Fernando Pessoa (1988-1935), Tabaccheria, Ode alla notte, Lisbon Revisited (1926) Recitazione e montaggio in video di Diego De Nadai

fernando pessoa 1

Diego De Nadai è nato a Cagliari il 20 luglio 1955, laurea in Lettere moderne. La carriera di voce  recitante: Doppiatore, attore  (maker  creatore di video poesie ) nasce dopo il 1999 dopo una formazione di 5 anni con la docente di dizione e espressività vocale Ludmilla Martinucci. Vincitore di vari concorsi nazionali a tema unico dell’accademia d’arte drammatica sezione A.D.I. “Associazione Doppiatori Italiani.”  1° classificato Napoli 2017 –Firenze e Torino 2018 – Milano 2019, 1° premio della fondazione Fernando Pessoa di Lisboa 2010 quale miglior interprete delle poesie di Fernando Pessoa in lingua italiana. Film come attore.   Io Bullo – Santa –  Quando i papaveri erano rossi. Lettore di poesia religiosa : Rai 3  per il  Programma “Uomini e profeti” “Docente a Roma”   al  “Polmone pulsate- salita del Grillo” di una scuola di interpretazione vocale con corsi specifici e individuali di (dizione, fonetica e espressività vocale ) con l’applicazione del metodo Stanislavskij. È anche organizzatore di premi letterari.

Diego de Nadai
Diego De Nadai 2019

«La voce di Diego De Nadai è in sé una nobile arte frutto di scavo psicologico e lavoro sui testi. Arte che è un fare per veicolare messaggi, viaggio nel valore semantico delle parole, insieme al suono, al ritmo, alla modellizzazione secondaria. Non la voce è importante, ma “ciò che è nella voce” dice Aristotele. La fonogènica voce di Diego De Nadai, pregnante di pathos, racchiude in sé alcune qualità della musica e riesce a darci la Befindlichkeit, lo stato in luogo della voce; convogliare emozioni e stati d’animo in maniera più semanticamente più ricca di quanto talora faccia la musica stessa. La poesia come Dire originario diventa comunicazione quando si legge o si ascolta la poesia stessa arricchita dall’apporto emotivo di una particolarissima Befindlichkeit. La voce di De Nadai sinesteticamente convoglia nella sensibilità soggettiva dell’ascoltatore la sensiblerie della voce recitante. La voce recitante con il suo apporto emotivo incide sull’alone del significato della parola e sul suo valore semantico, contribuendo a fornire una maggiore e più profonda comprensione del testo poetico.»

(Giorgio Linguaglossa)

 

Poesie di Fernando Pessoa

Tabaccheria

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall’insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me…
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, né in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c’è mendicante che io non invidi solo perché non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, né studiato, né amato, né creduto
(perché si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall’amministrazione
perché inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s’è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell’anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.
Dopo un po’ morirà la strada dove fu stata l’insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o né una cosa né l’altra.

Lucio Mayoor Tosi interpreta Fernando Pessoa

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s’è fatto sulla soglia.)
Come per un istinto divino Esteves s’è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

Ode alla notte

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.

Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.

Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.

Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.

Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.

Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.

Vieni, dal fondo
dell’orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.

Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.

Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.

Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.

E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto…

Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi… Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.

Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

Lisbon Revisited (1926)

Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose nel medesimo tempo.
Anelo con un’angoscia di fame di carne
quel che non che sia – definitivamente per l’indefinito…
Dormo irrequieto, e vivo in un sognare irrequieto
di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.

Mi chiusero tutte le porte astratte e necessarie.
Abbassarono cortine su tutte le ipotesi che avrei
potuto vedere nella via.
Non c‘è nella traversa trovata numero di porta che
m’hanno dato.
Mi sono svegliato alla stessa vita a cui m’ero
addormentato.
Perfino i miei eserciti sognati hanno patito sconfitta.
Perfino i miei sogni si sono sentiti falsi all’essere sognati.
Perfino la vita soltanto desiderata mi nausea – perfino questa vita…

Comprendo a intervalli sconnessi;
scrivo per lapsus di stanchezza;
e un tedio che è perfino del tedio mi scaraventa sulla spiaggia.

Non so che destino o futuro compete alla mia
angoscia senza timone;
non so che isole del Sud impossibile mi aspettano
naufrago;

o che palmeti di letteratura mi daranno almeno un verso.

No, non so questo, né altra cosa, né cosa alcuna…
E, nel fondo del mio spirito, ove sogno quel che ho sognato,
nei campi ultimi dell’anima, ove ricordo senza motivo
(e il passato è una nebbia naturale di lacrime false),
nelle strade e nei sentieri di foreste lontane
ove ho immaginato il mio essere,
fuggono smantellati, ultimi resti
dell’illusione finale,
i miei eserciti sognati, sconfitti senza essere esistiti,
le mie coorti da esistere, sfracellate in Dio.

Un’altra volta ti rivedo,
città della mia infanzia paurosamente perduta…
città triste e lieta, un’altra volta sogno qui…
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, e qui è tornato,
e qui è tornato a tornare, e a ritornare.
E qui di nuovo sono tornato a tornare?
O siamo tutti gli Io che sono stato qui o sono stati,
una serie di chicchi-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me, di qualcuno fuori di me?

Un’altra volta ti rivedo,
col cuore più lontano, l’anima meno mia.

Un’altra volta ti rivedo – Lisbona e Tago e tutto – passeggero inutile di te e di me,

straniero qui come in ogni parte,
casuale nella vita come nell’anima,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto di dover vivere…

Un’altra volta ti rivedo,
ombra che passa attraverso ombre, e brilla
un momento a una funebre luce sconosciuta,
e penetra nella notte come una scia di nave si perde
nell’acqua che cessa di udirsi…

Un’altra volta ti rivedo,
ma, ahi, me non rivedo!
S‘è rotto lo specchio magico in cui mi rivedevo identico,
e in ogni frammento fatidico vedo solo un pezzo di me – un pezzo di te e di me!…


dal libro “Poesie di Álvaro de Campos” di Fernando Pessoa

 

8 commenti

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8 risposte a “Fernando Pessoa (1988-1935), Tabaccheria, Ode alla notte, Lisbon Revisited (1926) Recitazione e montaggio in video di Diego De Nadai

  1. Terza versione

    Una poesia normal, quasi kitchen, quasi soap, poesia buffet fatta con degli stracci e gli scampoli presi qua e là…

    Stanza n. 90

    È entrato nella stanza, si è seduto sulla sedia a dondolo,
    in maniche di camicia.
    «mi offre un Campari?», disse, poi guardò la finestra aperta
    dalla quale un vento sporco rimestava gli angoli della stanza come alla ricerca
    di una refurtiva nascosta.
    «non c’è fretta, caro Linguaglossa, c’è posto per tutti nell’aldiqua.
    Per le visioni e le revisioni e le permutazioni…», aggiunse.

    Delle persone entravano ed uscivano dal bar, sembravano preoccuparsi
    di qualcosa che non comprendevo.
    I polsini delle camicie con i gemelli in finto oro, le spille, i fermacravatte
    con le cravatte dozzinali degli impiegati di banca
    all‘ora della pausa pranzo…
    mani che si stringono, che si sciolgono…
    ma non saprei dire perché, perché mai e per come…
    il profumo che proviene da un vestito femminile, che mi turbava,
    ma non saprei dire perché…
    Esteves è uscito dalla tabaccheria, s’è voltato e mi ha visto,
    mi ha salutato con un cenno.
    Io mi sono alzato dalla sedia, sono andato alla finestra,
    e ho risposto: «ciao Esteves!»,
    poi la nebbia gialla è entrata nella stanza.

    La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra.
    La pioggia fitta che batte le nocche sui vetri della finestra.

    Le persone sembravano cercare qualcosa.
    Delle voci, tante voci, che non riconoscevo.
    Nel bus si tenevano ai ganci, parlavano…

    In strada la spider rossa parcheggiata tra gli alberi,
    c’è una donna all’interno, si ripassa il rossetto sulle labbra,
    si osserva allo specchietto retrovisore…

    Adesso rivedo Giusy come attraverso un acquario,
    sullo stipite della porta, che mi guarda, si volta all’indietro,
    mi parla. E sorride.
    «Ricordi, Albert? al luna park, all’Eur?, sulla grande ruota?
    Stavamo così stretti!, poi venne il buio, una pioggia fitta…
    tu mi baciasti.
    Ricordi, lo ricordi Albert?».
    Io mi schernii: «no, non lo ricordo…», dissi,
    però non le ho detto che ero pazzo… è che non avevo le parole,
    non conoscevo l’uso delle parole.
    La pioggia era fitta, mi venne in mente che fosse una estranea.
    Dissi semplicemente: «un caffè, ti va?», così,
    per prendere tempo.
    «chiudi la porta, Giusy», aggiunsi.
    «c’è troppo caldo qui, non si respira…».

    La incontrai anni fa sulla Berkeley street, aveva ancora il tubino,
    il décolleté rosso…

    Cadeva una pioggia fitta sullo Stanbergersee.
    Le dissi: «ripariamoci, andiamo via di qui,

    fa freddo…»

  2. http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-20/#comment-264
    INEDITO DI
    MARIO M. GABRIELE

    Tra me e te si era messo il Bikepacking
    fino alle cime del Lavaredo.

    Fu un impulso la scintilla del Fire
    che portò con rituali da chef alle tipiche basche.

    Cosa avvenne dopo fu questione di feeling
    e di sartoria Ermenelgildo Zegna.

    Alla Bottega Etrusca ritrovammo ampia creatività
    con un tracciato della Storia e di Peenemunde.

    Dimentichi le parole Eros e God,
    ma cerchi sempre uno stile DEM nei negozi della OVS.

    La strategia del Bomber è sentirsi in azione
    24 ore su 24.

    Abbiamo salvato il giardino delle rose
    dagli attacchi delle truffe gang.

    Ritrovarsi nel blu la sera di Agosto
    è inseguire le stelle di San Lorenzo.

    Sette ritratti d’Autore hanno rimesso in circolo
    la Nouvelle Vague con T-shirt senza marketing.

    Ora posso dire che la Renegade 4×4
    mi ha salvato dall’inverno.

    Con lo smartphone ti ho rimessa nel display
    rimanendo sempre viva.

    Il nostro canto libero è ricordare Portland, Oregon
    come una nuova Detroit.

    Ci muoviamo col review
    tra colonne sonore e algoritmi.

    Qualche eco rimane come musica degli anni 80
    con i Boogaloo Boys sulle tracce di Angela Davis.

    Giorgio Linguaglossa says:
    settembre 13, 2020 at 12:40 pm

    Nella poesia di Mario Gabriele viene messo in scena un ventaglio di fantasmi, si aprono al lettore le porte dei fantasmi e dei simulacri, c’è un vero e proprio repertorio di simil maschere e di maschere, di feticci e di totem messi lì apparentemente alla rinfusa e invece sapientemente dis-locati secondo le necessità della poesia buffet, dove ci trovi di tutto e il lettore deve soltanto scegliere la marca dell’aperitivo e il tipo di tartine da ingurgitare. Tutto ciò al tempo stesso rende visibile l’incoerenza di questo supporto fantasmatico e la gratuità irrazionale del nostro modo di vita basato su quei supporti fantasmatici che si rivelano per quello che sono, dei surrogati, dei simulacri di feticci e di totem in disuso. Dalla «sartoria teatrale» del tardo Montale siamo passati alla «sartoria Ermenelgildo Zegna», il che non è poco, anzi, è tanto e ci dice molto sul mondo di oggi, sulla inibizione di massa e sulla repressione di massa non più necessarie in quanto non più inibite alla meta, come diceva Freud, ma inibite all’origine.
    Si giunge al punto che la realtà, l’esperienza della sua densità, non è sostenuta soltanto da un solo fantasma, ma da una moltitudine contraddittoria di fantasmi e di icone, e questa moltitudine produce quell’effetto di densità impenetrabile che chiamiamo “realtà”: il sostegno fantasmatico della realtà è necessariamente multiplo e contraddittorio, policentrico e variosenso. La “realtà” è un prodotto di questa varietà del varieté, potremmo dire. La “realtà” è un varietà.

  3. i fattori Tempo e Spazio

    Possiamo dire che con quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il fittizio, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer (17 poesie del 1954), finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed inizia una poesia topologica che integra il fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili) ed il fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un concetto di reale e di finzione separati), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo “dominio” (per dirla con un termine nuovo).

    Nei nuovi romanzi e nelle nuove poesie, finzione e realtà non costituiscono più un’opposizione ontologica, il reale stesso si mostra come il fittizio o fantastico potenziale, il presunto originale si presenta come un mero poscritto ad un testo passato, una sorta di palinsesto nel quale appaiono le tracce di ciò che il Novecento aveva già pensato e ci aveva consegnato. La poesia di Eliot e Brecht rappresenta i due corni della distanza che separa due generi di poesia rendendoli inconciliabili. Ancora una volta il grande precursore di questo modo di intendere la letteratura è stato Borges con Finzioni (1941) e con Pierre Menard autore del Chisciotte (scritto già nel 1939); l’ambizione di Menard sarebbe stata quella di riscrivere il Chisciotte adeguato al proprio tempo. Ebbene, l’opera di Borges ci pone il problema seguente: che non è possibile scrivere un’opera di letteratura se non consideriamo il fattore Tempo che interviene a modificarla dall’interno.

    Ecco il punto: nel mondo tecnologico odierno sono i fattori Tempo e Spazio ad essere significativi. A mio modesto parere, della nostra epoca presente sopravvivranno soltanto le opere che si approprieranno dei fattori suddetti, ovvero, che hanno riflettuto sulla funzione deformante del tempo e dello spazio e sulla funzione spaesante all’interno della scrittura lineare progressiva, quella che va dall’inizio alla fine seguendo un segmento direzionale unilineare.

  4. Marina Petrillo

    O abismo é o muro que tenho
    Ser eu nao tem um tamanho

    L’abisso è il muro che ho
    Essere io non ha misura

    (da Poesie esoteriche)

    A tratti la linea degli orizzonti dilata e un tacito assenso promuove gli spazi.Si annida un seme disgiunto dal tutto che germina, solo, il suo tratto.Ogni anima generativa al ricordo traspone l’eredità del lignaggio in quel nucleo codificato ad incarnazione e, come fosse sepolcro nell’ombra, rivela a sè stesso l’arcano della propria esistenza.Poi, immemore, ognuno vive la dimenticanza, via via più lieve, sino a giungere ai piedi del Fiore vibrante, nato dal seme e sconosciuto all’umano. Il divino ricompone l’oblio e lascia sgorgare la pluviale acqua dell’incanto. Così, in vita e morte, Siamo.

    A Fernando Pessoa . L’assenza di dio è un dio anch’essa.

    Grazie Giorgio per gli spunti immaginativi del post odierno. Evocativo il video di De Nadai. Splendido l’inedito di Mario M. Gabriele e la versione pessoiana della Stanza 90, con personaggi in odore di eteronimia.

    Marina Petrillo

  5. È la percezione acutissima della Krisis che spinge e determina Pessoa ad una rivoluzione del paradigma della forma-poesia della confessione. Dopo Pessoa non sarà più possibile ristrutturare quella forma-poesia, occorrerà pensare qualcosa d’altro.
    Tutta la forma-poesia della confessione dell’io panoptico che verrà nei decenni a seguire sarà necessariamente kitsch. L’io cartesiano è già in crisi irrimediabile.

  6. Se leggiamo una poetry kitchen ci rendiamo conto che lì ci troviamo nel campo aperto della visibilità, non certo nel campo della visibilità dell’io monadico e monodico.

    La poesia di Pessoa con tutti i suoi eteronimi contempla soltanto lo sguardo dell’io in via di dissolvenza. L’io cartesiano è giunto alla fase finale. Nella poesia di Pessoa si dà soltanto lo sguardo interno, si racconta la dissoluzione e la dissolvenza del campo percipiente dell’io.

    Sostiene Lacan che nel campo scopico lo sguardo è all’esterno, io sono guardato, cioè sono quadro, il soggetto non coincide più come voleva Cartesio, con il punto geometrale a partire da cui si prende la prospettiva sulle cose, ma vive l’esperienza spaesante di essere in qualche modo oggettivato da uno sguardo altro, ridotto ad oggetto che “fa macchia” nel quadro: siamo presi dentro il quadro, e la vanitas, che credevamo riguardasse solo ciò che è rappresentato nel quadro, si rivela invece essere già da sempre anche la nostra, “che ci ri-guarda proprio dal punto impossibile, il fuori quadro nel quadro, che è lo sguardo come oggetto a.

    Come già scriveva Merleau Ponty nel Visibile e l’invisibile, da cui Lacan trae il concetto di “schisi” fra occhio e sguardo (ovvero la non necessaria corrispondenza tra uno sguardo e l’occhio che guarda), “siamo dei visti prima di essere dei vedenti”,1 ancora prima di essere dei soggetti che guardano siamo immersi in un campo di visibilità, esposti ad uno sguardo esterno.

    1 J. Lacan, Il Seminario, libro I. Gli scritti tecnici su Freud (1953-54),
    Torino, Einaudi, 1978, p. 266, cit. in S. Žižek, Lacrimae rerum, Libri Sheiwiller, Milano, 2009, p.108

  7. Continua il viaggio di Diego de Nadai attraverso gli interstizi della grande arte poetica come questa di oggi di Pessoa, un viaggio di fine cultura poetica nel quale la voce di de Nadai, con i suoi giochi di toni e di timbri e di pause e di brevi silenzi più eloquenti delle stesse parole, è già essa stessa poesia, una voce che interpreta e dice, che ruba segreti e li rivela da vero Re Mida della voce che trasforma in purezza di diamanti il metallo già nobile degli altrui versi… Anche se, per dirla con Hikmet, il più bel viaggio di Diego de Nadai è quello che Diego non ha ancora fatto. Spero che presto De Nadai presti la sua voce anche all’arte di Ennio Flaiano.

    Se lo facesse, vi ritroveremmo, in tutte le forme che Flaiano prediligeva, (dal racconto che fulmina all’apologo tra l’amaro e il grottesco, dal taccuino di viaggio in grado di intagliare immagini icastiche al dialogo sarcastico che corrode fino agli aforismi che non si lasciano dimenticare), tutti i costituenti primari del suo modo di essere, psicologico e letterario:

    – il pessimismo lucido e dolente;
    – la coscienza del nulla, vissuta attraverso la quotidiana consunzione dei volti, dei luoghi, dei ricordi;
    – la percettività del moralista di scuola francese, perso in un Paese che si preoccupava e si preoccupa di tutt’altro…

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