Prufrock ed Eliot due gendarmi della Rivoluzione francese o del 68, Poetry buffet, poetry kitchen, poesia pop corn, Il mondo preistorico della poesia di Mario M. Gabriele, con Il Punto sulla i di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale del 1982

Marie Laure Colasson Pannello bidimensionale legno 1m 1 50m 1982

[Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 1 x 1,50 cm, 1982]

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Il Punto sulla i di Giorgio Linguaglossa

L’individuo è subordinato alle leggi del linguaggio. Mentre egli parla, il linguaggio non sa che direzione potrà prendere la mia/tua/sua/nostra/ vostra/la loro parola. La parola va sempre in una direzione singolare che il codice del linguaggio non può prevedere nonostante la parola stessa sia impossibile senza il codice linguistico. Non c’è una primazia dell’uno sull’altro. L’atto della parola rende indispensabile, all’interno del linguaggio senza il quale non potrebbe esistere,  la presenza del soggetto parlante. La parola costruisce il soggetto e gli permette di andare oltre il sistema linguistico dato, di creare quello scarto fondamentale che ci consente di entrare in contatto con l’ordine del Reale.

È per questo motivo che l’atto soggettivo della parola è indispensabile per la salute stessa del linguaggio che, altrimenti, finirebbe per essere un campo cementificato di lapidi, di ossari.

L’atto soggettivo di parola imprime nel campo del linguaggio una benefica e salutare modificazione, una innovazione delle sue forme espressive e comunicative, e, questo atto soggettivo di parola avviene perché si iscrive nel registro del Simbolico per il tramite dell’Immaginario. Ciò che eccede dal campo della significazione è il resto, l’ecedente che viene ad arricchire il campo del linguaggio. In tal senso, la funzione della poetry kitchen o poetry buffet o poesia pop corn è indispensabile perché apporta un necessario beneficio nel campo del linguaggio perché lo libera degli automatismi di senso e di significato che finirebbero per ossificarlo e renderlo non più significazionale. Per questo motivo lo scarto introdotto dall’atto soggettivo di linguaggio svolge una funziona fondamentale per la stessa vita ed efficienza del linguaggio.

La poetry kitchen tratta di una messa in questione del linguaggio poetico e dei suoi presupposti filosofici. E non solo, si tratta di porre in essere un fuori questione, di costruire un linguaggio poetico che si ponga stabilmente nella dimora del «fuori-senso» e del «fuori-significato».

È evidente che la poesia di Louise Glück non apporta alcuna innovazione nel campo del linguaggio, anzi riposa in modo parassitario sul campo dei significati consolidati del linguaggio comune.

Mi è venuto in mente il seguente pensiero leggendo questa poesia inedita di Mario Gabriele: che il suo universo di immagini ci riporta ad un mondo preistorico, voglio dire che tutti questi spezzoni del mondo contemporaneo sono trattati come reperti di un mondo preistorico che è scomparso da migliaia di anni. Decrittarli è una operazione analoga a quella che fanno gli archeologi con le civiltà scomparse di cui dissotterrano qualche reperto o frammento di reperto, e di lì ricompongono il tutto di un mondo scomparso, di una civilizzazione scomparsa. Forse il poeta oggi deve diventare un archeologo, deve trattare il presente come se fosse mummificato da alcune decine di migliaia di anni. Infatti, è quello che fa Mario Gabriele.

Le tessere iconiche che troviamo nella poesia di Gabriele rappresentano l’eccesso, l’eccedenza dell’Ordine Simbolico, dei tagli, delle fessure, dei buchi che si aprono nella rete simbolica dei segni di una civiltà. Ecco, questi vuoti rappresentano la vera essenza ontologica di un’epoca storica, in essi si rivela l’antagonismo, la contraddittorietà dei segni di un certo Ordine Simbolico, in quanto è solo in un vuoto, privo di coordinate o di identificazioni, che le contraddizioni possono sussistere e non essere ridotte e falsificate in un concetto di sintesi hegeliana. Identificando e tracciando a ritroso con accuratezza i percorsi semantici delle singole parole, proprio come fa un archeologo, possiamo farci una idea abbastanza precisa dell’Ordine del reale di una data civiltà. Accostare il cartone animato «Snoopy» con «Ofelia», elencare parole del nostro aforismario della modernità come «jukebox», «Signor H, Cantante e Deejay» al filosofo marxista «Horkeimer», fa parte di un lessico ridotto a spezzoni e a frantumi, lessico di per sé insignificante ma che invece acquista significato e senso proprio dall’accostamento iperbolico e verosimile di queste tessere del linguaggio. L’aspetto derisorio del Moderno diventa evidente dall’inserimento di due figure chiave della modernità e del modernismo (Prufrock ed Eliot) al di fuori del loro contesto storico, ormai Mnemosyne accusa dei vistosi vuoti di memoria:

Prufrock ed Eliot,
due gendarmi della Rivoluzione francese o del 68

Poesia inedita di Mario M. Gabriele

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso (Molise) dove vive. Poeta della cosiddetta Quinta Generazione, è stato Presidente del Centro Studi di Poesia e di Storia delle Poetiche. Ha pubblicato per la poesia le opere:  Arsura ( 1973), La Liana (1973), Il cerchio di fuoco (1976), Astuccio da cherubino (1978)-(1985), Carte della Città Segreta  (1982), Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992), Le finestre di Magritte (2000), Bouquet (2002), Conversazione galante (2004), Un burberry azzurro (2008), Ritratto di Signora (2014), L’erba di Stonehenge (2016), La porte ètroite (2016), In viaggio con Godot  (2017), Registro di bordo (2018), Remainders (2020). Ha pubblicato opere di saggistica e monografie di Autori  italiani del Secondo Novecento, tra cui Poeti  nel Molise, La poesia nel Molise, Il segno e la metamorfosi, Poeti molisani tra RinnovamentoTradizione  e Trasgressione. Giose Rimanelli, da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit BluesLa dialettica esistenziale  nella poesia classica e contemporanea, Carlo Felice Colucci, PoesieLa poesia di Gennaro Morra.  La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli). È presente  in Febbre furore e fiele di Giuseppe Zagarrio,  Progetto di curva e di volo di Domenico Cara,  Poeti in Campania, di G.B. Nazzaro, Le città dei poeti, di Carlo Felice Colucci,  Psicostetica, di Carlo di Lieto, in Critica della Ragione sufficiente di Giorgio Linguaglossa, e nella  Antologia di poesia contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa con traduzione in inglese  di Steven Grieco Rathgeb e prefazione di John Taylor. Ha pubblicato sulle riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri e su L’Ombra delle parole. Alcuni suoi polittici sono stati pubblicati sul Quotidiano “La Repubblica”  pag. 19 del 15 Giugno 2019 dalla redazione napoletana, a cura di Eugenio Lucrezi. Cura il Blog di poesia italiana mariomgabriele.altervista.org.

L’occasione era buona per parlare con Ofelia,
togliere a Snoopy il dente cariato.

Ci voleva un po’ di tempo per rimanere in silenzio.
Buonasera Signorina. E’ in cerca di qualcosa?

Mi scusi, conosce un certo Signor H, Cantante e Deejay?
Da anni non so più niente di lui.

Ogni sabato c’è un happening musicale.
Può provare a fare indagine alla King Dom House.

Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet.
Non li troverà più qui. Sono tutti morti.

Bisognerà rifarsi a ciò che hanno lasciato nei jukebox
o nelle biblioteche di città.

Sa, in questi tempi di oscura metamorfosi
ci sono ricambi di estetica che nessuno più legge.

A me, interessava il Signor H,
comunista alla Horkheimer.

Barista, pronto a mettere il cartello Closed.
Mi dispiace, devo andare, disse.

Resti, la prego, lei e un gentleman
di quelli che se ne trovano pochi in giro.

Ho visto attaccati ai muri modelli e simboli,
diagrammi e disegni di un tempo che fu.

Ha qualche rimpianto? O teme per il suo futuro?
Basterà rifondare L’Institut fur Sozialforschung..

Beh, disse il barista, certe cose o hanno fortuna
o mutano e si fanno oggetto di verificazione alla Popper.

Oggi le Borse vanno giù.
Non si salva nessuna Society o startup.

Si ricorda di quell’ operatore che prometteva vacanze
ai Caraibi se avessero seguito i suoi consigli?.

Per grazia di Dio sono qui come le ho detto
per conoscere il Signor H e bere un coca cola.

Diciamo che sono stata imprudente
e che il signor H doveva restare chiuso in me.

In passato non sfuggivo a nessuno
nemmeno alla morte degli altri.

Ma per H tutto significava per me:
amore, HI-FI, Count Basie e Eagles e Hotel California.

Guardi, conosco il suo rammarico. Non vada oltre.
Le offro un Martini Dry, anche se è un veleno!

Staremo un poco insieme come Beckett
à La Closerie des Lilas.

Entra un gruppo di signori.
Sono fantasmi, lampi di luce.

Sembrano Prufrock ed Eliot,
due gendarmi della Rivoluzione francese o del 68.

Lei, Signorina, ha buon gusto ad averci ricordati.
Senza di noi non esiste neanche il Nulla.

Ci fu chi domandò-chi c’è là nel metamondo?
E Linda è vero che sta con voi?-.

Si era spezzato il dialogo con gli altri.
Né vennero al cold reading il Dr. Gary e l’umanista Schwartz.

Tutti smarriti in un viaggio, chi a bordo delle navi,
chi su malferme barcarole.

21 commenti

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21 risposte a “Prufrock ed Eliot due gendarmi della Rivoluzione francese o del 68, Poetry buffet, poetry kitchen, poesia pop corn, Il mondo preistorico della poesia di Mario M. Gabriele, con Il Punto sulla i di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale del 1982

  1. di Fabrizio Maria Spinelli
    su nazione indiana 28 marzo 2018

    Molti studiosi si sono mossi in questa direzione già da tempo. Käte Hamburger, per esempio, in Die Logik Der Dichtung (un libro degli anni ’50), è stata la prima – che io sappia – a definire lo spazio lirico come uno spazio dell’indeterminazione. La lirica non ha nulla a vedere con l’autobiografia o con l’individualità del poeta, leggo nella traduzione inglese dell’opera. L’io lirico è solo un principio formale di unità, che non può in alcun modo essere ricondotto a una persona in carne e ossa. Tra autore e “io” c’è una distanza non quantificabile. E in questa distanza si inserisce la lirica, uno spazio in cui non è possibile distinguere tra falso e vero, tra fiction e non-fiction, in cui non vige il principio di non contraddizione, e le cose insieme sono e non sono.

    Superando la soggettività del poeta, che evapora «nell’altro della comunicazione», la lirica tende per suo statuto, conclude la Hamburger, ad appiattirsi verso il suo oggetto (che non è tanto il mondo esterno quanto la sua stessa materialità linguistica, la sua medialità), a dissolversi «nella direzione della prosa di pensiero e scientifica» (Giovannetti). La storia della lirica moderna è, secondo la tedesca (che reinterpreta in maniera originale ma estremamente coerente i precetti dell’Estetica di Hegel), una corsa al saggio.

    Nel bellissimo Lyric Poetry: The Pain and the Pleasure of Words della studiosa di origine turca Mutlu Blasing, la lirica è definita come «una pratica formale che mette in luce il codice linguistico e la varietà dei mezzi materiali del linguaggio di cui tutti gli esseri umani si servono per: riferire qualcosa, rappresentare, esprimere, narrare, imitare, comunicare, pensare, ragionare, filosofare. Essa offre un’esperienza di tipo diverso, un sistema che agisce indipendentemente dalla produzione di enunciati significanti in senso razionale». La lirica costruirebbe un territorio in cui si riflette emozionalmente sul linguaggio, in cui complessi processi di pensiero e logica simbolica si intrecciano. In una simile prospettiva, l’io lirico, continua la Blasing, non è il doppio dell’autore, né tanto meno l’incarnazione testuale di una soggettività vasta e profonda, ma una semplice funzione linguistica che serve a «intenzionalizzare» il discorso poetico. «L’io è un prodotto dal singolo componimento lirico, non la sua causa sorgiva».

    In Theory of the Lyric, monumentale storia della poesia lirica, Jonathan Culler può concludere la propria carrellata in maniera ancora più minimalista, definendo la lirica come un voicing (letteralmente “effetto di voce”) impersonale, come la verbalizzazione di giudizi e valutazioni intorno al mondo in cui viviamo, e al ruolo che l’uomo deve assumere al suo interno. Essa è semplicemente «un discorso pubblico sul valore e sul significato».

    Scrive ancora Paolo Giovannetti, in un saggio contenuto nel recentissimo La poesia italiana degli anni Duemila: «Nel momento in cui un discorso poetico privato si fa assoluto, il passaggio al suo opposto (all’oggettivismo) appare quasi una necessità. Questa è una chiave di lettura della poesia (moderna) nel suo insieme. Il suo lirismo non può non trasformarsi in oggettivismo. Se la soggettività è manifestazione anche di forze diverse, è inevitabile che – prima o poi – queste forze prevalgano e cancellino l’io».

    Per concludere,

    così intesa, la lirica è lontana da apparire come un genere demineralizzato e anacronistico. Anzi, aprendosi ad una negoziazione con gli altri modi del discorso, sembra in grado di poter acquisire una forza e una vitalità che raramente le sono appartenute in epoca postromantica. Trasformandosi alla radice, e perdendo quegli attributi che almeno negli ultimi due secoli l’avevano caratterizzata (la soggettività trascendentale, il verso, il monolinguismo, il rifiuto del mondo esterno a favore dell’interiorità, la poca considerazione della narratività) la lirica è anzi attualmente una pratica che, per molti versi, rispecchia l’esperienza di un lettore contemporaneo molto più da vicino rispetto al suo vecchio antagonista, quel romanzo che, in passato, ne aveva cannibalizzato il pubblico.

  2. giorgio linguaglossa
    12 ottobre 2020 alle 17:04

    C’è nelle poesie di Louise Glück una zona semantica indifferenziata dove le parole nascono e muoiono neutre, appesantite dal balzello dell’io e dall’ideologia della disperazione caratteristica dei ceti benestanti di tutti i paesi dell’Occidente che si godono tutti i comfort della civilizzazione e della tecnica del capitale.
    In questa zona terra di nessuno tutte le signore borghesi con cospicuo conto in banca ci tengono a raccontarci i loro drammi esperienziali, le loro idiosincrasie, le loro ubbie, le storie dei loro amori, ovviamente sublimate, le storie dei loro scacchi, ovviamente telefonate e ben allestite… In Italia abbiamo un lunghissimo elenco di siffatte signore borghesi con annesso il caminetto acceso della disperazione pret à porter. Se date uno sguardo alla collana bianca dell’Einaudi ne troverete a iosa.

    La zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo, è già in sé una ideologia.
    Abbiamo dato agli azzeccagarbugli la lingua del Principe di Salina. Adesso stiamo dando al Principe di Salina la lingua degli azzeccagarbugli. Le parti si sono invertite.
    Sullo sfondo di una realtà che sparisce per lasciare posto all’iperrealtà, alla pseudorealtà e alla iporealtà, alla ipoverità, alla pseudoverità e alla iperverità, la distanza tra segno e referente, tra segno e cosa, si fa squarcio insondabile. Dal capitalismo della produzione e dei consumi, oggi ci troviamo immersi in un capitalismo semiurgico, capitalismo della manipolazione dei segni, semiotico, semantico nel quale le parole diventano insensibilmente innocue, si iperbarizzano, si atrofizzano, entrano nel frigorifero e da lì ne escono a temperatura sotto zero, pronte per essere impiegate nelle catene di montaggio dei significanti e dei segni.

  3. Giuseppe Gallo

    Questi versi di Mario Gabriele, nella loro concatenazione, a prima vista evasiva, ma sempre interni a una logica narrativa, sono il resoconto di un colloquio tra un barista e una Signorina.

    -Buongiorno Signorina. È in cerca di qualcosa?-
    -Mi scusi, conosce un certo Signor H…?
    -Da anni non so più niente di lui.
    Può provare a fare indagine alla King Dom House.
    Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet.
    Non li troverà più qui. Sono tutti morti.
    Ormai solo i libri e i dischi possono contenerli…
    È tardi. Il bar deve chiudere
    Resti, la prego, lei è un gentleman
    di quelli che se ne trovano pochi in giro…
    Ha qualche rimpianto? O teme per il suo futuro?
    Beh, disse il barista, certe cose o hanno fortuna
    o mutano e si fanno oggetto di verificazione alla Popper.
    Oggi le Borse vanno giù…., ecc.
    Questa, più o meno, il traliccio al quale vengono inchiodati nomi e ricordi…
    E le domande e le risposte, sembrano riproporre l’atmosfera appannata di un famoso quadro di Popper in cui la solitudine congela la presenza, davanti al bancone, di un avventore occasionale.
    Il problema è che qui “i realia” e i loro connessi evaporano. In fondo sono due inconsci che, sguardo dopo sguardo, si aprono alla parola e a quel linguaggio che fagocita il presente, il passato e il futuro. È un discorso che si imbastisce all’interno della stessa clessidra: tutto riemerge, tutto si distanzia da se stesso, ma per annegare, nuovamente, nello sconforto generale.
    Al consolatorio ”

    Staremo un poco insieme come Beckett
    à La Closerie des Lilas.

    segue, dopo qualche intermezzo, il traumatico e conclusivo contenuto degli ultimi quattro versi:

    Si era spezzato il dialogo con gli altri.
    Né vennero al cold reading il Dr. Gary e l’umanista Schwartz.

    Tutti smarriti in un viaggio, chi a bordo delle navi,
    chi su malferme barcarole.

    E tra un verso e l’altro il quadro si svuota per dar luogo a ciò che Linguaglossa lucidamente avverte: “Ecco, questi vuoti rappresentano la vera essenza ontologica di un’epoca storica,…”, la nostra!

    Giuseppe Gallo

  4. mariomgabriele

    “L’individuo” scrive Linguaglossa, su l’Ombra delle parole del 13 Ottobre 2020, “è subordinato alla legge del linguaggio”. Muta nel tempo storico in cui si esprime. Così nelle poesie del Dolce Stil Novo il linguaggio è diverso da quello che si realizzerà nel corso dei secoli. Ciò permette il distanziamento da una cultura all’altra.
    In questa esposizione di logistica lessicale operano diversi fattori di natura ambientale, sociale, culturale, economica e tecnologica, che concorrono ad aggiornare l’universo linguistico restando al passo con i tempi.
    Così oggi abbiamo un linguaggio politico, psicoanalitico, filosofico, extraurbano e territoriale trasferito in una scrittura modernamente allacciata ad ogni sapere.E’ la storia dell’umanità che si trascina dietro passato e presente.
    Di tutto questo baillame di frasari e figure retoriche, solo la linguistica può trarre dei vantaggi attraverso la decodificazione del senso più profondo dell’inconscio.apportando differenze semantiche tra combinazioni e relazioni diacroniche e sincroniche, tanto che nella lingua non “esistono che differenze”
    Ovviamente queste permutazioni non fanno che distinguersi tra un testo poetico rispetto ad un altro. La globalizzazione e il pensiero liberale hanno modificato il concetto monofonico nella poesia, tanto da inglobare plurilinguismi estetici e afroamericani, dando una architettura polivalente allo schema poetico.
    Il rovesciamento semantico, non può essere giudicato o attribuito a chi lo pratica, come un attacco al sistema immunologico della Tradizione. Il diritto alla ricerca è avanzamento senza Keep out, perché la vera essenza dell’uomo è l’espressione del pensiero fuori da ogni censura.
    Alla nota molto esaustiva di Giuseppe Gallo, che ringrazio vivamente, nel suo iter interpretativo su questo mio testo, riporto qui di seguito alcune tracce personali su come si è composto il découpage poetico tra campi diversi, dialoghi, rifrazioni tra interno ed esterno, microfratture dell’anima ed esposizione del Nihil.
    In questo testo sono presenti quattro personaggi: il poeta che riveste anche il ruolo di sceneggiatore, e un uomo e una donna, con una scrittura quasi cinematografica, nel riformulare una storia privata e collettiva, con i vari click da primo piano in un background che amplifica l’ambiente, per immettere pensieri visuali nell’accadimento delle cose. Apparentemente questo testo poetico sembra un listing, un progredire di scene e di frasi in una specie di master scenes dove si susseguono elementi dinamici, conclusivi di un fatto e di un evento: il tutto facilmente assimilabile nell’esercizio narrativo e di identificazione dei luoghi e degli avvenimenti. Si intravvede il buio più cupo quando uno dei protagonisti confessa: “Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet / Non li troverà più qui. Sono tutti morti”, senza una corrente di luce da qualche lampada LED.

  5. Quanto spiega Mario Gabriele della sua poesia, l’intervento di tre attori: lo sceneggiatore-poeta e un uomo e una donna, rende evidente che vari personaggi attraversano l’universo fantasmatico non mediante una critica sociale diretta o mediante i pensieri interni del protagonista (l’Io) come nella poesia tradizionale, ma mettendo apertamente in scena i suoi fantasmi, ovvero senza una elaborazione secondaria che mascheri le incoerenze, le differenze, le contingenze, gli apriorismi. La conclusione finale, e generale, da trarre, è che la realtà, l’esperienza della sua densità, non è sostenuta soltanto da un solo fantasma, ma da una moltitudine contraddittoria di fantasmi, e questa moltitudine produce quell’effetto di densità impenetrabile che chiamiamo «realtà».

    Il sostegno fantasmatico della realtà è necessariamente multiplo e contraddittorio. È il Reale che ha bisogno di un sostegno. E per questo accorrono i fantasmi.
    Il vero intento della Legge simbolica è quello di salvare il rituale: da un lato il soggetto che pensa, dall’altro l’oggetto che viene pensato; con questa formula vengono espulsi tutti gli «impensati», tutti gli «impossibili», tutte le «fantasticherie» in quanto estranei, incomodi non inerenti. Ciò che resta lo fonda la formula rassicurante del soggetto e del’oggetto con i loro ruoli rigidamente e neccanicamente distinti. La Legge ha bisogno che venga compiuta e ripetuta la sua interpretazione oscena, maniacalmente ripetitiva, psicopatologicamente oscena, poiché da questa essa è sostenuta. Ed è per questo che viene generata.

    Per Zizek il soggetto è un resto che eccede il sistema di simbolizzazione: come se una parte resistesse a questo processo e nello stesso tempo ne è sempre stato l’eccesso. Il soggetto dunque ha la funzione di «mediatore evanescente», cioè di anello mancante, vuoto tra l’ordine del Reale e quello Simbolico; è la risposta del Reale alla domanda del Grande Altro. La domanda come tale produce un sentimento di vergogna e di colpa, andando a toccare l’objet petit a, che divide il nostro soggetto conferendogli una natura scissa. Il soggetto dunque si costituisce attraverso la propria divisione in rapporto all’oggetto che è in lui: Questo oggetto, questo nucleo traumatico è, come abbiamo già visto, la dimensione della pulsione di morte, dello squilibrio traumatico, dello sradicamento. L’uomo come tale è una natura infirmata, deragliata, fatta uscire dai binari dall’attrazione per una Cosa letale.

    Il processo di soggettivazione dunque, è il passaggio che il soggetto come vuoto compie dallo stato di natura (o ordine del Reale) allo stato di cultura (o ordine Simbolico); è precisamente il tentativo si sfuggire a questo nucleo traumatico che non è altro che la presenza del Reale in noi. Questo oggetto presente in noi è qualcosa di letale, afferma Zizek, a cui sfuggiamo penetrando nell’ordine Simbolico, dando ordine, attraverso il processo di soggettivazione, alla realtà. Mediante l’identificazione, cioè la mediazione di un ordine Simbolico, riconoscendosi nell’interpellanza il soggetto riesce ad eludere la dimensione dell’oggetto.

    • mariomgabriele

      caro Giorgio,
      riconosco di aver gettato un po’ di sabbia nel deserto della poesia. Difficile trovare un’oasi dove sostare tenendo in mente i graffiti di Palmira e il Piccolo Principe di Exupéry.Ci siamo imbattuti con i fantasmi e con i ricordi,svelando la loro ampiezza e la loro profondità, facendo carotaggi e analisi psicobiologiche col risultato di porre problemi, congetture e confutazioni, rinunciando ad un approfondimento metafisico e ad ogni illusione attraverso gli occhi in diplopia.

      Mi viene in mente il Filosofo Emanuele Severino col suo cerchio del divenire dando vitalità e apparenza in tutti gli Essenti,in contrasto con il Nichilismo e con l’idea di un Dio del cristianesimo.Da qui il nostro pensiero debole come differenza ontologica e concetto di essere. Sono questi appunti per un divenire poetico sempre in zona grigia e di Black Magic.

      Su tutto questo interviene la tua complessa attitudine critica con lessemi scientifici e neofilosofici che danno vita ad una spettroscopia di immagini multiple e performative, che fluiscono nell’atto di identificazione della poesia per contrassegnare sia la tecnica urbanistica dell’esterno sia la profondità dell’interno. Ed è questo forse il meglio che oggi si rinviene, fuori dalla critica assenteista e del piccolo filologo..

  6. In ogni tentativo di una poesia “nuova” forse scocca sempre come una scintilla fra gli opposti, un fulmine fra scontri di nubi vaganti ad elevate cariche elettriche, e come fra le parole che chiedono di entrare nei versi del poeta, e in questi versi accoglienti esercitare una «cittadinanza attiva», e le parole, tutte le altre parole, che invece il poeta non accoglie, le quali, tutte le altre parole scartate, prima o poi si vendicheranno…
    Per me, la scintilla di questi nuovi polittici di Mario Gabriele scocca qui, in questi tre distici i quali per scelte tonali, lessicali, fono-prosodiche rasentano la perfezione:

    Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet. Non li troverà più qui. Sono tutti morti.
    Bisognerà rifarsi a ciò che hanno lasciato nel jukebox
    o nelle biblioteche di città.
    Sa, in questi tempi di oscura metamorfosi
    ci sono ricambi di estetica che nessuno più segue.

    Versi sui quali aleggia l’Ecclesiaste in latino del “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (Sono tutti morti.), ma il poeta poi compie l’atto estetico più forte della stessa morte, “ci sono ricambi di estetica” ,anche se “nessuno più segue”.
    E si riavverte in pieno il rombo della vita proprio in quella postura di fermezza etica, di consapevolezza stilistico-linguistica e di pienezza di cultura poetica
    che Mario Gabriele addensa in poche parole giuste: “ci sono ricambi di estetica”.
    Il resto lo hanno detto Giorgio Linguaglossa e Pino Gallo come meglio non si può dire, anche in considerazione della lucida e icastica dichiarazione di poetica dello stesso Mario Gabriele.
    *
    Gino Rago
    Vicissitudini della gallina Nanin

    La gallina della cover della poetry kitchen litiga con il suo creatore
    tale Lucio Mayoor Tosi:

    «Prima o poi lo dirò a mio papà,
    non voglio più la cresta rossa e non voglio più essere nera,
    voglio entrare in un quadro di Dalì».

    Poi prende un taxi alla Stazione Ostiense.
    Ma la vettura non parte,
    il serbatoio si ribella al tassinaro.
    «Sono pieno di benzina e voglio restare pieno,
    non senti la radio, non leggi i giornali?
    Non vedi nemmeno la televisione?
    C’è il Covid19, sono vietati gli assembramenti!
    I supermarket vanno a ruba! La carta igienica è esaurita!
    I canarini non gorgheggiano più!».

    Com’è come non è, la gallina Nanin è sul piazzale della Stazione Termini.
    Vende palloncini, cartoline dell’Urbe, accendini, carte da gioco,
    confezioni di fazzoletti, pennelli e biro cinesi

    La gallina Nanin tiene un comizio.
    «Il poeta è un lavapiatti, sta là dietro in cucina,
    canta mentre sciacqua le stoviglie.
    Il critico è l’addetto alla lavanderia,
    gli editori sono i buttafuori,
    i preti cantano messa.
    Poi ci sono i poeti della poetry kitchen.
    Cantano al capezzale del pronto soccorso delle parole,
    dicono che la poesia la si fa in cucina
    con le parole morte».

    All’aeroporto di Fiumicino la gallina Nanin
    non riconosce Lucio Mayoor Tosi che l’ha creata.

    «Chi è Lei?»
    «Forse si sbaglia… Io non sono io».
    «E allora, chi è?».
    Chi sono?
    Sono un posteggiatore abusivo».
    «Lei è un impostore!».
    «Sono io che ho creato la gallina Nanin!».
    Litigano.
    E via di questo passo fin quando

    Liz Taylor e Greta Garbo conversano con Marie Laure Colasson.
    Vogliono entrare nel box della biglietteria.
    Liz grida verso Ripellino che fa il bigliettaio:
    «Rex, relax, lunaflex, permaflex».
    «Ha ragione. Sono io, corvo tra i corvi di Zagòrsk,
    adescato come un pifferaio».
    «Si faccia riconoscere, dica le parole d’ordine!».
    «Frigolit, Star, Tornegil. Bye-bye dallo specchio».

    Nanin svolazza e va a posarsi sulla ringhiera del balcone
    dell’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani,
    vede le zampe di una tigre sulla tastiera di un clavicembalo
    che suonano una fuga di Johann Sebastian Bach:
    «Ora la riconosco, è la tigre musicista di Ágota Kristof!».

    Poi torna indietro nel tempo,
    si mette alla testa delle oche che starnazzano in Campidoglio,
    l’assedio dei Galli fallisce, i suoi strilli li mettono in fuga.

    Un piccione viaggiatore
    manda un messaggio al critico poeta Linguaglossa
    Direttore dell’Ufficio Informazioni Riservate.

    C’è scritto: «Il piccione di Picasso è un falso!,
    voleva dipingere una gallina!».

    La gallina Nanin si trova nel mezzo della battaglia di Zama
    nel 202 avanti Cristo.
    Zampetta verso le legioni romane. Poi ci ripensa,
    passa dalla parte dei cartaginesi.
    Annibale sta per vincere. Allora, ci ripensa di nuovo
    e passa dalla parte dei romani, e così Scipione l’Africano
    vince la battaglia, Annibale è in fuga.

    Poi Nanin decide di tornare nella cover della poetry kitchen.
    Bussa alla porta della Antologia.
    Apre Gino Rago che la fa entrare.
    E così finisce la storia.
    *

    • Guido Galdini

      Trovo in questo componimento (e in generale in tutta l’opera recente di Gino Rago) una frizzante allegria disperata, che mi pare vicinissima al Carnaval di Robert Schumann.
      Eccolo qui:

      • Guido Galdini

        Avviso: bisogna cliccare l’opzione: “Guarda questo video su Youtube”, e allora inizierà la riproduzione,
        Mi scuso.

    • mariomgabriele

      caro Gino,
      in riscontro al tuo commento, in aggiunta a quello di Linguaglossa e di Giuseppe Gallo, non posso che condividere la tua esposizione critica nel riportare in superficie elementi analitici in connessione con il testo qui presentato come un format scenografico, dove si alternano voci, pensieri, caleidoscopi da home video,rimembranze del passato, considerazioni su il presente e il futuro,dispersioni nel profondo dell’Essere e tutto ciò che si è espresso e validato come esperienza sociale e individuale.Credo sia un bene riportare sulla Rivista ogni pensiero critico, come sviluppo di analisi e di estetica, al di là se ciò possa incontrare il parere favorevole o negativo dei lettori, ognuno con una propria sensibilità e gusto letterario.Grazie.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/10/13/prufrock-ed-eliot-due-gendarmi-della-rivoluzione-francese-o-del-68-poetry-buffet-poetry-kitchen-poesia-pop-corn-il-mondo-preistorico-della-poesia-di-mario-m-gabriele-con-il-punto-sulla-i-di-gior/comment-page-1/#comment-68862
      A proposito della poetry kitchen o poesia buffet

      Penso che la poetry kitchen o poesia buffet, il momento più avanzato della nuova ontologia estetica, abbia, nei due corni problematici, in Mario Gabriele e in Gino Rago, due rappresentanti autorevolissimi della vasta gamma di possibilità espressa dalla poetry kitchen o poesia buffet, e io ci metterei anche il serissimo e rigorosissimo limerick di Guido Galdini, ovviamente condito con gli ingredienti kitchen: rosmarino, peperoncino, prezzemolo, sale e pepe, sale di montagna e mineralizzato, aceto balsamico di Modena e vino trevigiano frizzante brut con acqua del lavabo.

      Come vedete, Gino Rago prende a soggetto della sua poesia prima una «pallottola», adesso la «gallina Nanin» della cover della Antologia di poesia, poetry kitchen… mentre la poesia di Mario Gabriele è alle prese con il problema di «conoscere il Signor H», di qui tutte le vicissitudini dei vari personaggi che intervengono sulla scena o nella filmografia.

      Penso che l’opportunità offerta dalla poetry kitchen sia così ampia e formidabilmente innovativa che chi legge non potrà non riconoscerlo. Questa è l’officina che sta facendo la più innovativa poesia italiana da settanta anni a questa parte. Non è una mia opinione, è un fatto. È un fatto che i concorrenti detrattori non riconosceranno mai.

      Finché la «scena» si porrà come un «luogo» dove l’attore o gli attori si spacciano per Altro e per Altri, si creerà una prospettiva favorevole alla irruzione dell’Immaginario sulla «scena». È una poetry kitchen un po’ pirandelliana, lo ammetto. Siamo nel regno dell’Illusorio e dell’Immaginario dove torniamo per un po’ tutti bambini, dove una sedia deve fungere da aeroplano, dove viene detto chiaramente che una sedia è un aeroplano. È stato detto da Mallarmé che a teatro, sulla scena, non succede niente di reale; è vero, e noi prendiamo il detto del poeta francese alla lettera. Gli struggimenti del muscolo cardiaco dell’Io ci sono indifferenti e insignificanti.

      Quindi, siamo in un Teatro delle Maschere. Davanti ad una poesia kitchen di Mario Gabriele o di Gino Rago dobbiamo dismettere l’abito mentale mimetico ed abbandonarci ad un abito mentale non-mimetico. Non è un problema di «credenza», noi non crediamo nelle «maschere» come illusione, noi crediamo nelle maschere in quanto illusione. La maschera non si spaccia per quello che non è ma ha il potere di evocare le immagini della fantasia: una maschera di lupo non ci fa paura in quanto lupo, ma come immagine del lupo che il lettore prende per verosimile, e quindi per buona. Identificarsi con una illusione è cosa ben diversa dall’essere ingannati da una illusione. Il distinguo è fondamentale. La poesia kitchen è tutta qui, in questo semplicissimo espediente. Chi lo riconosce, fa poesia kitchen, chi non lo riconosce, non farà mai poesia kitchen ma qualcosa d’altro che ha a che fare con l’abito mimetico-aristotelico, con il Sublime, con il quotidiano, etc. Comunque, con un’altra cosa.

    • Ringrazio Gino Rago,
      addirittura una sceneggiatura per Nanin. E io che pensavo, per una volta di aver dipinto qualcosa che sia solo da guardare.
      Dimenticavo i fanciulli… Qui nessuno la fa franca.
      Si nota in questa poesia di Gino Rago la sua propensione all’epica: fatti, non parole che divertono. Ma sembra una rincorsa, come anche la pallottola. E si avverte la gioia, per tutto l’insieme. Sarò una risata che vi seppellirà, questo il retrogusto.

  7. […]Rileggiamo insieme questi tre distici di Mario Gabriele, proiettati verso la perfezione in virtù delle scelte tonali, lessicali, fono-prosodiche dell’autore:

    Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet.
    Non li troverà più qui. Sono tutti morti.

    Bisognerà rifarsi a ciò che hanno lasciato nel jukebox
    o nelle biblioteche di città.

    Sa, in questi tempi di oscura metamorfosi
    ci sono ricambi di estetica che nessuno più segue
    .”

    E subito ci attirano queste due meditazioni ineludibili, l’una di Andrea Emo, l’altra di José Saramago, le quali a questi distici ben s’adattano.

    Andrea Emo scrive: «La quantità di parole inutili che uno scrittore inserisce nel suo scritto è inversamente proporzionale all’importanza dello scrittore stesso. Vi sono scritti in cui nessuna, o quasi, parola può essere tolta senza grave danno per l’opera e per noi; altri in cui si possono togliere tutte…».
    E dai tre distici sottoposti a rilettura nessuna parola risulta ‘inutile’ perché nella folla delle parole che fanno ressa sulla coscienza del poeta Mario Gabriele ha scelto le parole “giuste”.

    José Saramago nel suo saggio sul realismo magico di Cent’anni di solitudine di Marquez ha scritto: «Gli scrittori si dividono (immaginando che accettino di essere così divisi…) in due gruppi:

    * il più ridotto, di quelli che hanno saputo squarciare nella letteratura nuovi cammini,

    *e il più numeroso, il gruppo degli scrittori che seguono e si servono di quei cammini per il proprio viaggio».
    E mi pare che Mario Gabriele qui, anche in questi tre distici, faccia e proponga una poiesis da apripista […]

  8. Guido Galdini

    Restando in cucina, un altro piatto

    c’era una pastasciutta al ragù di Corfù
    che di essere divorata non ne poteva proprio più
    così si è messa a incendiare il suo ragù
    come l’avesse cotto Belzebù
    quella pastasciutta rovente di Corfù.

  9. Ecco un mio limerick:

    Mi ero invaghito di una bambola di gomma al caucciù.
    Abitava a Lima, in Perù, sul cucù
    zzolo di una montagna
    io la accarezzavo sul bubù
    ogni sera prima di andare a letto,
    ora non più.
    La baciavo mangiando pasta al ragù di Corfù.

    Il cane in cortile abbaiava: baù baù

  10. Verso la fine del filmato, nella rappresentazione teatrale binaria che Gianni Godi fa di un testo di Mario Gabriele, Promedade in Zelia Gallery,
    resto affascinato dalle pose da game over dei due personaggi in perlustrazione.
    Incrociano le braccia, accennano un dialogo, gesticolano incomprensibili. Attendono le parole. Tutta qui la tragedia.

    La posa infinita del linguaggio smascherato ci fa nudi, muti. Gabriele, interseca, filamenti di logica che ancora artificialmente tendono le sinapsi consunte. La realtà smarcata dalla nostra memoria stenta a ritrovare un comportamento. “Le pallottole” e la “Nanin” ancora fanno da filo conduttore, da intreccio possibile. Le “geishe” lo nobilitano.

    Quel geniaccio del mio amico sullo sfondo dei colori della bandiera del Burkina Faso gli ha stampato una gallina!
    Che ci sia cibo e poesia per tutti.

    Abbraccio tutti, grazie OMBRA.

  11. milaure colasson

    Un critico ha definito “lo spazio poetico come uno spazio dell’indeterminazione. La lirica non ha nulla a vedere con l’autobiografia o con l’individualità del poeta”.
    Parole che bisogna ripetere ogni giorno, dirlo e ridirlo che la poesia moderna non ha niente a che vedere con la individualità del poeta. Anzi, direi di più, quanto più si nota l’individualità dell’autore tanto più la sua poesia accusa il colpo. Viva la leggerezza e la spersonalizzazione! Condivido i giudizi lusinghieri verso la poesia di Mario Gabriele (un maestro indiscutibile) e di Gino Rago (anche lui ormai poeta indiscutibile). Loro fanno una poesia della ilarità tragica o della tragica ilarità. Mi piacciono molto anche i limerick di Guido Galdini e di Linguaglossa.
    Ormai la poetry kitchen è una certezza.

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