L’implosione dell’ordine Simbolico e l’Immaginario, La poetry kitchen, La poesia buffet, Poesie di Alfonso Cataldi, Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Giorgio Linguaglossa

 

Foto 1 2 3Giorgio Linguaglossa

L’implosione dell’Ordine Simbolico

Come si fa a capire qualcosa della poetry kitchen se non la si pensa entro quel rivolgimento che è l’implosione dell’Ordine Simbolico?

L’epoca moderna non solo tende a produrre comportamenti psicopatologici  ma si configura come una società ad alta incidenza di psicopatologie diffuse, psicopatologie di massa, innocui disturbi della psiche o perturbazioni dell’attività fantasmatica.
La diffusione del fantasma a livello di massa nella attuale fase di sviluppo del capitalismo va di pari passo con la diffusione delle psicopatologie non più come mero «sogno ad occhi aperti» di Freud ma come una vera e propria liberazione dell’Immaginario, è questa la caratteristica saliente della implosione del Simbolico.
Il postmoderno segna l’epoca della crisi dell’Ordine del Simbolico. Tale crisi nasce dal fatto che nel postmoderno vengono a maturazione due situazioni che per Slavoj Žižek sono indicative di un difetto strutturale della funzionalità del Simbolico: rimane in questo Ordine una carenza di fondo per cui vi è sempre un resto, un residuo del Reale non simbolizzato, un «qualcosa». Il Simbolico per funzionare necessita sempre di un supporto fantasmatico ovvero di quell’ancoraggio tra la realtà psichica e la rete dei significanti. Il fantasma è ciò che per il soggetto prende posto nel reale e lo supporta, lo sostiene. È destino del fantasma andare al seguito della catena del significante.
L’Ordine Simbolico o Grande Altro, per Lacan comprende la legge e il potere e si presenta con molteplici e complessi aspetti. È l’Ordine che fa da barriera al Reale con le sue forme di godimento ed è titolare dell’importante funzione di tenere insieme l’Immaginario e il Reale. L’accesso all’Ordine simbolico (rete dei significanti e linguaggio) comporta l’alienazione del soggetto, prezzo che questi deve pagare per raggiungere una identità purchessia. È il prezzo da pagare per essere assoggettato.
L’Ordine Simbolico o Grande Altro, alla fine del postmoderno tende a collassare rendendo evidenti le patologie della struttura, dando così origine alle innumerevoli patologie identitarie di oggi: psicopatologie diffuse, narcisismi patologici, fondamentalismi, misticismi, esoterismi, integralismi religiosi, integralismi politici, personalismi, presenzialismi, manie e fobie le più varie etc. Il Reale diventa un Immaginario popolato di spettri. E gli spettri ritornano nell’Immaginario, popolandolo.

Queste perturbazioni della nostra società sono presenti in amplissima misura nella poetry kitchen o nella poesia buffet che pescano le proprie risorse nelle perturbazioni e nelle patologie dell’Immaginario.

L’Immaginario

È pensiero della filosofia contemporanea che l’immaginario sia mantenuto in vita artificialmente. Ed è vero, la religione telemediatica mantiene in vita l’immaginario, lo coltiva, lo concima, lo forgia. Quando vediamo un film o leggiamo un romanzo o una poesia riconosciamo subito l’immaginario che li popola. È l’Immaginario a fornire l’alfabeto, il lessico e la sintassi delle «istanze di verità», che piega alle sue ragioni le ragioni del logos. Chiediamoci: la poesia di Gino Rago, di Francesco Paolo Intini, o quella di Mauro Pierno sono un prodotto di artificio?, di maniera? – come qualcuno ha obiettato -.

Io penso il contrario: senza una ricerca si cade dritti nella maniera e nel manierismo. È invece la ricerca che ci consente di evitare il manierismo. Di solito prendiamo per buono l’immaginario che ci consegna l’ideologia dominante, ma la poesia che ne risulta diventa un epifenomeno dell’ideologia e nient’altro. Anche la poesia fa parte dell’ideologia, ne è parte integrante, fa parte della visione del mondo di un’Epoca. Qualcuno dice che Sì, si tratta di un irreale (l’Immaginario) che procede da una realizzazione linguistica (il Simbolico). Altri sostengono che la poesia sorga da una duplice istanza di verità: è vera per me che la faccio e per te che la leggi. Ma anche questo argomento che riporta tutto al soggettivismo a me sembra specioso. Ma, in fin dei conti, che cosa significa «istanza di verità»? È il logos che muove l’istanza di verità o accade il contrario?

La poetry kitchen vuole rimettere tutto in discussione, in primis l’Immaginario maggioritario e il logos che lo racconta. Il movimento della coscienza è intenzionale e inintenzionale insieme, noi vediamo solo le cose che l’inconscio ci suggerisce e non altro. Nel caso dell’immagine il correlato della coscienza è preso di mira come ciò che non è sottoposto al mio sguardo, anzi, che non dipende dal mio sguardo, anzi, tanto meno dipende dal mio sguardo tanto più quella immagine sarà vera, sarà «istanza di verità». Sono «istanza di verità» anche ciò che viene espulso dalla «verità», ciò che non è ritenuto degno di entrare nella «verità».

È questa la novità della poesia buffet. O poetry kitchen.

Francesco Paolo Intini

 Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti: “ NATOMALEDUE” è in preparazione. 

Scatto dopo scatto

Sul maniglione era scritto: “QUI SI VIVE”.
Meglio non aggiornare il tasso d’ateismo.

A ogni tocco uno scatto di mamba.
Ma qualcosa andava storto.

Cruscotto in moto. Uteri allevati da feti.
Secondo scatto, chiusura della cataratta.

Gli uomini del porto cavalcarono alici

muovendo il vento
distillarono cobalto.

Da qui non si passa.
Se guardi bene troverai una galassia.

Costruirono la Luna di Flaiano riciclando caffettiere
Così prese a pendere sugli intellettuali.

Restavano versi a sé, nudi del racconto
Senza alcun ritegno, urati del dolore

Vista sulle Alpi con bagnanti
Mossa di caffè che gira cucchiaini
.
Nessuno sapeva come trasformare un po’ di massa
in termini di Io.

Il rischio di rimanere sepolti
da una pioggia radioattiva.

Tra chi lascia l’ostrica con la perla al collo
e i forzati della parola,

Il pesce nuvola di Hiroshima.
Esploso di una brocca.

Ad oganesso sotto controllo
Il Dio delle previsioni toccava ferro.

Giorgio Linguaglossa

Ecco una mia poesia del 2013, poi pubblicata nel 2014 in La filosofia del tè, un libro di finte cineserie, scritta in un linguaggio che precede le acquisizioni della nuova fenomenologia del poetico, la poetry kitchen. Mi rendo conto solo adesso di quanta strada è stata fatta da questa cineseria alla poetry kitchen!

L’allievo Tu I torna dalla guerra

Quando tornai a casa, dopo il tempo
dell’invasione dei tartari,

mi rallegrai che la mia casa fosse stata risparmiata,
mi rallegrai nel trovare mia moglie,

in piedi, in cucina, che mi scaldava
il tè nel bricco che bolliva sul fornello,

il fedele domestico, più vecchio e più magro…
c’era financo lo sgabello

ancora intatto sul quale un tempo
poggiavo i piedi dopo pranzo,

mi rallegrai nel trovare Zerco,
il mio cane, che mi venne incontro scodinzolando,

(lui sì, mi aveva riconosciuto)
mi rallegrai nell’ascoltare i racconti

di mia moglie circa i lutti dei vicini,
le uccisioni, le depredazioni inaudite

e le vicende degli amori clandestini
che erano fioriti in quegli anni cupi…

mi rallegravo del cinguettio dei passerotti
sugli alberi, che il mondo

continuasse a girare come prima.
Mi rallegravo io stesso

di essere sopravvissuto in tutti quegli anni
dell’invasione barbarica.

«Dopo tutto è il male minore
essere ancora in vita – mi dicevo per rassicurarmi –

e c’è un male peggiore,
quello di non esserlo più, in vita»;

ma non riuscivo a persuadermi,
a capacitarmi del tutto e guardavo dalla finestra aperta

i rami del mandorlo fiorito che uscivano
dal buio ed entravano nella finestra

così, senza cercare nulla, senza volere nulla.

 

Alfonso Cataldi

Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Scrive poesie dalla fine degli anni 90; nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone.

Voleva solo partecipare

Il corrimano sale fino al terzo piano e buca il finestrone.
«Hai caldo pure tu Luna?»

O due calici rasi sono sufficienti a immaginarti porno?

Confucio regalava sempre una goleador
a chi calciava un esempio di virtù nella comunità avversa.

«La società liquida è durata meno del previsto»
il Covid voleva solo partecipare

però la temperatura è scesa appena di tre gradi
e i barbecue non hanno fatto un fiato.

Il basilico dei vicini la sera si finge morto
di fronte alle nostre serie TV preferite.

«Jesse, non lasciarlo andare. Getta le chiavi dell’auto nel dirupo
non resisterà più di due puntate alla tua neurodiversità.»

Con il coltello sotto il cuscino

Passa tutto il giorno attorno a un solo buco di groviera
e non lo sa che non produce ossitocina.

Il topo autistico da laboratorio
guiderà le distrazioni umane?

L’endocrinologo ha disegnato i bottoncini sotto le mammelle
La bilancia non porta un filo di trucco

e dichiara tre chili in più
da colare su una mutilazione priva di display.

Halloween non è mai presente quando serve
e non risponde al telefono.

Qui dormono tutti con il coltello sotto il cuscino
di notte girano i cacciatori di soci Coop.

Lucio Mayoor Tosi

Se c’è una cosa che mi piace nei poeti NOE, che nel leggere un verso ti dimentichi di quello precedente; ma non ti preoccupi, perché il poeta NOE sa come come fare per rimetterti in carreggiata. Va in larghezza, il verso Alfonso Cataldi. Ed è una poesia a molti piani. Un palazzo. Adattissimo per il Covid.

Giorgio Linguaglossa

caro Alfonso Cataldi,

hai avuto pazienza e infine la tua attesa è stata premiata. Un tempo scrivevi poesie dove il reale era lì dove tutti pensavamo che fosse, come pensavo io nella poesia del 2013 postata sopra. E invece non è affatto così scontato, il reale non è lì dove noi credevamo ingenuamente di averlo lasciato.

«Il Reale è ciò che torna al suo posto», scrive Lacan. Rispetto alla nozione di Reale Lacan definisce l’oggetto come qualcosa che si pone al limite della nostra esperienza e che ad esso possiamo riferirci solo mediante il pensiero che esso è lì dove si trova. In un primo tempo ne parla come di un impossibile ed in effetti per reale si può intendere come qualcosa che fugge sempre, ma che, indipendentemente da quello che intendiamo farne, ritornerà sempre al suo posto. Per la poetry kitchen il reale è ciò che resta prima che gli oggetti ritornino al loro posto, prima che l’Ordine sia ricostituito. È in questo modo che va letta la tua poesia non-realistica. È che tu hai capito che il reale non si trova più lì dove ieri sera lo avevamo lasciato.

Mauro Pierno

Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”, è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”. 

La simulazione della primavera ha quattro costole incrinate, davvero partiresti?
Le coste deserte affettano portamenti dandy, sopraggiungono in sordina. La canoa o un fuoribor-do?
Nelle tasche un volantino di poesia a metaprezzo. La riduzione è sugli scaffali.
Qualche spicciolo per ascoltare una voce. Dall’alto di un drone è sopraggiunta una carezza.
Proporre le uniformi di centomila cuochi in cottura. Un Fondo di Recupero italiano.

La proposta la conoscete: lasagne al pesto
a Portofino!
Il mare è un clacson, sono nel ramo frigidaire.

Primo Quadro

Un cielo colmo.
Un sogno a dismisura di una pallottola comunemente chiamata Gino.
Con sembianze studios. Le pareti tutte coperte dalle opere della Marie Laure.
Lunedi con le macchie di azzurro, il martedì
affiancando i rossi, i martedì i viola, e così via. Alle pareti una sequenza di quadri. Senza soluzione di continuità.
Affiancati gli uni agli altri, incastrati per dimensione, per tratto, per assonanza. Senza cornice. E a microfoni spianati le vicissitudini di una pallottola recitate ad alta voce,
con brio. Andante.

 

10 commenti

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10 risposte a “L’implosione dell’ordine Simbolico e l’Immaginario, La poetry kitchen, La poesia buffet, Poesie di Alfonso Cataldi, Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com

    Sulla posizione come Stimmung.

    La poesia nasce sempre da una «posizione». L’uomo prende una «posizione» nella vita di tutti i giorni. Ed intona un accordo, una voce. Prima o poi è necessario prendere una «posizione», non ci si può sottrarre a questa esigenza, non possiamo sottrarci tutta la vita a questa necessità. I poeti che si sottraggono a questa necessità, in realtà fanno chiacchiera, producono parole superflue e imbonitorie, polinomi frastici. L’esserCi è già sempre situato emotivamente in una «posizione», siamo ciò che la posizione ci dice di noi.

    Oggi va di moda restare nella «posizione» che si ritiene più idonea di vantaggi immediati, ma si tratta, appunto, di vantaggi immediati, che reclamano visibilità, vetrina, applausi, I like, auto storicizzazione. La produzione di polinomi frastici (in politica, nella comunicazione, nell’arte) ha oggi raggiunto livelli di allarme, si tratta di un rumore di fondo che cresce ogni giorno di più.
    Ricevo e leggo molti libri o PDF di poesia. Gli autori mi chiedono un parere. Io di solito rispondo che si nota che l’autore ha cessato ogni ricerca. Di solito gli autori restano sbigottiti e allora io gli chiedo di rispondere prima a questa semplice domanda: «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?».
    La risposta è sempre il silenzio.

    Quello che io intendo è una «posizione» esistenziale, una modalità, una Stimmung, un modus non una «posizione» utilitaria, o comunque sinallagmatica e privatistica, è di una posizione metafisica ciò di cui io parlo, che abita il passato remoto, che poi è la dimensione dove regna l’Assoluto, e la dimensione del futuro dove regna l’Aleatorio, colui che verrà e di cui nulla sappiamo. È difficile inoltrarsi nel passato dell’Assoluto, ma solo sondando quella soglia di cui non vi sono orme ma solo tracce che noi possiamo attingere ciò che è a noi proprio e ciò che è di più intimo a noi.

    Se c’è un aspetto che la poesia buffet mette alla berlina è il cinismo. I cinici di oggi scrivono una poesia comunicazionale e istrionica, paperonica pensando di apparire à la page, non sono cinici e neanche disperati, sono semplicemente neutri, raggomitolati attorno all’io, raffreddati…
    Ormai siamo tutti quanti affetti da raffreddore, un raffreddore invisibile, impalpabile, incorporeo… un po’ come le parole che abitiamo ed impieghiamo: parole neutre, raffreddate, congelate se non ibernate. Con quelle parole non possiamo costruire che cattedrali di carta che un alito di vento …

    La poesia posiziocentrica che fanno i cinici di massa di oggi, i produttori di polinomi frastici che va di moda oggi è piena di un io ipertrofico, piena di sarcasmo narcissico. Ebbene, quella poesia non ci riguarda, non ci riguarda il gesuitismo destrista e postruista dei «poeti» di comunione e liberazione …

    «…Una sindrome sociale psicopatologica che è stata definita dal filosofo tedesco Peter Sloterdijk col nome di Zynismus per distinguerla dalla corrente della filosofia antica che in tedesco si chiama Kynismus.

    Il cinico dei giorni nostri sarebbe, secondo Sloterdijk, un melanconico ancora in grado di controllare i suoi sintomi depressivi, mantenendo una capacità produttiva. Mentre il cinismo antico era una forma estrema di individualismo in lotta con la società del suo tempo, il cinismo moderno è qualcosa di così capillarmente diffuso nella società occidentale da costituire la vera garanzia di integrazione in qualsiasi ambito d’attività. Quanto al rapporto che l’individuo ha con sé, esso si riduce a un lavoro di autorappresentazione, di costruzione di un’immagine di se stessi che sia conforme ai modelli suggeriti dalla pubblicità, dalla moda e dall’industria culturale.

    In questo vuoto intellettuale, spirituale e affettivo sono le provocazioni del consumismo sfrenato e del neonazionalismo ad avere la meglio su qualsiasi progetto razionale…»,1

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 107

  2. Scritta ieri, in una delle (mie) tante “posizioni”:

    Ok compagni, è ora di ricordare a tutti che siete di sinistra.
    Bella ciao la ascoltiamo un’altra volta.

    Ok compagni, ho un dattero per la cena. Verranno alligatori
    a mangiarselo. Partiamo da qui.

    Ok compagni, lavoro in carrozze del trasporto scorie nucleari,
    ho tre figli, quattro nipoti. Via Spallanzano Segre.

    Ok, compagni, date quel che vi serve per essere, se non felici,
    infelici. Logica della ragione in spalla.

    Ok, compagni. La base populista vi sta dando una spinta
    a sinistra. Siatene grati.

    Ok, compagni. Se ve l’hanno messa in quel posto vuol dire
    che lo meritavate.

    Ok, compagni, andate a quel paese.

    (May set 2020)

    • caro Lucio,

      la poesia non c’è. C’è soltanto un «vaffa». Quello che c’è è una troupe, un cast, un set, un allestimento scenico diretto ad uno spettatore unico (i compagni)… i tuoi «compagni», a loro volta, sono spettatori di un vuoto, di un niente, di un’opera in negativo, di una assenza. La tua poiesis nasce dalla tua personale crisi e così si chiude: in un «vaffa» che altro non è se non un «vaffa» alla vita e alla storia del nostro Paese che, lasciamelo dire, è un Paese nato dalla lotta di resistenza al nazi-fascismo (attenzione a non buttare nell’immondizia anche questo valore!) … la tua è una grande confusione senza perno, senza centro nei cui confronti tu non sai dire altro che un «vaffa», che altro non è che il prodotto di una gran confusione che ti abita.
      Penso che adesso l’opera può compiersi, l’atto creativo diventa il movimento stesso con cui il poeta abbraccia questo vuoto che altro non è che la tua stessa confusione…

      • A pensarci bene, mettendo da parte la divergenza di vedute, per quanto attiene ai “linguaggi complessi e non definitori ” trovo che vi sia del “vaffa” anche nella Poetry kitchen. A chi o cosa sia rivolto, questo in certa misura è stato detto.

        • A pensarci bene, caro Lucio,

          io ti preferisco quando fai dell’Antipoetismo anipoetico, una poesia rigorosamente apofantica e ipofanica che mi ricorda qualcosa di Ionesco e qualcosa di Beckett come tradotti e trasmigrati in un’altra lingua. Siamo nel budello di un imbuto, l’imbuto dell’implosione dell’ordine simbolico… qui tutti i riferimenti sono saltati, non c’è più alcun corrimano, alcuna maniglia a cui aggrapparsi… sopravvivranno soltanto i più forti, gli artisti, intendo, coloro che sono abituati a sopravvivere nella foresta pluviale…


          Lucio Mayoor Tosi

          Frasi d’amore

          Chi per una partita a due?
          Chi per scambiarci il cane?
          Chi per due tazze di yogurt con banana?
          Chi per mille lire?
          Chi per l’andata e due ritorni?
          Chi per stonare cantando insieme?
          Chi per misurarci la pressione?
          Chi per alzare insieme le tapparelle?
          Chi per stare fuori dalla Disco?
          Chi per non andare in Indonesia?
          Chi per un week-end sul lago Washoe in Nevada?
          Chi per un solo gelato alla menta?
          Chi per due donne che si baciano?
          Chi per stare all’ombra di una torpediniera?
          Dai, ditemi!
          Chi per contare le baionette?
          Chi per “non avere paura”?
          Chi per metterci le bombe?
          Chi per (non) morire abbracciati?

  3. 8½ di Federico Fellini

    è la storia del regista Guido Anselmi e della sua profonda crisi esistenziale, che lo porta aconcedersi un periodo di cure in una località termale. Guido sta lavorando al suo prossimo film maha in mente solo una grande confusione. Raduna intorno a sé attori, comparse, produttore,sceneggiatori e ognuno gli domanda quale sarà la sua parte nel film, quando inizieranno i lavori,
    dov’è la scenografia, di cosa tratta questo film. Anche le persone più intime del regista gli si stringono attorno, la moglie, l’amante, l’amico fidato lo vanno a trovare. Dal canto suo, Guido non può far altro che intrattenere rapporti sterili con ognuna di queste persone, annebbiato com’è dall’angoscia non solo per la realizzazione del film ma per la vita stessa, incalzato da una totale sensazione di vuoto.

    «Tiene in piedi un’infinità di rapporti nei quali si dibatte come una mosca in
    una ragnatela ma probabilmente senza questi legami cadrebbe nel vuoto più angoscioso, perché glisembra di non essere ancorato proprio a niente».

    La vicenda si svolge scivolando repentinamente dal piano reale a quello fantasioso, immaginativo, che via via si sovrappongono fino a non distinguersi più, in un grandioso finale dove il regista riconquista il senso della propria esistenza nella scena di un carosello sognato.

    Piano filmico e piano metafilmico, piano reale e piano della fantasia. Come in un gioco di specchi,Fellini muove e incrocia questi quattro livelli per raccontare, e infine realizzare «la messa in scena
    dell’istante cruciale della creazione artistica.

    Vediamo da vicino le ultime essenziali sequenze. Il produttore – che abbiamo visto essere una figura tanto centrale nella filosofia del cinema di Fellini – ha organizzato una conferenza stampa senza coinvolgere il regista, che ci viene portato direttamente e di peso. I temporeggiamenti di Guido sono finiti, non può più scappare dai suoi impegni, viene tirato giù dalle nuvole con la forza come nel sogno all’inizio del film.
    Come un bambino che non vuole entrare a scuola, Guido prova a divincolarsi ma viene trattenuto e portato a sedere al tavolo della conferenza stampa. Tutto intorno un gran chiasso, i flash dei fotografi, i critici, con le loro domande intelligentissime e con taccuino in mano.

    L’artista, supposto essere in contatto con la Verità, ora deve parlare, deve dire qualcosa perché troppi hanno investito troppo sul suo lavoro, sulla sua persona. Con un ghigno diabolico, una giornalista strilla “He has nothing, nothing to say!”. Lo sconforto di Guido è al culmine.

    Si comincia a smontare il set, il nulla ha avuto la meglio; interviene l’intellettuale il quale arriva a giustificare la fine del film, la caduta del regista nella miseria del fallimento, dell’assenza d’opera. Con un acume filosofico
    -politico davvero degno di nota,Fellini fa delirare il discorso razionalista del critico verso la sua vera natura, una sorta di purismo estetico che rivela subito il suo risvolto eticamente razzista e paranoico. Il discorso dell’intellettuale non può che rimandarci alla parentela tra giudizio estetico e giudizio politico, la loro origine comune e i rischi di una ontologizzazione del fenomeno artistico.

  4. giorgio linguaglossa
    16 settembre 2020 alle 17:56 Modifica
    gentili lettori e interlocutori,

    mi rendo conto che adoperare oggi il termine «marxista» sia quasi un abominio, suoni quasi inverecondo per il suo essere fuori moda, ma tant’è, io lo impiego perché non ne ho altri di migliori a disposizione. Sarebbe bene volare basso basso e posare la poetry kitchen sul piano basso dei linguaggi con una consapevolezza alta della complessità dei linguaggi contemporanei, in particolare dei linguaggi della poiesis nell’epoca che vede il «turbo capitalismo», come è stato definito, mettere in opera le sue accelerazioni per passare dall’Epoca della stagnazione (posteriore alla crisi del 2008) ad una Nuova Epoca di sviluppo compatibile con le risorse a disposizione (l’attuale Recovery fund).

    Per Žižek il Reale è ciò che si sottrae a qualunque simbolizzazione o significazione, ciò che resta alla simbolizzazione e che resiste alla significazione.
    Esso è sempre relativo a un soggetto. Il Reale è ciò che sta «là fuori» (esterno e contrapposto al mondo interno del soggetto) e che non dipende da noi. Esso è ciò che può essere compreso da leggi sotto il nome di realtà scientifica ma anche ciò che la legge simbolica ricopre e che alla legge sfugge come residuo non simbolizzabile.
    Il Reale resiste ad ogni rimozione e si presenta negli oggetti osceni dei fantasmi amorfi (frammenti dell’oggetto lacaniano petit a), oppure è ciò che esplode in modo inaspettato alla maniera del Covid19 e verso il quale siamo disarmati. Esso preesiste al processo di soggettivazione e post-esiste, è ciò che si configura come trauma, qualcosa che è inassimilabile a noi. E allora, non ci resta che convivere e coabitare con Esso.
    Il contatto col Reale è rischio di morte. Il Reale žižekiano richiama il godimento osceno, la jouissance, il godimento collocato al di là del principio del piacere.
    Žižek opera una torsione del Reale lacaniano nel senso che per il filosofo di Lubiana abbiamo che «il Reale non è impossibile nel senso che non può mai accadere. No, il problema con il reale è che esso accade e questo appunto è il trauma. Il punto non è che il reale è impossibile, ma piuttosto che l’impossibile è Reale».1

    Che cosa significa fare oggi poesia? Penso significhi fare una poiesis che sia all’altezza della richiesta di linguaggi complessi e non definitori che l’attuale fase storica del capitalismo richiede.

    1 Slavoi Žižek Glyn Daly Psicoanalisi e mondo contemporaneo, 2006 p. 97

  5. Il 26 settembre del 1990, trenta anni fa, moriva lo scrittore #AlbertoMoravia, uno degli autori più importanti del ‘900 italiano, lo ricordiamo insieme con uno Speciale realizzato da Rai Letteratura. Buona visione: https://bit.ly/3iQ7umu

    • Più che ai critici o agli scrittori che conoscono l’opera di Moravia, e più che ai registi che hanno tratto i loro films da opere moraviane, per un autentico ritratto di Alberto Moravia io darei la parola alle attrici, dalla Loren alla Lollo, dalla Bardot alla Spaak alla Cardinale, per comprendere dalle loro dirette testimonianze le ‘fatiche’ cui si sono sottoposte per afferrare come si dice “l’anima” dei pesonaggi moraviani portati sulle scene.
      Caro Giorgio Linguaglossa, che pensi di questa mia idea?

  6. vincenzo petronelli

    Cari amici,
    è un grande piacere ritrovarvi: ritrovarvi intervenendo con una mia testimonianza intendo, perché in realtà continuo a seguire quotidianamente gli spunti sempre pregevoli e stimolanti dell’ “Ombra” che tanto sta contribuendo all’evoluzione del mio percorso poetico. Trovo che il concetto ed il modello di Poetry kitchen siano un punto d’approdo importante della ricerca della Noe, in quanto suggella quell’idea di procedimento per “scomposizione e ri-strutturazione” della realtà, protesa verso ricerca del “chaos originario”: quella galassia puntiforme che è la radice del mondo, della vita, che per necessità di orientamento l’uomo nel corso della sua storia ha dovuto racchiudere in schemi interpretativi razionalistici, finendo però per farne il paradigma unico nel’interpretazione del suo modello gnoselogico. La poesia della Noe riesce a ricreare l’ordine reale del mondo, proprio nel momento in cui ne riporta alla luce la sua natura caotica, frantumata. C’è una frase di Giorgio che mi ha colpito: ” il reale non si trova più lì dove ieri sera lo avevamo lasciato”; è un’immagine perfetta, ma la cosa straordinaria è che proprio questo continuo slittamento della collocazione del reale è esattamente ciò che consente alla Nuova Ontologia Estetica di riprodurre fedelmente la magmaticità della fase storica che stiamo attraversando; trovo che nel panorama della poesia italiana attuale, ormai derelitta rispetto alla sua funzione di strumento interpretativo della contemporaneità, gli scritti dei poeti della Noe siano le sole testimonianze che la poesia itaiana potrà consegnare alla storia come contributo alla ricostruzione di questo periodo storico. Un caro saluto a tutti voi.

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