Poetry kitchen, la nuova cottura degli spaghetti, La Ratio dell’economia politica dei significanti e dei significati, Poesie di Francesco Paolo Intini, Simone Carunchio

Magritte

[Elaborazione grafica di Lucio Mayoor Tosi, Dialogo kitchen su opera di Magritte]

Giorgio Linguaglossa

In una poesia “X” puoi rilevare che c’è un ordine dei significanti e un ordine dei significati, e che tra i due ordini c’è un nesso.

In ogni poesia degna di questo nome si dà una ratio dell’economia politica dei significanti e una ratio dell’economia politica dei significati. Ma ratio + ratio, il risultato non è una ratio al quadrato ma una irrazionalità complessiva del sistema. È questa irrazionalità complessiva della ratio che la poetry kitchen vuole scardinare. E questo è un atto politico.

Per comprendere alla radice l’operazione di Mario Gabriele e della poetry kitchen penso che si debba pensare intensamente alla parola come una rappresentazione a-patica, sostanzialmente non-emotiva, priva cioè della sua funzione emozionale.

Qualcuno si chiederà legittimamente: Ma perché occorre far questo?. È perché se noi intendiamo il linguaggio come un qualcosa che consente l’empatia tra il soggetto e la parola, allora siamo fuori binario, ricadiamo nelle poetiche del novecento italiano e di questi ultimi due decenni epigonici. Nelle versioni della nuova poesia (che vanno da Mario Gabriele a Vincenzo Petronelli), l’empatia risulta barrata, barrata dal soggetto barrato. L’empatia risulta sbarrata, impossibilitata.

Questa scissione che si è introdotta tra la parola e il soggetto è un fenomeno del novecento, ma le prime tracce di questo fenomeno si trovano in The waste land di Eliot (1922).

Se ci ragioniamo un momento, questo fenomeno di Spaltung, di Scissione, ha reso evidente una seconda manifestazione: il raffreddamento delle parole, le parole tendono a perdere progressivamente risonanza emotiva. Questo è un dato di fatto inoppugnabile tipico delle società dell’ipermoderno telematico. Questa fenomenologia indica un mutamento delle condizioni ontologiche in cui si trovano i linguaggi, e i linguaggi poetici non possono non percepire e recepire questo lento ma profondissimo bradisisma che interviene, giorno dopo giorno, a determinare enormi mutamenti del linguaggio e del linguaggio poetico.

Guido Galdini

Restando in cucina (il nostro ambiente naturale) questa è la cottura passiva: come far cuocere gli spaghetti a fuoco spento.

Quando l’acqua raggiunge il bollore, gettare gli spaghetti e dopo due minuti mettere il coperchio e spegnere il gas. Il tempo necessario alla cottura è lo stesso di quella tradizionale, ma, in questo modo, oltre a risparmiare il gas, si evita la dispersione di amido e di glutine, la pasta assume un gusto più corposo e nello stesso tempo è più digeribile.

È da provare sia in cucina sia in poesia.

Giorgio Linguaglossa

caro Guido,

il principio del risparmio energetico (del gas nel caso degli spaghetti), è sicuramente un principio degno di essere seguito. Pescare tra gli ingredienti che ci sono in cucina per fare una poesia significa proprio questo. Gettando nella discarica il Sublime, l’io, l’epifania e il significante dispotico dell’Edipo…

Tiziana Antonilli

Caro Giorgio, hai ragione quando descrivi ‘L’Immaginario del Politico’ nel nostro ‘martoriato Paese’. Penso, però, che ci siano altri Paesi che non possono invidiare il nostro circo. Inghilterra e Stati Uniti, con Boris Johnson e The Donald, ,hanno dato e danno uno spettacolo degno di Cinecittà, il grande Fellini avrebbe concepito un film indimenticabile. Anche io mi sono divertita leggendo la fuga della gallina, ma concordo con Marie Laure Colasson, non la mangerò. Complimenti per il tuo articolo,per l’antologia, per gli interventi e i per i commenti, mi sono gustata tutto.

Francesco Paolo Intini

 Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti: “ NATOMALEDUE” è in preparazione. 

ROTA o NIENTE

Non è così che funziona ma se vuole
le mostro le primizie del cortile.

Una ricetta fa cortese omaggio di ticket.
Lei non è esente, ha becco di pinguino e non abbaia.

Rosso o bianco? Schizza un tuorlo, si sente l’ interno d’uovo
Rosicchiare carne umana. Spezzatino al burro e salvia.

Il delitto è stato compiuto in TV ma fa lo stesso.
Tutte le password sono nel libro di cucina di tua moglie.

Si è Filini abbastanza a tre passi dalla concezione.
Quante dimensioni ha lo stomaco?

Un eldorado sempreverde mai toccato dalle fiamme
Una medusa con tentacoli di padovana.

E poi un gallo si fa sentire. Non è mica il caso
di alzare la cresta e svegliare un caseggiato intero.

Se sfugge qualche brandello di ebola o di vibrione non è Congo.
E’ rimasto belga e fa finta di essere Italia.

Ci sarà alla prima di 8 e 1\2 su TEAMS?
E alla tesi di Giovanna d’Arco sulle visioni del 2020?

Il delfino ha qualche secolo nelle squame,
ma fa lo stesso se ha un’elica e sa fare coccodè.

Anche la bocca è bloccata nell’ inquadratura,
C’è un male nel digitale, un credersi puzzle e chiocciare buche.

Non potrà più beccare in cielo, farsi spazio nel vapore
e mangiarsi il poco tempo riciclato.

Metterà giudizio a novembre, bacerà versi alla chitarra
porterà in un tram denti cariati e li sostituirà con un ponte d’oro.

Pronto? Qui è via Omodeo, mi passa Brooklyn?
Dov’era il cinema di sesso c’è solo un listato di coscia lunga.

Ci sarà un miracolo non appena gli occhi indicheranno
un uovo pronto alla catena di montaggio.

Mettetelo nell’ East River a primavera.

Il piumaggio è delle cariatidi che sostengono il cartongesso.
Dov’è finita Sparta? Ci sono nuove offerte a Lesbo.

La pentola è piena, sostiene il metano nella performance.
Emerge una zampa di Leonida alla Persiana.

Ci sarà una ragione per cui nel 1963 un pulcino del Peloponneso
rimase imprigionato per tre ore nello scolo del terrazzo.

Dovette intervenire Pericle per zittire un cardellino
Che non lodava le baccanti.

Un delitto alla volta. Aspettiamo la grandine e avrete soddisfazione.
Vale la pena vivere sotto il tavolo e lasciare che i bicchieri cozzino da soli.

A quel tempo si brindava a missili e la lingua sbatteva di qua di là.
Come a Komodo ma più Dumbo.

Lei mi cita Walt Disney (che non sa nemmeno pronunciare)
quando dovrebbe sapere almeno una frasuccia di Sartre.

-Una gallina è sempre incinta, un manovrare di ali che rasenta il volo
La meccanica di Leonardo in una caduta di elettrone.

Dal primo piano in palcoscenico
Filini è Fellini più un fotone, ovvio.

Simone Carunchio

Simone Carunchio è nato a Roma negli anni ottanta. Ha due figlie. Ha studiato a Roma, Manchester e Bruxelles, laureandosi in Giurisprudenza con una tesi sul Sartre dal titolo Libertà e diritto e dotto-randosi con una tesi sul giuridico in Derrida dal titolo L’esempio la metafora il sovrano. È esperto di diritto tributario ed è editor di Enomis (www.scenomis.blogspot.it), del quale ha curato 4 pubblica-zioni ottenendone qualche riconoscimento. Nel 2008, dopo alcune pubblicazioni sparse, esordisce con la raccolta Nel letto bastardo. Successivamente, pubblica alcuni articoli di critica letteraria, altre poesie sparse e un racconto.

COME DIMENTICARE?

Fasti dei mattini di albe in bottiglia.
Tempi di feste. Battiti di cuore e

Fiamme di baci. Sporche verità
Di stagioni celesti frutti d’oro assaporano

Tessono lontano voci tremolanti
Mari e oceani di notti pallide

Nei paesi arcipelaghi ove i capelli
Donne d’ambra e lava si lavano

Col balsamo della luna e uomini
Frutti della passione nelle palpebre

Di angeli ubriachi si mutano.
Bigiotterie. Colori. Fate. Flauti.

Feste. Cuori bagnati di lacrime.
Amori. Senza fuoco. Morti dimenticati
nel buco nero della memoria oscura del creato.
Attese. Popolazioni di speranze.

Orizzonti di eventi. Aliti di lirismo e alibi.

Come dimenticare?

13 commenti

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13 risposte a “Poetry kitchen, la nuova cottura degli spaghetti, La Ratio dell’economia politica dei significanti e dei significati, Poesie di Francesco Paolo Intini, Simone Carunchio

  1. Trovo interessante e perfettamente in linea con la poetica della poetry kitchen l’elaborazione di Lucio Mayoor Tosi sull’opera Golconde di René Magritte con l’introduzione di quello che Giorgio Linguaglossa chiama “Dialogo kitchen su opera di Magritte”.
    Invito Lucio Mayoor Tosi a osare di più:
    perché non realizzare una sua opera personalissima, e secondo lo spirito estetico della poetry kitchen, collocando tante galline Nanin al posto degli omini-gocce-di-pioggia di René Magritte, passando così dal 1953 al 2020?

  2. Guido Galdini

    La cottura passiva è assai più drastica di quella a fuoco lento: si elimina il fuoco delle passioni, si cuoce con l’impassibilità del vapore.

  3. Scrive Francesco Paolo Intini:

    Pronto? Qui è via Omodeo, mi passa Brooklyn?

    Si tratta di una permutazione: si sostituisce il nome o il pronome personale con un oggetto inanimato. Di permutazione in permutazione, di sostituzione in sostituzione, di s-postamento in s-postamento, di postazione in postazione è questo il metodo che impiega l’autore. Voi direte: piuttosto monotono. Sì, rispondo, monotono, ma vero, non fa sconti, non si stempera in compromessi e in patteggiamenti. Il metodo è la posizione nel mondo del soggetto. Scelta una posizione nel mondo, quello che ne deriva è un certo metodo, una «implantologia di elementi» come dice Mario Gabriele. La posizione nel mondo è il luogo dove il soggetto soggiorna, indica il modo di essere e di comportarsi, descrive un ethos, un’etica.
    La poetry kitchen ha un concetto fortemente etico del fare.

    Non è compito della poetry kitchen fondare scuole, istituire peripati o gerarchie poetiche, commerciare o negoziare o rappresentare alcunché, né entrare in relazione con alcunché; la poetry kitchen non si pone neanche come mera risorsa stilistica o come un contenuto veritativo che non c’è, ma come effetti di un contenuto veritativo che rimane occultato, effetti di effetti, riflessi di riflessi. Si pone semmai come un fuori questione della poiesis. La poetry kitchen può essere considerata una pratica, né più né meno, un facere. Così è se vi piace.

    La poetry kitchen è un ossimoro. In greco, oxymoron vuol dire «acuta follia». C’è, infatti, dell’acuta follia a mettere insieme termini in apparenza così distanti e inconciliabili come il pop, cioè il popolare, e la poesia, la disciplina più elitaria, almeno se la si pensa in termini di disciplina di nicchia riservata ai professionisti della «poesia». Ma, se si esce da questa visione angusta e mortifera che concepisce la poesia come un discorso fatto da cerchie ristrette di professionisti auto nominatisi «poeti» per cerchie ristrette di altri auto nominati «poeti» che non sempre si capiscono tra di loro, ecco che allora l’ossimoro non sarà più tale.

  4. milaure colasson

    gentile Guido Galdini,

    di solito preferisco la cottura a vapore dei cibi. li rende più alcalinizzanti

  5. milaure colasson

    dalla raccolta inedita Les choses de la vie, spero di prossima pubblicazione.
    Una scrittura alcalinizzante, fatta con gli ingredienti a base di limone e di limonate, per la seriosità della poesia italiana che si trova dappertutto che sa tanto di acidità polverosa.
    Preferisco redigere una poesia cotta a vapore perché più leggera e digeribile. Il critico Linguaglossa ne prenda nota. E ne prenda nota anche il poeta Gino Ragò al quale chiederei un ragù con gli spaghetti di Guido Galdini.

    15.

    Eredia rêve de ressembler à un tableau de Vermeer
    se pare d’un collier et boucles d’oreille où scintillent les perles
    ajuste un large chapeau rouge une étole d’hermine
    et divine s’installe sur un banc aux jardins du Luxembourg
    en guerrier de passage Scipion l’Africain la regarde
    en amazone la fait monter sur son étalon
    pour aller détruire Cartage

    La blanche geisha boit un pur élixir artisanal
    se retrouve à onze ans sur la branche d’un figuier
    mange quelques fruits murs en dessinant des oiseaux sur son cahier
    son cahier tombe à terre les oiseaux s’envolent
    en véritable jeu d’équilibre ils sautillent de branche en branche
    rompus de fatigue après un tel exploit
    ils se recomposent en dessins
    et colorent leur plumage sur la page blanche du cahier

    Un pied à 4 doigts attrape un maker-painting
    court à Naples dans le quartier espagnol
    et en tagger dessine des graffitis acrobatiques

    La sable du désert s’élève recouvre les corps planétaires
    de Mercure Venus Mars Jupiter
    ceux-ci se heurtent au soleil
    provocant une véritable guerre de religion

    *

    Eredia sogna di assomigliare a un quadro di Vermeer
    si orna di una collana e orecchini dove scintillano le perle
    aggiusta un largo cappello rosso una stola d’ermellino
    e divina si installa su una panca nei jardins du Luxembourg
    un guerriero di passaggio Scipione l’Africano la guarda
    la fa salire da amazzone sul suo stallone
    per andare a distruggere Cartagine

    La bianca geisha beve un puro élixir artigianale
    si ritrova a undici anni sul ramo di un fico
    mangia qualche frutto maturo mentre disegna uccelli sul suo taccuino
    il quaderno cade a terra gli uccelli prendono il volo
    in un vero gioco d’equilibrio saltellano di ramo in ramo
    affranti di stanchezza dopo un tale exploit
    si ricompongono in disegni
    e colorano il loro piumaggio sulla pagina bianca del taccuino

    Un piede a 4 dita afferra un marker-painting
    corre a Napoli nel quartiere spagnolo
    e da tagger disegna dei graffiti acrobatici

    La sabbia del deserto si solleva ricopre i corpi planetari
    di Mercurio Venere Marte Giove
    i quali si urtano al sole
    provocando una vera guerra di religione

    16.

    Mobilité affollante des yeux fouillaient de droite à gauche
    de gauche à droite farfouillaient sous l’Arc de Triomphe à Paris

    Eredia un jour la nuit un tourbillon
    Gustav Malher symphonie n° 1 Le Titan
    avale seulement les mi bémols et les fa dièses
    dans de l’arsenic blanc sans sucre

    Un appareillage clignotant de différentes couleurs
    s’introduit dans le désordre d’un appartement
    et fait du pop poetry à outrance en colorant les odeurs
    il n’en reste que la flagrance d’un souvenirs parfumé

    Armée de sa Nikon la blanche geisha
    dévore l’ombre des absents rue des Sempers

    Des traits combattent avec des cercles
    pour le triomphe de l’espace troué
    le critique Giorgio Linguaglossa en prend note
    et écrit un très très long exposé phylosophique

    *

    Mobilità spaventosa degli occhi frugavano da destra a sinistra
    da sinistra a destra rovistavano sotto l’Arco di Trionfo a Parigi

    Eredia un giorno la notte un turbinare
    Gustav Malher sinfonia n. 1 “Il Titano”
    inghiotte soltanto i mibemolle e i fadiesis
    nell’arsenico bianco senza zucchero

    Una apparecchiatura lampeggiante di vari colori
    s’introduce nel disordine d’un appartamento
    e fa della pop poetry a oltranza mentre colora gli odori
    Il caldo ha fatto appassire il mazzo di fresie
    non rimane che la fragranza d’un ricordo profumato

    Armata della sua Nikon la bianca geisha
    divora l’ombra degli assenti rue des Sempers

    Delle linee combattono con dei cerchi
    per il trionfo dello spazio bucato
    il critico Giorgio Linguaglossa ne prende nota
    e scrive una monotona esposizione filosofica

    (traduzione di Marie Laure Colasson e Giorgio Linguaglossa)

    • Ecco la monotona esposizione filosofica
      di Linguaglossa

      Quando Freud afferma che l’individuo è un Es psichico sul quale poggia l’Io, non ci sta forse dicendo che ognuno di noi, in quanto Io, si trova impegnato a soggettivizzare una vita che si vive come impersonale? Una vita senza individuo, un film senza regista né spettatori, mera esperienza indifferenziata al di qua della differenziazione di un soggetto da un oggetto.
      Questa «mobilité affollante» non è forse quella frenetica attività dell’Es intorno al «vuoto»?, al «vuoto» del soggetto e del linguaggio?, al «vuoto» del linguaggio senza soggetto? Non è questo «vuoto» il vero protagonista della poetry kitchen?, «pour le triomphe de l’espace troué»? (per il trionfo dello spazio bucato). Pensare di trovarci di fronte ad una «rappresentazione», come nella poesia tradizionale, è qui davvero fuorviante. Qui siamo al di qua e al di là, contemporaneamente, della «rappresentazione». Qui siamo dinanzi ad un teatro di pupi messi in stracci, di emoticon, di avatar, di icone in guisa di puzzles; lo stesso spazio è «troué» (bucato), la poesia della Colasson è a-spaziale, è questa la sua caratteristica fondante, come quella di Gino Rago, invece, è eminentemente spaziale ma in un altro senso, nella sua poesia lo spazio è trasparente e sovrapponibile come due o tre lastre di vetro. Se non c’è una «via regia» che conduce dall’Es all’Io, ci sono però una moltitudine infinita di strade laterali, secondarie, di tratturi, di stradine scoscese, ripide che ci possono portare nei pressi di quel «vuoto» che chiamiamo Io, e che noi riempiamo ogni giorno e ogni notte di cose e di fatti per paura di dover scoprire questa verità, mi correggo, questo effetto di verità, perché la verità, in sé, non si dà mai se non per effetti, per riflessi, per rinvii.
      La posta in gioco sono i rapporti del vivente con il linguaggio, le insondabili soluzioni singolari che l’essere umano attua nei confronti del primo grande trauma, quello del linguaggio.

      Nella lezione 31 di Introduzione alla psicoanalisi, Freud pronuncia le celeberrime parole «Wo Es war, soll Ich werden». La traduzione del testo sarà luogo di scontro che vedrà contrapposte da una parte la corrente dei post-freudiani, per cui «dove era l’Es, deve subentrare l’Io»1 – se non addirittura «Le moi doit dèloger le ça. L’Io deve sloggiare l’Es»2 nella traduzione francese – , dall’altra la psicoanalisi lacaniana, che nasce e si fonda sulla critica drastica di qualunque ortopedia dell’Io: «Là dove c’était, possiamo dire, là dove s’était, s’era, vorremmo far sì che s’intendesse, è mio dovere ch’io venga ad essere».3
      Il problema di un dover essere là dove in principio si era, nel luogo in cui una traccia si è impressa e da cui solo posteriormente avrà origine il movimento del senso, rimanda immediatamente alla questione dell’etica dell’essere e dell’etica del linguaggio, ovvero, se il linguaggio sia depositario di un’etica.

      All’origine dell’economia libidica c’è il linguaggio con le sue leggi strutturanti, quindi all’origine del rapporto problematico e conflittuale dell’Io col suo godimento, ci sarebbe una traccia impersonale, sempre linguistica, una scena di nessuno e per nessuno ma che pure si registra in una memoria a-soggettiva. È in questa sottile terra di nessuno che precede la costituzione dell’Io e del linguaggio strutturato che si situa il linguaggio poetico della poetry kitchen.
      Se non c’è un apparato significante pronto a supportare la colonizzazione del mondo da parte del senso, cessa anche, di colpo, la necessità di presupporre un Io che guarda il mondo con gli occhi del senso e dell’apparato significante. Tutto ciò che rimane sono intuizioni cieche, percezioni prive di linguaggio, registrazioni prive di parole.4

      Il simbolico, come apparato umano è l’attività all’ombra della quale resta la Cosa. Potremmo anche pensare il simbolico e il reale come le due facce della stessa medaglia, nel senso che entrambi i registri avvengono contemporaneamente, come dice Freud illustrando il complesso del Nebenmensch, e quando c’è uno non può esserci l’altro, o meglio, se c’è Das Ding non può esserci il soggetto della rappresentazione; il soggetto – inteso come soggetto della percezione e dellarappresentazione – in presenza di Das Ding si eclissa, perduto e confuso in prossimità di essa. La realtà è sempre un discorso, è sempre pervertita dal linguaggio, ma la Cosa non può essere mortificata dal simbolico. Il lavoro che il simbolico fa sulla Cosa è un allontanamento, una velatura, una sutura, un evitamento. In questo senso, il rapporto soggettivo tra simbolico e Das Ding, tra il possibile e l’impossibile, ci informa già della struttura del soggetto. Dunque la questione che si pone è: che rapporto può avere il soggetto con la propria estraneità più intima? Se tutto il movimento della rappresentazione conduce sempre a un impossibile, inizia e termina in un nocciolo duro inafferrabile dal senso, che ruolo può avere il fuori-senso per l’umano?
      La poetry kitchen ha sempre a che fare con l’irrappresentabile, con ciò che non può essere organizzato secondo l’algebra del senso del linguaggio codificato. La poetry kitchen vuole giungere in prossimità della Cosa; dire che la Cosa è l’irrappresentabile è didatticamente utile ma fuorviante, esiste una sola rappresentazione possibile di essa: il vuoto, il vuoto è l’unica forma (im)possibile con cui si dà la Das Ding. Il significante interviene sul reale, sulla compattezza e pienezza di un reale che non manca di nulla, vi scava un vuoto di essere; il significante incide il reale e la ferita del soggetto di questa mitica iniziazione la definiamo «la Cosa». Das Ding è un vuoto scavato dal significante al centro del reale.

      Il fatto è che il mondo della poetry kitchen è un mondo totale, totalmente aperto, totalmente bucato; sfugge alla legge del terzo escluso e al principio di non contraddizione, così come al principio di ragion sufficiente, ammette la concordanza e la discordanza, il pari e il dispari, la contraddizione e l’auto contraddittorietà, non ammette compromessi, ma consente a chiunque la condivisione. Dal momento in cui entriamo in questo regno incantato del possibile e del compossibile, non ci è più consentito tornare indietro verso quell’altro mondo, quello del silenzio, ma dobbiamo andare avanti, verso il rumore delle parole, quello assordante del nostro modo di vita.

      1 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) (1932), in Opere, cit., vol. 11, p. 190.
      2 J. Lacan, La cosa freudiana. Senso del ritorno a Freud in psicoanalisi (1955), in Id. Scritti, a cura di Contri G.B.,Einaudi, Torino 2002, vol. 1, p. 408.
      3 Ibidem.
      4 Ibidem. In Lacan Das Ding è il termine estraneo attorno a cui ruota il gioco delle rappresentazioni, «ciò che del reale primordiale patisce l’effetto del significante», questa la definizione classica del Seminario VII. Dunque abbiamo un reale primordiale e qualcosa che interviene in questa globalità indifferenziata con un taglio, una separazione che produce una differenziazione. Se il mondo umano è ordinato dalla legge del significante, se cioè la pura immanenza reale della vita deve necessariamente passare, trascendere al simbolico, questa operazione produce d’altro canto un resto non simbolizzabile, che nel Seminario VII prende il nome di Das Ding.

    • O rraù, secondo Edoardo De Filippo, mia cara Milaure, è come la poesia vera: o rraù non riuscito diventa carne col pomodoro o carne al sugo…

      Edoardo De Filippo
      O rraù

      O rraù ca me piace a me
      m’ ‘o faceva sulo mamma.
      A che m’aggio spusato a te,
      ne parlammo pè ne parlà.
      Io nun songo difficultuso;
      ma luvà mmel’ ‘a miezo st’uso.
      Sì, ba vuono: cumme vuò tu.
      Mò ce avéssem’ appiccecà?
      Tu che dice? Chist’ ‘e rraù?
      E io m’ ‘o mmagno pe’ m’ ‘o mangià…
      M’ ‘a faje dicere na parola?…

      Chesta è carne c’ ‘a pummarola.
      *

  6. SUL PRINCIPIO DI RISPARMIO ENERGETICO

    E’ da quando il principio di risparmio energetico è stato enunciato che mi tormenta e affascina.

    Vorrei considerarlo solo un punto di vista teorico ma la spinta a dubitarne si arresta dinnanzi alla ricchezza di informazioni in esso contenuto.

    All’atto pratico l’ebollizione è semplicemente un’azione tumultuosa in cui i mille Lazzari presenti nell’acqua si uniscono a sollevare il coperchio di aria.

    Un atto rivoluzionario insomma che la massaia o chi per lei ha imparato a sfruttare a comando, salvo scottarsi le mani o la bocca.

    Un massimo di energia che rappresenta una massa d’urto contro le pareti del povero amido che si vede penetrare da un popolo affamato.

    Una volta dentro la fortezza, non c’è modo di sfuggire alla disfatta e alla distribuzione delle ricchezze in parti uguali.

    Per ottenere questo risultato bisogna saccheggiare i magazzini colmi, in cui il padrone di casa ha organizzato i suoi beni.

    Non c’è altro modo che mettere a soqquadro l’ordine costituito da un volere di natura che osserva regole stabilite e tramandate di generazione in generazioni.

    Che tutto questo avvenga sotto gli occhi inconsapevoli della pacifica massaia e persino della pubblicità mi meraviglia non meno della poesia che nasce in presenza di scope e buste della spazzatura.

    Quale l’origine?

    Penso al rumore di fondo della statale poco lontana, alla miscela di pausa e moto della lavastoviglie, al valzer del piatto nel microoode, al fracasso silenzioso del metano arso vivo molecola dopo molecola come streghe ed eretici, alle voci familiari del risveglio mattutino, al borbottare della caffettiera e a quello più deciso del gatto che non trova suo figlio nel cortile.

    Onde, che navigano in cucina, interferendo tra loro, mescolando odori a sapori, modulando pensieri e ricordi indipendenti l’uno dall’altro, afferrando questa o quella questione filosofica, senza ordine prestabilito, soltanto quello di un verso e una pausa, una cresta e una valle che procede portandosi dietro una nozione, un fatto storico, una favola, un’illusione, una legge scientifica che si allarga all’infinito e di cui è possibile averne traccia soltanto scrivendo.

    Ecco, il principio del risparmio energetico è anche una via per il recupero di questa energia che altrimenti andrebbe completamente dispersa.

    E la poesia?
    Un tesoro nascosto che viene messo a disposizione di tutti, distribuita in parti uguali. Basta metterla tra le labbra per riconoscere il sapore di caffè o di pasta cotta al punto giusto, senza dolcificanti, adulteranti e conservanti.

    Un caro saluto agli amici e alle amiche dell’Ombra e grazie.
    Franco

  7. Giuseppe Gallo

    In un intervento di qualche giorno addietro Simone Carunchio ci sottopone alcune interessanti riflessioni… che il coccodè sia il ruggito di chi ha fatto l’uovo? Che il cosiddetto “poeta” sia un suo compagno di cortile?
    “…che si possa dunque delineare un altro parallelismo (invertito) fra il sovrano poeta ispirato, dalla vita più letteraria che letterale, e la gallinella che esultando batte le ali, dalla vita più letterale che letteraria? Potrebbe apparire un’operazione piuttosto ardita, ma come non ricordare che lo stesso Leopardi si paragona a Il passero solitario?”
    Ebbene ho sotto gli occhi “Le galline pensierose” di Malerba, edito da Quodlibet, apro a caso e leggo.

    17
    Una gallina incendiaria andava in giro con un fiammifero nel becco. “Potrei bruciare tutto”,- diceva, “e invece non brucio niente perché sono una gallina civile”. Messa alle strette dalle altre galline confessò che non incendiava niente perché non era capace di accendere il fiammifero. (Op. cit. p.15)

    Mi vengono, allora, alla mente, almeno, due domande:
    1) Perché è detta ” gallina incendiaria” se non ha mai incendiato nulla?
    2) Perché se ne va ancora “in giro con un fiammifero nel becco” se non sa neanche sfregarlo?

    Tempi duri per le galline odierne e per i loro compagni “letterati”! A meno che non ci mettiamo un po’ a “covid… are” anche noi.
    Un caro saluto a tutti gli amici de L’Ombra!

  8. Un aneddoto

    Quando Rossellini disse che La dolce vita era il film di un provinciale, probabilmente non si rendeva bene conto di ciò che stava affermando. Dal mio punto di vista, infatti, chiamare un artista con l’appellativo di provinciale è la migliore definizione che se ne può dare. L’artista si deve porre di fronte alla realtà con quell’atteggiamento tra l’attrazione ed il distacco tipici di un provinciale. Che cos’è un artista, dopotutto? Non è che un provinciale preso in mezzo tra la realtà fisica e quella metafisica. Difronte alla realtà metafisica siamo tutti dei provinciali.

    Noi parliamo di memoria come di un meccanismo capace di registrare nei dettagli piùminuti, nei suoni più delicati, esattamente avvenimenti che sono avvenuti. Io credo prima ditutto che questa operazione è impossibile, non ci può essere questa specie di dimensione incui tutto quanto si registra e lì rimane fisso come una specie di archivio, di biblioteca. Penso che la vera memoria sia qualche cosa che appartiene al ricordo delle cose con in piùtutto quello che tu sei diventato, con i mutamenti, i cambiamenti, i punti di vista completamente rovesciati. La vera memoria è quella. Mi sembra questo il punto più delicato dell’operazione artistica, cercare proprio di capire qual è la distanza con cui le tue fantasie vogliono essere materializzate. E questo non si capisce subito, ho bisogno di un paio di settimane, ho bisogno di cominciarlo il film, di vedere la gente attorno, non soltanto gli attori, anche la troupe, di sentire proprio in che modo il film comincia a precisarsi, che tipo di simpatia avrà e da quale distanza vuole essere guardato, se vuol essere compatito, se vuol essere esaltato, se vuol essere guardato con indifferenza. È lui che richiede un certo modo di osservazione.1

    (Federico Fellini)

    1 F. Fellini, Settimo giorno. Amarcord con Federico Fellini (1974), in Federico Fellini. Un ritratto, RaiStoria, 2013

  9. La soluzione di Nietzsche del bello risuona più volte nel corso della
    Nascita della tragedia:
    «Solo come fenomeno estetico l’esistenza è giustificata».

    Ebbene, io penso che il bello non possa né debba giustificare alcunché, nemmeno l’esistenza, la quale non ha bisogno di essere giustificata. E poi, giustificata. Per chi? E perché?
    Il precetto: «giustificare l’esistenza» ha qualcosa di sgradevole, suona come una soluzione pacificatrice, consolatrice, voler bonificare l’esistenza!

    Io piuttosto intendo la poetry kitchen come un’arte che non deve giustificare nulla, tanto meno l’esistenza, e neanche se stessa.

  10. Poetry kitchen: una mia meditazione poetico-stilistico-estetica

    Le Storie di una pallottola, il dietro le quinte delle stesse storie, la Nanin della copertina della poetry kitchen, la gallina creata da Lucio Mayoor Tosi, sanno quello che fanno quando le parole frantumano.

    Con la potenza di cui dispone come sappiamo il “sogno” questa poetry kitchen frantuma il mondo.

    Il mondo ridotto in frammenti tento di trasportarlo nell’irreale per irradiare in esso diciamo i misteri che il mondo non frantumato mai emanerebbe, misteri non emanati finché il mondo è, e rimane, “reale”.
    La polifonia del linguaggio delle parole frantumate è prossima all’indicibile
    ed è per questo in grado di captare la altrimenti non udibile musica dello stesso sogno.
    Ágota Kristóf, scrive:
    «In genere, mi accontento di scrivere nella testa.
    È più facile.
    Nella testa tutto si srotola senza difficoltà.
    Ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano,
    si deformano, e tutto diventa falso.
    A causa delle parole.».

    E allora bisogna arrivare all’impiego di parole che frantumano.
    E con T. S. Eliot tentare di poetare per dire tutti/tutte insieme nella e della poetry kitchen:

    «Poiché tu conosci solo un mucchio di immagini
    Infrante[…],
    Questi frammenti ho appoggiato contro le mie rovine».

    L’approdo alla Poetry kitchen viene da molto lontano, a cominciare dalla poetica del frammento e dalla estetica del frammentismo, poetica ed estetica della fragmentation che partono a loro volta dall’io decentrato, dall’io non più al centro del mondo, passando attraverso lo spazio espressivo integrale e gli altri stadi ATTRAVERSATI dalla intera esperienza poetica della NOE…

    Gino Rago

  11. Simone Carunchio

    Che sorpresa!: grazie alla redazione de L’ombra delle parole per avermi dedicato uno spazio in un articolo insieme all’ispirato Intini, di cui apprezzo molto il lavoro poetico.
    Mi affascina questo registro linguistico che accomuna la fissione atomica (scissione, raffredamento, etc.) con la fissazione culinaria (pollo, cottura, etc.) …

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