; ciò che si offre come una decorazione sbagliata, una medaglia male appiccata sul petto, un ornamento mal messo; piuttosto come ciò che «chiude» la possibilità dell’aprirsi di mondi storico-destinali. La poesia di Intini è «chiusura» di mondi storico-destinali, ciò che si sottrae alle sirene dell’Avanguardia e ciò che si sottrae alle malie di una Retroguardia. È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile. Estrema ratio. È la nuova utopia del rifiuto assoluto e drastico, ad oltranza dei significati stabili e stabiliti.

(Giorgio Linguaglossa)

Quattro poesie di Nunzia Binetti

Nunzia Binetti, nata in Puglia il 1950. Studi: Liceo Classico, Facoltà di Medicina, Facoltà di lettere moderne. Ha pubblicato sillogi poetiche: In ampia solitudine (CFR Edizioni 2010), Di rovescio (CFR Edizioni 2014), tradotta in lingua Francese da Roberto Cucinato, con copia depositata nella biblioteca Nazionale di Parigi  e Il Tempo del male 2019 (Edizioni Terra d’Ulivi).  Presente in numerose raccolte antologiche. Nella rivista serba “Bibliozona” della Biblioteca nazionale serba di Nis è stata pubblicata una sua poesia “Effetto placebo”, tradotta  in lingua serba.  Cofondatrice nel 2012 del Comitato Dante Alighieri di Barletta, e tutt’ora membro del suo consiglio direttivo. È impegnata anche nella promozione delle donne in arti e affari (già presidente della Sezione FIDAPA BPW di Barletta e membro della Task force Twinning BPW International). È stata premiata in concorsi letterari e poetici nazionali ed internazionali come “ Mercedes Mundula”2008, “ Giacomo Natta” 2012, “Un mondo di poesia “ 2013,  “Premio Mesagne” 2016. È stata inoltre recensita in riviste letterarie: “I fiori del male” e “Capoverso”.

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Le albe che mai vedremo. Il femore regge la frattura.
Un’idea estrema non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo.

Lì regna un silenzio di pietose novizie
fuori dilaga e governa il carminio;

Senza fede fa mattanza di indifese cocciniglie.
Il bisturi c’è, non sana. Solo scintilla.

*

Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla, neppure una ragazza o l’albero felice.
Il tuo corpo è in esilio. Con mano triste scrive versi che nessuno legge.

È in esilio,
in questa terra disadorna (cruda Colchide non offre sentieri valicabili).

Il tuo olfatto è in esilio,
non declina odori maschi in giacca e cravatta.

Il tuo piede è in esilio, lascia orme su pietre in basalto.
Il tuo ventre è in esilio, non lo vestono gigli.

Il tuo sguardo è in esilio.
Sullo specchio s’appanna e rovina…

*

La memoria va afferrata per capelli, come un uomo che annega.
Il fiume mormora vittoria come dopo una guerra.

La pesca di trote nel Piave ha imparato che neppure tra ulivi
esiste una pace.

Le cicale. Frinire tra gli ulivi. Ascoltarne il linguaggio .
Le parole mai comprese da noi-stoppie.

Discendenza di Dedalo, mordiamo il pianeta.
Aspiriamo ad infestare ogni altro universo.

*

Un palazzo d’archi , un giro di ringhiera serra Torino.
Ripetersi di spazi e feritoie fra quattro mura di pietra
in successione.

Il pianoforte martella suoni d’atrio
libera moti osceni, acuti in verticale.

Un chiaro-oscuro, sera assonnata, stenta un suo dopo
e ti intercetta a capo chino.

Torino si spande nelle pagine di un libro.
Lo sfogli come la vita. A malavoglia.

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento.

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo.

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo.

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo.

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda.

Nell’era della videocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nello Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

14 commenti

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14 risposte a “La pandemia del Covid19, L’ubicazione poetica della verità è un luogo inabitabile, la poetry kitchen di Francesco Paolo Intini secondo Giorgio Linguaglossa, Quattro poesie di Nunzia Binetti

  1. Nunzia binetti

    Caro Giorgio, la poesia è a una svolta epocale, bisogna farlo capire a chi staticamente abita canoni non più condivisibili . Ti ringrazio per essere pioniere in questa difficilissima operazione riformatrice e ti giunga il mio abbraccio.

    • cara Nunzia,

      colgo con piacere, in questi tuoi ultimi lavori, la tensione verso un linguaggio nuovo refrattario all’elegia, che cerca nuove soluzioni espressive che vadano al di là della costruzione monodimensionale edificata attorno all’io governatore della poesia convenzionale. Occorre sottrarsi all’eloquio convenzionale che va di moda anche e soprattutto da quello ben scritto, il Kitsch dei nostri tempi, un kitsch ragguardevole e rassicurante che vuole apparire gastronomico e seducente.

  2. Manca il fondo alle proposte.
    Uno squarcio di tempo e meteoriti.

    Il sorriso si slabbra. Una fontana dal gettito continuo. Un rubinetto assorto tra le preghiere.

    Il latte intercalato a strofe di notturno.
    Le voci che pendono dal soffitto.

    Avvisi in pubblico fin troppo facili.. Se il tempo avanza chiudete con cura tutti i cassetti.

    (Frequentando L’Ombra si riprende a razzolare).

    Intini-Binetti il mistico che incontra il melograno.
    GRAZIE OMBRA.

  3. Slavoj Žižek, filosofo e psicanalista sloveno, delinea un futuro post-umano prodotto dalle derive della digitalizzazione e della biogenetica e ci spiega perché il genere umano si trova in una profonda crisi. La crisi può essere un baratro in cui possiamo precipitare ma può aprire anche nuove prospettive che non immaginavamo. Il Futuro è in noi ma non ce ne accorgiamo.

  4. Mariella Bettarini

    Grazie, amici carissimi, e mille auguri e complimenti, con un affettuoso saluto da

    Mariella (Bettarini)

  5. antonio sagredo

    Orazio e Dylan Thomas ancora alla ricerca di una (propria) “ubicazione poetica” …. inabitabile –
    è sempre stato così nei tempi della privazione.
    a. s.

    ——————————————————————-
    teatro latino

    L’estrema prigionia che ti dischiuse al canto era il contrario
    di una profezia inascoltata. Dalle quinte si cantava la marcia
    consuetudine delle radici ammutolite e una rovina era la fittizia
    voce che colava sangue di mirtillo su un castagno nero.

    Gli occhi dal palco sono scivolati nella buca delle maldicenze.
    Legnoso era il pianto dell’attore scespiriano per il dilemma
    senza sapere che la sua coscienza era sazia di pietosa eternità.
    I suoi passi conteggiavano la fine delle parti per tutti i personaggi.

    I rintocchi viola e i nastri funebri segnavano le cadenze e i ritmi
    di requiem lacrimosi di necrologi e di epitaffi … pensavo a Orazio,
    che in via del Foro inseguito da uno scocciatore, pregava Vesta
    e i tribunali d’essere lasciato libero dalla scena e dalla satira.

    I confini hanno negato agli argini il conforto delle palizzate.
    La fattucchiera se ne andata via bestemmiando in un latino
    che nemmeno Fusco lo capiva… voleva tornare indietro Orazio
    alla via Sacra: gli era impedito dalle parole dei suoi versi!

    antonio sagredo
    Roma, 15 ottobre 2020
    ———————————————————————————

    il conforto di un omaggio

    Mi era indifferente il tuo rancore, le idiozie dei pensieri
    parassiti e la mente che malata sognava una rivolta.
    E Cat il cucciolo menava per il viottolo di latte –
    nel bosco il vento sibillino non diceva più frasi latine,
    ma le sillabe ora disperde fra i roveti invernali con le dita in fiamme.

    E dalla buona notte al cattivo giorno te ne stai seduto
    col culo di pietra in quella piazza natale del fradicio
    Galles, che l’alcool esaltò con la risacca del tuo passo
    e onda su onda l’arenile svaniva il nome e lo sguardo.

    Non avevi ancora il boccale pieno che la spuma tracimava
    e tue movenze, e le orbite così piene cantate dagli occhi
    spiritati che, degni, soltanto il duende e Federico carezzavano,
    perché il conforto di una follia era il cammino delle tue gesta!

    antonio sagredo
    Roma, 21 ott. 2020
    (all’ora quarta)

  6. Warhol diceva che «Più guardi la stessa identica cosa, più perde di significato, e più ti svuoti e ti senti bene».
    È una annotazione interessante. Pensiamo alla Gioconda. Più la guardiamo più essa perde di significato. Come può avvenire questo fatto? Semplice, non è la Gioconda che è cambiata, siamo noi che guardiamo la Gioconda ad essere cambiati. E chi ha prodotto questo fatto? Semplice, è il nostro modo di vita che lo ha prodotto, esso richiede che guardiamo a tutto con la coda dell’occhio, mediante uno sguardo distratto, dinoccolato, mentre stiamo sul tram e gettiamo fuori dal finestrino uno sguardo sul traffico.
    Oggi noi non sappiamo guardare in altro modo che con uno sguardo distratto. È una maledizione. Non sappiamo più guardare una cosa o una persona con uno sguardo diretto e fisso. Perche? Perché il mondo non ci interessa più, ovviamente. È qualcos’altro che ci interessa.
    Per Adorno l’arte dell’intrattenimento, la quale «viene amministrata, integrata, qualitativamente rimodellata dall’industria culturale»,1 ha ormai da tempo minato l’arte. Di fatto, tale situazione comporta che l’arte è «divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».2

    1 T.W. Adorno, Teoria estetica, trad. it. Einaudi, 1970, p. 24
    2 Ivi., p. 26)

  7. Nunzi Binetti pubblica quattro poesie, dove mi pare che vecchi legami si stiano inesorabilmente allentando. Permangono sonorità di vecchio conio, come novizie, carminio, cocciniglie e scintilla. Ma il distico le dona. E le si confà, se nella terza poesia – tra annega, Il fiume, la pesca, e ulivi, cicale e universo, riesce ad tenersi al filo del discorso che cambia, libero e sonoro, senza che si avverta l’obbligo di tentare un rimpatrio, che so, istruttivo?
    E poi il nord, Torino, che quando ci càpito è proprio come ne scrive Lei. Difficile non dare voce all’animo.
    Mi sono piaciute davvero molto. Complimenti, Nunzia.

  8. milaure colasson

    Condivido sia il pensiero di Lucio sia quello di Giorgio sulla poesia di Nunzia Binetti, lei sta tentando un trait d’union tra il lessico della poesia novecentesca, come ha ben detto Lucio, e un nuovo lessico di la da venire. Cmq la struttura delle poesie è ben orchestrata e il distico aiuta…

  9. ttiziana antonilli

    Caro Giorgio, a proposito della lezione di Andy Warhol e della sua visione profetica, fai bene a ricordare la sua affermazione sullo ‘svuotamento’. Warhol fu tra i primi a proporre l’arte come prodotto di consumo, non a caso aveva iniziato a lavorare nel mondo della pubblicità. Quando riproduce all’infinito la Campbellì’s soup non fa che riprodurre i valori e i metodi della società dei consumi, temi dei quali tu, Giorgio, hai sempre scritto. Oltre allo ‘svuotamento’, i suoi celebri ‘multiples’ producono un effetto ipnotico, l’effetto che producono su di noi le icone. Come Duchamps operava sui ‘found objects’, così Warhol operava sulle ‘ found images’. Persino il fungo atomico, che Warhol replica, diventa quasi banale, come avviene quando le persone guardano alla tv le stragi intorno alla tavola della cena. Trovo ci sia un legame molto forte tra le opere di Warhol, la sua visione dell’arte e la società attuale, ma anche con la poetica di cui l’ombra si fa portavoce.

  10. cara Tiziana,

    già Benjamin aveva scritto che noi, moderni, osserviamo con la coda dell’occhio, con sguardo «distratto»; e Osip Mandel’stam negli anni venti constatava lo stesso fenomeno: il nostro guardare alle cose con uno sguardo con la coda dell’occhio. Certo, Wahrol ci dice qualcosa di più, qualcosa di orribile, che il fungo del’esplosione della bomba atomica può essere impiegato come opera d’arte. Ma è chiaro che qui, con Warhol, siamo fuori del campo dell’arte, e questo era già stato indicato con precisione dal critico americano Arthur Danto.
    Tutta l’arte che è stata fatta dopo Warhol è una cosa ben diversa da quella che precede il Brillo box (1964). È dalla presa d’atto di questo fatto che la poetry kitchen prende le mosse. Noi ne abbiamo piena cognizione, per questo facciamo una poesia molto diversa da quella istituzionale che continua a fare poesia come la faceva Pascoli.

    L’epoca contemporanea, quella che viene dopo Warhol , quella della civiltà telematica, per intenderci, è l’epoca contrassegnata dalla tecnica, è un modo di accadere della verità, cioè del disvelamento. Heidegger insiste nel dire che è un modo che tende a espellere l’uomo dal suo “più proprio”, è un modo che fonda untempo di povertà in cui prevale la manipolazione dell’ente sorretta dal calcolo con cui simuove la conoscenza scientifica. Significative a tale riguardo sono le riflessioni diHeidegger contenute nella conferenza Perché i poeti? :

    “l’essenza della tecnica viene a giornocon estrema lentezza. Questo giorno è la notte del mondo, mistificato in giorno tecnico. Sitratta del giorno più corto di tutti. Con esso si leva la minaccia di un unico, interminabileinverno. Frattanto, non solo è tolta all’uomo ogni protezione, ma le tenebre avvolgonol’integrità del tutto dell’ente. Ogni salvezza [Heile] è tolta. Il mondo diviene allora empio[heillos]. E così, non solo resta nascosto il Sacro [das Heilige] come traccia della divinità, ma lastessa traccia del Sacro, la salvezza, sembra dissolta”
    (Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, 1946)

    Inseguire il «sacro», come fanno molti poeti di oggi porta su una falsa strada. Il «sacro» o c’è o non c’è, Se l’epoca cibernetica è priva di «sacro», non vedo alcuna necessità di perdere tempo ed energheia ad inseguirlo. Lasciamolo stare, vuol dire che se qualche residuo del «sacro» c’è, apparirà nella nostra poiesis come scheggia, resto, residuo, scarto…

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