Cover della Antologia della Poetry Kitchen, Il collasso dell’ordine simbolico, il Punto X, Tutto dipende dai condimenti e dagli ingredienti che abbiamo in cucina, di Giorgio Linguaglossa, Poesie di Ewa Tagher, Marie Laure Colasson

Poetry kitchen cover

[Ecco la cover della Antologia della poetry kitchen in via di allestimento, opera grafica di Lucio Mayoor Tosi, che segnerà il coronamento di un percorso di ricerca che dura ormai da vari anni. L’Antologia, ovviamente, comprenderà gli autori che con più continuità e determinazione si sono mossi in questa direzione di ricerca]

Giorgio Linguaglossa

Il punto X

La poetry kitchen ha abbandonato il Principio di ragion sufficiente, non si pone più il quesito del perché qualcosa ha ragione di esistere e qualche altra cosa no, tutto esiste contemporaneamente, magari in un’altra dimensione, e quindi tutto è contemporaneo. Tutto dipende dai condimenti e dagli ingredienti che abbiamo in cucina. Tutto dipende da ciò che abbiamo in dispensa, in cucina… a portata di mano. E la poesia la si fa con ciò che abbiamo a portata di mano.

Lacanianamente, il Simbolico è sempre mancante in un punto X. Il punto X è il punto non rappresentabile della rappresentazione. In quel punto il Simbolico non è simbolizzabile. Ma questo significa semplicemente che il Simbolico è simbolizzabile proprio grazie a quel buco lasciato vuoto, grazie a quel punto non-simbolizzabile.

Il processo simbolico funziona così, da un lato opera entro un contesto fantasmatico, dall’altro implica una X non simbolizzabile, un «nucleo reale-impossibile» (dizione di Slavoj Žižek ), un punto vuoto, un punto cieco che inghiotte il Simbolico e che ne consente l’emersione. Ecco che la triade Reale-Simbolico-Immaginario comincia a prendere profondità e senso: il Simbolico è sì la dimensione dominante nell’uomo, ma essa, proprio perché umana, non è concepibile indipendentemente dal Reale (che forclude e che presuppone) né dall’Immaginario da cui è fondata e che continua a suscitare.

Nel seminario lacaniano RSI del 1974-5 questa emergenza fondamentale riveste una funzione psico-sociale, un aspetto individuale-collettivo: la costellazione Immaginario-Simbolico-Reale si dà in un nodo borromeo in quanto discende dal funzionamento dialettico: il Reale è la mancanza che si iscrive nel Simbolico, e l’Immaginario è la cornice fantasmatica che consente al Simbolico di emergere.
Quand’è che si incontra il Reale? Rispondo: la poiesis è il luogo ideale dove si incontra il Reale nel suo travestimento nel Simbolico.

«Quand’è che io incontro l’altro nel Reale del suo essere… solo quando incontro l’altro nel suo momento di jouissance, cioè quando scopro in lui/lei un piccolo dettaglio- un gesto compulsivo, una eccessiva espressione del volto, un tic- che segnala l’intensità della realtà della sua jouissance …l’incontro con il Reale è sempre traumatico, c’è qualcosa perfino di minimamente osceno in esso» (S. Žižek 1999, p.32)
Per esempio, ciò che emerge dal Reale è l’immagine del «tram addormentato» in questo verso di Marie Laure Colasson in chiusura di una sua poesia:

«Il tram si è addormentato come un viso mal rasato e sudato»

dove è evidente che ciò che è inverosimile e inappropriato (la metafora di «un viso mal rasato e sudato» che equivale al «tram [che] si è addormentato), diventa invece perfettamente verosimile e appropriato.
Questo verso «tradizionale», quasi lirico, posto in chiusura di una poesia kitchen, aumenta a dismisura l’effetto di straniamento della poesia, la rende inesplicabile e insondabile in quanto riporta nel Simbolico la faglia, la schisi che si è aperta nel Reale.
Il Punto X è, in ultima analisi, un Enigma.

Poetry Kitchen Topologia del poetico Cover
di prossima pubblicazione

Marie Laure Colasson

[Marie Laure Colasson è nata a Parigi il 1955 e vive a Roma. È stata ballerina di danza classica. Attualmente insegna danza classica e contemporanea, è coreografa e pittrice. È in preparazione il suo primo libro di poesia, Les choses de la vie.]

Una mia poesia kitchen, tratta dalla raccolta Les choses de la vie di prossima pubblicazione.

12.

Antibiotique citrobiotic probiotique patriotique
Napoléon des tics des tocs pour des yeux verts mimbés de soleil

Un chat voluptueux enfile sa robe indienne à pois
et discute fermement avec les angrais de compostage

Des particules élémentaires au ventre proéminent
montent dans le tramway n’aboutissant à rien

Zigzag le chien de Madame Bonjour avec un lorgnon d’écaille de tortue
lèche une glace au chocolat en conduisant sa Porsche

Eredia rapide s’habille d’illusions électrocinétiques
se rend 11 rue de Nulle Part pour y voir un film muet

Ville palladienne ensoleillée Londre est en effervescence
la couronne de la Reine Elizabeth a disparue
avec le soleil au petit matin

Le tramway s’est endormi comme un visage mal rasé et en sueur

*

Antibiotico citrobiotico probiotico patriottico
Napoleone dei tic e dei toc per degli occhi veri orlati di sole

Un gatto voluttuoso s’infila un vestito indiano à pois
e discute con decisione con i fertilizzanti del compostaggio

Particelle elementari dal ventre prominente
salgono nel tram che non conduce a niente

Zigzag il cane di Madame Bonjour con un monocolo di tartaruga
lecca un gelato al cioccolato mentre guida la sua Porsche

Eredia rapida si veste d’illusioni elettrocinetiche
si reca alla undicesima rue di Nessun Luogo per vedere un film muto

Città palladiana soleggiata Londra è in effervescenza
la corona della Regina Elisabetta è scomparsa
con il sole del primo mattino

Il tram si è addormentato come un viso mal rasato e sudato

Ewa Tagher

[Ewa Tagher, trapezista presso il circo di Lubiana (occasionalmente si occupa anche di riassettare le gabbie dei leoni e dei dromedari). Spesso viene inviata dalla famiglia Dzjwiek, proprietaria del circo, alla ricerca di curiosità esotiche e fenomeni da baraccone.]

Intento poetico

ho raccolto residui di cuoio, di cui si è sbarazzato il mastro calzolaio dopo aver sapientemente realizzato un paio di mocassini. I pezzetti di pellame sono bizzarri da rielaborare, sfuggono a qualsivoglia volontà di dar loro una nuova forma: ognuno ha già caratteristiche proprie. Nessuno è simile o uguale all’altro. Perciò mi sono limitata a collezionarli e a provare a dar loro un’identità. Di certo vi è che nessuno di loro ha dignità di diventare calzatura: qualcuno è uno scarto di lavorazione, un altro è un tentativo venuto male, un altro ancora semplicemente un errore. Le mie poesie sono errori di manifattura.

SCENA 47

Sulla parete a sinistra il Golgota, di profilo.

Oltre la finestra una profezia di città.

La clinica di sei piani seduta sulle fogne dell’Urbe.

E così che ci si ammala, un errore dopo l’altro.

Ewa stringe il 42. “Prego si accomodi”.

Viktor la accompagna, la cornetta ancora in mano.

“Non ha più il terzo occhio, l’ha ingoiato ieri

Dopo aver immaginato la morte della madre”.

L’infermiera le misura la pressione, poi la fa sdraiare.

Ewa è a pancia in giù, sulle gambe di Victor.

“Passami la cornetta, voglio telefonarle….”

Ewa annaspa, per guarire deve imparare a nuotare.

L’aria nella stanza satura d’inchiostro,

Con le ultime bracciate Ewa descrive il proprio sgomento.

Possono andare. Viktor in ginocchio cancella l’ultimo errore.

“La linea è occupata… riproverò più tardi.”

Giorgio Linguaglossa

«Il linguaggio è un gioco di rimpatri nella lettera… non è meno importante per noi riconoscere la doppia e contraddittoria identificazione: il tentativo di assumere la dimensione soggettiva del rimpatrio, il nostro incessante voler tornare a casa, giocandolo contro se stesso nello scarto delusorio che il linguaggio ci permette. Simbolizzare l’immaginario e immaginare il simbolico, ha detto una vota Lacan: continuo rimpatrio nel “simbolo” che la parola è, continuo rimpatrio nell’immaginario da parte del soggetto…
L’illusione che si ripresenta a ogni frase è che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca: sparisca come enunciante della frase ma perché vi ha preso completamente dimora. L’unico modo che abbiamo di maneggiare questa illusione non è farla sparire, ma – al contrario – riconoscerla, farla pesare sulla frase: attraverso il margine di paradossalità che resta praticabile, in un gioco inevitabilmente in perdita e che deve sapere di esserlo». (P.A. Rovatti, Abitare la distanza p. XXIX, Raffaello Cortina Editore, 2007).

La poesia di Ewa Tagher è questo «mancare» di continuo il «rimpatrio», l’essere la sua parola fuori luogo, sconsiderata e inopportuna, con la consapevolezza che si tratta di instaurare un «gioco» con il linguaggio paradossalmente sempre in perdita. Una parola s-tonata, mal sbobinata, sortita fuori per errore da un registratore difettoso.
Ecco, questa parola difettosa direi che è il miglior viatico per la poesia di Ewa Tagher. Il sapere che voler far concidere la parola e la cosa è il crimine che commettono i poeti elegiaci, le «canaglie» di cui parlava la Colasson.

Lucio Mayoor Tosi

Di ritorno da una mission impossible durata secoli, la poesia adesso fa spettacolo. A fare spettacolo sono proprio le parole. Lo sanno i poeti, quando le vedono arrivare e per questo si meravigliano.

Marie Laure Colasson

Lucio forse hai ragione le parole fanno spettacolo, ma è un sacré boulot, non intendo fare spettacolo, ma la vita stessa ci nutrisce di tale angosce, o piuttosto l’uomo nasce abbracciando l’ ansia; allora bisogna imparare ad essere leggeri per profondità .Almeno per me ci provo, non sopporto il pathos .

Lucio Mayoor Tosi

Cara Milaure

qui siamo tutti per la leggerezza e l’ironia. Se ci pensi è una gran bella difesa, oltre che un’ottima strategia d’attacco. Da maestri di arti marziali. Ma non è questo che intendevo: in poesia tutto è silenzio, nessuno applaude. Lo spettacolo è, in ciascuno, intimo; il primo a provare meraviglia è l’autore stesso.

Carmelo Bene, perché artefice di ogni sua rappresentazione, si premurava anche di presentare con voce fuori campo, dicendo: “tra cinque minuti inizia lo spettacolo”. Lo spettacolo! Ecco, è in questo senso. Ma se leggiamo le ultime poesie di Linguaglossa e Rago, la loro interpretazione del Poetry kitchen, per quanto rocambolesche sono quelle poesie converrai che il termine spettacolo un po’ si addice. E sta bene a tutti. Poesia non fa spettacolo, poesia “è” spettacolo. Non è per dieci o mille spettatori plaudenti, ma per dieci mille uno, individualmente. A maggior ragione se la svuotiamo di tutto, per fare e dare esperienza del nulla. Come sbucciare una mela e passarla a chi ne mangerà. E’ Poetry kitchen. Magari acciaccata ma è buona. Sa di cosa libera. Finta, ma nelle parole autentica.

Marie Laure Colasson

si Lucio uno spettacolo intimo con immagine-parole in tutta libertà,visto che non esiste, ma bisogno continuare a gridarla con il fare !

Lucio Mayoor Tosi

Questa riflessione nasce da parole che ho scritto, pensando a luce e vuoto, secondo dettami di normale pensa e scrivi. Luce che non è luce per vedere, mentre vuoto è proprio quel che non riusciamo a scorgere negli oggetti. Anche se penso che quel che manca negli oggetti sia soltanto la nostra immagine: le cose nono sono tutte a specchio.

“Non so se si possa davvero parlare di vuoto. Le parole stanno di qua. Sono esse stesse uno spettacolo”. E aggiungevo “… non vedo l’ora di dirlo ai miei amici poeti”.

Ho quindi dato attenzione alla parola “spettacolo”. Così diversa da preghiera, litania, archeologia e nobiltà del poetico… Fa spettacolo l’azione di scrivere, l’evento; e cosa viene detto, se interamente sull’onda del caso. Fa spettacolo la scrittura vacillante, sempre sul punto di precipitare nella mancanza di senso. In quella scomoda situazione, chi più chi meno esegue i propri voltaggi,

Non stavo minimamente pensando a Marie Laure Colasson, alla quale dobbiamo l’origine della top pop poesia, quindi la Poetry kitchen – qui ne dà fulgido esempio. Pensavo che “spettacolo” potesse andare d’accordo con Poetry kitchen. Sono termini egualmente svilenti. Che ne direste di Poetry Kitchen Show? Show invece di spettacolo. In fondo, Pop sta per popolare… Sorge un problema di alto e basso. Tradizione vuole che si bazzichi nel basso tenendo lo sguardo fisso verso l’alto. Lì per sentirsi ancora degni eredi di Dante. E della sua scrittura. Paradise. Allora Paradise Poetry kitchen Show. Un libro per locali alla moda, dove alcuni ballano e altri vanno e vengono dal terrazzo, come a casa propria.

Sono nato pigro. Mi chiedo continuamente come sarebbe la vita di ciascuno se non esistesse il lavoro. Non sapere come occupare il tempo.

23 commenti

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23 risposte a “Cover della Antologia della Poetry Kitchen, Il collasso dell’ordine simbolico, il Punto X, Tutto dipende dai condimenti e dagli ingredienti che abbiamo in cucina, di Giorgio Linguaglossa, Poesie di Ewa Tagher, Marie Laure Colasson

  1. Richiamandomi al titolo direi che tutto dipende da cosa si riesce a fare con un solo uovo (potenza) in cucina (alambicco, fucina, atto)

  2. Versi eliminati da HAPPENING:

    -Per il suo bene signora! Gli appuntamenti esistono per pura carità
    da “rosa dei beati”, insomma, a millepiedi.

    Chi ci vedrà gracchiare penserà che tutto proceda per il meglio
    Diventare immagine e poi destinazione ignota.

    Tra i consigli riporta come spalmarsi amore sulle guance
    lasciare il ventre di cerva e battersela a gambe levate

    C’era da mettere in risalto la ferita, più grande del costato
    Una via di mezzo tra Isaia e la fossa delle Marianne.

    Quel poeta era una sedia (del Bar) su via Re David
    Un ramo lo toccò dell’assicurazione sulla vita

    Ad autunno inoltrato si misero in moto le rotatorie
    Anche l’algebra deformava cifre sui pali della luce

    Tutto per ottenere qualche nuvola capolavoro
    Uscirsene con uno sbuffo contro il vetro

    L’eternità scioglie il campanile.
    Dalì in fasce per il comando di una mano.

    Lecca lecca tra le dita
    O semplicemente cravatta al collo di Höss

    Non è detto che ci si rimetta in piedi
    Ci sono agavi che lanciano una freccia in cielo

    E vincono la partita scrivendo un rapporto
    Sui camini ingolfati da anime in uscita

    Funziona così con qualche verso comprato in farmacia
    gancio destro sul molare e noia tra gli effetti collaterali.

    Il marmo di fronte è affetto da isteria
    perché ha visto bere un cane nel bicchiere di Dio

    Il mal di denti? Deve avere una svastica
    nell’infanzia. Se bruciava una fila di lucertole.

    Musica di Rota per le vicende di Guido Anselmi.
    Distici di FPI o chi per lui.

    (Francesco Paolo Intini)

  3. Alfonso Cataldi

    Una bella sorpresa, per me, la poesia di Ewa Tagher

  4. Andrà a ruba. Ma lo sapevo: quindici anni fa, a Milano, avendo a disposizione lo spazio espositivo di un’associazione culturale, proposi di lasciar razzolare qualche gallina. Non era uno spazio prestigioso, e io non intendevo certo paragonarmi a Joseph Beuys, quando nel 1974 si fece rinchiudere in galleria insieme a un coyote vivo, che per l’artista era simbolo del capitalismo americano (ma qui sono i critici). No, solo qualche gallina, perché le galline mi fanno ridere, e in quel caso le avrei volute come pubblico del pubblico; perché l’arte è oscuro fenomeno, non solo destinato a menti preparate, però assoggettate a concetti e sfide intellettuali…
    Non se ne fece nulla, come tutte le cose che ho immaginato fuori tempo: con 5 anni di anticipo i telepass in autostrada, dieci anni di anticipo la svolta politica trovata in un colore: il giallo-verde del populismo. Anche l’epidemia da coronavirus nel nord Italia. Ora la gallina. Mancano ancora gli specchi diagnostici per controllare lo stato di salute, che avremo in tutte le case. Poi, alle Olimpiadi, il salto in basso e la corsa in discesa.

    • EWA TAGHER

      “I saw a kitten eating chicken in the kitchen.” Guardando la copertina ideata da Lucio Mayoor Tosi ho pensato allo scioglilingua inglese: ma Lucio è un geniaccio! Poetry kitchen with a chicken! Simpatico il gioco di parole, e anche il rimando all’animale che come sottolinea Linguaglossa, va beccando qua e là scarti, rimasugli, generando, però, da quegli scarti, l’uovo, l’origine della vita, lo stato embrionale, il concentrato proteico, simbolo di rinascita, di abbondanza, di fortuna. Perciò, che questa antologia abbia tanta fortuna!

  5. dal libro in corso di stampa di Mario M. Gabriele,
    Remainders, il capostipite della poetry kitchen, forse anche il più geniale.

    3

    Scegliemmo il Flat Design per l’ultimo libro.
    Il critico curò la Premessa.

    La piattaforma nucleare della parola
    salì in superficie come evento.

    Kathryn si mise il foulard
    portandoci il caffè semifreddo.

    All’esterno del bistrot passarono i pensieri
    con le dovute grazie della sera.

    Primo Piano. Universo in espansione.
    Porta principale bloccata.

    Bessy usava le calze di seta:
    bellezza maturata nel giardino.

    Oh, mio fiore urbano,
    temo il tuo inverno, la rappresaglia della natura!

    Una radio trasmetteva musica pop
    con le Country Sisters.

    Ritornammo al passato con uno specchio retrovisore
    recuperando figure in bianco e nero.

    Nessun paesaggio hollywoodiano,
    nè colpi finali da Blade Runner.

    Secondo piano: Rosalinda, segnata dall’insonnia,
    se la prese con l’orologio a pendolo.

    Una bella sorpresa per i gostbusters
    non trovare gli ologrammi per la strada.

    Luiselle si fermò lungo il ponte della Senna
    leggendo Boule de suif di Maupassant.

    Lei, – Piccina, tutta tonda, grassa grassa,
    con le dita rigonfie strozzate alle falangi -.

    Ecco, disse Hermann,
    questa donna è stata anche a Dachau.

    Un mese tra posters e lamenti di chihuahua
    con serenate all’aperto e Smart Working.

    Che cosa sia la poetry kitchen lo dice bene la poesia di Mario Gabriele, il capostipite di questo genere di poesia. Poetry kitchen è tutto ciò che resta nella dispensa, nei cassetti dimenticati del frigidaire. Possiamo a ragion veduta dire che Mario Gabriele è hölderlinianamente, pieno di merito e poeticamente abita la terra, proprio come la gallina della cover della poetry kitchen, che becca il mangime lasciato cadere per terra dagli umani. Oggi il poeta è diventato non più e non solo uno «straccivendolo» ma anche un ladro di becchime, usa le parole a perdere della civiltà dello spettacolo e del consumo e le reimpiega; oggi la poesia è un oggetto-da, è fatta da oggetti-da, che provengono dal ciclo della produzione e della sovrapproduzione per finire nella pattumiera che segue al consumo, in questo modo la terra può essere di nuovo abitata e resa abitabile, le parole anche possono essere rese abitabili una volta recuperate e riciclate dalla loro opacità e insignificanza. Banditi per sempre l’epifania, il quotidiano, il sublime, il genere elegiaco con gli ideologemi collegati con chihuahua e smart working, ciò che resta lo fondano i poeti nell’«universo in espansione» con la «porta principale bloccata». Dall’implosione dell’ordine Simbolico quello che ci resta è il misto fritto di una poesia fatta «con uno specchio retrovisore/ recuperando figure in bianco e nero», «gostbusters» e «ologrammi».

    Primo Piano. Universo in espansione.
    Porta principale bloccata.

    […]

    Un mese tra posters e lamenti di chihuahua
    con serenate all’aperto e Smart Working.

  6. Guido Galdini

    Un limerick in onore della copertina

    C’era un pollo di Borgosatollo
    occupato a difendere il proprio collo
    così è andato a nascondersi in cucina
    per non finire in un pasticcio di gelatina
    ma non trovando neanche un chicco da beccare
    gli è venuto il ghiribizzo di poetare
    le rime le rivoltava sghembe e diritte
    le strofe si facevano sempre più fitte
    non aveva alcun freno né alcun controllo
    quell’ispirato pollo di Borgosatollo.

    PS: Siamo tutti polli di Borgosatollo (io per primo)

  7. Le galline amano stare in società. Son parenti delle pavoncelle.
    Però avide, quindi leste nel rubare. Avviene in certi ambienti all’aperto,
    quando il gallo va al microfono, e tutti piangono prima del tempo. E anche mentre canta. Perché – oh quelle parole!

    Un solo problema: non si sente, alzi il microfono (!). Ecco, è passata una poesia. Una di quelle per forza belle. Tremano mammelle, si ritrovano ordigni dell’ultima guerra; cara, cara signora. E son tre baci sulla guancia.

    Era così anche gallina Nanin. Minuta e col piumaggio nero, silenziosa e riservata, sempre ultima ad arrivare. Ma un giorno, che il sole la prese in controluce: fermi tutti! Ah, Nanin, mica mi ero accorto… che tu fossi, e ti sentissi, tanto bella!

    Beh, non l’ha più fatto, di mettersi al sole. E’ bastato che ci si capisse.

  8. . .
    Scegliemmo il Flat Design per l’ultimo libro.
    Il critico curò la Premessa.
    Le messe in moto. Gli input. Le candelette mai riscaldate.
    La piattaforma nucleare della parola
    salì in superficie come evento.
    La partenza sempre rinviata. Il coito interrotto.
    Kathryn si mise il foulard
    portandoci il caffè semifreddo.
    L ‘idilio assecondato
    All’esterno del bistrot passarono i pensieri
    con le dovute grazie della sera.
    L’azione della meraviglia delle partenze. Gli ozi.
    Primo Piano. Universo in espansione.
    Porta principale bloccata.
    La rinuncia alla gestazione, alla filiazione, alla procreazione
    Bessy usava le calze di seta:
    bellezza maturata nel giardino.
    La metamorfosi.
    Oh, mio fiore urbano,
    temo il tuo inverno, la rappresaglia della natura!
    Giocare per giocare. Divertirsi per divertirsi, studiare per studiare.
    Una radio trasmetteva musica pop
    con le Country Sisters.
    La forma essenziale
    Ritornammo al passato con uno specchio retrovisore
    recuperando figure in bianco e nero.
    Avrei voluto vederlo, avrei voluto farlo,
    Nessun paesaggio hollywoodiano,
    nè colpi finali da Blade Runner.
    avrei voluto
    Secondo piano: Rosalinda, segnata dall’insonnia,
    se la prese con l’orologio a pendolo.
    La ripresa senza costanza
    Una bella sorpresa per i gostbusters
    non trovare gli ologrammi per la strada.
    L’allineamento postumo
    Luiselle si fermò lungo il ponte della Senna
    leggendo Boule de suif di Maupassant.
    La leggenda in metrpolitana
    Lei, – Piccina, tutta tonda, grassa grassa,
    con le dita rigonfie strozzate alle falangi -.
    La propaganda nella stampa
    Ecco, disse Hermann,
    questa donna è stata anche a Dachau.
    Le vittime delle violenze
    Un mese tra posters e lamenti di chihuahua
    con serenate all’aperto e Smart Working.
    Adesso è più spesso di quanto credano

    Ho tentato un controcanto kitchen.
    Una maniera per ringraziare M.M. Gabriele.
    Grazie OMBRA.

  9. EWA TAGHER

    “I saw a kitten eating chicken in the kitchen.” Guardando la copertina ideata da Lucio Mayoor Tosi ho pensato allo scioglilingua inglese: ma Lucio è un geniaccio! Poetry kitchen with a chicken! Simpatico il gioco di parole, e anche il rimando all’animale che come sottolinea Linguaglossa, va beccando qua e là scarti, rimasugli, generando, però, da quegli scarti, l’uovo, l’origine della vita, lo stato embrionale, il concentrato proteico, simbolo di rinascita, di abbondanza, di fortuna. Perciò, che questa antologia abbia tanta fortuna!

  10. Guido Galdini

    Questo mi sembra obbligatorio:

  11. C’è stato un lungo interregno durante il post-sperimentalismo italiano (all’incirca dagli anni sessanta al 2000) durante il quale ci si è soffermati al «significante in eccesso». I romanzi di Giorgio Manganelli ne sono il miglior esempio; il peggior esempio di questa metodologia lo ritroviamo nella poesia di Edoardo Cacciatore. Poi è avvenuto che questo «eccesso» di significanti in libera uscita ha provocato la fine di quella stagione letteraria, con alcuni rigurgiti di significanti imbottiti e forclusi nell’orfanatrofio di uno pseudo simbolismo tutto italiano quale è stata la auto sedicente poesia neo-orfica.

    C’è un «significante eccedente» che caratterizza la poesia contemporanea, questo è indubbio, ma ciò che caratterizza la poesia della nuova fenomenologia estetica della poetry-kitchen o pop-corn-poetry è una particolare idea di «significante eccedente». Pensare questa idea soltanto nel senso semantico come ha fatto lo sperimentalismo e la poesia tardo novecentesca, a mio avviso è limitativo e fuorviante. Qui occorre pensare l’«eccedente» nella accezione di uno scarto e di un residuo non assimilabile ad alcun significato stabilito, che eccede, che infirma l’ordine Simbolico; a questo punto si apre uno spazio di «gioco linguistico» nel senso di Wittgenstein sconosciuto alla poesia del Moderno, impensabile dalla poesia del modernismo del novecento. È questo salto mentale che bisogna fare, altrimenti si ricade inevitabilmente nella poetica del significato e del significante.

    Scrive Slavoj Žižek:
    «Tramite il coraggio delle avanguardie artistiche, dal futurismo a dada, dal surrealismo al ready-made, sino al loro prolungamento nel dedalo dell’arte concettuale post-bellica, la provocazione è divenuta oggi una pratica non più provocatoria e una forma codificata. [É] in grado forse di darci qualche segno, qualche storta sillaba intorno alla nostra contemporaneità».1

    Fantasmi, avatar, sosia, diplopia, salti spaziali e temporali costituiscono una metodologia del poetico in cui coesistono e coincidono elementi assolutamente contraddittori del soggetto che trovano luogo nella testualita della poetry kitchen che così risulta essere un prodotto di ibridazione e di eterogeneo, implantologia di elementi estranei e disparati. Una prassi di liberazione dell’immaginario è l’impegno concreto della nuova poesia, un nuovo progetto di impegno etico per il presente e il futuro.

    Scrive Žižek: «ll potere dell’immaginazione nel suo aspetto negativo, distruttivo, disgregante, in quanto potere che dissolve il continuum della realtà in una molteplicità confusa di oggetti parziali, apparizioni spettrali di ciò che in essa esiste solo come parte di un organismo più grande?»2

    Una volta chiesero a Federico Fellini dove avrebbe preferito abitare. Lui rispose candidamente: «a Cinecittà». Ecco, io direi che noi oggi siamo fortunati ad abitare in Italia. Ditemi, quale paese è più simile a Cinecittà del nostro martoriato Paese? Qui c’è di tutto. Nell’Immaginario del politico ci sono: mascalzoni, malvissuti, malmostosi, portaborse, corrotti, fraudolenti, tagliaborse, monatti, untori, mangiafuoco, stampellieri, domatori di giraffe, palyboy da strapazzo, parvenue, paparazzi, voltagabbana e vomitevoli lustrascarpe… L’ideale per una poetry kitchen.

    1 I. Pelgreffi, Slavoj Žižek, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014, p. 31
    2 Slavoj Žižek, Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, tr. it. a cura di D. Cantone e L. Chiesa,Cortina, Milano 2003, p. 37.

  12. Nel suo taccuino René Magritte scrive: « I miei quadri sono pensieri visibili».
    Il mistero, il “mistero più grande” per l’artista belga risiede nel dire la verità ed essere al contrario scambiati per cultori dell’assurdo; penso che valga anche per Lucio Mayoor Tosi e per la sua arte raffinata. Prima di pensare alla sua gallina, avevo pensato a lungo agli omini volanti di Golconde, dello stesso Magritte, perché credo che l’artista belga e Lucio Mayoor Tosi abbiano in comune una cifra etica ed estetica: l’ambiguità del «tutto è possibile». La gallina di Lucio Mayoor Tosi sulla cover dell’Antologia Poetry kitchen è simile agli omini sospesi della tela Golconde di Magritte sul cui movimento la mente (ascensionale? Discensionale? Saranno sospesi per sempre o vogliono uscire dalla tela, come la gallina fa con Lucio Mayoor Tosi, ribellandosi alla signoria di Magritte…?

    Gino Rago

    Backstage n. 23 sulla Antologia Poetry kitchen

    La gallina si è risentita con l’autore della copertina
    dell’antologia della poetry kitchen
    tale Lucio Mayoor Tosi.

    «Lei, Lucio Mayoor Tosi, è un tiranno,
    un carnefice, un dittatore, un maniaco!
    ne ho le tasche piene del giallo della copertina,
    ho bisogno di aria, voglio essere libera!,
    perciò caro Signore, esco dalla sua cover…».

    Detto fatto.
    La gallina va a passeggio per la Circonvallazione Clodia,
    entra nel “Notturno n.8” di Marie Laure Colasson,
    dice: «che roba è? », mette lo scompiglio nei colori, butta il viola,
    raschia i neri, abbatte gli stipiti illuminati, rompe i vetri,
    poi entra nella collezione della principessa Ludovisi Boncompagni,
    allarga i tagli nelle tele di Fontana,
    fa cadere il girasole di Van Gogh, toglie tutte le ombre
    dalle piazze metafisiche di de Chirico,
    si posa sulla testa di gesso del cavaliere di Marino Marini
    e ci fa la cacca.

    Qualcuno avverte il critico Giorgio Linguaglossa
    responsabile del Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani.
    «La gallina è uscita dalla copertina della poetry kitchen,
    è impazzita!, sta facendo danni a una pinacoteca!
    È una questione della massima urgenza, intervenite subito!».

    Due piedipiatti inseguono la gallina
    la quale è entrata nel caffè letterario bar pasticceria di via Ostiense n. 101
    dove ci sono due poeti che inneggiano alla poesia elegiaca,
    fa un coccodè e la cacca su un vassoio,
    vola sul buffet e fa volare cornetti,
    brioches, croissants, marmellate di cedri,
    bottiglie di Bourbon, l’amaro medicinale Giuliani
    e anche due bottiglie di Petrus Bonekamp.

    Poi fa la pipì sulle confetture di visciole e amarene, sulle ricottine,
    sulle cassate, becca i tramezzini di tonno con i cetrioli,
    il tutto mentre i poeti gorgheggiano…

    I due agenti: «Si fermi, ha già fatto troppi danni,
    non peggiori la situazione!».

    La gallina allora va ad appollaiarsi sulla cima
    del platano più alto di piazza Testaccio dalla quale spicca il volo
    e atterra a piazza dell’Emporio,
    dove i gabbiani la scovano, le girano intorno, la immobilizzano
    e la fanno catturare dagli agenti.

    La sera stessa presso il Servizio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani
    viene messa in padella con pinoli e peperoni
    per il gaudio del poeta Gino Rago, del critico Linguaglossa
    e della pittrice Marie Laure Colasson.
    *

    • milaure colasson

      caro Gino,

      mi sono molto divertita e seguire le peripezie della gallina di Lucio… indubbiamente ha fatto una brutta fine, ed io mi rifiuto di mangiarla, quindi la lascio a voi…
      Ho l’impressione che presto questa gallina sostituirà la famosa “pallottola” e ne vedremo di belle!
      Questa è davvero poetry chiken!

      Milaure.

  13. Nel suo taccuino René Magritte scrive: « I miei quadri sono pensieri visibili».
    Il mistero, il “mistero più grande” per l’artista belga risiede nel dire la verità ed essere al contrario scambiato per cultore dell’assurdo; penso che valga anche per Lucio Mayoor Tosi e per la sua arte raffinata. Prima di pensare alla sua gallina, avevo pensato a lungo agli omini volanti di Golconde, dello stesso Magritte, perché credo che l’artista belga e Lucio Mayoor Tosi abbiano in comune una cifra etica ed estetica: l’ambiguità del «tutto è possibile». La gallina di Lucio Mayoor Tosi sulla cover dell’Antologia Poetry kitchen è simile agli omini sospesi della tela Golconde di Magritte sul cui movimento (ascensionale? Discensionale? Saranno sospesi per sempre o vogliono uscire dalla tela, come la gallina fa con Lucio Mayoor Tosi, ribellandosi alla signoria di Magritte…?), o sulla cui stasi, o sulla cui tensione verso l’uscita dal perimetro della tela, la sola esperienza razionale non è in grado di rispondere…

  14. Non mi dispiacerebbe essere ricordato per avere dipinto la gallina “Nanin”, la Gioconda delle galline. In questo caso mi avvicina a Magritte la pittura disciplinata e illustrativa. Magritte aveva proprio “mestiere”. Io però cercavo qui l’esatto opposto del mistero, l’evidenza indiscutibile di fronte alla quale nessuna scienza possa dire qualcosa. Un assoluto. (Per scoprire poi che l’assoluto è assoluta semplicità).
    La cover dell’antologia nasce di concerto: Giorgio Linguaglossa trovò quest’opera adatta per la poetry kitchen. Da qui l’adattamento grafico.

  15. … la gallina di Lucio Mayoor Tosi sta bene in una struttura testuale, quale quella della poetry kitchen, che inaugura la discontinuità del tempo narrativo e dello spazio. Si tratta, in fondo di una scrittura frattale. Essa è strutturalmente molteplice e pluristilistica, capace di ospitare più autobiografismi di nuovo conio dentro una stratigrafia cronachistica, fantasmatica e autobiografica…

  16. Prima versione
    Backstage n. 20 sulla Antologia Poetry kitchen

    La gallina in argomento entra nella camera di Kavafis,
    sfiora con le ali lo scaffale con i due vasi gialli senza fiori,
    entra nell’anta destra dell’armadio a specchio,
    esce dalla finestra e becca un garibaldino,
    l’attendente di Nino Bixio al polpaccio sinistro.

    A meno di un metro da Artaud
    che sta leggendo i necrologi su “Le Figaro”
    cadono tappeti turchi, sedie di paglia viennese, federe,
    cuscini in piuma d’oca, un divano color amaranto,
    gabbie di canarini,
    barattoli di marmellata, bicchieri e bottiglie in plastica,
    posate d’argento,
    una confezione di guanciale di Ariccia
    e una copia di Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka.

    A Piazza Santa Maria sopra Minerva di Roma
    l’elefantino butta giù l’obelisco, entra nel Caffè Sant’Eustachio,
    frantuma tazze, confezioni di cioccolata, scatole di latta
    piene di biscotti, sacchi di iuta.
    Poi beve un caffè, ruba una bomba alla crema,
    succhia il cappuccino dalla tazza di porcellana di Silvana Mangano
    che sta girando con De Sica una scena del film L’oro di Napoli.

    Madame Colasson assiste alla scena, visibilmente irritata
    si toglie dai capelli una forcina appuntita
    e la infila nella proboscide coperta di schiuma da barba dell’elefantino
    il quale, alla chetichella, se ne torna sotto l’obelisco.

    Pennac, Robbe-Grillet, Queneau e Perec si recano
    all’Ufficio Affari Riservati al quinto piano di via Pietro Giordani.
    Il direttore, il noto critico Giorgio Linguaglossa, è assente,
    nessuno dei presenti ha notizie di lui.
    Due stanze sono affittate a uffici commerciali,
    le altre abitate da sensali, affaristi, lobbisti e cambia valute.

    Dall’appartamento al quinto piano di via Gaspare Gozzi
    piovono sull’asfalto copie di Le parole e le cose di Michel Foucault,
    di La vita delle cose di Remo Bodei,
    di Il Museo dell’innocenza di Oran Pamhuk,
    di Dalla vita degli oggetti di Adam Zagajeski.

    Ennio Flaiano litiga con Federico Fellini
    per una scena non riuscita de La dolce vita.
    Nino Rota si indispone perché non riesce a terminare
    la colonna sonora del film e lancia dal balcone
    della casa di Fellini a Via Margutta
    una copia del saggio di Italo Calvino La poubelle agréée
    su un gabbiano che insegue un piccione che rovista in un immondezzaio.

    Sotto l’ appartamento alla Circonvallazione Clodia n.21
    un flâneur per strada con la gallina Nerin al guinzaglio
    canta Les feuilles mortes.

    Madame Colasson, rientrata in cucina, si prepara un frullato
    di frutta di stagione mentre scrive l’ultima poesia
    della raccolta Les choses de la vie.
    *

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