Nietzsche, Sul concetto di «catastrofe», poetry kitchen, Slavoj Žižek, Giorgio Linguaglossa, poesia di Francesco Paolo Intini, Marina Petrillo Quadri e illustrazione di Marie Laure Colasson e Lucio Mayoor Tosi

[Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa, la macchia, 35×35, acrilico, 2020]
Osserviamo attentamente, ed ecco che emerge una “macchia” (nella parte inferiore, centrale, a sx?). Soltanto distorcendo la prospettiva di osservazione, ovvero, guardando il quadro obliquamente fino a non poter distinguere la partitura dei colori, l’ osservatore potrà realizzare che quella zona non riconoscibile corrisponde ad un buco nero: il punto/centro geometrale cartesiano è perduto, quello che emerge è la zona di angoscia che non può essere raffigurata se non da una macchia nera. L’indicibile. L’irrappresentabile. La catastrofe.

Giorgio Linguaglossa 

Sul concetto di «catastrofe»

Nietzsche scrive:

«Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nichilismo.
Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già per cento segni, questo destino si annuncia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare»1

«“Tutte le cose diritte mentono,” borbottò sprezzante il nano. “Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”» (La visione e l’enigma)

La zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo, è già in sé una ideologia.
Abbiamo dato agli azzeccagarbugli la lingua del Principe di Salina.
Sullo sfondo di una realtà che sparisce per lasciare posto all’iperrealtà, alla pseudorealtà e alla iporealtà, alla ipoverità, alla pseudoverità e alla iperverità, la distanza tra segno e referente, tra segno e cosa, si fa squarcio insondabile. Dal capitalismo della produzione e dei consumi, oggi ci troviamo immersi in un capitalismo semiurgico, capitalismo della manipolazione dei segni, semiotico, semantico nel quale le parole diventano insensibilmente innocue, si iperbarizzano, si atrofizzano, entrano nel frigorifero e da lì ne escono a temperatura sotto zero, pronte per essere impiegate nelle catene di montaggio dei significanti e dei segni.

Il linguaggio che impiega la poetry kitchen, a ben guardare, è un linguaggio rifritto, di seconda o terza cottura. Tutta la migliore poesia di oggi è di seconda o terza cottura, ripassata in padella. I puristi del bel verso eufonico sono quei tuttofare disposti a tutto. Così come anche in pittura. Guarda i vari strati di pittura, gli strati di colore, i graffi, le smagliature, i tagli, le ulcerazioni sovrapposte intendo, sui quali il pittore stende la pittura, ehm, definitiva, volevo dire ultima, giacché di definitivo nell’arte di oggi non è rimasto un bel niente, sono il conglomerato di una idea di poiesis che si fa per sporcificazione, quando invece non c’è bisogno di alcuna sporcificazione, è il reale stesso in modo oltraggioso sporcificato oltre misura. La poesia della poetry kitchen mi dà la sensazione di una scrittura un po’ improvvisata, come se fosse una scrittura ancora da ultimare. Ma è che non è più possibile pensare di scrivere una scrittura definitiva e definita, oggi non è più pensabile pensare di licenziare una scrittura poetica ultimata. Oggi è forse possibile soltanto una scrittura che porti con sé un quantum di improvvisazione, di oscillazione, di inquietudine e di incertezza… Che poi è, mi sembra di capire, quella cosa che sta a cuore alla nuova fenomenologia del poetico. La nuova poesia ha in sé il marchio di fabbrica della propria vulnerabilità e della tendenza alla disparizione oltre che all’ammutinamento. La poiesis tende all’ammutinamento nella misura in cui tende all’ammutolimento. La costituzionalizzazione della poiesis che ha avuto luogo a partire dagli anni sessanta ad oggi è stato un prodotto storico inevitabile, ma questo non è un motivo sufficiente per considerare eterno ciò che è soltanto un prodotto storico.

Opere di Friedrich Nietzsche, edizione italiana diretta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, voI VIII, tomo II [Frammenti postumi 1887-1888], tr. it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 1971, pp. 392-393)

«Benvenuti in tempi interessanti»

di Slavoj Žižek

«Ci sentiamo liberi perché ci manca il linguaggio necessario per articolare la nostra mancanza di libertà.»

«Non abbiamo un linguaggio idoneo per esprimere lo stato di catastrofe in cui ci troviamo.» (g.l.)

top pop poesia, poetry kitchen,  poetry buffet e top picture

Per capire il mondo attuale non abbiamo più bisogno della poesia.
L’arte che si fa oggi in Europa è simile al dolcificante che si mette nel veleno.
I piccoli poeti pensano al dolcificante in dosi omeopatiche…
I grandi poeti pensano al dolcificante in dosi macropatiche…
È molto semplice: Dopo le Avanguardie non ci saranno più avanguardie, né retroguardie, le rivoluzioni artistiche e non, non si faranno né in marsina né in canottiera. Non si faranno affatto.
Siamo all’interno di un gioco di specchi. Ciò che vediamo sono le illusorie metastasi della realtà.
Ripeto, Faust chiama Mefistofele per una metastasi, dal titolo eloquente del libro di Francesco Paolo Intini.

Francesco Paolo Intini

Eleatiche

Va e viene da Elea. Lucky Strike tra le dita.
Parmenide e la convinzione di tirare su una palma dalle ciglia.

Una bozza di romanzo sull’immortalità
Un altro alle stampe e seppellito in veranda.

Joker ammazza Batman finalmente.

Una biscia intanto inghiotte un geco
Lo stomaco lungo un anno luce fa conteggi di Piraha.

Lo scuro per evadere il fisco,
il bianco gira le spighe di granturco
cocendosi a popcorn.

Le vedi schizzare fuori da anfore
inseguite da grosse spigole:

il peplo non basta a coprire i capezzoli.

Capisci Zenone non appena
Ammucchi il verde in una punta d’ ago.

Pinete a pastelli, però.

La stiva vuota, il molo partito.
E c’è posto sufficiente per barili di noia.

Ora il poeta grande riposa.
Ma lascia un siluro da affondare.

L’immortalità dell’anima è nel libro d’ottone
Autunno “ Zukov” avanza con scarpe da jogging e maschera di Riace.

Silla lo riconosci dall’ accento romanesco
Il selfie nella fodera del gladio

Mangia, invade, ordina Covid e arrosto di maiale.
Luce finalmente, curiosità d’ossiuro su carne macinata.

Poi venne lo yankee
Non fu civile, perse quota e avvitò l’aereo al secolo seguente.

La copertina non è stata sufficiente a contenerne l’urto vincente.
Doveva essere utero, invece, partorì sequoie

Così fu detto, di Scrooge Duck -a sproposito credo-
mangiucchiando tuba e chicchi d’ orzo bimbo.

Non basta la libido a tutto
Occorre dividere e razionarla

Pacchetti d’energia
In ogni ciotola di riso.

L’abbandono del campo del compagno Duch
interrogatori oltre cortina.

Dopo la spremitura
Un coltello di limone

Come s’immagina l’Inferno? Kampuchea eterna
Campi di trigemino

Anche le idee hanno la loro mietitura
Spighe d’uguaglianza, covoni di fratellanza

Se pensi bene c’è sempre un pizzico di paradiso
in ogni nervo d’ intellettuale
(“Spicchi di beatitudine” suggerimento di Pol Pot)

E dunque è un lavoro sporco da portare a termine
Fino alla corteccia cerebrale

Toro scatenato contro Martin Scorsese

La pellicola recita messa ogni mattina
Un buon odore di rucola. Incenso di Giordano Bruno.

E il tempo è una trottola all’incontrario
stringe in curva, getta fuori millennio.

Povero Faust che si avvita e sbatte contro il guard rail
Le idee danno zuccheri da mettere nel branco

Tu non sei l’idea che sopravvive su Manhattan
La coscienza resiste poco, cede al Boeing, sfregola l’acciaio fuso.

Dopotutto l’eternità è tecnologia di parole
Smontare “sempre” in quark.

Meccanica di protoni nel propulsore.
Noia uguale energia al quadrato.

A schede perforate e valvole sostituiremo
l’alfabeto Morse e dunque le dita della mano.

Le anime combattute mettono una margherita all’orecchio
ricominciano a contare sulla vetta di Elea

poi mandano un drone a perlustrare la periferia dell’universo:
a troppo stramonio corrisponde un blocco stradale.

Un tir fermo blocca la via lattea, ruggisce la Polare
L’onda ferma non sarà riavviata.

Buchi nella macchia dell’uliveto
Chi o cosa tiene assieme tanti “sempre”?

Le tre lingue dei colori fondamentali
nel fischietto una risposta.

Filini organizza una partita.
Di Sofocle il goal vincente.

Francesco Paolo Intini (Noci, 1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016), Natomale (LetteralmenteBook, 2017) e Nei giorni di non memoria (Versante ripido, Febbraio 2019). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Ha pubblicato nel 2020 Faust chiama Mefistofele per una metastasi(Progetto Cultura).

 

Marina Petrillo 

Sospinge il bando della illuminante prigionia a candore
l’esule rapsodo, dal tardivo canto trafitto.

A lieve morte declama il sacrilegio reso muto
popoli vessati sospinti in cerea moltitudine dalla voce
evocata sapiente in perenne cecità.

Potenza genealogica sottratta alla parola
del cui stato occulto permane vibrante de-creazione
sede deserta germogliante Muse.

Evento ignavo al crogiolo del dubbio
la santificazione del presente a sua dottrina.

Apologo dell’inespresso Logos in amnesia alfabetica,
venerdì sera estatico al martirio del sabato
preannunciato a commiato dal rado esistere.

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale vive da sempre. Ha pubblicato per la poesia, Il Normale Astratto. Edizioni del Leone (1986) e, nel 2016, a commento delle opere pittoriche dell’artista Marino Iotti (Collezione privata Werther Iotti), Tabula Animica, opera premiata nell’ambito del Premio Internazionale Spoleto art Festival 2017 Letteratura e materia redenta (progetto Cultura, 2019). Sta lavorando ad un’opera poetica ispirata a I dolori del giovane Werther di Goethe. Sue poesie sono apparse su riviste letterarie. È anche pittrice.

9 commenti

Archiviato in poetry kitchen, Senza categoria

9 risposte a “Nietzsche, Sul concetto di «catastrofe», poetry kitchen, Slavoj Žižek, Giorgio Linguaglossa, poesia di Francesco Paolo Intini, Marina Petrillo Quadri e illustrazione di Marie Laure Colasson e Lucio Mayoor Tosi

  1. Il punto X

    La poetry kitchen ha abbandonato il Principio di ragion sufficiente, non si pone più il quesito del perché qualcosa ha ragione di esistere e qualche altra cosa no, tutto esiste contemporaneamente, magari in un’altra dimensione, e quindi tutto è contemporaneo. Tutto dipende dai condimenti e dagli ingredienti che abbiamo in cucina. Tutto dipende da ciò che abbiamo in dispensa, in cucina… a portata di mano. E la poesia la si fa con ciò che abbiamo a portata di mano.

    Lacanianamente, il Simbolico è sempre mancante in un punto X. Il punto X è il punto non rappresentabile della rappresentazione. In quel punto il Simbolico non è simbolizzabile. Ma questo significa semplicemente che il Simbolico è simbolizzabile proprio grazie a quel buco lasciato vuoto, grazie a quel punto non-simbolizzabile.

    Il processo simbolico funziona così, da un lato opera entro un contesto fantasmatico, dall’altro implica una X non simbolizzabile, un «nucleo reale-impossibile» (dizione di Slavoj Žižek ), un punto vuoto, un punto cieco che inghiotte il Simbolico e che ne consente l’emersione. Ecco che la triade Reale-Simbolico-Immaginario comincia a prendere profondità e senso: il Simbolico è sì la dimensione dominante nell’uomo, ma essa, proprio perché umana, non è concepibile indipendentemente dal Reale (che forclude e che presuppone) né dall’Immaginario da cui è fondata e che continua a suscitare.
    Nel seminario lacaniano RSI del 1974-5 questa emergenza fondamentale riveste una funzione psico-sociale, un aspetto individuale-collettivo: la costellazione Immaginario-Simbolico-Reale si dà in un nodo borromeo in quanto discende dal funzionamento dialettico: il Reale è la mancanza che si iscrive nel Simbolico, e l’Immaginario è la cornice fantasmatica che consente al Simbolico di emergere.
    Quand’è che si incontra il Reale? Rispondo: la poiesis è il luogo ideale dove si incontra il Reale nel suo travestimento nel Simbolico.
    «Quand’è che io incontro l’altro nel Reale del suo essere… solo quando incontro l’altro nel suo momento di jouissance, cioè quando scopro in lui/lei un piccolo dettaglio- un gesto compulsivo, una eccessiva espressione del volto, un tic- che segnala l’intensità della realtà della sua jouissance …l’incontro con il Reale è sempre traumatico, c’è qualcosa perfino di minimamente osceno in esso» (S. Žižek 1999, p.32)
    Per esempio, ciò che emerge dal Reale è l’immagine del «tram addormentato» in questo verso di Marie Laure Colasson in chiusura di una sua poesia:

    «Il tram si è addormentato come un viso mal rasato e sudato»

    dove è evidente che ciò che è inverosimile e inappropriato (la metafora di «un viso mal rasato e sudato» che equivale al «tram [che] si è addormentato), diventa invece perfettamente verosimile e appropriato.
    Questo verso «tradizionale», quasi lirico, posto in chiusura di una poesia kitchen, aumenta a dismisura l’effetto di straniamento della poesia, la rende inesplicabile e insondabile in quanto riporta nel Simbolico la faglia, la schisi che si è aperta nel Reale.
    Il Punto X è, in ultima analisi, un Enigma.

    12.

    Antibiotique citrobiotic probiotique patriotique
    Napoléon des tics des tocs pour des yeux verts mimbés de soleil

    Un chat voluptueux enfile sa robe indienne à pois
    et discute fermement avec les angrais de compostage

    Des particules élémentaires au ventre proéminent
    montent dans le tramway n’aboutissant à rien

    Zigzag le chien de Madame Bonjour avec un lorgnon d’écaille de tortue
    lèche une glace au chocolat en conduisant sa Porsche

    Eredia rapide s’habille d’illusions électrocinétiques
    se rend 11 rue de Nulle Part pour y voir un film muet

    Ville palladienne ensoleillée Londre est en effervescence
    la couronne de la Reine Elizabeth a disparue
    avec le soleil au petit matin

    Le tramway s’est endormi comme un visage mal rasé et en sueur

    *

    Antibiotico citrobiotico probiotico patriottico
    Napoleone dei tic e dei toc per degli occhi veri orlati di sole

    Un gatto voluttuoso s’infila un vestito indiano à pois
    e discute con decisione con i fertilizzanti del compostaggio

    Particelle elementari dal ventre prominente
    salgono nel tram che non conduce a niente

    Zigzag il cane di Madame Bonjour con un monocolo di tartaruga
    lecca un gelato al cioccolato mentre guida la sua Porsche

    Eredia rapida si veste d’illusioni elettrocinetiche
    si reca alla undicesima rue di Nessun Luogo per vedere un film muto

    Città palladiana soleggiata Londra è in effervescenza
    la corona della Regina Elisabetta è scomparsa
    con il sole del primo mattino

    Il tram si è addormentato come un viso mal rasato e sudato

  2. Un interlocutore che vuole restare anonimo mi dice che
    «sia Francesco Paolo Intini che Marina Petrillo rischiano grosso, rischiano di riposare su un linguaggio collaudato e uno stile controllato, ovvero, un manierismo».

    Personalmente, non sono qui nelle vesti di avvocato difensore e quindi non ho nulla da difendere. Non ho nulla da ridire, il suo è un parere, più o meno fondato, ma di parte, cioè che guarda alla poetry kitchen dal punto di vista di una parte.

    • A SUFFRAGIO E PER OGNI EVENIENZA ARCIMBOLDO

      Sottoposto a grandi esperimenti non ha retto alla prova.

      La “macchina del desiderio” s’è inceppata. Senza fumo.
      Non è bello vederla invenduta, diodi e schede perforate introvabili.

      Il mercato dei polacchi (a Japigia) mostra zloty di granturco
      e chi doveva integrarsi ha venduto i suoi tentacoli.

      Dell’io invece una radiazione di fondo pervade le cantine
      ha memoria di tutto perché è ghiaccio e Sole.

      A gusci concentrici procede contro i muri
      Cresce fiori di stramonio. Mescola cingoli del ‘56 a quelli del ‘68.

      Trump e Kruscev, quale differenza? Entrambi odiano la cipolla
      E mettono un’epoca sotto chiave per non sentirla agli occhi.

      Il rimescolio delle onde compie il miracolo.
      Il Tempo riempie vuoti che appartennero alle orecchie

      Grandi angurie completano la bocca.
      Lo Spazio ottura la gola.

      Plank scolpì la cappella Sistina completa di Michelangelo

      Onore alle onde del Nulla.
      Ci gratifichi la sua imitazione dei 2000.

      (francesco Paolo Intini)

  3. L’epoca moderna non solo tende a produrre comportamenti pcicopatologici ma si configura come una società ad alta incidenza di psicopatologie diffuse, psicopatologie di massa.
    La diffusione del fantasma a livello di massa nella attuale fase di sviluppo del capitalismo va di pari passo con la diffusione delle psicopatologie non più come mero «sogno ad occhi aperti» di Freud ma come una vera e propria liberazione dell’Immaginario è la caratteristica saliente della implosione del Simbolico.
    Il postmoderno segna l’epoca della crisi dell’Ordine del Simbolico. Tale crisi nasce dal fatto che nel postmoderno vengono a maturazione due situazioni che per Žižek sono indicative di un difetto strutturale della funzionalità del Simbolico: rimane in questo Ordine una carenza di fondo per cui vi è sempre un resto, un residuo del Reale non simbolizzato, un «qualcosa». Il Simbolico per funzionare necessita sempre di un supporto fantasmatico ovvero di quell’ancoraggio tra la realtà psichica e la rete dei significanti. Il fantasma è ciò che per il soggetto prende posto nel reale e lo supporta. È destino del fantasma andare al seguito della catena del significante.
    L’Ordine Simbolico o Grande Altro, per Lacan comprende la legge e il potere e si presenta con molteplici e complessi aspetti. È l’Ordine che fa da
    barriera al Reale con le sue forme di godimento ed è titolare dell’importante funzione di tenere insieme l’Immaginario e il Reale. L’accesso all’Ordine
    simbolico (rete dei significanti e linguaggio) comporta l’alienazione del soggetto, prezzo che questi deve pagare per raggiungere una identità purchessia, è il prezzo da pagare per essere assoggettato.
    L’Ordine Simbolico o Grande Altro, alla fine del postmoderno tende a collassare rendendo evidenti le patologie della struttura, dando così origine alle innumerevoli patologie identitarie di oggi: psicopatologie diffuse, narcisismi patologici, fondamentalismi, misticismi, esoterismi, integralismi religiosi, integralismi politici, personalismi, presenzialismi, manie e fobie le più varie etc. Il Reale diventa un Immaginario popolato di spettri, e gli spettri ritornano nell’Immaginario popolandolo.

    Queste perturbazioni della nostra società sono presenti in amplissima misura nella poetry kitchen o nella poesia buffet che pescano le proprie risorse nelle perturbazioni dell’Immaginario.

  4. catàstrofe s. f. [dal lat. tardo catastrŏpha, catastrŏphe, gr. καταστροϕή, propr. «rivolgimento, rovesciamento», der. di καταστρέϕω «capovolgere»]. –
    1. Nome dato da alcuni scrittori antichi (e impropriamente attribuito ad Aristotele) alla soluzione, di solito luttuosa, del dramma.
    2. estens. Esito imprevisto e doloroso o luttuoso di un’impresa, di una serie di fatti; grave sciagura; improvviso disastro che colpisce una nazione, una città, una famiglia, un complesso industriale o commerciale,
    3. In matematica, il termine si riferisce soprattutto allo studio della morfogenesi biologica, col sign. di interruzione del continuo, rottura di un equilibrio morfologico e strutturale, e poi generalizzato in quello di processo di morfogenesi (creazione e distruzione di assetti morfologici di qualsiasi tipo), rappresentabile matematicamente su uno spazio topologico. In partic., teoria delle c., complessa teoria formulata dal matematico fr. René Thom (1923-2002), applicabile allo studio di tutti quei sistemi il cui comportamento muta in modo discontinuo al variare in modo continuo di un certo insieme di parametri, mentre non subisce alterazioni qualitative per piccole variazioni di tali parametri (ipotesi di stabilità strutturale); punti di c. (o insieme di c.), insieme di punti (costituenti superfici regolari) che separano le diverse forme di un sistema e il cui attraversamento corrisponde alla morfogenesi, cioè al cambiamento discontinuo del comportamento del sistema e quindi della forma preesistente (c. elementare).

    da treccani.it

  5. EWA TAGHER

    SCENA 47

    Sulla parete a sinistra il Golgota, di profilo.

    Oltre la finestra una profezia di città.

    La clinica di sei piani seduta sulle fogne dell’Urbe.

    E così che ci si ammala, un errore dopo l’altro.

    Ewa stringe il 42. “Prego si accomodi”.

    Viktor la accompagna, la cornetta ancora in mano.

    “Non ha più il terzo occhio, l’ha ingoiato ieri

    Dopo aver immaginato la morte della madre”.

    L’infermiera le misura la pressione, poi la fa sdraiare.

    Ewa è a pancia in giù, sulle gambe di Victor.

    “Passami la cornetta, voglio telefonarle….”

    Ewa annaspa, per guarire deve imparare a nuotare.

    L’aria nella stanza satura d’inchiostro,

    Con le ultime bracciate Ewa descrive il proprio sgomento.

    Possono andare. Viktor in ginocchio cancella l’ultimo errore.

    “La linea è occupata… riproverò più tardi.”

  6. milaure colasson

    Complimenti ad Ewa Tagher per questa poesia, finalmente una dizione oggettiva, fredda, distaccata, drammatica della condizione umana. Una poesia che fa propria la forma-drammatica.

    La poesia italiana è da sempre stata allergica ai poeti che non fanno sconti né concessioni, preferisce “le canaglie”, come diceva Baudelaire, i lirici elegiaci… i poeti alla Ewa Tagher risultano ostici, indigeribili. A me piace la sua durezza, la sua severità, ci trovo qualcosa di Agota Kristof,

    Per venire alle Antologie di poesia del post di oggi – per esattezza devo dire che non ho letto nessuna delle antologie menzionate nell’articolo – mi chiedo: Perché questa incapacità di mettere il dito nella piaga? Da dove deriva questa timidezza, questa doppiezza, questa ipocrisia? Bene, io, da francese, penso che provenga dal populismo tipicamente italiano di fare di tutto un fascio, di mettere tutto insieme. Ed è chiaro che con questo metodo le voci dissonanti alla Ewa Tagher o alla Maria Rosaria Madonna vengano semplicemente tagliate fuori dal contesto.
    Ma, mi chiedo: è possibile continuare con questo metodo ancora per il futuro?
    Mi chiedo se l’Italia abbia ancora un futuro davanti a sé.

  7. «Il linguaggio è un gioco di rimpatri nella lettera… non è meno importante per noi riconoscere la doppia e contraddittoria identificazione: il tentativo di assumere la dimensione soggettiva del rimpatrio, il nostro incessante voler tornare a casa, giocandolo contro se stesso nello scarto delusorio che il linguaggio ci permette. Simbolizzare l’immaginario e immaginare il simbolico, ha detto una vota Lacan: continuo rimpatrio nel “simbolo” che la parola è, continuo rimpatrio nell’immaginario da parte del soggetto…
    L’illusione che si ripresenta a ogni frase è che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca: sparisca come enunciante della frase ma perché vi ha preso completamente dimora. L’unico modo che abbiamo di maneggiare questa illusione non è farla sparire, ma – al contrario – riconoscerla, farla pesare sulla frase: attraverso il margine di paradossalità che resta praticabile, in un gioco inevitabilmente in perdita e che deve sapere di esserlo».

    La poesia di Ewa Tagher è questo «mancare» di continuo il «rimpatrio», l’essere la sua parola fuori luogo, sconsiderata e inopportuna, con la consapevolezza che si tratta di instaurare un «gioco» con il linguaggio paradossalmente sempre in perdita. Una parola s-tonata, mal sbobinata, sortita fuori per errore da un registratore difettoso.
    Ecco, questa parola difettosa direi che è il miglior viatico per la poesia di Ewa Tagher. Il sapere che voler far concidere la parola e la cosa è il crimine che commettono i poeti elegiaci, le «canaglie» di cui parlava la Colasson.

    Per venire poi alla domanda della Colasson «se l’Italia abbia ancora un futuro davanti a sé», vorrei rispondere che il nostro Paese viene da circa un trentennio di lessico berlusconiano rifornito e addobbato di paralogismi semplici ma efficaci (il pericolo del comunismo, il pericolo della sinistra, la neocolonizzazione dell’Immaginario telemediatico, il pensare per scorciatoie, la messa al bando dei nemici, la retorica della congiura della sinistra, il markettificio ginecologico del Paese, l’abolizione del reato per falso in bilancio, l’uso privato delle leggi del Paese, l’uso privato delle Istituzioni Pubbliche etc.).
    Bene, non mi meraviglia che questo regime parolaio e propagandistico stia volgendo al termine dopo 30 anni e non mi meraviglia che il populismo demagogico e nazionalista della Lega di Salvini e dei 5Stelle, preceduti dalla retorica personalistica di un Renzi abbia desertificato la residua debole capacità di cognizione residuale degli italiani. I cialtroni hanno preso il posto delle poche persone serie, e il risultato è stata la distruzione e la neocolonizzazione del Paese da parte delle TV private e del becerume dilagante.
    La poesia era ininfluente già 30 anni fa. Adesso, dopo la deforestazione attuata da combriccole di piccoli e mediocri letterati, siamo arrivati alla radura. Se si aprono gli indici di poesia delle collane Einaudi, Mondadori, Garzanti ci troviamo una sfilza interminabile di nomi di autentiche nullità che non si sa bene per qual motivo siano approdate in quelle collane. Ma è stata la desertificazione e la deforestazione del Paese che ha determinato tutto ciò.
    Adesso il Paese è da ricostruire.

    1 P.A. Rovatti, Abitare la distanza, Introduzione p. XXIX, Raffaello Cortina Editore, 2007.

    • EWA TAGHER

      Grazie gentilissima Marie Laure, per il Suo commento al mio lavoro, che mi incoraggia ad andare avanti con la mia poesia sull’incomunicabità, sul tentativo drammatico di voler entrare in contatto con gli altri e con il resto del mondo senza riuscirci mai completamente. Il richiamo addirittura ad Agota Kristof, mi lusinga, la sua “Trilogia della città di K.” è stata per me una lettura lacerante, una tappa fondamentale, un presa di coscienza del dramma di crescere. Grazie anche a Giorgio Linguaglossa che ha commentato “Scena 47” scrivendo: “Una parola s-tonata, mal sbobinata, sortita fuori per errore da un registratore difettoso.” Come sempre ha colto nel segno, è proprio l’ errore di comunicazione, il continuo incespicare, interrompersi, ripetersi che ho intenzione di replicare, perchè lo viviamo, ne siamo immersi, intrisi, così tanto che non ce ne accorgiamo nemmeno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.