Tre poesie da Remainders di Mario M. Gabriele, Il poeta come ladro di becchime del Moderno, Poetry kitchen, Un Appunto di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

Mario M. Gabriele
Remainders

Mario Gabriele Remainders

dal libro in corso di stampa dell’autore di Remainders, il capostipite della poetry kitchen, forse anche il più geniale.

1

La Signora Mansfield twitta con i crickets
per non sentirsi sola nel lockdown.

Basterebbe che qualcuno le dicesse:

– suvvia, Madame, fra poco è primavera!-

Ogni casa ha fiori, e tabernacoli d’incenso,
bulldog a guardia della porta.

Il Madison Square ha cambiato sede.
Qualcuno canta Smile.

Dopo aver sopportato il bisturi del giorno
si ricomposero carne e ossa.

Cosa vorrà dire la frase alla lavagna:Welcome, Professor. –

Mi pare d’essere entrato a Fort Knox, o mi sbaglio? –

-È tutta roba tua e… di Pussy Yonder? –

Svolazza Giose nei cieli di Topanga Canyon,
mentre dorme Sonny Boy con Jazzymood.

Si riaffaccia la quaresima.
A Pasqua la torta green è un oppio vegetale.

Ei- bi- si-di: prima lezione di Camilla Sfera
per imparare l’alfabeto inglese e chiedere a Shakespeare

-to be or not to be today? –

Non mettere Hewitt nel giorno del tuo compleanno
i cristalli Swarosvscki, pare che attirino i turisti dell’aldilà
più del viso di Denise Levertov.

3

Scegliemmo il Flat Design per l’ultimo libro.
Il critico curò la Premessa.

La piattaforma nucleare della parola
salì in superficie come evento.

Kathryn si mise il foulard
portandoci il caffè semifreddo.

All’esterno del bistrot passarono i pensieri
con le dovute grazie della sera.

Primo Piano. Universo in espansione.
Porta principale bloccata.

Bessy usava le calze di seta:
bellezza maturata nel giardino.

Oh, mio fiore urbano,
temo il tuo inverno, la rappresaglia della natura!

Una radio trasmetteva musica pop
con le Country Sisters.

Ritornammo al passato con uno specchio retrovisore
recuperando figure in bianco e nero.

Nessun paesaggio hollywoodiano,
nè colpi finali da Blade Runner.

Secondo piano: Rosalinda, segnata dall’insonnia,
se la prese con l’orologio a pendolo.

Una bella sorpresa per i gostbusters
non trovare gli ologrammi per la strada.

Luiselle si fermò lungo il ponte della Senna
leggendo Boule de suif di Maupassant.

Lei, – Piccina, tutta tonda, grassa grassa,
con le dita rigonfie strozzate alle falangi -.

Ecco, disse Hermann,
questa donna è stata anche a Dachau.

Un mese tra posters e lamenti di chihuahua
con serenate all’aperto e Smart Working.

4

L’occasione era buona per parlare con Ofelia,
togliere a Snoopy il dente cariato.

Ci voleva un po’ di tempo per rimanere in silenzio.
Buonasera Signorina. E’ in cerca di qualcosa?

Mi scusi, conosce un certo Signor H, Cantante e Deejay?
Da anni non so più niente di lui.

Ogni sabato c’è un happening musicale.
Può provare a fare indagine alla King Dom House.

Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet. Non li troverà più qui. Sono tutti morti.

Bisognerà rifarsi a ciò che hanno lasciato nel jukebox
o nelle biblioteche di città.

Sa, in questi tempi di oscura metamorfosi
ci sono ricambi di estetica che nessuno più segue.

A me, interessava il Signor H,
comunista alla Horkheimer.

Barista, pronto a mettere il cartello Closed.
Mi dispiace, devo andare, disse.

Resti, la prego, lei e un gentleman
di quelli che se ne trovano pochi in giro.

Ho visto attaccati ai muri modelli e simboli,
diagrammi e disegni di un tempo che fu.

Ha qualche rimpianto? O teme per il suo futuro?
Basterà rifondare L’Institut fur Sozialforschung.

Beh, disse il barista, certe cose o hanno fortuna
o mutano e si fanno oggetto di verificazione alla Popper.

Oggi le Borse vanno giù.
Non si salva nessuna Society o startup.

Si ricorda l’operatore che prometteva vacanze
ai Caraibi se avessero seguito i suoi consigli?

Per grazia di Dio sono qui come le ho detto
per conoscere il Signor H e bere un coca cola.

Diciamo che sono stata imprudente
e che il signor H doveva restare chiuso in me.

In passato non sfuggivo a nessuno
nemmeno alla morte degli altri.

Ma per H tutto significava per me:
amore, HI-FI, Count Basie e Eagles e Hotel California.

Conosco il suo rammarico. Non vada oltre.
Le offro un Martini Dry, anche se è un veleno!

Staremo un poco insieme come Beckett
à La Closerie des Lilas.

Entra un gruppo di signori.
Sono fantasmi, lampi di luce.

Sembrano Prufrock ed Eliot,
due gendarmi della Rivoluzione francese del 68.

Lei, Signorina, ha buon gusto ad averci ricordati.
Senza di noi non esiste neanche il Nulla.

Ci fu chi domandò -chi c’è là nel metamondo?
E Linda è vero che sta con voi?-

Si era spezzato il dialogo con gli altri.
Né vennero al cold reading il Dr. Gary e l’umanista Schwartz.

Tutti smarriti in un viaggio, chi a bordo delle navi,
chi su malferme barcarole.

Che cosa sia la poetry kitchen lo dice bene la poesia di Mario Gabriele, il capostipite di questo genere di poesia. Poetry kitchen è tutto ciò che resta nella dispensa, nei cassetti dimenticati del frigidaire. Possiamo a ragion veduta dire che Mario Gabriele è hölderlinianamente, pieno di merito e poeticamente abita la terra, proprio come la gallina della cover della poetry kitchen, che becca il mangime lasciato cadere per terra dagli umani. Oggi il poeta è diventato non più e non solo uno «straccivendolo» ma anche un ladro di becchime, usa le parole a perdere della civiltà dello spettacolo e del consumo e le reimpiega; oggi la poesia è un oggetto-da, è fatta da oggetti-da, che provengono dal ciclo della produzione e della sovrapproduzione per finire nella pattumiera che segue al consumo, in questo modo la terra può essere di nuovo abitata e resa abitabile, le parole anche possono essere rese abitabili una volta recuperate e riciclate dalla loro opacità e insignificanza. Banditi per sempre l’epifania, il quotidiano, il sublime, il genere elegiaco con gli ideologemi collegati con chihuahua e smart working, ciò che resta lo fondano i poeti nell’«universo in espansione» con la «porta principale bloccata». Dall’implosione dell’ordine Simbolico quello che ci resta è il misto fritto di una poesia fatta «con uno specchio retrovisore/ recuperando figure in bianco e nero», «gostbusters» e «ologrammi».

Primo Piano. Universo in espansione.
Porta principale bloccata.

[…]

Un mese tra posters e lamenti di chihuahua
con serenate all’aperto e Smart Working.

(Giorgio Linguaglossa)

 Il libro di Mario M. Gabriele (che non ho ancora finito di leggere) è un vero campionario, un manuale per la poesia che verrà. Ultima parola sul distico NOE e sua messa a punto. Chiude quindi il capitolo che ci ha visti impegnati in questi ultimi due tre anni. Basho non avrebbe saputo fare meglio. E vi è molto di quel pop di cui si sta parlando, perché ogni suo distico è un’etichetta. Andrebbe studiato alle scuole di comunicazione, al corso “Come evadere dal previsto”. Ma è un pop carico di umanità, o non è così tutta la cultura pop? –

(Lucio Mayoor Tosi)

8 commenti

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8 risposte a “Tre poesie da Remainders di Mario M. Gabriele, Il poeta come ladro di becchime del Moderno, Poetry kitchen, Un Appunto di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

  1. La jouissance per Lacan è il Reale per eccellenza, anch’essa non esiste ma produce comunque una serie di effetti traumatici. Il Reale si annuncia mediante degli effetti traumatici. Ecco, questi effetti traumatici sono i frammenti di cui gode il soggetto assente, ovvero, l’autore Mario Gabriele.
    Chi volesse capire qualcosa di questa nuova poesia dovrebbe fare i conti con il concetto di soggetto e soggettività che la psicoanalisi lacaniana ha elaborato, il soggetto come «vuoto» che risponde al Grande Altro e alle ingiunzioni traumatiche del Reale, ovvero, del Super-io.

    Con la poesia di Mario Gabriele, una delle più aggiornate ed evolute che ci siano oggi in Europa, siamo all’interno di un dispositivo particolare, una specie di macchina celibe, una macchina della felicità compossibile quale è data agli umani della nostra epoca, un automaton, un automatismo che produce a prescindere da una richiesta e da una offerta, proprio come il capitale finanziario che produce (deve produrre) plus valore anche in mancanza di offerta, di richiesta della massa di clienti. Plus valore = plus felicità compossibile. Con il che viene cancellato lo stesso concetto di felicità, che cessa di essere un telos per divenire un mero fatto, una datità.

  2. EWA TAGHER

    Leggere le poesie di Mario Gabriele è come percorrere un’onda sinusoidale, con continui rimandi e perdite di senso, riconoscimenti del reale alternati a mancanze improvvise, e tutto ciò è eccitante, un po’ come il gioco a nascondino che tanto affascina da piccoli: andare alla ricerca di senso laddove è difficile o impossibile trovarlo e vederlo improvvisamente sbucare davanti, saltar fuori da una scatola senza etichetta.

  3. Nella poesia di Mario Gabriele non si ha nessuna sintesi, tutto è possibile e compossibile, le connessioni si rivelano provvisorie ed eterne, e quindi senza fine; le disgiunzioni sono non esclusive ma inclusive; le congiunzioni senza specificità, gli oggetti si rivelano per quello che sono: oggetti parziali, oggetti temporanei: il ritmo è il flusso. Gli oggetti sono non desideranti, ringhiano, rimbombano nel fondo dell’inconscio, dilemmatici e solitari, tic-tac senza senso e senza significato, mera macchina da tossire. Tutte le catene dell’inconscio, sottoposte alla epoché, vengono bi-univocizzate, linearizzate, sospese ad un significante dispotico vengono smascherate per quello che sono: meri ologrammi, mere sospensioni ondulatorie; gli oggetti non desideranti si dispongono agevolmente nella non-rappresentazione. La poesia di Gabriele si sottrae alla mistificazione che vuole che la rappresentazione sia la finalità della poiesis. Nulla di più falso. La rappresentazione è essa stessa mistificazione, ideologema d’accatto. Nulla di più falso della tesi della produzione e riproduzione del desiderio. Non c’è più desiderio, non c’è più penia, gli oggetti sono opachi, scintillano soltanto grazie al plusvalore semantico che accorda loro la vetrina del capitalismo. E così le parole. Nella vetrina universale delle parole a-perdere si perde anche il discorso poetico che si voglia concluso e forcluso.
    La psicoanalisi, edipizza, impone un significante dispotico all’inconscio, che invece non cerca significati, non significa, bensì funziona e produce incessantemente. La poesia di Mario Gabriele si sottrae alla edipizzazione e al significante dispotico che sorregge il soggetto, mostra i varchi e i vuoti nel soggetto e negli oggetti che si aprono in continuazione ad uno sguardo non dispotico, non panottico.

  4. In ogni tentativo di una poesia “nuova” forse scocca sempre una scintilla fra gli opposti, un fulmine fra scontri di nubi vaganti fra le parole che chiedono nei versi una cittadinanza attiva e le parole che in vece il poeta accoglie, scartando le altre parole le quali prima o poi si vendicheranno…
    Per me, la scintilla di questi nuovi polittici di Mario Gabriele scocca qui, in questi tre distici i quali per tono, lessico, fono-prosodia rasentano la perfezione

    “Sono nomi di autori di musica e personaggi storici come Hermet. Non li troverà più qui. Sono tutti morti.

    Bisognerà rifarsi a ciò che hanno lasciato nel jukebox
    o nelle biblioteche di città.

    Sa, in questi tempi di oscura metamorfosi
    ci sono ricambi di estetica che nessuno più segue.”

    Versi sui quali aleggia l’Ecclesiaste in latino del “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (Sono tutti morti.), ma il poeta poi compie l’atto estetico più forte della stessa morte (ci sono ricambi di estetica” anche se “nessuno più segue) e si riavverte in pieno il rombo della vita.

    Il resto lo ha detto Giorgio Linguaglossa come meglio non si può.

    • mariomgabriele

      Ringrazio vivamente Giorgio Linguaglossa, Ewa Tagher e Gino Rago per i loro interventi specifici fuori da ogni retorica, da me salvati in un PDF per una piacevole rilettura, tutte le volte che ne avrò bisogno.

      • mariomgabriele

        Scusami Lucio. Nella mia citazione sui commenti mi è sfuggito il tuo nome. Lo faccio ora con ritardo dando un pizzicotto alla manina che ha commesso l’errore.

  5. Per comprendere alla radice l’operazione di Mario Gabriele e della poetry kitchen penso che si debba pensare intensamente alla parola come una rappresentazione a-patica, sostanzialmente non-emotiva, priva cioè della sua funzione emozionale.

    Qualcuno si chiederà legittimamente: Ma perché occorre far questo?. È perché se noi intendiamo il linguaggio come un qualcosa che consente l’empatia tra il soggetto e la parola, allora siamo fuori binario, ricadiamo nelle poetiche del novecento italiano e di questi ultimi due decenni epigonici. Nelle versioni della nuova poesia (che vanno da Mario Gabriele a Vincenzo Petronelli), l’empatia risulta barrata, barrata dal soggetto barrato. L’empatia risulta sbarrata, impossibilitata.

    Questa scissione che si è introdotta tra la parola e il soggetto è un fenomeno del novecento, ma le prime tracce di questo fenomeno si trovano in The waste land di Eliot (1922).

    Se ci ragioniamo un momento, questo fenomeno di Spaltung, di Scissione, ha reso evidente una seconda manifestazione: il raffreddamento delle parole, le parole tendono a perdere progressivamente risonanza emotiva. Questo è un dato di fatto inoppugnabile tipico delle società dell’ipermoderno telematico. Questa fenomenologia indica un mutamento delle condizioni ontologiche in cui si trovano i linguaggi, e i linguaggi poetici non possono non percepire questo lento e profondissimo bradisisma che interviene, giorno dopo giorno, a determinare enormi mutamenti del linguaggio e del linguaggio poetico.

    • Guido Galdini

      Restando in cucina (il nostro ambiente naturale) questa è la cottura passiva: come far cuocere gli spaghetti a fuoco spento.
      Quando l’acqua raggiunge il bollore, gettare gli spaghetti e dopo due minuti mettere il coperchio e spegnere il gas. Il tempo necessario alla cottura è lo stesso di quella tradizionale, ma, in questo modo, oltre a risparmiare il gas, si evita la dispersione di amido e di glutine, la pasta assume un gusto più corposo e nello stesso tempo è più digeribile.
      E’ da provare sia in cucina sia in poesia.

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